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Posts Tagged ‘cronaca’

Nell’era della “scelta”, in cui gli individui non hanno origine ne’ orizzonte e vedono il resto della comunità umana come composto da esseri ridotti a opportunità di guadagno o a fastidio da cancellare, accade anche questo:

12 gennaio 2019, dalla stampa – “La camorra è una scelta di vita, io ho sempre rispettato loro, loro hanno rispettato me”. E’ la frase che avrebbe pronunciato il nuovo amministratore delegato del Teramo calcio, Nicola Di Matteo, a margine della sua presentazione ufficiale allo stadio, alla presenza del presidente Luciano Campitelli.

La camorra è una forma di criminalità organizzata con una lunga storia (è nata in epoca borbonica, quindi attorno al 1600) fatta di sfruttamento del gioco d’azzardo e della prostituzione, di imposizione di tangenti, di speculazione edilizia, di traffico di droga eccetera eccetera. Il tutto funziona a violenza, com’è logico, minacciata o agita sino all’omicidio.

Nello stesso giorno, ovviamente, diverse notizie affollano la cronaca, dal marito che manda la moglie in ospedale con trauma cranico-facciale alle educatrici che si prendono cura di minori autistici a insulti e botte, dal finto carabiniere che truffa donne anziane facendosi consegnare i loro risparmi alla rissa che termina con un cadavere in strada.

Sono reati contro le persone. Prevedono una risposta da parte dello Stato sotto forma di leggi che li sanzionano. Ma per cosa ci indigniamo se tutto può essere descritto come una “scelta di vita” che ci si chiede di “rispettare”?

“E’ vero, signor giudice, bastono mia moglie da anni, ma è un costume sociale, nonché una prescrizione religiosa – una scelta di vita, insomma. Non credo di poter essere giudicato a priori per le mie scelte personali. Chiedo il rispetto della mia identità culturale di picchiatore.”

“Abbiamo sgridato e punito fisicamente bambini e ragazzi dai 7 ai 15 anni d’età, ma non è violenza su minori, vostro onore. E’ un comportamento in linea con le nostre scelte di vita: si tratta di una cura per l’autismo, attualmente non riconosciuta dalla medicina tradizionale per colpa di Big Pharma, ma sappiamo che il nuovo governo è sensibile all’apertura a nuove competenze e scienze alternative…”

“Va bene, sifonavo via i soldi a vecchiette credule e allora? Intanto è stata una mia scelta e come tale dovrebbe essere rispettata, ma perché ve la prendete con me se queste sono tanto stupide da credermi? E cosa se ne fa, del proprio danaro, una donna anziana? Lo lascia là a marcire in banca fin che crepa e poi i suoi eredi ci si scannano sopra. Dovreste darmi almeno riconoscimento per la furbizia, per l’interpretazione attoriale e per il mantenimento della pace sociale.”

“Okay, ispettore, l’ho accoltellato. Ci siamo presi a sprangate in quel di Margellina e poi ho deciso così. Una scelta di vita, mia, e di morte – sua. Un po’ di rispetto per le scelte altrui, per favore.”

Il sonno della ragione. Così profondo da somigliare a uno stato comatoso.

Maria G. Di Rienzo

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dirk bikkemberg men

Le immagini sparse in questo pezzo ritraggono capi di abbigliamento maschile “di moda”: sono tutti indumenti di marche famose. Si va dalla cascata di fiori al rosa pastello e al fucsia carico – e se fate una ricerca su internet troverete altre centinaia e centinaia di esempi simili.

Ogni “brand” sul mercato ha lo scopo principale di fare soldi: se putacaso indulge in cospirazioni e manovre poco pulite di qualche tipo, esse riguardano per lo più come sfruttare meglio i lavoratori, come acquisire materiali sottocosto e come aprire conti bancari protetti in isole tropicali.

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Dell’identità di genere dei propri clienti non può fregare di meno a ogni singola azienda e sarebbe comunque del tutto assurdo che si consorziassero per “confonderla” e spostare le preferenze di costoro verso abiti da donna, perdendoli nel processo: inoltre, non vi è alcuno studio / ricerca con peso scientifico a suggerire che indossando pantaloni fucsia un maschio automaticamente non sappia più di essere maschio… ma questo è ciò che dopo anni di propaganda sull’ideologia gender alimentata da un gruppo di odiatori ignoranti (fra cui preti e politici) e tenuta sotto i riflettori dai media senza alcuna attitudine critica è stato digerito a livello popolare.

joe & jo

Repubblica, 15 dicembre u.s.: “I fatti (…) risalgono al 7 dicembre. Uno dei piccoli allievi dell’asilo (…) sporca in serie, uno dopo l’altro i cambi che la mamma gli ha messo nell’armadietto e le maestre, per non lasciarlo bagnato e sporco, usano gli abiti di riserva che tengono in un armadietto di emergenza. Gli unici che gli vanno bene sono un paio di pantaloni fucsia, ma un colore vale l’altro purché sia pulito. Ed è così che lo riconsegnano a chi lo viene a prendere a fine giornata.

Passa il fine settimana e lunedì mattina la mamma si presenta in classe e consegna alle maestre una lettera: “Vi ringrazio per i pantaloni rosa e le mutandine che avete imprestato al bambino, dopo aver esaurito la scorta. Però le norme sociali non le abbiamo fatte noi. Lo preferivamo pisciato (sic), che sappiamo asciuga, a vestito da femmina e con le idee sull’identità di genere in conflitto”. “

Dunque, questa madre (e questo padre, probabilmente, dato il plurale dell’ultima frase) preferisce un figlio in condizioni di disagio e persino vergogna, a rischio di prendersi un’infreddatura o peggio, esposto al dileggio di eventuali coetanei bulletti, a un indumento color fucsia – perché esso equivale a vestirsi “da femmina”: signora, non gli hanno messo un tutù da ballerina, gli hanno messo dei pantaloni. E’ vero che il “pisciato” si asciuga (speriamo che in futuro la signora non dia ripetizioni di italiano a suo figlio), ma ci mette del tempo e intanto chi è “pisciato” comincia ad avere un odore non proprio gradevole e sta veramente male.

Ma sembra che a costei del benessere del bambino non importi granché, la cosa fondamentale è ricordare alle insegnanti che “le norme sociali non le abbiamo fatte noi”. Forse la signora pensa che discendano direttamente dal cielo o stiano scritte in qualche libro sacro e immutabile, ma si sbaglia: le norme sociali le facciamo proprio noi esseri umani, costituenti di quella stessa società che normiamo… in mille modi diversi a seconda delle epoche storiche, delle credenze vigenti, dell’influenza di religione – economia – politica eccetera eccetera. Di fatto, sul piano storico, le cambiamo di continuo. Noi, ripeto, noi. E mano a mano che vediamo le conseguenze di norme sociali violente, escludenti, discriminanti, false come una moneta di latta, abbiamo la possibilità – e io credo il dovere morale – di lavorare per cambiarle affinché causino meno dolore.

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La vulgata rosa/femminucce e azzurro/maschietti, inoltre, non è una “norma sociale”, così come non lo sono Babbo Natale e la Fatina dei Denti. E’ una consuetudine obsoleta e sciocca, che non ha la minima ricaduta sull’identità di genere di donne e uomini. So che la signora non crederà a me, sono una diabolica femminista dopotutto, ma alle icone di stile della moda darà credito, no? Guardi tutta questa roba fucsia e abbia la cortesia di riflettere prima di sostenere che chiunque l’abbia creata o la indossi è o è diventato “finocchio”.

Maria G. Di Rienzo

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Da articoli sulla stampa internazionale il 12 dicembre (e loro versioni rivedute e corrette dalla stampa italiana il giorno successivo) ho appreso che Bergoglio ha “congedato” in ottobre tre suoi consiglieri del C-9, un gruppo di nove persone organizzato dal papa stesso nel 2013 con lo scopo di riorganizzare la burocrazia vaticana, ringraziandoli per i “cinque anni di servizio”. I tre sono il cardinale australiano George Pell, il cardinale cileno Javier Errazuriz e il cardinale congolese Laurent Monsengwo Pasinya, rispettivamente di 77, 85 e 79 anni.

Il primo è a processo nella natia Australia per annose denunce di abusi sessuali (lui nega) e formalmente ha ancora una carica in Vaticano nel segretariato economico.

Il secondo è accusato dai sopravvissuti / dalle sopravvissute agli abusi sessuali da parte di sacerdoti del suo paese di aver coperto questi ultimi (lui nega).

Il terzo è semplicemente andato in pensione (mi auguro non vi sia nessuna sorpresa al proposito).

Sullo scandalo che è scoppiato da un paio di mesi attorno al caso di Pell, l’Osservatore Romano ha intervistato il gesuita Hans Zollner il 26 novembre scorso, il quale non ha detto molto di più di “analisi, consapevolezza, vergogna, pentimento, preghiera” eccetera, però sappiamo che la Pontificia Università Gregoriana dal 2012, con il Centro per la protezione del bambino “fornisce educazione e formazione per la prevenzione degli abusi sessuali su minori – dalla formazione di base a quella specialistica – per tutti coloro che lavorano nel campo della tutela dei minori”. Peccato che manchi di fornirla ai sacerdoti semplici e agli augusti cardinali. O, se in realtà li ha invece “formati”, sarebbe interessante sapere cosa i suoi membri / insegnanti / esperti pensano dei risultati.

Solo alcune cose, per finire, sull’abuso sessuale di minori.

Non esiste un predatore “tipo”. Chi abusa di bambine/i può appartenere a qualsiasi classe economica e stile di vita; può essere un familiare e può essere persona stimata e apprezzata a livello sociale.

Nella stragrande maggioranza dei casi chi abusa di un bambino è una persona che il piccolo conosce.

L’abuso sessuale di minori non è limitato a situazioni che includono l’uso di forza fisica. Esporre le bambine / i bambini alla pornografia, per esempio, ha su di loro un significativo impatto emotivo e psicologico.

Qualsiasi sia il tipo di comportamento della bambina / del bambino vittima di abuso sessuale, quest’ultimo non è MAI colpa sua. Ripetiamolo: MAI. Anche se non ha detto “no”, non ha urlato, ha accettato il giocattolo o le caramelle o i complimenti.

Di fatto, la risposta più comune del/della minore all’abuso è il silenzio (gli studi danno cifre attorno al 93%). Bambine e bambini sono confusi rispetto a quel che è accaduto loro, sono spaventati all’idea di non essere creduti e si preoccupano di cosa potrà accadere alla loro famiglia se parlano.

Perché, pensateci: come riesco a riportare – diciamo a 8/10 anni – che Padre Tizio, riverito sacerdote della comunità, amico di mamma e papà, sempre affettuoso e allegro, mio insegnante di catechismo ecc. ecc. mi ha tolto le mutande in canonica? Non è un estraneo ad avermi assalito, è (come la maggioranza delle persone che abusano di bimbe/i) un manipolatore che io conosco e che tutti attorno a me conoscono. Può aver speso tempo e impegno nel costruire una connessione emotiva con me, facendomi sentire “speciale”, e star usando la mia fiducia in lui per usarmi e controllarmi…

I sopravvissuti e le sopravvissute agli abusi testimoniano spesso come il tradimento della loro fiducia sia la parte più devastante di quel che hanno subìto. Per cui: quando trovano il sostegno necessario, l’energia e la forza necessarie a parlare, quando denunciano, abbiamo il solo dovere di ascoltare e di collaborare alla loro ricerca di riparazione e giustizia – non importa quante onorate e finemente orlate sottane sacerdotali finiscano a brandelli, perché non vi è ammontare di stracci equiparabile ai danni che i possessori di sottane hanno fatto a vite altrui.

Maria G. Di Rienzo

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“Per una donna, il solo atto di scrivere o parlare in pubblico è un atto politico. Per lungo tempo la donna è stata confinata a un ruolo di procreazione e matrimonio, e null’altro. Esprimere se stessa tramite la scrittura è reclamare un ruolo che le è stato confiscato. Quest’atto è un mezzo di liberazione e un’arma che difende. Dare parola al suo dolore e al suo status sono modi di sconfiggere le sue drammatiche condizioni e di essere in carico del proprio destino. Essere consapevole della propria condizione, portare testimonianza, denunciare l’ingiustizia, concepire se stessa in altra maniera, cambiare le cose – tutto ciò può essere lo scopo di qualsiasi poeta, ma certamente è il mio.” Rachida Madani, scrittrice e poeta marocchina contemporanea, attivista femminista.

Anche le parole che seguono sono sue. Sono tratte dal suo libro “Tales of a Severed Head” (“Storie di una testa mozzata”), nello specifico da “The First Tale” (“La prima storia”) – le ho scelte per commemorare Fatima, che nel pomeriggio di domenica 25 novembre si è lanciata contro un treno in corsa a Pontedera. I giornali non la identificano con un cognome, era “una ragazza marocchina di 18 anni, incinta al terzo mese”. Fatima se n’era andata di casa per stare con un “fidanzato” – uso a maneggiar stupefacenti e con un divieto di dimora nel Comune di Pisa – che alla fine non voleva occuparsi del figlio in arrivo. Lei lo ha lasciato, ma pare che la famiglia non l’abbia riaccolta. Era sola. Ha cominciato a correre, ha corso sino all’impatto, violentissimo, che l’ha distrutta. Di lei resta una borsetta “con i documenti e pochi spiccioli”.

Lei è giovane, bella come un grappolo

primaverile

che tenta di fiorire per l’ultima volta

(…)

Ma il treno arriva

ma il ramo si spezza

ma di colpo sta piovendo nella stazione

nel mezzo della primavera.

E il treno emerge da tutte le direzioni

Fischia e attraversa direttamente la donna

per tutta la sua lunghezza.

Dove la donna sanguina, non ci sarà primavera

mai più.

Maria G. Di Rienzo

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22-23 novembre 2018, dalla stampa:

– “Condannato a 8 anni di carcere Jonathan Trupia, insegnante di inglese di 25 anni, accusato di violenza sessuale nei confronti di 25 bambine della scuola materna «Casa dei Bambini» di largo Bastia, l’asilo convenzionato con i dipendenti di Bankitalia. L’uomo è accusato di aver abusato delle ragazzine, tutte di età compresa tra i 3 e i 5 anni, e per questo il tribunale di Roma lo ha condannato anche al pagamento di una penale da 10 mila euro in favore di ogni vittima. Gli episodi risalgono al periodo tra ottobre 2017 e marzo 2018, nel laboratorio di lingue.”

– “Ha preso un aereo per le Canarie per punire la sua ex fidanzata. Matteo Ettore Albanesi, 45 anni, originario di Busto Arsizio, è stato arrestato all’aeroporto di Tenerife, con l’accusa di avere gettato acido sul volto di Maria, una ragazza di 25 anni. Secondo quanto denunciato dalla vittima, Albanesi è arrivato apposta dall’Italia, accompagnato da una donna, per vendicarsi della ex, colpevole si suoi occhi di averlo lasciato, meno di un anno fa. L’aggressione è avvenuta martedì sera in una piazza di Tenerife, nella zona de La Laguna. (…) La donna è ricoverata nell’ospedale dell’isola con ustioni gravissime a un occhio. «La minacciava senza sosta su Whatsapp» ha raccontato l’attuale fidanzato di Maria.”

– “È morto il bambino di 11 anni che si trovava nella casa di Sabbioneta (Mantova) che il padre avrebbe incendiato. L’uomo, italiano, a quanto si è saputo aveva ricevuto 4 giorni fa un divieto ad avvicinarsi alla casa familiare emesso dal gip di Mantova. (…) Secondo quanto si è saputo, la madre del bambino stava rincasando dopo aver portato altri suoi due figli ad attività pomeridiane, e ha visto il marito uscire dalla casa e salire a bordo di un’auto con la quale ha speronato la sua. Quando i Carabinieri e il personale del 118 sono arrivati nell’abitazione, il bambino era esanime ed è morto poco dopo il suo arrivo in ospedale.”

Insegnanti, mariti, ex partner, padri. Non ci sono stati presidi spontanei, affissioni di manifesti, proteste davanti a sedi istituzionali, nuovi hashtag sui social media, rose bianche-rosse omaggiate da politici.

24 novembre 2018, vigilia della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, dalla stampa:

– “Mancano più di 5mila posti letto per chi fugge dalle mura domestiche, teatro dell’80% dei maltrattamenti; i fondi pubblici sono scarsi e utilizzati male. Di quelli disponibili ne sono stati spesi solo lo 0.02%. Scarsa preparazione e formazione sul fenomeno della violenza di forze dell’ordine e personale socio-sanitario, interventi di prevenzione e protezione sui territori a macchia di leopardo, così solo il 7% degli stupri viene denunciato. Le donne che si sono rivolte ai Centri antiviolenza nel 2017 sono 49.152, di queste 29.227 hanno iniziato un percorso di uscita dalla violenza. Il 26,9% delle donne che si rivolgono ai centri sono straniere e il 63,7% ha figli, minorenni in più del 70% dei casi. Sono i dati raccolti dall’Istat che per la prima volta ha svolto l’indagine sui servizi offerti dai Centri antiviolenza, in collaborazione con il Dipartimento per le Pari opportunità le regioni e il Consiglio nazionale della ricerca.

Da gennaio a ottobre sono state oltre 70 le donne uccise per mano di chi diceva di ‘amarle’. Da gennaio a fine luglio sono state 1.646 le italiane e 595 le straniere che hanno presentato denuncia per stupro. L’Istat stima che siano 1 milione 404mila le donne che hanno subito molestie fisiche o ricatti sessuali sul posto di lavoro da parte di un collega o del datore di lavoro. Incalcolabili gli episodi di sessismo, che permeano la vita delle donne (…)”

Non ci sono stati presidi spontanei, affissioni di manifesti, proteste davanti a sedi istituzionali, nuovi hashtag sui social media, rose bianche-rosse omaggiate da politici.

25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. L’unica dichiarazione sensata (dalla sfera politica) offerta sulla stampa è quella del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella:

– “La violenza sulle donne purtroppo non conosce confini geografici, distinzioni di classe o di età: è iscritta in tante singole biografie. In ogni sua forma, fino all’omicidio, non è mai un fatto privato ne’ solo conseguenza di circostanze e fattori specifici, ma si inscrive in una storia universale e radicata di prevaricazione sulla donna. (…) La prevenzione avviene soltanto continuando a operare per una profonda trasformazione culturale che trovi il suo miglior esito nella promozione del rispetto e nell’affermazione delle donne nella società. Nel nostro Paese il fenomeno della violenza sulle donne è ancora tragicamente alto e la sua denuncia ancora troppo reticente. Si devono, quindi, favorire le condizioni migliori per superare questo ulteriore ostacolo soprattutto negli ambienti – come quello lavorativo – dove risulta più difficile.”

26 novembre 2018, la stampa dà conto dell’udienza preliminare nei confronti del nigeriano Innocent Oseghale, che è imputato dell’omicidio di Pamela Mastropietro e ha ammesso di averne smembrato il corpo per farlo stare in due valigie.

– “Poco dopo le 8, alla riapertura del palazzo di Giustizia di Lodi sono stati trovati attaccati con nastro adesivo ad alcune delle porte di ingresso manifesti in formato A3, a colori, riportanti il simbolo di Forza Nuova, con la frase “Ecco il risultato della vostra integrazione”. Sullo sfondo l’immagine di una giovane donna, a terra e che appare ormai senza vita, completamente insanguinata e tenuta per il collo da un uomo corpulento e dalla pelle che appare di colore scuro. In fondo al volantino l’hasthag: #giustiziaperpamela.”

– “Alla famiglia (nda.: della donna uccisa) su un foglio di carta a righe scritta a stampatello, arriva una lettera anche di Luca Traini, l’uomo condannato a 12 anni per aver sparato a sei extracomunitari come vendetta per l’assassinio di Pamela. “Mi permetto di esprimere la mia vicinanza alla famiglia Mastropietro – scrive Traini – alla mamma di Pamela vanno le mie preghiere: che Dio possa infondere forza e coraggio nel suo cuore. Nessuno potrà fermare mai la convinzione che la giustizia no, non è solo un’illusione! Pena certa per gli assassini di Pamela, giustizia per Pamela e per tutte le donne vittime di violenza”, firmato Lupo, il nome di battaglia di Traini.”

La “storia universale e radicata di prevaricazione sulla donna” non si esprime solo con la violenza dello stupro, dell’acido in faccia, delle percosse, degli incendi dolosi ecc. sino ad arrivare all’omicidio. La prevaricazione consiste anche nella trasformazione di tutto ciò in una grottesca palestra ove gli uomini gonfiano i loro ego, gli uomini si incaricano di farci a pezzi o di sparare a nome nostro, gli uomini parlano – che si tratti di proclami o di insulti – con altri uomini e usano la nostra sofferenza come veicolo per le loro idee bislacche al meglio e orrende al peggio.

Che noi si muoia urlando o che si urli nelle piazze: NESSUNO ASCOLTA. E’ questo il primo passo per la “profonda trasformazione culturale” di cui abbiamo bisogno: che le donne siano ascoltate e prese sul serio.

Maria G. Di Rienzo

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Le frasi fra virgolette vengono dagli articoli che riportano l’ultimo femminicidio italiano in ordine di tempo, cioè l’omicidio di Roxana Zenteno, 41 anni, da parte del marito 47enne Marco Buscaglia. La coppia ha due figli di 13 e 10 anni.

– “Lui ha cominciato a fare domande, con il sospetto che lei potesse avere un altro uomo. La vittima ha ammesso di avere una relazione.” Risultato: uccide la moglie, soffocandola.

Uccidere la donna ha risolto o sanato in qualche modo la situazione? No.

Ci sono alternative? Cominciare a discutere della propria, di relazione ed eventualmente della separazione e del divorzio.

– Lui “aveva problemi di depressione per motivi di lavoro, temeva di essere licenziato”. Risultato: uccide la moglie, soffocandola.

Uccidere la donna ha risolto o sanato in qualche modo la situazione? No.

Ci sono alternative? Consultare il medico per la depressione e il sindacato per il posto di lavoro.

– Lui “non aveva elaborato il dolore per la morte dei genitori”. Risultato: uccide la moglie, soffocandola.

Uccidere la donna ha risolto o sanato in qualche modo la situazione? No.

Ci sono alternative? Consultare uno psicologo, parlarne con chi (parenti e amici) ha subito la stessa perdita.

– Lui provava “una profonda insoddisfazione familiare”; il rapporto con la moglie “si sarebbe raffreddato da quando la donna ha cominciato a frequentare il corso per diventare operatrice sanitaria che l’ha tenuta più tempo lontana da casa rispetto a quanto faceva in precedenza quando la sua vita era interamente dedicata al marito, ai figli, alla casa.” Risultato: uccide la moglie, soffocandola.

Uccidere la donna ha risolto o sanato in qualche modo la situazione? No.

Ci sono alternative? Cominciare a rispettare le scelte di quella donna, che è una persona intera con pregi e difetti, diritti e responsabilità, sogni e scopi e desideri – non la serva del marito, dei figli e della casa ventiquattro ore su ventiquattro.

E’ mai possibile che qualsiasi difficoltà, problema, asprezza un uomo sperimenti esse siano usate come lasciapassare per la violenza di genere, femminicidio compreso? La colpa è sempre di qualche “strega” (leggi femmina) nelle vicinanze? Siamo nel 2018, signori giornalisti. Voi usate computer e non pergamena e inchiostro sotto la minaccia della revisione del Supremo Inquisitore. Il medioevo è finito da un pezzo.

Maria G. Di Rienzo

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I dati dell’Istat sulla violenza contro le donne in Italia, riferiti al 2017, sono ripresi in questi giorni dalla stampa: 123 uccise, in più dell’80% dei casi da partner, ex partner, persona di famiglia o collega di lavoro. “Uomini che conoscevano e di cui si fidavano, spesso incensurati, di qualsiasi classe sociale”. Rispetto ai precedenti rilevamenti il loro numero risulta in crescita. In maggioranza – dati forniti dalle Rete dei Centri Antiviolenza D.i.Re – sono uomini italiani, il 65%.

“Proprio per questa loro peculiarità di collegamento con la dimensione domestica, spiega l’Istat, sugli omicidi delle donne non incidono le politiche intraprese nel settore della sicurezza e della lotta alla criminalità organizzata, che hanno invece favorito una forte contrazione degli omicidi degli uomini. Gli uomini infatti raramente vengono ammazzati dal partner, donna o uomo che sia: 8 casi su 237 omicidi. Secondo i dati ufficiali, nel 32,1% dei casi gli italiani morti ammazzati sono stati uccisi da una persona che non conoscevano, e per il 43,2% non si è addirittura trovato l’autore. Al contrario delle donne, uomini uccisi da conoscenti sono solo il 24,8%, un terzo del corrispettivo valore delle donne.”

Per disegnare e poi implementare politiche che in effetti incidano, sarebbe necessario:

capire cosa la violenza di genere è e perché avviene; esaminare i vari tipi di violenza che le donne si trovano a dover affrontare durante l’intero ciclo della loro vita; apprendere quali sono le radici strutturali e sociali della violenza di genere (ve ne sono anche di personali, ovviamente, ma quelle sono più ovvie e facilmente tracciabili); identificare gli schemi della violenza, che può essere sistemica e le cui differenti forme possono intrecciarsi; decostruire tutti i miti che ancora coprono e giustificano la violenza contro le donne; capire lo specifico impatto che l’abuso in ambito domestico ha sulle donne e eventualmente sui loro figli; imparare, da chi già lo fa e può insegnarlo – centri antiviolenza, attiviste femministe – come rispondere alla violenza di genere e come sostenere le donne che si trovano in situazioni violente.

Adesso, cercate di immaginare i membri del vostro governo locale (regione, comune) e quelli del governo nazionale dediti all’opera descritta. Mi/vi risparmio i puntini di sospensione. Capisco. Non dico altro.

Il rapporto Istat che ho sintetizzato sopra è oggi piazzato a guisa di commento sotto gli articoli di cronaca che riportano due assalti armati a donne da parte di ex compagni, con annessa tentata strage collaterale di familiari/conoscenti. Nel primo caso l’uomo ha ucciso moglie e cognata e ferito i suoceri prima di suicidarsi con la stessa pistola. Nel secondo caso l’uomo ha usato un coltello contro la donna con cui in passato aveva avuto una relazione e contro il compagno di lei; infine, all’arrivo delle forze dell’ordine, si è tagliato le vene e si è gettato dalla finestra.

Ho scorso quattro quotidiani a tiratura nazionale e hanno tutti lo stesso occhiello, parola per parola:

“Giornata di sangue in Campania con due raptus di violenza maturati in ambito familiare. In entrambi i casi a uccidere sono stati due uomini, che poi hanno rivolto le armi contro se stessi. Il bilancio finale è di quattro vittime, di cui tre donne, e quattro feriti.”

Questo è un preclaro esempio di “politica” che non solo non funziona in senso deterrente ma contribuisce a mantenere in essere la violenza di genere: i fatti sono appena accaduti, le indagini sono al punto d’inizio e gli articolisti non sanno nulla dello status mentale degli assassini/suicidi, ma sono sveltissimi nel suggerirci che gli uomini in questione non devono essere ritenuti responsabili delle loro azioni. E’ stato il raptus, a prescindere.

Maria G. Di Rienzo

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