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Posts Tagged ‘immagine del corpo’

(tratto da: “How I Came To Love My Fat, Beautiful Body”, un più lungo articolo di Sarah Blohm – pseudonimo – per Role Reboot, 4 gennaio 2017. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

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Ci sono giorni in cui celebro il mio corpo come il contenitore della Dea che è ed altri in cui mi sento tradita da esso, vorrei dargli fuoco e passarci sopra con l’auto nel mezzo della strada.

Vivere con una serie di malattie croniche, soffrire gli effetti della manipolazione ormonale – l’uso di steroidi per controllare stati infiammatori – e dover maneggiare le fluttuazioni di peso relative hanno creato questo grande varco fra ciò che io penso essere vero e la realtà.

Negli ultimi anni ho lavorato duro per costruire un ponte sul varco. Alle volte fallisco in modo clamoroso, altre volte mi muovo nella vita con un sorriso soddisfatto, fiduciosa e allegra. Chiunque abbia mai avuto a che fare con le precisazioni poste davanti ai complimenti sa esattamente di che sto parlando.

“Per essere una ragazza grossa sei davvero carina.”

“Per qualcuno della tua taglia sei in forma splendida.”

“Anche se sei larga, piaci ai ragazzi.”

“Mi sorprende che pur essendo una ragazza grassa tu abbia lo stomaco piatto.”

Nonostante, anche se, sebbene… parole e frasi dette prima di complimenti ambigui che invece di rinforzarti ti schiantano.

La faccenda è questa: le cose dette sopra possono essere tutte vere, ma il mio corpo e io siamo di più della somma delle nostre parti. Il mio peso non è la cosa più interessante di me. E il mio corpo, questo mio largo corpo, ha attraversato tutto.

Non mi ha abbandonata quando mi è stato diagnosticato il cancro. Mi ha sostenuta attraverso operazioni chirurgiche dolorose, biopsie, colposcopie, laparoscopie e un numero apparentemente infinito di medicine (ognuna delle quali con il proprio orrendo effetto collaterale, fra cui il mio preferito, si fa per dire, è stato perdere i capelli).

Il mio corpo è rimasto risoluto di fronte all’abuso coniugale, ad ogni parola odiosa e ogni minaccia in esso contenute. Il mio corpo mi ha portata nell’esercito e nei giorni precedenti il mio 19° compleanno, quando sono stata assalita mentre tornavo a casa da una festa. Mi ha portata su piedi veloci quando ero in grado di correre per un miglio (Ndt.: circa un chilometro e 600 metri) in sei minuti, salire su una corda in meno di trenta secondi e sollevare 300 libbre (Ndt.: poco più di 226 kg.)

Mi ha tenuta in piedi attraverso ogni scazzottata. Attraverso l’abuso sessuale infantile e il trauma che ne è seguito: il mio corpo ha bruciato di rabbia e mi ha aiutata ad aggrapparmi alla mia vita.

Mi ha portata avanti dopo che sono stata stuprata durante un appuntamento, un momento in cui ho preso in seria considerazione l’idea di farla finita. Il mio corpo ha guarito se stesso. Il mio corpo ha guarito me.

Non è perfetto: ha gonfiori, cicatrici, segni. E’ quasi sempre dolorante. Ma il mio corpo è capace di straordinarie prove di forza. E il mio corpo è sexy.

Questo è qualcosa che devo ricordare a me stessa ogni qualvolta le precisazioni fanno capolino nei mie stessi discorsi. “Per essere una ragazza grassa, ho un bel sorriso.”, “Nonostante sia grossa, sembro gradevole oggi.”, oppure “Uh… anche se sono così, quel tizio ha appena flirtato con me.”

No. Io ho un bel sorriso. Io sono gradevole. I ragazzi mi chiedono di uscire con loro (la mia agenda al proposito è spettacolare).

Mi ci sono voluti otto anni per capire che la bellezza e la percentuale di grasso corporeo non si escludono l’una con l’altro. Vi invito a fare altrettanto. Senza aggiungere precisazioni.

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(“Sustaining the Sisterhood After the March” di SanPatagonia, pseudonimo di una giovane argentina studente universitaria e attivista femminista: “una cercatrice, una pellegrina, un’anima… una donna”. 30 gennaio 2017, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Il 21 gennaio mi sono unita in spirito alla Marcia globale delle Donne dalla Patagonia, in Argentina. Tramite Twitter, ho marciato virtualmente in solidarietà con le marce fisiche che si tenevano in tutto il mondo.

Eravamo tutte unite sotto lo stesso cielo con la stessa convinzione che siamo eguali e meritiamo parità e rispetto. Non c’era paura nei nostri passi. Non c’era violenza nelle nostre azioni. Ho testimoniato forza, coraggio e migliaia di voci pronte ad alzarsi.

In quel giorno ci siamo sollevate come una sola persona. Ma c’è un vecchio proverbio che dice: “Dio è nei dettagli”. (Ndt.: io lo conoscevo come “Il diavolo è nei dettagli”)

Io sono un’attivista per l’eguaglianza da quando ho memoria e ogni vittoria che ho celebrato è stata breve e dolceamara – un piccolo passo che può sempre essere riportato indietro.

Sei giorni dopo la marcia ho saputo che una donna di 28 anni della mia città era morta. Suo marito l’ha picchiata a morte. La brutalità della nostra società e il profondo disprezzo per la vita di una donna restano intatti. Proprio l’anno scorso, avevamo marciato per un’altra donna assassinata dal marito.

Mi sorge la stessa domanda, allora e adesso: marciamo e siamo milioni – e poi? Come possiamo educare al cambiamento reale se non abbiamo la volontà di contribuire al cambiamento fra di noi su base giornaliera?

Per due anni di fila, il movimento NiUnaMenos si è sollevato nel mio paese come un urlo imponente per fermare il femicidio e la violenza di genere. L’anno scorso, la marcia nazionale di Ni Una Menos si tenne nello stesso giorno dedicato alla previdenza del cancro e le donne che vestivano di nero furono criticate perché in quel modo mandavano un messaggio negativo nel giorno dedicato al cancro.

Quanto perdute siamo in questi trucchi cosmetici per predarci l’un l’altra in tal modo? Come donne, spesso contribuiamo ai nostri passi indietro. Le critiche più dure, i più profondi e significativi silenzi e le più aspre opinioni tendono ad arrivarci dalle nostre sorelle nella lotta.

Troviamo oltraggiose le uscite dei politici, ma votiamo per loro – quando andiamo a votare del tutto. Condanniamo i picchiatori ma pure siamo disposte a chiamarci fuori se li conosciamo o se fanno parte delle nostre famiglie. Votiamo persino per i picchiatori, di tanto in tanto, anche se le accuse contro di loro sono pubbliche.

Lasciamo sapere ai ragazzi che possono fare qualsiasi cosa e alle ragazze che devono stare attente perché non sono ragazzi.

Usiamo i nostri social network per giudicare le donne che non si sposano o non hanno bambini.

Quando una donna si veste come le pare, senza badare all’età o al tipo di corpo, la chiamiamo pazza; quando una donna osa essere ambiziosa o compie un subitaneo cambiamento nella sua vita o nella sua carriera, la chiamiamo deviata.

Mentre scrivo, sono passati 9 giorni dalla Marcia delle Donne. Tre reporter della CNN spagnola se la stanno prendendo con Ariel Winter (Ndt.: attrice statunitense) per la scelta dell’abito che indossa alla serata dei SAG Awards (Ndt: SAG sta per Screen Actors Guild – Gilda attori dello schermo, conferisce premi per le migliori interpretazioni dei membri dell’associazione).

Posso sentire una donna che dice, sdegnata: “Non si adatta al suo corpo.”

Perché facciamo questo? Il segmento proposto dovrebbe essere divertente e spassoso, ma tutto quel che io vedo è una giovane donna che lavora come attrice e indossa una veste lunga verde. Tutto ciò le appartiene, è suo. Però i suoi detrattori agiscono come se lei appartenesse a loro, il suo corpo, le sue scelte, la sua immagine pubblica. La rete televisiva legittima l’abuso.

Non sento alcuna voce protestare dal pubblico.

Queste cose non accadono a causa di nessun nuovo presidente. Dobbiamo saper essere responsabili.

Il cambiamento non è garantito. Quando marciamo, compiamo i primi passi nella nostra lotta per l’equità. Ma dobbiamo continuare a fare passi in avanti. Dobbiamo sfidare noi stesse a compiere piccole azioni ogni giorno e a rendere la nostra visione realtà.

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P.S. della traduttrice: Ni Una Menos ha chiamato allo sciopero internazionale delle donne per l’8 marzo. A tutt’oggi, oltre che ovviamente dall’Argentina, hanno risposto positivamente coalizioni femministe da: Australia, Bolivia, Brasile, Cile, Corea del Sud, Costa Rica, Cecoslovacchia, Ecuador, Francia, Germania, Gran Bretagna, Guatemala, Honduras, Irlanda del Nord, Irlanda, Islanda, Israele, Italia, Messico, Nicaragua, Perù, Polonia, Russia, Salvador, Scozia, Stati Uniti, Svezia, Togo, Turchia e Uruguay. Ne riparleremo.

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Sarah Graley è una giovane fumettista inglese che vive a Birmingham “con quattro gatti e un ragazzo che somiglia a un gatto”, e questo è il suo ultimo lavoro: “Kim Reaper”.

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Il titolo è un gioco di parole che contiene il nome di una delle due protagoniste principali, Kim, e suona un po’ come “Grim Reaper”: il Tristo Mietitore, l’Angelo della Morte, il Messaggero dell’Aldilà ecc. E in effetti, la giovane Kim si sta addestrando proprio per questo mestiere. La sua compagna di scuola Becka, che ha per lei una cotta totale (la definisce con altri un esempio vivente di “belle arti”), lo scopre per caso seguendola e…

Vediamo che ne dice l’Autrice, intervistata da Mey di Autostraddle il 7 febbraio scorso:

“Forse suonerà imbarazzante dirlo ora, ma quando avevo 12-13 anni sognavo di diventare una Trista Mietitrice. Vivevo nei pressi di un cimitero ed ero davvero terrorizzata dagli zombie, avevo un sacco di incubi sugli zombie, perciò quello era il modo in cui maneggiavo la cosa: gli zombie e altre creature del genere non potevano farcela contro la Morte, giusto? Posso confermare oggi, alla tenera età di 25 anni, che non sogno più cose del genere! Ma mi piacevano le idee che quei sogni mi facevano venire e ho pensato che avrebbero potuto costituire un fumetto davvero divertente. (…)

Mi piace anche scrivere storie a tema omosessuale. Sono cresciuta con televisione e libri a cui mancava questa rappresentazione (che un’adolescente come me avrebbe davvero apprezzato) perciò adesso mi scrivo da sola tutte le avventure gay che voglio. La storia in “Kim Reaper” è alimentata dal fatto che Kim si sta preparando alla professione di Trista Mietitrice, ma il focus della storia stessa è la relazione fra Kim e Becka. Sto sperando che chi leggerà “Kim Reaper” passerà gli stessi bei momenti che ho passato io lavorandoci. Quel che accade nel mondo attualmente è molto preoccupante e stressante, perciò io spero che i miei fumetti servano da “pausa dolce” alle lettrici e ai lettori.”

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Il primo numero di questa serie uscirà il 5 aprile 2017. Traduzione in italiano? Speriamo. Maria G. Di Rienzo

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(“Rat’s Nest”, di Monica Rico, poeta e scrittrice contemporanea. Monica ha un diploma universitario in Studi sulle Donne e due in Scrittura Creativa. E’, nelle sue stesse parole “una fan dell’esplorazione spaziale, del cibo cucinato in casa e dei meravigliosamente alti calici da champagne”. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

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Mia madre diceva che i miei capelli erano come il nido di un ratto, un nido di ratto

spennato da una cincia dalla testa nera per farne un altro, o per cominciare

la più minuscola delle sciarpe perché occasionalmente i miei capelli somigliano così tanto alle foglie da attaccarsi

a chiunque, a ogni maglione che abbraccio, a volte profumano di buono proprio come

le foglie decidendo di voler essere davvero un intero albero desideroso di crescere

come nebbia dal fiume che si diffonde all’esterno e all’intorno, come lanugine di soffione

rintracciabile su ogni superficie a mo’ di una scintilla, un riflesso, una promessa di rimanere

me stessa con questi capelli i quali sono come una rampa di scale, antenne puntate all’infuori verso il mondo,

tesi come gladioli, qualcosa di così meraviglioso da far restare le vostre dita intrappolate in questa capigliatura

che costringe gli stessi denti del pettine a spezzarsi e piegarsi.

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(tratto da: “100 Women 2016: Female Arab cartoonists challenge authority” – BBC News 28 novembre 2016; articolo di Severine Dieudonne e Naomi Scherbel-Ball, video di Dina Demrdash. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

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“Ciò che rappresenta meglio la “custodia” maschile delle donne nel nostro paese è la questione delle giovani spose. – dice la vignettista egiziana, pluri-premiata, Doaa el-Adl – C’è questo trend per cui uomini abbienti, provenienti dagli stati del Golfo, si recano nelle aree rurali impoverite dell’Egitto per trovare “spose a tempo determinato” molto più giovani di loro.” Anche se giovani, per la legge egiziana, significa almeno 18enni, sono i capi maschi della loro famiglia a decidere di darle come mogli a uomini stranieri: se uno di questi ultimi vuole una ragazza che sia più giovane di lui di oltre 25 anni il prezzo pagato ai familiari è di circa 5.800 euro (che per un petroliere sono spiccioli, ma per contadini ridotti in povertà è cifra più che appetibile). Nella maggior parte dei casi, la “sposa” acquistata in questo modo viene abbandonata dopo un breve periodo di utilizzo.

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Doaa el-Adl

“Quando ho cominciato a pubblicare i miei disegni l’ho fatto in modo così anonimo che tutti presumevano io fossi un uomo. – dice la fumettista tunisina Nadia Khiari – Non riuscivano a immaginare che una donna potesse saper disegnare, figuriamoci produrre personaggi umoristici e arguti.” Nadia è la creatrice di “Willis di Tunisi”, un gatto le cui avventure a fumetti forniscono un caustico resoconto su come si vive nella Tunisia post-rivoluzionaria.

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– Vostra figlia è stata picchiata e stuprata! Ma il suo stupratore vuole sposarla…

– Sollievo! Il nostro onore è salvo!

La sua vignetta è ispirata a quel che un conduttore di talk show televisivo ha detto nello scorso ottobre (poi è stato sospeso), sulla vicenda di una ragazza che ha subito anni di abusi sessuali da parte di tre parenti: essendo infine rimasta incinta, il conduttore suggeriva che avrebbe dovuto sposare uno dei tre. Quest’attitudine persiste, spiega Nadia Khiari, nonostante la nuova legislazione introdotta nel 2014 che include l’eguaglianza di genere nella Costituzione post “Primavera araba”: “Il corpo di una donna appartiene alla sua famiglia e anche se ha subito violenza sessuale è l’onore della famiglia che dev’essere preservato a ogni costo. L’Amministrazione tunisina non riconosce lo stupro per quel che è, non lo vede come un crimine grave.”

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Nadia Khiari

Riham Elhour è stata la prima vignettista in assoluto a essere pubblicata dalla stampa marocchina. Il suo compleanno cade nel Giorno Internazionale delle Donne, l’8 marzo, e lei dice di essere “nata femminista”. Disegnare, che era cominciato come un hobby nell’infanzia, è diventata la sua professione quando ha vinto un premio dell’Unesco più di 15 anni fa.

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Il tema che ha scelto per il suo fumetto è il viaggio all’estero e il fatto che numerosi uomini marocchini impediscono alle loro mogli di recarsi fuori dal paese usando la legge. Nonostante molte leggi sulla “custodia” maschile delle donne siano state cancellate da riforme del 2004 e del 2014, le donne in Marocco hanno ancora bisogno in determinate condizioni del permesso formale dei loro mariti per lasciare il paese: “Gli uomini usano questo per controllare le vite delle donne.”, attesta Riham, che è ancora l’unica donna vignettista del giornale per cui lavora. Ma resta fermamente convinta che tramite l’arte si possa cambiare il modo in cui le donne sono viste in Marocco: “Voglio che i miei disegni sollecitino le donne a lottare per i loro diritti. Non voglio che si limitino a lamentarsi della situazione. Io sono una lottatrice. Tutte le donne lo sono.”

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Riham Elhour

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(“I clean up the messes of the porn industry. Why are we still questioning whether pornography is oppressive?” – “Io ripulisco i casini combinati dell’industria del porno. Perché stiamo ancora dibattendo se la pornografia sia oppressiva o no?”, di Ann Olivarius, avvocata – in immagine – per Culture Reframed, novembre 2016. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

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Quando ho sostenuto che la pornografia è intrinsecamente oppressiva, al dibattito della Cambridge Union (Ndt: società per la libertà di parola dell’Università omonima), onestamente non mi aspettavo che la mia squadra vincesse il sostegno del pubblico. Lo speravo. Ma sapevo anche che chi è cresciuto nell’odierno mondo pornificato comprensibilmente trova difficile vederne i danni.

Io li vedo. Io sono un’avvocata e pratico la mia professione negli Stati Uniti e nel Regno Unito, e ho passato un po’ dei miei giorni – più di quanti desiderassi – a ripulire i disastri causati dall’industria della pornografia.

Ammetto che non avevo prestato troppa attenzione agli enormi cambiamenti occorsi nel mondo della pornografia durante l’ultimo decennio. Ma un paio d’anni fa, ho ricevuto una chiamata telefonica da parte di una donna del Midwest, negli Usa. Era sabato notte, a Londra. Io ero sola nell’ufficio, così ho risposto: la madre disperata di una studente liceale mi disse che gli amici di sua figlia, la 16enne Sallie, avevano abusato di lei mentre era ubriaca e avevano filmato gli abusi sui loro cellulari.

La ragazza si era svegliata la mattina dopo non ricordando cos’era accaduto. Quando venne a sapere dei filmati, i clip erano già stati distribuiti per tutta la scuola. Due giorni più tardi, tornando da scuola, Sallie disse a sua madre che non aveva avuto una giornata granché buona, andò nella propria stanza e si uccise. Io feci tutto il possibile per aiutare la madre in lutto, ma le opzioni legali erano limitate. Il mondo era ancora nella fase di apprendimento rispetto alla cosiddetta “pornografia per vendetta” e lo è a tutt’oggi. Da allora, questo tipo di chiamate al mio ufficio sono diventate regolari.

Alcune vittime della “pornografia per vendetta” si ribellano, altre entrano in clandestinità o in qualche istituto, e altre finiscono nella propria tomba. Ma le immagini continuano a vivere, in maggioranza sui siti pornografici.

E perché su questi ultimi? Perché non solo l’industria del porno ha inventato la “pornografia per vendetta” (le prime immagini di questo tipo furono pubblicate da Hustler nel 1980), è anche interessata a mantenere questa redditizia pratica, proprio come continua a trovare nuovi modi di abusare delle donne, e qualche volta degli uomini, per creare nuova domanda. Nei rari casi di una critica, i portavoce dell’industria sosterranno che è solo un affare come un altro, solo un lavoro come un altro, o che loro sono le avanguardie della libertà di parola.

Una delle nostre clienti, un’attrice porno, si rivolse a noi il giorno seguente alle sue dimissioni dall’ospedale, dove aveva dovuto farsi suturare il retto dopo essere stata filmata in una scena brutale. Non avrebbe potuto lavorare per qualche tempo e si chiedeva che protezioni le leggi sul lavoro potessero fornirle. Ce n’erano molto poche. Lei era stata “in affari” per tre anni, che è in pratica il periodo più lungo di resistenza per la maggioranza delle donne nella pornografia che io ho conosciuto. Non aveva una pensione, non aveva mai sentito la parola “promozione” e non aveva idea di come procedere. L’industria si era presa tre anni della sua vita e le aveva lasciato solo un prolasso rettale che, per la cronaca, è qualcosa che l’industria porno si vanta di produrre: c’è un mercato in crescita per il “bocciolo di rosa” nei film pornografi – il quale si dà quando le pareti interne del retto dell’attrice collassano e il tessuto rosso interno “sboccia” fuori dall’ano.

Non si tratta di un’industria in cui le maestranze possono invecchiare, avere una pensione, ferie garantite o sicurezza sul lavoro. E’ un’industria in cui le donne sono abusate per la gratificazione sessuale di chi le guarda. L’oppressione delle donne è inerente alle storie che sono fatte circolare.

Le performer non sono le sole a essere oppresse. Alcuni dei consumatori vogliono mettere in pratica quel che hanno visto con le loro compagne. Ho avuto un buon numero di casi di divorzio al cui centro c’era la pornografia e coppie le cui vite sessuali erano state distorte e distrutte.

Ci sono anche quelli che forzano atti pornografici su altre persone, spesso credendo di avere il diritto di farlo. Dopotutto, nella pornografia le donne rispondono con piacere all’essere costrette e ferite. Anna aveva 8 anni quando disse a sua madre che il cugino, 14enne, le faceva cose che non le piacevano. Quando le si chiese se il cugino facesse sempre le stesse cose, Anna replicò: “Qualche volta, ma se vede qualcosa di nuovo sul telefonino cambia.”

Abbiamo anche maneggiato casi di adulti che usano la pornografia per abituare i bambini al sesso, o che la usano come giustificazione per le loro violenze sessuali contro minori e donne. E alcune delle persone più traumatizzate che io abbia mai conosciuto sono prostitute (spesso trafficate) a cui i clienti insistevano – a volte usando la forza e sempre credendo che il consenso sia qualcosa che potevano comprare – nel chiedere di replicare azioni viste nei film pornografici.

Le donne non sono le sole a subire danni. Abbiamo incontrato attori porno che hanno subito danni gravi e alcuni di loro potrebbero morire giovani a causa dell’HIV o di altre malattie. E abbiamo visto quelli che diventano porno-dipendenti in giovane età come Henry, uno studente di Oxford che prima dei vent’anni si innamorò e fu abbastanza fortunato da essere ricambiato. Ma per quanti sforzi facesse non riusciva a godere del sesso con questa ragazza. Non era come pensava dovesse essere e non aveva erezioni. Il suo cervello era intossicato dalla gratificazione istantanea ricevuta dalla pornografia. Henry chiese il nostro aiuto per sapere se una sua eventuale denuncia dell’industria della pornografia, per avergli sottratto il piacere di avere rapporti sessuali, avrebbe avuto basi legali. Henry oggi è un attivista che lotta contro i danni fatti agli uomini dalla pornografia.

La pornografia è intrinsecamente oppressiva? La maggioranza dei partecipanti al dibattito della Cambridge Union ha detto di sì. E lo dico anch’io.

Spero questo significhi l’inizio di un vero respingimento dell’industria pornografica, che i giovani non le permettano di distorcere e degradare la loro sessualità e le loro preferenze sessuali, mai più.

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(brano tratto da: “Anti-feminism, then and now”, un più lungo articolo di Angela McRobbie – in immagine – per Open Democracy, 28 novembre 2016, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Angela McRobbie è docente universitaria in Comunicazione all’Università di Londra e scrittrice.)

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Quando Silvio Berlusconi era il Primo Ministro italiano abbiamo avuto un assaggio delle cose che accadranno negli Usa. Magnate dei media, uomo di spettacolo e disponibile a fare il buffone ma veicolando sempre un senso di minaccia, Berlusconi era Tony Soprano nella vita reale (Ndt: boss mafioso italoamericano, personaggio televisivo della serie “I Soprano”), un uomo per cui le donne erano inevitabilmente poco più di un pezzo di culo.

Berlusconi si opponeva, con tutto il suo essere, all’ascesa di donne indipendenti. Era un uomo che voleva mettere indietro l’orologio al tempo in cui le donne sapevano qual era il loro posto ed erano servili come madri, nonne, amanti e intrattenitrici. Per ogni donna della mia generazione c’è qualcosa di familiare in questo tipo di anziano, afflitto dal non poter più pizzicare il didietro a una donna impunemente.

Quando era costretto a interagire con donne di potere sullo scenario mondiale, come la Cancelliera tedesca Angela Merkel, Berlusconi diventava un pagliaccio, facendosene beffe, giocando come uno scolaretto e facendo “facce buffe” alle sue spalle come se lei non fosse nulla più di una “tata”, dicendo con questo a tutti gli effetti: “Non aspettarti che ti prenda sul serio.” (Ndt: l’Autrice non menziona, probabilmente ignorando il particolare, che l’ha anche definita “culona inchiavabile”).

Dovendosi confrontare con la realtà di voci femministe, adottava la posa classica dell’insultare e svilire le femministe come non attraenti, vecchie e disgustose, nel mentre promuoveva a posizioni di potere nel suo governo donne prive di qualifiche e “belle” in modo stereotipato. (…)

Sebbene l’antifemminismo cambi costantemente il suo aspetto, non se ne va mai. Come la scrittrice e attivista Susan Faludi documentò nel suo importante libro “Contrattacco”, un furioso movimento oppositivo di aderenti alla “maggioranza morale” nacque quasi contemporaneamente all’ascesa del femminismo liberale e socialista negli Stati Uniti. Nel mio proprio libro “All’indomani del femminismo” ho tracciato un più tardo sviluppo in complessità del contrattacco: questo movimento successivo implicava una nuova forma di “sostegno” alle donne, in special modo alle giovani, a condizione che abbandonassero il femminismo come un vecchio berretto anacronistico e profondamente repellente – qualcosa di associato a vecchie donne descritte come amareggiate e provenienti da un’era del passato – in favore di un percorso di individualismo femminile, in cui le competitive “Ragazze Alfa” avrebbero facilmente raggiunto i loro obiettivi nella nuova meritocrazia, senza l’aiuto del femminismo.

Durante il periodo dei governi di Tony Blair in Gran Bretagna, questo ideale imperava nella cultura politica e in quella popolare. Il femminismo fu messo in frigorifero mentre ci si aspettava dalle donne che fossero delle sorridenti e compiacenti “Bimbe di Blair”. Io ricordo tale periodo molto bene, quando persino le studenti che erano attivamente interessate alle questioni del lavoro, dell’impiego, del genere e della sessualità ripudiavano il femminismo, pensando che potevano benissimo farcela senza di esso. La moda era una sorta di “femminilità fallica”: agire come un giovanotto, con una bottiglia di liquore nella tasca posteriore e passare il tempo nei club di lap dance. (…)

L’antifemminismo ha ora preso una piega molto più aggressiva. Questa ostilità ha trovato casa su internet e da là si è mossa sulle strade. La lista delle attiviste, politiche e opinioniste che hanno ricevuto minacce di morte e hanno dovuto richiedere la protezione della polizia (Ndt.: in Gran Bretagna) è cresciuta vertiginosamente negli ultimi 12 mesi. Il pericolo e la minaccia della violenza hanno un effetto specifico sulle donne, differente da quello di uomini che si fronteggiano per combattersi. Berlusconi apparteneva al regno dei film sul “Padrino”, in cui le donne erano schiaffeggiate per aver osato contrastare l’uomo di casa. Fra le molte affermazioni fatte di recente, Trump ha detto in tono provocatorio che non c’è bisogno di “spaventarsi”, ma il nuovo contrattacco assume la forma di una sfida aperta alle donne che vogliono prendere una posizione. Il nucleo centrale dei diritti che erano stati conquistati in materia di contraccezione e aborto è ora più che mai minacciato. Sono le donne che saranno costrette a difendere le libertà per cui avevano lottato sin dall’inizio della “seconda ondata” del femminismo.

Non possiamo ancora dire quanto reale questa minaccia sia, ma di fronte all’ultimo contrattacco c’è una necessità urgente per le donne di ogni classe e etnia di prestarvi attenzione, per il bene loro e delle loro figlie così come per il bene dei loro mariti, padri e figli, perché a costoro dev’essere ricordato come il femminismo ha migliorato e continuerà a migliorare le loro vite.

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