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Posts Tagged ‘diritti umani’

(“What to Do About Climate Change? Ask Women – They Have the Most to Lose”, di Winnie Byanyima – in immagine – direttrice esecutiva di Oxfam International, 18 dicembre 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

winnie byanyima

Il cambiamento climatico è sempre stato una questione politica. Alle sue radici vi sono enormi sbilanciamenti di potere e diseguaglianza, che si sono mostrati durante le recenti discussioni sul clima delle Nazioni Unite in Polonia. Questi sbilanciamenti definiscono chi è maggiormente vulnerabile agli impatti del cambiamento climatico, quali vite e mezzi di sostentamento saranno o sono già sottosopra. In nulla ciò è più palese che nel divario di genere: la lotta per la giustizia climatica e la giustizia di genere devono andare mano nella mano.

Il cambiamento climatico colpisce le donne in modi profondamente differenti dagli uomini. Cultura e tradizione in molti luoghi assegnano il ruolo di cura delle famiglie alle donne. Sono le donne, per esempio, a essere responsabili del raccogliere legna, dell’andare a prendere acqua e del coltivare cibo per nutrire bocche affamate. Perciò, mentre gli impatti del cambiamento climatico prendono controllo, sono le donne a dover stare sulla prima linea dell’adattarsi e trovare soluzioni: nuove fonti d’acqua; nuovi modi per sfamare le loro famiglie; nuove coltivazioni da far crescere e nuovi modi per farle crescere; nuovi modi di cucinare.

Nel mio paese, l’Uganda, le donne camminano già fino a sei ore al giorno per raccogliere acqua. Con le stagioni secche che stanno diventando più lunghe, le donne saranno costrette a camminare ancora di più. Come ho detto ai leader (in maggioranza uomini) del G7 a nome del Comitato consultivo sul genere quest’anno, chiunque dubiti delle fondamenta scientifiche che accertano il cambiamento climatico dovrebbe tentare di discuterne con le donne che camminano sempre più lontano ogni anno per andare a prendere l’acqua.

Le nazioni ricche sono state svergognate ai dibattiti sul clima perché hanno mancato di riconoscere l’urgenza del limitare gli impatti del cambiamento climatico. Mentre i paesi vulnerabili ad esso hanno chiesto un responso d’emergenza, una manciata di paesi ricchi principalmente esportatori di petrolio – inclusi il Kuwait, la Russia, l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti – ha negato la ragione scientifica che sta dietro a queste richieste di azioni urgenti.

Il cambiamento climatico ha effetti su tutti, ma le persone povere che vivono già ai margini ecologici sono colpite nel modo più duro. Spesso contano sulla pioggia per le loro coltivazioni, vivono in strutture fatiscenti e non hanno risparmi o assicurazioni su cui contare quando il disastro arriva.

Quando il disastro colpisce, come la carestia nel Sahel proprio ora, sono le bambine a essere tolte da scuola per aiutare le famiglie in difficoltà a far quadrare i conti. Sono le donne che restano senza niente quando non c’è abbastanza cibo per tutti. Le donne hanno meno beni su cui contare e sono largamente assenti dal processo decisionale, il che aggrava la loro vulnerabilità.

Quanto vulnerabile sei già per cominciare – quale è il tuo status nella nostra società diseguale – ha una grandissima influenza sul modo in cui il cambiamento climatico avrà impatto su di te. Per le donne, già vulnerabili, il cambiamento climatico inasprisce i loro fardelli già esistenti relativi alla cura.

Pochi negano che le donne siano le più colpite dal cambiamento climatico, ma vi è scarso accordo su cosa fare al proposito. C’è voluta una lunga lotta per aumentare l’importanza del genere nei dibattiti sul clima. L’anno scorso un Piano d’azione di genere fu approvato dopo un decennio di pressioni da parte di impegnate attiviste. Eppure, l’idea che la comunità internazionale debba prestare attenzione alle dinamiche di genere mentre sviluppa e implementa politiche sul cambiamento climatico resta assai delicata. I ripetuti sforzi, durante la prima settimana di negoziazioni in Polonia, di affrontare l’impatto sproporzionato della migrazione forzata sulle donne sono falliti, bloccati da un negoziatore del gruppo di paesi arabi. Sembra che menzionare i diritti umani, in particolare i diritti delle donne, sia troppo da tollerare per alcuni paesi: l’argomento è stato escluso dall’accordo.

Se vogliamo impedire al cambiamento climatico di calpestare i diritti delle donne e delle persone maggiormente vulnerabili, allora dobbiamo lottare per società più egualitarie. Ciò significa mettere in discussione i ruoli di genere, condividere più equamente il lavoro fra uomini e donne e aumentare la partecipazione delle donne al processo decisionale.

Significa anche che dobbiamo guardare alle nostre economie, che non danno valore ai contributi delle donne. Le nostre economie ignorano l’invisibile e non pagato lavoro di cura svolto da milioni di donne in tutto il mondo. C’è un’impressionante similitudine su come la nostra economia ignora il costo del cambiamento climatico fuori controllo: mancando di far pagare gli inquinatori. Queste sono entrambe conseguenze di un’economia corrotta. E’ un’economia che conta le cose sbagliate, cercando la crescita del PIL a ogni costo.

Le persone nei consigli d’amministrazione e nei governi che prendono le decisioni che alimentano il disastro climatico e la diseguaglianza sono in maggioranza uomini bianchi benestanti. I miliardari sono ricompensati a spese dei salari da fame per molti e a spese di un pianeta abitabile.

Ricordatelo, su 10 miliardari 8 sono maschi; la maggioranza dei poveri del mondo sono femmine. E’ un periodo favorevole per i miliardari e la loro sproporzionata quota di emissioni! A mia zia – contadina nell’Uganda rurale – ci vorrebbero 175 anni per produrre lo stesso tasso di emissioni di quelli che stanno nell’1%!

A Oxfam, e nel più vasto settore umanitario, crediamo in un mondo libero dall’ingiustizia della povertà, una lotta che non può essere separata da quella per la giustizia climatica e per l’eguaglianza di genere. Per arrivarci, abbiamo necessità di cambiamenti su vasta scala al nostro modello economico dominante e nel modo in cui conduciamo la politica. Dobbiamo riconoscere gli oneri e le discriminazioni poste sulle donne nelle case, nelle situazioni di crisi e nella nostra struttura economica e cominciare a considerare il genere quando affrontiamo gli impatti del cambiamento climatico. E poiché la comunità scientifica ci sta dicendo che abbiamo solo 12 anni per prevenire l’innalzamento globale fuori controllo delle temperature, abbiamo bisogno di cambiare velocemente.

Nei prossimi mesi, i governi devono seguire le indicazioni delle nazioni maggiormente vulnerabili e cominciare immediatamente a rafforzare i loro impegni all’azione incluso l’aggiungere le voci delle donne al processo.

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Ci vorranno circa 10 giorni per esaminare la richiesta di asilo della 18enne saudita Rahaf Mohammed Alqunun (in immagine).

rahaf

A salvarla dal rimpatrio forzato dalla Thailandia, ove si trova attualmente, è stato il suo adamantino coraggio unito a una massiccia campagna a suo favore sui social media. Il video in cui si barrica nella stanza d’albergo a Bangkok, chiedendo fermamente la protezione dell’Alto Commissariato NU per i Rifugiati, ha fatto il giro del mondo. Sul suo account Twitter ce n’è un altro, che val la pena vedere pur se brevissimo: mostra il rappresentante saudita a Bangkok, signor Alshuaibi, mentre dice “Avrebbero dovuto portarle via il telefono, invece del passaporto”. Il traduttore al suo fianco ride servile alla squallida battuta.

Rahaf pianifica la propria fuga da quando aveva 16 anni. Suo fratello e altri membri della famiglia hanno l’abitudine di picchiarla ed è stata chiusa per sei mesi in una stanza perché si era tagliata i capelli in un modo che loro non approvavano. Se fosse costretta a tornare da loro, ha aggiunto, “mi uccideranno perché sono scappata e perché ho dichiarato il mio ateismo. Loro vogliono che preghi e che mi metta il velo, io non voglio.” In questo momento, suo padre e suo fratello sono a Bangkok. Le richieste di impiccagione per Rahaf riempiono i forum in lingua araba.

Ogni donna in Arabia Saudita è una minorenne legale quale che sia la sua età. Per tutta la vita ha un “guardiano” di sesso maschile (padre, fratello, zio o persino figlio) da cui deve ottenere una serie di permessi – lavorare, andare dal medico, affittare un appartamento, intraprendere un’attività economica, viaggiare, sposarsi, divorziare ecc. non sono decisioni che lei può prendere autonomamente. Nel 2017 le regole si sono allentate un poco per casi in cui vi siano “speciali circostanze”, ma di fatto questo sistema non ne è stato minimamente scosso.

Spesso la polizia chiede il permesso del “guardiano” per una donna che voglia sporgere denuncia, rendendo in pratica impossibile riportare la violenza domestica qualora commessa dal suddetto. Avete chiaro il quadro.

Gli uomini decidono, gli uomini pontificano, gli uomini sanno e fanno e disfano… anche sotto gli scarni articoli che la stampa italiana dedica alla vicenda: al 99,99% sono gli uomini a commentare.

C’è l’analfabeta becero:

“eroina de che? e (è, signore, è) fuggita dal paese con tanto di passaporto, diciamo che è scappata dalla famiglia x dei motivi che non conosciamo”

e l’analfabeta colto e solidale:

“Diciamo che la ignoranza e (è, perdinci) una cosa normale. (…) Il fatto è che sia la donna che l’uomo devono essere riguardati come una espressione della essenza umana senza considerazioni pregiudiziali che limitano il diritto alla scelta libera sebbene responsabile. (I beg your pardon?)

L’idea che la donna non può esercitare un livello di autorità e responsabilità uguale al (all’) uomo e (è, voce del verbo essere, terza persona singolare) regressiva, primitiva e porta ad un trattamento criminale non dissimile alla (dalla) schiavitu (l’accento, per piacere) istituzionalizzata del passato. Una donna che rischia la vita per difendere i suoi legittimi diritti e (è!!!) definitivamente eroica. (…)” Omettiamo pietosamente il resto…

Trovando difficile l’iter burocratico per essere accolta in Australia, che era la sua prima scelta, Rahaf ha chiesto asilo al Canada: sto sperando che tale nazione apra le braccia per lei. L’Italia? Be’, non è un paese per donne.

Maria G. Di Rienzo

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Il 27 dicembre 2009 ho creato questo blog, “Lunanuvola”. In realtà volevo chiamarlo “Luna Solitaria” (come il titolo del mio primo post, la traduzione di una poesia), ma il nome era già in uso.

Sono quindi nove anni che scrivo e traduco in questo luogo virtuale.

Il nove è un numero davvero interessante. Non solo perché, per esempio, comunque lo si moltiplichi il numero risultante può essere ridotto di nuovo a nove:

2 X 9 = 18, 1 + 8 = 9

4 X 9 = 36, 3 + 6 = 9

6 X 9 = 54, 5 + 4 = 9

9 X 9 = 81, 8 + 1 = 9

9 X 10 = 90, 9 + 0 = 9

20 X 9 = 180, 1 + 8 + 0= 9… e possiede altre particolarità matematiche, ma perché si trascina dietro una valanga di simbolismi – dalle nove Muse ai draghi cinesi alla mitologia nordica, che descrive l’universo come diviso in nove mondi, tutti connessi dall’albero cosmico Yggdrasil.

Per quel che riguarda il novenne blog, ho trovato particolarmente rispondenti due associazioni simboliche. La prima fa riferimento alla branca della filosofia induista che sostiene vi siano nove sostanze o elementi universali: Terra, Acqua, Aria, Fuoco, Etere, Tempo, Spazio, Anima e Mente. Penso di poterli tracciarli tutti e nove all’interno dei vari testi che ho scelto di pubblicare. Quando ho scritto ho sempre gettato nelle parole tutta me stessa; quando ho tradotto, ho scelto consapevolmente brani che rivelassero almeno in parte la stessa attitudine.

La seconda associazione concerne la carta numero nove dei Tarocchi, l’Eremita. Non solo per la “luna solitaria”. L’Eremita simboleggia l’esame di se stessi e la riflessione – vale a dire, esattamente quel che sto facendo in questo momento.

Gli ultimi due anni sono stati un inferno. Non riesco a descriverli in modo più lieve di questo, farlo sarebbe una falsità: il controllo della mia vita è passato dalle mie mani a quelle del mio (nostro) torturatore, che ha deciso se potevo restare in casa o no (di media sono scappata da una a quattro volte al giorno, nella maggior parte dei casi senza sapere dove andare e senza un soldo), se potevo lavorare o no (è impossibile essere creativi o precisi o diffondersi in analisi mentre sopra la tua testa piovono colpi e ululati rabbiosi), se potevo dormire o no e per quanto – e quando dovevo svegliarmi.

Il mio equilibrio – salute, serenità mentale, progettualità – è andato in frantumi. Tranquillanti a parte, crisi di batticuore e respiratorie a parte, mi porto in faccia i segni dell’abuso sotto forma di una dermatite da stress: gli antibiotici non sono serviti, gli antistaminici neppure, le analisi del sangue non rilevano infezioni. Quindi, mi hanno detto i medici, a meno che io non mi sottoponga a un intervento di chirurgia laser – per cui, manco a dirlo, non ho il denaro – sarò “Scarface” per il resto della mia esistenza.

(A proposito: per le persone che mi hanno chiesto di fare conferenze, seminari ecc. e che leggono questo blog – pensateci su. Non sono un mostro, ma non sono neanche più normale. Se decidete di sciogliere gli impegni presi per me va bene, basta che me lo comunichiate.)

Da fine novembre l’individuo ha cominciato a portar via roba dal suo appartamento e non ci dorme più. Ma non si è effettivamente trasferito: i mobili non sono venuti giù per le scale, i bidoni dell’immondizia sono regolarmente posizionati nei giorni di ritiro, il contatore dell’elettricità non è spento e il tipo passa ogni due/tre giorni a fare un po’ della sua solita baraonda: gli piace particolarmente “giocare a bowling” sul pavimento di pietra del corridoio, ci tira oggetti metallici, sferici o no, per lunghi periodi di tempo – il suo record ha sfiorato le quattro ore, intervallate da monologhi urlati e bastonate varie. Abbiamo parlato con l’amministrazione, più volte; lo abbiamo formalmente denunciato. Ha lo sfratto da più di un anno. I segnali indicano che se ne sta andando, però non riusciremo a rilassarci sino a che non saremo certi della sua partenza.

Ciò, detto mie care e miei cari – penso con particolare affetto ai “seguaci” – avevo pensato ancora una volta di chiudere il blog, di salutarvi con questo pezzo e di dedicare le mie attualmente scarse energie solo al mio nuovo romanzo (sono così stanca che per la prima volta in vita mia procedo per righe… è pazzesco) ma chi mi sta attorno insiste affinché io non lo faccia, con le più svariate motivazioni. Tutte sensate, tra l’altro.

Le voci dissidenti con argomentazioni di peso e valore sono così scarse, dicono i miei sostenitori, che anche la sparizione di questo blog sarebbe un danno. I danni da riparare nel nostro mondo sono abbastanza vasti e gravi da oscurare lo 0,000001 di differenza che io opero, tuttavia è vero anche che non lo fanno in modo perfetto. La crepa che ho aperto in una muraglia di cemento armato nel 2009 ne ha generate altre, lo so, e sono grata per ognuna di esse – giacché dietro a ognuna di esse c’è un essere umano che ha deciso di non vergognarsi più, di non tacere più, di avere legittimazione e diritto a uno spazio.

stone mask israele

La maschera che vedete in immagine ha 9.000 anni – il nove. L’hanno riscavata nel 2018 in Israele. E’ fatta di calcare rosa-giallo, è stata lavorata accuratamente con attrezzi di pietra e ha quattro fori lungo i bordi, probabilmente per tenerla legata al volto di qualcuno o a un palo rituale.

Il periodo è il Neolitico e le maschere simili sono legate alla “rivoluzione” agricola, ovvero al momento in cui i nostri antenati e le nostre antenate smisero di vagare raccogliendo il cibo per strada e cominciarono a coltivarlo. Sapete già che la ricerca storica indica le donne come ideatrici di questo cambiamento epocale. Torneremo a ciò fra un attimo, nel frattempo (e non è un argomento scollegato) parliamo degli auguri del Presidente Mattarella alla nazione. Hanno fatto un sacco di “rumore” attestando semplicemente l’ovvio: un paese è una comunità di persone; il rispetto reciproco è garanzia di sicurezza; la solidarietà è preziosa; lo stato sociale è una conquista da tutelare; il cambiamento avviene lavorando insieme. Che un discorso simile sia salutato come straordinaria novità positiva dà la misura di quanto scollegati, atomizzati, spaventati e confusi sono in genere, da anni, i cittadini italiani. Nel suo menzionare le aree problematiche del nostro vivere insieme, Mattarella ne ha però dimenticata una – e in questa omissione ha implicitamente cancellato la spada di Damocle che pende su metà della popolazione italiana: la violenza di genere. Il paese di cui è Presidente ha punteggi scandalosi, al proposito, in qualunque ricerca o analisi misuri impatto, danni e risposte dello Stato. Ma noi donne non siamo una priorità politica, ormai, per nessuno: da destra a sinistra, lungo l’intero spettro, siamo prese in considerazione esclusivamente per la nostra rispondenza alla soddisfazione maschile – e i parametri normativi di questa soddisfazione intridono l’intera nostra esistenza dalla culla alla tomba. Dai social media ai manifesti pubblicitari siamo circondate da immagini fasulle (sexy, hot, bellissima) e incoraggiate a somigliare a queste ultime come se ciò fosse lo scopo principale del nostro essere femmine e l’unico traguardo alla nostra portata. Spesso le donne che accettano tale scenario raggiungono titoli e dicasteri, in politica, per gentile concessione dei colleghi alle loro scollature e ai loro tacchi (e alla loro disposizione a essere mere marionette nelle sedi decisionali) e quindi sono impreparate e inefficaci sulle questioni di genere quanto i loro sodali di sesso maschile.

Per cui, il prossimo cambiamento epocale, una trasformazione che muti radicalmente il modo in cui stiamo nel mondo e il modo in cui abbiamo relazioni con altre/i (come accadde nel Neolitico) dobbiamo crearlo proprio noi. Abbiamo, guarda caso, nove punti interconnessi da affrontare in cui la nostra presenza e la nostra voce sono irrinunciabili: l’effetto che ognuno di essi ha sulla qualità e persino sulla durata delle nostre vite è enorme e senza le nostre prospettive udite e agite al proposito nessuno dei problemi relativi sarà mai risolto.

In ordine alfabetico:

ambiente

diritti civili

diritti riproduttivi

istruzione/educazione

lavoro

rappresentazione mediatica

rappresentanza politica

socializzazione di genere

violenza di genere.

Voglio lavorare con voi per il cambiamento, sorelle e fratelli. E’ la ragione per cui questo spazio resta aperto nonostante i miei travagli personali. Forse, per un periodo, sarò meno prolifica del solito. Ma datemi tempo e fiducia e resteremo insieme. Maria G. Di Rienzo

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(brano tratto da: “Prostitution is not work: The crib sheet”, di Samantha Berg per Feminist Current, 17 dicembre 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Dieci concise spiegazioni su come la prostituzione sia più affine allo sfruttamento che al lavoro.

1) Nessun titolo professionale è gettato minacciosamente in faccia a donne e ragazze, in tutto il mondo, allo stesso modo in cui “puttana” e i suoi molti sinonimi in molte lingue sono usati per commettere abuso verbale.

2) La prostituzione è spesso paragonata al lavorare in miniera. I danni ai minatori sono incidenti che l’equipaggiamento di sicurezza mira a ridurre; i danni alle donne prostituite sono inflitti loro intenzionalmente. La pornografia comunemente ritrae il fare del male alle donne come un attraente scopo per i consumatori.

3) La prostituzione è spesso paragonata ai lavori sottopagati nei fast food. Gli impiegati di questi ultimi non necessitano di servizi specializzati per aiutarli a mollare il lavoro nel modo in cui le sopravvissute hanno bisogno di protezione dai magnaccia. Quando le donne prostituite scappano sono sovente nella stessa situazione delle vittime di violenza domestica, cioè fuggono dal danno imminente con i soli vestiti addosso e la paura di essere di nuovo catturate in mente.

4) La prostituzione è spesso paragonata al pulire cessi. Essere costretti dalla necessità economica a pulire toilette ogni giorno può essere decisamente spiacevole, ma non è stupro e non lascia alle persone sindrome da stress post-traumatico, malattie sessualmente trasmissibili o gravidanze indesiderate. Chiunque abbia pulito un bagno e fatto sesso è in grado di spiegare le enormi differenze fra le due attività.

5) La prostituzione non è un lavoro di servizio, è sfruttamento del corpo. Il sesso, la razza, l’età di chi fornisce servizi legittimi non hanno importanza per cassieri, idraulici, contabili, guidatori di taxi, ecc., allo stesso modo in cui hanno invece importanza per gli uomini che usano prostitute, i quali non accetteranno servizi sessuali dal corpo di un uomo quando vogliono il corpo di una donna, o dal corpo di una donna anziana quando vogliono il corpo di una ragazza giovane.

6) Non esiste occupazione lavorativa che possa essere svolta mentre il lavoratore è privo di sensi. Le prostitute sono spesso drogate, svengono per dolori insopportabili o vengono loro inflitti traumi cranici prima o durante l’assalto sessuale.

7) La prostituzione non è una professione di intrattenimento sui media come il fare le modelle o recitare. Le attrici fingono di fare sesso, le donne prostituite non stanno fingendo di fare sesso e i danni ai loro corpi e alle loro menti sono la prova dello sfruttamento, non un’occupazione. Non c’è gruppo organizzato di trafficanti che forzi ragazze adolescenti a rappresentare Shakespeare per lo svago degli uomini.

8) Le condizione di base per la sicurezza sono impossibili da conciliare con la prostituzione. Le leggi sull’esposizione durante il lavoro (“ragionevolmente prevista per pelle, occhi, membrane mucose o tramite contatto parenterale con sangue o altri materiali potenzialmente infetti”) prevedono guanti di lattice, occhiali protettivi, mascherine per il volto e grembiuli per proteggere i lavoratori. La prostituzione non potrà mai rispettare i parametri dell’OSHA (ndt.: Occupational Safety and Health Administration, agenzia del Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti con lo scopo di garantire la sicurezza sul lavoro).

9) La sindacalizzazione non è possibile. Magnaccia e pornografi chiamano se stessi “sex workers” perché sono impiegati nell’industria del sesso mentre fanno pressione per la deregolamentazione e le eccezioni alle leggi sulla sicurezza dei lavoratori. Non si può negoziare una via d’uscita dallo stupro quando il lavoro è sopportare sesso non voluto.

10) “Ti dò dieci dollari se lasci che ti tiri un pugno in faccia” non è un’offerta di lavoro per liberi professionisti ne’ lo sono le istigazioni alla prostituzione. Gli uomini che richiedono prostituzione nei luoghi pubblici non stanno magnanimamente offrendo impieghi alle donne: nessuno avvicina estranei per strada con offerte di impieghi remunerativi.

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L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – più esattamente il suo centro per lo sviluppo che comprende il Social Institutions and Gender Index, in sigla Sigi – ha reso noto ieri, 7 dicembre, il suo rapporto 2018 sulla discriminazione di genere che colpisce donne e bambine in tutto il mondo. L’Indice Sigi ha valutato 180 nazioni (60 non sono state in grado di fornire dati sufficienti e non sono state incluse nella classificazione finale) su quattro dimensioni della vita di una donna: i suoi diritti all’interno della famiglia, la sua integrità fisica (diritti alla salute, sessuali e riproduttivi), il suo accesso a risorse (possesso della terra, diritti sul lavoro) e la sua rappresentazione politica (diritti civili).

Il nocciolo della notizia è che i diritti umani delle donne avanzano con lentezza da lumaca artritica, o non avanzano affatto. Per esempio, il titolo che il Guardian dà al pezzo scritto (molto bene) al proposito da Kate Hodal è: “Non un mondo da lasciare ai nostri figli”. Citazione dall’articolo: “41 paesi riconoscono solo gli uomini come capifamiglia; 27 paesi richiedono ancora, per legge, che le mogli obbediscano ai loro mariti; 24 paesi richiedono alle donne di avere il permesso del marito o di un tutore legale di sesso maschile (tipo fratello o padre) per poter lavorare.”

Il rapporto chiarisce in modo inequivocabile che più deboli sono i diritti garantiti alle donne e alle bambine nelle quattro aree succitate, più esse sono vulnerabili a svariate forme di violenza di genere, ma sottolinea anche che le norme sociali possono notevolmente vanificare le legislazioni al proposito (esse hanno infatti visto globalmente un aumento, ma non sono riuscite a raddrizzare le situazioni in modo soddisfacente).

Sebbene lo Yemen si piazzi per la seconda volta – il rapporto precedente risale al 2014 – al primo posto nella classifica della discriminazione di genere, seguito da Pakistan, Iran, Giordania, Guinea, Libano, Bangladesh, Iraq, Afghanistan e Filippine, la ricercatrice Rachel George del britannico Overseas Development Institute ha giustamente sottolineato come i dati del Sigi aiutino “a chiedere il conto” anche ai paesi occidentali, i quali “non devono credere che la situazione non li riguardi”: “Ogni singolo paese ha qualche forma di discriminazione che va avanti in qualche modo e alcune di esse sono pervasive, perciò tenere tutti sotto esame è estremamente importante.”

Sullo stesso tasto ha premuto Bathylle Missika, capo della divisione di genere dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico: “Sappiamo che far evolvere le norme sociali è difficoltoso, sono necessarie diverse angolazioni di lavoro su leggi e norme e non è perché hai le prime poi hai anche le altre. Questo è quel che la gente deve capire: non esiste un approccio definitivo quando si tratta dell’implementazione del numero cinque – eguaglianza di genere – degli obiettivi di sviluppo sostenibile. E’ un approccio che investe la società nella sua interezza e gli interventi devono essere diretti all’intero ciclo della vita delle donne.”

La questione è: quanto gliene importa al governo della nazione X che organismi internazionali di alto livello gli dicano “Guarda i dati, stai trattando le donne in maniere che vanno dall’ignobile al terrificante.”? Pochissimo, poiché le ricerche non implicano sanzioni e può comunque rispondere di aver firmato il tal trattato e varato la tal legge, o che cambiare sarebbe “non rispettoso” della “cultura” del suo paese (capite, se da trecento anni impaliamo bambine ciò da orrore si muta in un’onorevole tradizione non discutibile). Ecco dove entra in scena l’attivismo.

Sono i gruppi femministi e quelli della società civile attenti ai diritti umani che devono prendere queste ricerche e dar loro una dimensione fatta di dimostrazioni, petizioni, disobbedienza civile e resistenza. Il cambiamento è sempre e solo nelle nostre mani.

Maria G. Di Rienzo

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“Il neoliberismo è la filosofia politica (della sinistra e della destra) che si è sviluppata in occidente durante gli anni ’80 a guisa di “buon senso” populista. Ha diversi problemi:

1) vede l’individuo come agente autonomo, motivato principalmente dall’interesse personale;

2) ci dice che l’economia del libero mercato priva di regole allevia le diseguaglianze sociali;

3) descrive la libertà personale nei termini della capacità dell’individuo di “scegliere” in un mercato di scelte.

Cosa c’è di sbagliato nella visione neoliberista ed economicistica dell’essere umano? E’ riduttiva. Oltre a essere agenti individuali, gli esseri umani sono collocati in contesti psicologici, sociali e politici che rendono la nostra autonomia e le relazioni reciproche con altri assai più complesse di quanto questa ideologia permetta. (…) Il neoliberismo, con il suo focus sull’individualismo e la scelta personale ignora l’esistenza del patriarcato come struttura sociale.”

Heather Brunskell-Evans, consulente accademica su genere e sessualità; portavoce dell’organizzazione pro diritti umani delle donne FiLiA; membro del consiglio d’amministrazione di OBJECT, gruppo attivista femminista.

Il neoliberismo ne ignora volutamente parecchie, di strutture sociali – in primis le divisioni di classe e la piramide della proprietà privata: perciò, come l’accademica sottolinea, riduce la condizione umana alle “scelte” che il singolo essere umano compie. Di conseguenza, se sei povero/a, disoccupato/a, sottopagato/a, eccetera, è colpa tua. Non ti sei orientato bene nel pescare il pasticcino dal vaaaaasto plateau che la società ti offriva.

Da questa ignoranza salta fuori il “navigator” del Ministro del Lavoro Di Maio, il cui principale impegno politico sembra essere il mostrare ossessivamente la propria smagliante dentatura in tv e autoscatti (non si è ancora accorto che un “sorriso” perenne non produce fiducia nell’osservatore, ma inquietudine). Dalla stampa:

“Chi si rivolgerà ai centri dell’impiego avrà dall’altra parte la figura del “Navigator” che “lo prenderà in carico”, spiega il ministro. Una figura che “selezioneremo con un colloquio” e “deve essere in grado di seguire chi ha perso il lavoro, formarlo e reinserirlo nel mondo del lavoro”. La platea dei beneficiari del reddito di cittadinanza, secondo Di Maio, ammonterà a 5 milioni di persone.

“La figura del Navigator”, in sostanza, “si prenderà in carico” la persona in cerca di lavoro.”La formerà e la orienterà in modo che l’azienda la possa assumere senza doverla formare”. “La formazione – ha dichiarato – non necessariamente deve essere formata nei centri per l’impiego; può esserlo in un centro privato, in una azienda. L’importante è che la persona che orienta il disoccupato venga pagato in base al numero delle persone orientate”. (…)

In poche parole, spiega il ministro, il “tutor o Navigator” associato a un individuo che abbia diritto al reddito di cittadinanza “lo raggiungerà dovunque egli sia”, lo spingerà a seguire le prassi necessarie per trovare un lavoro o formarsi e “prenderà un bonus se farà assumere quella persona”.

Lo stesso “tutor o Navigator” poi, “sarà lui a farmi la scheda, come ministro del Lavoro”, per segnalare eventuali inadempimenti. Naturalmente, riconosce Di Maio, per creare la platea sufficiente di “tutor o Navigator” per seguire i percettori della misura, “ovviamente faremo un piano di assunzioni straordinarie”.”

Lo sradicamento della povertà a livello globale è il primo degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile indicati dalle Nazioni Unite. La “data di scadenza” è il 2030 – una marea di commentatori / commentatrici di politica, economia, finanza ecc. dichiara (ovviamente) l’obiettivo irraggiungibile per tale data. I dati che la scheda delle NU fornisce al proposito sono questi:

– 783 milioni di persone vivono sotto la linea internazionale della povertà di un dollaro (Usa) e novanta centesimi al giorno.

– Nel 2016, circa il 10% dei lavoratori ha vissuto con le proprie famiglie sulla base di meno di un dollaro e novanta a persona al giorno.

– Globalmente, ci sono 122 donne fra i 25 e i 34 anni che vivono in povertà estrema per ogni 100 uomini dello stesso gruppo d’età.

– La maggioranza delle persone che vivono sotto la linea di povertà appartengono a due regioni: Asia del sud e Africa sub-sahariana.

– Alte percentuali di povertà si trovano spesso in piccole, fragili nazioni affette da conflitti.

– Un bimbo su quattro sotto i cinque anni, in tutto il mondo, ha un’altezza inferiore a quella che dovrebbe avere alla sua età.

– Sino al 2016, solo il 45% della popolazione mondiale era in effetti tutelata da almeno un beneficio finanziario di protezione sociale.

– Nel 2017, le perdite economiche dovute a disastri ambientali, inclusi i tre grandi uragani negli Usa e nei Caraibi, sono state stimate a oltre 300 miliardi di dollari.

Le cose che ho scelto di sottolineare sono il “moto perpetuo” della povertà, ciò che le permette di esistere, allargarsi, persistere.

1. Gente che il lavoro ce l’ha, ma che l’economia neoliberista non paga abbastanza per vivere decentemente – ciò è necessario a gonfiare i conti in banca di un mucchietto di stronzi, i quali sono arrivati dove sono non grazie alle proprie avvedute scelte, ma alle ricchezze di famiglia e alle protezioni di consessi finanziari e istituzioni politiche. Non partiamo tutti dagli stessi blocchi e se qualcuno vince la corsa perché ha regolarmente mezzo chilometro di vantaggio è vergognoso dire a quelli dietro di allenarsi di più.

Il nostro governo ha visto questo? Come no, flat tax.

2. La diseguaglianza di genere non è un’invenzione lagnosa delle vecchie brutte femministe zitelle ecc., tiene effettivamente le donne a distanza anche dalle minori opportunità loro offerte.

Poiché le donne sono spesso escluse per intero dai processi decisionali che le riguardano – e ciò è una violazione dei loro diritti umani – la diseguaglianza si amplia costantemente.

Il nostro governo ha visto questo? Aspettate i burlesque e le mimose dell’8 marzo.

3. Il razzismo ha un ruolo chiave nel tenere a distanza dall’accesso a lavoro, beni e servizi determinati gruppi etnici.

Il nostro governo ha visto questo? Chiedete al sig. Salvini.

4. e 5. Guerre e devastazioni ambientali generano innanzitutto morte – ma il loro principale “beneficio” è il profitto economico che il gruppetto di stronzi in cima alla piramide della proprietà privata incassa. A costoro non può fregare di meno delle conseguenze che ricadono su chi sopravvive ai disastri da loro creati (sfollamento, migrazione, fame, perdita di casa – lavoro – famiglia, aumentata vulnerabilità alla violenza di genere, ecc.).

Il nostro governo ha visto questo? Interverrà sul commercio di armi, metterà in sicurezza almeno il proprio di territorio? Ok, le risposte le sapete, non prendiamoci in giro.

Io credo che il sig. Di Maio il suo “navigator” lo abbia perso da tempo. Sembra girare a vuoto. Ma vedete, andando a spanne senza bussola ha guadagnato cariche politiche. Dobbiamo davvero chiederci cosa stiamo facendo, italiane e italiani.

Maria G. Di Rienzo

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16 days

La violenza contro donne e bambine è una delle più comuni e prevalenti violazioni dei diritti umani al mondo. L’abuso fisico e/o sessuale che una donna su tre subisce durante l’arco della sua esistenza non danneggia solo la sua salute e la sua sicurezza, ne limita la partecipazione sociale e politica, impedisce o restringe la sua presenza sul mercato del lavoro e ha ricadute non solo sulle sue relazioni umane ma proprio sulla democrazia, l’economia, la finanza ecc. del suo paese.

Da domani, Giorno internazionale contro la violenza sulle donne, partono i consueti “16 giorni di attivismo” che avranno termine il 10 dicembre, Giorno internazionale dei diritti umani. La campagna ebbe inizio nel 1991 grazie al Center for Women’s Global Leadership (Centro per la leadership globale delle donne). Il focus di quest’anno è sulla violenza all’interno del mondo del lavoro.

27 anni di campagne sono tanti. Le attiviste spiegano perché ciò è ancora necessario:

La violenza comincia con la discriminazione – Hela Ouennich, dott. in medicina, Tunisia:

“Molte persone si concentrano sulla punta dell’iceberg. Si mobilitano solo quando la violenza è estrema. La gente non sa che la violenza comincia con la discriminazione. Per me, la discriminazione di genere è una “malattia” che ha origini sociali. La maggioranza degli uomini e delle donne finiscono per esserne “portatori sani”. Se vogliamo combattere la violenza di genere, dobbiamo innanzitutto combattere gli stereotipi discriminatori che hanno le loro radici nella prima infanzia e sono difficili da contrastare.”

La violenza non è solo fisica – Mariam Shaqura, Direttrice per le istanze delle Donne della Mezzaluna Rossa per la Striscia di Gaza, Palestina:

“La gente tende a pensare che la violenza di genere comporti solo abuso fisico. Ma le sopravvissute spesso considerano l’abuso psicologico e le umiliazioni più devastanti dell’aggressione fisica.”

La legge non è sufficiente a fermare la violenza – Elvia Barrios, Giudice di Pace, Perù:

“Un comune fraintendimento sulla violenza è che la legge in se stessa possa risolvere il problema. Se le persone non comprendono in profondità la realtà sociale delle donne, se non visualizziamo le enormi e molteplici forme di violenza che esistono nel nostro ambiente, non otterremo grandi cambiamenti. Tutta la cittadinanza deve essere coinvolta nella lotta contro la violenza sulle donne – dalle case al sistema educativo e alle istituzioni. E’ ora di smantellare gli stereotipi che sostengono la violenza.”

La percezione della violenza deve cambiare – Tran Thi Bich Loan, Vice Direttrice del Dipartimento per l’eguaglianza di genere, Vietnam:

“L’idea che i perpetratori abbiano il diritto di commettere atti violenti ha normalizzato la violenza contro donne e bambine. La violenza non è parte della “natura” di un uomo. E’ qualcosa che è stato nutrito e tollerato. Il rispetto per il diritto di ognuno alla libertà e alla dignità deve cominciare dalle nostre azioni più piccole e semplici.”

La complicità culturale che crea e alimenta violenza deve cessare – Sagina Sheikh, attivista comunitaria (è un’adolescente e oltre a essere un’attivista contro la violenza di genere, sta affrontando ogni disagio dell’ambiente in cui vive, dal riciclo dei rifiuti al bisogno di installare impianti sanitari nelle case), India:

“La cultura popolare gioca un ruolo importante per perpetuare le molestie sessuali. I ragazzi spesso usano canzoni e film che promuovo lo stalking, o fanno riferimento alle ragazze come merci a disposizione, per giustificare il loro comportamento e fare commenti osceni. Si sentono mascolini solo quando tormentano le ragazze, ma sarebbero veramente tali se rispettassero il consenso e capissero che no significa no.”

I miti sulla violenza devono essere cancellati – Sevda Alkan, Forum dell’Università di Sabanci, Turchia:

“La gente pensa che se una donna ha un alto grado di istruzione o indipendenza economica non sarà soggetta ad alcuna forma di violenza. Non è vero. Raccomando a tutti di apprendere i fatti e i dati sulla violenza domestica e di condividerli ovunque.”

e Nadhira Abdulcarim, Ostetrica e ginecologa, Filippine:

“C’è un bel po’ di stigmatizzazione, nella nostra società, sull’abuso sessuale. Molte non denunciano perché è tabù, perché la reputazione tua e della tua famiglia ne soffrirebbe – non solo dei parenti stretti, persino la reputazione della famiglia estesa. Questa è l’istanza di cui mi sto occupando. Promuovere consapevolezza è cruciale.”

Il femminismo non ha mai ucciso nessuno – Paola Mera Zambrano, Consiglio nazionale per l’eguaglianza di genere, Ecuador:

“La violenza di genere contro le donne disabili è prevalente, ma come società non riconosciamo la sua esistenza perché farlo sarebbe riconoscere la crudeltà della società stessa. Ignoranza e pregiudizio sulle disabilità fungono da ostacoli all’azione e rinforzano i ruoli di genere cosiddetti tradizionali, facendo di “femminismo” una parola proibita. Però sino a questo momento il femminismo non ha ucciso nessuno, cosa che invece la mascolinità tossica fa ogni giorno.”

Maria G. Di Rienzo

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