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Posts Tagged ‘diritti umani’

“Voglio dire alle ragazze, a cui si insegna la paura: voi siete nate libere e siete nate coraggiose. Voi siete nate libere e libere dovete vivere.” Maria Toorpakai, in immagine.

Maria Smiling

Maria è la protagonista del documentario “Girl Unbound: the war to be her” – “Ragazza Slegata (o Senza Limiti): la guerra per essere lei”, presente la settimana scorsa al festival cinematografico di Human Rights Watch a Londra. Potete vedere il trailer qui:

https://www.youtube.com/watch?v=i_BFUMoDjRM

Maria e la sua famiglia vivono in Pakistan in una regione, il Waziristan, controllata dai talebani. Per poter praticare sport, nello specifico lo squash, che i talebani proibiscono alle donne, Maria si finge un maschio con l’aiuto del padre. La copertura regge sino a che Maria, con i suoi eccezionali risultati, diventa un’atleta professionista: non appena il suo genere viene rivelato lei e la sua famiglia sono soggetti a costanti minacce di morte e la giovane è costretta a fuggire all’estero, dove comunque rappresenta il Pakistan in tornei internazionali. Ma non intende rinunciare alla possibilità di dar forma liberamente alla propria identità e al proprio destino nel paese in cui è nata…

Ania Ostrowska, per “The F Word”, ha intervistato il 13 marzo u.s la regista del documentario Erin Heidenreich: “Si sarebbe potuto fare un film anche su suo padre, che ha un passato davvero interessante, o su sua sorella Ayesha che è un’attivista politica, ma penso sia più facile per il pubblico collegarsi alla storia di Maria, che ha un carattere di universalità. – dice la regista – La cosa mi è diventata chiara la prima volta in cui sono andata in Pakistan a incontrare la sua famiglia. Una famiglia che appare e agisce in modi così diversi dalla mia, o da molte famiglie occidentali, e che ha alcune delle idee più progressiste che ci siano. Perciò ho pensato: con questo si può entrare in relazione ovunque. Era importante, per me, non solo raccontare la storia di Maria ma fare in modo che essa attraversasse i confini, non volevo che il risultato per gli spettatori fosse “guarda quella famiglia che vive in quel paese così distante”. Ho lavorato al documentario per circa tre anni, seguendo Maria a Seul in Corea, Hong Kong e Toronto in Canada, e registrando i progressi del suo viaggio interiore. La cosa che mi ha veramente colpita, lavorando con lei, è il modo in cui ha distrutto coerentemente e costantemente gli stereotipi di genere in ogni momento della sua vita. E lo sta ancora facendo.” Maria G. Di Rienzo

Maria in auto con il padre

(Un’immagine dal documentario)

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Il brano che segue proviene da un articolo più lungo e dettagliato di Anna Zobnina: “WOMEN, MIGRATION, AND PROSTITUTION IN EUROPE: NOT A SEX WORK STORY”, pubblicato da Dignity – Vol. 2 – Issue 1 – 2017, che potete leggere integralmente qui:

http://digitalcommons.uri.edu/dignity/vol2/iss1/1/

Anna Zobnina (in immagine) è la presidente della Rete Europea delle Donne Migranti, nonché una delle esperte dell’Istituto Europeo dell’Eguaglianza di Genere. E’ nata a San Pietroburgo in Russia e ha lavorato in precedenza come ricercatrice e analista per l’Istituto Mediterraneo degli Studi di Genere. (Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Anna Zobnina

Sin dall’inizio della più recente crisi umanitaria, a circa un milione di rifugiati è stato garantito asilo in Europa. Secondo l’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite, nel 2016 oltre 360.000 profughi sono arrivati alle spiagge europee cercando rifugio. Di questa cifra, almeno 115.000 sono donne e bambine, incluse minori non accompagnate. Ciò che alcuni descrivono come una “crisi dei rifugiati” è, in molti modi, un fenomeno femminista: donne e le loro famiglie che scelgono la vita, la libertà e il benessere, opponendosi alla morte, all’oppressione e alla distruzione.

Tuttavia, l’Europa non è mai stata un luogo sicuro per le donne, in particolare per quelle che sono sole, povere e senza documenti. I campi profughi dominati dagli uomini, gestiti da personale dell’esercito e non equipaggiati con spazi divisi per sesso o materiale igienico di base per le donne, diventano velocemente ambienti altamente mascolinizzati dove la violenza sessuale e l’intimidazione delle donne proliferano. Di frequente le donne scompaiono dai campi profughi.

Come le appartenenti alla nostra rete riportano – ovvero le donne rifugiate stesse, che forniscono servizi nei campi – le richiedenti asilo hanno legittimamente paura di fare la doccia nelle strutture per ambo i sessi. Temono di essere molestate sessualmente e quando estranei che si fingono volontari dell’aiuto umanitario offrono loro di accedere a bagni in località “sicure” esterne al campo, le donne non tornano più. Sino a che una donna mancante non è stata identificata ufficialmente, è impossibile sapere se è stata trasportata altrove, se è riuscita a fuggire o se è morta. Ciò che noi, la Rete Europea delle Donne Migranti, sappiamo è che le donne della nostra comunità finiscono regolarmente in situazioni di sfruttamento, di cui matrimoni forzati, schiavitù domestica e prostituzione sono le forme più gravi.

Per capire ciò non è necessario consultare la polizia; tutto quel che dovete fare è camminare per le strade di Madrid, Berlino o Bruxelles. Bruxelles, la capitale dell’Europa, ove la Rete Europea delle Donne Migranti ha la propria sede principale, è una delle molte città europee dove la prostituzione è legalizzata. Se partendo dal suo “quartiere europeo”, l’area di lusso che ospita la clientela internazionale delle “escort di alto livello, andate verso Molenbeek – il famigerato “quartiere terrorista” dove vivono i migranti impoveriti e segregati per etnia – passerete per il distretto chiamato Alhambra. Là noterete gli uomini che si affrettano per le strade, tenendo bassi i volti. Evitano il contatto con gli occhi degli altri per non tradire la ragione per cui frequentano Alhambra: l’accesso alle donne che si prostituiscono. Molte di queste donne provengono delle ex colonie europee, da ciò che spesso è chiamato Terzo Mondo, o dalle più povere regioni dell’Europa stessa. Le donne che vengono dalla Russia, come me, sono pure abbondanti. Nel mentre le latino-americane, le africane e le asiatiche del sud-est sono facili da individuare sulle strade, le donne dell’est europeo sono difficili da raggiungere, poiché i loro “manager” le sorvegliano strettamente e le tengono distanti dagli spazi pubblici.

Si suppone che noi chiamiamo queste donne “sex workers”, ma la maggioranza di esse sarebbe sorpresa da tale descrizione occidentale e neoliberista di ciò che fanno. Questo perché la maggioranza delle donne migranti sopravvive alla prostituzione nel modo in cui si sopravvive a una carestia, a un disastro naturale o a una guerra. Non lavorano in situazioni simili. Un gran numero di queste donne possiede diplomi e abilità che vorrebbe usare in quelle che l’Unione Europea chiama “economie competenti”, ma le politiche restrittive delle leggi europee sul lavoro e la discriminazione etnica e sessuale nei confronti delle donne non permettono loro di accedere a questi impieghi. Il commercio di sesso, perciò, non è un luogo inusuale per trovare le donne migranti in Europa. Nel mentre alcune di esse sono identificate come vittime di traffico o di sfruttamento sessuale, la maggior parte no. Sulle strade e fuori dalle strade – nei club di spogliarello, nelle saune, nei locali per massaggi, negli alberghi e in appartamenti privati – ci sono migranti femmine che non soddisfano i criteri ufficialmente accettati e non hanno diritto ad alcun sostegno.

Nel 2015, la Commissione Europea riportò che delle 30.000 vittime registrate del traffico nell’Unione Europea in soli tre anni, dal 2010 al 2012, circa il 70% erano vittime di sfruttamento sessuale, con le donne e le minorenni che componevano il 95% di tale cifra. Oltre il 60% delle vittime erano state trafficate internamente da paesi come Romania, Bulgaria e Polonia. Le vittime dall’esterno dell’Unione Europea venivano per lo più da Nigeria, Brasile, Cina, Vietnam e Russia.

Questi sono i numeri ufficiali ottenuti tramite istituzioni ufficiali. Le definizioni del traffico di esseri umani sono notoriamente difficili da applicare e coloro che in prima linea forniscono servizi sanno che gli indicatori del traffico a stento riescono a coprire la gamma di casi in cui si imbattono, tanto le pratiche di sfruttamento, prostituzione e traffico sono radicate. Le grandi organizzazioni pro-diritti umani, inclusa Amnesty International, questo lo sanno bene. Pure, nel maggio 2016, Amnesty ha dato inizio alla sua politica internazionale che sostiene la decriminalizzazione della prostituzione. Tale politica patrocina tenutari di bordelli, magnaccia e compratori di sesso affinché diventino liberi attori nel libero mercato chiamato “lavoro sessuale”. Amnesty dichiara di aver basato la politica di decriminalizzazione su una “estesa consultazione in tutto il mondo”, ma non ha consultato i gruppi per i diritti umani quale è il nostro e che si sarebbe opposto. (…)

Secondo Amnesty, quel che proteggerebbe i “diritti lavorativi delle sex workers” è il garantire, per legge, il diritto dei maschi europei ad essere serviti sessualmente su basi commerciali, senza timore di azione giudiziaria. Amnesty precisa che la loro politica si applica solo a “adulti consenzienti”. Amnesty è contraria alla prostituzione di minori, che definisce stupro. Quel che Amnesty omette è che una volta la ragazza rifugiata sia istruita alla prostituzione, è improbabile arrivi ad avere risorse materiali e psicologiche per fuggire e denunciare i suoi sfruttatori. E’ molto più probabile che sarà condizionata ad accettare il “sex work”: e cioè l’etichetta che l’industria del sesso le ha assegnato. Il “lavoro sessuale” diverrà una parte inevitabile della sua sopravvivenza in Europa. In realtà, la linea netta che la politica di Amnesty traccia tra adulti consenzienti e minori sfruttate non esiste. Quel che esiste è la traiettoria di un individuo vulnerabile in cui l’abuso sessuale diventa normalizzato e si consente alla violenza sessuale.

L’invito di Amnesty alle donne più vulnerabili a acconsentire alla violenza e all’abuso della prostituzione è diventato possibile solo perché molti professionisti l’hanno abilitato. E’ diventato un truismo (Ndt: una cosa assolutamente palese e ovvia), ripetuto da accademici e ong, che la prostituzione sia una forma di impiego. Che il commercio di sesso sia chiamato la più antica professione del mondo è ora non solo politicamente corretto, ma la prospettiva obbligatoria da sostenere se ti curi dei diritti umani. Amnesty e i suoi alleati rassicurano anche tutti dicendo che la prostituzione è una scelta. Ammettono che non si tratta della prima scelta per chi ne ha altre, ma per i più marginalizzati e svantaggiati gruppi di donne è proposta come una via accettabile per uscire dalla povertà. In linea con questa posizione Kenneth Roth, il direttore esecutivo di Human Rights Watch ha dichiarato nel 2015: “Tutti vogliono mettere fine alla povertà, ma nel frattempo perché negare alle donne povere l’opzione del lavoro sessuale volontario?”

E’ anche divenuto largamente accettato dal settore dei diritti umani che a danneggiare le donne nella prostituzione è lo stigma. Anche se sappiamo tutti che è il trauma di sospendere la tua autonomia sessuale che occorre in ogni atto di prostituzione a danneggiare e che è il cliente maschio violento a uccidere. Se cercate fra le donne migranti una “sex worker” uccisa dallo stigma non la troverete mai: ciò che troverete è il compratore di sesso che l’ha assassinata, l’industria del sesso che ha creato l’ambiente atto a far accadere questo e i sostenitori dei diritti umani, come Amnesty, che hanno chiuso un occhio.

Le donne arrivano in Europa a causa di disperato bisogno economico e, in numero sempre crescente, temono per le loro vite. Se lasci la scrivania dove fai le ricerche e parli con le donne migranti – le donne arabe, le donne africane, le donne indiane, le donne che vengono da Filippine, Cina e Russia – la possibilità di trovarne una che descriva la prostituzione come “lavoro” è estremamente bassa. Questo perché il concetto di “sex work” non esiste nelle culture da cui noi proveniamo. Proprio come il resto del vocabolario neoliberista, è stato importato nel resto del mondo dalle economie occidentali capitaliste e spesso incanalato tramite l’aiuto umanitario, la riduzione del danno e i programmi di prevenzione per l’AIDS.

Una di queste economie capitaliste in Europa è la Germania, dove la soddisfazione sessuale maschile, proprio come le cure odontoiatriche, può essere apertamente acquistata. Il modello con cui la Germania regola la prostituzione è derivato dalla decriminalizzazione del commercio di sesso nella sua interezza, seguita dall’implementazione di alcune regole. In questo aperto mercato, i compratori di sesso e i magnaccia non sono riconosciuti ne’ come perpetratori ne’ come sfruttatori. Nel periodo fra il 6 e l’11 novembre 2016 quattro prostitute sono state assassinate in Germania. Sono state assassinate in sex club privati, appartamenti-bordello e in ciò che i tedeschi eufemisticamente chiamano “semoventi dell’amore”, cioè roulotte situate in località remote e non protette, gestite da magnaccia e visitate dai compratori di sesso. Almeno tre delle vittime sono state identificate come donne migranti (da Santo Domingo e dall’Ungheria) e per tutte e quattro i sospetti dell’omicidio sono i loro “clienti” maschi.

Stante l’evidenza schiacciante che la completa decriminalizzazione del commercio di sesso non protegge nessuno eccetto i compratori e i magnaccia, si potrebbe concludere che Amnesty, nel prendere la sua posizione, ha trovato l’analisi politica della discriminazione sessista, razzista e di classe che sostiene la prostituzione troppo difficile da affrontare. Ma la domanda che implora una risposta è questa: non sanno nemmeno cosa il sesso è? E’ improbabile che tutti i membri del consiglio direttivo di Amnesty siano casti; di sicuro, almeno alcuni di loro hanno fatto sesso e in tal caso devono sapere che il sesso accade quando ambo le parti coinvolte lo vogliono. Quando una delle due parti non vuole fare sesso, ciò che accade si chiama “esperienza sessuale indesiderata” il che, in termini legali, è molestia sessuale, abuso sessuale e stupro.

Questa violenza sessuale è ciò che la prostituzione è, e non fa alcuna differenza se lei “acconsente”. Il consenso, secondo le leggi europee, dev’essere dato volontariamente come risultato del libero arbitrio di una persona valutato nel contesto delle circostanze in cui si trova (Consiglio d’Europa, 2011). Il consenso non dovrebbe essere il risultato del privilegio sessuale maschile, che è parte delle norme patriarcali. Un atto sessuale non desiderato non diventa un’esperienza accettabile perché l’industria del sesso dice che è così. Non c’è alcun principio morale che lo rende tollerabile per chi è povera, disoccupata, priva di documenti, per chi fugge da una guerra o da un partner violento. (…)

Decriminalizzare la prostituzione normalizza le diseguaglianze di sesso, etnia e classe già incancrenite profondamente nelle società europee e di cui le donne soffrono già in maniera sproporzionata. Aumenta le barriere legali per ottenere impieghi dignitosi che la maggioranza delle donne migranti deve già affrontare, ignorando i loro talenti e derubandole di opportunità economiche. Quel che è peggio, strappa via ciò che persino le più povere e le più svantaggiate donne migranti portano con sé quando si imbarcano in viaggi pericolosi diretti in Europa: il nostro convincimento che una vita libera dalla violenza è possibile e la nostra determinazione a lottare per essa.

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“Profughi, abusi sessuali su lavoratrici delle coop. Donne molestate da alcuni ospiti: il primo cittadino e il sindacato fanno denuncia in Prefettura.”

Ho atteso tre giorni – dal 12 marzo – per vedere se alla notizia si davano ulteriori coperture e approfondimento, ma resta riportata da un solo quotidiano (altri giornali semplicemente citano quest’ultimo).

Il campo profughi è in provincia di Padova e nessuna delle donne che lavorano al suo interno ha presentato querela: “(…) hanno paura di essere lasciate a casa. Di essere licenziate. E non a caso: chiaro il messaggio ricevuto dopo aver informato dell’accaduto tanto il datore di lavoro quanto i vertici della cooperativa che gestisce la struttura.”

Niente è riportato successivamente neppure sul risultato dell’incontro delle lavoratrici con il sindaco, annunciato per il 13 marzo. Le violenze sarebbero “episodi gravissimi”, “secondo quanto riferisce un pubblico amministratore. Tuttavia ufficialmente, nessuno parla. Nessuno commenta.”

Fra quelli che potrebbero dare informazioni rilevanti è così, ma fra i frequentatori del sito del quotidiano che dà la notizia è tutta un’altra musica. A parte i deliri “politici” che di sicuro immaginate con facilità (avete votato “Renzie” e questo è il risultato, maledetti comunisti, perché non votate Forza Nuova e Casa Pound, mandateci la sboldrina) l’aspetto più interessante – e francamente vomitevole – di questi commenti è la disumanizzazione delle donne coinvolte.

Innanzitutto i savi da tastiera loro connazionali le riducono a beni di consumo (non ho corretto grammatica, ortografia e sintassi):

Ha, ha, ha, ha… è come portare un dolcetto a un bimbo…

Prima i cellulari poi il wi-fi, vestiti e adesso un pò di f…

Son tutti maschi giovani dai 20 ai 30 anni.. senza donne… cosa vi aspettate che diventino frati?

Poi chiariscono che la colpa relativa a ogni violenza è sempre di chi la subisce:

I messaggi che vengono inviati sono interpretati come libertà di costumi e disponibilità ad approcci sessuali!!

Fai questo sporco lavoro? Peggio per te. Si trovino un lavoro onesto.

Alla fine erano impiegate in un centro di accoglienza: che se li godano appieno!!!

L’esistenza di queste cooperative è uno schifo. Non provo nessuna forma di pietà per queste pseudo lavoratrici che servono e riveriscono gli immigrati per tornaconto economico. (Costui evidentemente se ha un impiego lo svolge gratis, per la gloria che ne deriva e supremo spirito di dedizione: la spesa e le bollette sono a carico della sua mamma.)

Infine offrono analisi e soluzioni davvero condivisibili e praticabili:

A pulire con questi delinquenti ci dovrebbero mettere uomini delinquenti altro che donne: dici una parola sbagliata, ti massacro. Invece no, ci mettono le donne che ovviamente sono prede per questi animali. È tutta una truffa ma quando lo capirete?

Stronzi maledetti io vorrei che molestassero e stuprassero le 4 stronze che li difendono ogni sera (Questa è l’unica donna del coro – almeno, si identifica come tale – e si riferisce alle donne politiche nei programmi televisivi.)

Cosa devono aspettarsi, secondo voi, le donne che a qualsiasi titolo (parenti, amiche, compagne, colleghe) hanno relazioni con gli autori di tali ammirevoli riflessioni? Possono obiettare al proprio stupro, per esempio? Credo di no: sono “dolcetti” e “f…” a disposizione dei maschi che non vogliono / non possono “diventare frati”. Possono opporsi alle molestie sul lavoro? Parimenti no: in primis, qualsiasi indumento indossino e qualsiasi mansione svolgano mandano “messaggi di disponibilità a approcci sessuali”, e poi “peggio per loro” se hanno scelto un lavoro in cui si fanno molestare.

Hanno diritto al rispetto, le donne, rivestono qualche grado di dignità umana? No, sono PREDE. Povere prede quando le compatiscono, cattive prede quando addossano loro la responsabilità degli abusi che subiscono. “L’uomo è cacciatore”, dicono? Io lotto per l’abolizione della caccia. Maria G. Di Rienzo

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bangladesh 8 marzo 2017

Sii audace. Abbi il coraggio di mettere in questione tutte le argomentazioni basate su autorità, storia, religione e costume. Non dare nulla per scontato. Assicurati di analizzare quel che viene detto e fai un mucchio di domande. Contesta “l’unica versione”. Sii critica sulla realtà, ma anche con te stessa. Leggi, leggi molto.

filippine 8 marzo 2017

Sii creativa. I problemi potrebbero essere complessi, perciò preparati a pensare fuori dagli schemi! Immagina nuovi modi di trattare le istanze su cui stai lavorando. Inventa nuovi modi di vedere, di avvicinarsi, disegna nuove lenti per guardare la realtà.

italia2 - 8 marzo 2017

Sii persistente. Per favore, non mollare. Abbi cura di te stessa e impara a scegliere le tue battaglie, ma torna sempre più forte e più fiera! Il non agire è comunque una posizione politica che favorisce lo status quo, per cui prendi il controllo e credi nel potenziale di dar forma a soluzioni nuove e migliori.

istanbul 8 marzo 2017

Testo di Lucía Berro Pizzarossa, 30 anni, uruguaiana, attivista per i diritti riproduttivi. (Trad. Maria G. Di Rienzo.) Le immagini, dall’alto in basso, ritraggono lo sciopero globale delle donne dell’8 marzo 2017 in: Bangladesh, Filippine, Italia, Turchia e Usa.

new york 8 marzo 2017 - foto di kristen blush

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Accettando il premio a fine febbraio scorso – Indipendent Spirit Awards, nella fattispecie quello per un film con un budget inferiore ai 500.000 dollari – per il suo “Spa Night” (“Notte in sauna”), il regista Andrew Ahn ha per prima cosa ringraziato la giura per aver scelto una storia che parla di migranti e di persone omosessuali.

Poi ha sottolineato i motivi per cui vale la pena fare film come il suo: “Ora, più che mai, è importante dare sostegno alle storie sulle comunità marginalizzate e che tali comunità raccontano; è importante che noi si narri di immigrati, musulmani, donne, persone di colore, persone queer e transessuali. Un film è un attrezzo assai potente per mostrare l’umanità di queste comunità, di modo che noi non si sia spinti da parte e etichettati come altri.” Il regista ha scritto una sceneggiatura che colpisce profondamente gli spettatori a livello emotivo, basandosi sulle proprie esperienze.

spa-night

“Spa Night” ha avuto la sua premiere al Sundance Film Festival l’anno scorso (dove è stato premiato il principale attore protagonista, il giovane Joe Seo): racconta la storia di David, coreano-americano come Andrew Ahn, che a causa del tracollo economico subito dalla sua famiglia comincia a lavorare in uno stabilimento termale. David sta lottando con la sua identità omosessuale e il mondo notturno degli incontri in sauna lo costringe a confrontarsi con se stesso.

Se vi capita la possibilità di vedere il film non perdetela, ma se nel frattempo voleste dare un’occhiata a lavori animati dallo stesso spirito – e cioè mostrare l’umanità di chi si vorrebbe considerare subumano – potete vedere sottotitolati in italiano, online, “Gaycation” e il recentissimo “When We Rise”: il primo è un documentario vero e proprio, in cui Ellen Page e il suo amico Ian Daniel girano letteralmente il mondo esplorando i vari modi in cui culture diverse incorporano o rigettano l’omosessualità, e il secondo è uno sceneggiato in forma di documentario, scritto da Dustin Lance Black e girato fra gli altri da Gus Van Sant, che testimonia la lotta per i diritti umani e civili del movimento LGBT negli Stati Uniti dagli anni ’70 dello scorso secolo a oggi.

Anch’io credo, come Andrew Ahn, che questo sia un momento cruciale in cui non dobbiamo permettere che la narrazione delle nostre vite diventi un’esclusiva dei professionisti dell’odio. Maria G. Di Rienzo

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(“Polish MEP insists ‘women must earn less’ in sexist tirade” – Euro News, 2 marzo 2017, autore/autrice non citato/a. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

Il politico conservatore polacco Janusz Korwin-Mikke ha inorridito il Parlamento europeo durante un dibattito sul divario salariale di genere in Europa, quando ha insistito nel dire che “le donne devono guadagnare di meno perché sono più deboli, sono più piccole, sono meno intelligenti. Devono guadagnare meno. Ecco tutto.”

Korwin-Mikke ha fornito una “prova” molto strana a sostegno delle sue affermazioni chiedendo: “Sapete quante donne ci sono nei primi cento scacchisti?” E si è risposto da solo con “Ve lo dico io: nessuna.” La grande maestra scacchista ungherese Judit Polgár, ora in pensione, potrebbe aver qualcosa da dire su tale frase. (Ndt. – Si tratta della donna che nel 1993 sconfisse l’ex campione mondiale Boris Spassky.)

I commenti del 74enne Korwin-Mikke hanno fatto restare i presenti senza fiato dall’incredulità, prima che la deputata spagnola Iratxe Garcia-Perez (Ndt. – in immagine dopo questo paragrafo) prendesse parola per fustigarlo: “Secondo la sua opinione, io non avrei il diritto di essere qui come membro del Parlamento. – ha detto – E so che le fa male e la disturba che oggi le donne possano sedere alla Camera per rappresentare i cittadini avendone lo stesso diritto che ha lei. Io sono qui per difendere tutte le donne europee da gente come lei.”

iratxe-garcia-perez

Sebbene l’Unione Europea sia leader globale per l’eguaglianza di genere, la Commissione Europea dice che, al tasso attuale di progresso, ci vorranno altri 70 anni prima che le donne guadagnino quanto gli uomini. Le donne nell’UE sono anche sottorappresentate in politica ed è poco probabile che raggiungano posizioni in cui detengono potere economico.

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(Questo è un esempio di come una valanga di uomini discutono con le donne sui social media. So che vi risulterà immediatamente familiare. E’ stato ripostato da Feminist Current il 17  febbraio scorso. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

THOMAS: Ciao Clementine,

io sono il ragazzo che ha ti ha lasciato il commento sul cagarti in bocca. Era inappropriato e mi scuso. Stavo semplicemente scherzando con una persona che ha opinioni controverse. Io amo le donne e non intendevo essere preso per un sessista. Sostengo l’eguaglianza di diritti per tutte le brave persone.

Per favore cancella i post su instagram e facebook o almeno rimuovi la mia identità e io non userò le mie opzioni legali. Non mi aspetto delle scuse.

Mia madre e la mia partner hanno già ricevuto messaggi molte volte dai tuoi fan e sicuramente io ho pagato abbastanza. Ad ogni modo, ti auguro il meglio.

Saluti, Thomas.

CLEMENTINE: Ecco dieci riflessioni per il giovane Thomas:

1. Non sono delle scuse se tenti di includervi una vaga minaccia di azione legale, in special modo quando è ovvio che la legge non la conosci.

2. Tu non hai alcuna possibilità di ricorrere alla legge quando qualcuno riposta un commento che tu hai fatto pubblicamente in cui hai espresso il desiderio di vedere della gente “farsi una cagata” nella bocca di una persona. Tu sei dispiaciuto solo perché sei stato costretto a rispondere delle tue azioni.

3. Tu non “ami le donne”. Tu ami le donne che fingono di trovare divertenti le tue stronzate sessiste e rinforzano la tua convinzione di essere migliore di loro. E’ molto diverso e ne fornisce prova ulteriore il tuo sostegno all’ “eguaglianza di diritti per le brave persone”. Brave persone? Immagino che tu non sia incluso, allora.

4. Se pensi che parlare di cagare in bocca a qualcuno sia “solo scherzare”, devi avere un ben povero senso dell’umorismo.

5. Tu ti stai lagnando perché sei stato smascherato come uno stronzetto volgare, aggressivo e sessista. E’ chiaro che non sei abituato alle donne che rispondono alle aggressioni. Be’, è meglio che ci fai l’abitudine, figliolo. Tu non entri nel mio territorio a dettare le regole. La fottuta sceriffa, qua, sono io.

6. Io non cancellerò nulla. Se non sei preparato a stare al passo con le parole che scrivi e le cose che dici, dovresti pensarci due volte prima di scriverle o dirle.

7. Io non credo che tua madre o la tua ragazza debbano essere bombardate di commenti. Non è colpa loro se tu sei un buffone sessista con un’enorme paura delle donne che non sono compiacenti verso il tuo falso senso di superiorità. Tuttavia, sono lieta abbiano visto che lo sei, perché un giorno potrebbero essere loro i bersagli di commenti di questo tipo da parte di un altro piccolo uomo incline al vomitare insulti.

8. Quando dici “non intendevo essere preso per un sessista” stai suggerendo che la colpa è mia perché sono ipersensibile e immune alle straordinarie vette del tuo umorismo. Ma tu non hai il diritto di dirmi cosa dovrei o non dovrei trovare divertente. Inoltre, io non ho preso per sessista il tuo commento. L’ho preso come prova del tuo pensare che le donne a te non gradite meritino di essere degradate e umiliate in modi disgustosi e violenti mentre tu ti fai una risata. Questa è misoginia pura e semplice, il che è assai peggio del sessismo di base che senza dubbio tu metti in mostra ogni giorno della tua piccola, miserabile vita.

9. Quando ti trovi a iniziare una e-mail con la frase “io sono il ragazzo che ha ti ha lasciato il commento sul cagarti in bocca”, allora hai davvero bisogno di dare allo specchio una lunga, profonda occhiata e cercare di capire perché sei un così assoluto perdente.

10. E’ bene che tu non ti aspetti scuse, perché io non ti devo un fico secco.

Vaffanculo per sempre e poi di nuovo.

Ad ogni modo, ti auguro il meglio.

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