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Posts Tagged ‘famiglia’

“La nostalgia in generale è semplicemente uno stato mentale per me. Sento sempre la mancanza di qualcuno o di qualche luogo o di qualcosa, sto sempre tentando di tornare in un immaginario da qualche parte. La mia vita è stata un lungo provare nostalgia.”

“La maggior parte della gente si aspetta che la mia indipendenza finanziaria, artistica e intellettuale si accoppi a un eguale livello di indipendenza emotiva. Ma non è per niente così che mi sento.”

elizabeth wurtzel

Elizabeth Wurtzel (in immagine – le citazioni sono sue), scrittrice statunitense nata nel 1967, è morta due giorni fa a causa delle complicazioni derivate dalla metastasi del cancro al seno. Nei suoi libri – fra cui “Prozac Nation”, “Bitch: In Praise of Difficult Women”, “More, Now, Again” – ha raccontato se stessa in modo trasparente e sfacciato: le lotte familiari, la depressione, l’autolesionismo, il disturbo bipolare, i trattamenti medici, l’uso di sostanze stupefacenti, il sesso.

E’ stata lodata per l’audacia e messa alla gogna per il narcisismo dalla critica letteraria. Non è una delle mie autrici preferite, ma voglio qui salutarla con rispetto e rimpianto: una sorella coraggiosa e ribelle che rivendicava “saldi principi femministi” non è più con noi. La ragazza interrotta ora riposa.

Maria G. Di Rienzo

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brunna mancuso 2

Sapete già che non ho la televisione (decisione assai annosa grazie alla quale il mio fegato funziona bene e la mia pressione sanguigna è perfetta) per cui, per capire meglio cosa fosse “Il Collegio” ho dovuto leggere qualche recensione: ne escono frasi chiave quali “lezioni di breakdance e di aerobica” e “docente di innegabile bellezza cosa che non lascia indifferenti i maschi della classe” (così, senza virgola, tanto siamo a scuola). Lo scenario d’insieme mi è quindi chiaro.

Il motivo per cui mi sono informata vi è probabilmente già noto: si tratta della situazione in cui si trova una delle giovanissime attrici, la sedicenne Mariana Aresta, alla quale il padre ha detto di andarsene dall’abitazione familiare dopo che lei aveva messo online una fotografia che la ritrae assieme alla sua ragazza Erica.

“Ci tengo a precisare che mi è venuta contro tutta la famiglia – ha scritto il giorno dopo aver reso pubblico il fatto – eccetto mia madre che riteneva che avrei potuto evitare tutto questo non postando quella foto, ma che è comunque rimasta dalla mia parte, pertanto anche lei è stata “cacciata” di casa.” Il motivo per cui non la vogliono più accanto le è stato spiegato così: “Mi hanno detto che non sono normale”. La ragazza scrive anche che se ne andrà ma che non intende cancellare l’immagine in questione dalla sua pagina Instagram.

Il punto in effetti, come per infinite altre storie simili, non è che Mariana sia lesbica ma che lo abbia tranquillamente reso pubblico. Essere omosessuali, maschi e femmine, è del tutto normale e lo sa persino chi strepita su inesistenti malattie e cure e preghiere e conversioni coatte e complotti “giender”, ma dirlo produce un’incrinatura nella narrazione patriarcale che vuole donne e uomini inscatolati in comportamenti prefissati e prescrittivi: è questo che non va bene, giacché mette in discussione assetti di potere.

Quando una ragazza o una donna affermano apertamente “Sono lesbica” stanno implicitamente dicendo che non hanno bisogno di un uomo nella loro vita, che non è un uomo a definire quel che sono e quel che fanno – e questo per i parecchi maschi che si percepiscono come ombelico dell’universo è davvero incomprensibile e inaccettabile. L’unico spazio che la misoginia del patriarcato riserva alle donne omosessuali è quello della pornografia a uso e consumo maschile: se non ti piace, allora devi tenere la cosa nascosta e privata, non “vantartene”, non “urlarlo dalla finestra” eccetera, perché non desiderare uomini a livello affettivo e sessuale è in tale quadro vergognoso e anormale.

“Possono dei genitori abbandonare un figlio?”, si è chiesta anche la ragazza. No, Mariana, legalmente non è così semplice come la mette tuo padre – non mi piaci, perciò te ne vai da casa mia, perché sei minorenne e secondo il Codice Civile ambo i tuoi genitori hanno responsabilità nei tuoi confronti, da esercitare “di comune accordo tenendo conto delle capacità, delle inclinazioni naturali e delle aspirazioni del figlio”. Ma al di là delle opzioni legali (come l’emancipazione) che puoi discutere con un avvocato o meglio ancora con ArciLesbica (dove troverai giovani e non che hanno percorso la tua stessa strada), pur con la massima comprensione per la sofferenza che patisci di fronte al rigetto dei tuoi familiari e con tutto il rispetto per le tue scelte, vorrei chiederti di riflettere sulle modalità che hai usato per dire al mondo “Non so più cosa fare, aiuto”.

Lo scatto perfetto del tuo volto con gli occhi pieni di lacrime e le ciglia arrotolate dal rimmel che stava sopra questa frase è congruente con la “dittatura dell’immagine” che funge, assieme ad altre cose ma con peso notevole, da palla al piede per la libertà delle donne e che si manifesta anche nello show a cui partecipi. Quando starai un po’ meglio e avrai ritrovato una dimensione più serena e stabile in cui vivere, pensaci su. La cosa più inutile che puoi fare è stringere le catene in cui vogliono metterti con le tue stesse mani.

Maria G. Di Rienzo

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Le immagini che vedete appartengono a un cartone animato, “Abominable” (“Abominevole”) – in italiano sarà “Il piccolo Yeti” – che uscirà nei cinema americani a fine settembre e da noi in ottobre.

La protagonista principale è Yi, una ragazzina indipendente, coraggiosa e determinata che quando trova un piccolo Yeti sul tetto del suo condominio a Shangai decide di intraprendere un epico viaggio per fare in modo che il cucciolo si riunisca alla sua famiglia.

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Yi e i suoi amici Jin e Peng, che gli hanno dato il nome di “Everest”, devono condurlo al punto più alto della Terra mentre tentano di sfuggire alla caccia di Burnish, un ricco uomo assolutamente intenzionato ad avere uno Yeti come trastullo, e della zoologa Zara – da cui, come appare nei trailer, “Everest” era stato in precedenza catturato riuscendo poi a scappare. Yi, il cui motto inciso nel ricordo del padre scomparso è più o meno “non mollare mai”, suona il violino con passione persino durante il viaggio e almeno in una sequenza riprende il motivo principale della colonna sonora: “Go Your Own Way” – “Va’ per la tua strada” dei Fleetwood Mac (ovvero il pezzo n. 120 nella lista delle Più Grandi Canzoni di tutti i Tempi della rivista Rolling Stone. Potete ascoltarlo qui:

https://www.youtube.com/watch?v=qxa851vAJtI )

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E’ la sua musica a far sbocciare i bianchi fiori luminosi dell’immagine, anche se la violinista non ne è ancora consapevole. Va bene, mi direte, la pellicola è diretta da una donna – Jill Culton – e la giovane Yi non è la solita principessina ossessionata da sono bella o no – chi mi amerà – come mi sta il vestito, ma perché stai scrivendo in pratica di un filmetto per famiglie? Per chi ci sta dietro e lo ha effettivamente costruito, mie care creature. E chi ci sta dietro sono queste due:

judy e suzanne

Sono Suzanne Buirgy e Judy Wieder, da oltre trent’anni coppia lesbica ma coppia anche nelle imprese artistiche, in cui si sono sostenute l’una con l’altra e passo dopo passo lungo l’intera via.

Judy è stata la prima caporedattrice del famoso giornale lgbt “The Advocate”, ma ha fatto anche la cantante folk, la compositrice e la giornalista musicale. In più, ha descritto tutto questo in una recente biografia. Suzanne Buirgy ha vent’anni di esperienza nella creazione e produzione di film d’animazione ed effetti speciali (per “Dragon Trainer” e “Kung Fu Panda 2” ha anche ricevuto premi). L’atmosfera magica de “Il piccolo Yeti” l’hanno evocata queste due straordinarie artiste, che hanno un particolare talento nel trasmettere al pubblico storie avvincenti e ispiratrici.

Quando Suzanne ha incontrato Judy, quest’ultima suonava in una band femminile: “Cominciammo a scrivere canzoni insieme. Siamo insieme da 31 anni e non passi così tanto tempo con qualcuna, amando qualcuna che è come te una persona creativa senza ricevere i suoi “colori”. Judy è una parte integrale della mia vita creativa proprio perché a questo punto lei fa parte del mio DNA. Penso che questa sia la cosa più straordinaria.” (da un’intervista condotta da Desirée Guerrero il 15 agosto u.s.)

Maria G. Di Rienzo

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Il 31 maggio (venerdì scorso) i quotidiani riportano questa notizia: “Tenta di violentare l’autista donna su un bus, bimba di 10 anni chiama il 113”.

Il fatto è accaduto a Vicenza e il perpetratore è un nigeriano 31enne, con precedenti penali, la cui aggressione è sventata dall’intervento di un anziano e dalla telefonata al 113 di una bimba di 10 anni.

Il ministro dell’Interno Matteo Salvini commenta: “Grazie al decreto sicurezza questo infame può essere espulso e rimandato a casa sua. Non abbiamo bisogno di stupratori e scippatori.”

Il giorno dopo, 1° giugno, raggiungono la cronaca svariati episodi di violenza sessuale e fisica ai danni di bambine, ragazzine e giovani donne: le origini dei perpetratori sono indifferentemente migranti o autoctone. Gli articoli relativi non segnalano commenti del ministro.

Una delle vicende è particolarmente disturbante e orrendamente consueta: in provincia di Lecce, una bambina “che lamentava dolori alle parti intime e trasferiva nei disegni il suo disagio, ha confidato alla madre che il papà l’avrebbe palpeggiata e violentata in casa, per due anni e fino alla fine del 2016, minacciandola di non raccontare nulla a nessuno.”

Gli abusi ricoprono il periodo che va dai 3 ai 5 anni della piccina: è probabile che dopo fosse ormai troppo “grande” per soddisfare appieno suo padre. Lo sdegno verso costui dei commentatori – fra i quali non si nota il ministro dell’Interno – è caricaturale (l’orco), quello verso la madre è odio puro.

La narrativa sociale in questione è anch’essa consueta:

– gli stupratori e i picchiatori sono stranieri di default;

– quando la realtà smentisce questa asserzione, gli italianissimi perpetratori sono: pazzi, malati, stressati, abbandonati, infelici e vittime del raptus;

– le vere responsabili della violenza contro le donne sono altre donne.

Il decreto sicurezza, sig. Salvini, non ci mette al sicuro da niente di tutto questo. Dove lo “espelliamo” lo stupratore della sua propria figlioletta? Se lo “rimandiamo a casa sua” resta qua.

Inoltre, il quadro che ho evidenziato sopra è una sorta di melma mentale che produce e mantiene in essere ogni tipo di violenza di genere. Potremmo ormai chiamarla “fanghiglia tradizionale” – come quella che ieri, in opposizione al Pride padovano, hanno “difeso” una decina di appartenenti a Forza Nuova. I manifestanti del Pride erano oltre settemila.

Determinati, gioiosi, colorati, pacifici, hanno scritto su cartelli e striscioni, e hanno scandito, gridato, cantato e detto di esistere, di essere titolari di diritti umani e di non aver ne’ vergogna ne’ paura. Hanno mandato un messaggio anche al ministro dell’Interno: “Salvini, i tuoi sono gli unici baci che non vogliamo”.

Maria G. Di Rienzo

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Onorevoli membri della Commissione Giustizia del Senato, oggi 9 aprile a partire dalle ore 14.00 discuterete in seduta plenaria di diversi argomenti, fra cui le proposte del senatore leghista Pillon in materia di affido condiviso.

La rivolta di ampi settori della società civile contro queste ultime vi è di certo nota ed è stata dettagliata sotto il punto di vista giuridico e tecnico non meno che sotto il punto di vista ideale, ove l’idea di famiglia prospettata richiama disagevoli associazioni con una struttura di comando e controllo (tipo una caserma con un marito-padre colonnello, una moglie-madre attendente e dei figli soldatini). A noi contestatori / contestatrici preoccupa anche il conflitto di interessi riguardante il senatore, giacché un disegno di legge che prevede la mediazione familiare a pagamento e la relativa offerta presentata dallo studio legale di chi quella medesima legge presenta, insieme suonano davvero male.

Fra poche ore, il senatore Pillon vi esporrà la sua relazione e voi avrete di fronte lo stesso uomo che in questi giorni siede sul banco degli imputati in un processo per omofobia; se la vicenda non vi fosse nota, sottolineo innanzitutto che non si tratta di un processo alle sue opinioni, ma del fatto che ha orchestrato una vera e propria campagna diffamatoria dell’associazione Lgbt “Omphalos”, affiliata Arcigay, con tanto di manipolazione del loro materiale informativo (volantini “taroccati”, per stare sul colloquiale).

In una serie di performance pubbliche in tutta Italia, questo individuo ha anche ripetuto che “quelli di Arcigay vanno nei licei e spiegano ai vostri figli che per fare l’amore bisogna essere o due maschi o due femmine e non si può fare diversamente e… venite a provare da noi, nel nostro welcome group”. Cioè, ha scientemente trasformato l’opera di sensibilizzazione contro il bullismo omofobo e di informazione sulle malattie a trasmissione sessuale in una squallida manovra per adescare minorenni.

So che in aula il sig. Pillon si è giustificato dichiarando che la campagna diffamatoria era solo “ironia sferzante”, paragonando la stessa alla “satira dei libri di Guareschi”. Giovannino Guareschi, celebrato creatore di Don Camillo e Peppone, dichiaratamente uomo di destra per quanto rigettasse il nazifascismo, si trovò in effetti a doversi difendere in tribunale da un’accusa di diffamazione a mezzo stampa (per la quale fu poi condannato e scontò più di un anno di galera). Aveva pubblicato nel 1954 due lettere in cui apparentemente De Gasperi, durante la II guerra mondiale, esortava gli alleati a effettuare bombardamenti. Guareschi le credette vere, ma le analisi storiche hanno comprovato che si trattava di due falsi prodotti dal neofascista De Toma, che fuggì all’estero a processo concluso.

Guareschi non aveva manipolato personalmente le due lettere. Pillon ha personalmente manipolato il materiale dell’associazione diffamata.

Guareschi aveva buoni motivi per lamentarsi del comportamento del collegio giudicante e si considerò condannato ingiustamente: tuttavia, per questione di principio, non presentò appello ne’ successivamente chiese la grazia. Era, nel senso relativo alla sua epoca, un “galantuomo”. Temo, Onorevoli membri della Commissione Giustizia del Senato, che a tal proposito il senatore Pillon si stia gloriando di un paragone insostenibile.

E’ impossibile accettare che una persona del genere abbia titolo per “riformare” il diritto di famiglia, poiché carente sia a livello di competenze (è evidente che ignora il reale status delle famiglie italiane) sia, come risulta da quanto esposto sopra, a livello etico. Prima di prendere qualsiasi decisione, dovreste necessariamente riflettere su ciò.

Maria G. Di Rienzo

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Secondo il sig. Salvini, noi femministe saremmo “distrattone” (per favore, Accademia della Crusca, non sdoganare anche questo vezzo deturpante della lingua italiana), oltre che – va da sé – “sedicenti”, perché non vediamo il vero pericolo che minaccia le donne e cioè, secondo lui, l’estremismo islamico. Il dato di fatto incontrovertibile è che nei paesi in cui tale estremismo rende calvari le vite delle donne sono le femministe a protestare, a cercare di tutelare i diritti umani di tutte/i, a essere aggredite e umiliate in mille modi, ad andare in galera e a essere uccise, con la benedizione statale o in esecuzioni extra giudiziarie.

Queste donne ricevono scarsa o riluttante attenzione a livello internazionale, non solo dai veri distratti come Salvini, giacché parlano di uguaglianza, parità, cittadinanza e bene comune e non di quanto sia bello essere una “sex worker” e fare delle “scelte” – ovvero continuano a declinare i diritti umani fondamentali su base universale e non frammentaria. Lo spirito della Dichiarazione Universale del 1948 era questo: nasci, e chiunque tu sia, dovunque tu sia venuta/o al mondo, il resto della comunità umana ti riconosce, ti accoglie, protegge la tua esistenza, lavora per abbattere gli ostacoli sociali ed economici che dovessero metterla in pericolo. Se viceversa i diritti umani sono in qualche modo magnanimamente concessi dal Principe in carica, a seconda di caratteristiche identitarie specifiche, e la loro attuazione si concretizza al massimo nel divieto di discriminare le stesse, sparisce qualsiasi riferimento alle posizioni sociali e alle condizioni economiche delle persone: il che, come non mi stancherò mai di dire, è molto comodo per il neoliberismo e per il patriarcato e non libera NESSUNO e NESSUNA.

Il molto distratto sig. Salvini dichiara di voler riformare il diritto di famiglia e che a tale scopo il DDL Pillon sarebbe “un buon punto di partenza”, perché “vogliamo togliere i bimbi come merce di scambio o ricatto dei litigi tra i genitori” (separati/divorziati). So che il titolare di queste opinioni è impegnatissimo, soprattutto su Twitter, perciò forse non è riuscito a leggere il testo del decreto legge (non voglio assolutamente ipotizzare che l’abbia letto e non l’abbia capito). Persone più capaci e più ferrate nel campo del diritto di me hanno già demolito pubblicamente l’impianto della “riforma”, perciò quanto sto per dire non è nulla di nuovo ma ci tengo a ribadirlo: l’interesse supremo del minore non è il suo centro. Il DDL non è pensato per tutelare i bambini, ma le finanze e la proprietà privata del coniuge economicamente più abbiente: id est, nella stragrande maggioranza dei casi, il padre. La cancellazione dell’assegno di mantenimento del figlio al genitore affidatario e l’abolizione dell’istituto della casa familiare hanno l’unico scopo di dare a costui il controllo completo del patrimonio: poiché il mantenimento del figlio non deve rispettare i parametri del tenore di vita precedente alla separazione dei genitori, e a costoro sono assegnati capitoli di spesa specifici in relazione alle proprie capacità economiche, è impedita ogni minima forma di redistribuzione della ricchezza tra i due ex coniugi.

Nel DDL Pillon, contrariamente a quanto il sig. Salvini dichiara, i bambini sono più che mai penalizzati e oggettivati, simbolicamente tagliati in due con l’accetta, rigidamente controllati, soggetti a sperimentare opportunità e standard altalenanti in ogni aspetto delle loro vite (cure, materiale scolastico, attività extrascolastiche, abbigliamento, attrezzature tecnologiche) a seconda di quale dei due genitori deve aprire il portafoglio – e le donne hanno meno soldi, meno opportunità, meno impieghi sicuri.

La visione di “famiglia” sottesa al testo non è neppure quella cosiddetta tradizionale, poiché ogni istanza di solidarietà e senso della comunità in essa presente svanisce con l’atomizzazione e lo scollegamento dei membri della famiglia stessa, ognuno dei quali agirebbe – in pieno stile neoliberista – unicamente per il proprio personale interesse. Mors tua vita mea. Ognuno per sé e lo Stato per papà.

E questa sarebbe la vera famiglia, fondata sull’amore di mamma e papà, la famiglia a cui ogni bambino avrebbe diritto?

Io non sono distratta, sig. Salvini. Sono disgustata. Maria G. Di Rienzo

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In effetti, la parola noia figura assai raramente nel mio vocabolario ma il periodo dell’anno in cui vado più vicina a comprenderne davvero il senso è quello attuale: contribuiscono a ciò le lucette intermittenti appese sui muri delle strade, i babbi natale di pannolenci, i presepi, i pini e gli abeti – finti o veri – ingozzati di lampadine e cianfrusaglie e, soprattutto, la melassa retorica e ipocrita che cola da questa fiera del consumo e spesso dello spreco. (Non si offenda chi trova allegria e/o significato nelle festività natalizie: è una questione di gusti e come vi ho detto altre volte, sapervi felici manda briciole di felicità anche verso di me e ve ne sono grata.) In più, è il periodo in cui è in pratica “obbligatorio” passare del tempo con i parenti: compresi quelli che evitate come la peste per il resto dell’anno, compresi quelli a cui invece di porgere il pacchetto regalo mettereste in mano un petardo acceso, compresi quelli che sembrano non vedere l’ora di avere un pubblico seduto attorno al tavolo a cui servire battute sessiste, tirate fascistoidi, barzellette razziste, stronzate omofobe e altra spazzatura di vario tipo.

Personalmente non mi capita più da almeno vent’anni, ma ricordo la giovane me stessa le volte in cui ingoiava fiele per “quieto vivere” e giurava dentro di sé di trovare una scusa per la propria assenza l’anno successivo, le volte in cui reagiva all’ennesima idiozia – per l’effetto “vaso traboccato” – e pur mettendoci tutta la buona volontà del mondo non riusciva ad avere una conversazione sensata con il cafone di turno, le volte in cui accampava pretesti e svaniva prima del tempo. Però intanto invecchiavo e studiavo e imparavo. Ecco quindi cosa la vostra trainer preferita (e dai, lasciatemelo dire anche questa volta!) può condividere con quelle/i di voi che stanno rimuginando su come sopravvivere alla cena di Natale.

cena-natalizia

Innanzitutto: lo zio e la cugina che hanno appena invocato le ruspe contro i migranti, il nonno o il suocero che hanno vantato le qualità delle donne di una volta che obbedivano eccetera (cioè hanno ripetuto una loro vana fantasia, perché le donne ribelli al patriarcato sono nate con esso), nella maggioranza dei casi non pensano minimamente di avervi disturbato: mica stavano parlando di voi, oppure scherzavano, perché fate quel muso?

Se decidete di rispondere:

1) Tenete la vostra voce a livello normale, discorsivo. Se la alzate, il vostro interlocutore si irrigidirà in un modulo difensivo; similmente lo farà se darete inizio alla frase con “sei razzista, sessista, omofobo”: se il vostro scopo è comunicargli qualcosa, non offritegli scuse per alzare muri che gli impediranno di ascoltarvi;

2) Identificate il merito della questione: “Ho capito male, o stai dicendo che… (dovremmo respingere con la violenza chiunque entri in Italia non da turista? Tutti gli uomini preferirebbero avere delle schiave mute che delle compagne di vita? Eccetera)

3) Diventate moooolto curiose/i e ponete domande “aperte”: “Perché dici questo?”, “Da dove hai preso le cifre che citi?” “In che modo sei arrivato a questa conclusione?” “Quando dici tutte le donne di chi stai parlando esattamente? E’ compresa anche nostra zia, qui? Anche la mamma? Tua moglie? Tua figlia?” “Quindi le persone che sono x, y e z non ti piacciono? Per quali motivi?”

3) Ricordatevi che gli individui sono complessi. Quel che dicono in un determinato momento non è necessariamente il loro vangelo. Cominciate a chiarirlo anche a loro, appellandovi alle loro migliori qualità: “Io ti ho sempre visto trattare benissimo i tuoi vicini cinesi e il collega di lavoro con cui vai più d’accordo è senegalese, non capisco perché dici una cosa del genere.”

4) Sottolineate l’effetto che le parole possono avere su altre persone attestando i vostri sentimenti (con il modulo Io mi sento così quando, non Tu mi stai scassando le ovaie – anche se quest’ultima è la verità): “Non riesco a trovare questa cosa divertente, anzi mi rattrista.”, “Mi sento ferita al pensare che tu lo creda sul serio.”

5) Se vi stancate, o se decidete di non rispondere, potete chiudere la questione in ogni momento: cambiando argomento, andando in bagno o ad aiutare in cucina, rivolgendo una domanda a un altro commensale, mettendovi a cantare “Bianco Natal” eccetera.

6) Se il commento iniziale, invece di essere generale era diretto a voi e non lo avete gradito o vi ha messo a disagio, riflettete un attimo: era diretto al vostro comportamento/ aspetto / rispondenza a stereotipi? Era diretto alle vostre relazioni? Chi l’ha fatto voleva bullizzarvi o ha dato l’impressione di essere genuinamente interessato/a a conoscervi di più?

Nel primo caso potete: ripercorrere i punti da 1 a 5; scoppiare in una bella risata e sparare qualcosa del tipo “E’ l’ultima moda, retrogrado!”; sorridere amabilmente e rispondere off topic citando uno dei vostri migliori ultimi successi in qualsiasi campo: avete finalmente cambiato casa, avete passato un esame difficile all’università, avete ritrovato una vecchia amica, al lavoro avete messo a posto lo stronzo che vi tormentava e l’ultima visita medica ha attestato che scoppiate di salute. Non è fantastico?

Nel secondo caso, anche se la persona vi è cara e vorreste risponderle, non siete obbligate/i a farlo di fronte ad altre dieci di cui vi interessa poco o niente: “Grazie per avermelo chiesto, nonna, ma preferisco parlartene più tardi, va bene?” E attaccate la solfa di prima sui traguardi che avete raggiunto.

Invecchiando, studiando e imparando sono arrivata anche a questa conclusione: spesso non entriamo in un confronto diretto con membri della nostra famiglia non perché non siamo coraggiose/i, ma perché ci abbiamo già provato 12.000 volte e sappiamo che il confronto non produrrebbe il loro ascolto. Non c’è nulla di sbagliato nello scegliere le proprie lotte. Personalmente, entro più volentieri in quelle che hanno senso e mi danno una possibilità di vincere.

Per cui, invece di biasimarvi perché la tal volta avreste voluto dire qualcosa e non l’avete detto, congratulatevi piuttosto con voi stesse/i: pur crescendo in quell’ambiente, con quelle persone, avete scelto di pensare e comportarvi in modo diverso. Non era scontato e sono sicura che spesso è stato difficile. Godetevi questa felice fierezza. Maria G. Di Rienzo

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