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Posts Tagged ‘diritti umani’

“È inutile che vi sforziate di dare dignità a questa lurida zecca di sinistra per avere visibilità: è solo una terrorista che farà la fine che merita e voialtri siete una pletora di mummie, completamente decontestualizzate dalla vita reale (ecc.)”

da: “Le meraviglie di Facebook”, data 20 febbraio 2020, autrice una poliziotta della questura di Grosseto, soggetto Carola Rackete (la lurida zecca) e chiunque non la insulti a sangue (le mummie decontestualizzate).

Dignity Statue

(questa statua si chiama “Dignità” e si trova nei pressi di Chamberlain, South Dakota. La donna nativa americana indossa un “mantello di stelle”. A mio insindacabile giudizio è un’immagine che sta molto bene qui.)

Il post è ovviamente rimbalzato un po’ troppo ed è stato rimosso, ma quando hanno fatto notare alla vice ispettrice che aveva passato il limite, costei ha più o meno risposto citando la “libertà di espressione” e rivendicando di poter pensare quel che vuole sulle ong. Non so se abbia anche detto “è il concetto che conta”, visto che “Carola zecca terrorista” non è esattamente un’opinione sulle organizzazioni non governative – le quali, ma sicuramente la poliziotta lo saprà, coprono uno spettro di interventi vastissimo e assai variegato, non limitandosi al soccorso in mare. In genere hanno scopi umanitari e filantropici e sono dirette al sostegno di persone in difficoltà: sarebbe interessante sapere perché questo la disturbi visto che facilita, anziché ostacolare, la sua attività professionale (se qualcuno che ha fame e non ha soldi può ricevere un pasto gratuito sarà meno incline a rubare dalle bancarelle del mercato, se qualcuno riceve addestramento alla nonviolenza saprà come risolvere un conflitto senza ricorrere ad azioni che violano il codice penale, e così via).

Inoltre, la magistratura italiana ha lasciato cadere ogni accusa contro Carola Rackete, avendo verificato come corretto e conforme alle leggi il suo comportamento quale capitana della Sea Watch. Ciò solleva qualche perplessità, perché è singolare che a sconfessare i tribunali sia un membro delle forze dell’ordine con il compito (tra gli altri) di mandare le persone sospettate di reati in quegli stessi tribunali.

Capisco che sia difficile sottrarsi alla propaganda – la vice ispettrice usa le stesse identiche parole che il leader della Lega ha ripetuto ossessivamente tramite media e social media – perché come uno accende la tv si trova Salvini da qualche parte che sbraita tutto e il contrario di tutto, non avendo un’opinione sensata su nulla, facendo sentire compreso chiunque sia frustrato per qualsiasi motivo e non voglia assolutamente rifletterci sopra. Basta urlare. Inveire, insultare, demonizzare. Nessun problema si risolve, ma intanto si sono sfogati – e se poi, con sforzi di segno completamente opposto, il problema in qualche modo si attenua o scompare, a seconda dei casi negheranno la realtà, si attribuiranno meriti che non hanno o si scateneranno su una seconda questione con lo stesso metodo.

Forse la poliziotta di Grosseto non ha idea di cos’hanno provato i cittadini come me leggendo il suo post. E’ un’ipotesi migliore del pensare che farli sentire aggrediti e disprezzati da chi indossa una divisa con lo scopo di difenderli fosse proprio il suo intento.

Tuttavia, adesso so di essere per lei una lurida zecca di sinistra nonostante io sia una persona civile e incensurata, usi la doccia regolarmente e indossi indumenti puliti. Farò la fine che il destino ha in serbo per me, perché per quanto la vice ispettrice pensi di essere determinante nel pronosticare i destini altrui si sbaglia di grosso. Spero solo – prima di questa fine – di non abitare mai a Grosseto, dove se per sventura avessi bisogno della tutela della polizia di stato rischierei di imbattermi in lei. Mi pare chiaro che uso si farebbe, in caso, dei miei diritti costituzionali e della mia dignità.

Maria G. Di Rienzo

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(tratto da: “Murders of women and girls are soaring – are we dismissing the danger of controlling men?”, di Sarah Green – in immagine – per The New Statesman, 14 febbraio 2020, trad. Maria G. Di Rienzo. Sarah Green è la direttrice della “End Violence Against Women Coalition”. Nel pezzo fa riferimento all’aumento dei femminicidi in Inghilterra e Galles, ma molte delle sue osservazioni sono ampiamente generalizzabili.)

sarah

Perché questi omicidi stanno aumentando?

Le attiviste per i diritti delle donne stabilirono un’agenda decenni or sono nominando la violenza domestica, costruendo i necessari servizi di sostegno per rispondere alle crisi e sfidando perpetratori e autorità nei tribunali.

A seguito di ciò, polizia e Comuni hanno assorbito una certa dose di addestramento e ideato un sistema per calcolare in apparenza il basso, medio o alto livello di rischio in cui una donna a loro nota può trovarsi in un determinato momento.

Tuttavia ci sono serie preoccupazioni sul fatto che il sistema di “valutazione di rischio” possa essere approssimativo e di scarsa utilità nelle mani di operatori che non comprendono i comportamenti di dominazione, bullismo e relativi ai ruoli di genere che stanno al centro della violenza domestica.

I rapporti sugli omicidi in ambito domestico, in seguito a questi femminicidi (ndt. recenti in Inghilterra e Galles) sono stati raccolti e mostrano come le donne assassinate fossero state di frequente giudicate “a basso o medio rischio” e lasciate a un livello di allerta troppo basso per mantenerle al sicuro.

Questa scarsa capacità di giudizio si è basata spesso per percepire la violenza domestica “seria” come singoli episodi di violenza fisica, minimizzando nel contempo i comportamenti gelosi, di dominio e sorveglianza.

I rapporti mostrano anche che non è la polizia quella che ha le migliori opportunità di raggiungere vittime e perpetratori prima che l’abuso si intensifichi sino ad arrivare all’omicidio. Sono i servizi sanitari, in special modo i medici di base. Le donne che sono soggette ad abuso si recano dai medici con ferite, ansia, depressione e problemi relativi all’assunzione di sostanze più facilmente di quanto chiamino la polizia.

Anche i perpetratori tendono ad essere più presenti in scenari sanitari che in quelli della giustizia penale. Ma i medici di base non sono abitualmente formati a riconoscere la violenza domestica e ad indagare al proposito e si è scoperto che hanno “mancanza di curiosità professionale” al riguardo.

Similmente, i servizi sociali per la cura dei bambini sono in contatto con numerose donne ad alto rischio, ma la loro pratica di rendere le donne responsabili per la protezione dei bambini da uomini che loro stesse temono, ha l’effetto di cassare la possibilità che queste donne rivelino le loro paure. (…)

Pure, trattare la violenza domestica solo come una questione di fallimenti delle agenzie statali maschera il comportamento degli uomini che scelgono di abusare delle donne e di ucciderle. Noi dobbiamo chiederci: perché, nel 2020, ci sono ragazzi che crescono sino a diventare uomini che si sentono legittimati a controllare le donne che fanno parte delle loro vite?

Dovremmo anche riconoscere che i veri esperti in questo campo sono i servizi specialistici locali a sostegno delle donne, i quali sono nella migliore posizione per guidare la composizione di un lavoro coordinato sul campo per proteggere le donne. Però i loro fondi sono stati ampiamente decurtati nell’ultimo decennio.

Perciò, noi già conosciamo molto sulle assassinate, su chi sapeva di loro e su come il comportamento di dominio sia l’elemento motore. Sappiamo che la risposta primaria non è la polizia, il che spiega perché questo aumento di omicidi non può essere attribuito in modo semplicistico ai tagli al budget delle forze dell’ordine.

Gli omicidi di donne stanno verosimilmente aumentando perché noi non stiamo davvero tentando di prevenirli.

Dobbiamo smettere di minimizzare i comportamenti tesi al controllo, il che richiede una conversazione sulle norme di genere e la diseguaglianza. E abbiamo bisogno di servizi pubblici che credano alle donne quando esse dicono di sentirsi minacciate o spaventate, e capiscano che ciò non ha lo stesso aspetto per tutte le donne. Dobbiamo ridisegnare la nostra risposta mettendo le donne al centro e rendendo i perpetratori responsabili anziché invisibili. E per tutto questo abbiamo bisogno di leader e sostenitori in ogni settore della vita pubblica.

Senza di ciò, le donne continueranno a essere assassinate in percentuali allarmanti.

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Scambio su Twitter.

Giorgia Meloni: “Grazie a FDI è stata bloccata l’ultima oscenità del Pd: dare quasi un milione di euro del Mef (Nda. Ministero dell’Economia e delle Finanze), guidato da Gualtieri, alla Casa delle Donne, associazione di sinistra che si trova nello stesso collegio nel quale il Ministro è candidato. Non si usano Istituzioni per comprare consenso.”

Elettra: “Mi raccomando, al prossimo femminicidio risparmiaci la tua ipocrita, falsa indignazione.”

la casa siamo tutte

Meloni in questi giorni è sui quotidiani perché ha partecipato a un convegno conservatore negli Usa e si è fatta fotografare davanti alla Casa Bianca (visto che non aveva l’invito a entrarvi). Ai reporter ha detto che Trump è stato probabilmente mal consigliato quando ha espresso sostegno a “Giuseppi” Conte, ma che nel suo intervento al congresso suddetto “ha usato toni che ispirano anche la nostra azione politica” è che la sua è “la ricetta che vogliamo portare in Italia, dove anche noi vogliamo difendere i nostri prodotti, le nostre aziende, i nostri confini e le nostre famiglie”.

Ma le vittime della violenza, quelle a cui la Casa delle Donne offre accoglienza e sostegno, no. Nessuno deve difenderle. Meno che mai la nazione in cui vivono. Buttiamole per strada assieme alle attiviste, che vadano a “farsi prendere per la passera” dall’illuminato statista Donald Trump e dai suoi epigoni nostrani. Perché per le donne la “ricetta” è questa.

Maria G. Di Rienzo

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feminism - monica garwood

(“Femminismo”, dipinto di Monica Garwood)

Gentile sig.a Francesca Sofia Novello, sono ormai venti giorni che la “vipperia” mediatica italiana ripete “la frase accusata di sessismo (che la riguarda) è stata fraintesa”, compreso chi l’ha proferita; venti giorni di battute stantie da parte di Fiorello (fate un passo avanti e lasciate stare Sanremo – perché sa, dipende solo da noi diventare presidenti di repubblica: non è che una composizione di votanti 30 f / 70 m – quando va bene – abbia peso, Amadeus sei diventato un mostro, Amadeus mi ha voluto perché sono bello, ecc.); venti giorni di “difese” del presentatore e di lei stessa da non si sa cosa, vuote di argomentazioni sensate e condite da una colata di ingiurie velate o esplicite a chi si è permesso di dire “questo scenario non mi sta bene”.

Anche lei ha reiterato più volte di non essere offesa, che il presentatore non è stato capito nel mentre capiva benissimo lei, che è stata semplicemente lodata perché vuole brillare di luce propria, eccetera. E in molte hanno spiegato, a lei e agli indignati e frementi vip, che la cosa andava oltre la sua persona e che la reazione era dovuta al desiderio di un cambiamento della rappresentazione femminile nella televisione pubblica: pagata anche dalle donne, che quindi pagano anche i compensi astronomici conferiti a conduttori e cantanti e figuranti della kermesse in questione – anche il suo.

Adesso esce la sua intervista rilasciata a Vanity Fair ove oltre a ripetere tutta la manfrina summenzionata lei dichiara:

“Sono stanca che molte donne parlino per me: perché nessuna donna che era lì in conferenza si è sentita offesa e tutte quelle hanno ascoltato da fuori sì? La verità è che ho smesso di farmi domande quando sui social venivo insultata e criticata proprio dalle donne, le prime che esaltavano il femminismo e parlavano di solidarietà e del bisogno di essere tutte vicine in una battaglia. Leggere commenti così cattivi e così frustrati mi ha fatto male. (…) Quello che non si dice è che questo femminismo, in merito a questa faccenda, io l’ho sentito cattivo, completamente in contraddizione con quello che professa. In queste settimane sono stata bullizzata sui social dalle donne, molto spesso madri di famiglia, in un modo che neanche s’immagina. Allora mi chiedo: è questo il femminismo di cui andare fiere?”

Che sui social media si scatenino senza freno idioti e maleducati di tutti i tipi e di ambo i sessi non mi sorprende (per quanto mi disturbi e mi dispiaccia, caso suo compreso), ma naturalmente qui il bersaglio deve spostarsi per guadagnare titoli e citazioni dell’intervista e nuovi articoli e non riguarda più le azioni di cui singole persone sono responsabili, ma un soggetto di cui lei sembra non sapere nulla: il femminismo, che infatti descrive accordandosi alla vulgata in auge – è cattivo, contraddittorio e professato da donne frustrate, niente di cui andar fiere.

Secondo lei questo “non si dice”? A me non risulta, perché leggo / sento cose identiche quotidianamente da quando avevo 14 anni (e da allora sono passate ere geologiche, era il 1973) e mi calpestavano o mi trascinavano in centrali di polizia durante le manifestazioni pro diritti delle donne. Il nostro impegno ha ottenuto diverse cose che sono andate a beneficio di tutte le donne, lei compresa, e il nostro impegno non è mai cessato ed è costante perché sessismo, discriminazione e violenza correlata sono vivi e vegeti: provi a fare una ricerca in merito alla biblioteca universitaria, visto che studia Giurisprudenza, perché oltre a non parlare per lei io non intendo posare da sua insegnante.

Non ho ne’ tempo ne’ voglia neppure per la “difesa non richiesta dalla modella 26enne”, difatti tutto quel che ho scritto a proposito della sua persona è che se a lei il quadro dipinto da Amadeus stava bene la cosa era del tutto legittima e non discutibile ne’ da me ne’ da altre/i.

La sua intervista include anche questi passi:

1. “Mi fa male quando si limitano a giudicarmi solo esteriormente ignorando completamente che dentro di me c’è tanto altro. Se mi conoscessero scoprirebbero che ho qualcosa da dire, che ho un cervello e delle idee (…)”

Lo capisco, tuttavia la professione che lei ha scelto consiste proprio nell’essere “giudicata solo esteriormente”: le modelle sfilano in passerella, posano per servizi fotografici, salgono sui palcoscenici attorniando l’uomo importante di turno (presentatore o stilista) e sorridono. Conoscerle di persona per sapere chi sono accade di rado e comunque non è richiesto dal mestiere. Certamente come ogni essere umano lei ha un cervello e delle idee, comprese quelle assai fuori contesto sul femminismo, e dubito che qualcuna/o lo abbia negato.

2. “Da quando dire che una donna è bella significa dire che è scema? (…) Perché una frase porta a tutto questo putiferio e non si affronta con la stessa energia la questione delle donne che vengono picchiate e discriminate in Italia e nel mondo tutti i giorni?”

La menata della “bella e scema” non l’ha creata il femminismo, sig.a Novello, è uno dei tanti stereotipi della misoginia patriarcale gettati addosso alle donne, proprio come quello della femminista brutta, feroce e frustrata. Conoscere le donne ai sessisti non interessa un fico secco: sono belle o non sono belle, sono scopabili o no, ma restano creature inferiori che possono “essere picchiate e discriminate in Italia e nel mondo tutti i giorni”.

La nostra energia nell’affrontare la questione, che con l’imposizione alle donne dei canoni di bellezza e comportamento purtroppo ha molto a che fare, come le ho già detto è costante, diffusa e tenace: siamo noi a tenere in piedi le reti antiviolenza, siamo noi a scendere in piazza, siamo noi a fare richieste alla politica, siamo noi a fare pressione in sedi internazionali, siamo presenti in pratica ovunque con associazioni o gruppi di lavoro e siamo noi quelle che cercano di cambiare il modello culturale in cui la violenza di genere nasce e prospera. Per cui, noi abbiamo contestato quello stesso modello riproposto nella conferenza stampa a cui lei ha partecipato.

Ma se lei la nostra energia la misura da quel che ne appare in tv o sui quotidiani del mainstream ovviamente non sarà in grado di individuarla e valutarla. Il lavoro del femminismo non ottiene la stessa attenzione del suo fidanzato, di Sanremo e delle modelle. Figuriamoci.

Maria G. Di Rienzo

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“La soluzione definitiva nella lotta contro la violenza è raggiungere l’eguaglianza.”, Marijana Savic – in immagine – fondatrice e direttrice dell’ong Atina e del Bagel Bejgl Shop.

marijana

L’associazione combatte il traffico di esseri umani e la violenza di genere e dà sostegno alle donne rifugiate, lo “shop” è un’impresa sociale creata come spazio sicuro per le donne sopravvissute alla violenza, in cui le stesse apprendono nuove abilità e acquisiscono opportunità lavorative. Marijana vive in Serbia ed è un’attivista per i diritti umani da vent’anni.

Sulle donne nei flussi migratori ha molte cose interessanti da dire:

“Poiché siamo un’organizzazione femminista abbiamo osservato le donne che stanno facendo questo viaggio e abbiamo visto che nessuno presta loro attenzione e, sia perché questa è la vita nelle società patriarcali, sia perché molte cose non sono loro accessibili, le donne si stanno nascondendo ancora di più: si ritirano dietro persone che possono essere familiari ben intenzionati o no, in maggioranza dietro a uomini che assumono il ruolo dato da un sistema patriarcale – prendono la guida e prendono decisioni. Abbiamo anche visto che non c’è assolutamente alcun meccanismo predisposto per raggiungere queste donne e le loro necessità. Allora, abbiamo deciso di mettere a disposizione parte delle risorse di Atina e di cominciare a costruire capacità in questa direzione, perché neppure noi eravamo preparate ad affrontare la situazione. Ora siamo in tutti i luoghi ove vi sono donne e bambine rifugiate.

Aiutiamo altre organizzazioni a includere questa visione nel loro sostegno ai rifugiati di modo che siano in grado di riconoscere i segnali d’allarme che indicano una persona in difficoltà, le differenti necessità di una donna o il fatto che le donne stiano cercando risposte in modo differente, e che siano sensibilizzate su tutte le cose orribili che accadono lungo la via, non solo i casi di violenza di genere o traffico di esseri umani, perché è difficile rilevarle se non vi è un meccanismo predisposto che permette alle donne di aprirsi e condividere senza paura le proprie esperienze.

Nessuna dirà “Sì, sono una vittima, ho sofferto questa violenza e quest’altra, sono stata stuprata in quel posto, ed eccomi qui ora, vengo a dirti ciò.”: perché questo accada è necessaria un’atmosfera di sostegno. L’atmosfera non dovrebbe essere minacciosa e nel responso ai flussi migratori tutto è non supportivo e minaccioso, a partire dalla maniera in cui sono stabiliti i criteri per dire chi è un rifugiato e chi non lo è, criteri che cambiano continuamente. Questo vale per tutta la popolazione attualmente in viaggio, sia donne sia uomini, ma c’è una differenza nel modo in cui le informazioni al proposito raggiungono le donne e gli uomini.

In maggioranza le donne che arrivano sono meno istruite, non hanno avuto l’opportunità di andare a scuola, hanno vissuto in ambienti in cui non era loro permesso comunicare con estranei in special modo se costoro erano uomini, non conoscono lingue straniere, possono solo affidarsi a chi riveste il ruolo guida e costui può essere un trafficante, una persona benintenzionata o qualcuno che abusa di loro.

Ascoltando queste donne e parlando con loro, capisci che delle semplici cose potrebbero risolvere alcuni problemi, ma sono spaventate, temono per se stesse, per le loro figlie, hanno paura di essere assalite sessualmente o sfruttate, e noi le stiamo mettendo negli stessi posti con gli uomini, a passare giorni e notti sino a che sia presa una decisione politica ad alto livello. Le donne sono affamate di informazioni, delle informazioni più basilari: dove si trovano, quali servizi sono loro disponibili in questo posto, dove andranno e cosa le aspetta, quali sono i loro diritti, quanto qualcosa costa – e nessuna di queste informazioni le raggiunge, perché esse sono condivise con un uomo in grado di parlare la lingua locale. Nessuno chiede loro come stanno.

L’integrazione e la protezione delle persone che rimarranno qui richiederebbe la costruzione di un sistema serio che copra istruzione, salute, procedure amministrative, protezione sociale e lavoro. Almeno queste cinque aree che ho menzionato dovrebbero introdurre dei cambiamenti per accordare le loro regole alle necessità di integrazione delle persone che vogliono rimanere. Attualmente il sistema relativo all’asilo è disegnato attorno al concetto di un uomo politicamente attivo e politicamente perseguitato nel suo paese, ma ci sono persecuzioni e guerre che stanno travolgendo tantissime persone, donne e uomini. La protezione è stata pensata senza includervi la prospettiva di genere e quali sono le esperienze e le sofferenze di donne e uomini al proposito, ne’ la loro specificità nel contesto delle società da cui provengono.

E’ necessario un intero nuovo meccanismo per cui l’integrazione non si riduca alle classi per imparare la lingua, gestite da volontari un’ora alla settimana, ma che faccia di questo il primo passo per entrare in un sistema: i bambini che sono qui dovrebbero essere ammessi a scuola immediatamente e le persone che richiedono protezione qui devono essere informate sul locale ordinamento sociale, legale e politico. Da un lato devono essere informati, dall’altro è necessario che assumano su se stessi gli obblighi relativi e agiscano in accordo ad essi, perché dobbiamo essere consapevoli che molte persone vengono da regioni e paesi in cui a una ragazzina di 12 anni è proibito uscire di casa se non accompagnata da un maschio adulto.

Ci dev’essere un potenziamento economico, dev’essere creato un sistema di protezione sociale, per fornire alloggi adeguati, ma anche una seria valutazione dei bisogni, delle abilità e delle risorse di queste persone affinché possano essere indirizzate verso programmi che diano loro la possibilità di reciprocità nelle relazioni con noi e di essere competitivi sul mercato del lavoro. Questo è vero per donne e uomini e dovrebbe essere un principio guida e un impegno: lo sforzo di operare cambiamenti per essere in grado di includere queste persone in futuro, perché dobbiamo smettere di pensare che siano qui solo di passaggio.”

Maria G. Di Rienzo

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L’organizzazione umanitaria Plan International UK e la fotografa Joyce Nicholls hanno viaggiato per tutto il Regno Unito incontrando ragazze e giovani donne, per sapere da loro cosa considerano importante in materia di sicurezza pubblica, immagine corporea, social media e femminismo. Il risultato è che tutte hanno espresso frustrazione per la mancanza di un vero progresso nell’eguaglianza di genere. La ricerca si chiama “What young women think in 2020” e le due testimonianze tradotte di seguito ne fanno parte.

blaithin

Bláithín, 16 anni, Derry

“C’è un grosso fraintendimento su cosa sia una femminista. La gente si limita a presumere: “Sarebbe che le donne devono essere meglio degli uomini, le donne sono meglio degli uomini sotto tutti gli aspetti, gli uomini non sono nulla” e non è niente di tutto questo. Ignorano di che si tratta e prima di parlare dovrebbero cercare di informarsi. La mia definizione di femminista è: qualcuno che difende i diritti di tutti e vuole che tutti abbiano le stesse opportunità nella vita. Tutti dovrebbero, in effetti. E’ questo che io non capisco, perché come esseri umani dovremmo darci sostegno l’un l’altro. Specialmente come ragazze dovremmo farlo. Perché non si dovrebbe volere il meglio per le persone che abbiamo intorno?”

Hannah

Hannah, 15 anni, Scottish Highlands

“Penso che il femminismo abbia un’importanza enorme in questo momento. Ma c’è un sacco di gente che continua a dire cose come “Oh, è odiare gli uomini” e “Siamo già tutti uguali” e non è vero. Ho la sensazione che ci sia bisogno di maggior consapevolezza. E’ come se fossero spaventati perché pensano che le donne diventeranno superiori e tratteranno gli uomini come gli uomini le hanno trattate per secoli. Gli uomini sono sempre stati più in alto delle donne e probabilmente hanno paura di quel che non conoscono.”

Maria G. Di Rienzo

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survivors

Da sinistra, nell’immagine di Elizabeth Pratt dell’ong “Too Young to Wed” – “Troppo giovane per sposarsi”, potete vedere Rosillah, Nachaki, Modestar, Eunice e Monicah. Sono sopravvissute a mutilazioni genitali e matrimoni precoci. La fotografia è stata scattata nel novembre scorso a Nairobi in Kenya, dove le ragazze hanno partecipato al summit per il 25° anniversario della Conferenza de Il Cairo (ove, nel 1994, 179 governi adottarono un Programma d’azione per donne e bambine), sostenute da “Too Young to Wed”, dalla “Samburu Girls Foundation” e dal Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione.

Monicah è stata mutilata a 10 anni. Subito dopo, il fratello l’ha data in moglie a un uomo di 32: “Voleva le capre e le mucche che sarebbero arrivate come pagamento del prezzo della sposa. – ha raccontato alla platea dei delegati – Sono rimasta con il mio allora marito per una settimana, poi il capo villaggio e gli agenti di polizia sono venuti a prendermi.” Mutilazioni genitali e matrimoni di bambine sono infatti fuorilegge in Kenya, ma il 21% delle donne del paese comprese fra i 15 e i 49 anni le hanno subite, così come il 23% di quelle fra i 20 e i 24 si sono sposate prima dei 18 anni.

Dopo essere stata soccorsa, Monicah ha ricevuto una borsa di studio dalle ong summenzionate ed è rapidamente diventata una delle migliori studenti nella sua classe. E’ anche diventata un’attivista che lavora con altre sopravvissute per mettere fine alle violazioni dei diritti umani da lei stessa subite: globalmente, si stimano oggi in circa 200 milioni le bambine e le donne che vivono con le mgf, mentre una ragazza su cinque diventa una moglie ben prima di essere maggiorenne.

Eunice aveva parimenti 10 anni quando fu costretta a sposare un 75enne: “Forse qualcuno ha ricevuto ispirazione dalla mia storia e potrebbe cominciare a cambiare le cose aiutando le ragazze che stanno attraversando le difficoltà che ho attraversato io.”

Il summit di Nairobi si è concluso con oltre 400 impegni presi e sottoscritti da politici e organizzazioni presenti per mettere fine ai matrimoni precoci e alle mutilazioni genitali femminili.

“Ma devono lavorare con passione – ha sottolineato Eunice – non solo per avere riconoscimento o addirittura per avere soldi: devono lavorare per sostenere i diritti umani delle donne… e per conquistare a questo il mondo intero.”

Monicah è completamente d’accordo e ha aggiunto: “Credo che le ragazze possano fare qualsiasi cosa.”

Maria G. Di Rienzo

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