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Posts Tagged ‘cronaca’

… noi no. “Bastia Umbra: «Il mio compagno mi ha ridotto così divertendosi». Giovane posta su Fb le foto degli abusi”

bastia

“Una storia agghiacciante di violenza sulle donne” è l’incipit preferito degli articoli al proposito. Poi ci dicono che le indagini da parte dei carabinieri sono in corso “per definire meglio i contorni dell’assurda vicenda di violenza su giovane una donna”. Lasciamo da parte i commenti che oscillano fra superficialità e connivenza – ormai le trovo insopportabilmente disgustose entrambe – e concentriamoci sulla supposta “assurdità” dell’accaduto.

Stando al vocabolario, assurdo è qualcosa che se riferito a fatti reali li indica come “quasi incredibili per la loro stranezza o eccezionalità”: basta continuare a scorrere o sfogliare le pagine dei giornali che riportano la notizia il 6 dicembre u.s. per accorgersi che non è così.

Narcotizza la moglie con un potente sonnifero e la violenta

“(…) Ad avviare l’inchiesta la denuncia sporta dalla vittima, che ha raccontato come il marito, fin dall’inizio della loro convivenza, nel 2005, l’avesse sottoposta a maltrattamenti fisici e morali.”, “Nell’ultimo periodo inoltre, l’indagato avrebbe anche minacciato la donna di pubblicare in rete video intimi che la ritraevano.”

Violentata a 11 anni davanti al centro commerciale, la bambina in lacrime: «Mi hanno fatto male»

“(…) costretta con la forza da due adolescenti di 15 e 16 anni a compiere atti sessuali”, “(…) le sarebbe arrivato un messaggio su WhatsApp con l’invito ad andare nella zona dove ci sono le giostre per i bambini. Lucia ci è andata, si è fidata, ma quel giovanotto non era da solo, era con un altro ragazzo. Prima le avance sessuali, alle quali la bambina si sarebbe sottratta, poi la violenza da parte di entrambi.”

Stuprata dal branco a 13 anni e costretta a emigrare al Nord, il papà: «Tutto il paese contro di me»

“(…) abusi ripetuti, andati avanti per due anni”, “I cinque condannati in primo grado (…) andavano a prendere la ragazzina da scuola, si appartavano con lei e la violentavano (…) ora sono in libertà in attesa del processo d’appello”, “Sono andato dal padre di uno di loro, che aveva 17 anni all’epoca: mi ha detto che mia figlia si era fatta una brutta nomea in paese. Altri mi dissero che non dovevo denunciare. Era come se mia figlia si fosse meritata quella violenza.”

Segregata e abusata nel pollaio dal cognato per un mese. Fugge nei boschi e riesce a chiedere aiuto

“Con l’inganno l’aveva fatta entrare in un pollaio dove l’aveva picchiava violentemente, anche utilizzando un tubo di plastica e l’aveva legata ad una branda metallica perché non scappasse. La donna veniva slegata solo un paio di volte al giorno perché si alimentasse, di solito con acqua e biscotti.”

Potrei continuare, ma mi sembra sufficiente: una violenza contro donne e bambine che si ripete quotidianamente, feroce e pervasiva, non può in alcun modo essere classificata come occasionale, strana, eccezionale. L’Italia ha quindi un problema grave ancora non affrontato in maniera corretta e la responsabilità dei media nell’aggravare la questione è assai pesante.

Cosa credete che circondi i pezzi di cui ho riportato sopra titoli e alcuni brani? Cose di questo tipo:

“Scatto hot – Elisabetta Canalis nuda tenta di coprirsi solo con le mani, ma non basta”, oppure “Il sito di incontri preferito dalle donne italiane” (il tutto corredato da immagini di corpi femminili seminudi e sdraiati).

L’oggettivazione è un motore e un alimentatore della violenza. Lo stiamo dicendo da decenni, è un’affermazione comprovata da una tonnellata di studi al proposito e l’Italia ha firmato dozzine di protocolli internazionali in cui si impegna a contrastarla. Un oggetto lo usi, lo compri, lo rompi a tuo piacimento. Suggerire di continuo che le donne sono solo “cose” da usare a scopo sessuale fa sì che picchiarle, stuprarle, sequestrarle, legarle a un letto in un pollaio diventino azioni “normali” nella mente di chi le compie.

Negli stessi giorni in cui la giovane di Bastia Umbra mostra come il suo compagno si “diverte” a massacrarla, abbiamo sulla stampa la descrizione di Nilde Iotti – partigiana, donna politica e prima presidente della Camera di sesso femminile che ha segnato un’epoca nel nostro Paese – come “emiliana simpatica e prosperosa, come solo sanno esserlo le donne emiliane. Grande in cucina e grande a letto. Il massimo che in Emilia si chiede a una donna” e dell’attrice Anna Foglietta che l’ha interpretata in uno sceneggiato televisivo come “una romana bella e soda, chiamata a interpretare la più soda presidentessa della Camera”. Le vite e le storie di entrambe sono ridotte a zero dal sessismo e dall’oggettivazione. Sode, brave a letto, e poi ti preparano anche lo zabaione: ecco come devono essere le donne per l’autore di questa idiozia e per il suo giornale (“Libero” – da neuroni superflui che indurrebbero la riflessione): strumenti a servizio degli uomini. I quali, ne deriva logicamente, possono quindi farne quel che a loro pare.

E abbiamo anche il cantante Cremonini con il suo ultimo singolo “Giovane Stupida”: i giornalisti ci spiegano che costui “scherza sul rapporto con la sua ragazza, definendola appunto, in maniera affettuosa, “giovane e stupida”. Aggettivi non graditi da alcuni utenti di Twitter, che hanno tacciato di maschilismo anche un altro verso: Complicazioni sentimentali: è più facile guardarti il culo mentre ti allontani“.

La ragazza in questione ha 21 anni, il signore quasi 40 – un’età in cui per gli uomini, soprattutto quelli ricchi, diventa difficile avere relazioni con coetanee: spesso infatti queste ultime “incitano con la parità e fanno andare l’uomo fuori di testa. Si permettono di dire delle cose, volere, pretendere” (https://lunanuvola.wordpress.com/2019/12/01/padroni-e-serve/) e in più i loro culi potrebbero aver perso vigore. Meglio stare con una che potrebbe essere tua figlia, così le natiche che guardi sono fresche (le tue no) e salvaguardi il tuo miserabile senso di superiorità definendola (affettuosamente, scherzando, ci mancherebbe) “giovane e stupida”.

Davvero, com’è che qualcuno accusa e taccia di maschilismo il sublime parto artistico di questo tizio? Meno male, dicono ancora i “giornalisti” che “l’esercito dei suoi fan è pronto a difenderlo”…

La risposta migliore la dà in un tweet Simona Urso (che non conosco e che ringrazio per averla potuta citare): A me piace uno più vecchio di me di 10 anni. Mo’ gli scrivo la canzone “Vecchio rincoglionito”. Chissà se funziona.

Maria G. Di Rienzo

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Novembre finisce così, con “Uccide la moglie a colpi di pietra e pugni, poi chiama il 118” (provincia di Chieti), “Uccide la compagna a bastonate e si impicca, aveva scritto a un’amica su Facebook: L’ammazzerò” (Brescia), “Uccise la compagna, pena dimezzata in appello: Era seminfermo di mente” (Roma). Tralasciamo gli stupri, gli episodi di violenza domestica e persino le felici “sex workers” minorenni di Foggia, le quali “vivevano in baracche chiuse dall’esterno con catene e lucchetti, costrette a prostituirsi per otto ore al giorno in cambio di un pacchetto di sigarette, private di telefoni e documenti e picchiate”: quella che ha denunciato, dopo essere fuggita durante la notte, era rimasta incinta e aveva abortito dopo una sessione di calci e pugni, ma i suoi aguzzini avevano già in programma – se avesse portato a termine la gravidanza – di vendere il neonato per 28.000 euro.

Novembre ci regala anche la risposta al perché in Italia trattiamo in questo modo le persone di sesso femminile: la fornisce Vito Borgia, padre di quell’Antonio 51enne che il 23 del mese scorso ha ammazzato Ana Maria Di Piazza. Quest’ultima aveva 30 anni, un figlio di 11, era l’amante dell’uomo (sposato) e aspettava un bambino da lui. Ed ecco la ragione per cui è stata uccisa:

Prima di tutto voglio chiedere scusa alla famiglia di Ana perché sono cose che non si devono fare. Sono il papà e l’ho cresciuto con una certa educazione, ma oggi le donne incitano con la parità e fanno andare l’uomo fuori di testa. Si permettono di dire delle cose, volere, pretendere. Ed è quello che è successo a mio figlio.

La nostra ferita è profonda tanto quanto quella della famiglia della ragazza defunta. Fino all’ultimo giorno, ho consigliato (a) mio figlio cose diverse da quelle che ha fatto, gli ho detto di stare sempre lontano dai guai.”

Come vedete, cocco di papà ha ricevuto un’educazione impeccabile sul rapporto tra i sessi: ci sono i padroni e ci sono le serve, è semplicissimo. Diciamo che il suo agire è stato un po’ grossolano (“certe cose non si fanno”) – come scaccolarsi in pubblico o ruttare in faccia a qualcuno – e che irresponsabilmente si è cacciato nei guai, ma è tutto, responsabilità non ne ha e al massimo merita uno scappellotto. Mentre bastonava, infilzava e finiva sgozzandola una donna incinta era semplicemente stato “incitato” a farlo da quest’ultima. Ana Maria si era permessa “di dire cose, volere, pretendere”. Non era stata al suo posto, la serva.

I giornali che riportano la dichiarazione summenzionata lo fanno con una faccia di bronzo assoluta. Al sig. padre nessuna domanda, negli articoli nessun commento o presa di distanza. E’ un’opinione, no? Può servire a guadagnare qualche lettore, si scatenerà una polemicuccia, avremo like e condivisioni: siamo operatori dei media e influencer, mica giornalisti.

Maria G. Di Rienzo

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Poche righe sul docente di Piacenza che ha minacciato i suoi studenti affinché non partecipassero alla manifestazione delle “sardine”. La storia la conoscete già: Giancarlo Talamini Bisi li informa che sarà presente a monitorare la situazione e che se ne riconoscerà in piazza qualcuno renderà la sua vita a scuola “un inferno”. Quanto uno/una studente si impegni e impari non ha importanza: se manifesta vedrà “il 6 col binocolo” e passerà “la prossima estate sui libri”.

Nel suo spazio social, ora scomparso perché il professore “non teme di metterci la faccia”, palesa il suo sostegno alla Lega per le elezioni regionali, si definisce “fascistoide” e razzista e rende noto, altresì, di avere “due motoseghe, tre marazzi, un cane, una falce, due accette: credo bastino per darvele sulle vostre teste vuote”.

La reazione di studenti, docenti, politici, sindacati ecc. è stata, com’è ovvio, enorme: è palesemente inaccettabile che un insegnante abusi della propria posizione in questo modo. Lo stesso Ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti aveva dichiarato: “A tutela dei diritti degli studenti e della stessa scuola ho attivato gli uffici del Miur per verificare i fatti e procedere con provvedimento immediato alla sospensione”.

A questo punto il giustiziere si scusa inviando una mail ai quotidiani:

“Buonasera, sono Giancarlo Talamini, il docente che ha pubblicato su Facebook, le esternazioni, attualmente circolanti in rete. Ne approfitto per scusarmi pubblicamente con tutti gli studenti, genitori, colleghi e dirigenti che non era certo nelle mie intenzioni mettere in difficoltà attraverso il mio scritto. Chi mi ha conosciuto sa che non sarei mai e poi mai in grado di compiere azioni del genere”.

Naturalmente sono “scuse” fasulle, formulate nello stile escapista assai diffuso in quest’epoca: non trasmettono il riconoscimento di aver compiuto un errore in prima persona (sarebbe bastato scrivere “Ho sbagliato.”), ma trasferiscono la responsabilità dell’accaduto a chi lo ha subito perché le intenzioni non tracciabili del professore erano diverse da quelle espresse in modo palese nel suo post e quindi lui è stato frainteso da chi non lo conosce di persona… Mi torna in mente la vecchia barzelletta sulla cacca di cane che due tizi continuano a mangiare dubitando possa trattarsi di cioccolata: quando stabiliscono che è proprio una cacca commentano: “Be’, meno male che non l’abbiamo calpestata.”

Fattore notevole: Talamini è docente di italiano e storia. Pensare sia in grado di insegnare quest’ultima comporta già delle difficoltà, visto che da essa sembra non aver imparato nulla, ma l’uso che fa della lingua italiana lo classifica al massimo come ripetente, non come professore.

Se già nel “due motoseghe, tre marazzi, un cane, una falce, due accette: credo bastino per darvele sulle vostre teste vuote” soggetti e verbi non sono in accordo, nella mail ai giornali è errato che le esternazioni a cui si collega il circolanti stiano fra due virgole e vieppiù errato e surreale quel “sono Giancarlo Talamini” per cui “ne approfitto per scusarmi”.

In molti, ricordando che il fascismo non è un’opinione ma un reato, giudicano non opportuno che un individuo del genere sia pagato dalla scuola pubblica dell’Italia repubblicana nata dall’antifascismo. Io concordo, ma trovo ancora meno opportuno mettere in cattedra un tamarro (“mercante di datteri”, dall’arabo) a insegnare una lingua italiana che non conosce.

Maria G. Di Rienzo

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In prossimità della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne – 25 novembre – i quotidiani italiani commentano i dati forniti dalla polizia. I titoli sono più o meno di questo tipo: “Violenza sulle donne, una vittima ogni 15 minuti, 88 al giorno”, gli occhielli spiegano che “Vittime e carnefici sono italiani nell’80 per cento dei casi” (Salvini non ha commentato), negli incipit è assai frequente il termine “dati agghiaccianti” (ma in realtà, come vedremo, non si agghiaccia nessuno) e le illustrazioni sono le solite (schifezze): modella incastrata in un angolo in posizione fetale e in primo piano braccio di un uomo con la mano stretta a pugno; modella che alza un braccio con la mano aperta e distoglie il volto, ecc.

Il rapporto della polizia di stato fotografa una situazione che appare insuscettibile di mutamento: “Senza distinzione di latitudine, l’aumento di vittime di reato di sesso femminile è lo stesso in Piemonte come in Sicilia.”, di queste “Il 36% subisce maltrattamenti, il 27% stalking, il 9% violenza sessuale e il 16% percosse.”, “L′82% delle volte chi fa violenza su una donna non deve introdursi con violenza nell’abitazione, ha le chiavi di casa o lei gli si apre la porta: è infatti quasi sempre il compagno o un conoscente.”, “Il femminicidio è rimasto praticamente stabile ma è un dato che preoccupa a fronte del fatto che, nello stesso periodo, gli omicidi con vittime di sesso maschile sono diminuiti del 50 per cento.”

“Unico dato consolante del report – spiegano gli articoli – è la maggiore coscienza dei delitti subiti, una rinnovata propensione e fiducia nel denunciare: è aumentato, insomma, il numero di vittime che considerano gli atti violenti subiti un reato.” E questi stessi articoli sono circondati, ovviamente e purtroppo, da altri pezzi con titoli del tipo: “Stupra la moglie con gli amici prima della separazione. Arrestato 40enne nel lecchese – L’uomo è accusato anche di lesioni nei confronti del figlio minorenne” o “Torino, perseguita la ex: stalker arrestato due volte in 4 mesi – L’uomo è finito in manette perché, 10 giorni dopo la scarcerazione, è tornato a perseguitare la ex moglie”.

Le vittime hanno più consapevolezza di star subendo un torto, quindi, ma ai perpetratori non è arrivato un milligrammo di coscienza in più: perché a loro la società nel suo complesso non sta inviando messaggi diversi dal solito, solito sintetizzabile in “le donne sono tutte troie, false e vittimiste, provocano la violenza e poi denunciano per incastrare gli uomini e spillare loro soldi”.

In cronaca, attualmente, c’è anche questo:

“La Corte di Isleworth ha deciso: sette anni e mezzo di carcere per Nando Orlando, 25 anni, napoletano, e Lorenzo Costanzo, il suo amico bolognese di 26 anni, accusati di aver abusato di una ragazza australiana, in una stanzetta all’interno di una discoteca londinese, nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2017”.

https://lunanuvola.wordpress.com/2019/10/17/cosa-ci-vuole/

La giovane donna in questione, reitero per chi non ha voglia di andare al link, ha dovuto essere operata per le lesioni subite durante… un frizzante rapporto occasionale e del tutto consensuale con due aitanti sconosciuti:

“Nando e Lorenzo non si erano accorti che quella ragazza era ubriaca, li aveva provocati mentre ballava, segnale chiaro – secondo l’avvocato Maurizio Capozzo – che ci stava.”

Non occorre che una donna dica, basta che segnali. Questo è il “consenso secondo Capozzo et al.”: l’interpretazione delle segnalazioni è demandata ai maschi di turno ed è pertanto incontestabile.

Ma non basta. Per Nando Orlando, nella natia Napoli, è subito partita “la mobilitazione tra gli amici” che “hanno organizzato una vera e propria catena di solidarietà” inviando a centinaia di persone messaggi su Whatsapp con la richiesta di inviare mail ai giudici inglesi.

“Sarai sicuramente a conoscenza dell’ingiustizia della quale è rimasto vittima, – scrivono gli amici – di conseguenza ti vorrei chiedere di scrivere una mail per spiegare come lo conosci, che tipo di persona è, e soprattutto che non fa uso di droga o abuso di alcol.” Altri suggerimenti includono il descrivere “il suo comportamento (da gentiluomo) nei locali notturni” e il sottolineare “l’impatto negativo” del carcere sul futuro di questo irreprensibile giovanotto “che ha sempre studiato”.

A me gli amici di Nando “agghiacciano” più delle percentuali del rapporto citato all’inizio. Il pensiero della sofferenza della ragazza non li sfiora neppure. Come la vicenda avrà impatto sul futuro di lei è per loro irrilevante. L’essere stata stuprata diventa un’ingiustizia subita dai suoi stupratori. La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza. (1984, George Orwell)

Voi capite, vero, perché a breve quei dati – una vittima ogni 15 minuti, 88 al giorno – non cambieranno?

Maria G. Di Rienzo

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Secondo le Nazioni Unite, le vittime di violenza “dovrebbero essere trattate con dignità e rispetto in tutte le interazioni con la polizia o autorità investigative, avvocati professionisti, personale della magistratura e altri coinvolti nel processo giudiziario: le procedure e le comunicazioni dovrebbero essere “sensibili alla vittima” e coloro che interagiscono con le vittime dovrebbero cercare di agire con empatia e comprensione per le situazioni individuali di queste ultime. Un trattamento rispettoso è particolarmente importante per vittime vulnerabili quali: bambini/e, vittime di violenza sessuale e di genere, vittime di violenza domestica; gli anziani e le persone disabili. E’ ugualmente importante che le vittime indirette, inclusi i familiari, siano trattate con rispetto.”

Mi rendo conto che in un Paese, il nostro, dove una donna su tre dai 16 ai 70 anni ha subito violenza, dove il femminicidio conta 2/3 vittime a settimana, dove si stima in 7 milioni il numero “sommerso” delle donne vittime di maltrattamenti e abusi sessuali, dove i costi sociali della violenza di genere ammontano a 26 miliardi di euro l’anno (ecc.), parlare di rispetto suona stranissimo, alieno – più che una parola esprimente un concetto, sembra un vago e lontanissimo rumore. Però, il brano riportato sopra fa parte della tonnellata di documenti che i governi italiani continuano spensieratamente a firmare quali membri delle Nazioni Unite: poi, dopo i selfies che dovrebbero mostrare quanto i rappresentanti firmatari sono diligenti e sensibili, li chiudono in un cassetto (non voglio speculare su altri usi più volgari che pure saltano in mente).

Il 15 novembre u.s. appare sui giornali in tagli medio-bassi, spesso in articoli che si ripetono parola per parola, la notizia della condanna dei due militanti (ora ex) di Casapound per lo stupro di una 36enne incontrata in un pub.

(https://lunanuvola.wordpress.com/2019/04/30/non-ti-credera-nessuno/)

Rito abbreviato, attenuanti per “la giovane età” e per lo status di “incensurati” dei due e alla fine la condanna è di 3 anni per Francesco Chiricozzi e di 2 anni e 10 mesi per Riccardo Licci, più il risarcimento di 40.000 euro alla vittima.

Chiricozzi commenta con i giornalisti: “E’ andata bene.” Ha ragione:

“Dal 13 settembre i due erano agli arresti domiciliari con l’applicazione del braccialetto elettronico. L’accusa era di aver fatto ubriacare la donna, di averla picchiata fino a farle perdere i sensi, di averla violentata per ore, prima l’uno e poi l’altro, riprendendo la scena con i telefonini.”

“Uno stupro sotto gli occhi delle telecamere dei telefonini. I due indagati hanno ripreso ogni sopruso, ogni violenza. Per poi diffondere lo stupro ad amici e parenti. Quelle stesse immagini che poche ore dopo hanno tentato di eliminare sono ora una prova schiacciante.”

“Agli atti dell’inchiesta ci sono tre video e quattro foto con l’orrore della violenza. “Le immagini sono agghiaccianti – hanno più volte ripetuto gli investigatori – una violenza continua e ripetuta.” (…) Le immagini della violenza nei giorni successivi erano state inviate da Licci ad almeno due chat di Whatsapp, così come emerge dall’ordinanza cautelare.”

“Gli investigatori parlano di immagini «raccapriccianti» e nell’ordinanza di misure cautelari (…) si fa riferimento a reiterati abusi sessuali e insulti beffardi alla vittima, che appare «inerme e apparentemente priva di sensi, completamente nuda e sdraiata sul pavimento». (…) Negli interrogatori di garanzia dopo gli arresti, assistiti dai loro legali, i due indagati sostengono di aver interpretato il rapporto come consenziente.”

Ci stava, giusto: non è quello che i Chiricozzi e i Licci vedono nella pornografia ogni giorno? Donne picchiate, insultate, assalite, umiliate, incatenate, violate – a loro piace, perdinci, godono come le troie che sono, cosa ci sarà mai di “agghiacciante” e “raccapricciante”, è puro intrattenimento da condividere con gli amici. E quando le minacce alla vittima non sono sufficienti a evitare la denuncia non c’è da preoccuparsi troppo, il giudice al massimo ti ammonisce con un buffetto.

Vittime trattate con dignità e rispetto, Tribunale di Viterbo, come no. Protocolli internazionali a parte, è evidente che neppure lo strombazzato “Codice Rosso” è servito a granché – non che avessi dubbi al proposito sin dalla sua entrata in vigore, intendiamoci.

Allora va bene, i magistrati non vogliono punire due stupratori assai violenti e tronfi sbandieratori della loro vigliacca impresa perché sono giovani (ma per i prossimi casi ci sono un mucchio di altre attenuanti come l’essere vecchi, soli, stressati, depressi, malati, single, separati, divorziati, disoccupati, prede del raptus…). Tolti i materni/paterni giudici, parlo al resto della società italiana e in particolare ai media: si potrebbe almeno smettere di alimentare la loro ossessione?

Smettere di equiparare il sesso alla violenza? Smettere di oggettivare le donne e di occupare ettari di spazio con “il lato b” di questa e la scollatura di quest’altra e il tanga dell’influencer di turno? Smettere di diffondere sulle donne stereotipi e pregiudizi sessisti? Smettere di odiarle così tanto, in modo così pervicace e letale?

Maria G. Di Rienzo

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La violenza di genere ha questa singolare qualità: le vittime di assalti, pestaggi, stupri e persino omicidi sono più spesso che no biasimate per ciò che è accaduto loro. Invece di reiterare che i loro corpi e i loro diritti umani sono stati violati, i media – e non solo – si chiedono di routine se le donne hanno fatto abbastanza (e in caso positivo se quell’abbastanza è stato fatto bene) per garantire la propria sicurezza. Nel mentre i loro aggressori sono oggetto di profondi – si fa per dire – scavi psicologici, semplicemente tesi ad allontanare la riflessione sulle radici patriarcali del loro agire, a singolarizzarli dal contesto sociale e a rubricarli come “travolti” da svariate vicissitudini, le vittime subiscono un severo scrutinio inerente le loro abitudini, le loro vite sessuali, il loro abbigliamento, il loro comportamento, la loro apparenza: il tutto in accordo a falsi miti sulla violenza e a stereotipi di genere che più vecchi e misogini non si può. Da quest’ultimo esame escono svariate forme di ri-vittimizzazione che vanno da “lo ha provocato” a “troppo brutta/vecchia per essere stuprata” (14 novembre 2019: “Sequestra e violenta una donna di 70 anni per 11 ore: a Milano arrestato un 29enne”).

Per esempio, le donne possono essere corresponsabili della violenza subita in quanto “deboli” e “codarde”:

La Repubblica, 14 novembre 2019, titolo: “Rimini, finge di ordinare una pizza e chiede aiuto al 112 per le botte e violenze del marito”.

Occhiello: La donna subiva maltrattamenti da tre anni, senza trovare la forza di denunciare.

Incipit: “Tre anni di maltrattamenti e botte. Tre anni in cui ha subito senza avere la forza di denunciare.”

Dal testo: “La donna ha quindi trovato la forza di raccontare: picchiata e malmenata da tre anni senza aver mai trovato la forza di denunciare, nemmeno dopo essere stata refertata in ospedale per fratture agli arti ed ecchimosi importanti.”

Il Messaggero, 14 novembre 2019, titolo: “Manfredonia, medico arrestato per violenza sessuale su cinque pazienti”.

Dal testo: “Oltre ai 5 episodi contestati tra il 2004 ed il 2019, gli investigatori sono convinti che potrebbero esserci altre vittime degli abusi che non hanno ancora trovato il coraggio di denunciare il medico.”

L’analisi – si fa sempre per dire – ignora o sceglie di non considerare a cosa va incontro una donna che immediatamente denuncia un sopruso ai propri danni: il suo percorso è costellato di deterrenti, costituiti dai pregiudizi di coloro con cui viene a contatto e se tali pregiudizi assumono consistenza assai concreta quando sono espressi da agenti di polizia, medici e infermieri e assistenti sociali, avvocati e giudici, non sono meno devastanti quelli espressi da parenti, amici, colleghi di lavoro e così via.

Chi appare davvero carente di forza e coraggio, non solo nel sostenere le vittime ma nel riconoscere la violenza contro le donne come risultato primario della diseguaglianza di genere, è la società nel suo complesso. E’ facile posare da saggi dietro a una tastiera e consigliare alla donna di lasciare l’uomo violento, di denunciare, di comportarsi o non comportarsi così e colà, come se i due fossero sullo stesso piano: non lo sono (ancora e ovunque) ne’ socialmente ne’ legalmente. Una donna può tornare dal partner che abusa di lei non perché “ama troppo” o “ama male” ma perché è economicamente dipendente o perché ha assorbito a sufficienza le stronzate misogine sul ruolo e sulle sue responsabilità come compagna / madre che girano senza controllo (cosa accadrà ai bambini se lei li sottrae al padre?).

Sicuramente più produttivo in termini di contrasto alla violenza è dire / intimare ai violenti di smettere. La legge fa la seconda parte, ma la prima dobbiamo farla noi.

Maria G. Di Rienzo

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Fintanto che era possibile contenere il tutto accusando la bambina di cui abusava di “farneticare”, don Michele Mottola negava appassionatamente. Fosse anche la vicenda diventata in qualche modo pubblica, era pur sempre la parola dello stimato sacerdote contro quella di una undicenne e in più l’aggressore poteva contare, com’è consueto, sulla vasta acquiescenza sociale per la violenza di genere che produce discredito e sospetto verso qualsiasi testimonianza femminile: psicologi che cianciano della fantasia delle adolescenti e dell’inconscio desiderio di essere stuprate ecc., opinionisti che lamentano il chiasso delle denunce e la scomparsa del “romanticismo”, odiatori squinternati che sbandierano dati inventati di sana pianta su padri / mariti / compagni accusati falsamente e così via.

Però sono successe due cose: la bambina ha registrato gli incontri con il prete sul cellulare e la famiglia, oltre ad informarne la diocesi, ha contattato la tv (Le Iene). “Lasciami stare, non mi devi più toccare.”, ripete l’undicenne nelle registrazioni. “E’ solo un gioco, non facciamo niente di male.”, risponde don Mottola. E dite di no, diamine, non siete capaci di dire di no? Certo che siamo capaci, ma il NO cade sempre in orecchie sorde: se hai undici anni è “solo un gioco” e se nei hai quindici ti eri vestita da puttana e andavi in cerca e se ne hai venti con lui c’eri già stata quindi non hai il diritto di rifiutare e se ne hai trenta mica sei una verginella lo stai solo provocando e se ne hai quaranta ad assalirti ti si fa un favore… lo sanno tutti che le donne lo vogliono, che le donne amano soffrire, che le donne mentono come respirano e che sono loro le vere violente – così hanno istruito “i tutti” gli psicologi, gli opinionisti e gli sbalestrati di cui sopra.

Adesso il sacerdote non può più negare e può solo puntare a minimizzare la condanna, per cui la sua strategia è cambiata: “Mi assumo tutte le responsabilità. Sono colpevole di tutte le accuse che mi vengono contestate. E’ tutto vero. – ha dichiarato al giudice per le indagini preliminari, aggiungendo – Chiedo scusa alla famiglia della bambina. Spero riescano a perdonarmi. Ho intrapreso un percorso spirituale. Mi affido alla giustizia divina e terrena.” Il suo legale ha subito chiesto che fosse premiato con i domiciliari per la bella confessione.

Tuttavia, persino quando si pente, questo figuro conferma le convinzioni che lo hanno portato ad abusare di una undicenne:

1) quest’ultima non vale niente, è una cosa, non ha dignità ne’ diritto al rispetto, al massimo si può chiedere scusa alla famiglia di cui è proprietà, ma a lei – a lei di cui ha ripetutamente abusato, a lei che ha accusato di essere una bugiarda, a lei a cui ha infranto brutalmente la fiducia negli adulti e nel mondo, a lei a cui ha lasciato addosso una cicatrice di dolorosa memoria indelebile… a lei no – ci mancherebbe, la furba troietta lo ha fatto allontanare dalla parrocchia e cerca di spedirlo in galera (e detto fra noi veri uomini non era neanche un granché);

2) l’unico benessere che conta – fisico o emotivo – è il suo. Il don, maschio e consacrato, sta al centro dell’universo. Perciò ci informa di aver “intrapreso un percorso spirituale” che verosimilmente lo monderà, lo redimerà, lo rinnoverà e da cui emergerà splendente e puro come un diamante. Tutto sarà dimenticato e apparterrà a un passato nebuloso da non nominare mai più. Che dire, ne siamo davvero lieti e sollevati. Per la sua vittima le cose andranno in modo un po’ diverso, ma chi se ne frega, è solo una femmina, essere inferiore emerso da una costola maschile, responsabile della cacciata dall’Eden, peccatrice per antonomasia, utile solo per i servizi (sessuali e non) resi agli uomini. E questa si è pure ribellata! Che tempi!

Maria G. Di Rienzo

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