Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘donne’

Oggi

(di Kait Rokowski, in immagine, poeta femminista contemporanea. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

Kait

Oggi, ho dormito fino alle 10,

ho pulito ogni piatto che possiedo,

ho litigato con la banca,

mi sono occupata dei documenti.

Voi e io possiamo avere definizioni diverse dell’essere adulti.

Io non ho un lavoro salariato, non mi sono diplomata al liceo,

ma non parlo più per gli altri

e non rimpiango nulla per cui non possa sinceramente scusarmi.

E mia madre è fiera di me.

Ho bruciato al suolo una casa di depressione,

ho dipinto sopra murales che avevano tutti i toni del grigio,

ed è stato duro riscrivere la mia vita in una che volessi vivere.

Ma oggi, voglio vivere.

Non ho sbavato su coltelli affilati,

o invidiato il ragazzo che si è gettato dal Ponte di Brooklyn.

Ho solo pulito il mio bagno,

fatto la lavatrice,

chiamato al telefono mio fratello.

Gli ho detto che era “una buona giornata”.

Read Full Post »

(tratto da: “A Question of Aesthetics and Colonization”, di Maria Thereza Alves, artista multimediale brasiliana, 10 maggio 2017, trad. Maria G. Di Rienzo)

“Nel 1987, discutevo assieme a Domingos Fernandes e José Gaspar Ferraz de Campos del come fare politica nella nuova opportunità offerta dalla fine della dittatura militare e dagli inizi della democrazia in Brasile. All’epoca, c’era una celebrazione della libertà politica e più di cinquanta partiti si erano registrati per le incombenti elezioni e noi tentavamo di capire dove saremmo stati in grado di dare un contributo politico al Brasile.

Io avevo lavorato come rappresentante del Partido dos Trabalhadores (Partito dei Lavoratori – PT) ma non ero più attiva in esso a causa dell’ingresso di persone della classe sociale più elevata che avevano preso numerose posizioni all’interno del partito. Sia Domingos si José avevano fatto parte di un vasto raggio di formazioni politiche e movimenti. Pensammo che nessuno dei partiti rifletteva il nuovo potenziale nel lavorare in politica e fondammo il Partido Verde (Partito Verde) a San Paolo.

Nel mezzo fra questo e il mio impiego pagato da insegnante di inglese, lavoravo anche sulla mia arte. Il Museu da imagem e do som a San Paolo stava nel mio quartiere, Pinheiros. Presi il mio pesante e largo portfolio, che non era ammesso sull’autobus, e camminai per i due chilometri e 600 metri fino al Museo. Avevo precedentemente chiamato per prendere appuntamento con il direttore, il cui nome non ricordo più.

Arrivai proprio nel momento in cui Domingos del nostro nascente Partito Verde usciva dall’ufficio del direttore. Mi chiese cosa facevo lì e io chiesi di rimando a lui, a cui l’arte non piaceva, come mai era in un museo. Mi disse che aveva appena fatto un favore politico, uno grosso, al direttore e suggerì che andassimo insieme a parlargli e che io potevo chiedere una mostra personale e potevamo consultare il calendario e vedere quand’era il momento migliore per me.

Ero scioccata e dissi che non era quello il modo in cui le cose andavano nel mondo dell’arte. Mi ero diplomata alla scuola d’arte tre anni prima. Andai da sola nell’ufficio del direttore. Mi chiese il mio nome. Mi chiese a quale famiglia Alves appartenevo. Io risposi “A nessuna che lei possa conoscere.” Non poteva, infatti: la mia famiglia all’epoca era composta di contadini o fattori su piccola scala nella campagna dello stato di Parana. Il direttore allora rifiutò di guardare il mio portfolio. Era la prima volta che come artista stavo presentando il mio lavoro al direttore di un museo e avevo seguito tutti i passi che mi erano stati insegnati alla scuola d’arte. Perciò, misi il portfolio sul tavolo, ma lui non lo sfogliò. Allora lo aprii. Ancora non lo toccò. Girai io i fogli per lui. Mentre stavamo arrivando alla fine, e lui era stato zitto durante tutto il processo, spiegai che aveva l’obbligo di discutere con l’artista del lavoro – che lo trovasse interessante o no.

A questo punto, la mia frustrazione per il suo maleducato e arrogante silenzio era ovvia. Il direttore fu quindi costretto a spiegarmi che in realtà era dottore in medicina, che la sua famiglia era stata d’aiuto nel far eleggere il sindaco e che come favore di ritorno la posizione al museo era stata data a loro. Confessò che non sapeva nulla di arte.

Alcuni mesi più tardi, lasciai il mio portfolio a un rinomato centro culturale, il SESC di San Paolo. Anche loro non si presero la briga di guardarlo. Allora chiesi a Domingos di domandare il ritorno di un favore politico. Qualche altro mese dopo, ricevetti la chiamata dall’istituzione culturale che era ora entusiasta all’idea di organizzarmi una mostra in qualsiasi momento io avessi voluto. Declinai l’offerta di partecipare alla corruzione e spiegai che avevo solo voluto verificare se era così che le cose andavano in Brasile.

Passati alcuni anni, stavo lavorando a un numero della rivista Documents pubblicata a New York e incontrai del personale del dipartimento culturale di San Paolo. Fui trattata bene – intendo dire che fui presa sul serio come persona. Non fui interrogata sulla famiglia a cui appartenevo e sull’essere o no collegata a qualche famiglia importante che era il mio “padrino” politico. (Come giovane donna la cui famiglia all’epoca non aveva alcun peso politico o sociale, questo poteva solo voler dire essere l’amante di qualche persona potente. Tale opportunità mi è stata offerta parecchie volte – l’essere la compagnia sessuale di qualcuno – mentre cercavo lavoro in campi in cui ero qualificata ma non avevo relazioni sociali che mi assicurassero l’impiego. Alla fine mi sistemai a insegnare inglese in una piccola ditta guidata da una donna, la quale concordava con me sul fatto che non dovevo accettare proposte sessuali per mantenere un lavoro.)

Tornai una settimana più tardi a continuare la mia discussione con il dipartimento culturale e fui trattata come sono trattata normalmente, cioè come un’intrusione in un luogo dove non sono benvenuta poiché non vi appartengo, e mi chiesi cos’avessi fatto di sbagliato per meritare questo. Stavo per essere illuminata: mi spiegarono che originariamente avevano creduto io fossi parente del Segretario alla Cultura di Rio de Janeiro ed erano delusi dall’aver scoperto che non lo ero.”

il ritorno del lago

Il Ritorno del Lago di Maria Thereza Alves, 2012, Installazione:

Un lago si essiccò nella regione di Chalco vicino a Città del Messico all’inizio del 20° secolo. Un immigrato spagnolo voleva aggiungere la terra sotto il lago ai suoi possedimenti: sarebbe diventato il secondo uomo più ricco del Messico. Quest’evento catastrofico del 1908 causò il collasso del commercio nella regione ed ebbe impatto sulla sopravvivenza di 24 città e villaggi indigeni.

Gli effetti negativi del disastro continuano a piagare la regione con inondazioni, acqua contaminata, cedimenti di terreno e conseguente distruzione di infrastrutture, come le tubature fognarie e le abitazioni. Il lago, ora conosciuto come Tláhuac-Xico (dai nomi delle due comunità che hanno maneggiato l’area per far tornare il lago) si sta ora riformando grazie alle acque pluviali catturate dalla depressione che si è formata per i cedimenti di terreno e l’abbassamento del letto lagunare dovuto all’eccessivo pompaggio di acque sotterranee inviate a Città del Messico.

alves semi del cambiamento

Semi di cambiamento di Maria Thereza Alves (in immagine), Giardino portuale:

E’ stato coltivato interamente da semi contenuti nella zavorra delle navi mercantili: semi che datano dal 17° al 20° secolo. Alla fine degli anni ’90 dello scorso secolo, la botanica finlandese Heli Jutila scoprì che alcuni tipi di flora non nativa del suo paese avevano questa origine. Maria Theresa la incontrò a una conferenza e il loro progetto nacque allora. “Jutila mi disse che i semi possono dormire per centinaia di anni e che era possibile farli germinare oggi”, ricorda l’Artista, aggiungendo che il giardino non è un progetto scientifico, ma una metafora vivente della storia del commercio, della migrazione e del colonialismo: “Sono giunta a vedere questi semi come i testimoni di storie complicate avvenute fra noi persone.”

Read Full Post »

(tratto da: “Polish police forcefully removes feminist and anti-fascist activists to clear way for far-right march on Army Day”, di Chloe Farand per The Independent, 15 agosto 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Entrambe le immagini sono di Anek Skarzynski. Il 15 agosto è una festa nazionale in Polonia, in cui si celebra la vittoria contro la Russia durante la guerra polacco-sovietica del 1920.)

protesta varsavia

“La polizia ha disperso un raduno femminista e rimosso di forza le attiviste per sgombrare la strada a a una marcia di estremisti di destra. Una trasmissione in diretta ha mostrato le attiviste dello Sciopero delle Donne Polacche e gli attivisti di Obywatele RP, gruppo che mira a difendere i principi della democrazia in Polonia, partecipare a un sit-in nel centro di Varsavia, per bloccare il percorso all’estrema destra.

Molte delle donne portavano cartelli con la fotografia di Heather Heyer, la donna americana uccisa da un’automobile che ha investito la folla di contro-dimostranti durante un raduno dei suprematisti bianchi a Charlottesville, Virginia, durante il weekend. Le riprese mostrano le attiviste vestite di nero e sedute a terra, con striscioni che recitano: “Se non sei oltraggiato/a non te ne importa nulla. Heather Heyer, vittima del fascismo, agosto 2017”, oppure “Via i fascisti dalle strade”. Tenendo in mano rose bianche, il gruppo si proponeva di prevenire la marcia degli estremisti nel centro di Varsavia durante il Giorno delle forze armate polacche.

protesta varsavia2

Tuttavia, la polizia è stata filmata mentre rimuove di forza i dimostranti dalla strada, li porta in una via secondaria e registra i loro nomi. Mentre fanno ciò, nuovi dimostranti arrivano e prendono il posto degli altri, ricreando il sit-in. Gli agenti sono ripresi anche mentre custodiscono in massa gli estremisti di destra durante la loro marcia.

Secondo l’agenzia di stampa polacca Fakt, membri del Campo nazionale radicale, conosciuto in Polonia come ONR, facevano parte della marcia dell’estrema destra. Si tratta di un gruppo anti-comunista e nazionalista descritto come influenzato dal fascismo italiano, che rigetta la democrazia parlamentare. (…) Di recente i gruppi polacchi di estrema destra sono diventati sempre più attivi, soprattutto durante le festività nazionali.”

Il primo commento sotto questo articolo, su The Independent, dice così: “Quindi la storia qui è che un minuscolo gruppo di femeniste (letterale) stava ostacolando il resto della Polonia… Cosa viene dopo, il lamentarsi dei chirurghi che rimuovono il cancro?”

Parafrasando Bob Dylan: “Quante strade deve percorrere una donna prima di essere ascoltata? La risposta, amico mio, soffia nel vento.”

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

(“Grassroots Organizations are Often the First to Sound the Alarm”, di Agar Nana Mbianda per Women Thrive Worldwide, 7 agosto 2017, trad. Maria G. Di Rienzo.)

women thrive logo-red

Difendere i diritti umani e coloro i cui diritti umani sono stati violati è un compito pericoloso in tutto il mondo. I difensori dei diritti umani sono spesso la sola forza che sta fra la gente comune e i poteri in carica. Donne e ragazze sovente hanno bisogno di sostegno non solo per i loro sforzi quotidiani diretti a migliorare le loro entrate e il loro status ma, soprattutto, necessitano di sostegno per la loro ricerca di cambiamento.

Le organizzazioni di base della società civile possono amplificare le voci di donne e ragazze con cui lavorano su base giornaliera. Nel caso di Women Thrive, i nostri circa 300 membri in oltre 50 paesi usano campagne di sensibilizzazione come mezzi per influenzare il cambiamento politico, sviluppando consapevolezza sull’importanza dell’eguaglianza di genere. Uno dei membri della nostra Alleanza, il “Forum International des Femmes de l’Espace Francophone” (FIFEF), lavora nella Repubblica Democratica del Congo dal 2012, con lo scopo di migliorare le condizioni di vita socio-politiche delle donne e delle ragazze denunciando gli abusi, la violenza e le diseguaglianze a cui sono soggette. Hanno anche creato un forum internazionale per la difesa e l’avanzamento di donne e ragazze con altri paesi francofoni, aumentando la conoscenza dei loro bisogni e delle loro voci.

FIFEF è stata la prima organizzazione della società civile a far luce sul traffico di circa 500 ragazze e donne congolesi in Libano. Dal 2 al 5 dicembre 2013 hanno organizzato una campagna di sensibilizzazione che ha incluso marce per la pace, dibattiti con gli altri portatori di interesse primario e incontri con le famiglie delle trafficate per ascoltare le loro preoccupazioni. FIFEF ha fatto pressione sulle ambasciate e ha contattato i media per attirare attenzione e mostrare l’impatto che il traffico di esseri umani ha sulle comunità e sulla nazione.

La lotta contro il traffico di esseri umani è la lotta contro coloro che predano sulle fragilità sociali e fisiche come mestiere. Una delle sopravvissute trafficate ricorda: “Appena arrivate, siamo state vittime di stupro e siamo state picchiate. E ci è stato detto che eravamo schiave, persino peggio che schiave.” E’ stato grazie agli sforzi di FIFEF che il 30% di queste ragazze e donne è stato portato a casa.

Essendo FIFEF la prima organizzazione a lavorare sulle istanze delle donne e sulle istanze di genere a Kolwezi City, la sua coordinatrice Denise Nzila è ben consapevole delle molte sfide che il gruppo deve affrontare ma è impegnata con la sua squadra a “lottare per raggiungere gli scopi che conducono alla liberazione delle donne. Io so che vinceremo la partita, amiamo il nostro lavoro… grazie alle donne e alle ragazze.” La campagna di successo di FIFEF è un esempio importante del perché le organizzazioni della società civile devono essere coinvolte nei più grandi spazi decisionali, giacché il loro lavoro può avere un considerevole impatto sul cambiamento sociale e politico. Dal 2013, FIFEF ha contribuito al rimpatrio di alcune ragazze trafficate, tuttavia molte restano in Libano sotto il giogo della schiavitù. Quindi sorge la domanda: FIFEF ha le risorse necessarie per questo lavoro? E ha accesso a fondi che permetterebbero all’organizzazione di avere maggiore impatto sull’istanza?

Noi di “Women Thrive” crediamo che finanziare i gruppi di base della società civile sia un passo cruciale per il cambiamento sociale e politico. Inoltre, questi gruppi possono essere sostenuti con strategie e azioni che li aiutino a produrre risultati migliori e a diffondere le notizie sul loro attivismo e le loro potenzialità. Rinforzando le iniziative in queste aree, continuando a costruire relazioni associative con loro e coinvolgendoli nelle piattaforme decisionali, i governi potrebbero fare grandi passi nella promozione dell’eguaglianza di genere e nella lotta contro la schiavitù moderna.

Read Full Post »

suzan

La parola “impossibile” non c’è, sul mio vocabolario.

“Sono cresciuta in una famiglia istruita e di mente aperta”, dice Suzan Aref Maroof, “ma la cultura è quel che è.” Rimasta vedova all’età di 27 anni, con tre figli, ha dovuto apprendere di prima mano come alle donne sia impedito di partecipare alla vita economica o politica. Per proteggere l’onore e la reputazione della famiglia Suzan è stata costretta a rimanere nascosta nella casa dei suoi genitori per otto anni. Ha pensato seriamente al suicidio, ma ha convinto il padre che sarebbe stata meglio libera, piuttosto che morta. Dopo di ciò, Suzan ha fondato un’organizzazione con lo scopo di sostenere le donne come lei. “Voglio un paese (ndt. l’Iraq) forte che abbia le sue fondamenta nei contributi di donne e uomini.”, dice. Sino ad ora, ha aiutato più di 50.000 donne a trovare impieghi e a sfuggire alla violenza, e ha fatto campagna con successo per alzare l’età legale per il matrimonio dai 16 anni ai 18.

(tratto da: “16 Women Who Are Standing Up to Violence” di Kristin Williams, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Read Full Post »

Diva Guimarães

Diva Guimarães (in immagine con il microfono di fronte) è diventata famosa il 28 luglio scorso, prendendo parola durante il Festival Letterario di Paratry, in Brasile. Il tema era il razzismo e la 77enne Diva, insegnante in pensione, ne ha fatto esperienza per l’intera vita. Nipote di schiavi, ha raccontato come sua madre sopportò ogni tipo di umiliazione per assicurarsi che i suoi figli ricevessero un’istruzione. Ma anche nella scuola religiosa che accolse lei a cinque anni, e in cui doveva lavorare oltre che studiare, le cose andavano così: “Voglio raccontarvi una storia che ha segnato la mia esistenza. – ha detto al pubblico del Festival – Sono dovuta diventare adulta all’età di sei anni. Le suore raccontavano questa storia: Gesù creò un fiume e disse a tutti di lavarsi, di bagnarsi nelle acque benedette di quel fiume incantato. Le persone bianche sono tali perché lavorano sodo e sono intelligenti, vennero al fiume, si bagnarono, diventarono bianche. Noi, come neri, siamo pigri – il che non è vero, perché questo paese sopravvive oggi grazie ai miei antenati che hanno provveduto a tutti – e quando alla fine arrivammo ognuno s’era già bagnato nel fiume e di esso restava solo fango. Perciò, noi abbiamo di pelle più chiara solo i palmi delle mani e le piante dei piedi, perché siamo riusciti a malapena toccare l’acqua in questo modo.

Sembrava che nessuno fosse riuscito a non commuoversi e a non riflettere, dopo aver ascoltato Diva. Ma mentre camminava fra gli stand della Fiera è stata assalita da un venditore arrabbiato, che le ha ingiunto di pulire una cacca di cane. La donna non è la proprietaria della bestiola e c’erano molte altre persone a cui il venditore avrebbe potuto rivolgersi, però ha scelto lei. “Io so perché.”, ha commentato Diva.

Il video del suo intervento è diventato assai popolare in Brasile. Sono seguite interviste, articoli su giornali ecc. Tra l’altro, le hanno chiesto: “Che messaggio vorrebbe dare alle giovani donne nere di oggi?” La sua risposta è stata: “Di non misurarsi sui loro corpi, ma sulle loro culture. Vorrei dire loro che non sono mercanzia sessuale. So che hanno discernimento sufficiente a riconoscere questo tipo di abuso. Si fa passare l’idea per cui le persone nere diventano note fuori dal Brasile come oggetti sessuali, dicendo che lei ha il diritto di usare il suo corpo come vuole.” Diva ha ben chiaro che l’oggettivazione sessuale non è una libera e liberatoria scelta.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

(tratto da: “If I am to live through an afterlife it should be as a churel demon, so I can seek vengeance on behalf of mistreated women across the globe”, di Sarah Khan per “Wear Your Voice”, 2 agosto 2017. Sarah, scrittrice-editrice, vive a Toronto in Canada e, nelle sue stesse parole, è “una femminista rompiballe e una groucho-marxista”. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

churel

Come per tutte le altre culture, l’Asia del Sud ha la sua propria serie di mostri ultraterreni atti a spaventare bambini (e anche qualche adulto). Nessuno di essi ha mai realmente spaventato me, perché tutti sembrano avere una ragione per essere quel che sono. Quella che mi affascina di più fra loro è la churel.

La leggenda della churel, a quanto si dice, ha avuto inizio in Persia, ma attualmente è più presente nell’Asia del Sud, in modo particolare in India, Pakistan e Bangladesh. Si narra che sia lo spirito di una donna a cui è stato fatto torto, di solito una donna morta di parto o subito dopo il parto. Una donna può anche tornare come churel se è stata maltrattata dai parenti durante la sua vita o se non ha mai avuto soddisfazione sessuale.

La churel è una creatura dall’aspetto orrendo di base, ma può prendere qualsiasi forma le aggradi. In Pakistan, alla sua leggenda è aggiunto il particolare che non può cambiare però i suoi piedi, che sono volti all’indietro. Generalmente, la churel prende la forma di una donna “tradizionalmente bella” per attirare gli uomini in zone isolate delle foreste. La maggior parte del folklore narra che lo fa per vendetta, torna per uccidere i maschi della famiglia, a cominciare da quelli che hanno abusato di lei quando era viva. A causa della paura della churel, le famiglie sentivano di dover avere buona e speciale cura delle parenti donne, come le nuore, e in particolar modo di quelle incinte. La churel diventa la ragione per cui le donne sono trattate da esseri umani nelle loro famiglie.

Il fatto che delle persone abbiano necessità di essere terrorizzate da una leggenda urbana per essere decenti con le donne nella loro famiglia è in se stesso scioccante, ma a me piace pensare che la leggenda sia stata creata dalle donne, per indurre gli uomini – tramite il timore – a trattarle da esseri umani. Le donne sono state considerate cittadine di seconda classe e poco più di incubatrici per bambini per lungo tempo, perciò non mi sento di biasimarle per aver potenzialmente creato una demone terrificante.

L’idea di una demone-strega che può cambiare forma e attirare gli uomini verso la loro dipartita esiste in una cultura così vistosamente misogina da risultare tonificante. Come creatura probabilmente fittizia (dico “probabilmente” perché a livello personale vorrei così tanto crederla reale), la churel sta facendo ciò che molte donne (e uomini) viventi non sono in grado di fare: reclamare per se stesse/i un trattamento umano ed egualitario.

Sebbene io sia stata trattata davvero bene dalla mia famiglia durante la mia vita, se avrò esistenza nell’aldilà una parte di me desidera che tale esistenza sia quella di una demone churel, per poter vendicare le donne maltrattate su tutto il pianeta.

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: