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Posts Tagged ‘donne’

In seguito alla vicenda Weinstein, di cui credo siate tutte/i consapevoli, la scorsa settimana milioni di donne hanno condiviso le loro storie relative ad aggressioni sessuali usando l’hashtag #MeToo (“Anch’io”) lanciato dall’attrice Alyssa Milano; l’hanno fatto in italiano con #quellavoltache su iniziativa della scrittrice Giulia Blasi e in francese con #balancetonporc (“Strilla al tuo porco”) grazie alla giornalista radiofonica Sandra Muller (in immagine qui sotto).

sandra muller

La Francia conta annualmente 84.000 stupri, 220.000 aggressioni sessuali e la morte di una donna per mano di un partner violento ogni tre giorni. Il paese ha anche un problema con la definizione di assalto sessuale nei confronti di minori, tale che di recente un 28enne è stato assolto dallo stupro di una bambina di 11 anni: gli è bastato dire in tribunale che lei era consenziente.

Ma la Francia ha anche una Ministra per l’eguaglianza di genere, Marlène Schiappa, che intende raddrizzare un po’ le cose: la bozza di legge su cui sta lavorando – con i giudici francesi e aprendo una consultazione pubblica – comprende il riesame del concetto di “consenso” riferito a minori. Inoltre, intende multare i molestatori. Misure simili sono già all’opera in Argentina e Portogallo. In Olanda, molestare una donna a Rotterdam è un atto punito con tre mesi di galera; dal 1° gennaio 2018, ad Amsterdam, sarà punibile con una multa di circa 190 euro.

“Il punto, – ha spiegato la Ministra francese alla stampa – è che l’intera società deve ridefinire ciò che è accettabile e ciò che non lo è. Tu non devi seguire le ragazze per due o tre strade di seguito chiedendo loro 20 volte il loro numero di telefono. Ma i molestatori ti rispondono: Oh, ma è mio diritto. Stavo solo chiacchierando con quella ragazza. Le stavo facendo un complimento. Molti di quelli che tormentano le donne non sembrano capire che le loro avance non solo sono indesiderate, ma possono apparire minacciose.”

Marlène Schiappa (in immagine qui sotto) sta pensando a una multa più pesante di quella olandese. Qualcosa attorno ai 5.000 euro, per esempio, se l’offensore è preso “con le mani nel sacco”. Parfait. Maria G. Di Rienzo

marlene-schiappa

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UK Supreme Court

Cherrylin Reyes ce l’ha fatta. Il più alto grado di giudizio in Gran Bretagna ha accolto la sua denuncia contro i suoi ex datori di lavoro, finora rigettata per la copertura loro offerta dall’immunità diplomatica: si tratta dell’ex ambasciatore saudita Jarallah Al-Malki e di sua moglie. Al-Malki ha terminato il suo incarico nel 2014 e assieme alla famiglia è tornato al paese d’origine.

Cherrylin Reyes, filippina, ha lavorato per gli Al-Malki dal 18 gennaio al 14 marzo 2011. A sostituirla andò Titin Rohaetin Suryadi, indonesiana, dal 16 marzo al 19 settembre dello stesso anno. Entrambe le donne, trafficate nel Regno Unito, hanno riportato le condizioni disumane in cui erano costrette a vivere. Lavoravano 18 ore al giorno sette giorni su sette e non era loro permesso lasciare la casa, eccetto che per portare fuori l’immondizia. In più, erano costantemente soggette a abusi e insulti relativi alla loro appartenenza etnica. A Cherrylin i padroni sequestrarono il passaporto e le proibirono ogni contatto con la propria famiglia. Lo stipendio di Titin era inviato direttamente ai suoi parenti anziché essere pagato a lei: in ambo i casi, era notevolmente inferiore al minimo stabilito per legge.

Cherrylin fuggì dalla casa dell’ambasciatore il 14 marzo 2011 e andò diretta dalla polizia. Titin scappò il successivo 19 settembre, mentre l’ambasciatore era assente e la moglie dormiva.

Cherrylin Reyes ha continuato ad appellarsi alla legge sino a oggi, con l’aiuto di Kalayaan – un’organizzazione umanitaria fondata nel 1987 dalle lavoratrici domestiche e dai loro sostenitori – e dall’Unità anti traffico e sfruttamento del lavoro, una squadra di avvocati/e che fornisce assistenza legale alle vittime di questi abusi.

Le stime delle organizzazioni che lavorano con i/le migranti dicono che almeno 17.000 collaboratrici domestiche arrivano ogni anno in Gran Bretagna: molte sono trafficate, molte sono sfruttate dai datori di lavoro che si sentono in diritto di imprigionarle, batterle, insultarle, pagarle pochissimo o non pagarle affatto.

La sentenza sulla vicenda di Cherrylin ha stabilito il 18 ottobre 2017 un punto di non ritorno. La Corte Suprema ha giudicato ammissibili anche i reclami di due donne marocchine: Fatima Benkharbouce e Minah Janah, che hanno lavorato rispettivamente per le ambasciate del Sudan e della Libia nelle stesse condizioni ignobili. “Sono felice (per la decisione del tribunale). – ha detto Cherrylin Reyes alla stampa – So che ci sono un mucchio di altre domestiche che hanno sofferto quanto me e sono deliziata all’idea che saranno in grado di usare il mio caso per raddrizzare i torti e che non dovranno aspettare per tutto il tempo che ho aspettato io. Io mi vedo come una lottatrice. Portare il caso in tribunale mi ha resa più forte.” Maria G. Di Rienzo

(Fonti: Thomson Reuters Foundation, Women in and beyond the global, The Guardian, The Independent)

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Non mi mangeranno

true feminine

All’inizio di questo mese, una maestra elementare statunitense ha condiviso l’immagine qui sopra. Si tratta di una poesia scritta di getto da una delle sue scolare, una bambina di otto anni: “L’ha scritta durante la ricreazione – nessuna imbeccata, solo pensieri spontanei.”

“La vera femminilità” (trad. Maria G. Di Rienzo)

Io non sono zucchero e spezie e ogni cosa carina. (1)

Io sono musica, io sono arte. Io sono una storia.

Io sono la campana di una chiesa che espone risuonando lo sbagliato e il giusto e le notti normali.

Ero neonata. Sono bambina. Sarò madre.

Non mi importa essere considerata bella, non permetto che sia questo a definirmi.

Io sono una gustosa torta forte di conoscenza. E non sarò mangiata.

(1) riferimento a una nota filastrocca: nella metafora finale la piccola Autrice la riprenderà rovesciandola.

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(tratto da: “This British Human Trafficking Survivor Was Forced to Have Sex 25 Times a Night — But Now Fights Modern Slavery”, di Imogen Calderwood per Global Citizen, 18 ottobre 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Soho red light district

(Il distretto “a luci rosse” di Soho, Londra. Immagine di Chris Goldberg.)

Sophie aveva appena compiuto 24 anni quando partì da Leeds per l’Italia insieme all’uomo che credeva fosse il suo migliore amico e il suo ragazzo. Pensava che si sarebbe trattato di una settimana di vacanza. Invece, sparì per sei mesi.

Il suo ragazzo l’aveva ingannata e la forzò a cominciare a prostituirsi affinché guadagnasse soldi per lui. La sottopose ad atti di bullismo, la picchiò e la costrinse a fare sesso con estranei. Sophie (uno pseudonimo) divenne ciò che non avrebbe mai immaginato.

Dopo sei mesi, Sophie riuscì a fuggire e ora dirige un programma di sostegno per le sopravvissute, le donne in Inghilterra che sono state identificate come trafficate. Questa è la sua storia:

“Kas disse, c’è qualcosa che puoi fare per me. C’è qualcosa che puoi fare per dimostrare che mi ami. Ho contratto un debito che dev’essere pagato. Tu lo ripagherai per me. Ti troverò un posto in cui lavorerai, per strada. E all’improvviso capii, come se fossi stata colpita fisicamente, che il lavoro nelle strade di cui parlava era la prostituzione.

E’ difficile immaginare di essere totalmente sotto controllo da parte di qualcuno. Io non pensavo neppure di mettere in discussione l’autorità di Kas su di me e gli credevo completamente quando diceva la mia parola è legge, devi fare quel che ti dico. Tutto quello a cui pensavo era il tentare di non fare nulla che potesse irritarlo. Persino il più piccolo, in apparenza il più insignificante degli errori lo rendeva furioso. Ero sempre spaventata.

(Un giorno) senza preavviso, si slanciò attraverso la stanza. Mi afferrò alla gola e prese a sbattere la mia testa sulla parete a piastrelle della doccia. Io cominciai ad annaspare e a tentare di riprendere il respiro. Stavo ancora boccheggiando quando mi afferrò di nuovo alla gola, sbatté di nuovo la mia testa sulla parete e gridò: Tenta di fare una sola fottuta cosa e vedrai cosa farò a te. Se tenti di andare da qualche parte, o di dirlo a qualcuno, ti uccido.

Sopravvivere diventò il separare la mia mente dal mio corpo. Se provavo a pensare ad altro ciò mi sconvolgeva e mi rendeva più difficile scollegarmi da quella che una volta era la mia realtà, ma ora era il mio passato. Quel che volevo, e quel che provavo, non avevano più importanza, perché il mio solo scopo era diventato guadagnare denaro per Kas.

Lavoravo sette notti a settimana, dalle 8 di sera sino alle 5-6 del mattino. Avevo una media di 25 clienti a notte e non ci volle molto perché il mio spirito andasse in pezzi. Ero così stanca che nulla sembrava avere importanza, non mi curavo di essere viva o morta.

Avevo clienti di tutte le età, dagli appena ventenni agli oltre sessantenni o persino più vecchi. E alcuni di loro avevano un bell’aspetto, cosa che non mi ero aspettata. Certamente non avrei immaginato che alcuni di loro fossero tipi normali, con fidanzate, o con mogli e figli.

Non mi sono mai, mai abituata al fatto che la maggioranza degli uomini che mi sceglievano sembravano considerare la cosa normale e chiaramente non provavano alcuna vergogna al riguardo. A volte uno mi chiedeva quanti anni avevo e quando glielo dicevo se ne usciva con ah, hai la stessa età di mia figlia. Il che era raccapricciante per me, ma sembrava non disturbare per niente gli uomini. Era un mondo bizzarro e surreale e sebbene nulla in esso mi fosse familiare, nulla mi sorprendeva davvero.

La mia vita si era ridotta a una manciata di funzioni basilari. Dormivo, mi alzavo, mangiavo, facevo sesso con estranei, tentavo di schivare la polizia o di essere aggredita da qualcuno, tornavo a casa, davo tutti i soldi che avevo guadagnato a Kas.

Un giorno, in uno dei suoi rari momenti di buonumore, mi disse che si era innamorato di me la prima volta in cui mi aveva vista. Come puoi amarmi? Cosa c’è da amare in me? Sono come uno zombie. Non parlo a meno che non mi si rivolga la parola, sorrido solo quando tu mi dici di farlo. Come puoi amare una persona del genere? Ma lui si limitò a ridere e disse: Sei pazza, donna. E’ tutto nella tua testa.

E per un momento, mi sono chiesta se forse mi amava veramente e se io non riuscivo a capirlo perché ero abituata a pensare di non poter essere amata.

E’ facile considerare le ragazze che lavorano sulle strade come lavative o drogate, senza mai pensare al perché si stanno prostituendo. E la verità è molte di loro sono state trafficate e lavorano per lunghe, miserabili ore che distruggono l’anima, a beneficio di uomini crudeli e violenti. Sono costantemente spaventate, non solo per quel che può accadere loro se non fanno quel che gli si dice, ma anche per le minacce assai reali dirette alle loro famiglie e alle persone che amano.

Robin, una poliziotta, mi chiese: Capisci cosa ti è successo? Di essere stata trafficata? Per quanto strano possa sembrare, non avevo mai pensato alla faccenda in quei termini.

Penso ancora a Kas, per qualche ragione, la maggior parte dei giorni. E a volte mi chiedo se sta facendo la stessa cosa ad altre ragazze e prego di no. Se dovessi trovarmelo davanti ora, avrei ancora paura di lui. Ma solo perché sono stata condizionata a temerlo. Sono più forte di prima, e non sono più sola, perciò so che non può ferirmi. E penso che avrei la forza di dirgli di lasciarmi in pace.”

Sophie ha creato nel 2012 la “Sophie Hayes Foundation”, che fornisce servizi di sostegno a donne e bambine che sono state trafficate. La sua testimonianza è tratta dal suo libro “Trafficked: My Story” ed è stata condivisa come parte di un evento organizzato da Equality Now a Soho, il distretto “a luci rosse” di Londra, il 18 ottobre 2017: in Gran Bretagna il 18 ottobre è il Giorno Anti-Schiavitù. Potete ascoltare la voce di Sophie e le voci di altre sopravvissute qui:

https://www.equalitynow.org/stories-of-human-trafficking-survivor-sex-trafficking

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(“Sexual Assault Survivors Are Caught Between A Rock And A Hard Place”, di Dina Honour, Bust Magazine, ottobre 2017, trad. Maria G. Di Rienzo. Dina è una scrittrice statunitense che vive con il marito e due figli in Danimarca.)

rock and hard place

Quando una denuncia di assalto sessuale o molestia che investe qualcuno di alto profilo raggiunge la stampa, potete star sicuri che la macchina del contrattacco andrà a velocità amplificata. Biasimo delle vittime, seguito da svergognamento delle vittime, il tutto circondato da un coro greco di “perché?”.

Perché lei non è venuta fuori prima? Perché non ha semplicemente detto “no”? Perché non l’ha detto a tutti, non ha interpellato la stampa, non denunciato penalmente e non ha difeso se stessa?

Come se fosse la cose più facile del mondo per una donna ergersi da sola nell’arena pubblica, che è già affamata e raglia per avere il suo sangue, e sbattere giù un sistema che ha aiutato e favorito i Golia per le ultime migliaia di anni.

Pure la questione permane, lasciando il retrogusto del dubbio sulle nostre lingue. Perché una donna che è stata umiliata e molestata dal suo capo, una donna che è stata stuprata, una donna che è stata picchiata sino a diventare coperta di lividi, non dovrebbe farsi avanti?

Perché? Perché le donne spesso esistono fra l’incudine e il martello (ndt.: “between a rock and a hard place”, letteralmente “fra una roccia e un luogo duro, difficile”. Trattandosi di metafora la traduzione è esatta, ma lo segnalo affinché sappiate a cosa si riferisce l’Autrice quando più avanti parla di “scheggiare le rocce”).

Una donna esiste in questo spazio ristretto, intrappolata fra due scelte sgradevoli – in qualunque momento si trovi a fidarsi dei suoi propri istinti (e degli istinti comuni trasmessi da donna a donna, generazione dopo generazione) per poter sopravvivere a una determinata situazione. Moltissime volte la situazione non è una minaccia di morte – l’essere zittite da qualcuno che ti parla addosso, l’essere interrotte, il vedere le tue idee rubate senza che ti sia dato credito. L’essere guardate in modo lascivo, toccate senza consenso, consigliate di sorridere. A volte, tuttavia, c’è ben di più in gioco del tuo ego o del tuo nome in calce a una pubblicazione.

E’ decisamente bizzarro pensare che un “NO!” gridato a voce alta basti a fermare uno stupro o un assalto sessuale. Semplicemente, non è vero. Le donne ovunque sanno che non è vero. Ciò che le donne anche sanno è che qualche volta la migliore probabilità di sopravvivenza sta interamente in un’altra direzione. Ma se lei non dice di no, la legge, i tribunali, la società (uomini E donne) presumono un certo livello di consenso.

Morte o stupro?

Sopravvivenza o aggressione?

Stuprata con più violenza o creduta in tribunale?

Incudine e martello.

Anche quando una donna dice “no”, se non è a volume abbastanza alto, ripetuto abbastanza, nel giusto tono, timbro e accordo – potremmo venir fuori con 1.000 differenti richieste – non è sufficiente. Perché? Perché quando una donna dice “no”, tutto quel che serva all’accusato è contraddirla. Se denuncia il fatto rischia che le sue azioni, i suoi vestiti, la sua sessualità, il suo consumo di alcolici e le sue scelte di vita siano messe in questione e giudicate, di solito come cattive… o tenta di muoversi in avanti nella sua vita sapendo che l’accusato l’ha fatta franca. Incudine e martello.

Una donna molestata sessualmente sul lavoro deve decidere se parlarne apertamente con la possibilità di rischiare la sua carriera, una promozione, la sua reputazione professionale. Deve decidere se denunciare il capo palpeggiatore all’ufficio personale vale il rischio. Incudine: capo lascivo che ti palpa il culo. Martello: brutte valutazioni che possono stroncare le sue prospettive di carriera, l’essere segnata sulla lista nera nell’intera industria, l’essere cacciata via dal lavoro.

Una donna in una situazione di violenza domestica deve calcolare le probabilità che il suo partner abusante metta in pratica le minacce di uccidere lei, i suoi parenti o i suoi bambini. Può dover decidere fra l’incudine della miseria finanziaria o il martello di un pugno in faccia a giovedì alternati.

Una donna che è molestata per strada pesa il rischio di reagire. Una donna a cui viene detto di sorridere deve decidere. L’incudine dell’umiliazione e della rabbia? O il martello della concreta possibilità di essere seguita, pedinata, o fisicamente in pericolo?

Le donne sono uccise per molto meno.

Le donne sanno, istintivamente e tramite esperienza, che dire “basta” o “no” a voce più alta, e persino dire qualcosa del tutto, è a volte pericoloso: economicamente, fisicamente, socialmente. Quando lo è, lei è costretta a scegliere l’opzione meno peggiore.

Quando l’opzione meno peggiore è l’umiliazione di dover sopportare il capo porco o degli adolescenti cafoni che ti chiamano “figona”, tu fai questi calcoli nella tua testa velocissimamente.

Quando l’opzione meno peggiore ti permette di sopravvivere, di lavorare, di muoverti in avanti, tu fai questi calcoli.

Non significa che la situazione ti piaccia. O che tu l’abbia provocata. Non la rende a posto. Non la giustifica. Non la fa legittima.

Però, di continuo, la scelta di una donna fra due opzioni schifose è usata contro di lei. Dev’esserle piaciuto. Se davvero la infastidiva avrebbe detto qualcosa. Se fosse vero si sarebbe fatta avanti. Vedo commenti benintenzionati di questo tipo per tutto il tempo.

Se si fosse trattato di me…

gli avrei tirato un pugno

avrei gridato

sarei andata via

avrei lottato con più forza

avrei divorziato

mi sarei difesa

La vita è in bianco e nero per coloro che non hanno mai camminato nelle scarpe altrui.

Contrariamente a quanto dice lo stereotipo, le donne sono abili in matematica. Lasciate che vi racconti dei calcoli mentali fatti dalla maggioranza delle donne in vari momenti della loro vita. Di quelli che comportano il misurare le probabilità di tornare a casa da sola la sera e arrivarci sana e salva e non stuprata. Le probabilità di continuare a camminare liberamente se reagisci a qualche molestia in strada, la sottrazione dell’affitto dal salario che potresti perdere se denunci il tuo collega.

Le donne crescono facendo il conto delle probabilità nel sottofondo delle loro menti. Diventa una seconda natura. Quando ti confronti con situazioni simili, scegli. E la scelta qualche volta si situa fra l’incudine e il martello.

Questo è ciò che le donne negli spazi femministi stanno tentando di dire all’esterno. L’eguaglianza, persino all’interno di leggi che proteggono da cose come l’aggressione e la molestia, è assai più complicata dal semplice dire no, allontanarsi o denunciare. Se tutto quel che serve fossero donne che dicono “no” con maggiore fermezza, il mondo sarebbe un posto diverso. E dannatamente più chiassoso.

E’ ingiusto porre il fardello della sopravvivenza, o di una vita priva di molestie, solo sulle spalle delle donne. Sì, le donne dovrebbero parlare, essere assertive e persino aggressive alle volte. Ma gli uomini devono imparare ad ascoltare.

L’onere non sta sulla donna che non deve farsi stuprare. L’onere sta sull’uomo che non deve stuprare.

L’onere non sta sulla donna che deve dire “No!” a voce più alta, uscire allo scoperto più velocemente, o parlarne. L’onere sta in primo luogo sugli uomini, nello smettere di fare quel che fanno.

In effetti, in tutti quei “perché” ciò che si nasconde fra le righe è questo: perché lei ha lasciato che le accadesse.

Le donne non si lasciano molestare. Le donne non si lasciano stuprare. Non si lasciano picchiare. Queste sono cose che sono fatte alle donne. Sono fatte alle donne da stupratori, violenti, molestatori. Non permettete a nessuno di spostare la colpa, o la responsabilità, o il linguaggio contro le donne.

Quel che state vedendo ora – la reazione, l’oltraggio – non è frutto di una piccola congrega di donne intenzionate a rendere miserabile la vita degli uomini. Le donne non odiano gli uomini. Al contrario, la maggior parte di noi li ama. Siamo sposate con loro, li cresciamo come figli, siamo loro amiche.

Il suono che sentite ora sono le donne che scheggiano le rocce (ndt. l’incudine), che spingono contro i luoghi difficili (ndt. il martello), assicurandosi maggior spazio pubblico. Sono le donne che tentato di forgiare uno spazio più ampio per vivere, amare e lavorare di modo da non essere costrette fra le due opzioni schifose. Incudine. Martello.

Non significa che non ci sia spazio per gli uomini. Significa solo che gli uomini devono diventare migliori nel condividere quello spazio.

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A poco a poco

(“bit by bit”, di Leonarda Carranza – in immagine – poeta e scrittrice contemporanea di origine salvadoregna. Fa parte del Collettivo “Pages on Fire” con cui tiene seminari sulla scrittura creativa e organizza eventi e letture pubbliche. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

leonarda

A poco a poco e passo dopo passo

Nonna mi insegna

i colori

A poco a poco

e passo dopo passo lei insegna

e io imparo

l’aspetto dell’indifferenza

come ci si sente a non essere volute

a non essere abbracciate o sostenute

a non sedersi nel suo grembo

A poco a poco

e passo dopo passo io apprendo

a non aspettarmi un sorriso

a non percepirla

Non vado da lei quando ho paura

Non chiedo di lei quando sono malata

E lei insegna

come le madri

e le bisnonne che sono venute prima le hanno insegnato

a stare indietro

a guardare

mentre lei offre se stessa e il suo amore a

corpi bianchi e di pelle chiara

E a poco a poco

e passo dopo passo

io imparo il colore

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catcall

“Come possiamo dichiarare di essere “scioccati” da una cultura in cui tutti viviamo, a cui tutti partecipiamo e di cui siamo complici?

La realtà sull’abuso sessuale è che esso accade perché gli uomini sono in una posizione di potere nella nostra società. Sono socializzati a credere di avere il diritto d’accesso ai corpi delle donne e sanno anche che i loro amici maschi li proteggeranno e persino scherzeranno insieme sul loro comportamento predatorio e continueranno ad essere “in fratellanza” con loro al di là di come trattano le donne. C’è una cultura fra gli uomini che incoraggia questo comportamento – riti di passaggio come andare nei locali in cui si fa spogliarello, il pagare per il sesso, il far pressione su giovani donne affinché eseguano vari atti sessuali copiati dalla pornografia e poi vantarsi di ciò o condividere le fotografie: tutto esiste per rinforzare l’idea che essere un uomo consista nell’oggettivare le donne.”

Meghan Murphy, 13 ottobre 2017 (trad. Maria G. Di Rienzo)

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