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non la sopportano

Vi ricordate la “Ragazza Impavida”, vero? Fu posta davanti al toro di Wall Street l’8 marzo scorso con permesso temporaneo, esteso a undici mesi dietro richiesta di alcuni gruppi di donne.

Sembra che molti uomini non riescano proprio a sopportare la cosa: nemmeno un piccolo spazio, nemmeno un periodo di tempo limitato, devono essere dedicati a celebrare il coraggio nelle donne.

Così c’è chi mima il suo stupro o chi, come lo scultore Alex Gardega (è il tizio con la maglietta blu a strisce, sulla destra) le mette accanto un cane che le piscia sulla gamba. Naturalmente, non avevamo mai sentito parlare di costui prima, ma ora è una celebrità – come l’autore del toro Arturo Di Modica, che ha querelato la finanziaria State Street Global Advisors, committente della statua della ragazzina, per “violazione di copyright”. (Prego?)

Gardega ha spiegato che intende con il suo cagnetto malfatto “degradare” la statua, perché essa “non è rispettosa dell’integrità del toro”. E prima che qualcuno gli dica quanto idiota e pericoloso è tutto ciò si premura di farci sapere che lui è “pro-femminismo”. Suggerire infatti il “degrado” di ogni femmina che osi sfidare la violenza, ergersi sulle proprie gambe, avere fiducia in se stessa è cosa per cui noi femministe dobbiamo proprio lodarlo.

E’ bene che nessuno si ponga domande sulla legittimità della violenza, soprattutto di genere, perché è sulla violenza che il dominio maschile si fonda, per cui anche tutte le donne e bambine “degradate” quotidianamente, in uno schema globale che tocca ogni aspetto delle loro vite, smettano di lottare e riconoscano il giusto rispetto “all’integrità” di chi le usa come materiale masturbatorio, sfogo per il proprio sadismo e attrezzo riproduttivo. E ringrazino, non si sa mai.

Tra l’altro, chi ha scolpito la “Ragazza Impavida” è Kristen Visbal, un’artista di origine uruguayana: una donna. Cioè, capite, scolpisce senza essere accessoriata di pendolo e palline. Di Modica e Gardena devono trovare il fatto davvero irrispettoso. Sono così sensibili!

Maria G. Di Rienzo

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fearless girl

Come probabilmente saprete, la statua della “Fearless Girl” – “Ragazza (bambina) Impavida”, in immagine – è apparsa l’8 marzo scorso a fronteggiare il famoso toro alla carica di Wall Street, in quel di Manhattan, New York.

Chi l’ha installata è una società commerciale che si chiama “State Street Global Advisors” e fornisce servizi finanziari e strategie di investimento alla propria clientela, che va dalle fondazioni non-profit ai governi, passando per corporazioni economiche e organizzazioni religiose. La statua fa parte della nuova campagna di “State Street Global Advisors” tesa a incoraggiare le aziende a mettere più donne nei loro consigli d’amministrazione. La società è un gigante nel mondo finanziario e non l’hanno creata le femministe: il motivo per cui si muove in questa direzione è il fatto, statisticamente provato, che le aziende con consigli d’amministrazione in cui il numero di donne e uomini più o meno si equivale funzionano meglio e guadagnano di più.

Nei pochi giorni trascorsi dalla sua comparsa, tuttavia, la Ragazza Impavida è diventata una delle mete favorite per le donne di qualsiasi età. Si erge in una posa che esprime coraggio, sfida, sicurezza e autostima e, poiché è una ragazzina, suggerisce alle bambine che loro stesse sono legittimate a assumere questi tratti.

Già la sera del 9 marzo, però, tre giovani uomini hanno deciso di mostrare a chi era presente cosa una femmina deve aspettarsi facendolo. Uno di loro ha mimato lo stupro della statua, circondato dalle risate e dagli incitamenti degli altri.

maskio analphabeta

A scattare la fotografia è stata l’architetta Alexis Kaloyanides, 34enne, giunta là assieme a colleghe/i di lavoro durante una passeggiata: “Era una bellissima serata, c’erano circa 15 o 20 persone già sul posto. Abbiamo cominciato a parlare della statua e abbiamo visto una bimba di 5 o 6 anni posare orgogliosamente accanto ad essa, era proprio un momento piacevole. Poi sono arrivati questi tre uomini.” E uno di loro è corso alla statua della Ragazza e ha cominciato a strofinarsi su di essa e a mimare il coito. I presenti gli hanno immediatamente urlato di smetterla, trovando la performance rivoltante, e lui ha riso di nuovo e se n’è andato con i suoi amici.

Kaloyanides ha preso la decisione di condividere l’immagine online perché, dice, il comportamento di quell’uomo non è qualcosa su cui farsi una risata e non dovrebbe essere preso per un semplice scherzo: “Serve solo a perpetuare la mentalità del “gli uomini sono fatti così” e del “è ok, è solo buffo, lascia perdere”. Questo giovane uomo ha una madre, forse una sorella, forse una fidanzata o una moglie – chi lo sa? Io sono stanca di dover inventare scuse e riderci sopra. Io almeno non lo farò mai più. (…) Costui ha finto di fare sesso con l’immagine di una bambina. Stronzi come lui sono la ragione per cui abbiamo bisogno del femminismo.” Maria G. Di Rienzo

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(tratto da: “The Subtle Abyss: Visual Representation and Feminist Art Practices”, un più ampio saggio di Rose Gibbs e Catherine Long del dicembre 2015. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

Ladies Sasquatch

L’ortodossia economia del neoliberismo, promuovendo il “ragionevole interesse personale” tramite la deregolazione, la privatizzazione, il libero mercato e governi sempre più ristretti, ha il suo equivalente culturale nell’attitudine “tutto fa brodo” che separa azioni e comportamenti dalle circostanze in cui essi si generano.

Quest’ortodossia presuppone che siamo tutti nati liberi, che prendiamo decisioni liberamente e che non siamo formati da aspettative normative. Qui, il soggetto è un individuo solitario per il quale tutti i legami – familiari o d’altra natura – sono gravosi. Il presupposto sotteso è che vi sia un giusto e “naturale” modo di essere e che esso emergerà comunque in qualche modo. Similmente, il libero mercato sarebbe un “ecosistema” che si autoregola e che, come il mondo naturale, a volte può essere brutale ma in fin dei conti è armonioso.

Nella cultura neoliberista odierna le barriere imposte alla libertà da classe, razza e discriminazione di genere non sono chiaramente riconosciute. C’è una “libertaria” celebrazione del libero arbitrio che non mette in discussione le condizioni che rendono la vera libertà possibile, ne’ ci riflette sopra.

In un rovesciamento del principio femminista per cui “il personale è politico”, i problemi non sono mai politici ma sempre personali: individuali, sui generis e perciò non analizzabili.

In queste circostanze, mettere insieme le persone affinché affrontino istanze comuni diviene sempre più difficoltoso. Inoltre, presumere che siamo tutti individui isolati e autonomi oscura effettivamente la realtà delle nostre situazioni difficili. Ciò è preoccupante soprattutto per le persone vulnerabili e marginalizzate.

Attualmente siamo nel mezzo di una rinascita del femminismo, in occidente e a livello globale, che continua a raccogliere slancio. Gli ultimi cinque anni hanno visto un aumento significativo di conferenze femministe, attivismo di base, creazione e mostre di arte femminista. Molta di questa attività organizzativa opera a fronte di una discriminazione continua e a partire dalla consapevolezza da parte delle donne più giovani che ci è stata venduta una montatura: e cioè l’eguaglianza è stata raggiunta, rendendo il femminismo superfluo.

Allo stesso tempo, il capitalismo ha cooptato il linguaggio femminista nei media del mainstream. Il contrattacco al femminismo ha preso la sua forma più virulenta: i comportamenti e i prodotti che sono tutti parte dell’arsenale capitalista sono rielaborati come attrezzi femministi del “potenziamento delle donne”, mentre le fonti di tale potere restano incredibilmente non esaminate. Le donne sono diventate i bersagli di aggressive tattiche di marketing; ci viene detto che i soggetti femminili manifestano la propria libertà tramite il potere d’acquisto.

E’ pure da notare come tali comportamenti tendano ad adattarsi molto bene all’ethos di una società che continua a punire coloro che non si conformano ai suoi standard e non rispondono in modo compiacente alla sue richieste.

Ladies Sasquatch 2

L’attuale stato del maggior successo culturale per le donne appare come il diritto di oggettificare se stesse e l’essere grate per il privilegio della visibilità, una visibilità che è ancora data come premo solo alle donne che corrispondono al ristretto ideale sottile – di pelle chiara – giovane prevalente nella cultura eteronormativa capitalista.

Questa insidiosa invasione del neoliberismo riduce il femminismo a un set di diritti “personali” e scelte che si incastrano con il capitalismo in modo conveniente, mentre minano con efficacia l’intero progetto. Perché se il femminismo non rappresenta e non sostiene nulla, in che modo sappiamo cos’è o come può liberarci?

P.S. Le immagini che ho inserito in un questo pezzo fanno parte dell’opera “Ladies Sasquatch” di una straordinaria artista multimediale femminista, Allyson Mitchell (è canadese e fa scultura, teatro, installazioni, film). Con essa, Allyson ha inteso rappresentare “una sessualità selvaggia esterna alle nozioni prescrittive eteronormative di bellezza e brama” e la definisce “una congrega di Sasquatch lesbiche”. Le sculture di Allyson comprendono anche una Vagina Dentata dalle dimensioni di una stanza, un esercito di Holly Hobbies Super-Geniali e una libreria situata in un bosco e completa di pozzo dei desideri “per la conoscenza politica proibita”.

Ah sì, i Sasquatch, per chi non lo sapesse – io lo so perché da bambina leggevo Tex Willer, non perché sono più furba di voi… – sono delle specie di Yeti del folklore nordamericano, umanoidi dai tratti scimmieschi alti 2/3 metri, ben ben pelosi, che si farebbero volentieri i fatti propri nelle foreste montane se esploratori e curiosi li lasciassero in pace.

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vanessa

Scultrice, commediografa, poeta, attrice, attivista, fotografa, insegnante: sono alcune delle identità che Vanessa German assume nella sua vita e non sappiamo cos’altro potrebbe inventare domani mentre lavora per creare bilanciamento e armonia.

Vanessa, nata nel 1976, vive a Pittsburgh – Usa, in un quartiere chiamato Homewood che è stato definito dai media “il vicinato più pericoloso d’America”, piagato com’è da anni da povertà, attività criminali e presenza continua di scontri a fuoco.

In questo contesto aspro e conflittuale, Vanessa crea statue e dipinti che lei definisce “figure di potere”, immagini di donne nere che, come spiega l’artista, portano su se stesse “strati di peso: portano la stratificazione del dolore, dell’accettazione e della libertà trasversalmente alla dimensione del tempo – passato, presente, futuro.”

vanessa con scultura

I materiali usati da Vanessa sono tutti riciclati. Bambole rotte, stoffe vecchie, barattoli, oggetti gettati via e raccattati per strada. Anche i colori sono per la maggior parte frutto di riciclo. Non solo perché, come lei dice, le opere devono “riflettere le mie esperienze e il mio ambiente”, ma perché Vanessa è abituata a far ciò sin da bambina. Era poverissima e qualsiasi cosa desiderasse non poteva averla, ma sua madre la incoraggiava costantemente a creare da sola quel che voleva, con quello che poteva trovare attorno a sé. Alcune delle sculture incorporano oggetti che rappresentano persone importanti nella sua vita, come i capelli di un amico che “è nero, gay, terapista, guaritore: e i suoi capelli sono una preghiera universale per la chiarezza e la speranza.”

Un paio d’anni fa, Vanessa stava lavorando su un pezzo sul portico di casa, giacché la scultura era troppo grande per stare all’interno. I bambini del vicinato cominciarono ad arrampicarsi sulla staccionata per guardarla. “Mi chiedevano Cosa stai facendo? Posso farlo anch’io? Li invitavo all’interno e dopo pochi giorni, non esagero, erano dozzine. In questo modo la mia abitazione è diventata il Portico Frontale dell’Amore e in una casa abbandonata abbiamo creato la CasArte. Avendo cura della creatività dei bambini si instilla in loro il senso di aver valore.” E una volta convinti di ciò, i piccoli hanno diretto i loro messaggi artistici alla comunità in cui vivono: “Smettete di sparare, vi vogliamo bene”.

love front porch

Le cose hanno cominciato ad andare meglio, a Homewood. Si spara di meno. L’arte è per le strade. Si sorride di più.

Le “figure di potere” dell’artista, imbevute di magia immediatamente percepibile, sono diventate un mezzo per mettere in relazione i membri del vicinato tramite lo spirito di cui sono fatte – amore.

Se vi presentate alla porta di Vanessa German, lei vi aprirà salutandovi con un abbraccio, una canzone e una poesia di sua composizione. E’ una forza della natura. Maria G. Di Rienzo

dipinto di vanessa german

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C’è sempre un luogo dove, se ascolti attentamente nella notte, udirai una madre raccontare una storia e al termine del racconto ti farà questa domanda: ‘Ou libéré?’ Sei libera, figlia mia?” Edwidge Danticat, “Breath, Eyes, Memory”

are you free

Il seguente brano è tratto da: “Norway’s ‘We’re Sorry’ Monument to 91 Dead Witches”, di Nina Strochlic per The Daily Beast, maggio 2015, trad. Maria G. Di Rienzo.

“La città di Vardø, conosciuta come “la capitale norvegese delle streghe”, ha eretto un monumento dedicato alla memoria delle donne e degli uomini che furono bruciati o torturati a morte perché accusati di stregoneria. Il luogo di una delle più brutali cacce alle streghe d’Europa è stato trasformato in un moderno sito memoriale, arroccato sopra il Circolo Artico sulla punta più a nord-est della frastagliata costa norvegese.

Mentre l’Europa uccideva più di 40.000 persone accusate di stregoneria, nel 17° e 18° secolo, si tenevano crudeli processi ai confini della terra, nei minuscoli villaggi di pescatori norvegesi. Quattrocento anni fa, Vardø s’impegnò in una crociata per liberarsi dalla stregoneria. In circa un secolo – fra il 1593 e il 1692 – si tennero più di 140 processi nel piccolo villaggio. Almeno 91 persone, sia uomini sia donne, furono trovati colpevoli e bruciati sul rogo o torturati a morte.

La cifra non è grande come quelle che si trovano in ogni altro luogo d’Europa, ma nel paesaggio spopolato della Norvegia del nord, essa toccò una fetta sproporzionatamente alta della popolazione. Circa un terzo di questi processi avevano come bersaglio specifico il popolo indigeno dei Sami, che suscitavano sospetti praticando rituali tradizionali di guarigione. I procedimenti erano registrati in modo meticoloso, il che dà agli storici moderni un appiglio per capire le accuse e i ragionamenti che alimentarono la caccia alle streghe. Le testimonianze dell’epoca rivelano che la stregoneria era vissuta come qualcosa di “consumabile” – agiva nella forma di latte, pane o birra magicamente contaminati.

inaugurazione monumento norvegia

Secondo lo storico Rune Blix Hagen dell’Università Artica di Norvegia, la subitanea ondata di accuse di stregoneria avvenne dopo una tempesta particolarmente forte che uccise 40 pescatori, nel giorno di Natale, all’inizio del 1600. Ci vollero tre anni prima che la legislazione permettesse processi di massa sul sospetto di stregoneria, ma una volta avuto questo segnale incoraggiante Vardø usò tutto il suo fervore nei processi.

La storica Liv Helene Willumsen riporta una teoria in voga, all’epoca, per cui la malvagità di poteva trovare più facilmente al nord “e persino l’ingresso dell’inferno era situato a nord. In Europa vi era l’idea che i popoli del nord fossero più inclini alla stregoneria e alla perversione di altri.”

Nel 2011, alle vittime norvegesi della caccia alle streghe fu dato riconoscimento ufficiale. Il monumento, lo Steilneset Memorial, fu inaugurato dalla regina Sonja nell’esatto posto in cui si erano tenute le esecuzioni delle cosiddette streghe. La costruzione si deve a due artisti di fama mondiale: l’architetto svizzero Peter Zumthor e l’artista franco-americana Louise Bourgeois.”

corridoio

(Ndt.: L’installazione è fatta di due parti, entrambe parzialmente visibili nelle immagini: l’edificio, di cui è autore Zumthor, è un lungo corridoio con 91 lampade alle pareti, ognuna delle quali illumina una placca che racconta la storia di una vittima; l’altra parte è una scatola di vetro nero alta 125 metri, al cui centro una sedia brucia costantemente mentre sopra di essa tre specchi riflettono il fuoco: questa è opera di Bourgeois e il titolo che lei le ha dato è: “Le dannate, le possedute e le amate”.)

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Dorothy

Dev’essere una sensazione del tutto unica e persino vagamente inquietante, lo stare in piedi su un monumento dedicato a te stessa. In genere, quando qualcuno piazza l’opera che ti commemora in un parco pubblico tu hai lasciato questo mondo da un po’… Per buona sorte, Dorothy O’Connell è ancora qui e il monumento in questione sta ad Ottawa dal 17 ottobre 2004 – Giorno internazionale delle Nazioni Unite per lo sradicamento della povertà, dove è diventato punto d’incontro e d’inizio per dimostrazioni, proteste, marce e raduni su questioni di giustizia sociale.

Chi è dunque questa donna a cui è stato tributato un onore così singolare? Dorothy O’Connell è un’attivista, una femminista, scrittrice e drammaturga, sposata e madre di cinque figli, nonché – come la conoscono in Canada – “la poeta laureata dei poveri”. (Il poeta laureato, cioè coronato di alloro, è/era un artista riconosciuto da un governo o un’istituzione e incaricato di comporre versi in occasioni particolari.)

monumento ottawa

Dorothy lotta per i diritti degli inquilini, per le case popolari, per i senzatetto da oltre quarant’anni. I movimenti canadesi – e non solo – per la giustizia sociale le sono debitori di una valanga di idee, invenzioni, stratagemmi, innovazioni con cui costruire azioni per il cambiamento significative ed efficaci. Due dei suoi lavori letterari sono anche particolarmente noti: “Chiclet Gomez” (la fiaba di Chiclet e delle sue amiche formiche che vivono in case popolari) e “Sister Goose: Feminist Nursery Rhymes and Cautionary Tales” (“Sorella Oca: filastrocche femministe per bambini e fiabe ammonitrici”.)

Il monumento a Dorothy è stato pensato con molta cura e persino con un po’ di umorismo, composto com’è da un podio da oratore e dalla forma di una fetta di pane in cui è intagliata la silhouette di una casa; all’interno è inciso un suo slogan: “La povertà impedisce l’eguaglianza, l’eguaglianza mette fine alla povertà”. Come lei stessa dice, l’opera simboleggia la scelta che spesso le persone povere si trovano di fronte: “Dar da mangiare ai bambini o pagare l’affitto”.

dorothy motto

Dorothy O’Connell non è il tipo di persona incline all’autoincensamento, pure ha appoggiato l’idea del monumento quando le è stata proposta e vi ha contribuito, perché aveva uno scopo: “L’attivismo anti-povertà è un’istanza spinosa: molte persone faticano ad avvicinarsi ad esso. Il ritratto che se ne fa nell’opera lo rende avvicinabile, nel mentre dà dignità alle persone impoverite che hanno collaborato alla sua creazione. In questo monumento, esse asseriscono il loro orgoglio, un senso di appartenenza e la loro visibilità.” Maria G. Di Rienzo

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Tutto il mondo è paese: America, Africa e Asia – tre donne a cui si dice che non possono dedicarsi al tal lavoro perché “non è da donne”. Tre donne che fanno orecchio da mercante e proprio tramite quel lavoro risollevano se stesse, le proprie famiglie e le proprie comunità.

Eccovi la prima, Doña Maria Ixtamer Mendoza dal Guatemala. La foto la ritrae al centro con alcune socie del gruppo che ha fondato: la “Associazione donne artigiane di San José”. Il loro motto è “Passione per le persone e passione per la terra”.

San Jose - Associazione donne artigiane

“Non sono mai stata ad ascoltare quando la gente diceva questo è da donne e questo non lo è.”, afferma Doña Maria. Come molte donne del suo paese, ha imparato a tessere sul telaio a tensione dorsale (in immagine qui sotto) avendo sua madre e sua nonna come maestre. Come molte altre, appunto, è tutta la vita che produce tessuti.

bambola telaio

Ma a differenza di molte altre ha visto quale potenziale aveva la tessitura per le donne nella sua comunità e non ha avuto paura di fare un passo oltre la tradizione per rendere reale il suo sogno.

L’Associazione delle donne artigiane fu fondata da Doña Maria nel 1996, nel mezzo della miseria, e all’inizio le tessitrici scambiavano i loro prodotti con cibo. La sua “rivoluzione” fu cominciare ad usare il telaio a pedale (in immagine qui sotto): un attrezzo rigorosamente riservato agli uomini.

telaio a pedale

E mentre creava stoffe bellissime con questo telaio, fra le bocche aperte dei suoi vicini, chiese a sua figlia Elizabeth: Vuoi imparare? Elizabeth disse di sì. E altre donne si fecero avanti.

“Continuiamo a lavorare anche con il telaio a tensione dorsale, ovviamente. – dice ancora Doña Maria – Tutti i nostri prodotti cominciano con le tinture naturali che si trovano nella giungla tropicale, il cuore della terra Maya. Noi dell’associazione siamo Tzutujil, uno dei 21 gruppi etnici discendenti dai Maya, e i nostri tessuti si rifanno alla tradizione artistica dei nostri antenati. Per rimanere fedeli alle tecniche artistiche Maya, produciamo in modo sostenibile tutte le materie prime di cui abbiamo bisogno, dai semi alle fibre naturali. Potrei dire che, in questo senso, le nostre stoffe sono… leggendarie! Il prossimo passo nel nostro sogno è coordinarci con altri gruppi di donne nella nostra regione e addestrare quelle che lo desiderano.”

Eka

La donna ritratta nella fotografia con i suoi due bambini, in quel di Bali – Indonesia, è invece Eka (in numerosi contesti, asiatici e non, è comune che le donne non abbiano cognomi).

Nel 2009, il marito di Eka morì dopo una lunga malattia: lei aveva dato alla luce il loro secondo figlio da dieci giorni e tutto quel che le restava fra le mani era il conto esorbitante dell’ospedale da pagare. Il marito di Eka era un intagliatore, come lo era stato il padre di lei, soprattutto di noci di cocco; un mestiere “da uomini” in cui le donne possono intervenire solo per le rifiniture. Ma Eka non era solo una “rifinitrice”, era un’artista con la capacità di creare da sé sculture splendide. “Pensai prima di tutto ai miei bambini, al loro futuro. E pensai che diventando un’intagliatrice avrei onorato la memoria di mio marito. I miei bimbi sono ancora oggi la fonte della forza del mio spirito. Grazie a loro, non posso cadere.” Eka ha avuto numerosi riconoscimenti per le sue opere e basta guardarle per capire perché. (Qui sotto vedete un pannello e una scultura di Eka.)

aironi e loto

madre e bimboEd eccoci arrivate a Ernestina Oppong Asante, Ghana. La sua storia ha una somiglianza fondamentale con quella di Eka: il desiderio tenace di avere risultati in un campo considerato “maschile”, quello della produzione di maschere intagliate e tamburi di legno.

Ernestina Oppong Asante

Nel 1999, sorda a tutti i richiami “ladylike” (sorry, non ho resistito), Ernestina aveva già messo in piedi il proprio laboratorio e aveva quattro apprendisti – maschi e femmine – sotto di lei. Il suo successo ha varcato negli anni i confini del suo paese (si trovano reportage sulle sue opere nei magazine artistici di mezzo mondo) ed Ernestina ne è ovviamente assai soddisfatta: “Sì, l’intagliare è stato a lungo visto come un mestiere da uomini, per cui sono felice non solo di essermi “infiltrata” ma di essere stata capace di avere un impatto sull’intero commercio.”

Alla fine ha persuaso persino il marito Daniel, tassista con qualche esperienza da carpentiere, a intagliare con lei. Assieme, hanno formato dieci fra intagliatori e intagliatrici che oggi sono riconosciuti come artisti nel campo. Di seguito potete vedere due opere di Ernestina Oppong Asante. Il primo è un tamburo djembe e il motivo astratto alla sua base si chiama “Gye Nyame”, un simbolo Adinkra altamente considerato in Ghana: la sua forma rotante significa “Non temo nessuno ad eccezione di dio”. I simboli Adinkra trasmettono da secoli le tradizioni popolari.

tamburo in legno

Il secondo è un lavoro di intreccio. Filo dopo filo, Ernestina ha raffigurato la piccola Ama (Sabato, il giorno in cui è nata) nell’atto di bere. I recipienti attorno a lei assicurano che non avrà mai sete.

la piccola Ama

La tenacia e la bellezza che Ernestina mette nei suoi lavori hanno come fonte una visione artistica intrisa d’amore. Lei e Daniel hanno quattro figli propri, ma ne hanno presi in casa altri cinque senza famiglia. “Facciamo così tante cose – spiega orgogliosamente Ernestina – che siamo in grado di non far mancare loro nulla.” Maria G. Di Rienzo

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