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Posts Tagged ‘diritti umani’

I controlli più recenti rilevano che molti cervelli italiani non sono mai stati sottoposti ad update dai loro proprietari. Le conseguenze dell’interfacciarsi giornalmente con il mondo tramite software non adeguato variano e toccano diversi livelli di gravità, ma generalmente possiamo dire che esse impediscono alle persone con cervelli non aggiornati di individuare in quale secolo vivono, di tracciare limiti etici a parole e azioni e di riconoscere gli altri esseri umani per tali (di solito sono scambiati per Pokemon da catturare o abbattere).

Qui di seguito sono disponibili alcuni aggiornamenti software per materia grigia: chi ne avesse necessità e decidesse di scaricarli rammenti alla fine di riavviare il cervello.

SOFTWARE DECREPITO ancora in uso durante il mese di marzo 2019:

1. Ciò che sta attorno a una vagina-bersaglio, il resto del corpo di una donna così come la sua volontà, è irrilevante – l’importante è fare centro: infatti, tre stupratori di una ventiquattrenne (località S. Giorgio a Cremano) sono accolti da applausi, ululati di incoraggiamento e commozione alla loro uscita dal commissariato e rispondono sorridendo ai loro sostenitori (parenti e amici) prima di essere trasferiti in carcere.

UPDATE: a) Le donne sono esseri umani, intere, indivisibili, dotate di dignità e diritti, uniche titolari della propria sessualità; b) chi distrugge e segna le loro vite con la violenza è un delinquente, non un supereroe.

Inoltre, ciò che i tre ventenni hanno fatto non è la “sintesi perfetta dell’inconsapevolezza giovanile che sfocia nell’incoscienza più estrema” (rimando giornalistico obsoleto a “Gioventù bruciata”): erano del tutto consapevoli durante il precedente tentativo di violenza effettuato venti giorni prima, hanno orchestrato un nuovo incontro fingendo di volersi scusare, hanno stuprato la loro vittima e poi si sono tranquillamente allontanati a passo d’uomo, “forse perché convinti di farla franca”. Togliete il “forse”, i fuochi d’artificio fuori dalla stazione polizia lo rendono falso: nella loro cerchia più prossima non vi è un solo cenno di riprovazione e un po’ di sentenze successive sulla violenza di genere hanno ribadito che gli uomini sono piume al vento travolte dalle loro devastanti emozioni, picchiano stuprano uccidono senza sapere quel che fanno… se ipoteticamente la difesa gira la storia a questo modo e trova un/una giudice che non ha ancora aggiornato il software la faranno franca (quasi del tutto) proprio come speravano.

2. Le minorenni sono grandi abbastanza per fare di loro tutto quel che ci pare e abbastanza piccole per essere tenute in soggezione.

In quel di Cuneo abbiamo l’alpino trentenne “incensurato e insospettabile”, nonché sposato e padre, che aggancia una tredicenne e si fa inviare foto di lei nuda, la ricatta con la minaccia di diffonderle per averne altre e stuprarla (quest’ultima è la forma più esatta del circonvoluto costrutto “avere con lei rapporti sessuali non consensuali e senza protezioni”) e quando la ragazza si ribella la pesta.

In quel di Agrigento sempre una tredicenne è costretta a prostituirsi con abusi, violenze e minacce di morte: i suoi magnaccia sono la madre e l’amico di costei.

Da Roma invece arriva il “maestro” regista che adesca ragazze online con la promessa di una carriera nel cinema, le invita a finti provini e le stupra: delle cinque per cui è stato arrestato, due erano minorenni all’epoca dei fatti.

UPDATE: No, le ragazzine non vi appartengono: neppure se le avete messe al mondo. Non sono in giro per la vostra soddisfazione, sono esseri umani titolari di diritti umani a cui sono dovuti rispetto e tutela.

3. Questa donna sta con me, quindi è mia e deve fare quel che voglio io: altrimenti mi viene un raptus.

A Reggio Calabria il software decrepito si concretizza con il signore che “ha aperto lo sportello dell’auto della ex moglie, ha gettato addosso alla donna del liquido infiammabile, poi le ha dato fuoco”. La donna ha riportato ustioni gravi. Il tizio, con precedenti per maltrattamenti in famiglia, era evaso dagli arresti domiciliari a Ercolano “per compiere il folle gesto” (secondo i giornali: altra ricaduta del software inadeguato) e poi se l’era squagliata: probabilmente era ancora sotto l’effetto del terribile raptus quando lo hanno beccato il giorno dopo mentre cenava in pizzeria, giacché non risulta che stesse inondando di lacrime i carciofini in preda al rimorso.

A Salsomaggiore, il raptus ha obnubilato un gentile signore per ben sette mesi, durante i quali costui ha abusato della sua convivente al punto che quest’ultima ha tentato il suicidio. Ma il raptus è continuato sino all’exploit di un pestaggio con annessa distruzione di mobili ecc.: il gentile signore ha usato calci, pugni, bastone, assi di legno o di metallo, procurando alla donna traumi e fratture in varie parti del corpo per una prognosi di oltre 40 giorni.

“In un attimo di lucidità, – scrivono articolisti sotto l’influenza di software inadeguato – resosi evidentemente conto delle condizioni in cui versava la compagna, le ha permesso di medicarsi senza però darle la possibilità di contattare il 118, in quanto nel frattempo le aveva distrutto il telefono cellulare. La mattina seguente, dopo aver recuperato i suoi effetti personali, l’uomo lasciava l’abitazione. – Supponiamo ancora “inraptussito”, quindi impossibilitato ad assumersi la responsabilità delle sue azioni e a soccorrere la donna – La vittima, in stato confusionale e a seguito delle lesioni riportate, trascorreva tutta la giornata del 6 marzo a letto senza la possibilità di chiedere aiuto. Solo il giorno dopo riusciva a mettersi in contatto con i vicini di casa.”

UPDATE: Andate a quel paese. La violenza non ha e non può avere giustificazioni di sorta, quali che siano le circostanze: è sempre una scelta. Vergognatevi.

Chiedo scusa, sembra che il server abbia qualche problema. Ma voi che non aggiornate i cervelli, proprio voi, ne avete di più.

Maria G. Di Rienzo

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madrid 8 marzo 2019

“Vogliamo il vostro rispetto, non i vostri complimenti”: questo scandivano le donne durante le manifestazioni spagnole per l’8 marzo; il “titolo” che portavano tutte le iniziative era “Abbiamo mille ragioni”. L’immagine – da El País – è relativa a quella di Madrid: la dimostrazione delle donne ha superato colà le 350.000 presenze (a Barcellona erano 200.000). Lo sciopero di due ore indetto dalle organizzatrici ha raggiunto l’80% nelle università e il 61% nelle scuole secondarie superiori. I sondaggi dicono che poco più del 64% delle ragazze spagnole sotto i 25 anni si definisce femminista.

Fra le mille ragioni, le dimostranti hanno abbondantemente citato la violenza di genere, il divario sui salari e gli ostacoli all’accesso alle posizioni di responsabilità, nonché la crescita della destra spagnola che ha determinato uno spostamento verso posizioni retrive da parte del Partito Popolare (interruzione di gravidanza). La riuscita di centinaia e centinaia di manifestazioni – per farvi un esempio solo in Andalusia ce ne sono state 139 – ha mandato in pallone i politici di destra che hanno gridato al sequestro dell’8 marzo da parte della “sinistra femminista”.

Quest’ultimo concetto è qualcosa che io non sono mai riuscita a vedere in opera, meno che mai in Italia sebbene a diversi intervalli il termine sia infilato nelle piattaforme e più raramente nelle definizioni da slogan elettorale di aggregazioni di micro partiti e soggetti vari. “Ecologista” è sdoganato (non ti dicono più che vuoi piantare le margherite sull’A4), “nonviolento” un po’ meno ma ci sono buoni segnali (quelli che ti dicono “Allora ti va bene prenderle” si sono leggermente ridotti), “femminista” è ancora verboten e ogni volta che lo pronunci, lo scrivi, lo rivendichi devi maneggiare insulti, minacce, deliri e patetiche pseudo-spiritosaggini.

Io non credo si tratti di mancanza di informazioni: solo usando internet con un pizzico di intelligenza persino l’individuo più disinformato può crearsi una base di conoscenza (e ascoltare le donne / le femministe è sempre una possibilità).

Io non credo si tratti di differenze di opinioni: le aggressioni dirette alle femministe mancano in toto di argomentazioni razionali e in generale di quel minimo di educazione necessario a una conversazione sensata.

Io non credo si tratti di difficoltà di comprensione dovuta a linguaggi criptici o ultra specialistici: la frase “Vogliamo rispetto, non complimenti” necessita, per essere capita, di un apprendimento di base della lingua parlata normalmente accessibile anche a un analfabeta.

Io non credo si tratti della “crisi” degli uomini (ormai più che quarantennale in Italia) provocata dall’avanzamento, lento e costantemente messo in questione e in pericolo, dei diritti umani delle donne.

Io credo si tratti di mancanza di coraggio. Credo che troppi appartenenti alla sinistra italiana, uomini e donne, siano codardi, privi di prospettiva (e di sogni che non riguardino il proprio personale successo, sogni collettivi), subalterni alla visione del mondo dei loro avversari, complici per volontà o superficialità dell’attuale clima culturale del paese in cui l’attitudine medievale verso le donne, invece di arretrare, avanza spedita a colpi di passerella obbligatoria per tutte le età e qualsiasi professione, tribunali macho-friendly (per esempio, se una donna è “brutta” non può essere stuprata: clamoroso falso del 10 marzo 2019, smentito da tutti i dati in nostro possesso ovunque), concezione proprietaria e relativa oggettivazione di donne e bambine spinta al massimo livello (per cui si può ripetutamente stuprare la propria figlioletta di quattro anni, trasmetterle una malattia venerea e filmare il tutto per farsi una pippa nella pausa pranzo al lavoro: Cuneo, 9 marzo 2019), stupri e tentati stupri, femicidi e tentati femicidi (la scorsa settimana di cronaca la dice lunga sulla brutalità e sulla persistenza della violenza di genere in Italia).

Per uscire dal circo degli orrori è necessario come primo passo il riconoscere questi ultimi per tali. Il secondo è l’analisi di cause e conseguenze della violenza di genere, per la quale è disponibile almeno un secolo di lavoro femminista. Il terzo è la volontà di avventurarsi in un territorio diverso: cambiando comportamento, riscrivendo il proprio posto e il proprio senso rispetto all’esistente, sfidando l’attitudine che ridicolizza e umilia le donne senza darla per scontata o peggio ancora per “naturale”, osando accettare la libertà che il femminismo crea per ogni essere umano e vivendola in prima persona.

Maria G. Di Rienzo

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(“Graça Machel: Grassroots Voices Are Key to Fighting Gender Oppression”, Thomson Reuters Foundation, 8 marzo 2019, trad. Maria G. Di Rienzo. Graça Machel, in immagine, è vice presidente de Gli Anziani, fondatrice e presidente della Fondazione per lo sviluppo comunitario, del Centro Zizile per lo sviluppo del bambino e del Fondo che porta il suo nome.)

Graca Machel

Il Giorno Internazionale delle Donne è un importante promemoria per celebrare l’enorme valore e i contributi di donne e ragazze in tutto il mondo. E’ una tempestiva opportunità di sfidare le strutture e le psicologie patriarcali che continuano a trattare le donne da cittadine di seconda classe e negano loro pieni diritti umani. Ed è un momento per sferrare un contrattacco al flagello della violenza di genere che segna rovinosamente le vite di così tanti milioni di donne in ogni angolo del globo.

Le stime riportano che 35% delle donne al mondo – 1,3 miliardi di persone, cifra equivalente alle intere popolazioni dell’America del Nord e dell’Europa messe insieme – hanno fatto esperienza di violenza da parte del partner intimo o di violenza sessuale in qualche momento delle loro vite. Questo è un incubo intollerabile che terrorizza le nostre figlie, sorelle, madri, zie e amiche in ogni parte del globo.

La violenza contro le donne è anche uno strumento di danno economico: prima di tutto per le donne stesse, ma anche per la società nel suo complesso. Il costo finanziario della violenza contro le donne per l’economia è stato calcolato come il 3,7% del PIL in Perù e il 6,5% del PIL in Bolivia. Negli Usa, il costo della violenza da parte del partner intimo supera gli 8,3 miliardi l’anno.

Soprattutto, la violenza contro le donne è un’oscenità morale e una profonda ingiustizia. Perché sia affrontata in modo significativo e sradicata, abbiamo necessità di coltivare una cultura del rispetto ove gli uomini valutino le donne come loro vere eguali, le voci e i corpi delle donne siano tenuti in grande considerazione e legislazioni protettive siano create e applicate nei tribunali e nelle aule di governo.

La violenza contro le donne non è innata in nessuna cultura e in nessun continente. Può essere eliminata se vi è sufficiente volontà politica di istruire le popolazioni, in special modo gli uomini e i ragazzi, e di riformare strutture, istituzioni e pratiche tradizionali.

Sia economicamente, sia politicamente o socialmente, le donne non sono vittime passive dell’abuso, ma agenti del cambiamento il cui potenziamento e la cui liberazione renderanno libere le nostre società dai ceppi dell’oppressione.

Io ho lottato per la liberazione delle donne per la mia intera vita: come combattente per la libertà in Mozambico, come Ministra per l’Istruzione quando il mio Paese ha raggiunto l’indipendenza, come rappresentante delle Nazioni Unite e oggi come membro de Gli Anziani, il gruppo di leader indipendenti che ho co-fondato con il mio scomparso marito Nelson Mandela.

Sebbene vi siano stati parecchi progressi, in particolare negli standard del discorso e nei miglioramenti alla legislazione sull’eguaglianza, mi addolora vedere che così tante donne, specialmente bambine, siano ancora soggette ai cicli della terribile violenza di genere e dell’oppressione.

In anni recenti, c’è stata una reazione crescente contro l’abuso sessuale e la discriminazione negli ambiti dello spettacolo, degli affari, della società civile e della politica tramite i movimenti #MeToo e #TimesUp. Ogni sfida profonda e ad ampio raggio al costrutto della mascolinità e al patriarcato dev’essere uno sforzo collettivo compiuto da uomini e donne insieme, in spirito di solidarietà. Sino a che non affrontiamo le cause alle radici della discriminazione e non portiamo i perpetratori a rispondere alla legge, gli slogan sui social media rischiano di essere suoni vuoti in una cassa di risonanza fatta di persone che la pensano allo stesso modo.

Nel 2015, fu raggiunto l’accordo su una cornice che definiva quale progresso potesse essere implementato e misurato nella forma degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite. Quest’estate, le nazioni avranno l’opportunità di mostrare come stanno implementando l”Obiettivo n. 16, concentrato su pace, giustizia e istituzioni forti, all’ High Level Political Forum a New York. I governi dovranno dimostrare di essere determinati e di avere la volontà di promulgare leggi e di assicurare sentenze efficaci contro la violenza da parte del partner intimo. Il miglior modo di fare questo per i leader – specialmente per gli uomini – è di ascoltare le donne che stanno in prima linea e imparare da loro.

Gli Anziani hanno lavorato con gruppi della società civile in tutto il mondo per mettere in luce diverse istanze relative ai diritti umani. C’è molto da imparare dai loro sforzi per smantellare pratiche patriarcali dannose. Dal “Centro legale per le Donne” in Moldavia a “Rien Sans Les Femmes” nella Repubblica democratica del Congo, queste coraggiose difensore forniscono lezioni fondamentali su come mettere fine alla violenza di genere.

In questo Giorno Internazionale delle Donne, ergiamoci e facciamo numero in solidarietà con coloro che lavorano per costruire un mondo ove ogni donna sia in grado di dare piena espressione al suo potenziale e alle sue ambizioni senza timore di violenza.

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balance for better

(il tema dell’8 marzo 2019: miglior bilanciamento, miglior mondo)

Lasciateci in pace. Non abbiamo bisogno di mimose ne’ di spogliarelli.

Un unico giorno in un anno intero non dovrebbe costituire una richiesta gravosa, fatta da “metà del cielo” all’altra metà.

Lasciateci in pace offline e online. Non mettetevi a chiedere “quand’è la festa dell’uomo” (l’8 marzo è il Giorno internazionale della Donna, non una festività da calendario), non fate salti mortali per negare le cifre della violenza e della diseguaglianza che ci colpiscono, non mandateci immagini pornografiche e messaggi idioti, non chiedeteci foto di nudo o spettacoli di “burlesque”.

State fuori dall’8 marzo. Non compilate liste su cosa la donna è o dovrebbe essere, non ingarbugliatevi in elucubrazioni ignoranti e arroganti sui ruoli “naturali”, non diffondetevi in geremiadi sulle orrende colpe del femminismo e sulla conseguente vostra dolorosissima condizione di friend-zonati / lasciati / separati / divorziati.

Per un giorno solo, state in disparte. Se non volete ascoltare – e dopotutto non ascoltate per i restanti 364 giorni – va benissimo, ma oltre alle orecchie chiudete anche la bocca e tenete le mani in tasca.

Prendetevi una pausa di 24 ore dalle molestie, dalle battute squallide, dagli insulti veri e propri, dalle aggressioni, dalle violenze sessuali. E non saltate fuori come pupazzi a molla per strillare “non tutti gli uomini”: primo, siamo capacissime di vedere e apprezzare le differenze; secondo, noi non possiamo dire lo stesso, perché TUTTE le donne subiscono forme di discriminazione.

L’ultimo rapporto al proposito (1° marzo) è della Banca Mondiale – non esattamente il quartier generale della rivoluzione femminista. La ricerca ha preso in esame 187 nazioni per scoprire… quello che sapevamo già sulla nostra pelle: le donne di media hanno solo 3/4 della protezione legale garantita agli uomini in ambito lavorativo; i nostri salari restano più bassi a parità di orario e mansioni; la nostra libertà di movimento è limitata dalla violenza, la quale è anche il maggior ostacolo alla nostra indipendenza economica.

La Banca Mondiale stima in oltre 140 trilioni di euro (un trilione equivale a mille miliardi) la perdita globale relativa al non avere parità fra donne e uomini sul lavoro: e sono proprio le leggi, dice lo studio, a impedire alle donne di agire a tutto campo: “L’eguaglianza di genere è una componente critica della crescita economica. – ha dichiarato alla stampa la presidente ad interim della Banca Mondiale, Kristalina Georgieva – Se le donne avessero eguali opportunità per raggiungere il loro pieno potenziale, il mondo non solo sarebbe più giusto, ma più prosperoso.”

Per un solo giorno, l’8 marzo, pensateci su e lasciateci in pace.

Maria G. Di Rienzo

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(“I did it for my daughter, says woman arrested for headscarf protest in Iran”, di Emily Wither per Reuters, 14 febbraio 2019, trad. Maria G. Di Rienzo.)

azam

Il cuore di Azam Jangravi (in immagine sopra) batteva forte quando si arrampicò sulla cabina di un trasformatore elettrico, nell’animata Via della Rivoluzione a Teheran, un anno fa. Sollevò in aria il suo foulard e lo sventolò sopra la testa.

Si formò una folla. Alcune persone le urlavano di scendere. Lei sapeva fin dall’inizio che sarebbe stata arrestata. Ma lo ha fatto comunque, dice, per cambiare il paese a beneficio della sua figlioletta di otto anni.

“Ripetevo a me stessa: Viana non dovrebbe crescere nelle stesse condizioni in cui questo paese ha fatto crescere te.“, ha ricordato Jangravi questa settimana, durante un’intervista nell’appartamento di una località segreta fuori dall’Iran, ove sta attendendo notizie sulla sua richiesta di asilo.

“Continuavo a dirmi: Puoi farcela, puoi farcela. – ha dichiarato – Provavo la sensazione di un potere molto speciale. Era come se non fossi più del genere secondario.”

Dopo la protesta fu arrestata, licenziata dal suo lavoro in un istituto di ricerca e condannata a tre anni di prigione per aver “promosso l’indecenza” e aver “volontariamente violato la legge islamica”. Il tribunale minacciò di sottrarle la figlia, ma lei riuscì a fuggire dall’Iran – con Viana – prima di entrare in prigione: “Ho trovato un contrabbandiere (ndt. che fa uscire persone dal paese) con molta difficoltà. E’ successo tutto assai velocemente, ho lasciato dietro di me la mia vita, la mia casa, la mia automobile.”

disegno

Mentre parla, Viana fa dei disegni (in immagine sopra). Mostrano sua madre mentre sventola in aria l’hijab bianco. Sin dalla rivoluzione islamica in Iran, il cui quarantennale si dà questa settimana, alle donne è stato ordinato di coprirsi le teste per il bene del decoro. Le donne che contravvengono sono pubblicamente ammonite, multate o arrestate.

Jangravi è una delle almeno 39 donne arrestate lo scorso anno in relazione alle proteste sull’hijab, secondo Amnesty International che dice come altre 55 persone siano state imprigionate per il loro lavoro sui diritti delle donne, incluse donne che hanno tentato illegalmente di entrare negli stadi delle partite di calcio e avvocate che difendono le donne. Le autorità si spingono a “limiti estremi e assurdi per fermare le campagne (ndt. delle donne). – dice la ricercatrice di AI per l’Iran Mansoureh Mills – Fanno cose come il perquisire le case in cerca di spillette con su scritto Sono contro l’hijab forzato.” Le spillette sono parte dello sforzo continuato per mettere in luce la questione del fazzoletto, assieme alla campagna che vede le donne indossare hijab bianchi di mercoledì.

Jangravi ricorda ciò che le raccontava sua madre della vita prima della rivoluzione: “Mi disse che la rivoluzione aveva causato un grande ammontare di sessismo e che donne e uomini erano stati separati a forza.”

E’ stata ispirata ad agire dopo che altre due donne erano state arrestate per proteste simili sulla medesima strada. “Ovviamente non ci aspettiamo che chiunque si arrampichi sulla piattaforma in Via della Rivoluzione. – ha detto – Ma questo consente alle nostre voci di essere udite nel mondo intero. Ciò che noi “ragazze” abbiamo fatto è stato il rendere questo movimento qualcosa che continua a andare avanti.”

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ragazza impavida

La Ragazza Impavida parte per l’Australia.

https://lunanuvola.wordpress.com/2017/03/16/la-ragazza-impavida/

https://lunanuvola.wordpress.com/2017/06/01/non-ce-la-fanno-proprio/

https://lunanuvola.wordpress.com/2018/04/20/una-nuova-casa-per-la-ragazza-impavida/

In occasione del prossimo 8 marzo, la statua sarà posizionata nella zona di Federation Square a Melbourne: poiché l’area copre tre ettari e qualcosa gli australiani stanno ancora discutendo il posto preciso, ma l’entusiasmo che circonda l’evento è già palpabile.

A pagare il biglietto, per così dire, alla nostra amica sono due Fondi pensionistici di investimento (Cbus e Hesta, quest’ultimo a maggioranza di clientela femminile) e lo studio legale Maurice Blackburn, attivo dal 1919 e il cui motto è “Lottiamo per ciò che è giusto”: lo studio ha in effetti vinto cause fondamentali per i diritti umani in Australia, fra cui quella per la riduzione dell’orario di lavoro a 40 ore settimanali.

Lo fanno perché:

“Sebbene stia in piedi in silenzio e sia alta poco più di un metro, la richiesta di cambiamento della Ragazza Impavida è stata udita in tutto il mondo.” David Atkin, Presidente Cbus.

“Avere l’iconica Ragazza Impavida in Australia è un meraviglioso e permanente richiamo all’audace e coraggioso perseguimento del cambiamento necessario per ottenere eguaglianza e salari eguali per le donne in Australia ora e per le generazioni a venire.” Debby Blakey, Presidente Hesta.

“La Ragazza Impavida sarà un promemoria per i luoghi di lavoro australiani del fatto che dobbiamo continuare la lotta per l’eguaglianza di genere, creando in essi cambiamenti per l’eguaglianza che tendano al meglio, e che dobbiamo agire su questo subito per le future generazioni di donne, incluso l’affrontare i divari radicati sui salari, l’aumentare il numero di donne nelle posizioni guida e il fornire ambienti di lavoro flessibili.” Jacob Varghese, Presidente “Maurice Blackburn”.

(Il divario sui salari in Australia vede ancora un 21,3% in più a favore degli uomini: a parità di qualifica e orario.)

con mamma kristen

La “mamma” della Ragazza Impavida, la scultrice Kristen Visbal – in immagine qui sopra – è ovviamente felice, ritenendo la sua creazione un “simbolo di cui c’è molto bisogno”: “Lei rappresenta ciò che ogni bambina può diventare. Il messaggio può essere iniziato come una dichiarazione su Wall Street, ma la statua vive ormai di vita propria.”

Maria G. Di Rienzo

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Gli Emirati Arabi Uniti hanno, come tutte le nazioni al mondo – chi più chi meno, alcuni problemi nel garantire diritti umani alla cittadinanza. Le torture inflitte ai detenuti, le grossolane ingiustizie a danno dei lavoratori e delle lavoratrici stranieri/e e la discriminazione di genere hanno indotto l’anno scorso l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite a rendere note le proprie preoccupazioni al proposito. L’ultima istanza non è legalmente considerata discriminazione: le donne degli Emirati hanno ancora bisogno del permesso di un uomo per sposarsi e quando sono sposate il marito ha facoltà di proibire loro di lavorare all’esterno della casa e di limitare la loro libertà di movimento; alcune forme di violenza domestica non sono sanzionate per legge, così come non è sanzionato lo stupro all’interno del matrimonio.

In questo contesto, il governo ha la faccia tosta di indire premi per l’Indice del Bilanciamento di Genere diretti ai suoi dipartimenti che meglio hanno realizzato obiettivi di “partecipazione” femminile. Com’è visibile dalla foto – e com’è ovvio – i premiati sono tutti uomini.

premiati

Il vice Primo Ministro nonché Ministro dell’Interno, sceicco Saif bin Zayed Al Nahyan è stato premiato per i suoi sforzi nell’introdurre il congedo di maternità nell’esercito degli Emirati; i meriti degli altri personaggi sono meno chiari (miglior ente governativo, miglior autorità federale, miglior iniziativa): si tratta comunque del vice governatore di Dubai nonché Ministro delle Finanze, sceicco Hamdan bin Rashid Al Maktoum (anche sua moglie ha ricevuto un “riconoscimento”, per quanto non degno di premiazione pubblica), del Ministro per le Risorse Umane e l’Emiratizzazione (ignoro cosa comporti l’ultima qualifica) Nasser bin Thani al-Hamli e del direttore generale dell’Autorità su Competitività e Statistiche Abdulla Nasser Lootah.

L’immagine sopra è circolata diffusamente sui social media con commenti di questo tipo:

“Mi dispiace di dover essere quella che ve lo dice, ma avete dimenticato di invitare le DONNE.” – Rianne Meijer, blogger olandese.

“Mashallah (ndt. “Come dio ha voluto”, qui ironico), grande vittoria per il bilanciamento di genere.” – Hayder al-Khoei, analista su questioni mediorientali.

“Ve lo giuro, non è satira.” – Joey Ayoub, blogger libanese.

“Wow, hanno davvero rappresentato perfettamente le differenze. Uno dei tipi era vestito di grigio.” – Tim Binnington, co-fondatore e presidente di “Sovereign Land Ltd.”

Maria G. Di Rienzo

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