Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘cronaca’

Il 1° aprile, i titoli relativi all’assassinio di Stefano Leo erano di questo tenore: “Volevo uccidere, ho scelto Stefano perché mi sembrava felice”. Ragazzo di 27 anni confessa l’omicidio dei Murazzi.”

Il biasimo diretto all’ex compagna dell’omicida, Said Mechaquat, è già presente ma contenuto all’interno degli articoli (“gli negava la possibilità di vedere il figlio” – “La cosa peggiore – avrebbe detto a proposito del suo passato – è sapere che il mio bimbo di quattro anni chiama papà l’amico della mia ex compagna” ).

Il giorno successivo, 2 aprile, i titoli virano decisamente su questa “gustosa” visione alternativa della realtà, per la quale se un uomo uccide, la responsabile è una donna: “Torino, i verbali della confessione di Said: La mia ex non mi fa vedere mio figlio da due anni.” oppure “La confessione di Said Mechaquat, 27enne di origini marocchine, per l’omicidio di Torino: mi hanno tolto un figlio e non ho più l’amore per vivere.”

Nei primi pezzi si attesta che l’omicida “era stato condannato per maltrattamenti in famiglia, era stato lasciato dalla compagna, che non gli lasciava più vedere il figlio”, ove la condanna è una spiegazione più che sufficiente per il tentativo della donna di proteggere il figlioletto e se stessa, ma nei successivi la condanna scompare e si trasforma in “piccoli precedenti penali” non specificati, mentre l’evento chiave è invece “una separazione consensuale causata dall’arrivo di un altro uomo, e turbata dal comportamento di lei che “voleva che il figlio chiamasse il nuovo compagno papà”.”

Le narrazioni partono da qui per spiegare tutto il resto della vita a rotoli di Said Mechaquat, che perde l’impiego per “una discussione” con il datore di lavoro e non ne trova mai un altro, che è senza fissa dimora, che è seguito dai servizi sociali e che, sbocco prevedibile della brutta favola, il giorno dell’omicidio “sentiva delle voci nella sua mente, il richiamo del male” e “avrebbe agito obnubilato da un raptus”.

Esaminiamo un attimo quest’ultimo nelle parole del reo confesso, che si sveglia “molto innervosito”, va al discount e compra un set di coltelli da cucina, poi va a sedersi su una panchina del Lungo Po dove aspetta che passi “quello giusto”:

1. “Io volevo ammazzare un ragazzo come me, togliergli tutte le promesse che aveva, toglierlo ai suoi figli e ai suoi parenti.”

2. “Non sopportavo la sua aria felice (nda: di Stefano Leo). Gli sono andato dietro e l’ho colpito mentre gli sono arrivato quasi sul fianco, sul suo lato destro e impugnando il coltello con la mano sinistra l’ho colpito al collo. (…) Quello è il modo più sicuro di uccidere. Se lo colpisci di schiena è meno sicuro, anche se lo prendi al polmone non sei certo di ammazzarlo.”

3. “Ho colpito un bianco, basandomi sul fatto ovvio che giovane e italiano avrebbe fatto scalpore. (…) Una persona la cui morte avesse una buona risonanza. Non un vecchio di cui nessuno parla.”

4. “Ho visto che cercava di respirare. Si è accasciato dopo aver fatto le scale, cercando di prendere aria. Si è inginocchiato e poi è caduto a terra.”

Nessuno nega che l’autore di un simile omicidio manifesti profondi disturbi psicologici, ma la pianificazione e il resoconto dell’atto sono un po’ troppo lucide per parlare di “obnubilamento da raptus”. Io vedo un soggetto non troppo dissimile da altri della sua generazione: egocentrico e solipsista (un individuo il cui interesse è accentrato su di sé al punto di renderlo incapace di percepire e capire interessi altrui), rancoroso, totalmente privo di empatia (può stare a guardare l’agonia della sua vittima senza provare nulla), che deve scaricare su terzi il peso dei propri fallimenti, che usa la violenza per affermarsi e sentirsi importante (lui sì che conosce i “modi sicuri” per uccidere, cool!) e che ovviamente, in quest’epoca in cui chi commette reati li filma e li pubblica sui social media, deve renderla il più “spettacolare” possibile.

Ma in tutto questo, suggerisce il giornalismo nostrano, Said Mechaquat non ha vere responsabilità, perché sono le donne che l’hanno fatto piombare in un “abisso di delusioni”: si era “sposato giovanissimo in Marocco con una connazionale” ma il tutto è finito con una separazione; la relazione con la giovane italiana da cui ha avuto un figlio “è durata alcuni anni, poi lei si è trovata un altro”; “ha cercato affetto e “coccole” in altre donne” ma anche queste lo hanno “deluso” e “Mechaquat ne ha sofferto” – però non è mai riuscito a riflettere su se stesso, perché le relazioni di coppia si fanno funzionare o si fanno fallire in due (e la sofferenza è condivisa anche da chi prende la decisione di chiudere) e se tu ripeti lo stesso schema comportamentale ogni volta senza imparare dalle lezioni del passato sì, forgi il tuo personale destino come una serie di delusioni a catena. Ma sei sempre TU a forgiarlo, non LEI o LUI.

Suggerire che se le donne l’avessero coccolato di più Mechaquat non avrebbe ucciso, oltre a essere una tesi abominevole, fornisce validazione e ulteriore spinta alla violenza, anche contro le donne stesse a cui invariabilmente è addossata la colpa di azioni e decisioni prese dagli uomini con cui hanno / hanno avuto relazioni.

Permetti a un uomo violento di passare il tempo con tuo figlio e poi lui lo ammazza, vergognati. Non permetti a un uomo violento di passare il tempo con tuo figlio e poi lui ammazza una persona a caso, vergognati. Mettete fine a questa attitudine, redazioni giornalistiche, perché non c’è ammontare di click che valga una vita umana.

Infine, scusatemi, non provo alcuna commozione nel sentire che Mechaquat “non ha più l’amore per vivere” perché ho il fondato sospetto, dato dalla sua storia personale e dalla fine dell’innocente Stefano Leo, che costui non sappia nemmeno cosa l’amore è.

Maria G. Di Rienzo

* “Delitto Murazzi, ipotesi scambio” – Gli aggiornamenti odierni confermano la mia impressione di un’azione lucidamente programmata: il giovane ucciso somigliava molto al compagno della ex di Mechaquat, già minacciato da quest’ultimo di “taglio della gola”: conoscendone le abitudini, l’assassino avrebbe atteso un’ora e un quarto per poi assalire la persona sbagliata. La manfrina però non è ancora cambiata. Il compagno dell’ex è infatti definito come “l’uomo che aveva preso il suo posto nella vita della ex e di suo figlio”. Noi donne non siamo fatte di una fila di sedie al cinematografo. Quando avete una relazione con noi ciò non equivale a esservi comprati la tessera per una poltroncina perenne nelle nostre vite.

Annunci

Read Full Post »

madrid 8 marzo 2019

“Vogliamo il vostro rispetto, non i vostri complimenti”: questo scandivano le donne durante le manifestazioni spagnole per l’8 marzo; il “titolo” che portavano tutte le iniziative era “Abbiamo mille ragioni”. L’immagine – da El País – è relativa a quella di Madrid: la dimostrazione delle donne ha superato colà le 350.000 presenze (a Barcellona erano 200.000). Lo sciopero di due ore indetto dalle organizzatrici ha raggiunto l’80% nelle università e il 61% nelle scuole secondarie superiori. I sondaggi dicono che poco più del 64% delle ragazze spagnole sotto i 25 anni si definisce femminista.

Fra le mille ragioni, le dimostranti hanno abbondantemente citato la violenza di genere, il divario sui salari e gli ostacoli all’accesso alle posizioni di responsabilità, nonché la crescita della destra spagnola che ha determinato uno spostamento verso posizioni retrive da parte del Partito Popolare (interruzione di gravidanza). La riuscita di centinaia e centinaia di manifestazioni – per farvi un esempio solo in Andalusia ce ne sono state 139 – ha mandato in pallone i politici di destra che hanno gridato al sequestro dell’8 marzo da parte della “sinistra femminista”.

Quest’ultimo concetto è qualcosa che io non sono mai riuscita a vedere in opera, meno che mai in Italia sebbene a diversi intervalli il termine sia infilato nelle piattaforme e più raramente nelle definizioni da slogan elettorale di aggregazioni di micro partiti e soggetti vari. “Ecologista” è sdoganato (non ti dicono più che vuoi piantare le margherite sull’A4), “nonviolento” un po’ meno ma ci sono buoni segnali (quelli che ti dicono “Allora ti va bene prenderle” si sono leggermente ridotti), “femminista” è ancora verboten e ogni volta che lo pronunci, lo scrivi, lo rivendichi devi maneggiare insulti, minacce, deliri e patetiche pseudo-spiritosaggini.

Io non credo si tratti di mancanza di informazioni: solo usando internet con un pizzico di intelligenza persino l’individuo più disinformato può crearsi una base di conoscenza (e ascoltare le donne / le femministe è sempre una possibilità).

Io non credo si tratti di differenze di opinioni: le aggressioni dirette alle femministe mancano in toto di argomentazioni razionali e in generale di quel minimo di educazione necessario a una conversazione sensata.

Io non credo si tratti di difficoltà di comprensione dovuta a linguaggi criptici o ultra specialistici: la frase “Vogliamo rispetto, non complimenti” necessita, per essere capita, di un apprendimento di base della lingua parlata normalmente accessibile anche a un analfabeta.

Io non credo si tratti della “crisi” degli uomini (ormai più che quarantennale in Italia) provocata dall’avanzamento, lento e costantemente messo in questione e in pericolo, dei diritti umani delle donne.

Io credo si tratti di mancanza di coraggio. Credo che troppi appartenenti alla sinistra italiana, uomini e donne, siano codardi, privi di prospettiva (e di sogni che non riguardino il proprio personale successo, sogni collettivi), subalterni alla visione del mondo dei loro avversari, complici per volontà o superficialità dell’attuale clima culturale del paese in cui l’attitudine medievale verso le donne, invece di arretrare, avanza spedita a colpi di passerella obbligatoria per tutte le età e qualsiasi professione, tribunali macho-friendly (per esempio, se una donna è “brutta” non può essere stuprata: clamoroso falso del 10 marzo 2019, smentito da tutti i dati in nostro possesso ovunque), concezione proprietaria e relativa oggettivazione di donne e bambine spinta al massimo livello (per cui si può ripetutamente stuprare la propria figlioletta di quattro anni, trasmetterle una malattia venerea e filmare il tutto per farsi una pippa nella pausa pranzo al lavoro: Cuneo, 9 marzo 2019), stupri e tentati stupri, femicidi e tentati femicidi (la scorsa settimana di cronaca la dice lunga sulla brutalità e sulla persistenza della violenza di genere in Italia).

Per uscire dal circo degli orrori è necessario come primo passo il riconoscere questi ultimi per tali. Il secondo è l’analisi di cause e conseguenze della violenza di genere, per la quale è disponibile almeno un secolo di lavoro femminista. Il terzo è la volontà di avventurarsi in un territorio diverso: cambiando comportamento, riscrivendo il proprio posto e il proprio senso rispetto all’esistente, sfidando l’attitudine che ridicolizza e umilia le donne senza darla per scontata o peggio ancora per “naturale”, osando accettare la libertà che il femminismo crea per ogni essere umano e vivendola in prima persona.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

Il parroco che in provincia di Firenze fu colto in flagranza di reato il 23 luglio dell’anno scorso, mentre abusava in automobile di una bambina decenne, è stato condannato a 4 anni e 4 mesi: anche qui – la medesima cosa sta accadendo in troppi casi relativi a violenze sessuali e femicidi – la pena è stata ridotta di un terzo come prevedono i processi svolti mediante “rito abbreviato”. Al momento don Paolo Glaentzer, che è abbastanza anziano, è ai domiciliari e la sentenza, oltre a interdirlo dai pubblici uffici, gli proibisce di frequentare istituti in cui siano presenti minori.

Più o meno tutti gli articoli al proposito riportano che il sacerdote: “(…) durante l’interrogatorio in procura a Prato aveva confessato, spiegando anche che non si trattava della prima volta che si appartava con la bambina. Dieci anni, la piccola era già da tempo seguita dagli assistenti sociali. Il parroco aveva anche dichiarato di intendere il suo rapporto con la bambina come una relazione affettiva, e che sarebbe stata sempre lei a prendere l’iniziativa. Gli episodi, più di uno, sarebbero avvenuti sempre nell’auto dell’uomo, durante il tragitto tra la parrocchia e la casa della bambina, sua parrocchiana, a cui lui avrebbe dato assistenza vista la situazione disagiata della famiglia.”

Nessuno salta per aria scrivendo queste cose, ma io divento furibonda ogni volta in cui le leggo.

1. Essere in condizioni di difficoltà (“da tempo seguita dagli assistenti sociali”) è un colpa, un’attenuante per il prete, una dichiarazione intrinseca di disponibilità agli abusi?

2. Che il perpetratore intendesse il violare una minore come “relazione affettiva” giustifica in qualche modo la faccenda, perché se vuoi bene a una bambina e sei un uomo il tuo “affetto” si esprime inevitabilmente nel violentarla?

3. Anche se fosse vero che era “sempre lei a prendere l’iniziativa” (“ci stava”, la lagna di tutti gli stupratori qualsiasi sia l’età della vittima), un adulto – e per di più un venerabile sacerdote che “assisteva” la sua piccola parrocchiana – non ha niente da dirle al proposito, non sa fare niente di meglio e di diverso dallo sbottonarsi le braghe, non riesce a esprimere un minimo di rispetto per la bimba e di autocontrollo?

Ciò che sfugge di continuo a coloro che devono rendere in cronaca vicende di questo tipo sono fondamento e fulcro delle stesse:

– il perpetratore sceglie di sfruttare lo stato di vulnerabilità di un altro essere umano per la sua personale soddisfazione;

– alla bambina / al bambino che si trovano in condizioni disagiate (erosione di risorse, della percezione di aver signoria su se stessi, di speranza) è facile far credere sia che meritano le violenze subite sia che finalmente conteranno qualcosa se sono “bravi” con il farabutto di turno;

– per le bambine in particolare, stante l’enfasi sulla bellezza obbligatoria da offrire agli uomini in forma di sesso, la faccenda diventa particolarmente spinosa giacché i messaggi ricevuti dalla società che le circonda confermano come “normale” quanto sta accadendo loro;

– il suggerimento che le vittime guadagnino qualcosa dall’essere vittimizzate è inaccettabile: ma i giornalisti persistono a scriverlo, gli avvocati degli stupratori a usarlo in tribunale, i giudici ad accettarlo e i perpetratori ad assolvere se stessi.

Il terreno per il prossimo abuso, grazie a ciò, è pronto e fertile e continuerà a dare rigogliosi raccolti. Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

A cavallo fra la scorsa settimana e la settimana attuale si sono dati alcuni episodi di cronaca che hanno sollecitato in un congruo numero di persone (in maggioranza di sesso maschile) l’espressione di sconcerto e orrore, nonché di severo biasimo, verso donne assolutamente coerenti con gli insegnamenti loro forniti a livello sociale, il che io trovo del tutto assurdo. Stanno facendo quel che gli dite di fare, perciò per quale motivo le assalite con le bave alla bocca, signori? Dovreste dar loro una medaglia.

Non si trattava di bieche brutte femministe odiatrici di uomini, ma di donne obbedienti che hanno avuto figli a 15 anni perché l’aborto è “egoismo” o addirittura “assassinio”, che quando il compagno picchia e quasi uccide i loro bambini parlano di “raptus” (cos’altro hanno mai avuto la possibilità di sentire, sulla violenza maschile?) e ripetono “Ma io lo amo”, che quando il compagno vuole stuprare una delle creature che hanno messo al mondo si prestano a essere complici e spiegano alla figlia in questione che è suo dovere essere sottomessa al maschio in generale e al patrigno in particolare.

Non ricordate niente?

I media italiani, per esempio, diffondono costantemente messaggi del tipo “dio ha fatto le ragazze perché noi le prendessimo” e “pagare una donna di meno vuol dire amarla di più”; parlano a vanvera della crisi infinita che gli uomini vivrebbero a causa di un’eguaglianza di genere che nemmeno esiste; scusano e giustificano e glorificano e erotizzano la violenza e lo sfruttamento in ogni modo possibile – e la donna da amare tanto per dirne una, la vera e brava donna, il preclaro esemplare di femminilità, è quella che ha portato il suo fidanzato “in un bordello, gli ha fatto scegliere un’altra ragazza e si sono divertiti tutta la notte insieme: come fai a non innamorarti di una donna così, giustamente?”

Non vedete niente?

I consigli / ordini sociali alle donne sono quelli di usare il proprio corpo per raffigurare disponibilità sessuale e impotenza. Guardatele. Devono mantenere il proprio corpo piccolo, stretto, contenuto in misure prescritte. Si assicurano di non prendere troppo spazio sui trasporti pubblici o nei luoghi pubblici. Camminano e si siedono in modi rigidi, che si tratti di sculettare per la vostra soddisfazione o di tenere le gambe strette in una postura difensiva. Se manifestano assertività, se i loro corpi sono abbondanti o massicci, sono oggetto del più profondo e schiamazzante disgusto. Se non recitano ogni giorno la deferenza nei confronti dei padroni – esseri superiori – giudici maschi, sanno (e voi sapete) che la violenza nei loro confronti è una conseguenza più che probabile: un’eruzione di violenza, nello specifico, perché abusi molestie discriminazioni insulti sono cifre costanti della vita di una donna dalla culla alla tomba.

E voi cos’è che fate, esattamente?

Spostate la responsabilità e la colpa dal picchiatore / stupratore / assassino alla madre delle vittime. Gli uomini sono mine vaganti, concentrati di sana violenza (eh, è naturale, sono fatti così… però anche se lo ripetete un miliardo di volte resta scientificamente non vero) che toccherebbe alle donne loro legate per parentela o vicinanza mitigare e circondare di airbags. Direi che è molto comodo. Non sono stato io, il maligno raptus mi ha sconvolto e inoltre la mamma non ha fatto niente per fermarmi. Però a picchiare, violare e uccidere sei stato proprio tu, legittimato da costrutti sociali e vulgate mediatiche e dai tuoi pari che corrono ad assolverti.

Contrastare la violenza no e rifiutarla no, queste cose le donne non possono farle; se ci provano diventano le brutte bieche femministe odiatrici di uomini di cui sopra, nonché madri “alienatrici” dei loro figli. Meglio morire:

“15 febbraio, La Stampa – Si uccide il giorno prima del processo contro il suo ex. Lo aveva denunciato per violenza. La tragedia a Trieste. La donna lascia due bambini piccoli.” La denuncia, spiega l’articolo, “l’unica arma che aveva la giovane per difendersi dalle botte” dev’essersi trasformata “in un enorme senso di colpa per aver portato in tribunale il padre dei suoi figli.”

Una buona serva non l’avrebbe mai fatto, giusto? Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

Repubblica, 5 febbraio u.s., estratto da un’intervista a Papa Bergoglio;

“Il maltrattamento delle donne è un problema. Io oserei dire che l’umanità ancora non ha maturato: (nda.: forse ha detto o voleva dire “non è maturata”, il testo è pieno di errori di grammatica / sintassi) la donna è considerata di ‘seconda classe’. Cominciamo da qui: è un problema culturale. Poi si arriva fino ai femminicidi. Ci sono dei Paesi in cui il maltrattamento delle donne arriva al femminicidio.” L’Italia è proprio uno di quei Paesi, e sono talmente tanti che si potrebbe riformulare la frase come “Su tutto il pianeta il maltrattamento delle donne arriva al femminicidio”.

Lieta comunque di aver sentito qualcosa al proposito dal leader di una delle maggiori religioni organizzate a livello mondiale, devo però puntualizzare che:

1. Continuando a definire come accessorio il ruolo delle donne – pur inzuccherando questa classificazione di serie inferiore con l’importanza del “servizio” reso – la chiesa cattolica contribuisce a mantenere in essere il problema culturale.

2. Tutta la patetica pappardella sul “gender”, che Bergoglio ha sponsorizzato in alcune uscite pubbliche, non solo contribuisce a mantenere in essere il problema culturale ma ha alimentato specifiche forme di violenza.

3. Se, come attestato nell’intervista, si vuole “fare qualcosa di più”, il Papa ha parecchi attrezzi a disposizione, a partire dalle analisi e dalle richieste delle donne che fanno parte a qualsiasi titolo della sua chiesa.

Il 3 febbraio, in provincia di Bergamo, Marisa Sartori è stata uccisa dall’ex marito con una coltellata al cuore. Ferita più volte dallo stesso coltello, la sorella di costei è uscita dal coma due giorni dopo. Per i seguaci del razzismo cialtrone legittimato da alte cariche governative, la questione di genere non si pone: l’assassino è di origine tunisina. Ma è italiano il signore che il giorno dopo, a Vercelli, mette in atto un inseguimento automobilistico e dà fuoco alla macchina dell’ex, Simona Rocca, mentre lei è all’interno della stessa. La donna era gravissima ieri e mentre scrivo non so quali sviluppi ci siano stati nella diagnosi. I commentatori “ruspanti” (qui è un neologismo che allude alle ruspe) su ciò non hanno nulla da dire.

Il problema culturale del nostro Paese salta all’occhio esaminando:

a) la narrazione relativa ai perpetratori (che “non accettavano la fine della relazione” ecc.);

b) la dinamica simile delle vicende: entrambe le vittime avevano denunciato lo stalking e le aggressioni, nel secondo caso la donna ha anche chiamato i carabinieri durante l’inseguimento – per la serie denunciate, denunciate, tanto non serve a nulla;

c) le risposte istituzionali, come la dichiarazione del procuratore capo di Vercelli, sig. Pianta:

“Io non credo sia un problema di leggi, ma di cultura e di prevenzione. La nostra sensibilità su questi temi è massima. C’è grande attenzione. Infatti, la misura nei confronti di quel soggetto è stata presa subito. (nda.: era stato rinviato a giudizio) Anche se non era uno dei casi più allarmanti. Solo a Vercelli, che non è il Bronx, abbiamo da 7 a 10 denunce di stalking a settimana. Sono soggetti a cui scatta qualcosa nella testa. L’unica misura che potrebbe funzionare, a livello di deterrente, è il carcere. Ma non viviamo in uno stato di polizia. E se dovessimo chiedere la carcerazione ogni volta in cui c’è dell’astio e un rapporto conflittuale, allora dovremmo raddoppiare lo spazio nelle carceri italiane”.

La prima frase mi trova parzialmente d’accordo: cambiamento culturale e prevenzione si operano anche tramite le leggi; in particolare, in Italia le leggi sembrano non funzionare per quel che riguarda la protezione delle vittime. L’attestazione di massima sensibilità e grande attenzione è smentita dall’analisi successiva: un caso di persecuzione che continua da due anni e mezzo e sfocia in un tentato omicidio non è giudicato “allarmante” ne’ uno “dei più gravi”; il procuratore non trova strano ne’ si chiede perché a 7/10 “soggetti” a settimana “scatta qualcosa nella testa” e riscrive assalti fisici e persecuzioni come “rapporto conflittuale”, redistribuendo in questo modo la responsabilità della situazione su ambo le persone coinvolte.

Nulla di nuovo, in effetti. La narrativa culturale corrente che alimenta la violenza si rifiuta di riconoscere che essa è una scelta del perpetratore e lo ritiene a priori non sano di mente: gli scatta qualcosa nella testa = raptus = incapace di intendere e volere = non (del tutto) responsabile.

In questo scenario, cambiamento culturale e prevenzione del crimine sono un’impossibilità logica e fattuale. Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

Nell’era della “scelta”, in cui gli individui non hanno origine ne’ orizzonte e vedono il resto della comunità umana come composto da esseri ridotti a opportunità di guadagno o a fastidio da cancellare, accade anche questo:

12 gennaio 2019, dalla stampa – “La camorra è una scelta di vita, io ho sempre rispettato loro, loro hanno rispettato me”. E’ la frase che avrebbe pronunciato il nuovo amministratore delegato del Teramo calcio, Nicola Di Matteo, a margine della sua presentazione ufficiale allo stadio, alla presenza del presidente Luciano Campitelli.

La camorra è una forma di criminalità organizzata con una lunga storia (è nata in epoca borbonica, quindi attorno al 1600) fatta di sfruttamento del gioco d’azzardo e della prostituzione, di imposizione di tangenti, di speculazione edilizia, di traffico di droga eccetera eccetera. Il tutto funziona a violenza, com’è logico, minacciata o agita sino all’omicidio.

Nello stesso giorno, ovviamente, diverse notizie affollano la cronaca, dal marito che manda la moglie in ospedale con trauma cranico-facciale alle educatrici che si prendono cura di minori autistici a insulti e botte, dal finto carabiniere che truffa donne anziane facendosi consegnare i loro risparmi alla rissa che termina con un cadavere in strada.

Sono reati contro le persone. Prevedono una risposta da parte dello Stato sotto forma di leggi che li sanzionano. Ma per cosa ci indigniamo se tutto può essere descritto come una “scelta di vita” che ci si chiede di “rispettare”?

“E’ vero, signor giudice, bastono mia moglie da anni, ma è un costume sociale, nonché una prescrizione religiosa – una scelta di vita, insomma. Non credo di poter essere giudicato a priori per le mie scelte personali. Chiedo il rispetto della mia identità culturale di picchiatore.”

“Abbiamo sgridato e punito fisicamente bambini e ragazzi dai 7 ai 15 anni d’età, ma non è violenza su minori, vostro onore. E’ un comportamento in linea con le nostre scelte di vita: si tratta di una cura per l’autismo, attualmente non riconosciuta dalla medicina tradizionale per colpa di Big Pharma, ma sappiamo che il nuovo governo è sensibile all’apertura a nuove competenze e scienze alternative…”

“Va bene, sifonavo via i soldi a vecchiette credule e allora? Intanto è stata una mia scelta e come tale dovrebbe essere rispettata, ma perché ve la prendete con me se queste sono tanto stupide da credermi? E cosa se ne fa, del proprio danaro, una donna anziana? Lo lascia là a marcire in banca fin che crepa e poi i suoi eredi ci si scannano sopra. Dovreste darmi almeno riconoscimento per la furbizia, per l’interpretazione attoriale e per il mantenimento della pace sociale.”

“Okay, ispettore, l’ho accoltellato. Ci siamo presi a sprangate in quel di Margellina e poi ho deciso così. Una scelta di vita, mia, e di morte – sua. Un po’ di rispetto per le scelte altrui, per favore.”

Il sonno della ragione. Così profondo da somigliare a uno stato comatoso.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

dirk bikkemberg men

Le immagini sparse in questo pezzo ritraggono capi di abbigliamento maschile “di moda”: sono tutti indumenti di marche famose. Si va dalla cascata di fiori al rosa pastello e al fucsia carico – e se fate una ricerca su internet troverete altre centinaia e centinaia di esempi simili.

Ogni “brand” sul mercato ha lo scopo principale di fare soldi: se putacaso indulge in cospirazioni e manovre poco pulite di qualche tipo, esse riguardano per lo più come sfruttare meglio i lavoratori, come acquisire materiali sottocosto e come aprire conti bancari protetti in isole tropicali.

lyst

Dell’identità di genere dei propri clienti non può fregare di meno a ogni singola azienda e sarebbe comunque del tutto assurdo che si consorziassero per “confonderla” e spostare le preferenze di costoro verso abiti da donna, perdendoli nel processo: inoltre, non vi è alcuno studio / ricerca con peso scientifico a suggerire che indossando pantaloni fucsia un maschio automaticamente non sappia più di essere maschio… ma questo è ciò che dopo anni di propaganda sull’ideologia gender alimentata da un gruppo di odiatori ignoranti (fra cui preti e politici) e tenuta sotto i riflettori dai media senza alcuna attitudine critica è stato digerito a livello popolare.

joe & jo

Repubblica, 15 dicembre u.s.: “I fatti (…) risalgono al 7 dicembre. Uno dei piccoli allievi dell’asilo (…) sporca in serie, uno dopo l’altro i cambi che la mamma gli ha messo nell’armadietto e le maestre, per non lasciarlo bagnato e sporco, usano gli abiti di riserva che tengono in un armadietto di emergenza. Gli unici che gli vanno bene sono un paio di pantaloni fucsia, ma un colore vale l’altro purché sia pulito. Ed è così che lo riconsegnano a chi lo viene a prendere a fine giornata.

Passa il fine settimana e lunedì mattina la mamma si presenta in classe e consegna alle maestre una lettera: “Vi ringrazio per i pantaloni rosa e le mutandine che avete imprestato al bambino, dopo aver esaurito la scorta. Però le norme sociali non le abbiamo fatte noi. Lo preferivamo pisciato (sic), che sappiamo asciuga, a vestito da femmina e con le idee sull’identità di genere in conflitto”. “

Dunque, questa madre (e questo padre, probabilmente, dato il plurale dell’ultima frase) preferisce un figlio in condizioni di disagio e persino vergogna, a rischio di prendersi un’infreddatura o peggio, esposto al dileggio di eventuali coetanei bulletti, a un indumento color fucsia – perché esso equivale a vestirsi “da femmina”: signora, non gli hanno messo un tutù da ballerina, gli hanno messo dei pantaloni. E’ vero che il “pisciato” si asciuga (speriamo che in futuro la signora non dia ripetizioni di italiano a suo figlio), ma ci mette del tempo e intanto chi è “pisciato” comincia ad avere un odore non proprio gradevole e sta veramente male.

Ma sembra che a costei del benessere del bambino non importi granché, la cosa fondamentale è ricordare alle insegnanti che “le norme sociali non le abbiamo fatte noi”. Forse la signora pensa che discendano direttamente dal cielo o stiano scritte in qualche libro sacro e immutabile, ma si sbaglia: le norme sociali le facciamo proprio noi esseri umani, costituenti di quella stessa società che normiamo… in mille modi diversi a seconda delle epoche storiche, delle credenze vigenti, dell’influenza di religione – economia – politica eccetera eccetera. Di fatto, sul piano storico, le cambiamo di continuo. Noi, ripeto, noi. E mano a mano che vediamo le conseguenze di norme sociali violente, escludenti, discriminanti, false come una moneta di latta, abbiamo la possibilità – e io credo il dovere morale – di lavorare per cambiarle affinché causino meno dolore.

Original Penguin Swim Shorts

La vulgata rosa/femminucce e azzurro/maschietti, inoltre, non è una “norma sociale”, così come non lo sono Babbo Natale e la Fatina dei Denti. E’ una consuetudine obsoleta e sciocca, che non ha la minima ricaduta sull’identità di genere di donne e uomini. So che la signora non crederà a me, sono una diabolica femminista dopotutto, ma alle icone di stile della moda darà credito, no? Guardi tutta questa roba fucsia e abbia la cortesia di riflettere prima di sostenere che chiunque l’abbia creata o la indossi è o è diventato “finocchio”.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: