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Posts Tagged ‘relazioni’

Nel giro di pochi giorni, a Roma, una bambina tenta il suicidio (fortunatamente sventato da due poliziotte fuori servizio prima che si gettasse dal balcone) e una ragazzina si toglie effettivamente la vita lanciandosi dal nono piano. Dieci anni la prima e tredici la seconda, per entrambe la Procura indaga sul ruolo che il bullismo potrebbe aver avuto nelle due vicende: la tredicenne riceveva in effetti messaggi insultanti e denigratori via chat, alcuni dei quali sono stati ora provvidenzialmente cancellati.

I giornalisti continuano a fare male il loro mestiere menzionando un non meglio specificato “malessere molto diffuso tra gli under 14” e ipotizzando “delusioni d’amore” (espressione un po’ esagerata per eventuali filarini andati storti); per quel che riguarda la ragazzina deceduta, non mancano di farci sapere che “Occhi azzurri, capelli castani, X era davvero bella, ma soffriva molto. Troppo.”: e davvero a questo punto non si capisce il perché, dato che l’essere “bella” (e cioè piacere ai maschi) è tutto quel che serve a una persona di sesso femminile qualsiasi sia la sua età, tutto quello che lei deve essere e a cui deve aspirare – tale è l’univoco messaggio diffuso dalla società italiana tramite media e social media.

Nella decisione estrema di un’adolescente possono entrare miriadi di fattori: problemi familiari, difficoltà scolastiche, violenze subite, pressioni relative all’immagine corporea, ecc. Certo è che si tratta di un periodo in cui la legittimazione e la validazione provenienti dal gruppo di pari assumono di solito un ruolo centrale e imprescindibile, per cui gli episodi di bullismo meritano senz’altro un’attenzione particolare da parte degli inquirenti.

Generalmente gli uomini muoiono per suicidio più delle donne, in special modo nei paesi cosiddetti “sviluppati”, e ciò si riflette sulle tecniche e sulle priorità dei programmi di prevenzione. Tuttavia, le donne tentano il suicidio in misura molto maggiore e i contesti in cui ciò accade non sono sufficientemente oggetto di studio, ma solo utilizzando in modo grossolano l’indicatore causa/effetto i tre fattori principali emergono chiarissimi:

– violenza sessuale, soprattutto se ripetuta

– minacce e abusi psicologici

– aggressione fisica grave (singola o ripetuta)

Cioè, le donne vedono il suicidio come via d’uscita dal subire violenza. Questo accade in gran parte perché la violenza contro le donne è ancora percepita e descritta come “faccenda personale”, con tutto il corollario di attribuzioni di responsabilità a chi ne è vittima (cosa hai fatto per provocare lo stupro e le botte, puttana?) e di suggerimenti inutili, conniventi, o persino francamente idioti atti a mantenere la situazione com’è e coprirla di silenzio (vestiti più sexy e non rimbeccarlo sempre…).

Per sconfiggere la violenza è necessario vederla in tutte le sue orride dimensioni, parlarne, rigettarla, mostrare e vivere le alternative ad essa. Il che significa azione ad ogni livello: dalla decostruzione delle norme sociali che condonano / giustificano / glorificano la violenza all’emanazione di leggi specifiche che puniscano davvero i perpetratori, ma per quel che riguarda il “malessere molto diffuso tra gli under 14” le sue prime medicine sono l’apprendimento dell’eguaglianza di genere e della nonviolenza.

Le famiglie possono non provvedere ciò per svariati motivi, le scuole e le istituzioni avrebbero però il dovere (etico, rispondente ai principi su cui sono fondate) di promuovere e rinforzare valori che sostengano relazioni nonviolente, rispettose, positive, per bambini e adolescenti, inclusi quelli più vulnerabili ed esclusi. Alcuni soggetti sono infatti presi a bersaglio più facilmente: quelli e quelle che sono migranti o figli / figlie di migranti; quelli e quelle che sono o sono percepiti come persone lgbt, quelli e quelle che vivono con una disabilità, quelli e quelle che non rispondono agli stereotipi di genere e di “immagine”… e, in particolare, le bambine e ragazze che non li accettano.

Non fare nulla equivale a lasciarle sole sui balconi. Continuare a fomentare attitudini e pratiche patriarcali equivale a spingerle giù.

Maria G. Di Rienzo

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(tratto da: “The week in patriarchy / Clitoris is not a dirty word – but society’s fear of it has disastrous consequences”, di Arwa Mahdawi per The Guardian, 28 settembre 2019, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

clitoris

Perché le donne fingono gli orgasmi? E’ una verità universalmente riconosciuta che la maggior parte delle donne eterosessuali hanno finto di avere un orgasmo in un momento qualsiasi delle loro vite.

Ci sono un mucchio di ragioni ovvie sul perché: le donne non vogliono urtare i sentimenti dei loro partner, per esempio, oppure sono semplicemente stanche e vogliono andare a dormire.

Tuttavia, secondo uno studio appena pubblicato su Archives of Sexual Behavior l’altro grande fattore è il sentirsi schizzinose sull’uso della “parola C”. I ricercatori hanno attestato questo: le donne che si sono dette “fortemente d’accordo al trovare facile l’uso di parole come ‘clitoride’ per parlare di sesso, erano meno inclini a fingere orgasmi rispetto a quelle che si sono dichiarate fortemente in disaccordo”. Lo studio afferma in conclusione che le norme di genere e “i doppi standard sessuali continuano a limitare l’espressione sessuale femminile, inibendo ad alcune donne la comunicazione sessuale e in particolare il loro grado di agio nel ricevere o chiedere piacere sessuale”.

Non è esattamente una novità il fatto che ci sia un doppio standard sessuale. Tuttavia, questo studio è una scossa e un promemoria su quanto svergognamento sia ancora collegato al desiderio femminile e su quanto le donne abbiano interiorizzato tale svergognamento. Clitoride non dovrebbe essere una parolaccia, eppure le persone ancora ci girano intorno come se la mera menzione di qualcosa che esiste puramente per il piacere femminile fosse oscena.

La paura che la società ha della clitoride lancia ramificazioni che vanno ben oltre il letto. All’inizio di quest’anno, per esempio, la Gran Bretagna ha emesso la sua prima condanna per mutilazione genitale femminile.

Scrivendo sul Guardian, Lucy McCormick notò che “una delle cose che risaltano nelle notizie relative al caso è il modo stranamente furtivo in cui comunicano i fatti chiave”, in particolare l’evitare di menzionare la parola ‘clitoride’. Come sottolineava McCormick: “Bambine in tutto il mondo stanno soffrendo orrende mutilazioni a causa di una paura culturale dal profondo radicamento – e quella stessa paura ci sta impedendo persino di enunciare il problema”.

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Qual è la tragedia più devastante che può colpire un uomo? I quotidiani italiani non hanno dubbi: il rifiuto di avere rapporti sessuali da parte di una donna. Uccidere chi ha respinto la richiesta è nulla di fronte all’enorme dolore di chi “ama” e non è “corrisposto”.

Oggi Repubblica cambia i titoli per il suo pezzo principale sull’omicidio di Elisa Pomarelli: sulla prima pagina è Elisa non voleva più vederlo. E Sebastiani continua a mentire: Mi volevo uccidere”, che rimanda a Un’ossessione per Elisa, Sebastiani confessa l’omicidio e piange, ma ieri era Sebastiani in lacrime davanti ai carabinieri: Ho fatto una stupidaggine”. Il ritocco è probabilmente conseguenza della protesta esplosa sul web per la infame copertura giornalistica della vicenda (un titolo definiva l’assassino un “gigante buono”) ma l’articolo resta intatto nella sua sublime superficialità e nella sua stratosferica ignoranza, tutto teso a farci provare per l’omicida simpatia e compassione:

«L’ho uccisa, ho fatto una stupidaggine», sbotta alla fine Massimo Sebastiani in lacrime nella stanza del comando provinciale dei carabinieri. Le sue manone da tornitore mulinano nell’aria sopperendo alle parole che non vengono. Rimangono strette in gola senza uscire e lasciano spazio ai singhiozzi. Sebastiani s’impappina, si agita sulla sedia, ma per un uomo semplice qual è non è facile spiegare quel gesto orrendo (…)

Il giornalista che scrive questo era presente all’interrogatorio? Ne dubito. E’ più probabile che, come tutti i suoi colleghi, abbia derivato la notizia del pianto dai comunicati dei carabinieri e poi ci abbia lavorato su di fantasia. Piangere è molto normale in condizioni di forte stress e non indica necessariamente l’essere appena usciti da un inspiegabile raptus: tanto più che l’assassino ha occultato il cadavere, ha cercato di costruirsi un alibi e di depistare le indagini. Non male, per un “uomo semplice” che non saprebbe neppure perché ha ucciso.

Inoltre, la vittima ha – secondo l’autore del pezzo – un certo grado di responsabilità nella propria morte violenta:

Tra i due forse un equivoco e un gioco alla fine pericoloso. Lui diceva che era la sua fidanzata, ma lei precisava sempre che il legame era solo di amicizia. E forse è proprio in questo scarto d’intenti che è maturato il delitto. (…) Una storia che andava avanti da parecchio tempo sempre appesa a questa incomprensione di fondo dove le intenzioni e i fini non combaciavano. Una storia con presupposti troppo fragili per potersi trascinare a lungo.

Lui insisteva, la incalzava e ogni volta lei precisava il confine entro il quale doveva stare la relazione. Un confine che forse alla lunga è risultato frustrante per Sebastiani, un uomo che tutti descrivono molto istintivo, uno un po’ selvaggio, capace di arrampicarsi sugli alberi e di correre a piedi nudi nella ghiaia. Una persona di animo semplice che forse non ha saputo elaborare un legame che avrebbe voluto essere molto diverso da quella amicizia che prescindeva da un rapporto più intimo. Forse sta proprio qui la chiave del dramma.

La ventottenne Elisa Pomarelli era dichiaratamente lesbica e frequentava l’amico Sebastiani da tre anni. Dichiaratamente, signor giornalista, significa che il suo assassino non poteva non saperlo – non ci sono equivoci possibili per tre anni di fila quando sei allo scoperto, anche se hai a che fare con individui che corrono a piedi nudi nella ghiaia (vede, vado spesso scalza anch’io e anche se non sono più in grado di arrampicarmi sugli alberi sono capace di capire che NO significa NO – a differenza, chissà perché, di una gran massa di uomini).

Inoltre, avere amici maschi e femmine è del tutto ordinario per un essere umano, omosessuale o no: ignoravo si trattasse di un “gioco pericoloso” tramite il quale si corteggia la propria morte. Quel che si desume da ciò è che la vittima abbia fomentato e favorito l’ossessione dell’omicida accettando un rapporto d’amicizia: so già che noi donne non ne facciamo mai una di giusta, ma so anche cosa accade quando individui del genere sono respinti a priori anziché accettati come amici – invece di morire strangolata nel loro pollaio, muori per loro mano a mazzate o pistolettate in un bar, per strada, nel parcheggio del supermercato, nel tuo ufficio, dove capita.

(…) un vecchio pollaio vicino alla casa dell’uomo dove forse Sebastiani aveva condotto Elisa per appartarsi. Forse è nata una discussione e l’operaio, corpulento e molto forte, ha ucciso la ragazza. Poi ha scelto un luogo molto impervio dentro un bosco su un pendio ricoperto di fitta vegetazione da cui si vede la pianura come da una balconata. Lì ha scavato una buca poco profonda e ha ricoperto il corpo cercando di occultare lo scavo con il fogliame.

(…) i carabinieri del Ris trovano tracce biologiche nel bagagliaio della Honda Civic. È la chiusura del cerchio. Dopo aver ucciso Elisa, Sebastiani ha probabilmente caricato il corpo sull’auto per consegnarlo a quella rudimentale tomba nel bosco. Una storia maledetta conclusa con il pianto tardivo di un uomo sbigottito persino da se stesso.

Citando un altro articolo, “Sebastiani ha strangolato Elisa nel suo pollaio di Campogrande dove l’aveva portata, dopo il pranzo in una trattoria, per regalarle alcune uova. Lei lo aveva scritto anche a un’amica nel suo ultimo sms.” Ma no, se un uomo ti vuol regalare pomodori e ti porta nell’orto tu donna devi pensare subito “Vuole appartarsi per avere un rapporto sessuale, non ci vado”, in special modo se hai affetto per il tipo in questione e ti fidi di lui. Tutto sommato, il giornalista di Repubblica ci dà un consiglio utile, vi pare? Non fidiamoci di nessun maschio, mai, chiunque sia. Poi, quando il consiglio lo segui, partono i pistolotti sul “non tutti gli uomini” e le femminazgul (non è mia, ma è troppo bella) che succhiano malignamente via dal mondo l’anima e la gioia e la libera scelta e l’amore. E muoiono. Muoiono di drammi, di storie maledette, uccise da uomini semplici e sbigottiti. Che poi piangono – ma non subito subito: piangono in manette, piangono davanti a polizia / carabinieri e pm e giudici, quando si rendono conto di non averla fatta franca.

Maria G. Di Rienzo

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La risposta prima della domanda: qui di seguito ci sono quattro notizie pescate dalle prime pagine odierne di quotidiani a tiratura nazionale.

Bologna: Uccisa e data alle fiamme, l’ex fermato a Ventimiglia.

“Lei lo aveva lasciato dopo che lui aveva messo le mani addosso a sua figlia, un’adolescente avuta da una precedente relazione: quelle molestie sessuali avevano portato a una denuncia e a un divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dall’ex fidanzata e dalla ragazzina, ma in più occasioni l’uomo aveva vìolato il provvedimento, scatenando violenti litigi.”

Ferrara: Cinzia Fusi, lacrime per il funerale della donna uccisa dal compagno.

“Il motore di tutto sarebbe la gelosia. Gelosia per quella partner di quasi vent’anni più giovane, mescolata al timore di essere tradito e ai sospetti che le rassicurazioni della ragazza non erano bastati a placare.” Poi, ovviamente, gli è venuto il raptus e il signore è stato da esso costretto a “impugnare un mattarello da cucina e a colpire ripetutamente alla testa la compagna fino a ucciderla.”

Roma: 13enni bloccate e palpeggiate nell’ascensore di casa a Prati.

“Minuti di terrore ieri, per tre ragazzine di 13 anni, studentesse prossime ad andare in terza media, che si sono ritrovate nella morsa dell’uomo, un italiano tra i 30 e i 40 anni che ha abusato di loro, tentando, in particolare di violentarne una.”

Napoli: Violenza sulle donne e stalking, in procura venti denunce al giorno.

La domanda è in realtà un cluster di domande: chi diamine è Luca Argentero, quali titoli possiede per misurare la “giusta dose” di femminismo / eguaglianza di genere (che se ritiene di poter calibrare in grammi molto ovviamente non conosce neppure di striscio) nelle relazioni di coppia, cosa ne sa delle relazioni affettive di noi femministe (niente)?

Noi non siamo le macchiette delle battute e delle barzellette tramite cui siamo diffamate ogni singolo giorno su tutti i media disponibili. Prima di parlare di qualsiasi argomento, oltre ad attaccare la spina ai neuroni, è necessario informarsi. O Argentero vuole per esempio provare a dire al mio compagno da oltre quarant’anni che il nostro rapporto “non funziona”?

Inoltre, se davvero è interessato a sapere cosa “rovina il romanticismo” può leggere le quattro notizie riportate sopra e troverà subito i responsabili. Che, purtroppo, sono uomini – come lui.

Maria G. Di Rienzo

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mari e il robot

Se avete quindici minuti di tempo e vi fidate delle mie recensioni, potreste trascorrerli guardando questo breve film d’animazione del 2017, “Green Light” – “Luce Verde”.

https://www.youtube.com/watch?v=UT-mA673hLs

La squadra che l’ha creato è sudcoreana, però non vi servirà sapere altre lingue per vederlo (i dialoghi fra i due protagonisti principali, in immagine, sono comprensibili ma non vocalizzati; se siete curiosi delle sole due parole in coreano che si sentono nel filmato, la prima è “questo” e la seconda è “Yu-na”, un nome proprio).

Il regista Kim Seong-min racconta la sua storia così: “Luce Verde parla di una ragazzina e di un robot soldato che si trovano nella peggior situazione possibile causata dall’uso improprio di tecnologia scientifica altamente sviluppata. Ho tentato di mostrare il legame fra Mari, che tenta di costruire un futuro migliore senza abbandonare la speranza in una situazione tragica dove tutto è stato distrutto, e un automa che comincia una nuova vita grazie a lei, e come entrambi creino un nuovo mondo.”

In un quarto d’ora di tenerezza e magnificenza tecnica “Green Light” vi dirà che comunicare con chi è diverso da noi è sempre possibile e spegne la violenza. Vi dirà persino che anche quando scomparite i vostri sogni non devono necessariamente andare in frantumi.

Uno dei commenti più comuni al video è: “Sono un uomo adulto e sto piangendo”. Anche la scrivente vecchietta si è trovata una lacrima sulla guancia.

Maria G. Di Rienzo

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“Si assiste a una escalation della criminalizzazione delle condotte che è iniziata dall’immigrazione, dalle frontiere, ed è giunta alle riunioni in luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero nelle piazze cuore del paese e luoghi dove i cittadini esprimono opinioni.

Questo peggiorato clima di relazioni sociali, che vede nella sola repressione di condotte ritenute devianti o comunque difformi ed in contrasto con il pensiero e i desiderata di chi governa, rischia di portare alla strumentalizzazione delle forze dell’ordine, viste come braccio armato e violento dell’esecutivo del momento, quasi a voler far tornare indietro di quarant’anni la storia. Il Silp si oppone a questo snaturamento della funzione democratica di tutela di tutte le persone e della civile convivenza.”

Daniele Tissone, segretario nazionale Silp Cgil, 6 luglio 2019

Da sette giorni aspetto che il Ministro Iperconnesso, Mago Salvì che fa sparire 49 milioni di colombe sotto una felpa – e infatti attorno a lui girano solo falchi – commenti “Bravo, questo poliziotto ha colto il problema, io sto con le forze dell’ordine!” Niente. Ne’ una diretta FB, ne’ un tweet.

Mentre attendevo, ho letto le trascrizioni dell’incontro italo-russo fra faccendieri (18 ottobre 2018) che al di là del proposito di finanziare la campagna elettorale leghista, spiega come il Ministro abbia altro da fare.

Gianluca Savoini, ex portavoce di Salvini, presidente dell’associazione Lombardia-Russia: “Salvini è il primo uomo che vuole cambiare tutta l’Europa. (…) Stiamo davvero cambiando la situazione in Europa. Ed è impossibile che ciò si arresti. La storia sta marciando, quindi è impossibile. È davvero un new deal, una nuova situazione, un nuovo futuro per noi. Siamo al centro di questo processo. Ma abbiamo molti nemici, siamo in una situazione pericolosa perché il nostro governo è attaccato da Bruxelles, dagli uomini globalisti, non da Trump, ma dall’establishment di Obama… molto, molto fortemente e internamente anche in Italia. Siamo in [inudibile] pericolosa/o… non è così semplice, ma vogliamo combattere perché siamo dalla parte della verità.”

Uno dei suoi accompagnatori: “Se avete qualche gulag, vi possiamo mandare qualcuno dall’Italia. Il gulag. Gulag. È uno scherzo, ma se avete un gulag, vi mandiamo un mucchio di gente.”

La “verità” ha bisogno di soldi e di campi di concentramento. Un Paese può ben andare a rotoli, per tale nobile scopo.

Maria G. Di Rienzo

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(vedi articolo precedente)

feff 2019

Il Far East Film Festival (FEFF) è sempre pieno, oltre che ovviamente di film, di occasioni, incontri e materiali – e da questo punto vista parteciparvi anche per un solo giorno è gratificante.

“Innocent Witness” non riserva grosse sorprese come trama, cosa che già sapevo prima di vederlo, ma oltre a esaltare la bravura della giovanissima attrice co-protagonista (su cui pesa l’intera struttura della storia), convoglia un messaggio di fondo sulla diversità e sul rispetto di cui non solo la società coreana da cui proviene ha bisogno.

Ci sono piccoli momenti magici che non aggiungono o tolgono nulla allo svolgimento del plot, ma che si incidono nella memoria emotiva di chi guarda:

* L’anziano padre dell’avvocato, un uomo spiritoso e ostinato che nonostante gli acciacchi trasmette un’incrollabile gioia di vivere, dopo aver sottolineato che il figlio non gli ha mai presentato una fidanzata, dice: “La gente comincia a chiedermi se ti piacciono gli uomini.” E davanti allo stupore del figlio aggiunge: “Non mi importa se porti a casa un ragazzo, purché sia gentile.”

Questo minuscolo passaggio mette con semplicità l’importanza di una relazione dove esattamente deve stare: la felicità di chi quella relazione intrattiene, che è meglio garantita se si ha a che fare con una brava persona e per essere una brava persona il sesso non conta nulla.

* L’avvocato comprende presto che la ragazzina testimone ha un’intelligenza stratosferica (come molte persone autistiche) e una personalità affettuosa e onesta. Nel mentre comincia ad affezionarsi a lei commette un errore molto comune, quello di compatirla. “Se solo non fosse autistica…”, comincia a dire alla madre della ragazza, che immediatamente lo interrompe: “Se non fosse autistica non sarebbe la stessa persona, non sarebbe la mia Ji-woo.”

Ti amo così come sei, per quello che sei. E questo è il secondo ingrediente fondamentale per far funzionare qualsiasi relazione affettiva.

Probabilmente tutto ciò è scontato per il regista Lee Han quanto lo è per me o per molti/e di voi che leggono, ma date un’occhiata in cronaca ai crimini dell’odio, alle conseguenze del bullismo, al sistematico disprezzo per chiunque non si conformi ai modelli prescritti e saprete subito perché c’è più che mai necessità di ripeterlo.

La mia valutazione complessiva sulla pellicola, compresa la prevedibilità di alcune scene e un finale con abbracci e fiocchi di neve che sa troppo di già visto, è quindi “più che sufficiente” – non altrettanto posso dire dell’organizzazione relativa alla sua proiezione:

1. Signori/e del FEFF, le vostre “maschere” devono avere istruzioni precise ma soprattutto uguali: non potete far correre gli spettatori da un piano all’altro del cinema perché uno dice “potete entrare dovunque” e l’altro “no, qui entrano solo gli abbonati” e il terzo ti fa entrare solo perché è chiaro che sei parecchio incazzato. I dieci euro di biglietto erano identici per tutti. La cosa mi ha seccato particolarmente perché sto soffrendo di una fastidiosa tendinite e i tre piani li ho fatti su e giù con il bastone.

2. In sala erano presenti il regista e gli attori Jung Woo-Sung (l’avvocato) e Lee Kyu-Hyung (il pubblico ministero) e sentire quel che avevano da dire sarebbe stato molto piacevole. Purtroppo la presentatrice ha farfugliato qualcosa in simil-inglese e ha schiaffato il microfono in mano a ciascuno di loro lasciando che si arrangiassero da soli. Non è stata in grado di porre una domanda che fosse una. Il traduttore dal coreano (il molto noto critico cinematografico statunitense Darcy Paquet) ha tradotto qualcosa in inglese a voce sussurrata e a beneficio di non si sa chi. Io ho capito mezze frasi in ambo le lingue tirando le orecchie e presumo che altre persone abbiano fatto lo stesso, ma il grosso del pubblico ha dovuto accontentarsi del “buongiorno” detto in italiano da Jung Woo-Sung (grazie, ricambiamo anche se erano le cinque del pomeriggio passate).

Per quel che riguarda il povero Lee Kyu-Hyung, poiché non condivide lo status di star del protagonista pur essendo a mio parere un attore migliore, non lo si è presentato, non si è compiuto lo sforzo di tradurne l’intervento in italiano o in inglese e non ha ricevuto neanche un applauso. Andiamo, FEFF, avete anni e anni di esperienza: si può fare di meglio.

Maria G. Di Rienzo

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