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28 luglio 2017, Il Resto del Carlino: “Senigallia, accoltella la ex e un amico, poi si lancia nel vuoto. Muore 21enne.” Le due vittime sono ferite ma non in pericolo di vita.

L’articolo rispetta tutti i (pessimi) standard del giornalismo che si occupa di violenza di genere. C’è la tragedia, c’è il giovane uomo disperato che non accettava la fine della relazione, c’è il terribile torto subito da quest’ultimo che trovata l’ex fidanzata in compagnia di un amico va per questo su tutte le furie e mette mano al coltello. E così prosegue:

“Il 21enne era stato arrestato tre anni fa per resistenza (nda.: a cosa? Suppongo a pubblico ufficiale, ma il dato è o no in relazione allo stalking subito dalla ragazza?), l’ex fidanzata l’aveva denunciato circa un mese fa perché la tormentava, le mandava spesso messaggi e andava sotto casa di lei per cercare di riallacciare il rapporto, tanto che l’avvocato le aveva suggerito di uscire poco per un periodo, e di non andare da sola, perché si temeva che il 21enne potesse farle del male.”

Quello stesso avvocato loda le forze dell’ordine per i tempestivi interventi garantiti alla ragazza (24enne) “che era vittima di atti persecutori” e ci tiene a sottolineare che l’esito della vicenda “non era assolutamente prevedibile”: è stato troppo “rapido e funesto”.

Non sappiamo da quanto tempo continuassero gli atti persecutori, ma se si consiglia a una giovane donna di comportarsi come se fosse un bersaglio ambulante durante una guerra – non uscire di casa o uscire solo se accompagnata – le intenzioni del suo aggressore mi sembrano completamente chiare e prevedibili. L’assalto è avvenuto di notte, l’ultimo “tempestivo intervento” delle forze dell’ordine risale al pomeriggio dello stesso giorno: e se la ragazza è ancora viva lo deve più alla fortuna che alla protezione garantita e prevista dalle leggi.

L’assalitore si è ucciso forse credendo, come spesso accade in questi casi, di aver esercitato l’estremo atto di controllo sulla ex fidanzata e di aver quindi perso ogni ulteriore possibilità e scopo, ma al di là della pietà umana per la sua fine io continuo a chiedermi: cosa fa pensare a quelli come lui che la violenza sia il principale e giusto mezzo con cui “riallacciare un rapporto”?

Perché credono che molestie, tormenti, pestaggi, pedinamenti e minacce siano le fondamenta di una relazione con una donna? Perché accettano che una donna torni da loro o resti con loro per paura?

Cos’ha a che fare tutto questo con l’amore? Niente. Stiamo trattando di possesso – e allora le cose acquistano prospettiva e alla ribellione di un oggetto che si possiede non c’è davvero modo di rassegnarsi: ha forse senso che la vostra automobile o la vostra televisione prendano decisioni e vi si chieda di rispettarle? E perché mai dovreste garantire ciò alla vostra bambola gonfiabile?

Maria G. Di Rienzo

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(brano tratto da: “Why algorithms aren’t working for women”, una molto più lunga intervista a Liz Rush di Susan Cox per Feminist Current, 7 aprile 2017. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Liz Rush, in immagine, è una femminista e un’ingegnera informatica.)

liz

Susan Cox (SC): Allora, cos’è esattamente un algoritmo?

Liz Rush (LR): Per dirla semplicemente, è una serie di regole o passi che devono essere fatti per calcolare o risolvere problemi al computer. E’ come una ricetta. Ci sono passi differenti che tu fai in un determinato ordine e quando hai finito, il piatto pronto è il risultato.

SC: Che effetto hanno gli algoritmi sulla società moderna?

LR: Gli algoritmi sono ovunque, ma sono per lo più invisibili a noi. Sono nel tuo feed di FB, in quel che vedi su Twitter, in ogni sorta di cose su Internet – persino nei motori di ricerca. Questo contesto con cui tu interagisci su base giornaliera è completamente informato da potenti algoritmi che apprendono meccanicamente. Quel che vedi è filtrato da algoritmi che sono stati personalizzati e modificati in base a quel che una compagnia commerciale o un programma pensano tu voglia vedere. Questo è un concetto che noi chiamiamo “la bolla filtro” e si riferisce agli algoritmi che interessano i confini di ciò che vediamo su Internet. Quando tu usi Google e cerchi un termine, non ti sono dati solo i migliori risultati che più si avvicinano a quel termine. Vengono presi in conto la cronologia delle tue ricerche, la tua relazione con le statistiche demografiche e le tue abitudini per gli acquisti online, e si prendono nel conto anche le persone che si trovano nella stessa città in cui tu fai la ricerca. Perciò, se tu e io cerchiamo la stessa cosa, avremo molto probabilmente risultati simili perché siamo interessate agli stessi argomenti, siamo entrambe donne bianche, siamo entrambe “millennial”, eccetera.

SC: Quindi i risultati non sono basati unicamente sul trovare il contenuto più rilevante e accurato in base ai termini di ricerca?

LR: Loro hanno un algoritmo che determina quali siti web saranno mostrati nei risultati della ricerca, basati sui contenuti di quei siti e da una varietà di altri fattori che determinano se loro pensano o no che corrispondano al tuo input. Ma i dati stanno diventando sempre più intrecciati con quelli personali tuoi e di altra gente. Per esempio, quando vedi la schermata di Google con i risultati è il momento in cui vedi un algoritmo che apprende meccanicamente: sta tentando di capire cosa stai cercando basandosi sulla tua storia e sulle storie di utenti simili a te. E se trovi quel che cercavi, cerca di capire se è corretto o no. Ma ovviamente puoi osservare come un algoritmo possa apprendere pregiudizi, tipo se cerchi “Perché le donne sono così…”. Molto spesso non ne risulta un’immagine lusinghiera delle donne, o delle persone di colore, o di una minoranza qualsiasi.

SC: Perciò il sessismo e il razzismo possono diventare incorporati nell’algoritmo stesso?

LR: La discussione sul fatto che un algoritmo possa essere sessista o razzista solleva un mucchio di opinioni roventi, perché la verità in materia è che quando scrivi un algoritmo scrivi una ricetta: e in se stessa non è necessariamente razzista o sessista o classista. Ma, quando l’algoritmo apprende da un feedback pieno di pregiudizi, o usa dati iniziali che sono allo stesso modo pieni di pregiudizi, allora il razzismo o il sessismo diventano parte dei risultati. Se per esempio cerchi lavori online per donne, troverai lavori meno pagati di quelli che troveresti per gli uomini. Questo schema è stato confermato più volte. Per cui, la questione centrale degli algoritmi è: al di là delle intenzioni della persona che scrive l’algoritmo, se il disegno di quest’ultimo permette all’auto-rinforzamento del pregiudizio di continuare – di propagarsi – allora i risultati avranno quella determinata intenzione, se non corretti.

SC: Noi spesso guardiamo alla tecnologia come a qualcosa di neutro rispetto ai valori – solo freddo e duro calcolo. Non pensiamo che Google abbia dei contenuti perché si suppone si tratti di un mero riflesso di una parola online. Tu stai dicendo che Google ha invece un ruolo attivo e significativo nel dare forma a quel che vediamo online?

LR: Assolutamente sì. Tu senti la parola “algoritmo” e pensi alla matematica, alla scienza, ai computer. E credi che i computer siano “neutri” perché in fondo sono solo “zero e uno”. Ma la realtà è che sono persone a disegnare questi sistemi e fanno delle scelte etiche su come i sistemi dovrebbero funzionare. Un esempio sono gli algoritmi nei nostri dispositivi medici. C’è un algoritmo nei pacemaker che aiuta a determinare il tuo battito cardiaco. Ma i pacemaker sono stati progettati, originariamente, solo per gli uomini: erano troppo grandi per stare nel petto di una donna in moltissimi casi. Perciò, se l’algoritmo che determina quando il tuo cuore deve battere non è stato disegnato per il tuo corpo, quell’algoritmo avrà un impatto su di te.

google algoritmi

SC: Perché quando faccio una ricerca su Google relativa alle donne i risultati sono così pornificati? In special modo considerando che Google sta tenendo in conto la cronologia delle mie ricerche e i miei interessi? Io non ho mai cercato video porno o altre cose del genere.

LR: Sì. E’ proprio stressante. Quando cerchi la parola “donna”, la ricerca non si basa solo sui tuoi dati. Loro sanno che la stragrande maggioranza degli utenti che cercano la parola “donna” seguiranno link che portano alla pornografia.

SC: Molti risultati della ricerca di immagini per qualsiasi cosa riferita alle femmine sono, di base, pornografia soft. E anche se usi l’opzione “ricerca sicura” essa non ha alcun effetto su questo, neppure nel caso dei bambini quando cerchi il termine “ragazza” o “bambina”.

LR: E’ orrendo. Come adulti, noi possiamo razionalizzare la situazione e dire: “Okay, lo so che la pornografia è un enorme motore per Internet e tutte queste tecnologie.” Ma se sei una 12enne che usa Internet per la prima volta, tentando di trovare un videogame su Nancy Drew, le possibilità che tu veda accidentalmente pornografia sono estremamente alte, perché gli algoritmi hanno questo processo incorporato del tentare di ottimizzare gli utenti che seguono i link dei risultati, così come gli annunci pubblicitari. E la pornografia è un grande fattore chiave per gli affari.

SC: C’è il fatto che le compagnie commerciali guadagnano direttamente grazie agli algoritmi che promuovono sessismo e razzismo. Per esempio, di recente un gruppo di maschi ha stuprato una ragazzina di 15 anni e ha mandato la cosa in diretta su Facebook Live. Come accade per tutti i contenuti di FB, c’erano pubblicità sul sito, proprio accanto al video. Significa che FB stava traendo profitto dallo stupro.

LR: Si difendono dicendo che non controllano i contenuti, e questo è vero. Nessuno ha controllato e detto “Sì, questo video dovrebbe essere condiviso”. Ma, in effetti, è stata una decisione presa da un algoritmo, quella che il video apparisse nei feed di altri utenti: e più gente ci clicca sopra, più apparirà nei feed di altre persone, e in questo modo abbiamo l’effetto virale. E chiunque lo guardi vede le pubblicità, così la compagnia ne beneficia.

C’è un’ossessione per l’ottimizzazione negli algoritmi: alcuni sono così altamente ottimizzati che non c’è modo di uscire dal ciclo continuo del feedback. Prendendo ad esempio lo stupro diffuso in diretta, se una donna lo vede e lo riporta a FB e ci sono altri trenta uomini che in quello stesso momento lo stanno guardando e condividendo, l’algoritmo valuterà l’attività dei trenta uomini. Quando lo scopo commerciale è tenerti agganciato a un contenuto, c’è un inerente conflitto di interessi fra lo scopo e l’assicurarsi che il contenuto sia appropriato.

SC: Se qualcuno avesse salvato il video dello stupro diffuso in diretta su Facebook Live e lo avesse caricato da qualche altra parte, allora si troverebbe nei risultati delle ricerche su Google, e anche quest’ultimo ne profitterebbe?

LR: Sì: di base, starebbe su Internet per sempre. Immagini e video sono rispecchiati automaticamente sui server in giro per il mondo. Non è che ci sia un solo sito web e che tu puoi dire “per favore, togli questa roba” e la roba sparisce. La conversazione si complica, poi, perché molte organizzazioni che lottano per i diritti alla privacy su Internet sono finanziate da ditte che producono pornografia. Per esempio Porn Hub e YouPorn dichiarano di star lottando per la tua privacy online, implicando che nessuno dovrebbe venire a sapere che tipo di pornografia cerchi o guardi. E’ una strategia che usano per apparire sul lato etico della tecnologia e allinearsi alla sinistra, ai progressisti e al discorso sulla libertà di parola. Ma fanno questo, anche, per assicurarsi che noi si sia meno inclini a discutere di istanze importanti che riguardano l’etica della pornografia su Internet.

SC: E la quindicenne dello stupro in diretta su FB? Che ne è della sua privacy? Lei sembra scomparire quando gli algoritmi sono ottimizzati per promuovere la pornografia e la conversazione è centrata sulla privacy e la libertà di chi la pornografia la usa.

LR: La sua privacy scompare e c’è di più: quando una storia come questa viene alla luce, le ricerche su di essa sono spinte al massimo, il che traumatizza di nuovo le vittime.

SC: E più ci sono ricerche di un determinato contenuto, come lo stupro della ragazzina, questo significa che l’algoritmo apprenderà a promuoverlo ancora di più nei risultati delle ricerche, giusto?

LR: Giusto.

SC: Cosa possiamo fare per smettere di abbandonare a se stesse queste vittime?

LR: Cominciamo con il non vittimizzarle ulteriormente nelle tecnologie in espansione. Per esempio, gli algoritmi di riconoscimento facciale e i database relativo stanno diventando motivi di preoccupazione. L’attuale dibattito al proposito si concentra per lo più sulla criminalità e il diritto alla protesta. Per cui l’argomento sta diventando una tendenza dominante nelle discussioni, per una buona ragione e cioè che siamo preoccupati per la privacy e il diritto di associarsi liberamente.

Ma la macroscopica omissione in questa conversazione è l’impatto di tale tecnologia sulla pornografia e sulla cultura. Abbiamo due fronti di cui preoccuparci:

1) che il software per il riconoscimento facciale sia usato sulle vittime della pornografia per identificarle. In passato una donna poteva trovare una sua foto intima pubblicata senza il suo consenso, ma in modo anonimo. Con gli algoritmi per il riconoscimento facciale, sta diventando sempre più possibile identificarle qualcuno in un’immagine;

2) ho lavorato per una compagnia commerciale dove, all’epoca, ero l’unica impiegata di sesso femminile. E il nostro presidente era terribilmente esaltato all’idea di creare un’applicazione che avrebbe cercato pornostar basandosi su un’immagine che tu avresti fornito, tipo quella di un’amica, di una collega, di una sorella che un algoritmo avrebbe tentato di far combaciare con il database delle immagini delle pornostar. E nonostante io abbia detto: “Non dovremmo creare un’applicazione simile per nessun motivo.” la mia voce non è stata presa sul serio. C’è voluto che un altro maschio che lavorava là dicesse “Assolutamente no.” perché le mie preoccupazioni fossero ascoltate. Come usiamo la tecnologia è sempre una scelta.

SC: Le poste in gioco mi sembrano molto alte. Mi pare che stiamo parlando di seri pericoli per la privacy e la sicurezza delle donne.

LR: E’ così. Anche se tu usi precauzioni relative alla sicurezza online, i servizi che usi creano dati e questi dati possono essere utilizzati per identificarti: i tuoi network, con chi sei connessa online e come interagisci con tutto ciò.

SC: Ciò può essere pericoloso in special modo per una donna che sta tentando di sfuggire a molestie, a uno stalker, a un ex partner violento, giusto?

LR: Esattamente. Nel mondo della sicurezza, lo chiamano il “modello minaccia dell’ex fidanzato”. Quando pensiamo alla sicurezza online ci vengono in mente hacker e grandi agenzie governative. Ma la verità è che la più grande minaccia alla sicurezza online non è un hacker, ma qualcuno che conosci, come un ex partner o un violento. Questa è una minaccia che è stata presa seriamente da chi disegna sistemi di sicurezza, ma non dalla comunità che disegna algoritmi. Di recente ciò è venuto alla luce quando una giornalista, Ashley Feinberg, è stata in grado di rintracciare gli account Instagram e Twitter del direttore dell’FBI James Comey: lo ha fatto basandosi su chi lui seguiva e interagendo con le applicazioni.

Ciò significa che anche se hai bloccato lo stalker sull’applicazione, lui può eventualmente connettere i punti per identificarti tramite i dati di raccomandazioni e connessioni accessibili senza il tuo consenso negli algoritmi. Se ci pensi, uno dell’FBI dovrebbe avere tutte le risorse a disposizione per l’Internet più sicuro che ci sia, ma persino uno così è stato tracciabile. Pensa a che significa per una donna che sta solo cercando di distanziarsi da un ex che abusava di lei.

SC: Grazie per aver condiviso la tua opinione da esperta. C’è qualcosa che le donne possono fare per proteggere se stesse?

LR: Non voglio alimentare paure su Internet, tuttavia raccomando a tutte di osservare le basi per la sicurezza personale:

https://hackblossom.org/cybersecurity/

Ma il vero modo di cominciare a cambiare questa tecnologia è assicurarsi che noi tutte si sia coinvolte. Significa avere più conversazioni al proposito, imparare di più e prendere davvero sul serio il fatto che la tecnologia che usi ha impatto su di te e sul mondo attorno a te.

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In giugno, la Ministra Boschi (delega per le Pari Opportunità) ha annunciato che intendeva occuparsi di violenza di genere; in agosto, ha detto che il suo governo ne avrebbe discusso a settembre. SETTEMBRE STA PER FINIRE:

1° settembre 2016, Borgosatollo (Brescia) – Picchia la compagna e manda le foto delle botte agli amici per vantarsene.

2 settembre 2016, Roma – Il 69enne che si era masturbato davanti a due studentesse riceve sanzione amministrativa, ma non più condanna penale: la Cassazione, grazie al “decreto depenalizzazioni”, dice che “il fatto non è previsto dalla legge come reato”.

3 settembre 2016, Melito (Reggio Calabria) – Violenza sessuale di gruppo su una ragazzina, si è abusato di lei per due anni, da quando ne aveva 13. La minacciavano di diffondere immagini intime.

(Le immagini “intime” sono quelle degli stupri, ma detta così sembra che la ragazzina si facesse “selfie” porno da sola, per libera e ironica e trasgressiva scelta.)

3 settembre 2016, Milano – Suicida il primario di pediatria accusato di atti sessuali con minorenni

Da un articolo relativo alla vicenda: Gli amici dicono che il primario “è stato vittima innocente di un’accusa assolutamente falsa”; il Procuratore titolare dell’inchiesta: “(sul computer del primario) sono state recuperate 5.000 immagini pedopornografiche di bambine abbastanza impressionanti.”

11 settembre 2016, Parma – Donna 39enne uccisa con numerose coltellate, arrestato l’ex compagno.

Da un articolo relativo alla vicenda: “Una relazione troncata, un litigio, il rifiuto di accettare la fine di una storia d’amore. Per raccontare questa nuova tragedia e il possibile movente si potrebbe fare copia-incolla da altre decine di femminicidi.” Ed è proprio quel che continuate a fare, signori giornalisti, copia e incolla di un’analisi fasulla che ascrive la responsabilità alla vittima e scusa il perpetratore.

14 settembre 2016, Rimini – 17enne violentata in discoteca, ripresa in un video diffuso via chat.

14 settembre 2016, Rovato (Brescia) – Rapinano e picchiano una 28enne incinta sul treno: arrestati. (La giovane donna era al nono mese di gravidanza e a causa dello shock ha partorito poco dopo: madre e figlia stanno bene.)

21 settembre 2016, Pomezia (Roma) – Tenta di dar fuoco all’ex moglie dopo averle rovesciato addosso una tanica da dieci litri di benzina.

21 settembre 2016, Montesarchio (Benevento) – Violenta la sua ex non avendo accettato la fine del loro rapporto sentimentale, arrestato.

Da un articolo relativo alla vicenda: “La donna è stata più volte pedinata e oggetto di gravi atti minatori, commessi anche attraverso l’utilizzo di benzina o con un tentativo di soffocamento con una corda, ed è stata così costretta a subire atti sessuali contro la sua volontà.” Un rapporto davvero sentimentale, non c’è che dire.

22 settembre, Cagliari – Ragazza ventenne avvicinata in piazza da due uomini e violentata.

23 settembre, Rovigo – 74enne condannato per le molestie sessuali a una bimba di sei anni, sua vicina di casa.

24 settembre 2016, Roma – Ragazza picchiata dai genitori e dalla zia della fidanzata: “Lasciala stare, lesbica”.

Questa è una piccola selezione della violenza di genere che ha raggiunto le cronache, un frammento di un frammento: attualmente, in Italia, sono in carcere circa 3.400 autori di violenze sessuali e abusi su minori; nei primi sei mesi del 2016 sono stati oltre 600 i perpetratori arrestati e portati in cella. Mediamente, restano in prigione dai tre ai quattro anni. In circa il 30% dei casi chi abusa delle bambine / dei bambini è il padre.

A settembre 2016 abbiamo oltre 70 vittime di femminicidio. Le donne vittime di stalking nel nostro paese ammontano ormai a tre milioni e mezzo. Oltre sei milioni e ottocentomila hanno subito una qualche forma di violenza.

Ho tenuto da parte, nella mia lista, l’omicidio di Giulia Ballestri a Ravenna (20 settembre), quarantenne uccisa a bastonate e trovata con il cranio fracassato nello scantinato di una villa disabitata di proprietà della famiglia. Arrestato e per il momento unico indagato è il marito, il 51enne Matteo Cagnoni. Nei quattro giorni successivi tutti i giornali sono costretti a riportare – oltre alle elegie sullo stimato dermatologo che era apparso più volte in televisione e persino aveva collaborato ad organizzare un’iniziativa di un’associazione antiviolenza – dei dati inconfutabili: i due si stavano separando, lei aveva un nuovo compagno e voleva il divorzio; il marito è fuggito all’arrivo della polizia, poi è tornato quando credeva i poliziotti se ne fossero andati; sempre lo stesso aveva nella giacca una grossa somma di denaro, il passaporto suo e quello dei figli; le telecamere davanti alla villa in cui è stato rinvenuto il cadavere hanno ripreso un’automobile “nell’orario compatibile con quello del delitto. Si notano due persone scendere dall’auto e, pochi minuti dopo, una soltanto farvi rientro.”: le immagini necessitano di pulitura e ingrandimenti eccetera, ma l’ipotesi della Procura è che si tratti della Chrysler del dermatologo e che le due persone riprese siano lui e la moglie; inoltre, ultimo ma non minore, lo stimato professionista spiava e ricattava la moglie: le aveva piazzato un dispositivo Gps sotto l’automobile, le aveva clonato il telefono cellulare, aveva fatto registrare da un’investigatrice privata gli incontri di lei con il nuovo compagno e minacciava di rendere pubbliche le registrazioni: queste ultime sono ora in mano agli inquirenti.

Io non sono Sherlock Holmes e quel che è accaduto lo stabilirà il tribunale, ma trovo il quadro indiziario assai preoccupante per il signor Cagnoni. Perciò, non riesco a capire perché Il Resto del Carlino debba pubblicare, il 24 settembre u.s., un articolo su “l’ultimo pomeriggio di quotidianità familiare, senza sguardi o segni particolari che potessero far presagire un malumore da parte del dermatologo toscano” desunto da “i ricordi addolorati di un amico d’infanzia (il quale) il giorno prima della tragedia aveva passato la giornata insieme alla famiglia Cagnoni, che in una sala per bambini stava festeggiando il compleanno del figlio più piccolo.”, un articolo in cui tutto quello che ho riportato sopra – separazione imminente, stalking, ricatto – è definito così: “Una famiglia unita attorno all’amore per i propri tre figli, come li ricorda anche il parroco della chiesa di San Rocco, nonostante il rapporto sentimentale tra Matteo e Giulia si fosse logorato ormai da tempo.” (i corsivi sono miei)

Se è stato il marito a ridurre in poltiglia Giulia Ballestri con “inaudita violenza” – secondo le parole degli inquirenti – può averlo fatto, signor giornalista, in un momento di “malumore”? L’aver pianificato l’omicidio portando la vittima in luogo isolato è una “tragedia”? Che i due amassero i propri figli può essere scontato, ma alla luce di tutti i fatti che anche il suo giornale ha ampiamente citato, di che “famiglia unita” stiamo parlando?

Ministra, se la questione – evidentemente non urgente per il governo italiano – è slittata a ottobre, ha tempo per mettere in agenda anche questo punto: il modo in cui i media riportano la violenza di genere è SBAGLIATO, CONTROPRODUCENTE e CONNIVENTE. Come nazione abbiamo firmato una pila di protocolli in cui diciamo di essercene resi perfettamente conto e di impegnarci a intervenire: quando, posso saperlo? Maria G. Di Rienzo

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La storia dell’evoluzione umana comincia in Africa circa 6 milioni di anni fa. Si tratta di un processo molto lungo, non lineare, tramite il quale i nostri antenati divennero gli esseri umani che siete e conoscete oggi. Le prime società umane sono egualitarie e molte di esse sono matrilineari o matrilocali – abbiamo di ciò una tonnellata di prove e reperti e ricerche e studi in ambito archeologico, antropologico e storico: perciò non perdete il vostro tempo e il mio nel chiedere le fonti, le liste, i link eccetera. Io sono una storica ma non sono tenuta a farvi lezione gratis.

I cambiamenti evolutivi si danno a livello genetico: passano da una generazione alla successiva. I geni mutano e/o si combinano in modi diversi aiutando gli organismi a sopravvivere meglio. Circa 40.000 anni fa questi mutamenti produssero l’Homo sapiens sapiens, il moderno essere umano. Da allora, l’evoluzione umana ha interessato più la cultura che la biologia.

evoluzione

Attorno al 4.000 BCE (e cioè circa 6.000 anni or sono), alcuni dei nostri predecessori si incamminarono infatti su un tratto a mio parere de-evolutivo, teso a produrre una struttura sociale in cui gli uomini hanno il monopolio del potere (uso delle risorse, possesso della terra, definizioni dei valori, ecc.) in nome di una “superiorità” di volta in volta sancita da dio, natura, destino e profeta di turno, mentre dalle donne “inferiori” ci si aspetta la sottomissione. Il nome di tale struttura è “patriarcato” e no, a tutt’oggi non è scomparso: a seconda dei periodi storici e di differenti condizioni sociali, politiche ed economiche si è trasformato o adattato, si è ritirato dalla porta per ripresentarsi dalla finestra, ha subito qualche sconfitta in determinati casi e si è consolidato o ha trionfato in determinati altri, e così via.

Qui finisce la scienza e comincia la mia narrazione personale: io credo che nel tempo il patriarcato abbia prodotto soggetti de-evoluti quali l’Homo Ben Poco Sapiens, l’Homo Penecerebrato o l’Homo Completamente Stronzus. Da essi derivano numerosi sottotipi, alcuni dei quali sono vividamente descritti ogni giorno dal sublime giornalismo italiano.

L’ALLEGRONE

Una palpatina può costare 10mila euro.”, si lamenta il titolo dell’articolo (21 luglio 2016) che segnala nell’occhiello “il caso di un ingrosso ortofrutticolo di Fano: dipendente umiliata fino allo sfinimento”. Da quando in qua palpare una donna deve costare così tanto? Non era gratis? Non sono fatte apposta? Qui comandano le donne dove andremo a finire!!! Il giornalista rassicura quindi subito i suoi lettori maschi. Se è vero che il padrone-palpatore del bar ristorante, a causa di due testimoni che non hanno tenuto la bocca chiusa come dovevano, ha dovuto ripagare la sua dipendente, il responsabile delle umiliazioni inflitte per mesi alla donna di cui sopra, sotto minaccia di licenziamento, è ancora a piede libero e un altro ancora – il titolare di un bar che ha molestato la barista ventenne per un anno – è stato assolto: al processo, il 58enne “si è difeso dicendo che è un tipo allegro e che appena può cerca di baciare la gente, compresa la sua dipendente” e i giudici hanno accolto la sua tesi e spiegato che la vittima “non è credibile, perché è inconcepibile subire tentativi di baci per un anno senza reagire” e inoltre “non ha portato prove delle molestie subìte”… nonostante l’allegrone le abbia ammesse, notate bene. Il fatto poi che la giovane fosse l’unica a lavorare, oltre al padre, in una famiglia di sette persone e fosse in pratica impossibilitata a lasciare il posto è evidentemente irrilevante. Coraggio, appartenenti alla branca Homo Completamente Stronzus, vedete che si può ancora avere fiducia nella vita. Rendete allegramente una MERDA la vita di ogni donna su cui potete esercitare pressioni, la giustizia italiana vi ama e vi comprende!

L’ACCOGLIENTE

C’è il napoletano che dà il benvenuto a braccia aperte alla migrante ucraina, nella nobile tradizione degli “italiani brava gente”. Poi richiude le braccia attorno alla preda e per due anni le confisca il passaporto, non la fa uscire se non per mandarla a chiedere l’elemosina – gli servono i soldi per ubriacarsi, la stupra ripetutamente anche legandola per ore a una ringhiera e infine le sfascia il volto a calci: è il febbraio 2015, la donna finisce al pronto soccorso e tutta l’accoglienza salta fuori. Indispettiti per tanta mancanza di gratitudine da parte di lei, i parenti dell’accogliente vanno a minacciarla in ospedale e la donna scappa. Solo dopo che la polizia l’ha rintracciata e condotta in una località protetta è stato possibile processare il signore (8 anni di reclusione, luglio 2016).

C’è anche, in quel di Cosenza – luglio 2016 – un uomo di 78 anni “che non ha saputo accettare un no”. Chi gliel’ha detto è stata la sua badante, una donna bulgara che lui ha punito a coltellate dell’essersi sottratta al suo stupro. La donna è deceduta davanti ai suoi occhi. Nel 2012, la badante era rumena e ce l’aveva fatta a scappare e a denunciare per tentata violenza carnale l’accogliente vecchietto. Tuttavia, ci fanno sapere i giornali, poiché “l’esito non era stato tragico” il procedimento era “rimasto lettera morta”. E infatti perché qualcuno sollevi un sopracciglio la donna deve proprio morire, ma non vi preoccupate, perché il cruccio ha una durata media di cinque minuti.

IL BUON PAPA’, L’AFFETTUOSO NONNINO E ALTRI PARENTI MASCHI

Belizzi, luglio 2016: “Violentano la nipotina, dieci anni a nonno e zio”. Dieci anni è la somma fatta dal giornalista, perché il nonno 64enne è stato condannato a 3 anni e 6 mesi e lo zio 36enne a 7 anni. Questi esemplari di Homo Penecerebrato hanno cominciato a seviziare sessualmente la piccola quando costei di anni ne aveva UNO e sono stati fermati SEI anni dopo. Il che è ancora niente rispetto al papà sanremese che ha violentato le figlie per un ventennio. Ma dovete capire e rispettare. La fede è fede. Il Penecerebrato crede nell’assoluta eccellenza e sacralità del suo apparato genitale, al quale sacrifica devotamente tutta la feega a portata di mano.

Se non ne trova in casa, proclama il felice Verbo per strade e parchi molestando le bambine come il nonnino di La Spezia, già condannato per abusi sessuali su minori, ha fatto di recente con una dodicenne (15 luglio 2016). I giornalisti lo capiscono, pover’uomo: “Veniva come spinto da un impulso malsano a recarsi nel parco di Melara quando i piccoli si trovavano lì a giocare. Li adescava, era più forte di lui.” A parte che i piccoli erano femmine, se il signore non è padrone dei suoi atti e non è in grado di esercitare il suo libero arbitrio – in poche parole è incapace di intendere e volere – cosa ci fa per strada? E perché il Codice Penale lo sanziona, se non può farci niente? Ma vi rendete conto di quanta acqua portate al mulino della violenza scrivendo IDIOZIE del genere?

Nel frattempo a Genova, sempre questo mese, una diciassettenne violentata dal compagno di sua madre ha partorito una bambina. Il signore ha cominciato a utilizzarla per la venerazione del Suo Sacro Pistolino quando di anni lei ne aveva 12. E’ vero che la minacciava affinché non facesse parola di questi religiosi atti, ma che altro poteva fare? Le femmine spesso non capiscono di essere solo feega a disposizione e bisogna addestrarle.

IL PORTATORE DI VALORI CRISTIANI

Il 29 giugno 2016 Don Mauro Inzoli, il famoso “Don Mercedes” per trent’anni leader di Comunione e Liberazione di Cremona, è stato condannato a 4 anni e nove mesi e al divieto di avvicinarsi a luoghi frequentati da minori, per pedofilia. Ha risposto di otto casi di abuso su ragazzini la cui età andava dai 12 ai 16 anni, altri quindici casi sono caduti in prescrizione.

Don Alberto Paolo Lesmo, il 12 luglio 2016, ha invece avuto una sentenza di un anno e dieci mesi: forse perché lui i rapporti sessuali con i minorenni li pagava. Il ragazzino con cui si dava alla devozione, e per cui è stato condannato, era tossicomane e usava i soldi per pagarsi la cocaina. Però possiamo stare tranquilli, vi pare: questi fanciulli, frequentando simili rappresentanti del buon dio, sono stati tenuti al riparo dall’infame ideologia-gender che vuol farne dei finocchi inveterati.

IL NOBILE SEGUACE DI IPPOCRATE

Legnano, 14 luglio 2016: “Arrestato il primario di pediatria per molestie a minori” (bambine) e Benevento, 16 luglio 2016: “Sordomuta denuncia violenza subìta all’interno dell’ospedale”. In realtà, sapete, si tratterebbe di cure che i professionisti del settore forniscono alle femmine gratuitamente. Quando in gioventù, dopo aver sofferto per lungo periodo di “mal di testa a grappolo” mi decisi a sentire il medico di base, costui non mi visitò neppure. Chiese: “E’ sposata?”. Essendo divorziata risposi di no. Così il dottore mi informò che quando “si sposano” (strizzata d’occhio) alle donne “passa tutto”. E’ confortante constatare come, a distanza di tanti anni, sia confermato che abbiamo solo bisogno di essere scopate dalla culla alla tomba – passa tutto, anche il cancro! – e che così tanti medici e paramedici siano disposti a sacrificarsi stuprandoci.

IL TRAVOLTO DA TRAGICO DESTINO

Lecce (luglio 2016): “Litiga con la compagna e le dà fuoco davanti ai figli: arrestato 24enne.” La donna ha la stessa età ed è in prognosi riservata (ustioni di secondo e terzo grado). Ai carabinieri ha raccontato una serie di episodi di soprusi e di violenza di cui era vittima da lungo tempo. L’amante dei falò umani è un pregiudicato per furto ed altri reati contro il patrimonio. Cosa derivano i giornalisti italiani da tali informazioni? Che dopo il “raptus” dovuto a un litigio, il cielo si è squarciato e ha avvolto quest’uomo di luce divina: “… forse è stato il pianto dei bambini, certo è che ha visto il fuoco che avvolgeva la sua compagna e ha chiamato (i soccorsi). E’ stato il ‘pentimento’ del suo stesso aguzzino a salvarla: ancora qualche minuto e le fiamme l’avrebbero uccisa.” Che generosità, che grande cuore! La pesta e si pente, tenta di ucciderla e si pente, domani ci riesce e si pente. Grazie.

L’ABBANDONATO

Una prece per gli abbandonati di luglio 2016, tutti esemplari di Homo Completamente Stronzus.

Busto Arsizio: “Picchiata e stuprata dall’ex: arrestato, le aveva già perforato il timpano”. Non solo la perfida lo aveva lasciato, ma aveva ottenuto un divieto di avvicinamento! Solo “perché a metà dello scorso anno, incurante del fatto che la donna fosse incinta, l’aveva aggredita a schiaffi, calci, pugni, tirate di capelli, tentativi di strangolamento. Tutto condito con minacce di morte davanti a due figli piccoli, mentre praticamente le distruggeva casa.”

Venezia: “Minaccia l’ex moglie davanti ai figli. L’uomo, arrestato dai carabinieri, era già stato sottoposto al divieto di avvicinamento alla consorte” L’articolo specifica: “incurante del provvedimento che sembra avesse già violato”. Pensate alla delicatezza di cui danno prova questi poveri papà separati, di fronte ai loro amatissimi figli… purtroppo in Italia comandano le donne e tutte le leggi sono a loro favore, lo abbiamo già detto, no?

Noale: “Quarantottenne di Noale condannato per stalking a un anno e dieci mesi.” Secondo il giornalista stava cercando “di convincere la ex a tornare assieme a lui”, per cui le spediva lettere di minacce con “fotografie che la mostravano in momenti intimi”. Una di queste la appese all’esterno del posto di lavoro di lei, un’altra la spedì direttamente al datore di lavoro. Voglio dire: dopo una tale salva di manifestazioni d’amore e di rispetto, com’è che questa disgraziata non si è gettata ai suoi piedi implorando perdono? E’ strano, vero.

Avellino: “Perseguitava la ex: ai domiciliari stalker di 39 anni”. Di questo signore ci fanno sapere che “non si era mai rassegnato alla fine della relazione”, quindi pedinava la donna, la minacciava, ne ha aggredito il fratello.

In quel di Roma, similmente, l’abbandonato “non si rassegnava alla fine della relazione sentimentale con una 37enne, intrapresa il mese di aprile scorso” (una vita!). Così le ha sfasciato l’automobile con una mazza di ferro, le ha inviato la foto dell’opera di demolizione e ha minacciato di incendiarle l’abitazione. I carabinieri lo hanno beccato con l’alcool pronto. La cosa più interessante dell’articolo al proposito è il modo in cui è illustrato: la fotografia di un uomo e una donna entrambi al telefono, rivolti in opposte direzioni. Di lei si vede solo la schiena, di lui parzialmente il viso: sta con una mano sulla fronte, in atteggiamento disperato. Secondo voi di chi è la colpa per quel che è accaduto? Qualcuno ha forse preso delle decisioni da mafioso o da padrone di schiavi e ne è responsabile? Mai più. C’è solo un povero uomo lasciato dalla bieca donna, affranto, che ora ha la sola compagnia di una mazza ferrata e di un po’ di liquido infiammabile… (singhiozzi)

E per finire, la star del momento, il picco dell’evoluzione culturale italiana: IL REMISSIVO DI VARESE

Costui è la vittima della sua vittima. Ha ucciso la moglie a martellate – e l’ha finita strozzandola – perché non sopportava più “le sue vessazioni”, l’ultima delle quali è stata dirgli che aveva sistemato male le valigie in automobile. ORRORE! Quale uomo può sopportare un simile affronto?! E come mai qualche milione di donne a cui il marito/compagno dice ogni giorno quanto fanno schifo, quanto male fanno i lavori di casa, quanto sono frigide, quanto sono inadeguate per questo e quello eccetera, non martellano il milione di boccucce misogine da cui esce solo l’attestazione della loro “inferiorità”?

E un’altra cosa, perché non l’ha lasciata? Torniamo un po’ del veleno in cui le donne sono regolarmente annegate al mittente. Perché continuava a starci insieme, eh, allora gli piaceva…

L’assassino “ha sostenuto di essere sempre stato estremamente remissivo nei confronti della moglie, una donna dal carattere forte.” Quella dal carattere forte l’ha sfracellata in tutta mitezza, figuriamoci se fosse stato un tipo assertivo. Maria G. Di Rienzo

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femicide

Ci sono testimoni, la società è silenziosa. Rompere il silenzio non è sufficiente, in special modo quando non siamo una società in cui ci si cura degli altri. Attenzione! Il machismo uccide.

E così, oggi il quadro dell’assassinio di Sara Di Pietrantonio è chiaro: l’omicida ha pianto in questura, aveva bevuto, ha perso la testa, era un tipo normale. Inoltre: “Era ossessionato da Sara. La considerava una ‘cosa’ sua e non accettava l’idea che lei potesse allacciare una relazione sentimentale con un altro ragazzo. (…) Mesi fa, hanno poi scoperto gli inquirenti, c’era stato un episodio violento tra i due, quando ancora stavano insieme. Sara, però (…) non se l’era sentita di sporgere denuncia, forse anche per non creargli problemi sul lavoro. E’ finita bruciata viva nel cuore della notte, in una strada della periferia romana, con lui che, dopo l’omicidio, non ha avuto alcun rimorso ed è tornato regolarmente al lavoro. (Nda: uomini come lui piangono e si dolgono solo dopo essere stati portati via in manette)

Domenica notte Paduano (…) a bordo della sua macchina si era messo dietro quella di Sara. Le telecamere lo hanno ripreso mentre affiancava e speronava la vettura. Aveva organizzato tutto. Aveva con sé una bottiglia di liquido infiammabile, che ha rovesciato dopo essere salito nell’auto. E ne ha buttato addosso anche alla sua ex. Sara, in un primo momento era riuscita a fuggire, ma era notte fonda, in una strada poco illuminata con poche case. Dopo averle incendiato l’auto Paduano ha rincorso la ragazza che provava a scappare, l’ha raggiunta e le ha dato fuoco.” (Nda: si è acceso una sigaretta e con essa ha dato inizio al rogo.)

Almeno due automobili sono passate mentre la giovane donna fuggiva ma chi le guidava ha dichiarato di non aveva capito che Sara stesse chiedendo aiuto e di aver avuto paura. Dai testi non è chiarissimo, ma spero questi passanti non abbiano fatto le due dichiarazioni insieme: perché se non vi siete accorti di niente di che diamine avete avuto paura, amici?

Durante la conferenza stampa che ha generato i nuovi articoli sulla vicenda il sostituto procuratore di Roma, Maria Monteleone, dice: “Speriamo che questa morte così atroce non sia inutile, invito le ragazze a denunciare, a non tenere nascosti comportamenti minacciosi di chi afferma di volerti bene mentre così non è. E poi faccio un appello a chi si imbatte in ragazze bisognose di aiuto, non siate indifferenti. Se non ci fosse stata quest’indifferenza, probabilmente Sara non sarebbe morta.”

Ma, gentile sostituta procuratrice:

Tutti sanno che le donne sono bugiarde e che il 99% delle denunce di violenza domestica e stupro sono false.

Tutti sanno che l’assassino di Sara (qualsiasi assassino di donne, non solo lui) non era un violento, lo ribadiscono i quotidiani oggi – sì, le faceva scenate, la pedinava, alzava la voce, c’era stato “un episodio” in cui aveva alzato le mani, ma era un tipo a posto, NORMALE, perché “due sberle in amore ci stanno”.

Tutti sanno che è meglio farsi gli affari propri: ognuno di noi esiste solo per soddisfare i propri bisogni e desideri e le altre persone sono al massimo accessori che noi usiamo a questo scopo.

Tutti sanno che un uomo può perdere la testa quando una cosa comincia ad agire come se fosse una persona e dice di no.

Purtroppo, sostituta procuratrice, questa morte resta inutile come ogni altro femminicidio se si continua a biasimare i cadaveri (“Quella mancata denuncia di Sara”, non ha denunciato ed è “finita bruciata viva nel cuore della notte”) e a dar loro consigli, gli stessi che hanno ricevuto quando erano donne vive e che non hanno generato sicurezza alcuna. Sono i perpetratori che avrebbero bisogno di sentire qualche parola. Che ne pensa, per la prossima volta (lei e io sappiamo benissimo che ci sarà una prossima volta) di: “Invito uomini e ragazzi a riflettere sul fatto che nessuno può possedere un’altra persona, che le donne sono esseri umani e non oggetti (“cose”) per quanto la nostra società insista pesantemente a raffigurarle come tali soprattutto sui media e a questo proposito vorrei ricordare che l’Italia ha sottoscritto codici di condotta europei sul sessismo nei media che non sta osservando”. Maria G. Di Rienzo

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Enigma

Nel mio studiare il comportamento umano staziona un enigma logico che temo non riuscirò a risolvere in questa vita. Ci ho riflettuto parecchio, ho letto, elaborato, paragonato, cercato e però il nodo non si scioglie. La situazione è la seguente: 1 – la persona A vuole dalla persona B una qualche forma di affetto e riconoscimento che stringa o rinnovi un legame fra loro due; 2 – la persona B è riluttante o contraria e lo dice; 3 – la persona A comincia a tormentare, insultare, minacciare, seguire, controllare, picchiare, diffamare la persona B: persistendo nella richiesta di essere amata.

logica elementare

Ora, se io voglio suscitare almeno simpatia in un’altra persona la cosa più semplice ed efficace che mi viene in mente è essere gentile e rispettosa con lei: se la chiamo “idiota” o “vacca” ogni volta in cui la vedo, se le comunico in modo ossessivo quant’è stronza e patetica a non amarmi o a non essermi amica, se arrivo persino a metterle le mani addosso… è maledettamente ovvio che non faccio nascere in lei sentimenti di tenerezza e comprensione. Ed è altrettanto ovvio che la persona così trattata non può credermi quando dico di adorarla o le dedico poesie cinguettanti e zuccherose: le sto facendo del male, quindi non mi sto comportando con lei come qualcuno che le vuole bene.

Per questo mi domando, per esempio, cosa ci fosse nella zucca del sig. Andrea D. di Collegno, arrestato il 29 agosto scorso dopo otto mesi di stalking nei confronti della sua ex fidanzata. In questo lasso di tempo passava le serate appostato in auto sotto casa della donna; ha clonato la chiave di ingresso al condominio dove lei vive per lasciarle messaggi nella cassetta della posta; le ha telefonato e telefonato e telefonato; l’ha pedinata… e le ha mandato ventimila sms. Di questi, 385 sono arrivati in un paio di giorni dopo la denuncia della donna ai carabinieri. La relazione fra i due era durata tre mesi: lei aveva deciso di troncarla per la gelosia asfissiante dell’uomo nei suoi confronti… e mi sembra che avesse perfettamente ragione.

Ma lui la ama! Non può fare a meno di lei! E’ un romantico incompreso (che forse ha esagerato un po’), merita la galera per questo?

No, lui non la ama: vuole possederla in esclusiva, e questa è un’altra faccenda. Se la amasse, tenetevi forte, saprebbe proprio fare a meno di lei, perché lei non vuole una relazione in cui soffre e amare qualcuno significa anche desiderare che tale persona non soffra. A volte puoi dimostrare il tuo affetto solo lasciando andare la persona a cui lo tributi, lasciando che si allontani, accettando la morte come parte del ciclo – che si tratti della morte di un rapporto o di una creatura.

letting go di the dark rayne

In quanto alla galera, sarà difficile ci passi più di qualche giorno, a meno che un giudice consideri il suo reato meritevole di tre anni di carcere (assai improbabile). Le modifiche all’art. 275 del Codice penale, in vigore dal 28 giugno scorso, dicono infatti che: “Non può applicarsi la misura della custodia cautelare in carcere se il giudice ritiene che, all’esito del giudizio, la pena detentiva da eseguire non sarà superiore a tre anni”. I magistrati chiedono che non sia applicabile per lo stalking aggravato, ma chiedere non è ottenere ed anche se la correzione in questo senso arrivasse, non sappiamo se il caso sarebbe valutato come “stalking aggravato” oppure no. Maria G. Di Rienzo

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neuroni

L’articolo comincia così: “Uno studio dell’Università di Pisa (…) avrebbe individuato le radici neuronali della gelosia delirante di cui è spesso affetto lo stalker: si troverebbero in un’area della corteccia frontale, una zona del cervello che sovrintende a complessi processi cognitivi e affettivi.” Immagino quanto avidamente alcuni (troppi) individui lo abbiano scorso esultando: Lo avevo detto, io! Chi fa queste cose è malato, non può essere ritenuto responsabile delle conseguenze di ciò che fa! Adesso metto finalmente a posto tutte quelle stronze femminaziste che tormentano poveri uomini con l’area della corteccia frontale scortecciata, ecc.

Purtroppo, il pezzo continua ignorando la propria premessa: non fornisce alcuna informazione al proposito, riporta citazioni che la contraddicono, non chiarisce l’uso del condizionale (avrebbe individuato non è ha individuato), e si rivela inutile alla realizzazione del desiderio finale suddetto. L’articolo infatti dice che: 1) “Non esiste una tipologia precisa di molestatori insistenti”, spiega Laura De Fazio, professore associato di criminologia all’Università di Modena, membro del Modena Group on Stalking. e 2) “Spesso lo stalker non ha un disturbo psichiatrico, ma solo una patologia delle relazioni: non accetta il distacco implicito nella fine di un legame, né il rifiuto della vittima.”, spiega Massimo Lattanzi, psicologo clinico e fondatore dell’Osservatorio nazionale stalking.

Persi per strada i neuroni con il raffreddore, lo psicologo cerca almeno di risollevare la speranza dei troll delusi: “Secondo nostri studi, uno dei maggiori fattori di rischio di atti persecutori perpetrati contro un ex partner è la mancata elaborazione di un lutto (50% dei casi).” Ah, ecco, una spiegazione c’è; il tizio perde la mamma e gli muore il pesce rosso, non elabora e perciò tempesta di minacce l’ex fidanzata e la pedina. Io ho perso una sorella maggiore che mi manca più di quanto sappia dire, un fratellino appena nato, amiche, amici, le mie adorate micie Thelma e Louise, e l’idea di tormentare il mio ex marito non mi è mai passata per la testa. Sarò una che elabora bene, cosa volete che vi dica… Comunque, l’asserzione dello psicologo è molto poco scientifica. Non sappiamo niente dei “loro” studi, di come sono stati condotti, di quante persone vi hanno partecipato e come, dei parametri di controllo utilizzati, e del perché siano stati messi in relazione di causa/effetto il non aver elaborato un lutto (è un processo lungo e diversificato per ogni essere umano) e il perseguitare una seconda persona che con il lutto summenzionato, per quel che ne sappiamo, non ha punto a che fare. La stessa ricerca è stata fatta in relazione alle vittime? Quante di esse avevano “lutti non elaborati” in valigia e però non sono diventate stalker? La socializzazione di persecutori e vittime è stata presa in considerazione? In particolare, se mi permettete, la socializzazione rispetto al loro genere, visto che le donne percentualmente subiscono molto più stalking di quanto ne perpetuino.

Per concludere restando sul nulla, arrivano i consigli davvero-molto-esperti:

“Alla richiesta d’iniziare o di riprendere una relazione, è fondamentale dire no chiaramente e senza bisogno di ripetersi.”

Be’, grazie, non ci avevamo proprio pensato. Il fatto è che ogni vittima di stalking dice NO al suo tormentatore almeno una volta, e che spesso lo stalking è cominciato proprio a partire da un NO detto dalla stessa vittima. E il fatto è che lo stalker non ha ascoltato in passato e non ascolta al presente, perciò si continua a dirgli di NO – si è costrette a ripetere – mentre si cerca disperatamente di evitarlo.

“Mai cadere nella trappola della comprensione, ma neanche della comunicazione negativa, percepita come forma di attenzione e quindi incentivo a continuare.” (Lattanzi)

Non dite loro di sì. Non dite di loro di no. (Veramente due righe fa ci avete suggerito il contrario) Non siate comprensive/i. Non reagite negativamente. E allora che cavolo si fa, mister?

Ecco qua: “Importantissimo è affidarsi a un supporto psicologico, che aiuti anche la vittima a superare i problemi pregressi: circa il 25% delle vittime di stalking, infatti, ha una personalità dipendente, che può farle ricadere in molestie perpetrate non solo dal primo autore, ma anche da altri stalker”, osserva Lattanzi.”

Perfetto: il concetto base è che le vittime di stalking sono corresponsabili delle molestie che subiscono, e per un quarto (il 25%) possono persino avere una ricaduta (nella loro malattia non meglio specificata). Qui, degli “studi” non c’è traccia: il dato spacciato per universale da dove viene? Vediamo un attimo, anche, chi sono le persone con disturbo dipendente di personalità: quelle che delegano di solito le decisioni e le responsabilità importanti ad altri; che consentono alle persone che si occupano di loro di prevaricare i loro bisogni; che presentano una bassa stima di sé e appaiono molto insicure circa la propria capacità di prendersi cura di se stesse; che ritengono comunemente di non sapere cosa fare e come farlo; che hanno difficoltà ad esprimere disaccordo verso gli altri per timore di perdere sostegno o approvazione, ecc., avete capito il quadro. Stati prolungati di malattia o un handicap fisico possono essere all’origine del disturbo; ansia e depressione vi sono di solito collegati.

Una persona soggetta ad un periodo di abuso psicologico (e a volte anche fisico) quale è lo stalking può avere un netto calo della stima di sé e manifestare legittimamente insicurezza, ansia e depressione. Il ripetere per abbastanza tempo a una donna “non vali niente”, “senza di me non sei/fai nulla”, “brutta – grassa – schifosa – troia solo io ti sopporto e se non torni con me mi/ti uccido” e via così, trova validazione negli standard culturali correnti, e nella socializzazione di genere di cui parlavo prima: ove la superiorità del maschio è scontata, il suo uso della violenza legittimo e naturale, il suo diritto ad “usare” la “sua” donna sancito… per cui, tale donna può finire per credere di non valere niente e di non essere niente e di non saper fare niente senza che il contesto attorno a lei si attivi granché per dirle il contrario: al massimo le consiglieranno di andare da uno psicologo (che temo non lavori gratis) a farsi curare la personalità dipendente .

Per la quale, non so se avete notato, le dobbiamo ancor meno simpatia del solito; il “disturbo” di lei la vittimizza ulteriormente (i suoi “problemi pregressi”), il “disturbo” di lui lo scusa o lo assolve. Ultima frontiera: studio sulle radici neuronali del sessismo, si troverebbero in una zona del cervello priva di cervello! Maria G. Di Rienzo

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