Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘controllo’

26 aprile 2020 – Bergamo, uccisa a pugni e a calci in casa, arrestato dopo un mese il compagno.

“Una donna di 34 anni, Viviana Caglioni, è stata uccisa a calci e pugni dal compagno, Cristian Michele Locatelli, 42 anni, ora in carcere a Bergamo. La brutale aggressione risale ad un mese fa, nella notte tra il 30 e il 31 marzo, ma inizialmente il presunto aggressore, coperto anche dalla madre di lei, aveva riferito di una caduta. (…) Locatelli, dopo l’arresto, ha riferito agli inquirenti di avere picchiato la compagna per gelosia, pestandola con calci e pugni alla testa e all’inguine.”

Quattro giorni prima, è apparso sul Guardian un articolo di Anna Moore – relativo al raddoppiamento dei femicidi in Gran Bretagna durante il lockdown – di cui riporto un brano:

“Alison Young viveva in quarantena molto prima del Covid-19. Durante la maggior parte degli otto anni del suo matrimonio, suo marito le ha permesso di lasciare l’abitazione solo per “viaggi autorizzati”.

“Si trattava invariabilmente di spesa alimentare e, quando rientravo, lui controllava gli scontrini, il chilometraggio e ispezionava l’automobile in cerca di briciole nel caso io avessi mangiato qualcosa mentre ero fuori casa, cosa che non mi era permessa. – racconta – Se violavi le regole o ribattevi, non sapevi come lui avrebbe reagito. A volte mi lasciava riderci sopra, altre volte mi puntava un coltello alla gola: perciò, la paura non se ne andava mai. Era giusto sotto la superficie o si riversava all’esterno da ogni poro della pelle.” (…)

“Ho letto i rapporti relativi agli “omicidi da quarantena” e delle donne in disperato bisogno d’aiuto e la cosa è sempre descritta come gente che vive sotto pressione in un momento fuori dall’ordinario e perde la testa. – dice Young, che ora dirige un network non ufficiale a sostegno delle donne come lei – Quando lo stai vivendo non è affatto così. Si tratta di come i partner violenti si comportano quando non c’è su di loro uno sguardo pubblico. Si tratta di persone che usano ogni cambiamento di circostanze a proprio vantaggio e si adattano a qualsiasi nuovo modo di vivere restringendo massicciamente il controllo.”

La dott. Jane Monckton-Smith, ex ufficiale di polizia e criminologa forense all’Università di Gloucester, ha passato anni studiando centinaia di omicidi commessi da partner intimi, intervistando famiglie e professionisti nel campo della protezione pubblica, per riuscire a tracciare il lento andamento che va “primo incontro” a “omicidio”. Lo scorso anno ha pubblicato “Homicide Timeline”, in cui identifica le otto fasi attraversate da un assassino.

La prima è una storia, precedente alla relazione, di stalking, violenza domestica o controllo coercitivo. La seconda è la dichiarazione d’amore e il conseguente muoversi verso una relazione molto velocemente. La terza è un inasprimento delle misure di controllo: può riguardare le abitudini di spesa della partner, gli amici che lei incontra, i vestiti che indossa. “Prima del lockdown, la maggior parte dei “controllori” era nella fase tre.”, dice Monckton-Smith.

La fase quattro sulla sua scala è un “evento scatenante”, qualcosa che minaccia il senso di potere e controllo dell’assassino. “Spesso è la partner che interrompe la relazione, ma può essere tutta una serie di altre cose – il pensionamento, la disoccupazione, la malattia, un nuovo bambino.” O la quarantena. “Tutti gli abusanti sono ora nella fase quatto – dice ancora Monckton-Smith – Chiunque tu sia, il Covid-19 ti ha sottratto il controllo. Hai perso il controllo su dove puoi andare, cosa puoi fare e puoi persino aver perso il controllo delle tue finanze. Se stai con i figli 24 ore al giorno e sono troppo rumorosi, troppo disordinati, se la tua vittima si ammala o non è in grado di gestire i bambini e la casa nel modo in cui vuoi tu… Non sto dicendo che ognuno in questo stadio passerà all’omicidio, ma ogni abusante è ora più instabile e ad alto rischio. E se questa persona è impulsiva, o a proprio agio con la violenza, può attraversare assai rapidamente le fasi successive: acutizzazione, cambiamento di pensiero, pianificazione e omicidio.”

Alison Young riconosce questo schema sin troppo bene – per lei, l’evento scatenante fu perdere il lavoro. “Non c’erano colpe da parte mia, ci fu una ristrutturazione e il mio posto di lavoro non esisteva più. – dice – Mi ricordo seduta nel treno verso casa dopo che me l’avevano comunicato, così terrorizzata da non riuscire a distinguere le cose con la vista. Sapevo di doverglielo dire e sapevo cosa mi aspettava. Il mio impiego era stato ben pagato e lui non lavorava, perciò aveva bisogno che lo facessi io. Lui mi sottrasse la carta di credito della banca. Non mi era più permesso andare da nessuna parte perché, secondo lui, ogni volta in cui io uscivo era un costo in denaro.”

Vivendo assieme a lei una quarantena personalizzata, il partner di Young divenne più violento e meno prevedibile: “La faccenda si inasprì davvero in fretta. Mi minacciava con coltelli e mi stuprò molte volte.” Fu dopo che l’uomo cominciò a tirarla fuori dal letto mentre dormiva per trascinarla in giro per la stanza “come una bambola di stracci” che Young si rivolse a un’amica, la quale l’aiutò a scappare.”

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

Beijing Poster

(“As Cities Around the World Go on Lockdown, Victims of Domestic Violence Look for a Way Out”, di Melissa Godin per Time, 18 marzo 2020, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Dall’Europa all’Asia, milioni di persone sono state messe in isolamento, mentre il coronavirus ha infettato più di 183.000 persone. Anita Bhatia, la vice direttrice dell’Agenzia Donne delle Nazioni Unite, dice a Time che “la stessa tecnica che stiamo usando per proteggere la gente dal virus può avere un perverso effetto sulle vittime di violenza domestica”. Ha aggiunto che “nel mentre sosteniamo assolutamente la necessità di seguire queste misure di distanziamento sociale e quarantena, riconosciamo anche che ciò fornisce un’opportunità per chi abusa di scatenare maggior violenza”.

Una donna su tre al mondo fa esperienza di violenza fisica o sessuale, secondo l’Organizzazione Mondiale per la Sanità, rendendo ciò “la violazione dei diritti umani più diffusa ma meno denunciata”. Sebbene anche gli uomini facciano esperienza di violenza domestica, le donne sono la maggioranza delle vittime, con gli individui LGBTQ che affrontano tassi elevati della stessa violenza. Ma durante i periodi di crisi – come disastri naturali, guerre e epidemie – il rischio di violenza di genere cresce.

In Cina, il numero dei casi di violenza domestica denunciati alla polizia locale è triplicato in febbraio in confronto all’anno precedente, secondo Axios. Le attiviste dicono che questo è un risultato della chiusura forzata. “Noi sappiamo che la violenza domestica ha le sue radici nel potere e nel controllo. – dice Katie Ray-Jones, presidente della National Domestic Violence Hotline – In questo momento, abbiamo tutti la sensazione di una mancanza di controllo sulle nostre vite e un individuo che non riesce a maneggiare ciò lo scaricherà sulla sua vittima.” Ray-Jones dice che mentre il numero dei casi di abuso potrebbe non salire durante la crisi coronavirus, le persone che già si trovano in una situazione di abuso potrebbero doversi trovare a fronteggiare violenza più estrema, senza più poter sfuggire andando al lavoro o da amici.

La crisi attuale rende anche più difficile per le vittime cercare aiuto. Le strutture mediche in tutto il mondo si stanno sforzando per rispondere al coronavirus, i sistemi sanitari stanno diventano sovraccarichi e ciò rende più arduo per le vittime aver accesso a cure mediche o terapeuti. “Nella migliore delle circostanze, le donne hanno già difficoltà a essere ascoltate.”, dice Bhatia.

(Il numero (gratuito) antiviolenza da chiamare in Italia è 1522.)

Read Full Post »

Nel maggio del 2013 Julian Stevenson, un uomo inglese 48enne che viveva in Francia, sposato e poi divorziato, uccide i suoi due figli durante il primo incontro non “controllato” con loro: usando un coltello da cucina taglia la gola di Matthew, 10 anni, e di Carla, 5 anni. In precedenza li aveva visti in presenza della ex moglie Stéphanie o di un’assistente sociale. Si suiciderà in carcere, ancora in attesa di processo, a fine dicembre dello stesso anno.

Sin dall’annuncio del duplice omicidio, molti media fecero del loro meglio per giustificare e scusare l’assassino. Una delle argomentazioni preferite fu che “il tempo che passava con i bambini era insufficiente per i suoi bisogni”. La preoccupazione principale – spesso espressa in leggi nazionali e protocolli internazionali – per chiunque sia sano di mente dovrebbe riguardare il benessere dei bambini, che sono ovviamente più vulnerabili degli adulti loro genitori: ma articolisti, opinionisti, commentatori ecc. sono in genere assai più angustiati dal fatto che i padri non abbiamo sempre e comunque tutto quel che vogliono. Diventa irrilevante, in tali discorsi, che questi padri esprimano la propria frustrazione con la violenza, perché sotteso a tutte le argomentazioni c’è il convincimento che la violenza sia un ingrediente fondamentale della mascolinità e che gli uomini non possano fare a meno di abusare di donne e bambini.

Così, il 2 aprile u.s., sotto i titoli della stampa nostrana “Tenta di uccidere il figlio e si suicida con il gas”( è accaduto nella zona di Volterra: il bambino, di 9 anni, si è salvato fuggendo dall’auto) e i relativi occhielli “Non accettava che il bambino fosse stato affidato esclusivamente alla madre”, si articola la solita narrazione che piange sui “gridi d’allarme” – leggi le lamentele proprie e le “denunce” farlocche dell’associazione padri separati – espressi dall’uomo via FB, sulla “decisione più terribile: prendersi il suo bimbo e andare via con lui, per sempre” (com’è poetico!), sulle leggi carogne e matriarcali che “non tengono conto delle nuove sensibilità dei padri”. Ma se queste “nuove sensibilità” si concretizzano nello scannare o nel gasare i figli a me sembra che di nuovo non abbiano nulla e che parlare di sensibilità sia fuorviante e persino ridicolo: quel di cui stiamo trattando è possesso e controllo di esseri umani. Sono pratiche legate al dominio e alla relativa legittimazione sociale e infatti molti uomini vivono come affronto, ingiustizia e svirilizzazione qualsiasi restrizione messa al loro spadroneggiamento sui corpi di donne e bambini.

All’uomo che è morto suicida è certamente dovuta pietà umana, ma a questo stesso individuo capace di aprire una bombola di gas nell’automobile in cui sta dormendo un bambino, suo figlio (che lui chiamava il “suo cucciolo”), io non affiderei non solo un cucciolo di cane, ma neppure un cactus. Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: