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Giovanotte, grazie. Siete già andate oltre gli obiettivi prefissati (qualificazione agli ottavi) e oltre ogni aspettativa di riconoscimento da parte del pubblico – quale che sia il risultato finale della vostra impresa ai mondiali, il passo successivo dev’essere ottenere lo status da professioniste e le tutele relative.

Ma il motivo principale per cui vi ringrazio è che mi avete restituito le ragioni di una passione.

Da bambina giocavo, come voi avete giocato da bambine, per quanto dovessi spesso farlo da sola – era difficile essere accettate nei gruppi di maschi. Avevo il mio quadernino autoprodotto con foto di squadre e calendari e coppe e arbitri – questi ultimi nella sezione “dannati”. Memorizzavo le formazioni e gli schermi di gioco. Ovviamente guardavo i campionati europei e mondiali.

Poi, pian piano, il piacere e l’interesse si sono sbriciolati.

Cos’avevo a che fare, io, con giovani miliardari e modelle sugli spalti e scommesse e società quotate in borsa e giri astronomici di soldi? La parte “epica” della faccenda – la sfida, il legame di un gruppo teso a uno scopo comune – non esisteva già più.

Prima di questo mondiale femminile, prima di Giuliani e Bonansea e Gama ecc. e una commissaria tecnica e due donne che in Rai fanno la radiocronaca… erano trent’anni che non guardavo una partita.

Il calcio ha comunque definitivamente perso molto per me e non credo proprio che in futuro darò la minima occhiata al campionato maschile o quant’altro. Ma voi giovani donne meritavate attenzione, sostegno e gratitudine e tifo scatenato per la partita di stasera (mannaggia, non so niente delle calciatrici cinesi… vado a informarmi). Auguri, Italia!

Maria G. Di Rienzo

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Coincidenze bizzarre:

– il 21 giugno, ieri, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha festeggiato benissimo il centenario durante la sua 108^ Conferenza, mettendo ai voti e vedendo approvate Convenzione su lotta a molestie e violenza sul luogo di lavoro (legalmente vincolante per gli stati), Raccomandazioni relative (consigli e guida su come farlo, non vincolanti) e la Dichiarazione sul futuro del Lavoro, che mette gli esseri umani e i loro diritti umani al centro del discorso. La Convenzione entrerà in vigore dopo 12 mesi dalla ratifica da parte delle singole nazioni, fra cui l’Italia.

Sull’approvazione della Convenzione, la dirigente dell’Organizzazione Manuela Tomei (Workquality Department) ha detto: “Senza rispetto, non c’è dignità al lavoro e, senza dignità, non c’è giustizia sociale. E’ la prima volta che una Convenzione e delle Raccomandazioni su violenza e molestie nel mondo del lavoro sono adottate. Ora abbiamo una definizione condivisa di violenza e molestie. Sappiamo cosa dev’essere fatto per prevenirle e affrontarle e da chi. Speriamo che questi nuovi standard ci guidino nel futuro del lavoro che vogliamo vedere.”

– sempre il 21 giugno rimbalza qua e là sui quotidiani il nuovo regolamento per la polizia locale di Cittadella (Padova), comune governato dalla Lega. Il focus delle prescrizioni dovrebbe essere “la sicurezza” – naturalmente intesa in senso salviniano – e in effetti esse prevedono assetti antisommossa, maschere antigas ecc., ma l’imposizione di un lunghissimo, dettagliato e spesso ridicolo codice di abbigliamento per le vigili (1) non sembra incastrarsi bene nel quadro.

Prima di entrare nei dettagli, ecco la dichiarazione al proposito del comandante dei vigili di Cittadella, Samuele Grandin: “I nostri agenti sono tenuti ad avere un aspetto consono. Siamo forze dell’ordine a tutti gli effetti, per cui vige un principio militaresco. Chi sceglie questo lavoro deve capire che non siamo un’armata Brancaleone, e per chi non si adegua scatteranno i procedimenti disciplinari.” Nel presentare il nuovo regolamento ai consiglieri comunali (costui) ha insistito molto sull’importanza della forma fisica e sulla necessità di mettere in campo misure adeguate anche in funzione antiterrorismo.”

La polizia municipale, in Italia, è un corpo a ordinamento civile, i corpi di polizia a ordinamento militare sono guardia di finanza e carabinieri, per cui i principi militareschi (propri cioè dei militari – dizionario della lingua italiana docet) con i vigili non hanno nulla a che fare. Molto militaresca, per contro – per estensione, spregiativo, sempre citando il dizionario – appare la minaccia di sanzioni per chi dovesse obiettare.

Tornando alle prescrizioni per ottenere un aspetto consono a non si sa cosa, “tra i requisiti per l’accesso, sia di maschi sia di femmine, è prevista una “distribuzione del pannicolo adiposo” che rispecchi una forma armonica, con tanto di percentuali di massa magra e massa grassa per maschi e femmine”. Sarebbe interessante, al proposito, sapere chi ha definito l’armonia (Leibniz e le sue monadi?) e quale autorità scientifica, in base a quali studi / ricerche, ha definito le percentuali. Inoltre: il personale già in servizio che non potesse o non volesse raggiungere gli standard indicati nel nuovo regolamento sarà licenziato?

Comunque, se ai vigili di sesso maschile si ordina di curare barba e baffi e di non portare basette a punta (?), le vigili hanno una lista di prescrizioni assai più lunga che norma: colore, forma, lunghezza dei capelli (per esempio la lunghezza di un’eventuale frangia “non deve eccedere al di sotto delle sopracciglia”) e accessori per gli stessi (“di dimensioni ridotte e di colore tale da risultare poco appariscenti”); cosmetici (“tenui”, “smalto per unghie trasparente”); gioielli (orecchini solo se non pendenti e sempre in coppia, fra gli anelli sono permessi solo la fede e quello di fidanzamento: e se lo stato civile conferma la prima, non è noto come si verificherà che il secondo corrisponda a una relazione sentimentale ufficiale); capi di abbigliamento, dai collant “tinta carne o beige” da indossare “sia d’inverno che d’estate, salvo specifiche e temporanee autorizzazioni da parte del medico competente” alla coppia mutande/reggiseno nei medesimi colori (obbligatoria “con ogni tipo di uniforme”).

La Convenzione citata all’inizio definisce violenza e molestie come comportamenti e pratiche che “mirano a, o risultano in, o potrebbero risultare in: danno fisico, psicologico, sessuale ed economico”; ciò “può costituire una violazione o un abuso dei diritti umani” ed è “una minaccia per le pari opportunità, inaccettabile e incompatibile con un lavoro decente”.

La sessualizzazione e l’oggettivazione delle lavoratrici, spinta sino a normare il colore delle loro mutande, temo ricada nella suddetta descrizione. E francamente non riesco a vedere i benefici che i collant obbligatori (anche se le vigili indossano pantaloni?) porteranno alle misure antiterrorismo.

Però, sapete, c’è anche chi ha chiuso un articolo al proposito così:

“Del resto l’attenzione di Cittadella alla sicurezza ha una storia antica, racchiusa com’è fin dal Medioevo dalla cinta muraria fatta erigere da Ezzelino per favorire la colonizzazione del territorio verso Treviso, ancor oggi perfettamente conservata.” (Repubblica, 21 giugno – la parola evidenziata, nel testo, l’ho sostituita io. L’originale era probabilmente un refuso: amor. O forse no. Resta il fatto che con la palese discriminazione sessista subita dalle vigili non c’entra una beata mazza.)

Maria G. Di Rienzo

(1) La parola “vigile” termina in “e”. E’ uno di quei casi in cui basta modificare l’articolo per indicare il sesso a cui ci si riferisce, senza ricorrere al suffisso spregiativo “essa”.

Linguiste/i e studiose/i spiegano come e perché da almeno un ventennio perciò, in caso non stia bene a qualcuno, questo qualcuno può fare le sue ricerche e persino piazzare una petizione su Change.org, ma è inutile che chieda a me di modificare le mie scelte. Es claro?

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C’è una scuola statale, in Gran Bretagna, che si chiama “Oxford Spires Academy”, che non ha nulla di altisonante oltre il nome e dove gli/le studenti parlano fra loro più di 30 lingue. Ci lavora la professoressa e scrittrice Kate Clanchy (in immagine sotto questo paragrafo) che ha trascorso gli ultimi dieci anni insegnando poesia a bambini e ragazzi – in maggioranza rifugiati o migranti – per aiutarli a guadagnare fiducia in se stessi e a dar forma alle loro proprie narrazioni.

teacher kate

L’anno scorso, guidati da questa donna, gli alunni e le alunne hanno pubblicato un’antologia dal titolo “Inghilterra: Poesie da una scuola”, che ha ottenuto risonanza e lodi a livello nazionale. I due migliori studenti della scuola, una femmina e un maschio, sono anche vincitori di concorsi di poesia.

“Non c’era un grande piano al proposito. – ha spiegato Clanchy – Il successo è arrivato mentre andavamo avanti. E’ il modo in cui alcune scuole diventano famose per il cricket: noi siamo molto bravi a fare poesia.”

L’insegnante racconta di essersi trovata ad avere una scolaresca fatta di “rifugiati dalla guerra e rifugiati dalla povertà”, i cui retroscena di esperienze difficili e in cui avevano sperimentato o testimoniato violenza, davano origine a una serie di memorie e narrazioni taciute, spesso intrise di vergogna. Clanchy ha pensato giustamente che le ferite non curate si infettano – perciò, ha cominciato a guarirle con la poesia: “Penso sia particolarmente importante per i migranti raccontare le loro storie e avere il controllo su di esse. Le loro storie gli sono sottratte non appena arrivano, perché entrando nel paese devono attenersi a una versione precisa e da quella non possono deviare. Molto spesso le narrano in una lingua diversa, mentre hanno paura, e le loro storie finiscono per essere distorte in diversi modi. La poesia ha un’importanza speciale in moltissime tradizioni, per esempio in Afghanistan, soprattutto per le donne: si parlano l’una con l’altra in versi, fanno giochi e gare con la poesia. Perciò, se tu dai modo a queste persone di raccontare le loro storie con la poesia permetti loro di parlare e di essere ascoltate. I miei studenti rifugiati arrivano in una scuola accogliente in cui possono parlare, in cui la poesia permette loro di parlare e l’intera istruzione che ricevono li autorizza a parlare, a essere ascoltati, ad ascoltare gli altri. La scuola è la comunità, e la scuola è l’Inghilterra.”

Nel 2013, l’insegnante creò un club di poesia per un piccolo numero di “ragazze straniere molto riservate”, appena arrivate a scuola, che si riuniva al giovedì per parlare e scrivere. Nei successivi cinque anni, il gruppo produsse lavori che sono stati inondati da premi e riconoscimenti in tutta la nazione.

Da allora, racconta Clanchy, lei ha potuto vedere le ragazze fiorire. Una è avvocata; una si è diplomata con il massimo dei voti e ora studia lingue, inglese e scrittura creativa all’università; sempre all’università ce n’è un’altra che ha vinto una borsa di studio per rifugiati e un’altra ancora che si sta laureando in scienze politiche. Le restanti due stanno studiando per diventare insegnanti.

“Non c’è bisogno che la poesia sia il loro focus e non devono necessariamente diventare scrittrici: la poesia dà solo loro un diverso tipo di fiducia in se stesse. E’ nelle loro vite e ancora la leggono e la creano, le ha aiutate ad acquisire sicurezza e cambiamento. Penso sia semplicemente qualcosa che hanno il diritto di avere.”

Maria G. Di Rienzo

Quella che segue è una composizione di Amineh Abou Kerech, che è arrivata in Gran Bretagna e alla scuola suddetta dalla Siria, nel 2014. Oggi scrive poesia nella propria lingua e in inglese: in ciò che sto per tradurvi Amineh parla al Mediterraneo.

I giorni passano, ma il passato non si muove

In passato

andavo al mare

per camminare sulla sabbia dorata

per ricevere ciò che il mare mandava dalle acque profonde, fuori nello spazio vuoto: conchiglie, ostriche, ogni cosa bella che veniva dall’interno del suo cuore abissale,

e guardare tutto come fosse un dipinto appeso al muro.

Mare, come e perché hai cominciato a mandare pezzi

da dentro di te: barche rotte, gente morta, vestiti,

scarpe, giubbotti di salvataggio lacerati e rivoltati?

Ma il Mare non ha risposto. Io ho detto:

Tu hai rubato sogni. Giù sui fondali

hai rubato bambini, come se fossi affamato, hai continuato a mangiare

senza mai dire sono sazio.

Ma il Mare ancora non ha risposto. Io ho detto:

Mare, dimmi quanto grande è la tua terra,

quanto profonda è la tua acqua, quanto vasto è il fondale che

può sistemare milioni di esseri umani morti.

E ancora il Mare non ha risposto. Io ho detto:

Mare, spero che un giorno tornerai a questo mondo

come una madre che salva il suo piccolo dal pericolo.

E il Mare non aveva nulla da dire.

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Egregio sig. Vurchio,

lei ha appena sperimentato i famosi 15 minuti di notorietà predetti da Warhol per aver invitato, tramite social media, la sig.a Meloni a fare la casalinga – e quindi ad abbandonare la politica. Dico “quindici minuti” perché nel frullatore ad alta velocità che ci fornisce informazioni l’episodio è già stato triturato e sommerso, quindi possiamo parlarne in tranquillità. Come vede ci sono delle virgolette nella frase precedente: citando il dizionario Treccani si usano per delimitare un discorso diretto per delimitare una citazione per introdurre in un testo il titolo di un giornale (anche se quest’aspetto sta sparendo) – per mettere in evidenza una parola con un significato particolare, spesso figurato o ironico per introdurre, a fianco di una parola, il suo significato. Il mio caso è il quarto. I quindici minuti sono infatti intesi in senso figurato.

La sua risposta alle rimostranze di Meloni ed altri – che non si può definire una lettera di scuse come i giornali hanno fatto e intendo spiegarle perché così penso – è letteralmente infestata da virgolettati: i quali però, gettati a caso, contribuiscono a rendere il testo già un po’ zoppicante in italiano ancora meno comprensibile. Quando per esempio lei scrive “partito fratelli d’Italia”, “infelice espressione”, “critiche strumentali”, “battuta offensiva”, “argomenti mediocri”, “politica di solo fango e di poca sostanza” chi legge non ha nessun indizio su come le virgolette debbano essere interpretate. Fratelli d’Italia non è un partito? Lo è in senso lato? Lo è in senso ironico? Un’infelice espressione o una battuta offensiva fra virgolette cosa sono in realtà?

Per quel che riguarda la lingua italiana, se lei dice: tizio “è stato abilissimo nell’utilizzare una mia “infelice espressione” come strumento mediatico e ci è riuscito benissimo” la frase è ridondante – abilissimo / ci è riuscito benissimo hanno qui lo stesso significato e non serve reiterarlo; nell’elenco o disamina delle “difficoltà giornaliere delle imprese, dei lavoratori e delle famiglie è impossibile restare inermi, è impossibile non immedesimarsi in quelle difficoltà, è impossibile continuare a notare un modo di fare “politica di solo fango e di poca sostanza” la prego di far attenzione all’ultima frase, a cui manca il non prima di continuare: lasciata così, essa assume senso opposto a quel che lei presumibilmente voleva esprimere; una politica, inoltre, non può essere di solo fango e contemporaneamente di poca sostanza: il solo della prima definizione ha già azzerato qualsiasi altra componente; e poi c’è la perla finale: “lei deve rivolgersi, dunque, a quella frangia di politica che, se c’è zero crescita e siamo in recessione, se la disoccupazione aumenta e le politiche assistenzialistiche non sono sempre uno strumento utile alla crescita di un paese, lo dobbiamo solo al vostro governo” – la rilegga: c’è un soggetto, quella frangia di politica, a cui il che (la quale) è legato e implica un’ulteriore definizione o spiegazione… che grammaticalmente non può essere “la quale lo dobbiamo al vostro governo“.

Ma è possibile, per restare con Andy Warhol, che io sia una “classicista” incapace di vedere altro nel suo testo – per esempio, un manifesto pop art di rivolta linguistica. Quel che è certo, come le dicevo, è che non possiamo definirlo una lettera di scuse.

Quando ci si scusa non si comincia il discorso assumendo per sé il ruolo della vittima:

Che dovessi diventare bersaglio dei simpatizzanti del “partito fratelli d’Italia” potevo aspettarmelo, che il mio pensiero politico fosse travisato come una offesa al gentil sesso, ed in particolare alla figura della “casalinga”, non l’avrei mai immaginato.” Davvero? I suoi due “tweet” al proposito (uno consiste unicamente delle parole vai a fare la casalinga) questo pensiero politico travisato non lo rivelano. Si tratta semplicemente, come sa, di un insulto sessista assai comune. Attaccare Meloni per come agisce e quel che dice è politica, attaccarla come donna – spostandosi dal merito alle caratteristiche personali – è sessismo. Adesso lo sa e non deve immaginare più nulla al proposito. Per il futuro, sarebbe carino anche se si astenesse dal definirci con l’etichetta retrò “gentil sesso”: le donne, le persone di sesso femminile in generale e le cittadine italiane nello specifico, sono tutte alternative alla sua portata.

Parlando a Meloni, lei reitera come “vai a fare la casalinga” sia rivolto al solo personaggio politico racchiuso nella sua persona: non ci siamo. Innanzitutto la strutturazione corretta sarebbe stata solo al personaggio politico ecc., in secondo luogo una donna politica non è una matrioska: quindi non è divisibile in tante diverse donnine di legno fra cui scegliere con quale prendersela e autoassolversi a priori perché quella scelta è “interna”. Comunque, pur continuando a indicare in Meloni l’unico bersaglio della sua infelice uscita e battuta offensiva, lei con Meloni non si scusa affatto. Rilegga ancora quel che ha scritto:

Qualora avessi ingenerato tale significato, chiedo pubblicamente scusa a tutte le donne comprese quelle che mi circondano anche perché ho, da sempre, considerato il loro ruolo fondamentale sia nella società che all’interno della famiglia. Le donne sono protagoniste autorevoli e responsabili dello sviluppo sociale e mai, dico mai, avrei potuto offenderle, vanno sempre e comunque rispettate.

La traduzione non è difficile, ma il ragionamento è involuto e contorto e si mangia la coda: lei non potrebbe mai offendere le donne e se mai, per qualche stranissimo e invero incomprensibile motivo, invitarne una in particolare a tornare al suo posto dovesse averne irritato altre, be’, lei ha sempre rispettato le donne, per cui non avrebbe mai potuto offenderle, e quindi perché diamine si sono offese, se lei ha detto in pratica a UNA e UNA SOLA che dovrebbe starsene zitta e andare in cucina? Nemmeno quell’unica donna avrebbe dovuto offendersi, visto che lei rispetta per principio tutte le donne, per cui non è nemmeno necessario dirle direttamente “Mi dispiace, ho sbagliato” (era l’unica cosa che lei avrebbe dovuto fare, poi poteva aggiungerci una valanga di critiche e analisi e rabbuffi – sull’operato politico di Meloni, non sulla sua persona).

Lei capisce, sig. Vurchio, quanta maledetta fatica facciamo noi donne ogni singolo giorno solo per spiegare l’ovvio? E pensi, politicamente e culturalmente io sono molto più distante da Meloni di quanto lo è lei. Senza virgolette aggiunte.

Maria G. Di Rienzo

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Benzina

(“The Girl Becomes Gasoline” – “La ragazza diventa benzina”, di Reagan Myers, poeta contemporanea. Con questo pezzo ha vinto il Grand Slam di poesia un paio di anni fa: è la persona più giovane ad aver conseguito il titolo. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

reagan

Una serie di cose che mi sono successe sugli aeroplani:

come bambina con la chinetosi (1), ho vomitato durante i primi otto voli intrapresi.

In viaggio per Amarillo, ho vomitato sul mio sedile.

In viaggio per la California, ho vomitato su mia sorella.

In viaggio per New York, ho vomitato di fronte alla porta del bagno.

L’anno scorso, ero seduta accanto a un uomo in un abito a tre pezzi che rimproverava a voce alta le assistenti di volo perché le sigarette elettroniche non dovevano essere considerate come fumare.

Perché avevi un abito formale su un aeroplano?

A sentirti eri uno stronzo!

E sembravi starci scomodo.

Durante i miei ultimi tre voli, ero seduta di fronte all’obbligatorio bimbo urlante dell’aereo.

Forse è un bimbo stanco.

Forse sono io quella che davvero sta urlando.

Forse è mia sorella coperta di vomito che viaggia nel tempo per perseguitarmi.

Sull’ultimo volo, mi sono addormentata vicino a un uomo che somigliava a mio padre e ciò significa che non ero preoccupata.

Mi sono svegliata al suo anulare che scavava nel mio girovita.

Le sue mani sulla mia coscia come ospiti indesiderate.

In momenti come questi mi viene più da sputare che da fare una bufera.

Mi sento più candela che falò.

Il mio amico Greg dorme indisturbato dietro di me.

Ben sta parlando con la donna accanto dei nipotini di lei.

E io, al centro di questo aeroplano, sto prendendo troppo spazio con il solo esistere.

Mi sto scusando con l’uomo vicino a me nella speranza che questo sia tutto.

Che tu non mi segua fuori dall’aereo sino alla mia prossima uscita, come fece l’uomo mentre ero in viaggio per Denver

O mentre ero in viaggio per Minneapolis

O mentre stavo tornando a casa

O mentre viaggiavo per il paese.

Un uomo sta reclinando il suo sedile sul grembo di mia sorella 14enne

Le sta urlando contro per le sue gambe

Per il fatto che ha un corpo.

Oppure il modo in cui il ragazzo nella mia classe di geologia mi segue di sedile in sedile

Ignora le file vuote

Mette il suo braccio sul mio

Scambia il mio raggrinzirmi per un permesso –

che è come dire che il mio corpo è troppo donna per significare davvero qualcosa

E’ troppo donna per essere considerato una minaccia

E’ troppo donna per aver io diritti sul mio proprio spazio

O per aver diritti del tutto.

Non so quando sono diventata uno spazio da riempire

La mia coscia, locazione aperta

Il mio collo, pozzo dei desideri

Il suo respiro caldo, una moneta

Una pretesa gettata dentro di me.

Perciò sappiate questo:

Ogni mano indesiderata, benzina

Ogni mano che tocca, pietra focaia

Ogni volta in cui un uomo si prende il mio spazio, sta giusto attizzando la fiamma

E una scintilla attizzata abbastanza brucerà al suolo l’intera casa.

(1) mal d’auto, mal di mare e in questo caso mal d’aereo.

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manichini

L’immagine riprende una sezione del “reparto donne” della Nike in Oxford Street, a Londra. La presenza del manichino in primo piano fa parte dell’impegno preso dall’azienda a onorare diversità e inclusione, quello per cui l’ex atleta e attivista antirazzista Colin Kaepernick è diventato un loro testimonial. Poi, non è che la Nike sia tutta umana nobiltà e non ci guadagni: le persone di colore e quelle di sesso femminile sono più invogliate a fare acquisti dove si sentono benvenute, ma le donne in particolare sono in effetti più inclini a comprare un capo d’abbigliamento se esso è presentato su un manichino che assomiglia al loro corpo (sul tema c’è anche un recente studio dell’Università di Kent). L’anno scorso, adottando questa strategia, il marchio di biancheria intima “Aerie” ha incrementato le vendite del 38%, contro il passivo prima e il modesto + 1% finale realizzato nello stesso periodo dai prodotti di “Victoria’s Secret” (sempre pubblicizzati dagli “angeli”, le prevedibili modelle sottilissime, abbronzate e ritoccate al computer).

Il manichino della Nike, ancora una rarità fra le migliaia di pupazzi scheletrici in vista in tutte le vetrine del mondo, ha però infastidito i cultori e cantori della “grassofobia” – sono quelli che danno dei malati, dei tossicodipendenti da cibo, degli schifosi pigri e ingordi agli individui le cui caratteristiche corporee non corrispondono agli attuali interessi economici delle industrie farmaceutiche, dietetiche, cosmetiche, ecc.

Su “The Telegraph”, per esempio, è apparso un articolo che in fase di redazione deve aver sciolto con il vetriolo la tastiera della sua ignorante autrice: “Quella (ndt. il manichino) è obesa sotto tutti gli aspetti e non si sta preparando a una corsa nel suo scintillante abbigliamento Nike. Lei non è in grado di correre. E’ più probabile che sia pre-diabetica e che stia aspettando una protesi all’anca.”

Naturalmente una valanga di donne larghe che fanno sport per piacere o che sono delle vere e proprie atlete l’hanno mandata dove meritava di andare. Alcune maratonete, in questo gruppo, hanno chiesto alla cafona giornalista se vuol venire a correre con loro, così vede se riesce a provare le stronzate che spara.

Io non so ovviamente come sia nato l’odio di questa persona per altri esseri umani che semplicemente vivono le loro vite e non le stanno facendo nulla, ma so da dove prende le informazioni scorrette che lo alimentano: da ogni media a sua disposizione. Se oggi, per ventura, avesse scorso dei quotidiani italiani, avrebbe trovato su ognuno di essi un pezzo sull’imperativa necessità – per le donne – di perdere peso, subito e con ogni mezzo necessario (c’è persino il folle “Dimagrire: la dieta del gelato” sulla prima pagina odierna di giornali a tiratura nazionale).

Il dato davvero interessante di tale ossessiva campagna è questo: non ha nulla a che fare con la salute delle donne.

1. Che il grasso sia una “malattia” l’ha detto nel 2013 l’Associazione dei medici statunitensi, di cui fanno parte diversi azionisti o consulenti dell’industria dietetica – e già questo inficia un po’ la dichiarazione (conflitto di interessi), inoltre l’Associazione ha una storia pesante di parametri su patologie stabiliti “ad minchiam”.

Lo hanno detto, ma non sono stati in grado sino ad ora di provarlo scientificamente. Nello stesso rapporto, hanno dovuto tra l’altro ammettere che gli individui “sovrappeso” hanno un rischio più basso di morte prematura degli individui con peso “normale” e che non c’è relazione diretta fra l’essere grassi e il morire prematuramente. C’è ormai una vasta letteratura sul “paradosso” del grasso corporeo, basata sui dati: pazienti con patologie cardiache e peso non “normale” vivono meglio e più a lungo dei loro corrispettivi specchi della fitness.

Dunque, che caxxo di malattia è quella grazie a cui ho un’aspettativa di vita più alta?

2. Guardare un pezzo di plastica sagomato e dedurre che sta per diventare diabetico e dovrà sottoporsi a intervento chirurgico è francamente idiota. Ma non meno idiota del guardare un corpo umano e prodursi nella stessa diagnosi.

Il fatto è che sul diabete di tipo 2, o mellito, l’associazione peso/malattia è fallace: molte persone magre sviluppano il diabete, molte persone grasse no. La ricerca scientifica non dà attualmente al proposito conclusioni definitive: non è chiaro se l’obesità causi il diabete, se sia il diabete a causare l’obesità, o se ambo le condizioni siano causate da fattori terzi come nutrizione povera, stress o eredità genetica. Vedete, io prima di scrivere qualsiasi cosa faccio i compiti a casa – e mi sciroppo interi studi di facoltà universitarie di medicina e serie complete di riviste scientifiche.

3. Un fattore di rischio legato al peso corporeo, certo e comprovato, c’è: è però grandemente sottostimato. Si tratta dell’effetto che la discriminazione, gli svergognamenti, il bullismo nei confronti delle persone grasse hanno sulla loro salute, sulla qualità delle loro esistenze e sulla durata di queste ultime (a cui spesso pongono fine prematuramente e volontariamente, soprattutto se femmine).

Medici e paramedici non sono esenti da pregiudizi in virtù delle loro lauree e diplomi, sono bombardati dalla campagna “grassofoba” quanto gli altri e spesso associano arbitrariamente il grasso alla scarsa salute e la scarsa salute all’immoralità (sei malato di ciccia e se sei malato di ciccia è colpa tua): un gran numero di persone ricevono diagnosi sbagliate perché il dottore di turno si limita a dar loro uno sguardo schifato e a consigliare il dimagrimento – in assenza di terapie adeguate ai loro veri problemi di salute, che con il grasso non avevano niente a che fare, ovviamente queste persone peggiorano e magari schiattano, ma cosa volevano aspettarsi? Erano delle merde ciccione, no? Gli sta bene!

Chi deve soffrire ostilità, battute del menga, reprimende ecc. negli ambulatori finisce logicamente per frequentarli il meno possibile: perciò le donne classificate come “sovrappeso” crepano più spesso di cancro cervicale – ma non lo causa il grasso, è che non vanno a fare il Pap test e se ne accorgono quando è troppo tardi.

Molte donne rispondono alla propria umiliazione continua smettendo di fare ciò che loro piace (pattini, pallone, danza… ma come ti permetti? SEI GRASSSSAAAAA!!!!) e persino uscendo di casa il meno possibile (o non uscendo proprio più: d’estate vai in giro con le spalle scoperte e i calzoncini? Ma come osi mostrarci il tuo lardo che dondola? SEI GRASSSSAAAA!!!!). L’imperativo urlato, costantemente aggressivo e spesso violento, di somigliare alle figurine della pubblicità conduce migliaia di bambine, ragazze e donne a sviluppare disturbi alimentari e problematiche legate all’immagine corporea. Molte ne portano le cicatrici per sempre, molte ne ricavano problemi di salute mentale e fisica, molte ne muoiono – se non le uccide l’intervento di liposuzione o di resezione dello stomaco, possono sempre buttarsi dal balcone o sotto il treno. E lo fanno.

4. Nonostante tutto ciò, c’è in giro il curioso convincimento che lo svergognamento relativo al peso corporeo debba essere accettato da chi lo riceve, perché si tratterebbe dell’espressione di preoccupazione per la sua salute. Una preoccupazione falsa, disinformata, stupida e brutale che nega rispetto, dignità e diritti umani a chi la riceve. Be’, tenetevela. Ai nostri corpi ci pensiamo noi.

La vulgata “grassofoba” dice che chi viene preso a pesci in faccia dovrebbe tenere gli occhi bassi, vergognarsi, assicurare che farà del suo meglio per diventare uno stuzzicadenti e scusarsi per il suo “corpo disobbediente”. Ma è mezzo secolo che io disobbedisco alla violenza patriarcale, ai dettami sessisti, agli stereotipi misogini. Figuratevi se smetto adesso o se smetto di incoraggiare altre/i a fare altrettanto.

Maria G. Rienzo

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yumi

Quando, la settimana scorsa, Yumi Ishikawa – in immagine – ha ottenuto attenzione internazionale per la sua campagna contro i codici di abbigliamento imposti alle donne sul lavoro (in particolare contro l’obbligo di indossare scarpe con i tacchi in determinati ambienti), ha dovuto affrontare in sequenza tutti gli stadi del rigetto che ogni rivendicazione simile da parte femminile, in qualsiasi zona del pianeta, guadagna ormai a prescindere. I due fattori determinanti per questo sono l’ignoranza quasi totale delle condizioni in cui vivono le donne “comuni” (cancellate da pettegolezzi infiniti sulle celebrità, sfilate di modelle silenti e parate di vallette mute, sfide “erotiche” fra influencer sul web e così via) e l’incapacità manifesta di collegare i diversi tipi di discriminazione sessista al quadro che li comprende.

1. Gli uomini in posizione di potere non ascoltano, neppure se gli presentate ventimila firme a sostegno del vostro reclamo (il che significa che almeno ventimila altre lavoratrici si sentono come voi e ciò dovrebbe, in teoria, valere un minimo di discussione). Il Ministro del Lavoro giapponese, Takumi Nemoto, ritiene che l’obbligare le donne a indossare scarpe con i tacchi sia “accettato socialmente come necessario e appropriato a livello occupazionale”. La salute e la sicurezza di chi lavora? Sì sì, devono essere protette ma sapete, ha aggiunto il Ministro, “i lavori variano”.

2. In effetti, dei danni che subite non frega un piffero a nessuno, nemmeno quando quel che testimoniate è ovvio: stare in piedi per ore e ore sui tacchi fa male. Ishikawa ha scritto del dolore ai piedi, dei problemi alla schiena, della difficoltà a muoversi, dell’impossibilità di correre qualora si palesi un pericolo ecc. Ma le aziende (consigli d’amministrazione a schiacciante maggioranza maschile) e i clienti uomini sono più felici se vedono una donna sorridere a denti stretti mentre ondeggia sui tacchi e si rovina la spina dorsale, persino quando come Ishikawa lavora a tempo determinato in una cappella funeraria (la 32enne è attrice e scrittrice).

3. Molti di questi uomini sono così oltraggiati dal fatto che abbiate aperto bocca da prodursi immediatamente nell’assalto online – e il relativo anonimato permette loro di mostrare esattamente quanto sono incivili – perciò Ishikawa è stata sommersa da insulti sessisti. Persino le cose più blande che le sono state dette sono così stupide da far piangere: “Perché tanto chiasso? Se devi parlarne fallo con i tuoi datori di lavoro.”, “E gli uomini allora? Non devono mettere le cravatte?”, “Ho letto che alle donne piace il senso di magia e femminilità che acquistano sui tacchi alti”.

Traduzione: Stai zitta, e comunque è un problema tuo, non tentare di mostrarne le radici sociali. Gli uomini soffrono, stanno peggio e non si lamentano. Sei una vera donna, o cosa?

Un minimo di approfondimento: a) Non sono giunti dati sui danni alla salute provocati dalla cravatta ai colli degli uomini, ignoriamo anche quanti ci si siano effettivamente strozzati e siano passati dalla cappella funeraria di cui sopra – id est, non avendo prove a sostegno, questa roba resta una ridicola lagna per quanto sia perfettamente vero che le cravatte non dovrebbero essere imposte. Perché invece di prendervela con Yumi Ishikawa non date inizio alla vostra campagna in merito?

b) Storicamente, le scarpe col tacco hanno fatto il loro debutto nel 16° secolo, ai piedi degli uomini della cavalleria persiana, prima di migrare agli eserciti europei e alle corti reali pure europee: confesso di dubitare fortemente che i cavalieri le indossassero per sentirsi magici e femminili.

4. Ma ci sono pure donne offese dalla vostra visibilità. Da quelle che manco hanno letto la vostra petizione (Ishikawa aveva chiarito a priori di non aver nulla contro le scarpe alte in sé, ma solo contro l’obbligo di indossarle – non avrebbe dovuto essere necessario, tuttavia l’andazzo attuale ci costringe persino a scusarci continuamente di esistere) e vi chiedono perché volete proibire loro di scegliere, alle immancabili “benaltriste”: la nazione ha problemi più gravi, vi dicono costoro, della trivialità che avete sollevato. E che il Giappone con le donne abbia davvero problemi è assodato – nella lista mondiale dell’eguaglianza di genere si piazza al 110° posto su 149 paesi. Il divario sui salari segna il 25,7% in meno per le donne a parità di mansioni. Quattro società su cinque di quelle quotate in borsa non hanno donne nei loro consigli d’amministrazione. Durante la recente abdicazione dell’imperatore Akihito alle donne non è stato permesso entrare nella sala della cerimonia. L’anno scorso nove facoltà di medicina hanno ammesso di truccare gli esami d’ammissione per escludere le candidate donne. L’11 giugno u.s. le donne erano in piazza a protestare contro il verdetto del tribunale che ha assolto il padre stupratore seriale della propria figlia 19enne: i giudici hanno detto che anche se “il sesso era non consensuale” non era possibile “provare che lei avesse resistito”. La nazione permette l’oggettivazione sessuale delle minorenni con il giro d’affari detto “joshi kosei”, ovvero la fornitura di “servizi” da parte di giovani donne in uniformi scolastiche.

Tokyo distretto Akihabara

(Controllo di polizia dell’età di un gruppo di esse)

La prostituzione richiesta alle ragazze in uniforme è nascosta da offerte di riflessologia plantare e di massaggi vari, sessioni fotografiche e “laboratori” in cui le giovani offrono visione delle loro mutande mentre fanno origami o creano oggetti con perline. Ufficialmente i clienti non devono toccarle, ma quelli che non vogliono masturbarsi a casa possono non ufficialmente ottenere di più. Le ragazze che finiscono in questo giro sono, com’è ovvio, le più povere e quelle la cui autostima è stata distrutta dall’infinito assalto dei messaggi sessisti loro diretti.

Cosa lega insieme tutto questo? La discriminazione di genere figlia del patriarcato, punto e basta. Ecco perché i tacchi obbligatori sul lavoro contro cui Ishikawa protesta non possono essere esclusi dalla lotta per i diritti umani delle donne. Sono una delle tante facce della violenza, quella che ama mascherarsi da “bellezza”.

Maria G. Di Rienzo

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