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(“Rape victims’ clothing goes on display to show it’s not about what you wear”, di Tanveer Mann per Metro, 10 gennaio 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

molenbeek - expo 2

Gli abiti indossati dalle vittime di stupro nel momento in cui furono aggredite sono visibili in una mostra di Bruxelles.

La mostra, che si tiene nel distretto di Molenbeek della capitale belga, si chiama “E’ colpa mia?” e ha lo scopo di spegnere il mito per cui l’abbigliamento provocante sarebbe un fattore nei crimini sessuali violenti.

Gli abiti sono stati prestati dal gruppo di sostegno alle vittime “CAW East Brabant” e includono tute sportive, pigiami e abiti interi.

Lieshbeth Kennes (ndt.: del gruppo succitato) ha detto alla radio VRT1: “E’ quel che noti mentre cammini qui intorno: che erano tutti abiti molto normali e chiunque potrebbe indossarli. C’è anche la maglietta di una bambina con l’immagine del “Mio Piccolo Pony”, alla mostra, il che rende chiara un’amara realtà.”

Kennes ha aggiunto che le vittime sono tuttora biasimate nei casi di assalto sessuale, ove possono essere interrogate a partire dalla presunzione che sono in parte responsabili per quanto è accaduto loro. Per esempio, alcune vittime sono accusate di essere state vestite in modo provocante, di essere state “civette” o persino di star tornando a casa in bicicletta a un’ora tarda della notte.

Lieshbeth Kennes ha detto: “C’è una sola persona responsabile, una persona che può prevenire lo stupro: il perpetratore.”

molenbeek - expo

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mina

Questa è Mina Jaf, femminista curda irachena, fondatrice nel 2015 dell’ong Women Refugee Route, Vice Presidente dal 2017 della Rete Europea delle Donne Migranti e alla fine dello stesso anno premiata come a Bruxelles con il Women of Europe Award nella categoria “giovani attiviste”.

Mina è nata nel 1988, durante un attacco al suo villaggio effettuato con gas chimici: divenne una rifugiata nel momento stesso in cui vedeva la luce. La sua famiglia fuggì attraverso le montagne e visse vagabondando fra Iraq e Iran per i seguenti 11 anni, a volte senza passare più di una notte nel medesimo luogo, sino a quando madre e figli riuscirono a trasferirsi in Europa. Con i suoi familiari, Mina ha trascorso i tre anni successivi nei centri per i richiedenti asilo della Danimarca, prima che la loro condizione fosse finalmente stabilizzata.

Per tutta la sua infanzia Mina ha ascoltato, spesso fingendo di dormire, le storie orripilanti delle violenze subite dalle donne sfollate provenienti da mille luoghi diversi, dalla Bosnia alla Somalia: stupro e violenza domestica, la stigmatizzazione e la vergogna che circondavano le loro esperienze, il poterle condividere solo in sussurri nella notte. Mina è cresciuta con la determinazione di lottare per i loro diritti.

Oggi lavora non solo nella Danimarca di cui è orgogliosa cittadina, ma in Belgio (con lo Stairpont Project), Grecia e Italia e ovunque vi siano alte concentrazioni di migranti/rifugiati. Parla sette lingue: “Fatico ogni giorno per trovare le parole giuste con cui dire alle donne questa cosa: Se sei stata stuprata, al centro accoglienza o durante il tuo viaggio, devi dirlo. Se ometti questa informazione – perché hai paura, perché ti vergogni, per via dei tabù – non avrai una seconda possibilità.” Adesso Mina sta creando un’organizzazione di traduttrici, sapendo che le donne parlano più volentieri e facilmente con le loro simili: “La lezione più importante che ho appreso lavorando sul campo è questa: il modo in cui l’informazione è data è cruciale quanto il tipo di informazione data.”

Il 15 maggio scorso Mina Jaf ha parlato alle Nazioni Unite in un incontro dedicato alla violenza sessuale durante i conflitti. Non ha solo dettagliato molto bene la situazione mondiale, non ha solo spiegato cosa la violenza sessuale è: “un crimine di genere usato per svergognare, esercitare potere e rinforzare le norme di genere”, ha detto loro chiaro e tondo cosa bisogna fare:

“Promuovere l’eguaglianza di genere e il potenziamento di donne e bambine come fondamento a tutti gli sforzi per prevenire e affrontare la violenza sessuale durante i conflitti e sostenere le organizzazione delle donne che lavorano in prima linea;

Unirsi alla Chiamata all’Azione per la protezione dalla violenza di genere durante le emergenze e sostenerla;

Assicurarsi che l’Accordo Globale per i Rifugiati, che sarà completato nel 2018, sia progressivo per le donne e le bambine rifugiate;

Confermare i diritti di tutti i rifugiati migliorando urgentemente l’accesso alla protezione internazionale con le visa umanitarie, i reinsediamenti dei rifugiati, il più vasto accesso all’informazione e ad audizioni imparziali;

Assicurarsi che l’aiuto umanitario si accordi al diritto umanitario internazionale e non sia soggetto a limitazioni imposte dai donatori, come il negare l’accesso ai servizi sanitari per la salute sessuale e riproduttiva quali l’interruzione di gravidanza;

Impegnarsi in programmi che siano aggiornati con analisi di genere, che riconoscano le necessità di tutte le sopravvissute e includano dati disaggregati per sesso ed età: questo deve comprendere l’addestramento alla sensibilità di genere per chiunque lavori con le sopravvissute sul campo e l’inclusione delle sopravvissute nella consultazione sulle individuali strategie di protezione;

Limitare il flusso delle armi leggere ratificando il Trattato sul Commercio delle Armi e implementandolo tramite leggi e regolamenti nazionali.

Non è sufficiente condannare gli atti di violenza sessuale durante i conflitti. Chiunque sia presente qui oggi è responsabile del porvi fine, del portare tutti i perpetratori davanti alla giustizia e del mettere le donne all’inizio e al centro di ogni responso per prevenire la violenza.

Maria G. Di Rienzo

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marguerite coppin

La donna in immagine finì sui giornali per aver scandalizzato la città di Bruges, in Belgio. Con la gonna d’epoca fissata alle caviglie da mollette (successivamente disegnerà un tipo di pantaloni più adatto ai suoi scopi) aveva percorso le strade urbane… in bicicletta! “Oltraggioso”, rimarcarono i quotidiani.

La signora era Marguerite Aimee Rosine Coppin (1867 – 1931) nata a Bruxelles, attivista femminista per i diritti delle donne, scrittrice e poeta: diverrà in effetti la “poeta laureata” del Belgio. Come molte femministe delle sua era, considerava la bicicletta una “macchina della libertà” per le donne. La giovane nostra contemporanea ripresa qui sotto condivide questa visione.

baraah

Si chiama Baraah Luhaid, ha 25 anni e vive in un paese, l’Arabia Saudita, in cui il consenso di un uomo è obbligatorio per l’accesso delle donne ai diritti umani e le femministe sono costantemente a rischio di essere processate e imprigionate.

Nel 2013 il bando totale per le cicliste è stato leggermente ammorbidito: le donne saudite possono andare in bicicletta, ma solo nei parchi autorizzati o sulle spiagge e solo se un “tutore” maschio è presente. Baraah Luhaid ha pensato che il resto del cambiamento necessario lo avrebbe spinto da sé.

“Quando faccio attivismo perché le donne possano andare ovunque in bicicletta, sto promuovendo l’indipendenza delle donne. Cambiare credenze radicate profondamente richiede un lento e persistente lavoro. – ha detto nelle interviste – Presenta difficoltà, ma qualcuna deve pur cominciare.”

Così, ha dato inizio a una comunità mista di cicliste/i e aperto un’officina per biciclette (“Il perno dei raggi”) che comprende un caffè e offre servizi e seminari alle donne… all’inizio dal retro di un camioncino, perché Baraah come femmina non è autorizzata a fondare un’attività commerciale – la sua è a nome del fratello, che la sostiene appassionatamente – e i suoi talenti di meccanica e ciclista legalmente potevano essere rivolti solo agli uomini. Ha anche, come Marguerite Coppin, disegnato una versione dell’abito imposto alle donne (abaya) che permette loro di andare in bicicletta più agevolmente, senza che la stoffa si impigli nei raggi.

La sfida più ardua per lei, ha detto di recente a The Guardian, sono le barriere culturali. Quando passa per strada in bicicletta la gente chiude le tapparelle dopo averle urlato insulti e la polizia la ferma regolarmente sia quando la incontra per caso, sia perché riceve allerta sul suo “oltraggioso” comportamento. Ma lei insiste, pedala in pubblico, incoraggia le sue simili a imitarla, cambia raggi rotti e si consola leggendo libri come “Le ruote del cambiamento” di Sue Macy, ove è tracciata la storia delle donne che hanno fatto questo prima di lei. Sa che la bicicletta ha giocato un ruolo importante nel movimento per la liberazione delle donne.

L’officina “Il perno dei raggi” ha vinto di recente un premio governativo per le iniziative in affari. La Principessa Reema, vice presidente dell’Autorità saudita per gli sport femminili, ha pubblicamente approvato il progetto – e simbolicamente ha strizzato l’occhio a Baraah Luhaid.

Maria G. Di Rienzo

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Siete donne e vi laureate in medicina? La vostra Facoltà ci tiene ad informarvi via e-mail che la cosa importante, “da un punto di vista estetico”, è che alla cerimonia vestiate “in gonna o abito con bella scollatura” (i maschi possono indossare completi). Ma “beninteso, signore, ciò non è obbligatorio”.

messaggio ateneo

E’ successo di recente alla Libera Università di Bruxelles in Belgio.

Come potete immaginare, i commenti indignati e ironici delle laureande sono stati del tipo: “Stai per diventare un medico, ma chi se ne frega, mostraci le tette.”, la storia ha fatto il giro del mondo e di fronte alla salva di pernacchie internazionali sono arrivate le pubbliche scuse: “Non occorre dire che le istruzioni relative all’abbigliamento delle/dei laureande/i sono contrarie ai valori della Libera Università di Bruxelles e di questa Facoltà.”

Non occorre? E chi ha pensato di mandare la mail alle/agli studenti? Perché ha creduto di essere legittimato a normalizzare la sessualizzazione coatta delle laureande? (Ma non è “obbligatorio”, suvvia, è una “libera scelta”…) Perché si pretende dalle donne che ingoino sorridendo tonnellate di cacca sessista qualsiasi professione o mestiere intraprendano?

Occorre rispondere a queste domande, eccome. Maria G. Di Rienzo

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(“Society, watch me survive you”, di Meeni Levi – in immagine – 19 anni, belga: si definisce “senza genere” e fa parte della “Youth Coalition for Sexual and Reproductive Rights”. Il pezzo è stato scritto il 17 maggio 2016 in occasione del Giorno Internazionale contro l’omofobia, la transfobia e la bifobia. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

meeni-levi

Un articolo mi ha detto che le persone LGBT tentano di uccidersi e si uccidono tre volte tanto rispetto agli altri e io ho detto: “Società, guardami mentre ti sopravvivo”.

Rossa è la luce nella mia mente

che dice

FERMATI e grida:

Loro non sanno chi sei

ti odieranno ti odieranno ti odieranno.

Arancione è il sorriso

che mi fa superare gli attacchi di panico.

Giallo è l’odore

del pigiama appiccicoso di sudore

quando il mio letto è un uragano e io non so nuotare.

(Anche il mio shampoo profuma di giallo – fa comodo.)

Verde è il liquore che annaffia l’arancione:

congratulazioni per essere sopravvissuto/a 18 anni.

Blu è il fare le prove per l’appello,

non sapendo quale nome usare,

pensando che sarebbe più semplice

farci solo una croce sopra.

Il viola sarebbe più facile

se la gente ascoltasse

invece di comporre la mia faccia

con zanne e gomme per cancellare.

(L’indaco mancante sono le persone

che mi dicono che ho il pallino

dell’essere complicato/a.

Io rispondo che loro hanno il pallino

di rendermi tale

e di non capire quel che intendo.)

rosa-arcobaleno

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logo-agora-2016

Oggi a Bruxelles comincia la Scuola estiva femminista europea organizzata dall’European Women’s Lobby (AGORA, 2^ edizione: in inglese la parola è senza accento). Gli scopi dell’iniziativa sono:

– riconnettere e rinforzare l’attivismo delle giovani donne europee;

– organizzare uno spazio creativo per le giovani femministe agenti del cambiamento;

– costruire solidarietà fra le giovani attiviste femministe e potenziarle;

– lavorare insieme attraverso i confini per rendere il femminismo più inclusivo e amplificare le voci delle reti femministe europee;

– fornire all’European Women’s Lobby maggior conoscenza degli interessi e dei bisogni delle giovani femministe per portarli più al centro delle future strategie e azioni dell’organizzazione.

Sino all’11 settembre le circa cinquanta partecipanti, nella fascia d’età dai 18 ai 30 anni, affineranno le loro capacità tramite seminari, conferenze, condivisione di abilità ed esperienze.

Qui sotto c’è Claire Heuchan, che partecipa alla Scuola estiva finanziata dal gruppo femminista scozzese “Engender”, ripresa in un momento del suo lavoro volontario alla Libreria delle Donne di Glasgow.

claire-heuchan

E questo è un brano della sua presentazione sul sito dell’European Women’s Lobby, la più grande rete di organizzazioni femministe dell’Unione Europea: “Il mio nome è Claire. Sono una femminista, nello specifico una femminista della varietà nera e radicale. La mia priorità è migliorare la vita delle donne – in particolare delle donne di colore – e ciò richiede azioni quanto richiede parole. Perciò ho fatto domanda per la Scuola estiva femminista, per poter imparare di più su come fare un ponte fra teoria e pratica, fra idee e realtà. Queste tre parole, Scuola estiva femminista, promettono bene per tutto ciò di cui io sono appassionata: apprendimento, politica femminista e opportunità di lavorare con donne brillanti. Passate abbastanza tempo negli spazi delle donne e comincerete a credere che tutto è possibile. Ogni qualità che le altre donne vedono in te cresce e diventa visibile ai tuoi occhi, dà forma alla percezione che hai di te stessa e gradualmente eclissa i dubbi che hai su te stessa. Tramite il riconoscimento dei talenti in altre donne, i tuoi propri diventano parte di una struttura, e in modo subconscio cominci a disfare gli strati di misoginia che erano nascosti nelle profondità della tua mente e sviluppi una fiducia razionale nelle tue capacità.”

Non si poteva dirlo meglio. Maria G. Di Rienzo

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Naturalmente cerco di prendere tutto quel che leggo sui quotidiani cum grano salis, ma sembra che almeno uno dei giovani signori che avrebbero “reagito” alla “giocattolizzazione” della loro fede (ci sei, Bergoglio?) facendo stragi in quel di Parigi, il Corano non lo abbia mai aperto: ha letto l’interpretazione sul web. Salah Abdeslam sarebbe insomma un “laureato all’Università YouTube”, come si dice da noi, un ignorante infarcito di nozioni pescate a caso su internet e scollegate sia fra loro sia da qualsiasi approfondimento o riflessione.

Secondo il suo avvocato belga, che lo gratifica di ogni sorta di epiteti poco lusinghieri parlando della sua intelligenza, appartiene a una generazione che crede di vivere in un videogioco. Non so quanti anni abbia l’inviato de La Stampa che oggi, 28 aprile 2016, riporta la notizia dell’estradizione in Francia di Salah Abdeslam, ma a giudicare dal suo articolo potrebbe appartenere alla medesima generazione di young and ignorant people: citando l’avvocato suddetto infatti scrive “… c’è stato uno scambio di colpi, ma io so’ difendermi.”

Signore, mi ascolta? Coniugazione del verbo sapere, presente indicativo – io so, tu sai, egli sa, noi sappiamo, voi sapete, essi sanno. So’ è, al massimo, l’elisione di “sono”, presente soprattutto in alcuni dialetti: “Ciao, so’ Gino, che fai, esci?” “Nun posso, sto a scrive n’articolo… è difficile, perché lo devo scrive in lingua straniera… in italiano, li mortacci.”

Maria G. Di Rienzo

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