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Quando nei giorni scorsi avete letto dello stupro di gruppo subito da una 15enne a Bari (cinque aggressori, un solo maggiorenne) vi siete chiesti chi ha spiegato a questi giovani maschi cos’è il sesso e come farlo? Io sì.

In primo luogo la pornografia.

Stante il facilissimo accesso a quella online essa è diventata una delle forme principali di “educazione sessuale” per le nuove generazioni. Quel che vedono e a cui si abituano è un contesto in cui non vi è consenso, rispetto o piacere reciproco, ne’ sicurezza. Lo scenario prevede maschi aggressivi totalmente in carico dell’iniziativa e dei suoi sviluppi, legittimati a usare i corpi delle donne in ogni modo loro aggradi coprendoli nel contempo di una valanga di insulti: schiaffi, pugni, calci, strangolamenti, penetrazioni così violente da causare lacerazioni ecc. sono ingredienti comuni della pornografia cosiddetta “mainstream”, cioè la maggioranza della pornografia prodotta e accessibile. Le donne che subiscono questi assalti recitano passività e/o godimento, di modo da indurre nello spettatore il concetto che alle “cagne” piace da morire essere umiliate, picchiate e “sfondate” sino a dover ricorrere alla chirurgia per ricostruire ani e vagine. Ad essere resa “erotica” è la violenza contro le donne, non c’è modo di girarci intorno blaterando che sono tutte fantasie – le donne che vedete brutalizzate nella pornografia sono reali e soffrono danni reali. Le ragazze e le donne con cui partner maschi vogliono copiare gli scenari suddetti anche.

In secondo luogo l’attitudine socio-culturale che il nostro paese riserva alle donne.

Qualsiasi età abbiano, dalla pupattola alla vecchietta; qualsiasi cosa facciano, dalla pulitrice alla ministra; qualsiasi opinione abbiano e rendano pubblica; qualsiasi talento mostrino; di qualsiasi vicenda siano protagoniste; stiano sul podio come vincitrici di medaglie olimpiche o in una cassa di legno perché ammazzate dal marito/fidanzato “geloso” – la narrazione comincia, finisce e ruota attorno alla loro appetibilità sessuale. Bella – bella – bella, scollature spacchi e tacchi, tanga e bikini, o brutta – brutta – brutta, aggettivo spesso meglio specificato come “non scopabile”.

In terzo luogo il reiterare nei confronti delle donne ogni stereotipo sessista ripescabile da un barile puzzolente vecchio migliaia di anni.

Magari i ragazzini si sentono moderni e trasgressivi a ripetere che le donne sono stupide e inferiori, forse credono di dire una gran novità (o addirittura una “verità scomoda”), ma si tratta di un assunto patriarcale più decrepito dei loro bisnonni, smentito costantemente dalla Storia e falso come le immagini create con Photoshop su cui si fanno le pippe.

In quarto luogo gli adulti maschi loro modelli di riferimento, che sono troppo spesso una manica di stronzi.

L’affascinante attore che picchia la moglie, il grande atleta che ammazza la compagna, i fratelli maggiori che maltrattano fidanzate e quando costoro diventano “ex” postano le loro foto di nudo su Facebook – per “vendetta”, dicono, ma è soprattutto il riconoscimento dei loro pari che desiderano: guardate che gnocca ho trombato, amici, adesso che non vuole darmela più io la getto a voi come carne andata a male a un branco di cani sbavanti.

Non è che scuola e famiglie offrano agli adolescenti molte alternative, lo so. Quello che mi stupisce è che, per esempio, parecchi dei loro genitori e parecchi di loro stessi sono pronti a dubitare di tutto quel (poco) che hanno imparato a scuola. Possono sostenere che l’Olocausto non è mai avvenuto, l’allunaggio nel 1969 nemmeno, i rettiliani e le sirene esistono e recitando delle sequenze numeriche o degli incantesimi in latinorum si guarisce da ogni tipo di malattia e si vincono lotterie… perché l’hanno visto su internet. L’unica cosa di cui non dubitano mai è questa: le donne sono tutte troie e si meritano ogni singola schifezza sia loro inflitta. Be’, non è che internet dica loro molto di diverso, vero?

Maria G. Di Rienzo

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Non so come dirlo. Capisco che potrebbe urtare la vostra sensibilità. Sto cercando perifrasi, metafore e giri di parole… ma non mi esce dalla testa niente che riesca a rendere meno sconvolgente l’affermazione che ho in mente. E quindi eccola qui: “Non voglio essere Sharon Stone”. E quella seguente è peggio ancora: “Conosco un mucchio di donne che non vogliono essere Sharon Stone”. Prendete fiato, mi rendo conto dello shock e non voglio essere crudele.

Questo è il terzo giorno, se non sbaglio, in cui i giornali italiani mettono in prima pagina la suddetta in bikini o nell’atto di ballare in shorts e ci fanno notare che ha 59 anni. La “notizia” è questa, non è che l’attrice abbia in programma un nuovo film o che abbia fatto qualcosa di fuori dall’ordinario, Sharon Stone merita le prime pagine perché è ancora altamente scopabile a 59 anni! E il messaggio è questo: vedete, donne, è possibile essere “belle” e far rizzare pendoli anche durante la mezza età e se a voi non succede (che possa non interessarvi non è contemplato) è perché non ci state mettendo abbastanza impegno. Cosa aspettate quindi? Dieta, prodotti dimagranti, palestra, personal trainer, solarium, digiuno, detox, chirurgia plastica, cosmetici, è tutto alla vostra portata, datevi da fare!!!

Io non ho fatto la vita di Sharon Stone, non sono una sua collega di lavoro, non ho i suoi soldi e non ho il suo interesse nel presentare ai fotografi e ai produttori qualcosa che li faccia sbavare per guadagnare altri soldi. Anche questo vi turberà profondamente, ma prendetene atto: per un’unica Sharon Stone che non mi somiglia – e a cui io non voglio somigliare – ci sono milioni di donne simili a me. Fra loro ci sono artiste, attiviste, professioniste, lavoratrici, disoccupate ecc. con migliaia e migliaia di preferenze e abilità e caratteristiche diverse. Molte di loro meriterebbero le prime pagine per quel che fanno, ma non hanno le tette della misura giusta o non vogliono promuovere se stesse scuotendo il culo davanti a un pubblico di pipparoli.

E’ incredibile, vero? Anche se bombardate ogni giorno da una salva di annunci che dicono loro “non sei abbastanza sexy per gli uomini e quindi non vali niente”, continuano a credere di essere umane, hanno sogni e scopi e persino relazioni e talvolta figli/e. Il loro valore, per inciso, non è determinato dallo sguardo e dalla conseguente valutazione maschile. Ma i “consigli” che dicono il contrario continuano a fioccare: La Repubblica, 29 luglio 2017 – “Sorriso da star: in sala operatoria per avere le fossette di Miranda Kerr”. Io morirò PRIMA, siatene certi – e rallegratevene se così vi pare. Purtroppo moriranno prima anche un bel po’ di ragazze e adulte che i consigli li prendono per buoni (di malattie causate dall’ossessione alimentare e dalla fissazione-fitness, di legatura/amputazione dello stomaco, di chirurgie “estetiche” andate in malora, ecc.). Maria G. Di Rienzo

anarchy 18 giugno 2016

(Sono quella con il palo della bandiera sul naso, in mezzo agli occhiali, e non voglio essere nessun’altra.)

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tappeto sangue

Benvenute/i. Questo è il crash course che vi ho promesso ieri. Che ne dite se lo intitoliamo: “E così vuoi occuparti di violenza contro le donne.”?

“So You Want to Be a Rock ‘n’ Roll Star” – “E così vuoi essere una stella del rock’n’roll” – è una canzone del gruppo statunitense “The Byrds” che risale al 1967 ed è stata rifatta numerose volte (Patti Smith, Pearl Jam, Nazareth, Tom Petty and the Heartbreakers, ecc.).

Il pezzo fu ispirato dal grande clamore che all’epoca circondava un “gruppo rock” creato a tavolino, appositamente per gli schermi televisivi: The Monkees (finiranno anche sulla tv italiana), i quali come musicisti/artisti erano pura “immagine” e zero sostanza.

Chris Hillman e Jim McGuinn dei Byrds descrissero la cosa in questo modo:

E così vuoi essere una stella del rock’n’roll

Allora ascolta ciò che ti dico ora

Basta che ti compri una chitarra elettrica

e passi un po’ di tempo a imparare a suonare

E quando avrai i capelli pettinati al modo giusto

e i pantaloni belli stretti

tutto andrà bene…

Cioè: anche se non hai niente da dire in testo e in musica, avrai le sembianze del rocker e, prosegue il pezzo, gli agenti non ti mancheranno, la compagnia a cui hai consegnato l’anima venderà le sue merci di plastica, entrerai nelle classifiche ecc. – senza neppure sapere qual è il costo dei tuoi soldi e della tua fama. Tenete a mente quest’ultima frase, è importante.

Che gliene fregava a The Byrds, si chiederà qualcuno/a, il rock non è in fondo riducibile a due chitarre, basso e batteria? (Senza entrare nel merito, che so, delle tastiere dei Genesis o del flauto dei Jethro Tull…) No, perché quelli erano gli strumenti con cui erano costruite narrative. La musica rock è stata rappresentazione e veicolo per movimenti culturali e sociali, dando vita durante gli anni a innumerevoli “sottoculture” e “controculture” – mods, hippies, punks sono solo tre esempi; inoltre, ereditando la tradizione folk della canzone di protesta, è stata per lungo tempo associata all’attivismo politico e alla rivolta giovanile contro i conformismi e le ipocrisie degli adulti. Perciò nel 1967, creare una band “artificiale” che assumeva gli aspetti esteriori di un gruppo rock, senza trarre nulla dalle radici e dalla storia di questa musica, equivaleva ad annacquarla sino a farne del mero divertimento prefabbricato, privandola delle potenzialità dirette al cambiamento sociale che aveva già dimostrato di saper sfruttare.

Allo stesso modo, creare un’associazione per combattere la violenza contro le donne (ma vale anche per un’associazione ambientalista, antirazzista e così via) non può prescindere da questi quattro pilasti: radicamento storico, conoscenza come processo continuo, coinvolgimento delle portatrici di interesse primario (le vittime di violenza), orizzonte. Significa che dovete sapere da dove venite, essere curiosi e critici delle strade che incontrate, scegliere i vostri compagni di viaggio e sapere dove volete andare.

Potete non essere femministe, ma non potete prescindere dal fatto che il femminismo ha sollevato per primo la questione della violenza di genere, l’ha affrontata e analizzata e contrastata a 360°, ha creato al proposito movimento, legislazioni e strutture, lo sta ancora facendo in tutto il mondo, e se pensate di poter saltare a piè pari tutto questo ed essere al contempo efficaci vi state sbagliando di grosso. La laurea in legge o in psicologia, il lavorare al pronto soccorso o alla stazione di polizia, l’occuparvi di cronaca e indagine per un giornale possono darvi alcuni strumenti in settori specifici, ma non fanno in alcun modo di voi degli “esperti” di violenza sulle donne. Per vedere la questione nelle sue reali dimensioni è più importante ascoltare le attiviste della rete antiviolenza e le vittime di violenza, che organizzare conferenze patrocinate dal Comune dove voi parlate della vostra tesi su Lombroso e dei miti greci. Quel che fate dev’essere teso ad avere un impatto, per quanto minimo, sulla situazione in cui avete scelto di intervenire – la gratificazione del vostro ego viene dopo, non è motivo di stigma, però neppure conditio sine qua non. Ultimo, ma assolutamente non minore, dovete avere in mente una visione condivisa; prima, molto prima, di andare a registrarvi come onlus sedetevi insieme e cercate di dare una risposta collettiva a queste domande: che aspetto avrebbe un mondo privo di violenza contro le donne e come intendete crearlo?

In sintesi, la violenza di genere è un sistema di violazioni dei diritti umani che tocca globalmente una donna su tre. Esiste in un continuum che va dalle molestie in strada al femicidio / femminicidio, passando per abusi domestici, mutilazioni genitali, aggressioni sessuali, stupro, prostituzione e di recente per le “vendette pornografiche” su internet. Ha dimensioni politiche, sociali, economiche, che condividono la stessa radice: la diseguaglianza di genere. La violenza è da essa generata e al contempo da essa alimentata. Gli stereotipi di genere incoraggiano e normalizzano la violenza e gli abusi. Perciò, dovete avere ben chiaro che lavorando contro la violenza non state chiedendo agli uomini di essere gentili con le donne, state chiedendo la piena e completa eguaglianza sociale, economica e politica fra donne e uomini.

Ha senso creare un nuovo gruppo solo se, oltre ad essere ben consapevoli di quanto sopra, il vostro lavoro intende fondarsi sulle esperienze delle vittime e sulla ricerca; intendete promuovere soluzioni pratiche e realistiche; volete essere inclusive e lavorare con persone / gruppi diversi, sapendo che vi sono donne vittime di violenza che sperimentano forme multiple di oppressione; siete in grado sfidare la tolleranza sociale che circonda la violenza di genere e di cercare di prevenire quest’ultima, non solo di proporre metodi d’intervento dopo che essa è già accaduta.

Cosa succede se queste semplici basi non sono presenti? Certo, nessuno vi impedisce di diventare una onlus e, se ci sono fra voi nomi famosi o vostro zio ha gli agganci giusti, neppure di finire in televisione la prossima volta in cui un uomo squarta una donna (caso efferato e clamoroso, perciò “coperto” dai media) o quando ci sono 6 femminicidi in una settimana (troppi casi perché i media possano evitare di occuparsene), ma non avrete niente di utile da dire… e neppure, come dicevano i Byrds, avrete sentore del costo della vostra fama.

Occupare con stereotipizzazioni, osservazioni superficiali e magari vere e proprie stupidaggini quello che potrebbe essere uno spazio di denuncia e aumentata consapevolezza, un richiamo per attiviste/i e l’inizio per altre persone di una diversa percezione sociale sui ruoli di genere, ha un costo – per le vittime di violenza che dite di voler “aiutare”. Le avete appena riaffondate nella stessa melma da cui dite di impegnarvi a farle uscire, però avete scattato un bellissimo selfie con il Ministro Pincopallo, volete mettere?

Tra l’altro, quando condite con citazioni sulla violenza i vostri siti e l’unica frase che riuscite a recuperare da una donna è un verso di canzone in cui la vittima di violenza depreca se stessa… be’, è il momento in cui dovreste capire che qualcosa non sta funzionando. Non vi state nemmeno avvicinando a capire cos’è la violenza di genere, se apertamente o sotto sotto disprezzate e biasimate le sue vittime. E se non volete fare lo sforzo di imparare, prendete una decisione difficile ma giusta e coraggiosa e tornate a occuparvi di gossip. Qua il red carpet è rosso perché è inzuppato di sangue, e se in qualsiasi modo giustificate tale sangue questo – l’attivismo antiviolenza – non è posto per voi. Maria G. Di Rienzo

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La vita è piena di scelte difficili, non è vero?

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Credevo che Biancaneve avesse mangiato mele avvelenate a sufficienza, nella fiaba originale e nelle sue migliaia di riletture/riscritture, nei cinema e nei teatri eccetera. Mi sbagliavo. Mancava questa:

poster del menga

Il testo dice: “E se Biancaneve non fosse più bella e i sette nani fossero non così bassi?” Si tratta del poster promozionale per la parodia a cartoni animati dal titolo “Scarpette Rosse e i Sette Nani”. Il film è di produzione sudcoreana, definito dai suoi creatori “una commedia per famiglie” e narra la storia di “una principessa che non rientra nel mondo di celebrità delle principesse – e nemmeno nelle loro taglie”. Infatti, non riesce neppure a infilarsi le scarpette da bambolina Barbie ovviamente di 20 numeri più piccole: è una tragedia, altro che commedia!

Naturalmente la “bella” Biancaneve è quella a sinistra, il grissino con le gambe a stuzzicadenti allungate dalla bioingegneria o da un’altra magica macchinazione della Cattiva Regina – per renderle verosimili, la figura dovrebbe essere più alta di un terzo. Perciò la Biancaneve di destra è ancora una che potete incontrare per strada, ma Miss Sottiletta è come dev’essere: irraggiungibile per chiunque di noi sia umana.

L’attrice che dà voce alla protagonista di questa pacchianata, Chloë Grace Moretz, si è dissociata dalla campagna pubblicitaria e si è scusata perché “non aveva controllo su di essa”. Una valanga di proteste è venuta, oltre che da squisiti “nessuno” come me, da altri attori e personaggi pubblici, fra cui la modella Tess Hollyday (in immagine dopo questo paragrafo): “Come ha fatto una cosa del genere ad essere approvata da un’intera squadra di marketing? Perché dovrebbe andar bene dire ai bambini che essere grassi è uguale a essere brutti?”

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Dopo di che, si è scusata anche la produttrice Sujin Hwang e ha ritirato i poster. Ma ci ha tenuto a farci sapere che il film vuole “sfidare gli standard della bellezza fisica nella società enfatizzando – udite, udite! – la bellezza interiore.”

Una genialata MAI sentita prima. Infatti, dopo la visione della pellicola, ogni bambina o ragazzina bullizzata per il suo aspetto fisico uscirà dal coro di “cicciona” “grassona” “cesso” e “schifosa” che la circonda trillando: Sono bella dentro! Sono bella dentro!, cosa che avrà meno valore di un fico secco per i suoi tormentatori. E poi considererà di affamarsi – persino sino alla morte, di ferirsi o di buttarsi allegramente dal quarto piano: come tantissime fanno già senza aver visto la parodia di Biancaneve ma migliaia di annunci pubblicitari, sfilate di moda, sceneggiati e programmi tv, prodotti cinematografici che hanno ribadito loro quel che valgono se i loro corpi non rispondono agli standard di scopabilità vigenti – NIENTE.

Sveglia, Sujin, non esiste un dentro-fuori tagliabile con l’accetta nelle persone. Il nostro corpo è una spugna imbevuta di sensazioni, di emozioni, di desideri che non sono separabili da noi. Il nostro stato psichico influisce su quello fisico e viceversa. Il mio sangue irrora le mie mani che scrivono romanzi, non potrei farcela ne’ senza di esso ne’ senza la mia immaginazione. Chi io sono fuori e chi io sono dentro sono sempre io. Sempre abbondantemente splendida anche se recente 58enne, tra l’altro. Fottiti. Maria G. Di Rienzo

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proteste università

Il 4 maggio scorso, il corpo senza vita della 22enne Lesby Berlin Osorio è ritrovato nei giardini del campus dell’Università Nazionale Autonoma del Messico. Le indagini non hanno portato risultati a tutt’oggi, ma gli investigatori – e di conseguenza i media – hanno offerto alla morbosità del pubblico una cascata di dettagli (e non si sa neppure quanto rispondenti a realtà) sulla sua vita personale. “Aveva consumato alcol e droghe con il suo ragazzo” “Il ragazzo ha deciso di andarsene ma lei l’ha seguito e ha dato inizio a un litigio” (secondo quanto lui dice, perciò dev’essere vero, giusto?), “Non studiava”, “Conviveva”, ecc. ecc. Il suggerimento neppure sotteso è questo: la giovane donna se l’è andata a cercare, ha provocato la violenza che l’ha uccisa. Niente di nuovo, è vero, ci siamo abituate. Ma non siamo obbligate ad accettarlo, sapete.

Le donne messicane, per esempio, hanno deciso che ne hanno abbastanza di questa manfrina ed è così che è apparso su Twitter l’hashtag #SiMeMatan (Se mi uccidono) a corredare migliaia di messaggi del genere, che anticipano le colpe di cui le donne saranno accusate una volta uccise.

– Se mi uccidono: convivo da 9 anni, ho avuto tre figli da due uomini diversi. Bevo un bel po’ di birra e sono sempre stata io a dirigere la mia vita.

– Se mi uccidono, diranno che ho avuto un aborto, che le mie figlie sono nate con il parto cesareo, che le lasciavo all’asilo tutto il giorno e che badavo solo a me stessa.

– Se mi uccidono, diranno che me la sono andata a cercare, cosa ci facevo là, guardate i suoi tatuaggi, le sue cicatrici, le piaceva fare una vita da gangster, non è nessuno – è solo una donna.

– Se mi uccidono sarà perché sono una femminista, perché uso i leggings, perché mi piace camminare da sola la sera tardi e perché ho amici maschi. Cosa potevo aspettarmi di buono.

– Se mi uccidono, mi diffameranno e faranno di me una criminale. Accadrà per qualcosa che ho fatto, o per qualcosa che non ho fatto: non ha nessuna importanza.

Eccetera, eccetera. Potete immaginare. Che la rabbia e la rivolta delle donne siano visibili è però altamente positivo e ha risvegliato la solidarietà di quegli uomini che, parimenti, non ne possono più:

– Se mi uccidono mentre sono alticcio e solo in un vicolo scuro non sarò biasimato per il mio omicidio, perché non sono una donna.

Maria G. Di Rienzo

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“La nostra cultura sta socializzando le ragazzine ad essere pronte per la pornografia, finiscano poi o no sul set di un porno. E la ragione è che è stato insegnato loro a ipersessualizzare e pornificare se stesse. Quel che accade alle ragazzine oggi è che, mentre stanno sviluppando la propria identità sessuale, imparano di avere solo due scelte: essere scopabili o essere invisibili. E cosa volete da un’adolescente, quando scritto nel DNA dell’adolescenza c’è la necessità di essere visibili? Cosa pretendete da lei mentre le sue amiche vanno in giro in jeans a vita bassissima, con un tatuaggio appena sopra il solco delle natiche (Ndt. nell’originale “tramp stamp”, “il marchio della puttanella”, così come lo chiamano i loro coetanei maschi), mostrando l’ombelico? Cosa volete che faccia? Perché è impossibile chiederle di mirare all’invisibilità. Perciò questa non è una sua scelta, è l’essere costretta a entrare nella trappola di una sessualità che lei non ha inventato, su cui lei non ha deciso, perché non c’è molto su cui decidere.

Mentre mi arrovellavo nel riflettere su ciò che è accaduto a livello culturale, sapete chi mi ha chiarito la cosa? Non è stato qualcuno con una laurea in sociologia o psicologia, è stato in effetti un uomo condannato per stupro di minore, che chiamerò Dick. Costui era in galera per aver violentato la sua figliastra 12enne e mi ha spiegato come l’ha addestrata crescendola. L’addestramento è quel che il perpetratore fa stando molto vicino alla sua vittima, sviluppando una relazione con lei in cui le ripete che la cosa davvero importante è quanto è “gnocca”, quanto è sexy, quanto è “calda”. E quando il perpetratore fa la sua mossa la vittima è legata a lui e di se stessa pensa sul serio che la cosa più importante sia essere “gnocca”. Ora, Dick mi stava spiegando questo quando mi ha guardata diritto negli occhi e ha detto: “La cultura ha fatto un bel po’ di questo lavoro per me.” E aveva esattamente ragione.” (Gail Dines, 2015)

prima e dopo

12 aprile, Modena: Camionista 48enne adesca 12enne sul web e si fa inviare foto hot.

Fingendosi una ragazzina di 14 anni ha chiesto foto di nudo all’amica “in atteggiamenti ammiccanti” (specifica uno degli articoli relativi), poi le ha chiesto di farsi riprendere da “un fotografo” (in realtà lui stesso) aggiungendo che se avesse rifiutato le altre immagini sarebbero state rese pubbliche in rete.

Citando sempre lo stesso articolo, l’enfasi è mia: “Per fortuna la ragazzina ha reagito – spiegano ora gli inquirenti della squadra mobile di Pesaro a cui è ricorsa la mamma della adolescente – si è come svegliata dall’ipnosi che l’aveva portata ad inviare foto nude di lei senza porsi nessun problema. Ha capito che si stava superando un limite” ecc. L’uomo ha la casa piena di immagini pedopornografiche e si dichiara “malato di foto di quel genere”.

“Un altro caso (…) – prosegue il pezzo – riguarda una ragazza di 15 anni di Pesaro, che non ha esitato dopo qualche giorno di amicizia con un 17enne, risultato essere di Palermo, ad inviargli foto nude e persino un video di lei mentre si spogliava. Materiale che ha inviato col suo telefonino e anche utilizzando quello della madre. A quel punto, il giovane aveva chiesto altre foto esplicite minacciando di pubblicare in rete quelle già avute.”

E’ stato stimato che, a seconda di quanto tempo li usiamo, media e social media ci bombardano ogni giorno con fino a circa 3.000 “annunci – consigli – articoli” (leggi pubblicità) che riguardano il corpo femminile. Il succitato resoconto, prontissimo nel puntare il dito contro le ragazzine, era circondato nello specifico da bombe sexy sul red carpet, bellissime questa e quella, hot quest’altra, foto porno-soft di modella con seni che strabordavano da un costumino striminzito, vari inviti a mettersi “in forma” e, ciliegina sulla torta, un video dal titolo “Come preparare il frullato che rassoda i glutei”. Chi è che le “ipnotizza”? Perché “non esitano”? Cosa pretendete che facciano le ragazzine?

Maria G. Di Rienzo

P.S. Le uniche altre notizie sulle donne, sul quotidiano in questione, riguardavano le ultime assassinate da un ex partner.

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(Intervista alla regista brasiliana Livia Perez – in immagine – tratta da: “What Role Did Brazilian Mainstream Media Play in the Murder of a Teenage Girl? This Filmmaker Wants to Know.”, di Fernanda Canofre per Global Voices, 30 marzo 2017. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

livia perez

Ndt: Il pluripremiato documentario di cui si parla, “Quem Matou Eloá?” – “Chi ha ucciso Eloá?”, è uscito nel 2016 e sta facendo, meritatamente e giustamente, il giro del mondo nei festival e nelle rassegne: è stato acclamato in Francia, Uruguay, Messico, proiettato nelle scuole in Corea del Sud e nelle prigioni brasiliane. Tratta del rapimento e della morte di una ragazza 15enne, la Eloá del titolo, per mano del suo ex fidanzato 22enne. La cosa accadde nell’ottobre del 2008 e per un’intera settimana occupò i media brasiliani. Potete vedere il documentario, che dura poco più di 24 minuti, con sottotitoli in inglese, qui: http://portacurtas.org.br/filme/?name=quem_matou_eloa

E’ scioccante notare la simpatia per il rapitore che sprizza da tutti i servizi televisivi (“un bravo ragazzo senza precedenti penali che sta soffrendo una crisi amorosa”) ma la cosa più folle e atroce, per me, è stato vedere il momento in cui la polizia ha rimandato Nayara, l’amica minorenne della ragazza che era stata sequestrata con lei e poi rilasciata, nell’appartamento a negoziare con il perpetratore: era la casa di Eloá, in cui le amiche stavano studiando insieme quando Lindemberg Alves fece irruzione armato di pistola (“Ho un sacco di proiettili e sono intenzionato a usarli”), quella stessa pistola con cui avrebbe sparato alla sua ex ragazza in testa e ai genitali.

Global Voices (GV): Cosa ti ha portato ad occuparti della storia di Eloá?

Livia Perez (LP): Il tipo di crimine di cui Eloá è stata vittima è quello che investe migliaia di donne brasiliane. La sua storia è la storia di moltissime brasiliane. Il Brasile è il quinto paese al mondo per numero di donne assassinate e, nonostante questo, la stampa non fa la minima luce sulla violenza contro le donne quanto riporta questo tipo di crimine. La mia motivazione principale è stata questa: far riconoscere il crimine commesso contro Eloá come femicidio.

GV: Qual è stata la parte più dura da maneggiare mentre lavoravi alla storia?

LP: La sfida più grande è stata non riprodurre i vizi del giornalismo tradizionale nell’estetica del film o meglio, il riflettere su come come raccontare questo crimine usando immagini diffuse dai media del mainstream e nel contempo criticarle o proporre altre prospettive.

Quem Matou Eloá

(Questa è l’immagine di Eloá che piange alla finestra, con il suo sequestratore alle spalle. L’immagine era disponibile anche con il suo viso non sfumato, ma ho scelto di non usarla perché sono d’accordo con Livia Perez.)

GV: Nel tuo film non ci sono interviste con l’amica di Eloá che è sopravvissuta al sequestro, ne’ con i parenti e neppure con l’investigatore responsabile del caso – cose che i documentari sui crimini normalmente fanno. Cosa ti ha fatto scegliere l’angolatura che usi?

LP: E’ proprio perché il film tratta questo caso specifico come base. Devi guardare allo scenario in senso relazionale, non individuale. Non ero interessata a usare la stessa narrativa dei media, a rendere sensazionalistico un crimine ritraendolo come isolato e unico. La scelta di una narrativa concentrata sull’attitudine dei media mi ha permesso di mettere in discussione le posizioni di polizia e società sui femicidi.

GV: La storia dell’omicidio di Eloá è stata trasmessa in diretta televisiva e il modo in cui i diversi canali hanno tentato di minimizzare la situazione dell’ostaggio appare quantomeno surreale. Ma c’è una parte di questo che vorresti far emergere dal resto?

LP: E’ mia opinione che siano state commesse molte irregolarità, a cominciare dalla diffusione delle notizie sul rapimento le quali, mano a mano che i giorni passavano, hanno fatto sentire il sequestratore più potente. Fra le assurdità, incluso il giornalista che si fa passare per un “amico di famiglia” e l’avvocato che spera “tutto si risolverà bene e con un matrimonio” fra vittima e perpetratore, penso la cosa più problematica sia stata il fatto che i media erano in grado di parlare al telefono con il rapitore, perché sono finiti a mediare una situazione rischiosa di cui non erano esperti. Almeno tre organi di stampa sono riusciti a intervistare il rapitore mentre la crisi dell’ostaggio era ancora in corso, usando la stessa linea telefonica che la polizia usava per le negoziazioni. E’ stata anche nociva la costruzione di una narrativa romantica per il crimine e l’eccessiva enfasi sulla personalità del criminale, cose che i media fanno per attrarre e mantenere l’attenzione del pubblico.

GV: Un recente sondaggio ha attestato che per il 57% della popolazione brasiliana è d’accordo con l’idea che “un bandito buono è un bandito morto”. Tuttavia, nei casi di femicidio, molte persone simpatizzano con l’assassino anziché con la vittima. Perché secondo te?

LP: Sono completamente contraria al discorso “un bandito buono è un bandito morto” e ripudio il ricorso ai vigilantes o il populismo penale. Quel che accade a questi crimini è che sono riportati in modo sessista: cioè, i perpetratori dei femicidi sono ritratti come persone da compatire e le vere vittime sono accusate, biasimate e ignorate. Ciò crea questa assai pericolosa inversione di valori e quel che è peggio essa viene promossa da compagnie e gruppi che usufruiscono di concessioni pubbliche, come nel caso dei canali televisivi. E’ accaduto per il rapimento e l’omicidio di Eloá, per il rapimento e l’omicidio di Eliza Samudio, durante il reportage sullo stupro di gruppo di un’adolescente in una favela di Rio de Janeiro…

GV: Dal 2015, “femicidio” è un termine legale nel codice penale brasiliano. Perciò, è un crimine definito nella nostra legislazione, ma continuiamo a essere il quinto paese al mondo per omicidi di donne. Cos’è che non funziona?

LP: Penso ci manchi uno sforzo collettivo per contrastare quest’alto tasso di femicidi. Per come la vedo io, l’inizio potrebbe essere una riforma dei massa media o l’effettiva implementazione dell’art. 8, comma III, della legge “Maria da Penha” (1), che indica le responsabilità dei mass media nello sradicare e prevenire la violenza domestica e familiare.

GV: L’America Latina – una delle regioni con le più alte percentuali di femicidio del pianeta – si è sollevata l’anno scorso in proteste contro la violenza di genere, con campagne come #NiUnaMenos. Come vedi tale sviluppo?

LP: Queste sollevazioni sono fondamentali e danno speranza, in un’America Latina che è ancora assai sessista. Ora, io penso che dobbiamo integrare il femminismo nel dibattito politico e che abbiamo ancora una lunga battaglia da fare per conquistare rappresentanza.

(1) https://lunanuvola.wordpress.com/2012/09/10/una-societa-piu-umana/

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