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Posts Tagged ‘diritti umani’

grim reaper

Il brano viene da un articolo di ieri, 16 agosto, a firma di Daniele Tissone, segretario generale del sindacato di polizia Silp Cgil: “(…) come ha evidenziato il recente rapporto Eures dal significativo titolo “Omicidio in famiglia”, le armi legalmente detenute nelle case degli italiani uccidono più di mafia, camorra e ‘ndrangheta. C’è un dato che fa riflettere, confermato anche dall’ultimo dossier ferragostano del Viminale: gli omicidi sono in calo nel nostro Paese, ma crescono quelli tra le mura di casa. (…) Sempre secondo i dati diffusi dal Ministero dell’Interno, oltre il 63% degli omicidi “casalinghi” riguarda le donne. Una vera e propria emergenza, con un fil rouge che lega pericolosamente assieme la delittuosità in famiglia e la diffusione delle armi. Per questo, come poliziotti democratici, restiamo fermi nella nostra convinzione che il numero di fucili e pistole in circolazione debba diminuire e non aumentare, che il legislatore debba mettere le forze di polizia nella condizione di poter controllare in maniera più cogente i titolari di porto d’armi ad uso sportivo o caccia che spesso costituiscono l’occasione a buon mercato per avere in casa delle vere e proprie santabarbara.”

Istat, agosto 2019: quasi 7 milioni di donne italiane dai 16 ai 70 anni hanno subito almeno una volta nella vita una forma di violenza (20,2% violenza fisica, 21% violenza sessuale). Nella maggior parte dei casi i perpetratori sono partner o ex partner: sapete, quelli stressati, depressi, disoccupati, lasciati o non lasciati dalle loro vittime; ad ogni modo, innamorati (16 agosto – Reggio Emilia. Omicidio Hui Zhou. I parenti di Hicham Boukssid: “Era innamorato di lei”) e recidivi in questo tipo di “amore” (3 agosto – Omicidio/suicidio a Pesaro. La figlia di Maria Cegolea: “Papà spesso la picchiava, anche di fronte a noi”). In Italia 120 donne all’anno, di media, muoiono così.

Inail, luglio 2019: aumentano i morti sul lavoro. Le denunce di infortunio mortale sono state l’anno scorso 1.218, in crescita del 6,1% rispetto al 2017. I casi accertati “sul lavoro” sono invece 704, il 4,5% in più di cui 421, pari a circa il 60% del totale, avvenuti fuori dell’azienda (con un mezzo di trasporto o in itinere, di cui 35 ancora in istruttoria). Anche gli infortuni non mortali sono in aumento: circa 3.000 in più rispetto al 1° trimestre dell’anno precedente (da circa 154.800 a 157.700).

Adesso mi dica il sig. Ministro dell’Interno: sono i 134 disgraziati rimasti bloccati a bordo della “Open Arms” – in condizioni igieniche insostenibili e da ben quindici giorni – a minacciare la sicurezza delle italiane e degli italiani?

Maria G. Di Rienzo

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workers

Comunque sarà gestita la crisi politica italiana in atto, al voto dovremo andare in un prossimo futuro. Gli scenari consueti della propaganda elettorale sono comunque già installati e funzionanti: dall’aspirante padre-padrone che chiede pieni poteri per rimetterci tutti a posto a bastonate, al nonno un po’ scentrato che gli ha retto le falde della felpa sino a ieri e oggi si propone quale salvatore dell’Italia dalla deriva e dalla rovina.

Consuete anche le proposte/risposte “alternative” sino ad ora disponibili: federalismo regionale, gestione dell’immigrazione, sviluppo del mezzogiorno, investimenti per la formazione dei ceti imprenditoriali… non devo continuare, vero? E’ sempre la stessa indigeribile minestra, a cambiare sono unicamente i nomi dei cuochi. E, sempre come al solito, se si cerca di attirare l’elettorato con le parole d’ordine dell’avversario politico – solo infiocchettate di (sedicenti) moderazione e buonsenso – si perde. Si perde anche ricorrendo gli avversari in termini di “immagine”, mostrando dell’Italia una versione virtuale in cui sfilano personaggi da première e matinée che se sono donne parlano di trucco e tacchi e se sono uomini commentano la Formula 1. Se la situazione sono in grado di leggerla io, non dovrebbe essere difficile farlo per chi in tali analisi e disamine si dichiara specialista. Per favore, Sinistra e Centro-sinistra o quant’altro si collochi all’opposizione, lo chiedo da elettrice e non solo in mio nome: BASTA.

Date spazio alla gente comune. Date riconoscimento alla classe lavoratrice. Date solidarietà concreta alla lotta contro la violenza di genere. Date sostegno alle competenze, alle capacità, alla passione e alla tensione ideale verso un sogno differente. Non ci importa come sono fatte le persone che ci parlano, ne’ quel che indossano, ne’ dove vanno in vacanza, ne’ se piacciono ai dietologi: ci importa ciò che dicono, ciò che sanno e ciò di cui fanno esperienza.

ladies

E’ per noi fondamentale poterci riconoscere e rispecchiare in loro, persone che ci somigliano, che usano i nostri stessi mezzi pubblici, che vanno al lavoro nei nostri stessi luoghi o ricevono la pensione dagli stessi enti, che hanno le nostre stesse difficoltà con la sanità pubblica e la scuola e il welfare e la casa e il futuro in genere: è questo che riduce la distanza fra cittadini e politica, non la manfrina sulle autonomie regionali ne’ l’ennesima manifestazione di servilismo nei confronti degli abbienti. Guardate i volti che appaiono nelle immagini con cui ho illustrato questo pezzo. Sono quelli che vogliamo vedere. Sono i nostri.

Abbiamo bisogno del vostro coraggio. Abbiamo bisogno di vedervi balzar fuori da questo insensato balletto di slogan e rappresentazioni tanto virtuali quanto obsolete. Alcuni/e di voi lo vivranno come un salto mortale, lo capisco: ma vi assicuro che ad attendervi dall’altra parte c’è la rete di sicurezza delle nostre braccia intrecciate.

Maria G. Di Rienzo

lab worker

Non è facile vivere di sogni

Ma maggiori sono le difficoltà, migliore è il risultato

Love of the Common People, versione degli Stiff Little Fingers:

https://www.youtube.com/watch?v=zA9q7QF45pM

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Questo è uno dei vantaggi dell’essere vecchi: sai e vedi e puoi provare che non tutto è già stato fatto, ma moltissimo sì. Una situazione che si ripete, per esempio, è l’usare i successi elettorali delle destre per spiegare con sufficienza a chi non si genuflette a essi che sono dovuti a profonda comprensione del tessuto sociale, alla capacità di rispondere ai bisogni e ai timori dei cittadini, ad un’acuta vicinanza agli strati più vulnerabili della società. La pseudo-analisi prosegue invariabilmente spargendo a piene mani nei confronti dei dissidenti accuse di cecità (“Non cogliete il disagio relativo all’Europa e all’immigrazione”), snobismo (“Fate le pulci sul linguaggio che però è quello che la gente comune usa”), moralismo (“Non avete il diritto di giudicare perché chi li vota è il proletariato che vi ha abbandonati e come disse Pasolini… ecc.”) e collaborazionismo involontario (“Andate in televisione a fare semplice testimonianza e siete funzionali agli avversari”).

Il dato principale di tali pistolotti è una mancanza: chi li produce non ha mai in mente un tipo d’azione politica alternativa, ne’ una chiara visione politica complessiva a cui tendere – in pratica, ci dice solo quanto bravi sono quelli che hanno vinto, e che hanno vinto proprio perché sono bravi, e noi avremmo dovuto fare le stesse cose che fanno loro. Gli autori di queste banalità superficiali nel 2019 credono, magari, di essere speciali, “fuori dal coro”, portatori di un pensiero innovatore illuminante e coraggioso: purtroppo si sbagliano. Si sbagliano perché climi e tendenze sociali possono – accade continuamente – essere creati ad arte dalla propaganda: qualsiasi disagio è convogliato a mirare ad un meta-bersaglio unico indicato come motore primario di ciascuno di essi.

* I primi successi elettorali della Lega (allora gli aderenti al partito non si vergognavano di chiamarla con il suo nome completo – Lega Nord Per l’Indipendenza della Padania) risalgono agli anni 1991-1994. All’epoca i temi della profonda comprensione, della capacità di rispondere e della vicinanza e quant’altro erano questi: le buche sulle strade del nord, i “terroni” che avevano invaso tutti i posti statali (insegnanti, impiegati) rubando il lavoro ai “padani”, le regioni del nord rappresentate come galline dalle uova d’oro di cui si nutriva a sbafo un sud nullafacente e criminale, la sbandierata superiorità economica del “modello nord-est”, la richiesta di secessione dall’Italia e poi di mutare quest’ultima in una repubblica federale.

A coloro che chiedevano ai partiti politici di opposizione di demistificare questo scenario fasullo, di considerare le condizioni dei lavoratori dipendenti e degli strati sociali più vulnerabili e di costruire un sogno diverso per l’Italia si rispose con continui convegni sul federalismo di cui nessuno sentiva il bisogno, con l’invito ad asfaltare le strade (quelle in cui i leghisti affiggevano a pali della luce i cartelli “Questa strada va bene per i carretti siciliani”) e con una pletora di sgravi, agevolazioni e finanziamenti ai geniali imprenditori del nord-est: i cui capannoni tirati su in fretta e furia su terreni agricoli o che avrebbero potuto essere impiegati altrimenti sono oggi, in maggioranza, abbandonati e vuoti. Cioè: l’opposizione ha creduto alle sirene che cantavano “ciò che vince è ciò che è giusto” e si è inutilmente impegnata a fare le stesse cose, però con i propri distinguo e filtri. E perché chi quelle cose le aveva votate avrebbe dovuto rivolgersi agli imitatori, quando aveva di esse la forma più puramente brutale a disposizione?

* I trionfi elettorali di Berlusconi (il suo secondo governo è stato il più duraturo nella storia della repubblica italiana: quasi quattro anni) ci furono spiegati nella stessa maniera descritta all’inizio: “Non cogliete il disagio verso la vecchia politica”, “Fate le pulci sulle escort ma perché siete invidiosi e vorreste essere anche voi circondati da strafighe”, “Non avete il diritto di giudicare perché chi lo vota è il proletariato ecc. ecc.”, “Andate in televisione ma fate il suo gioco perché lui è un grande comunicatore”. Identico fu anche l’atteggiamento di subordinazione verso temi chiave e parole d’ordine: quando Berlusconi urlava al complotto comunista come motore primario di ogni male passato e presente e (sia mai!) futuro dell’Italia, i suoi oppositori erano assai impegnati a smarcarsi dall’infamante accusa o a razionalizzarla con pastoni storici, a favorire imprenditori e ceti abbienti per dimostrare la propria lungimiranza e magnanimità, a scaricare i sindacati e conseguentemente – di nuovo – i lavoratori dipendenti e i settori sociali più vulnerabili; inoltre, quando ci fu la parentesi del primo governo Prodi, che avrebbe potuto dare inizio a una svolta positiva nel rapporto dei cittadini italiani con la politica, la resero brevissima.

Devo continuare, nobili ammonitori? Il resto è storia recente, il grande comunicatore Grillo e il suo lumpenproletariat di onesti analfabeti complottisti con stampante 3-D, il grande comunicatore Salvini e le sue schiere di odiatori seriali parimenti analfabeti… entrambi hanno puntualmente creato i meta-bersagli per ingiustizie e disagi senza avere la più pallida idea di come risolvere dette questioni e persino aggravandole: per quale motivo io non sarei autorizzata a giudicare le azioni di questi individui e le loro nefaste conseguenze? Io sono una cittadina italiana e qualsiasi cosa decidano nel governo del mio paese mi riguarda e ha impatto su di me, anche quando concerne specifici segmenti di popolazione in cui io non rientro.

foto di maurizio tomassini

Se per voi fustigatori una donna oggettivata e un ministro da avanspettacolo costituiscono l’immagine dell’unico futuro possibile e “ciò che i proletari vogliono”, ciò dimostra solo che avete ben poca immaginazione, scarsa coscienza civile, esigua comprensione dei processi culturali, sociali ed economici – e i “proletari” li avete visti solo al cinema (io, per contro, appartengo alla categoria).

Maria G. Di Rienzo

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“E’ impossibile far esperienza di diritti umani in un paese che non ha una forte società civile. E’ come tentare di volare con un’unica ala. Per quel che riguarda la mia sicurezza personale tento di non pensarci troppo: se lo fai, cominci a vivere nella paura. Chi è spaventato muore un pochino ogni giorno, chi ha coraggio una volta sola. Io voglio morire una volta sola.” – Shahla Ismayil (in immagine, particolare di una foto di Johanna Lingaas Türk per Kvinna till Kvinna)

Shahla Ismayil

Shahla Ismayil è un’attivista femminista in Azerbaijan, fondatrice dell’ “Associazione di Donne per lo sviluppo razionale” con sede nella capitale Baku, che da vent’anni si occupa di diritti umani. Il gruppo ha creato un “parlamento” delle donne che fa leva sugli impegni internazionali sottoscritti dal paese per l’avanzamento dell’eguaglianza di genere e il miglioramento delle condizioni di vita di tutte le donne: alle quali si impedisce di prendere decisioni indipendenti sulla propria istruzione, sul proprio lavoro e sul proprio matrimonio nel mentre sono ritenute le sole responsabili del benessere familiare e domestico.

Dal 2014 è in atto in Azerbaijan un giro di vite nei confronti di giornalisti, attivisti per i diritti umani e in genere di chiunque osi criticare il governo, che ha prodotto arresti e condanne penali. In tale contesto lo stato dei diritti delle donne è rapidamente deteriorato, ma il restringimento dei diritti civili e delle libertà politiche sta ormai causando la migrazione di molti cittadini. Shahla resta al suo posto, perché crede che l’unica via d’uscita sia continuare a lottare.

Maria G. Di Rienzo

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E’ uscito il mese scorso il rapporto “Peoples under Threat 2019: The role of social media in exacerbating violence” – “Popoli minacciati 2019: il ruolo dei social media nell’esacerbare la violenza”, a cura di due organizzazioni pro diritti umani britanniche: Ceasefire – Centre for Civilian Rights e Minority Rights Group International.

report 2019

https://reliefweb.int/sites/reliefweb.int/files/resources/PUT-2019-Briefing-with-spread.pdf

Di seguito, un brano tratto dalla presentazione del lavoro (trad. Maria G. Di Rienzo).

“In molte parti del mondo, atrocità a vasto spettro e altri abusi dei diritti umani continuano a minacciare le popolazioni, in special modo quelle che appartengono a gruppi minoritari e genti indigene. Mentre il raggio dei social media si espande sempre più dilagando globalmente, così fa il suo impatto in contesti ove genocidio, omicidi di massa o violenta repressione sistemica accadono o sono a rischio di accadere.

La situazione delle nazioni in cima all’indice di “Peoples under Threat 2019” illustra come, caso per caso, i social media giochino un ruolo importante nell’incoraggiare l’assassinio. Le piattaforme social ora occupano un posto centrale nel stigmatizzare i gruppi indicati come bersaglio, nel legittimare la violenza e nel reclutare gli assassini.

La disinformazione deliberata, false accuse e disumanizzazione dei gruppi presi di mira comprese, è stata nei secoli una caratteristica durevole del conflitto. Ma nell’era dei social media, il processo è accelerato a un livello senza precedenti.

Il facile accesso ai social media ha dato a ogni razzista violento una potenziale piattaforma pubblica, e l’anonimato dei social media ha dato agli Stati la capacità di incubare e incitare odio attraverso i confini. Narrative di conflitto, teorie di cospirazione e visioni estremiste trovano velocemente una casa sulle piattaforme dove ogni voce compete per avere attenzione e le voci moderate e il linguaggio misurato necessari per la costruzione di pace sono sovrastate.

Leader politici, gruppi ribelli, attivisti e comuni cittadini hanno tutti usato i social media come attrezzo comunicativo. Persino nelle società più fragili e divise ove l’accesso a internet resta minimo, come il Sudan del Sud, il ruolo dei social media sta crescendo, mentre gli scenari mediatici tradizionali si trasformano rapidamente. Il devastante conflitto in Siria, d’altra parte, in cui le piattaforme social sono usate da tutte le parti in causa e video caricati su YouTube hanno ricevuto milioni di visualizzazioni, è stato ripetutamente descritto come “guerra di social media”.

I social media promettono di influenzare sempre di più come il conflitto e gli episodi di violenza sono percepiti, le loro traiettorie e i modi in cui si risponde a essi. Nessuna società divisa o contesto di conflitto può essere compreso senza considerare come i social media sono usati da una gamma di attori statali e non statali. In effetti, i critici hanno accusato le ditte proprietarie dei social media di accettare scarsa responsabilità quando l’uso delle loro tecnologie serve a fomentare divisione e violenza in società instabili o interessate da conflitti.

Molti indicano il Myanmar – dove le Nazioni Unite hanno chiesto alle autorità di rispondere alle accuse di genocidio – come l’esempio più crudo del collegamento fra i social media e il commettere atrocità. Là il linguaggio disumanizzante e l’aperto incitamento all’omicidio di massa furono amplificati via Facebook e Twitter, contribuendo alla vasta presa di mira della comunità musulmana Rohingya. Nello scorso novembre. Facebook rilasciò un rapporto che aveva commissionato in relazione all’uccisione dei Rohingya, il quale concludeva che “Facebook è diventato un attrezzo per coloro che cercano di diffondere odio e causare danni.” Ma mentre la compagnia riconosceva che “possiamo e dovremmo fare di più”, Facebook e altre corporazioni proprietarie di social media continuano a fare affidamento sull’auto-regolamentazione, basandosi quasi del tutto sulla moderazione in linea con “gli standard comunitari” – un approccio che si è dimostrato miseramente inefficace quando ha dovuto confrontarsi con campagne organizzate, e a volte sancite ufficialmente, di odio violento.

“Peoples under Threat” attira la dovuta attenzione su numerosi altri casi in cui, nel contesto di spaccature sociali, instabilità politica e insicurezza, i social media rischiano di esacerbare o di pavimentare la via a violenta repressione sistemica e omicidi di massa. In molti dei paesi ove il rischio di atrocità di massa è più pronunciato, la gioventù che ci fare con internet supera il resto della popolazione. Dove infuriano mortali conflitti armati, dalla Libia all’Afghanistan, i combattenti spesso hanno un fucile in una mano e un cellulare nell’altra: gli obiettivi fotografici di quest’ultimo sono trasformati in armi nella guerra di propaganda che unisce i campi di battaglia e il cyberspazio.

(…)

Ma i social media possono anche giocare un ruolo positivo. Nel far circolare informazioni di valore, possono fornire un servizio pubblico. Molte piattaforme sorvegliano i movimenti di eserciti e insorgenti, come il gruppo FB libanese “Sentiero Sicuro” che indirizza chi lo usa a evitare determinate strade su cui si danno combattimenti. In questo stesso modo i civili possono essere guidati verso località in cui ricevere aiuto umanitario.

Il dialogo che oltrepassa le divisioni sociali può essere facilitato dai social media, che possono spostare attitudini, promuovere la comprensione fra gruppi che non hanno altro modo di comunicare, effettuare un’operazione di ingegneria inversa sulle condizioni di ostilità e violenza.

Fornendo l’opportunità a basso costo per l’acquisizione, la confezione e la circolazione delle informazioni, i social media sono cruciali per portare e condividere testimonianza, per dare documentazione delle violazioni delle leggi umanitarie internazionali e diffondere ampiamente contenuti che incitano all’azione gruppi per i diritti umani e organizzazioni internazionali. I social media possono giocare un ruolo nel mettere fine alla passività e all’impunità, assicurando responsabilità e riparazione per le violazioni. (…)

Il sostegno di lunga data alla libertà di espressione è stato sovvertito in un’estesa accettazione sociale delle espressioni dell’estremismo violento. I governi si sono dimostrati universalmente non all’altezza dei loro obblighi di proteggere non solo la libertà di espressione ma anche di proibire ogni “patrocinio dell’odio nazionale, razziale o religioso che costituisca incitamento alla discriminazione, all’ostilità o alla violenza”, come richiesto dalla Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici (Articolo 20(2)).”

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compagni di merende

Questa l’invocazione del “fratello d’Italia” Cannata, vicepresidente del consiglio comunale di Vercelli fresco di elezione.

Rilevo dai quotidiani che il suo problema è costante: ha una pagina Facebook piena di definizioni per lesbiche e gay, che vanno dalla “feccia” alle “merde” agli “schifosi comunisti”. Il sig. Giuseppe Cannata è medico chirurgo e odontoiatra, si dice anche negli articoli: dev’essere un altro che il giuramento di Ippocrate l’ha usato per incartare i branzini dal pescivendolo. Purtroppo la stampa non specifica se entrando nel suo ambulatorio sbattere i tacchi urlando sieg heil fosse obbligatorio o facoltativo e se appendere un fez in sala d’aspetto comportasse uno sconto sulla parcella.

Ad ogni modo, di fronte alle reazioni non proprio entusiaste di molti, compresi il gruppo Arcigay locale, l’Ordine provinciale dei medici e membri autorevoli del suo partito (non meno beceri di lui, ma sicuramente più furbi) cucina la consueta ridicola minestrina auto-assolutoria:

“Non sono omofobo e non intendevo assolutamente offendere nessuno.”

Infatti, pubblicare articoli sulle manifestazioni del Pride con il commento “quante merde in giro” e “questi schifosi comunisti” indica un sereno e ponderato giudizio, una predisposizione innata al dialogo e un incrollabile rispetto per gli altri.

“Ho tanti amici omosessuali che stimo e a cui voglio bene.”

E che non se la prendono assolutamente quando infango con il mio livore sguaiato e insensato l’intera categoria. Anzi, si sentono una meraviglia, queste merde comuniste. Gli voglio bene, perdinci.

“Ero indignato per le vicende di Bibbiano.”

Perciò me la prendo con chi rispetto a tali vicende non c’entra nulla. Bibbiano è una manna, ragazzi, il sindaco indagato per abuso d’ufficio è PD, il che consente di allargare la responsabilità a tutta la sinistra passata, presente e futura, e soprattutto a questi schifosi che continuano ad essere schifosi. Guardate i sondaggi su Salvini: più urli e diffondi intolleranza più voti prendi.

“So di avere utilizzato parole improprie e mi dispiace. Spero che queste mie scuse possano essere accettate da chi si è sentito offeso e mi auguro che non si strumentalizzi questo inciampo”.

L’accostamento infame omosessualità/pedofilia e l’ancora più infame invito a uccidere sono quindi, secondo costui, semplicemente due innocenti imprecisioni per cui qualcuno potrebbe sentirsi offeso, ma non essere offeso davvero, andiamo. Ah, e non permettetevi di “strumentalizzare” un minuscolo errore di cui il “medico che ha sempre aiutato tutti” non dovrebbe neppure rispondere: è inciampato, tutto qui.

La nuova amministrazione comunale di Vercelli, in effetti, inciampa di continuo. Non fa politica nella sua opportuna sede istituzionale, ma sui social media: sono passati solo tre giorni dall’esternazione dell’altro “fratello d’Italia”, l’assessore Emanuele Pozzolo che ha messo alla berlina un invalido civile al 100% (“occupante abusivo di casa”, “reddito di cittadinanza in saccoccia”) da lui ritenuto uno dei “parassiti” che in Italia “vivono alle spalle degli altri”.

Se pure questi amministratori della cosa pubblica pensano – e io ne dubito – che le loro esternazioni siano innocue, si sbagliano completamente. Solo per portar loro un esempio recentissimo, la propaganda antigay in Polonia diffusa dal partito di maggioranza PiS – Prawo i Sprawiedlywosc (amici sovranisti della Lega) e sostenuta dalla chiesa cattolica locale ha infettato:

giornali – il quotidiano filogovernativo Gazeta Polska offrirà in omaggio con ogni copia un adesivo con la bandiera arcobaleno e la sigla Lgbt cancellate da una X;

assemblee comunali e regionali – in circa trenta si sono dichiarate “Lgbt-free”, e cioè “liberi” dalle persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender (questo cane è libero da pulci, questa città è libera da ebrei, ecc.)

rappresentanti governativi – un prefetto si è spinto a premiare le autorità locali di cui sopra per la loro iniziativa discriminatoria.

I risultati non si sono fatti attendere. I cosiddetti “ultrà di destra” hanno raccolto il messaggio alla perfezione. Le 800 persone (numero stimato) che hanno partecipato alla manifestazione del Gay Pride a Bialystok, il 21 luglio u.s., sono state bersagliate da sacchetti di plastica contenenti urina e sterco, attaccate con bastoni, pugni di ferro, catene, rincorsi e picchiati brutalmente in ogni strada (cercavano di rifugiarsi nei negozi per salvarsi dai pestaggi). La polizia ha reagito solo quando è stata assalita anch’essa.

Il partito di governo in Polonia, quindi un’aggregazione con ampio e facile accesso a tutti i media, compresi ovviamente quelli statali, ripete da mesi che gli individui compresi nella sigla Lgbt “Sono una minaccia per la nazione e per la famiglia“: di conseguenza, i farabutti che hanno aggredito un corteo pacifico i cui slogan erano del tipo “L’amore non è un reato” lo hanno potuto fare sentendosi spalleggiati e persino eroici – stavano difendendo la nazione da persone inermi che chiedono solo di essere trattate in modo umano, poiché umane sono.

Signori “Fratelli d’Italia”, è questo che volete? Urlare verso un gruppo di individui, cittadini del vostro stesso paese, titolari come voi di inalienabili diritti umani, “Ammazziamoli tutti” è persino peggio del dichiararli “minaccia per la nazione”.

L’Italia non ha bisogno della fratellanza dei violenti. Per bocca mia, oggi la ripudia come ripudia la guerra e si dichiara figlia unica. La sua casa è civile, aperta a tutti/e e vi si praticano rispetto e cura – le regole per vivere in essa, che questo dicono, stanno scritte nella Costituzione.

Maria G. Di Rienzo

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“(…) Nella storia dei popoli le migrazioni forzate di individui o di interi gruppi, per ragioni politiche od economiche, assumono quasi l’aspetto di un avvenimento quotidiano.

Quel che è senza precedenti non è la perdita di una patria, bensì l’impossibilità di trovarne una nuova.

D’improvviso non c’è più stato nessun luogo sulla terra dove gli emigranti potessero andare senza le restrizioni più severe, nessun paese dove potessero essere assimilati, nessun territorio dove potessero fondare una propria comunità.

Ciò non aveva nulla a che fare con problemi materiali di sovrapopolamento; non era un problema di spazio, ma di organizzazione politica. Nessuno si era accorto che l’umanità, per tanto tempo considerata una famiglia di nazioni, aveva ormai raggiunto lo stadio in cui chiunque veniva escluso da una di queste comunità chiuse, rigidamente organizzate, si trovava altresì escluso dall’intera famiglia delle nazioni, dall’umanità. (…)

I nuovi esuli erano perseguitati non per quel che avevano fatto o pensato, ma per quel che erano immutabilmente, perché nati nella razza o nella classe sbagliata (…) Col crescere del numero delle persone prive di diritti si tendeva a prestare meno attenzione ai misfatti dei governi persecutori che allo status dei perseguitati. Questi, pur dovendo la loro sorte a una causa politica, non erano più, come in ogni altro periodo della storia una passività e una vergogna per i persecutori (…) ma erano e apparivano nient’altro che esseri umani la cui innocenza, specialmente dal punto di vista del governo persecutore, era la loro massima disgrazia. L’innocenza, nel senso di assoluta mancanza di responsabilità, era il contrassegno della perdita di ogni diritto, oltre che dello status politico. (…)

Uno degli aspetti più sorprendenti dell’esperienza moderna è che è manifestamente più facile privare della capacità giuridica una persona completamente innocente che l’autore di un reato. (…)

La disgrazia degli individui senza status giuridico non consiste nell’essere privati della vita, della libertà, del perseguimento della felicità, dell’eguaglianza di fronte alla legge e della libertà di opinione (…) ma nel non appartenere più ad alcuna comunità di sorta (…)

Anche i nazisti, nella loro opera di sterminio, hanno per prima cosa privato gli ebrei di ogni status giuridico, della cittadinanza di seconda classe, e li hanno isolati dal mondo dei vivi ammassandoli nei ghetti e nei Lager; e, prima di azionare le camere a gas, li hanno offerti al mondo constatando con soddisfazione che nessuno li voleva.

In altre parole, è stata creata una condizione di completa assenza di diritti prima di calpestare il diritto alla vita.”

Hannah Arendt, “Le origini del totalitarismo”, cap. 9: “Il tramonto dello stato nazionale e la fine dei diritti umani”.

Le sottolineature sono mie. Il testo ricorda fatti molto attuali e molto italiani: i “decreti sicurezza”, per esempio. Maria G. Di Rienzo

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