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Posts Tagged ‘animali’

(“Cows come from the sea…”, di Kristiina Ehin, poeta e scrittrice contemporanea, trad. Maria G. Di Rienzo. L’Autrice è nata nel 1977 in Estonia e là vive con il marito, il musicista Silver Sepp, e il loro figlio. I suoi lavori sono stati tradotti in tredici lingue e hanno vinto riconoscimenti un po’ ovunque. La quarta raccolta di versi di Kristiina ha ricevuto il più prestigioso premio per la poesia del suo paese: è stata scritta durante l’anno che lei ha passato come guardiana ambientalista su un’isola deserta, al largo della costa nord dell’Estonia.)

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Le mucche vengono dal mare

in questa mattina all’inizio del tempo

mucche verdi-blu

mammelle piene di latte marino salato

e la Madre del Mare le guida a riva

con una frusta di alghe (1)

Fanciulle del Mare venite a curare le mucche

e tenetevi al sicuro

di notte dai lascivi mandriani

Possano in autunno cento mucche verdi-blu

tornare qui nella baia fra pietre chiazzate

Possano le loro corna brillare nella foschia

e possano scintillare i vostri occhi

Ma mantenete i vostri cuori chiari e freddi

come la rugiada del mattino

Non potreste mai abituarvi alla vita delle donne umane

mette catene al cuore

i sogni non si avverano mai

e i sentimenti danno solo la stura al dolore

Gli individui sono belli ma crudeli

Si tengono fra simili come insetti

raccolgono l’oro dei sogni la notte

e lo sperperano tutto la mattina

Diventare la persona giusta per qualcuno significa essere

pericolosamente vicine a una stella umana

Ma i vostri occhi sono come il mare del mondo

e le stelle annegano in esso

Fanciulle del Mare venite a curare le mucche

Ma mantenete i vostri cuori chiari e freddi

come la rugiada del mattino

(1) di angiosperme – nell’originale sea-grass più esattamente: “erbe marine” che si riproducono grazie ai fiori

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(“An Indonesian Village’s First Female Chief Ended Illegal Logging With Spies and Checkpoints”, di Carolyn Beeler per Public Radio International, 30 dicembre 2016, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Una strada maestra che attraversa il distretto di Sedahan Jaya nel Borneo occidentale è solo una striscia di terra marrone. Ma è meglio della pozza di fango in cui soleva mutarsi dopo intense piogge. “La strada era in condizioni così cattive quando i bambini andavano a scuola che tornavano a casa con le gambe coperte di fango. – dice Hamisah, una residente locale – Questo era davvero triste per me.”

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Hamisah (in immagine), 43enne, ha due figli maschi e vive in una delle piccole case annidate lungo tale strada. Dal suo cortile, si possono scorgere alcune delle colline del parco nazionale di circa 400 miglia quadrate Gunung Palung: è da là che venivano le inondazioni, a causare problemi maggiori delle gambe infangate. Molti dei circa 900 residenti del villaggio di Hamisah sono contadini e lavorano nelle risaie dal verde iridescente che si situano sotto il parco.

“C’erano sempre inondazioni quando i contadini stavano per mietere il riso, perciò perdevamo i nostri raccolti.”, dice Hamisah. Il problema, aggiunge, era peggiorato dal disboscamento illegale nel parco. “A causa del taglio illegale, alcune colline non hanno più molti alberi, perciò la terra non può assorbire l’acqua della pioggia. – spiega Hamisah – Perciò, ogni anno, c’erano grosse inondazioni.”

Ho parlato con Hamisah nella stanza d’ingresso della sua casetta di legno, dove lei aveva disteso uno spesso tappeto porpora perché ci sedessimo insieme. Discuteva enfaticamente e gesticolando, apparendo vivace e professionale pur nel soffocante caldo tropicale e anche se si alzava ogni pochi minuti per scacciare le galline dalla porta d’ingresso.

Hamisah non è mai andata alle superiori e la gente dice che era timida. Ma le inondazioni e i problemi che esse causavano alla usa comunità l’hanno spinta in avanti: “Ho pensato che per me era il momento di essere coraggiosa e di presentare la mia candidatura a capo del villaggio.”

Non c’era mai stato prima un capo di sesso femminile nella zona, ma Hamisah si era costruita del sostegno. Aveva conosciuto un bel po’ di persone tramite il suo lavoro di assistente sanitaria, lavorando in una clinica locale alla cura delle persone con tubercolosi.

“Forse perché sono una donna, una madre, molta gente veniva da me se aveva problemi. – dice Hamisah – Io ascoltavo e tentavo di suggerire soluzioni. Così, dopo un po’, alcuni hanno cominciato a dirmi che avrei dovuto presentare la mia candidatura.” Lei lo fece, nel 2013, e vinse diventando la leader di Sidorejo nel distretto di Sedahan Jaya.

Hamisah si mise subito al lavoro per fermare la deforestazione illegale e cominciò dalle donne del villaggio. All’epoca, fra i disboscatori illegali, ce n’era solo uno che effettivamente viveva nel villaggio e lei parlò alla moglie di costui dei pericoli che correva: e se si fosse tagliato con la sega, chiese, e se un albero gli fosse caduto addosso? “Feci in modo che sua moglie gli parlasse di questo e lo incitasse a smettere.” Funzionò. L’uomo appese la sega al chiodo e trovò lavoro nell’edilizia.

“Negli altri casi, chiesi alle donne che futuro volevano per i loro bambini, per le foreste e per alcuni tipi di flora e fauna di cui avevano cura. – prosegue Hamisah – Questa è la mia strategia: dire alle donne perché dobbiamo proteggere il villaggio.”

Tuttavia, quelli che tagliavano gli alberi nelle foreste che circondano il villaggio venivano in effetti da fuori di esso. Ma poiché Hamisah aveva i residenti locali dalla propria parte, ne reclutò alcuni affinché fermassero i disboscatori che attraversavano il villaggio per raggiungere le foreste. Hamisah chiama le/i suoi aiutanti “spie”. Una è una negoziante di nome Selamat, che lavora in un chiosco distante pochi minuti di strada dalla casa di Hamisah: “Mi chiese di prestare attenzione a chi guidava mezzi portando una sega. Io dissi di sì, perché volevo essere d’aiuto.” Quando Selamat individuava un disboscatore, doveva chiamare la “spia” successiva lungo la strada, un uomo di nome Ridwan, che avrebbe fermato l’automobile e tentato di convincere il guidatore a tornare indietro.”

Ridwan ha raccontato uno dei blocchi che ha effettuato nell’agosto 2014: “Il tipo era molto arrabbiato, mi disse che non avrebbe venduto il legno e che voleva solo costruire una casa. Ha tirato fuori ogni tipo di argomenti ma alla fine se n’è andato.”

La rete creata da Hamisah ha fermato cinque disboscatori illegali nel suo primo anno e mezzo da capo del villaggio. Ridwan dice che attorno al villaggio nessuno tenta più di tagliare alberi e attribuisce in larga parte il fatto alla guida di Hamisah: “Lei non è come un uomo che si arrabbia subito, lei ha più disciplina. E’ diretta e dura, ma è il tipo di leader che riesce a far cooperare chiunque con lei e a seguirla.”

Il villaggio ha ottenuto anche cure sanitarie meno costose nella clinica dove Hamisah lavora perché ha fermato il disboscamento illegale. La clinica infatti incentiva la conservazione delle foreste offrendo sconti agli abitanti dei villaggi che lo hanno impedito o diminuito.

Il villaggio di Hamisah è un piccolo luogo. Solo sei disboscatori sono stati fermati sino ad ora. Nel frattempo, le foreste indonesiane vengono ancora perdute su larga scala e molta di questa perdita avviene in modo legale. Tutta questa deforestazione ha reso il paese uno dei primi emissori di gas a effetto serra del mondo.

Hamisah sa questo, ma attesta di essere felice per quel che è riuscita ad ottenere: “E non solo io sono felice. Tutte le donne qui intorno si sentono vincitrici perché abbiamo fermato i disboscatori.”

Hamisah dice che la sua esperienza è la prova che se lei può fare la differenza nella sua comunità, chiunque altro può. E che tante piccole differenze possono sommarsi sino a diventare qualcosa di grande.

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(“All Together, We Can Create Miracles” di Martha Llano per World Pulse, 20 dicembre 2016, trad. Maria G. Di Rienzo. Martha è, nelle sue stesse parole, una narratrice – l’originale cuentista suona e spiega meglio, ma ahimè non ho trovato una traduzione migliore – fotografa, sognatrice, poeta e innamorata degli alberi. E’ anche una straordinaria e resistente attivista ambientalista. Martha è nata e vive in Colombia.)

martha

Se preservare le nostre specie viventi è una sfida, proteggere i nostri alberi è una sfida ancora più grande. Una terra protetta sembra un’utopia. La mia visione del proteggere gli alberi sostenendo nel contempo le nostre specie viventi è stata considerata una sorta di follia.

Ma io non sono una pazza.

Io credo che noi abbiamo bisogno degli alberi quanto abbiamo bisogno di acqua, aria e terra. Sapendo questo nel profondo del cuore, ho deciso più di vent’anni fa di proteggere la terra, di proteggere gli alberi, di proteggere l’aria, di proteggere l’acqua. Queste sono le risorse di cui abbiamo bisogno per proteggere tutte le specie viventi. Conservare il nostro pianeta mentre avanziamo richiede un delicato equilibrio.

Nei due decenni passati ho lavorato per proteggere la terra attorno a una città in espansione. Dove io posso vedere aria pura, altri vedono solo fumo. Dove io posso vedere acqua pura, altri vedono piscine. Dove io vedo alberi, altri vedono edifici. Quando cammino io vedo uccelli, mammiferi e farfalle: i fautori dello “sviluppo” vedono solo spazio per più edifici.

Ci sono molti che stanno tentando di arrivare a questi straordinari territori per conquistarli con lo scopo di aver più soldi nei loro conti bancari. Per molti anni, ho tentato di istruire le persone che vivono in città sul fatto che il miglior conto bancario è lasciare la natura intatta. In natura noi scopriamo la capacità di essere flessibili e recuperare come il principio più importante: può insegnarci tutto il resto.

Il mio progetto, che io chiamo “Resiliencias”, è lo sforzo di collegare le aree preservate private del mio paese. Nel mio sforzo ho incontrato moltissime difficoltà, ma almeno altrettanti miracoli. Sì, miracoli. I miracoli accadono ogni volta in cui fronteggio un ostacolo nel connettere terra, donne e alberi. Questi miracoli sono possibili solo quando noi crediamo profondamente in noi stesse e in ciò che i nostri corpi ci dicono.

Quando sono stata scelta come “guida influente” da World Pulse, il mio problema principale era dovermi concentrare su un solo soggetto. Vivere in Colombia, un paese in guerra, significa che non ti è concesso fare una cosa alla volta. Dobbiamo pensare velocemente e creare differenti e complesse strategie. E’ normale avere approcci multipli allo stesso problema, solo per precauzione.

Ma le cose stanno cambiando nel mio paese. Nella sezione centrale delle Ande, a 2.600 metri sul livello del mare, la vita sembra diversa ora. E’ un habitat più pacifico e mi ha dato la forza, il tempo e l’energia per cominciare a parlare alle donne di argomenti di cui non avevo mai parlato loro in precedenza. La sopravvivenza veniva sempre prima: cibo, rifugio, salute. Ora, stiamo facendo lavoro di conservazione e abbiamo creato una prima rete tramite WhatsApp per condividere idee su come preservare le nostre specie viventi, alcuni semi, alcuni alberi. Questa rete sarà connessa a una più vasta, prima in Colombia, poi nel resto del mondo.

Dobbiamo essere tutte collegate per poterci aiutare reciprocamente. Possiamo trovare soluzioni. Possiamo condividere esperienze. Possiamo educare la società civile sull’importanza degli alberi e della preservazione delle terre per la nostra stessa sopravvivenza.

L’altra mia difficoltà è stata il tempo. Ho avuto solo un breve periodo per raccogliere informazioni per un nuovo sito web e per disegnarlo. Sono stata in grado di comprare il dominio solo pochi giorni fa e presto riempirò il sito con tutte le informazioni necessarie a proteggere suolo e alberi e a collegare la gente “verde” ai verdi alberi in tutto il pianeta. Tutto questo in un unico spazio.

Insieme, se abbiamo le informazioni giuste e le connessioni adeguate, e se crediamo in noi stesse, noi possiamo creare miracoli.

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Insegnare agli umani non è facile…

michelle-barker

(“Teaching an Old Dog”, di Michelle Barker – in immagine qui sopra – poeta e scrittrice contemporanea. Vive a Hatley, nel Quebec, con la sua famiglia e un vasto assortimento di animali: fra cui la sua cagna, protagonista del testo seguente.)

Ogni pomeriggio la mia cagna

mi porta a fare una passeggiata.

Cominciamo con il diventare

molto esaltate

correndo in cerchi di gratitudine nell’atrio

alla mera idea di passeggiare.

Una volta fuori, lei mi fa far pratica

delle mie lezioni.

Corri più veloce che puoi

senza alcuna ragione.

Dai la caccia a cose che

non hai alcuna speranza di prendere.

Metti da parte le linee diritte.

Entra in ogni pozzanghera.

Ascolta.

Qui, dice lei, qui

è passato un cervo.

Lei è paziente con me,

indica con il muso

mi esorta ad annusare io stessa

ma io non lo faccio, ovviamente,

perché sono una cagna anziana

e c’è un limite

a quel che posso imparare.

A volte lei corre avanti

poi si ferma nel mezzo della strada

e si volta a guardarmi.

Questo è un test.

Stai componendo poesia

nella tua testa, dirà.

Stai ripassando conversazioni

che non accadranno mai.

E io mi riprendo

e ricordo il miglior trucco

che lei mi ha insegnato finora –

camminare

come se ogni parte di me

stesse ascoltando dio.abbraccio

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Giorno d’estate

(“The Summer Day”, di Mary Oliver, poeta contemporanea. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

summer field

Chi ha fatto il mondo?

Chi ha fatto il cigno, e l’orso nero?

Chi ha fatto la cavalletta?

Questa cavalletta, intendo –

quella che si è lanciata fuori dall’erba,

quella che sta mangiando zucchero dalla mia mano,

che sta muovendo le mascelle avanti e indietro invece che su e giù –

che sta osservando in giro con i suoi enormi e complicati occhi.

Ora solleva i suoi pallidi avambracci e si lava meticolosamente la faccia.

Ora apre di scatto le sue ali, e fluttua via.

Io non so esattamente cos’è una preghiera.

Io so come prestare attenzione, come cadere giù

nell’erba, come inginocchiarmi nell’erba,

come essere indolente e beata, come andare a passeggio per i campi,

che è quel che ho fatto tutto il giorno.

Dimmi, cos’altro avrei dovuto fare?

Non muore ogni cosa alla fine, e troppo presto?

Dimmi, cosa intendi fare

della tua unica selvaggia e preziosa vita?

osservazione reciproca

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friendly reminder

Qui c’è un amichevole promemoria sul fatto che la voce negativa nella tua testa non sei tu e che tu sei, in effetti, fottutamente deliziosa.

you are complete

Tu sei una persona intera. Tu sei completa.

opinions

Comprendi che le opinioni delle altre persone su di te dicono di più su di loro di quanto dicano di te.

Kate Allan (in immagine sotto questo paragrafo), l’artista, crea disegni da quando ha memoria, ma ha cominciato a produrne di specifici con ispirazioni positive nel momento in cui ha dovuto affrontare un duro periodo di depressione attorno ai vent’anni: “Non riuscivo più a tenere il passo con gli studi e di conseguenza li ho abbandonati; un’amicizia delle più strette si è chiusa malamente e il matrimonio dei miei genitori stava andando a rotoli. Disegnare animali colorati con messaggi terapeutici mi ha aiutata a risalire.”

kate allan

Quindi se oggi vi sentite giù di corda e in testa vi girano solo pensieri deprimenti, perché qualcuno vi ha ferito o disturbato commentando il vostro aspetto e le vostre scelte, leggete le parole di Kate e sappiate che esprimono esattamente ciò che io sento per voi. Maria G. Di Rienzo

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simona e zabka

Simona Kossak (1943 – 2007), polacca, era una scienziata, un’ecologista che ha lottato per la protezione delle più antiche foreste d’Europa, una documentarista pluripremiata e una conduttrice radiofonica, nonché una zoopsicologa. Per più di trent’anni ha vissuto in una capanna nella foresta di Białowieża, senza elettricità o accesso all’acqua corrente. La chiamavano strega, perché parlava con gli animali, aveva allestito un rifugio per loro e uno studio veterinario per curarli: una lince dormiva nel suo letto e una femmina di cinghiale, Żabka, visse con lei per 17 anni; allevò una cucciolata di cervi che la ritenevano la loro madre e strinse amicizia con il famoso corvo-terrorista che faceva dispetti a tutto il mondo, fuorché a lei.

I brani seguenti sono tratti dal libro di Anna Kamińska “Simona. Opowieść o niezwyczajnym życiu Simony Kossak”, uscito nel luglio 2015. Le immagini sono di Lech Wilczek.

La gente chiamava il corvo un villano domestico e un ladro. Terrorizzò metà dell’area di Białowieża. Rubava pacchetti di sigarette, spazzole per capelli, forbici, arnesi da taglio, trappole per topi e blocchetti per appunti. Attaccava i ciclisti e quando cadevano faceva a pezzi i sedili delle biciclette. Rubava le salsicce ai taglialegna nei boschi e faceva buchi nelle borse delle spesa. La gente pensava che Korasek – perché così si chiamava – fosse una forma di castigo per i peccatori.” Agli amici di Simona rubò di tutto, chiavi della macchina, documenti, eccetera ma bastava promettergli un uovo e insistere un po’ e Korasek, anche se di malavoglia e con ben poca grazia, restituiva il bottino.

simona e il corvo terrorista

Simona raccontò: Un giorno i cervi, che avevo allevato con il biberon e che per molti anni mi seguirono nei boschi, manifestarono segni di paura e non vollero entrare nella foresta a pascolare. Come mi ci diressi io si fermarono, le orecchie rizzate e il pelo diritto sul fondoschiena. In apparenza doveva esserci qualcosa di assai minaccioso nella foresta. Attraversai metà dello spazio aperto e mi fermai, perché i cervi stavano producendo un terribile coro di latrati alle mie spalle. Mi voltai e ce n’erano cinque, rigidi sulle zampe, che mi guardavano e chiamavano: Non andare, non andare, c’è la morte laggiù! Devo ammetterlo, restai di stucco ma alla fine andai. E trovai che c’erano tracce di una lince, una lince aveva attraversato la foresta. Trovai le sue feci più avanti. Cos’era successo? Un carnivoro era entrato nella fattoria, i cervi lo avevano notato ed erano spaventati. Poi hanno visto la loro “madre” andare verso la morte, completamente inconsapevole, e dovevano avvisarla – per me, lo dico onestamente, quel giorno fu una conquista. Avevo attraversato il confine che ci divide dagli animali, un muro che non sembrava possibile abbattere. Se mi avevano avvisata voleva dire una sola cosa: sei un membro del branco, non vogliamo che tu sia ferita. Ho rivissuto questo momento molte volte e persino oggi, quando ci penso, provo un senso di calore al cuore.” La madre cerva si era avvicinata alla capanna, aveva accettato lo zucchero offertole da Simona e poi aveva partorito i suoi cuccioli in quel luogo ospitale.

simona e i cervi

Con il tempo, altri animali apparvero nel rifugio di Simona accanto alla casa. Una cicogna nera per cui Simona allestì un nido nella propria stanza, un bassotto e una lince femmina che dormivano con lei, pavoni. Li curava, li abbracciava, li osservava. Allevò due alci orfani. Portava il ratto femmina Kanalia nella manica, perché la bestiola temeva gli spazi aperti. Ospitava i grilli in un contenitore di vetro. Prediceva che tempo avrebbe fatto studiando i pipistrelli che abitavano in cantina. Il serraglio aumentava ogni anno.”

Nell’inverno del 1993, Simona cominciò la sua battaglia per salvare linci e lupi di Białowieża dall’estinzione. I ricercatori dell’Accademia polacca delle Scienze avevano in mente di effettuare studi telemetrici, mettendo collari con trasmettitori radio agli animali. Ma prima dovevano catturarli. Si scoprì che i ricercatori avevano messo trappole per lupi e linci, del tipo proibito dalla legge polacca. Simona Kossak mostrò ai giornalisti ciò che aveva trovato nei boschi: pesanti ganasce metalliche. Ci volevano due uomini per aprirle. Poco dopo la denuncia di Simona e la rimozione delle trappole, un branco di lupi si avvicinò alla sua casa nella foresta, ululando tremendamente. “E’ stato un inno di gratitudine per aver salvato le loro vite. – disse l’ecologista ai giornalisti – I lupi non si avvicinano mai agli edifici se possono evitarlo, sono troppo spaventosi per loro. Forse hanno percepito l’aura amichevole che emana dalla capanna.” Maria G. Di Rienzo

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