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I am queen mary

(immagine di Nick Furbo)

Il 1° ottobre 1878, esasperati per le condizioni oppressive in cui li tenevano i colonizzatori danesi (e per l’ennesimo omicidio impunito di uno di loro), i lavoratori e le lavoratrici dell’isola caraibica di St. Croix diedero fuoco a case, zuccherifici e circa 50 piantagioni di canna da zucchero.

Ad organizzare la rivolta, la più grande nella storia coloniale danese e ricordata come “L’Incendio”, furono tre donne: i loro compagni e le loro compagne le chiamavano Regina Mary (ma lei, il cui nome completo era Mary Thomas, preferiva rispondere all’appellativo “Capitana”), Regina Agnes e Regina Mathilda. La rivolta infine fallì e le tre regine più una quarta donna, Susanna Abrahamson, furono processate e incarcerate per parte della sentenza nella prigione femminile di Copenaghen.

La Danimarca aveva proibito il traffico transatlantico di schiavi nel 1792, ma solo sulla carta. La legge divenne effettiva 11 anni più tardi e la schiavitù rimase comunque in vigore sino al 1848.

Il 3 marzo 1917, il paese vendette St. Croix e altre due isole, St. John e St. Thomas agli Stati Uniti per 25 milioni di dollari: sono quelle che oggi si chiamano Virgin Islands.

La statua di Mary Thomas è stata eretta a Copenaghen il 31 marzo scorso, davanti al Magazzino delle Indie Occidentali, che un tempo conteneva zucchero, rum e altre produzioni provenienti dalla colonie danesi nei Caraibi. L’edificio ora è uno spazio espositivo.

“Io sono la Regina Mary”, questo il nome dell’opera, è la prima statua di una donna di colore ad apparire in uno spazio pubblico in Danimarca ed è stata creata da due altre donne, le scultrici Jeannette Ehlers e La Vaughn Belle (qui sotto nell’immagine di Nikolaj Recke).

Jeannette Ehlers e La Vaughn Belle

La Regina Mary sta su quella che appare come una sedia impagliata dal largo schienale, regge nella mano destra l’attrezzo per tagliare la canna da zucchero e nella sinistra una torcia. Alla base del sedile è incorporato del corallo prelevato a St. Croix, quello stesso corallo che gli schiavi recuperavano e intagliavano per costruire le fondamenta degli edifici sull’isola.

“Il nostro progetto riguarda la sfida alla memoria collettiva danese e il suo conseguente cambiamento.”, ha spiegato l’artista La Vaughn Belle, che proviene proprio dalle Virgin Islands. Inoltre, ha sottolineato la sua compagna danese in quest’impresa, Jeannette Ehlers: “Il 99% delle statue presenti in Danimarca raffigurano maschi bianchi.”

Maria G. Di Rienzo

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mina

Questa è Mina Jaf, femminista curda irachena, fondatrice nel 2015 dell’ong Women Refugee Route, Vice Presidente dal 2017 della Rete Europea delle Donne Migranti e alla fine dello stesso anno premiata come a Bruxelles con il Women of Europe Award nella categoria “giovani attiviste”.

Mina è nata nel 1988, durante un attacco al suo villaggio effettuato con gas chimici: divenne una rifugiata nel momento stesso in cui vedeva la luce. La sua famiglia fuggì attraverso le montagne e visse vagabondando fra Iraq e Iran per i seguenti 11 anni, a volte senza passare più di una notte nel medesimo luogo, sino a quando madre e figli riuscirono a trasferirsi in Europa. Con i suoi familiari, Mina ha trascorso i tre anni successivi nei centri per i richiedenti asilo della Danimarca, prima che la loro condizione fosse finalmente stabilizzata.

Per tutta la sua infanzia Mina ha ascoltato, spesso fingendo di dormire, le storie orripilanti delle violenze subite dalle donne sfollate provenienti da mille luoghi diversi, dalla Bosnia alla Somalia: stupro e violenza domestica, la stigmatizzazione e la vergogna che circondavano le loro esperienze, il poterle condividere solo in sussurri nella notte. Mina è cresciuta con la determinazione di lottare per i loro diritti.

Oggi lavora non solo nella Danimarca di cui è orgogliosa cittadina, ma in Belgio (con lo Stairpont Project), Grecia e Italia e ovunque vi siano alte concentrazioni di migranti/rifugiati. Parla sette lingue: “Fatico ogni giorno per trovare le parole giuste con cui dire alle donne questa cosa: Se sei stata stuprata, al centro accoglienza o durante il tuo viaggio, devi dirlo. Se ometti questa informazione – perché hai paura, perché ti vergogni, per via dei tabù – non avrai una seconda possibilità.” Adesso Mina sta creando un’organizzazione di traduttrici, sapendo che le donne parlano più volentieri e facilmente con le loro simili: “La lezione più importante che ho appreso lavorando sul campo è questa: il modo in cui l’informazione è data è cruciale quanto il tipo di informazione data.”

Il 15 maggio scorso Mina Jaf ha parlato alle Nazioni Unite in un incontro dedicato alla violenza sessuale durante i conflitti. Non ha solo dettagliato molto bene la situazione mondiale, non ha solo spiegato cosa la violenza sessuale è: “un crimine di genere usato per svergognare, esercitare potere e rinforzare le norme di genere”, ha detto loro chiaro e tondo cosa bisogna fare:

“Promuovere l’eguaglianza di genere e il potenziamento di donne e bambine come fondamento a tutti gli sforzi per prevenire e affrontare la violenza sessuale durante i conflitti e sostenere le organizzazione delle donne che lavorano in prima linea;

Unirsi alla Chiamata all’Azione per la protezione dalla violenza di genere durante le emergenze e sostenerla;

Assicurarsi che l’Accordo Globale per i Rifugiati, che sarà completato nel 2018, sia progressivo per le donne e le bambine rifugiate;

Confermare i diritti di tutti i rifugiati migliorando urgentemente l’accesso alla protezione internazionale con le visa umanitarie, i reinsediamenti dei rifugiati, il più vasto accesso all’informazione e ad audizioni imparziali;

Assicurarsi che l’aiuto umanitario si accordi al diritto umanitario internazionale e non sia soggetto a limitazioni imposte dai donatori, come il negare l’accesso ai servizi sanitari per la salute sessuale e riproduttiva quali l’interruzione di gravidanza;

Impegnarsi in programmi che siano aggiornati con analisi di genere, che riconoscano le necessità di tutte le sopravvissute e includano dati disaggregati per sesso ed età: questo deve comprendere l’addestramento alla sensibilità di genere per chiunque lavori con le sopravvissute sul campo e l’inclusione delle sopravvissute nella consultazione sulle individuali strategie di protezione;

Limitare il flusso delle armi leggere ratificando il Trattato sul Commercio delle Armi e implementandolo tramite leggi e regolamenti nazionali.

Non è sufficiente condannare gli atti di violenza sessuale durante i conflitti. Chiunque sia presente qui oggi è responsabile del porvi fine, del portare tutti i perpetratori davanti alla giustizia e del mettere le donne all’inizio e al centro di ogni responso per prevenire la violenza.

Maria G. Di Rienzo

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“Quando parlo con adolescenti accade che non riconoscano sempre come violenza ciò di cui stanno facendo esperienza in una relazione. Per una gran parte di loro si tratta del primo incontro in uno scenario “romantico”, perciò possono non sapere che non è sano. Il punto d’inizio della prevenzione, per fermare la cosa ancor prima che inizi, è che noi si voglia comunicare agli adolescenti messaggi relativi alle buone relazioni. Cioè, che tu hai il diritto di essere al sicuro in una relazione e che se un partner ti fa provare paura o ti ferisce questo non va bene, e che tu hai il diritto di andartene e chiedere aiuto.” Deinera Exner-Cortes, ricercatrice alla facoltà di Assistenza Sociale dell’Università di Calgary, Canada. La sua ultima ricerca in merito (2017) mostra come la violenza nelle relazioni fra adolescenti sia parte di un ciclo che si propaga sino all’età adulta.

Tutto giustissimo. C’è un solo punto debole: che la comunicazione sembra diretta principalmente alle potenziali vittime e non ai perpetratori.

In Danimarca, il piano nazionale d’azione contro la violenza di genere prevede speciali iniziative sulle relazioni dirette alla fascia d’età 15-18 anni. Oltre ad aver creato specifici programmi di orientamento e sostegno per le giovani vittime tenuti da personale debitamente formato, organizza nelle scuole giornate tematiche sulla violenza nelle relazioni e dedica ad esse persino un concorso, in cui gli/le studenti possono esprimere i loro sentimenti e ragionamenti tramite racconti, canzoni e varie forme d’arte visiva.

Questo va ancora meglio. Le iniziative sono riuscite a nominare la violenza contro le donne come il principale problema da risolvere nell’intero scenario (se non altro, le percentuali costringono a farlo), il discorso comunicativo si è allargato, ma i messaggi appaiono ancora come diretti in primo luogo alle potenziali vittime e non ai perpetratori.

Su questi giovani picchiatori – stupratori – assassini, soprattutto in Italia e soprattutto se sono italiani, c’è un sacco di gente che “non vuole giudicare” e sostiene che “dobbiamo interrogarci” e cerca di scavare ragioni da miti greci e pistolotti psico-sociologici e riveriti autori. In pratica, nessuno vuol dire all’assassino di Noemi Durini che uccidere è sbagliato, usando come pretesto il fatto che l’autore dell’omicidio ha 17 anni.

Naturalmente, se ne avesse avuti 27 o 37 dovremmo interrogarci sulla disperazione di una generazione senza futuro, e se ne avesse avuto 47 o 57 o 67 ecc. dovremmo interrogarci sull’ansia di generazioni in cui la mascolinità si sente messa in pericolo dalla parità sociale fra donne e uomini (che in Italia esiste solo – e nemmeno sempre – sulla carta) eccetera, eccetera. Quindi: ai perpetratori di femicidio / femminicidio, qualsiasi sia la loro età, è dovuto un lungo e dettagliato rendiconto di vicende storiche e personali atto a “comprendere” le loro motivazioni. Nessuna condanna, se non quella d’obbligo contenuta nelle frasi trite del tipo “ovviamente non avrebbe dovuto, però…”.

Però non riusciamo a dire che sì, le donne muoiono per mano degli uomini molto molto molto più del contrario. Non riusciamo a dire che la violenza nei loro confronti ha le sue origini nei prodotti del patriarcato: sessismo, misoginia, discriminazione di genere. Non riusciamo a dire che la violenza contro le donne è di continuo razionalizzata, giustificata, glorificata ed erotizzata.

Ma se non riusciamo a dirlo, non c’è alcuna speranza che la violenza cessi.

Se non riusciamo a dirlo, trovare la prossima Noemi sotto un mucchio di pietre è solo questione di tempo.

Se non riusciamo a dirlo e ad agire di conseguenza, la prossima Noemi l’avremo uccisa anche noi.

Maria G. Di Rienzo

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(di Tanja Rahm, ex prostituta, aprile 2016, trad. Maria G. Di Rienzo. Tanja ha passato tre anni in differenti bordelli danesi e ha lasciato la prostituzione a 23 anni diventando in seguito terapeuta, sessuologa e conferenziera. Questa sua lettera è una delle 18 storie personali pubblicate in “Prostitution Narratives: Stories of Survival in the Sex Trade”, un nuovo libro di Caroline Norma e Melinda Tankard Reist.)

tanja

Caro acquirente di sesso,

se pensi che io mi sia mai sentita attratta da te ti sbagli di grosso. Non ho mai avuto il desiderio di andare al lavoro, neppure una volta. L’unica cosa che avevo in mente era fare soldi, in fretta.

Non confondere questo con i “soldi facili”: non è mai stato facile. Veloce, sì. Perché io ho imparato rapidamente i molti trucchi per farti venire il più presto possibile, di modo che tu ti togliessi da sopra di me, da sotto di me o da dietro di me.

E no, non mi hai mai eccitata durante la faccenda. Ero una grande attrice. Per anni ho avuto l’opportunità di esercitarmi gratis. In effetti, la cosa ricade sotto il concetto di “multi-tasking”. Perché mentre tu giacevi là, i miei pensieri erano sempre da qualche altra parte. Una qualche parte in cui non avevo a che fare con te che succhiavi via il rispetto di me stessa, senza impiegare neppure 10 secondi per renderti conto di cosa la situazione era in realtà, o per guardarmi negli occhi.

Se hai pensato che mi stavi facendo un favore pagandomi per 30 minuti o per un’ora, ti sbagliavi. Preferivo averti dentro e fuori nel minor tempo possibile. Quando hai creduto di essere il mio nobile salvatore, chiedendo come mai una ragazza carina come me stava in un posto come quello, hai subito perso l’aureola con la frase successiva che mi chiedeva di stare sdraiata sulla schiena, e poi hai messo il maggior impegno possibile a tastare il mio corpo con le mani. A dire il vero, avrei preferito che tu ti fossi messo sulla schiena e mi avessi lasciato fare il mio lavoro.

Quando hai pensato che potevi incrementare la tua mascolinità portandomi all’orgasmo, sappi che fingevo. Avrei potuto vincere una medaglia d’oro da quanto bene fingevo. Fingevo così tanto che la receptionist quasi cadeva dalla sua sedia dal ridere. Che ti aspettavi? Forse quel giorno eri il numero tre, o il numero cinque, o il numero otto.

Credevi sul serio che io fossi in grado di eccitarmi mentalmente o fisicamente facendo sesso con uomini che non avevo scelto? Non è mai successo. I miei genitali bruciavano, per il lubrificante e i preservativi. Ed ero stanca. Così stanca che spesso dovevo stare attenta a non chiudere gli occhi per la paura di addormentarmi mentre continuavo a gemere automaticamente.

Se hai pensato di pagare per la lealtà o le due chiacchiere, pensaci un’altra volta. Io avevo interesse zero per le tue scuse. Non me fregava nulla che tua moglie avesse dolori pelvici e che tu non potevi stare senza sesso, ne’ di qualsiasi altra patetica scusa hai offerto per essere venuto a comprare sesso da me. Quando hai pensato che io ti capivo e provavo simpatia per te, era tutta una balla. Non avevo altro che disprezzo nei tuoi confronti e allo stesso tempo tu distruggevi qualcosa dentro di me. Tu seminavi il dubbio, in me, il dubbio che tutti gli uomini fossero cinici e sleali come tu eri.

Quando hai lodato la mia apparenza, il mio corpo o le mie abilità sessuali, sarebbe stato lo stesso se tu mi avessi vomitato addosso. Tu non vedevi la persona dietro la maschera. Tu vedevi solo quello che confermava la tua illusione di una donna eccitante provvista di un insaziabile desiderio sessuale.

In realtà, tu non hai mai detto quel che pensavi io volessi sentire. Invece, hai detto quel che tu stesso avevi bisogno di sentire. Dire quello era necessario a preservare la tua illusione e al prevenirti dal riflettere sul come ero finita là a vent’anni di età. Di base, non te importava nulla. Perché tu avevi un solo scopo, che era quello di dimostrare il tuo potere pagandomi per usare il mio corpo come più ti piaceva.

Quando appariva una goccia di sangue sul preservativo non era perché mi erano appena venute le mestruazioni. Era perché il mio corpo era una macchina, una macchina che non doveva interrompersi per il ciclo mensile, perciò inserivo una spugna in vagina quando avevo le mestruazioni: per essere in grado di continuare fra le lenzuola.

E no, non sono andata a casa dopo che tu hai finito. Ho continuato a lavorare, dicendo al cliente successivo la stessa identica storia che avevi sentito tu. Ma tu eri così preso dalla tua frenesia che una piccola goccia di sangue mestruale non ti ha fermato.

Quando arrivavi con oggetti, lingerie, costumi o giocattoli, e volevi il gioco di ruolo erotico, la mia macchina interiore prendeva il controllo. Io ero disgustata da te e dalle tue spesso malate fantasie. Lo stesso vale per le volte in cui hai sorriso e mi hai detto che dimostravo 17 anni. Non aiutava che tu ne avessi 50, 60, 70 o fossi ancora più vecchio.

Quando hai regolarmente violato i miei limiti, sia baciandomi, o inserendo le tue dita dentro di me, o togliendoti il condom, lo hai fatto sapendo perfettamente che era contro le regole. Stavi esaminando la mia capacità di dire di no. E te la godevi. Quando non obiettavo abbastanza chiaramente, o quando spesso semplicemente ignoravo la cosa, tu la usavi in modo perverso per mostrare quanto potere avevi e come potevi oltrepassare i miei limiti.

Quando infine ti dicevo di andartene e chiarivo che non volevo più averti come cliente se non potevi rispettare le regole, tu insultavi me e il mio ruolo come prostituta. Eri condiscendente, minaccioso e cafone.

Quando tu compri sesso, ciò dice molto di te, della tua umanità e della tua sessualità. Per me, è un segno della tua debolezza, anche se tu la confondi con un senso malato di potere e status.

Tu pensi di avere un diritto. Voglio dire, le prostitute sono là fuori comunque, giusto? Ma loro sono prostitute solo perché uomini come te sono messi di traverso a una relazione sana e rispettosa fra uomini e donne.

Le prostitute esistono solo perché uomini come te sentono di avere il diritto di soddisfare le loro urgenze sessuali usando gli orifizi dei corpi di altre persone.

Le prostitute esistono perché tu e i tuoi pari pensate che la vostra sessualità richieda l’accesso al sesso quando vi pare e piace.

Le prostitute esistono perché tu sei un misogino e perché sei più preoccupato dei tuoi bisogni sessuali che delle relazioni in cui la tua sessualità potrebbe davvero fiorire.

Quando compri sesso, ciò rivela che non hai trovato il fulcro all’interno della tua stessa sessualità. Mi dispiace per te, davvero. Rivela che sei così mediocre da pensare che il sesso giri tutto attorno all’eiaculare nella vagina di un’estranea. E se una non è portata di mano, il luogo dove puoi pagare una donna sconosciuta per poterti svuotare in una gomma mentre sei dentro di lei non è mai più lontano di giù in strada.

Che uomo insignificante e frustrato devi essere. Un uomo incapace di creare relazioni profonde e intime, in cui la connessione scorre più profondamente della tua sola eiaculazione.

Un uomo che esprime i suoi sentimenti tramite i suoi orgasmi, che non ha la capacità di verbalizzarli, ma preferisce canalizzarli tramiti i suoi genitali per liberarsene. Che mascolinità fiacca. Un uomo che sia tale non si degraderebbe mai pagando per il sesso.

No so fin dove la tua umanità arrivi, ma io credo nel bene nelle persone, anche in te. So che, nel profondo, hai una coscienza. So che ti sei chiesto in silenzio se quel che facevi era eticamente e moralmente giustificabile. Io so anche che difendi le tue azioni e che è probabile tu pensi di avermi trattata bene, di essere stato gentile, di non aver inteso violare i miei limiti o di non averlo proprio fatto. Ma, la sai una cosa? Questo si chiama evitare le tue responsabilità.

Tu non stai affrontando la realtà. Tu illudi te stesso pensando che le persone che compri non sono comprate. Non sono forzate alla prostituzione. Forse pensi persino di avermi fatto un favore e di avermi concesso una pausa parlando del tempo o massaggiandomi un pochino prima di penetrarmi. Tutto quel che hai fatto è stato confermarmi che non valevo nulla di più, che ero una macchina, la cui funzione principale era permettere ad altri di sfruttare la mia sessualità.

Io ho avuto molte esperienze nella prostituzione. Ciò mi mette in grado di scriverti questa lettera. Ma è una lettera che avrei preferito molto non scrivere. Queste sono esperienze che vorrei aver evitato.

Tu, naturalmente, pensi a te stesso come a uno dei clienti gentili, ma non esistono clienti gentili. Esistono solo quelli che confermano alle donne la visione negativa che esse hanno di se stesse.

Sinceramente, Tanja Rahm

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sofie hagen

Ci sono attualmente due tipi di donne: le donne sui tabelloni pubblicitari e le donne che sono cresciute sentendosi sbagliate. Io avevo 25 anni quando ho capito di non odiare le donne. Non odio neppure quelle sui tabelloni. Odio il fatto che la possibilità di non essere una di loro, di non essere una bambola Barbie, mi è stata nascosta. Odio che non mi sia mai stata data l’opportunità di abbracciare la mia versione dell’essere donna. Quell’essere donna che include tutti i tipi di donne. Noi abbiamo bisogno di ciò. Questo è il motivo per cui io sono una femminista.”, Sofie Hagen, comica e scrittrice danese.

(Tratto dal suo saggio contenuto in “I Call Myself A Feminist: The View from Twenty-Five Women Under Thirty” – “Definisco me stessa una femminista: il punto di vista di 25 donne sotto i trent’anni”, ed. Virago, £ 9.99. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

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(“Being and Being Bought: An interview with Kajsa Ekis Ekman”, di Meghan Murphy per Feminist Current, 20 gennaio 2014, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. In memoria di Cristina Andreea Zamfir, rumena, 26enne, madre di due figli, prostituta: uccisa e crocifissa ad una transenna sotto il cavalcavia dell’A1 nei pressi di Firenze, il 4 maggio u.s.)

Kajsa Ekis Ekman è una giornalista svedese e l’autrice di “Being and Being Bought: Prostitution, Surrogacy and the Split Self”, che di recente è stato tradotto in francese ed inglese. Ho parlato con lei al telefono mentre si trovava a Stoccolma.

libro

Meghan Murphy (MM): Cosa ti ha guidato nello scrivere un libro sulla prostituzione?

Kajsa Ekis Ekman (KEE): Due cose, la pratica e la teoria. Esaminare un soggetto da due angolazioni è molto fruttuoso e, a dire il vero, è necessario se vuoi scrivere su qualcosa come la prostituzione. Quando ho cominciato a scrivere il libro era il 2006 e il dibattito sulla prostituzione stava appena dando segni di vita in Svezia. La legge sui servizi sessuali era implementata dal 1999 e allora il dibattito era stato piuttosto sottotono. Quando invece ricominciò, spuntando apparentemente dal nulla, fu immediatamente vasto e acceso. Di colpo, c’erano persone che dicevano: “Questo è solo un lavoro, questa legge è moralista, chiunque ha il diritto di fare quello che gli pare.” Vedevo femministe e persone nei movimenti di sinistra lasciarsi prendere da questo e cambiare le loro opinioni, e lo trovavo sconcertante.
Nello stesso periodo vivevo a Barcellona e dividevo un appartamento con una donna che vendeva se stessa sulla circonvallazione fuori città. Perciò osservavo quel che accadeva con i miei stessi occhi. Lei aveva un ragazzo che fungeva più o meno da magnaccia, anche se si era vantato con me di essere un rapinatore di banche – ma penso non fosse proprio il caso, perché era sempre in casa sul computer o accompagnava lei sulla strada o la andava a riprendere. Presto ho capito che viveva alle spalle della donna. Vedevo la realtà della vita di lei e della vita delle sue colleghe. La maggior parte di esse non erano europee, lei era russa e c’erano anche delle sudamericane. All’inizio anche loro si vantavano con me, di fare un sacco di soldi, ma chiaramente non era vero: facevano poche decine di euro a notte, ci si sbronzavano sino a perdere i sensi e la cosa ricominciava uguale il giorno dopo.
La realtà della situazione non combaciava con quel che veniva detto nel dibattito sul “lavoro sessuale” – erano due mondi differenti. Perciò ho cominciato a scriverne.
Scrissi un paio di articoli sulla prostituzione e la risposta fu scioccante. In precedenza avevo scritto un bel po’ di pezzi con cose del tipo “Distruggiamo il capitalismo, ora!” e nessuno mi aveva criticata, ma come mi sono permessa di dire: “Sapete, le leggi che abbiamo sulla prostituzione mi sembrano abbastanza buone.”, tutti sono impazziti. Ho ricevuto un’incredibile ammontare di odio e minacce via mail. Perciò ho deciso di concentrarmi ancora di più sulla prostituzione e ho cominciato la mia ricerca, cosa che ho fatto per quattro anni a partire da allora.

MM: La reazione com’è stata?

KKE: Molti hanno reagito dandomi della “femminista radicale”, ma non lo sono, sono semplicemente una femminista. Tutto qua. Conosco le teorie radicali femministe, ma sto usando anche un bel po’ di letteratura marxista nelle mie analisi – perché guardo alle cose da più angolazioni.

MM: Alcuni credono che se la prostituzione fosse completamente legale uscirebbe dal sottobosco e sarebbe in qualche modo più sicura per le donne.

KKE: Se dici una cosa del genere dovresti sostenere la tua opinione con dei fatti, perché se si guarda alla realtà, almeno qui in Europa, non è andata così. Hanno fatto uno studio (1) che ha valutato la legalizzazione della prostituzione e dei bordelli, ed esso mostra che nessuno degli scopi relativi alla sicurezza delle donne è stato raggiunto. La legalizzazione non ha reso la prostituzione più sicura, non ha fornito alle donne un ambiente di lavoro sicuro e neppure stabilità nel lavoro, e la maggioranza delle donne ha continuato a non pagare le tasse. Quello che risulta, invece, è che le donne restano nella prostituzione per più tempo di quel che si aspettavano, perché è diventato più difficile per loro lasciare l’industria. Se osservi l’esperienza tedesca e quella olandese ti accorgi che la legalizzazione non ha reso la faccenda maggiormente sicura – in effetti è accaduto il contrario.

MM: C’è anche quest’idea che la prostituzione sia tabù, il che è collegato all’idea che la sessualità sia tabù. Basandosi su tale argomentazione, alcuni dicono che se la prostituzione è normalizzata come opposizione al “tabù” è sessualmente liberatoria. L’argomentazione si spinge sino a dire che le femministe contrarie alla prostituzione sono “anti-sesso” o bigotte o stanno reprimendo la sessualità altrui. Tu cosa ne pensi?

KKE: Bisogna chiedersi: “Cos’è la prostituzione?” Ci sono due persone in questo scambio. Una di queste persone ha voglia di fare sesso e l’altra no. Questo è il criterio di base. Senza questa condizione non c’è prostituzione. Se ci sono due persone che vogliono fare sesso l’una con l’altra – se sono calde, se sono eccitate, se muoiono dalla voglia l’una per l’altra, ovviamente non pagano. Se c’è una sessualità libera nessuno dei due paga l’altro.
Nella prostituzione stiamo parlando di un tipo di “sessualità” dove una persona non desidera una situazione sessuale e l’altra deve darle una mazzetta per averla. Questo è il fondamento della prostituzione. Ciò come configura il non plus ultra della libertà sessuale? Perché le persone non sono disturbate dal fatto che qualcuno debba essere convinto a soldi ad entrare in una situazione sessuale?

MM: C’è chi ti dirà che è consensuale, che sta accadendo fra adulti consenzienti.

KKE: Ma la donna a cosa sta acconsentendo? Sta acconsentendo al denaro, non al sesso di per sé. Se tu dici ad una prostituta qualsiasi: “Hai due opzioni: puoi prendere i soldi e andartene o puoi prendere i soldi e restare a fare sesso.”, quante pensi restino a fare sesso? Nemmeno se sei il più accanito difensore della prostituzione riesci a dire che la maggioranza rimarrà per il sesso. In maggioranza le prostitute prenderebbero i soldi e se ne andrebbero, perché non vogliono fare sesso, in realtà, vogliono il denaro.
Chi parla di sessualità radicale o di sessualità liberata, come fa a non vedere la situazione per quella che è? Sesso dove una persona non lo vuole? Questo è ciò che rende la prostituzione diversa da ogni altro tipo di situazione sessuale. Se le due persone lo vogliono, nessuna paga, e se nessuna persona lo vuole, non c’è per niente sesso.

MM: Cosa pensi della posizione “è solo un lavoro”? Per esempio, c’è chi dice che le prostitute forniscono semplicemente un servizio, come una terapista, una parrucchiera o una cameriera.

KKE: Bene. Se è solo un lavoro allora dobbiamo dimenticarci l’idea che la prostituzione abbia a che fare con la libertà sessuale. Ma anche se guardiamo da questa prospettiva, la prostituzione non si conforma al concetto di “è solo un lavoro”. Io definisco la prostituzione una menzogna.
Mentre stavo intervistando una prostituta per il libro lei mi disse: “Ok, facciamo finta che sia solo un lavoro. In questo caso, sai come sarebbe? Masturberesti il tizio mentre lui guarda un film porno. Non dovresti fingere niente, non dovresti mugolare e gemere, non dovresti dirgli nulla. Lo faresti meccanicamente.” Ma la prostituzione non è così. Nella prostituzione la persona che vende deve fingere di essere là perché le piace.
La parte spinosa è questa: la prostituzione viene istituzionalizzata come lavoro, ma allo stesso tempo, quando la donna è pagata, deve fare del suo meglio per pretendere di essere là perché adora esserci. Deve dire a lui: “Oh, sto venendo, sei il migliore, sei così sexy, mi stai eccitando da pazzi” e via così. Deve fare del suo meglio per far dimenticare a lui che la sta pagando.
E in ogni caso, perché dovremmo legalizzare un “lavoro” che ha così alti tassi di abuso, omicidio, stupro? Guardate i livelli di violenza e l’alto tasso di mortalità delle persone che si prostituiscono: voglio dire, qualsiasi altro lavoro verrebbe rubricato come illegale dal primo giorno. Persino in Olanda, nel distretto a luci rosse che si suppone così sicuro e controllato, le donne sono uccise di continuo. Persino la prostituzione legalizzata, ovunque si dia, non si conforma ad alcuna legge o regolamento sul lavoro.

MM: In Canada, ove io vivo, femministe e progressisti sono d’accordo sul fatto che le prostitute non dovrebbero essere criminalizzate: nessuna merita di essere punita perché lavora nell’industria del sesso. Il dibattito, invece, è sul criminalizzare o no i magnaccia e i clienti, e alcuni sostengono che il farlo danneggerebbe le prostitute o che finirebbe per punire i membri delle loro famiglie. Per esempio il partner o i figli che vivono con la prostituta potrebbero essere accusati di sfruttamento della prostituzione.

KKE: Chi lo sostiene ha qualche statistica al proposito? Qualcosa che dimostri come sia comune per i membri della famiglia finire in prigione? Perché se lo sostieni devi mostrarmi quanti casi di questo tipo ci sono. Il problema di questo dibattito è che contiene un mucchio di cose presunte e nessun fatto. Se dici che la legge mette in prigione i familiari di una prostituta per sfruttamento me lo devi dimostrare, non basta che tu lo dica.
Sul fatto che criminalizzare i clienti danneggerebbe le prostitute, la domanda che devi farti è: “Chi sta commettendo violenza contro le donne nella prostituzione?” E’ la legge? O sono i clienti? O i magnaccia? Se c’è qualcuno che abusa delle prostitute sono gli uomini. E questo è il problema. Ed è per questo problema che dobbiamo fare qualcosa.
Non ci sono prove concrete per dire che la situazione peggiora con la legge. Le esperienze che abbiamo noi con la legge, in Svezia, sono molte positive: si sta riducendo il numero dei compratori, e abbiamo un ridotto numero di prostitute, 1500/2000 al massimo. L’altro aspetto della legge, di cui nessuno parla, è che dà alcuni vantaggi alle prostitute. Ora, una prostituta può denunciare il suo cliente, ma lui non può denunciare lei. Diciamo che la tratti male, o che rifiuti di pagare: lei può minacciare di denunciarlo, perché quel che sta facendo è già illegale. Lui non può usare la stessa minaccia con lei, perché lei non sta facendo nulla di illegale. Nei paesi dove la prostituta sta facendo qualcosa di illegale, e il cliente no, lui ha ancora più potere in una situazione già diseguale, perché può minacciare di denunciarla.

MM: Poi c’è la questione del traffico di esseri umani. Alcuni dicono: state confondendo il traffico e la prostituzione, sono due cose diverse. Lo sono?

KKE: Di base, il traffico è la risposta alla questione di domanda e approvvigionamento. Il traffico entra in gioco quando non c’è un numero di prostitute bastante a soddisfare la domanda: parlando in termini di mercato, è così. Nel mondo occidentale, dove non ci sono mai abbastanza donne ad entrare volontariamente nell’industria del sesso, c’è sempre scarsità. Detta crudelmente, le persone che entrano nella prostituzione si “consumano” molto presto e i clienti vogliono “carne fresca”, vogliono donne più giovani e donne che abbiano appena iniziato. Non vogliono prostitute vecchie che fanno il mestiere da decine da anni. Inoltre, l’alto tasso di mortalità e il prezzo che la prostituzione chiede al tuo corpo rendono la vita all’interno del mestiere molto corta. Perciò c’è sempre richiesta di più prostitute. Se le donne affluissero a milioni all’industria del sesso non ci sarebbe bisogno di trascinarle fuori dall’Europa dell’est. Chi si prenderebbe un fastidio simile? Non è logico. Se ci fossero migliaia di donne in fila fuori dai bordelli che dicono: “Per favore, lasciatemi entrare a lavorare!”, perché mai la mafia dovrebbe aver bisogno di trascinarle in giro attraverso l’Europa e il mondo – non ha senso. Il traffico di esseri umani esiste semplicemente perché non ci sono abbastanza donne che si prostituiscono volontariamente. Se vuoi l’industria della prostituzione senza traffico, sarebbe un’industria ben piccola. Non si può separare il traffico dalla prostituzione. Dovresti far decrescere la domanda al punto che davvero pochissimi uomini comprerebbero sesso: in quel caso, potresti essere abbastanza sicuro che le donne sono lì “volontariamente”.

MM: Mi chiedo se puoi parlare un poco del modello svedese, o del “modello nordico”, come viene a volte chiamato, e cosa comporta.

KKE: Ciò che molta gente non sa è che il modello è il risultato di trent’anni di lavoro e ricerca. C’è gente che pensa si tratti di un gruppo di femministe e assistenti sociali che hanno deciso di far guerra agli uomini o roba del genere. No: si è cominciato a fare ricerca negli anni ’70 e a guardare in profondità alla realtà della prostituzione. Era la prima volta che ci si prendeva la briga di intervistare prostitute su larga scala. Il focus era spostare lo sguardo sulla prostituzione, dall’essere un devianza all’essere un problema sociale che coinvolgeva le relazioni sociali di genere, la povertà, il modo in cui le donne sono cresciute, l’incesto, eccetera.
Dopo la ricerca, è venuta la domanda sul cosa fare. La risposta fu la criminalizzazione del cliente e la legislazione entrò in vigore nel 1999. Sono passati 14 anni e la legge ha avuto molto successo non solo nel far diminuire la domanda, ma nel far comprendere alla popolazione che la prostituzione è un prodotto della diseguaglianza di genere. L’80% degli svedesi approvano la legge, ed è una cosa che non senti riportare molto spesso.
E’ accaduto che i trafficanti hanno cominciato a trovare difficile stabilirsi in Svezia e si sono mossi in Norvegia. Oslo, la capitale, fu inondata dalla mafia nigeriana e ciò spinse il paese ad adottare la stessa legge. I trafficanti si spostarono allora in Danimarca, e questo è il motivo per cui la Danimarca sta considerando la possibilità di adottare la stessa legge.

MM: Esistono sistemi di sostegno per le persone che vogliono lasciare l’industria del sesso? Cosa accade alle donne che perdono i loro introiti quando lasciano la prostituzione?

KKE: C’è qualcosa che voglio ribadire: se vuoi adottare una legge di questo tipo non puoi farla entrare in vigore e basta. Devi assicurarti che la legge sia accompagnata da adeguati servizi di sostegno. In Svezia abbiamo le “unità sulla prostituzione” che non sono solo programmi d’uscita, sono molto di più. Se sei stata nell’industria hai accesso, ad esempio, a terapie gratuite, ti si fornisce aiuto a trovare casa e lavoro e a maneggiare i debiti se ne hai.
In Svezia abbiamo un welfare molto forte così, a differenza del Canada o degli Usa, la prostituzione da noi non è il risultato dell’estrema povertà. La prostituzione in Svezia tende ad esistere come risultato di precoci abusi sessuali e cose simili. Le donne tendono ad aver bisogno di aiuto per superare comportamenti autodistruttivi, piuttosto che per sfuggire alla povertà.

MM: Qualcuno, identificandosi come anarchico o socialista, dice che la criminalizzazione dei clienti non è una buona risposta perché “Non voglio dare alla polizia più potere di quanto ha già, anche se si tratta di uomini che comprano sesso o che sono violenti.” Tu ti identifichi come anarchica? Socialista? Cosa pensi di questo argomento?

KKE: Mi sono definita anarchica, in passato, forse lo sono ancora un po’… Ma credo che lo stato sia un attrezzo importante. Intendo: lo stato può essere qualsiasi cosa, buona o cattiva, ma non è sempre e necessariamente una cosa cattiva. Lo stato può servire gli interessi del capitale, o dell’esercito, o del popolo. Dipende dalle circostanze storiche e non è limitato in se stesso ad un’unica funzione.
Credo che l’argomento citato come anarchico sia un’interiorizzazione di pessimismo. E’ come dire: le cose non cambieranno mai. E in questo caso, se niente cambierà mai tu cosa suggerisci? Andrai con il tuo gruppo anarchico a dimostrare ogni giorno davanti al bordello?
L’esperienza con la polizia svedese è stata davvero interessante, perché all’inizio non capivano lo scopo della legge, non vedevano il comprare sesso come un crimine, perciò trattavano i clienti come se avessero violato i limiti di velocità. La maggioranza degli uomini che compravano sesso era sposata, perciò chiedevano ai poliziotti di mandar loro la multa in ufficio invece che a casa, dove moglie e figli l’avrebbero vista. E i poliziotti rispondevano: “Sicuro, non si preoccupi, non c’è problema.”
Una campagna educativa all’interno della polizia ha cambiato questo e fatto capire agli agenti che si trattava di proteggere le donne, non gli uomini. Se ascolti le registrazioni delle lezioni pensi che gli istruttori siano delle femministe, sono straordinari. Adesso i poliziotti dicono cose del genere: “Cos’è successo perché questi uomini non sappiano nemmeno controllare i loro uccelli? Dovrebbero smetterla.” Devi lavorare con le forze dell’ordine: se non lo fai, loro manterranno la stessa attitudine che avevano prima e cioè che le donne sono le criminali e che gli uomini stanno solo essendo uomini.

MM: Com’è legata la prostituzione all’eguaglianza di genere e come le leggi del tipo di quella svedese hanno un impatto sulle donne tutte?

KKE: I lobbysti dell’industria del sesso tentano di raffigurare la prostituzione come se non fosse un’istanza di genere, ma solo un “compratore” con una “venditrice”. Parlano in termini di mercato, e io penso sia molto interessante. Nel mio libro studio il discorso pro-prostituzione a partire da 100 anni fa e la differenza principale fra allora e ora è che la prostituzione non era una cosa di mercato, riguardava l’essere uomini e donne. In passato si pensava che le prostitute fossero donne “cadute” e che non fossero adatte a nient’altro: se smettevano di essere prostitute, sregolate com’erano, avrebbero fatto le criminali. Per gli uomini, invece, l’idea era che avevano necessità dell’accesso alle prostitute, altrimenti avrebbero stuprato donne “decenti” e non sarebbero stati in grado di continuare a vivere i loro matrimoni.
Un secolo più tardi il movimento femminista c’è stato e mentre delle persone difendono ancora la prostituzione come istituzione, il discorso è cambiato. Non parlano più di uomini e donne, ma la questione è ancora di genere, perché i compratori sono praticamente al 100% uomini e chi vende sono al 90% donne. E’ solo un altro modo di arrangiare le relazioni di potere fra uomini e donne e se vogliamo parlare di sessualità io non penso potremo avere relazioni sessuali positive ed egualitarie fra uomini e donne fintanto che la prostituzione esiste in modo prevalente nella società.
Ciò che la prostituzione fa agli uomini che pagano per il sesso è mantenerli all’interno di una menzogna. Questi uomini non sanno nemmeno cosa fare a letto, non sanno come dar piacere a una donna, e non capiscono il corpo femminile, perché le donne con cui fanno sesso sono pagate per dir loro che sono il massimo, che sono amanti eccezionali. Per cui, lui la paga e poi va a casa e fa la stessa cosa con sua moglie e lei è tipo: “Mmmm… no.”, e lui pensa che è noiosa e bigotta o che c’è qualcosa in lei che non va. Perciò non imparerà mai la verità su cosa fare a letto, e la bugia continuerà a perpetuarsi.
La bugia, anche, induce le donne che si prostituiscono a conformarsi ad un’idea specifica di come le donne “dovrebbero” essere a letto. Non si tratta di persone che stipulano un contratto, è lo stabilirsi di una relazione dove il sesso è quello che vogliono gli uomini: l’uomo è il compratore e perciò avrà quello che vuole. La faccenda è tutta sul rinunciare a qualsiasi tipo di desiderio da parte della donna per soddisfare i desideri dell’uomo.

cristina

(1) (http://www.bmfsfj.de/RedaktionBMFSFJ/Broschuerenstelle/Pdf-Anlagen/bericht-der-br-zum-prostg-englisch,property=pdf,bereich=bmfsfj,sprache=en,rwb=true.pdf)

P.S. IMPORTANTE – Kajsa si è messa in contatto con me. Le piacerebbe incontrare gruppi femministi italiani per parlare del suo lavoro sulla prostituzione. Questi sono i link per saperne di più:

http://www.spinifexpress.com.au/Bookstore/book/id=246/

http://www.amazon.fr/L%C3%AAtre-marchandise-prostitution-maternit%C3%A9-substitution/dp/2923986644

http://www.kajsaekisekman.blogspot.se/

E questa è lei:

autrice

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(tratto da “Harmless”, di Cindy Lynn Brown. Trad. Maria G. Di Rienzo. Nata nel 1973 a Aarhus in Danimarca, Cindy ha pubblicato le sue poesie in varie riviste anche in Francia e Croazia. La sua ultima antologia, “Mute”, è dell’anno scorso.)

Cindy Lynn Brown

Solo un’osservazione

lanciata casualmente attraverso la stanza sotto le luci al neon

nulla a cui aggrapparsi per parecchi minuti

una persona a me del tutto sconosciuta con la libertà di parola

di menzionare i miei seni, la mia scollatura

come se fossero il mio biglietto da visita

Le donne non stanno cercando la vostra legittimazione

Le donne non stanno cercando la vostra legittimazione

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