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22 luglio 2017, La Repubblica: “Forlì, colpisce la moglie con l’acido e fugge con i figli piccoli”.

“(…) La donna, albanese di 37 anni, è stata portata in ospedale e secondo le prime informazioni non sarebbe grave, anche se ha riportato ferite e ustioni. L’uomo, kossovaro, è attivamente ricercato.” (Sarebbe “kosovaro”, per essere precisi.)

La notizia è solo l’ultima e nemmeno la più grave (grazie all’intervento dei vicini la vittima è sopravvissuta all’attacco e non è in pericolo di vita) di quelle relative alla violenza contro le donne che raggiungono i media. Per ottenere questa palma di solito la donna deve morire, altrimenti ci vogliono dettagli che colpiscano emotivamente chi legge per la loro efferatezza – e qui c’è l’acido – o (ma lo scalpore su questo è sempre più teatrale e sempre meno frutto di reale interesse) che riguardino un pericolo o un danno per i bambini – e qui c’è la scomparsa dei figli, presumibilmente portati via dal padre aggressore.

A chi ha composto l’articolo, per un commento informato sullo stato della violenza di genere nella sua zona, sarebbe bastato rivolgersi al Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia – Romagna: 13 associazioni, in collegamento fra loro dal 1996 e costituite come associazione formale nel 2009 per condividere ancora meglio “formazione, buone prassi, confronto metodologico, progetti e campagne di sensibilizzazione per il contrasto della violenza alle donne e ai loro bambini” e porsi come “soggetto maggiormente autorevole nei confronti delle istituzioni”. Ho il vago sospetto, però, che l’articolista non sappia neppure della sua esistenza e preferisce riportare questo:

“Sulla vicenda è intervenuta, con una nota, l’associazione antiviolenza e antistalking “Butterfly” di Riccione, secondo cui “è ora di dire basta a queste minacce e a questa violenza inaudita nei confronti delle donne. Siamo profondamente dispiaciute e rammaricate di questo ennesimo, inesorabile, incessante e angoscioso episodio di violenza”. Con l’associazione, osserva la presidente (…) “stiamo rilevando diverse minacce da parte di uomini troppo gelosi nei confronti delle loro donne, minacce del tipo ‘Ti sfiguro con l’acido’. Una tendenza che deve essere bloccata e che spesso è intrinseca di culture a noi lontane. Culture che considerano la donna oggetto di vessazioni e mirano a toglierle l’identità, sfigurandola. Spesso si tratta di donne molto belle, alle quali con questi gesti di una crudezza inaudita viene negata una vita”.

Il sito del gruppo succitato attesta che “L’Associazione Butterfly nasce nel 2014 con lo scopo di difendere, rivalutare e divulgare principi anti violenza per la tutela delle persone, un aiuto concreto che accompagna a un nuovo percorso di vita. (…) L’attività è svolta da un gruppo di donne volontarie che mettono a disposizione le loro professionalità ed esperienze al sostegno di tutti coloro che hanno subito o subiscono violenze domestiche, psicologiche, economiche, maltrattamenti, stalking e abusi. (…) L’esigenza è stata quella di confrontarsi con le problematiche che il territorio già affrontava inerenti alla violenza, con particolare riferimento alle donne e bambini, ma si è sviluppato in un secondo momento la necessità di poter aiutare anche gli uomini violenti con un percorso e progetto in via di sviluppo.” L’italiano zoppica e la visione non risulta troppo chiara. Ci sono in effetti alcuni problemi relativi alla nota citata da La Repubblica. L’approccio dell’associazione è – dichiaratamente e per qualifiche dispiegate – quello della criminologia (citano un noto profiler italiano, ex carabiniere, come “guida” metodologica). La formazione al genere, e quindi alla violenza di genere, sembra mancare.

1) Siamo profondamente dispiaciute e rammaricate di questo ennesimo, inesorabile, incessante e angoscioso episodio di violenza. Sì, però a parte il fatto che “un episodio” non può essere “incessante” (casomai è il flusso della violenza a esserlo), “inesorabile” riferito a un accadimento e non a una persona significa (cit. Treccani) “cosa a cui è impossibile sottrarsi, contro cui non c’è rimedio, che non si può in alcun modo allontanare, mutare, fermare”. Vedere la violenza in questo modo significa trattarla da fenomeno atmosferico, non sapere in realtà come si origina e quindi non sapere come arrestarla e trasformarla.

2) Stiamo rilevando diverse minacce da parte di uomini troppo gelosi nei confronti delle loro donne: per favore, no. Le parole sono importanti, convogliano senso. Le donne non appartengono agli uomini (ne’ gli uomini appartengono alle donne) come “loro” suggerisce. Usare per esempio “nei confronti delle donne con cui hanno relazioni” avrebbe trasmesso un significato di eguaglianza fra i due soggetti, concetto di cui abbiamo disperatamente bisogno per minare la violenza alle basi.

3) Una tendenza che deve essere bloccata e che spesso è intrinseca di culture a noi lontane. Culture che considerano la donna oggetto di vessazioni e mirano a toglierle l’identità, sfigurandola.

Immagino che chi fa parte dell’Associazione legga almeno i giornali, ma in caso contrario ecco alcuni recenti titoli in cronaca:

13 luglio 2017 – Donna uccisa in strada nel Casertano, fermato il compagno. Entrambi italiani.

13 luglio 2017 – Femminicidio, a Bari una 48enne uccisa in casa: fermato il compagno di 32 anni. Entrambi italiani.

14 luglio 2017 – Cagliari, massacra la fidanzata la crede morta e si uccide. Entrambi italiani.

14 luglio 2017 – Siena, uccide a coltellate la ex il giorno prima di vederla in tribunale. La vittima è di origini rumene, l’assassino è italiano.

17 luglio 2017 – Roma, abusa della figlia di 10 anni: arrestato dalla polizia. Entrambi italiani.

Considerare la donna “oggetto di vessazioni” appartiene in sé alla cultura patriarcale che, purtroppo, non spira come un vento malefico da inquietanti spiagge lontane sulla bella e incontaminata Italia. Quella spazzatura che è la violenza di genere nel nostro paese la produciamo proprio nel nostro paese, e qui dobbiamo smaltirla.

4) (…) mirano a toglierle l’identità, sfigurandola. Spesso si tratta di donne molto belle, alle quali con questi gesti di una crudezza inaudita viene negata una vita.

Immagino a questo punto che per quelle già “brutte” non faccia poi quella gran differenza: una vita non possono averla comunque, giacché avere una vita consiste nell’essere considerate “belle” (scopabili) dagli uomini. A che mulino porta acqua questo tipo di ragionamento? Quanta violenza c’è nell’imposizione dei canoni di “bellezza” alle donne? Cosa sta alla radice di questa ossessione per cui la “bellezza” dev’essere per le donne l’unico scopo e allo stesso tempo l’unico premio di un’intera esistenza, se non il loro controllo? Cos’è e cosa genera questo tipo di controllo, se non altra violenza?

Maria G. Di Rienzo

(P.S. Domani: Corso accelerato intensivo per chi desidera mettere in piedi un’organizzazione antiviolenza.)

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Three Girls

“Three Girls” (“Tre Ragazze”) è una miniserie televisiva trasmessa dalla BBC per tre sere di seguito, dal 16 al 18 maggio 2017. Io l’ho vista in questo mese di luglio, con i sottotitoli in italiano. Tratta del “circolo” di uomini che abusò sessualmente di un centinaio di ragazze minorenni – 47 furono identificate con certezza – durante diversi anni in quel di Rochdale (Greater Manchester, Inghilterra). Fra il 2008 e il 2010 alcune ragazze tentarono di denunciare gli stupri ma la polizia non prestò loro ascolto: in primo luogo erano “cattive vittime” – ribelli, in conflitto con i genitori, provenienti da famiglie povere / problematiche, molte avevano abbandonato la scuola, alcune vivevano per strada; in secondo luogo, mentre costoro erano in maggioranza bianche, la banda dei violentatori era composta da una maggioranza di cittadini britannici di origine pakistana e le autorità temevano di essere accusate di razzismo.

Nel 2012, dodici degli uomini suddetti furono riconosciuti colpevoli di traffico di minori a scopo sessuale e stupro di minori e nel 2015 la polizia di Greater Manchester si scusò pubblicamente per il suo comportamento. Nel frattempo, le tre ragazze protagoniste dello sceneggiato (i cui nomi sono stati ovviamente cambiati per la loro protezione) avevano subito ogni sorta di umiliazioni, erano rimaste incinte e due di loro avevano portato a termine la gravidanza, mentre la 13enne aveva abortito legalmente: avevano raccontato le loro storie a membri delle forze dell’ordine e avvocati per anni, senza essere credute. Sempre per anni l’assistente sociale Sara Rowbotham, che lavorava nel centro per la salute sessuale giovanile a Rochdale, inviò alla polizia e ai suoi superiori dati e informazioni che confermavano le storie narratele dalle ragazzine, ricevendo sempre la stessa risposta: “Queste non sono prove, Sara.” Quando si arrivò al processo, basato largamente sul materiale che lei aveva raccolto, i suoi superiori del servizio sociale ebbero la faccia tosta di dichiarare alla stampa che “non avevano fatto niente perché niente sapevano” e quando Sara protestò ufficialmente per questo fu prima allontanata dal centro per la salute sessuale, con il divieto di occuparsi di minori, e poi dichiarata “in esubero” e licenziata. La poliziotta che seguì le nuove indagini sino al processo del 2012, Margaret Oliver, diede le dimissioni perché delusa dall’atteggiamento dei suoi capi, che continuavano a bollare alcune vittime come “inattendibili” e perciò costoro non arrivarono mai a testimoniare in tribunale le violenze subite. E proprio come temevano quelli che respinsero le ragazze fra il 2008 e il 2010, la vicenda prese una colorazione “razziale”: la destra inscenava dimostrazioni durante le udienze, gli imputati dicevano di essere vittime di razzismo, le discussioni all’interno della comunità di Rochdale non vertevano sugli abusi ma sulla responsabilità degli stessi – fatta ricadere sulle minorenni “sregolate”, che erano bianche spiegherà uno dei perpetratori alla sbarra perché “la gente bianca addestra le ragazze a bere e a fare sesso in tenera età”; in sostanza, come molti uomini di qualsiasi colore o provenienza, il signore non riusciva a vedere cosa ci fosse di sbagliato nello stuprare una minorenne: non le aveva forse offerto da bere e da mangiare? Come dirà nello sceneggiato alla quattordicenne Holly: “E’ ora che tu mi dia qualcosa in cambio.”

Il pubblico ministero che riaprì il caso era pure di origine pakistana, si chiamava Nafir Afzal e dichiarò alla stampa in modo perentorio che “Non esiste comunità in cui le donne e le ragazze non siano vulnerabili all’aggressione sessuale e questo è un dato di fatto.” Costui, l’ex assistente sociale Sara Rowbotham e l’ex agente di polizia Margaret Oliver hanno collaborato come consulenti alla creazione dello sceneggiato. Nella realtà, le indagini susseguenti a questo caso hanno portato alla luce sino a oggi dozzine di altri simili “circoli” di stupratori in tutta la Gran Bretagna.

Se vi capita di aver spazio per un altro po’ di rabbia per il modo in cui qualsiasi cosa sia usata per gettare biasimo, colpa e vergogna sulle vittime di violenza sessuale, dovreste guardare “Three Girls”. Ma soprattutto, dovrebbero vederlo quelli/e che cinguettano “E’ la loro cultura / la loro religione / dobbiamo rispettare” persino davanti ai cadaveri: l’assetto socio-culturale in cui le donne sono carne inferiore da pornografia e macello è così diffuso e pervasivo in tutto il mondo che quel che stanno “rispettando” è la loro approvazione per esso. Maria G. Di Rienzo

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Mettetevi comode/i. Il pezzo seguente, se volete leggerlo, sarà un po’ più lungo del solito.

In questi giorni, sulla stampa anglosassone, ci sono diversi articoli riguardanti gli interventi di “chirurgia plastica vaginale”: e cioè la riduzione o il modellamento in nuova forma delle labbra vaginali. Ciò accade perché i dati del Servizio sanitario nazionale britannico (NHS) rivelano che oltre 200 ragazzine minorenni si sono sottoposte negli ultimi due anni all’intervento suddetto e 150 di loro avevano meno di 15 anni. Le richieste di chrirugia plastica vaginale arrivano all’NHS da bambine non più vecchie di nove anni. E, udite udite, non vi era necessità medica di intervenire su eclatanti malformazioni: le minorenni sono state operate perché, semplicemente, si fanno schifo.

La Dott. Naomi Crouch, presidente della Società britannica per la Ginecologia pediatrica e adolescenziale dice che sebbene i numeri di richieste siano in aumento, lei non ha mai incrociato UNA SOLA RAGAZZA che dovesse sostenere l’intervento chirurgico per ragioni di salute.

Alla BBC, una ventenne presentata con lo pseudonimo “Anna” ha raccontato di aver preso in considerazione la chirurgia alle labbra vaginali quando aveva 14 anni, ma di aver poi cambiato idea e di essere contenta di ciò, perché ora capisce di essere “del tutto normale”: “Ho solo raccolto da qualche parte l’idea che non era (la sua vagina, ndt.) abbastanza a posto o abbastanza pulita e ho pensato che la volevo più piccola. La gente attorno a me guardava pornografia di continuo e io avevo questa idea che le labbra dovessero essere simmetriche e non dovessero sporgere.”

La soluzione più “progressista” emersa dal dibattito suggerisce di istruire le bambine dalla più tenera età possibile, di modo capiscano che come abbiamo tutte facce diverse, “siamo differenti anche là sotto e questo è ok”. Potrebbe essere, risponde la femminista Glosswitch dalle pagine di The New Statesman: “Però, il fatto che abbiamo tutte facce diverse non ha prevenuto l’esistenza di un’industria multimiliardaria impegnata a fare iniezioni e a stirare le facce delle donne affinché abbiano tutte lo stesso aspetto. Sì, ragazze e ragazzi stanno guardando immagini pornografiche che distorcono la loro percezione di cosa sia “normale”, ma anche in presenza di immagini che contrastino questo, sapranno comunque che il corpo femminile pornificato dev’essere considerato l’ideale. C’è una sottile forma di biasimo della vittima che sta andando avanti qui. Nessuno vuole uscire direttamente a dire: “Le immagini nella pornografia stanno danneggiando donne e bambine.” Perciò, parliamo invece delle ragazzine e delle loro insicurezze, del loro bisogno di istruzione e del conseguire un’immagine positiva del proprio corpo come se fosse qualcosa di simile a prendere un diploma in Francese. Invece di sfidare una cultura che sta distruggendo la salute mentale delle ragazze, accettiamo la distruzione e poi ci offriamo generosamente di insegnare loro a essere meno vulnerabili. Sarebbe di certo impensabile portare via la pornografia agli uomini, e ugualmente impensabile chiedersi perché le donne nella pornografia devono tutte avere genitali che assomigliano a quelli di una bambina. Piuttosto, guardiamo in faccia una ragazzina di nove anni e diciamole che il modo in cui si sente rispetto al suo corpo è interamente dovuto alla sua mancanza di esperienza mondana.”

immagine di laura stolfi

In Italia, l’intervista televisiva in cui il sindaco di Pimonte definisce lo stupro di gruppo di una sua concittadina di 15 anni “una bambinata” dei 12 minorenni violentatori ha fatto clamore per un paio di giorni. Così, il sindaco Palummo si è sentito in dovere di smentire le sue stesse affermazioni. A suo dire si è trattato di “un’espressione infelice, assolutamente impropria e che non era affatto riferita a quanto le è purtroppo capitato.” (alla ragazza stuprata, nda.)

Riservandosi di “intraprendere altre iniziative” – non si capisce di che tipo, per punire chi l’ha chiamato a rispondere di quel che ha detto? – specifica: “Ho 73 anni, sono padre e nonno di tre nipoti, ma soprattutto sono stato insegnante per ben 40 anni e la mia vita sono una chiara ed evidente testimonianza dei valori in cui credo e per i quali ho vissuto e continuo a vivere. (Signori si nasce, diceva Totò e per come usa i verbi lui modestamente lo nacque – spero solo che non insegnasse italiano.) (…) “La violenza capitata che condanno senza mezzi termini, rappresenta un caso isolato, sicuramente una pagina buia della nostra storia. Ma non abbiamo intenzione di arrenderci, lavoreremo instancabilmente per migliorare il tessuto sociale della nostra comunità e per evitare che episodi del genere si ripetano in futuro”.

Il sig. Sindaco Michele Palummo, purtroppo, non è in grado di realizzare quel che auspica nell’ultima frase. Essenzialmente, perché è convinto che la violenza sia qualcosa che “capita”. Dopo la “bambinata” aveva infatti spiegato: “Ormai è passata, sono tutti minorenni, che ti puoi aspettare”. Se a “stupro di gruppo continuato” sostituiamo “valanga” non c’è nessun problema. Le valanghe capitano. Qualcuno ci resta secco e noi offriamo il massimo di solidarietà e cordoglio alle famiglie delle vittime e persino promettiamo di adottare misure di sicurezza affinché la prossima valanga faccia meno danni. Ma possiamo in effetti impedire il formarsi di valanghe? No. E’ “passata” la metaforica valanga attuale a Pimonte? Sì: gli stupratori tornano in paese a “riabilitarsi”, la ragazza è in Germania con la sua famiglia e le auguriamo ogni bene. Il Sindaco instancabile può tirare fiato, con queste premesse non si avvicina neppure a capire cos’è la violenza sessuale per una ragazzina (o una donna) – ma posso assicurargli che non è una valanga e non “capita”: è costruita da misoginia e sessismo, che sono i due motori del patriarcato.

La misoginia è per così dire il braccio “legale” dell’ordine patriarcale. Mantiene a forza le norme sociali che controllano e pretendono di dirigere e formare le donne, la loro immagine, la loro sessualità. La misoginia la fa pagare cara a quelle che non sono compiacenti o tentano di sottrarsi imponendo loro ogni sorta di costi sociali – e se il contesto si presta le brucia sui roghi, mutila i loro genitali, le rinchiude in manicomi e galere, ne fa delle reiette e delle emarginate che si tolgono la vita da sole. Ha nomi precisi per loro: streghe, puttane, troie, cagne, “femminaziste”… Il sessismo serve a giustificare queste norme, largamente tramite le ideologie che dichiarano processi naturali o dogmi religiosi i ruoli inferiori ascritti alle donne: dovuti naturalmente ai loro inferiori talenti, ai loro frivoli interessi, ai loro meschini appetiti, alle loro sordide tendenze. Pornografia, prostituzione, stupro, violenza domestica, femicidio e femminicidio sono solo prodotti di questo andazzo. Così come lo sono le bambine non volute (doveva nascere un maschio), le bambine in esubero (abbiamo già troppe femmine), le bambine date in mogli a 6 anni, le bambine violate da padri e/o altri parenti.

Ma: invece di sfidare una cultura che sta distruggendo la salute mentale delle ragazze, accettiamo la distruzione, invece di contrastare una cultura che fa di ogni donna, di qualsiasi età, una merce disponibile per qualunque cosa un uomo desideri farle, parliamo ad esempio di prostituzione minorile così:

Un sogno di successo iniziato dentro un appartamento di viale Parioli e naufragato in una cella del carcere di Velletri. Poco più di settanta chilometri, dentro i quali Mirko Ieni ha condensato i suoi errori più gravi, quelli che gli sono valsi una condanna a nove anni e quattro mesi per aver sfruttato la prostituzione di Azzurra e Aurora (i nomi sono di fantasia), le due ragazze di 14 e 15 anni che nel 2013 sono finite al centro di uno dei più chiacchierati scandali sessuali d’Italia. Tre anni dopo Ieni ha deciso di parlare (intervistato in esclusiva nel docufilm “Professione-Lolita” che andrà in onda domani alle 21,15 sul Canale Nove) e di raccontare la sua verità spiegando i meccanismi di quel giro di prostituzione che per oltre un anno ha fatto tremare i santuari laici della Roma bene.” L’articolo è del 6 luglio, per cui il “domani” riferito al programma è oggi.

Sfruttare la prostituzione di minorenni non è abuso: è “un sogno di successo”, al massimo “un chiacchierato scandalo sessuale”. E anche per una quattordicenne o quindicenne la prostituzione è “lavoro”, perbacco, rispettate la “Professione Lolita”! I clienti non erano stupratori a pagamento, stavano solo facendo affari con le Lolite, e che ci sarà di male? In tre mesi le due minori hanno incontrato 400/500 gentiluomini, dice il loro pappone. Segno che l’industria italiana dello sfruttamento è sana e che c’è sempre posto per imprenditori creativi. Peccato per le leggi (volute dalle stronze femministe frustrate che ormai comandano in questo paese ecc. ecc.), altrimenti Iesi avrebbe potuto ambire al cavalierato del lavoro. E magari alle due ragazzine avremmo potuto consegnare fasce da “Miss Vagina Molto Ambita”, ma solo se prima accettavano di farsela triturare da un chirurgo plastico.

Maria G. Di Rienzo

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Siete stati avvisati

(“Warning”, di Jenny Joseph, poeta inglese nata il 7 maggio 1932. Questa è la sua poesia più famosa e la scrisse nel 1961. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

warning

AVVERTIMENTO

Quando sarò una vecchia donna vestirò di viola

con un cappello rosso non adatto e che non fa per me.

E spenderò la pensione in brandy e guanti estivi

e sandali di seta, e dirò che non ci sono soldi per il burro.

Mi siederò sul marciapiede quando sarò stanca

e mi ingozzerò degli assaggi nei negozi e suonerò segnali d’allarme

e farò scorrere il mio bastone fra le pubbliche rotaie

e andrò in pari per la moderazione della mia gioventù.

Uscirò in ciabatte nella pioggia

e prenderò fiori da giardini altrui

e imparerò a sputare.

Puoi indossare camicie terribili e aver attorno un po’ più di grasso

e mangiare tre libbre di salsicce in una volta

o solo pane e sottaceti per una settimana

e accumulare penne e matite e sottobicchieri e altre cose nelle scatole.

Ma ora dobbiamo avere vestiti che ci tengano asciutti

e pagare l’affitto e non bestemmiare in strada

e dare un buon esempio ai bambini.

Dobbiamo avere amici a cena e leggere i giornali.

Ma forse dovrei fare un po’ di pratica già adesso?

Così la gente che mi conosce non sarà troppo sconcertata e sorpresa

quando di colpo sarò vecchia, e inizierò a vestire di viola.

detto e fatto

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vomitevole2

Jeanette Edwards, docente di Antropologia Sociale all’Università di Manchester (GB), ha di recente diretto una ricerca sugli aspetti etici della chirurgia plastica per conto del “Nuffield Council on Bioethics”, un’organizzazione indipendente che esamina e rende note questioni etiche in biologia e medicina: in oltre vent’anni di attività l’istituto ha raggiunto una reputazione internazionale per il modo in cui stimola i dibattiti che ruotano attorno alla bioetica.

Presentando i risultati della ricerca suddetta, la prof. Edwards ha detto: “Siamo rimasti sconcertati da alcune cose che abbiamo visto, incluse le applicazioni per cellulare e i giochi online che riguardano la chirurgia cosmetica e mirano a bambine che possono non avere più di nove anni. C’è un bombardamento giornaliero fatto tramite pubblicità e i canali dei social media come Facebook, Instagram e Snapchat che promuove incessantemente irrealistici e spesso discriminatori messaggi su come le persone, in special modo bambine e donne, “dovrebbero” apparire.”

I giochini (di cui vedete due immagini in questo pezzo) hanno nomi tipo “Principessa della chirurgia plastica”, “Piccolo dottore della pelle” e “Sistemami la faccia” – ove il verbo usato per quest’ultimo si riferisce usualmente a edifici o automobili, oggetti, e come sostantivo è il famoso “pimp” che si traduce con magnaccia”, “pappone”, ecc.

La narrativa che introduce i giochi è abominevole: “Ti diremo come mantenere bella la tua pelle e maneggiare ogni sorta di problemi delle pelle. Una faccia pulita gioca un ruolo molto importante nella bellezza. Ma a volte abbiamo brufoli, ferite, lentiggini e altri problemi della pelle.” Quest’ultimo “problema” sta attorno al mio naso e sulle mie braccia da tutta la vita ed è la prima volta che lo sento definire tale: le lentiggini, attestano la scienza e la medicina, NON SONO una malattia della pelle ma una particolarità genetica. (1)

Il messaggio è molto chiaro: se non rispondi agli standard arbitrari della bellezza femminile ideati per la soddisfazione maschile sei “malata”. Come mai ti sei ammalata? Be’, dev’essere colpa delle altre donne, possono essere davvero cattive, sai: “Aiuto! Le principesse sono state maledette da una strega malvagia! La strega le ha fatte diventare brutte! Solo tu puoi aiutarle! – questa manfrina urlata a punti esclamativi appartiene a “Principessa della chirurgia plastica” – Opera della fantastica chirurgia e dai alle principesse ciò che sognano. Viso, naso, occhi, labbra, fai ogni chirurgia plastica che riesci a immaginare!”

vomitevole

Prima che gli alfieri della “libertà di espressione” si agitino troppo, sarà utile sottolineare che il “Nuffield Council on Bioethics” non ha chiesto il bando delle schifezze illustrate sopra, ma ha chiesto ai loro produttori di condurre proprie ricerche e capire sino a che punto quel che fanno contribuisce a creare e mantenere ansia, depressione e bassa autostima relative all’immagine del corpo. Mark Henley, chirurgo plastico e membro del gruppo che ha effettuato la ricerca, ha detto al proposito: “Un bando su queste applicazioni ci starebbe, ma quel che vogliamo molto di più è che la società riconosca quanto sono rivoltanti.” In Gran Bretagna, il “telefono amico” nazionale per i bambini – collegato ai servizi sociali – ha ricevuto nel 2016 1.600 telefonate di bambine preoccupate di essere brutte: il 17% in più dell’anno precedente.

Maria G. Di Rienzo

(1) Da non confondere con le efelidi, che compaiono per l’esposizione al sole e poi spariscono, le lentiggini sono minuscole macchie cutanee permanenti, presenti nelle persone con carnagione molto chiara e/o capelli biondi o rossi.

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“Quando attraversiamo traumi durante l’infanzia ciò cambia la nostra percezione di noi stessi. I cervelli dei bambini non hanno la capacità di vedere il mondo nel modo in cui gli adulti lo vedono e tutto ciò che accade nel cervello di un bambino è percepito egocentricamente. Questo significa che quando i bambini sperimentano abusi e traumi – o persino testimoniano i conflitti tra i loro genitori – tendono a percepire che, a qualche livello, è colpa loro.

Tale cosa spesso si aggrava quando un perpetratore di assalto sessuale dice alla bambina / al bambino che l’aggressione è in qualche modo colpa sua, cosa che sfortunatamente accade spesso. Le ferite psicologiche derivate da abusi subiti durante l’infanzia sono durevoli e difficili da cambiare.

Significa che il modo in cui ti senti rispetto a te stessa puoi “sentirlo” come verità, ma potrebbe non esserlo. C’è questa cosa che accade quando siamo bloccati, ansiosi o depressi, chiamata “ragionamento emotivo”: noi ci basiamo su un sentimento e raccontiamo una storia su noi stessi o su altri basandoci su quel sentimento. Per esempio: “Provo vergogna, perciò devo essere una vergogna per gli altri.”, oppure: “Sono insoddisfatta della mia apparenza, perciò devo essere brutta.” In altre parole, usiamo le nostre sensazioni per decidere cos’è “vero” ma, purtroppo, le sensazioni sono spesso cicatrici dovute all’abuso e non la concreta verità su chi noi siamo, sul nostro valore e pregio.

healing heart

E’ d’aiuto cominciare a distinguere come ci si sente da quel che è in effetti reale, tipo: “Mi sento davvero insicura adesso, ma questo non significa necessariamente che non piaccio a nessuno. Forse le mie paure e le mie preoccupazioni mi stanno dicendo cose, sulle persone, che potrebbero non essere vere.” Questo può essere fatto anche con gli strascichi dei traumi subiti: “Mi sento a disagio, ma forse è perché ho attraversato qualcosa di davvero terribile, e non perché sono una vergogna in me stessa.”

Ci sono un bel po’ di ricerche su come traumi infantili, malattie croniche e patologie possono essere collegati a depressione, ansia nello stare in società o ritiro dalla società stessa. Tutte queste cose possono combinarsi e rendere la vita molto difficile. (…) Il dolore e la paura rendono il nostro mondo più piccolo. E per condurre vite soddisfacenti dobbiamo spingere indietro i muri di dolore e paura che si stringono attorno a noi.”

Hillary McBride – terapeuta femminista canadese, autrice di “Madri, figlie e immagine corporea: imparare ad amare noi stesse come siamo”. (trad. Maria G. Di Rienzo)

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La notizia in sé – presente sulla stampa estera il 20 giugno u.s. – non ha niente di clamoroso o di speciale: si potrebbe riassumere come sessismo e aggressione sessuale normalizzati. Tuttavia, si presta a un minimo di riflessione.

Siamo a Brisbane, Eaton Hill Hotel, durante lo spettacolo finale del tour australiano del rapper YG (statunitense, 27enne, al secolo Keenon Daequan Ray Jackson). A un certo punto, lui e i suoi compari “musicisti” cominciano un coro diretto alle femmine presenti: “Mostrate loro (agli uomini) le tettine”.

YG prende di mira in special modo le ragazze che per vedere meglio lui e la sua band sono a cavalcioni sulle spalle di maschi. “Vedo che delle signore stanno su spalle altrui. Non sedete su quelle spalle se non mostrate loro le tette.”

Una lo fa. E il rapper le urla: “Baby, baby, baby, sembra che tu abbia punture di zanzara, è meglio se tiri giù quel culo (e cioè che scendi, perché le tue tette non sono abbastanza “belle”).” Il lancio simbolico di merda sulla fan che ha obbedito alla richiesta è salutato con ululati di gioia e risate dal pubblico.

A questo punto, un membro del suo personale di scena lo avvisa che ci sono minori presenti fra il pubblico. “Oh cazzo, siete tutte minorenni. – si lamenta YG dal suo microfono – Non posso scopare con voi tutte.”

Immagino che dovremmo prenderla sul ridere, vero? Questo stronzo misogino dall’ego pompato e i suoi sodali stavano solo scherzando. L’audience ha semplicemente colto il loro finissimo umorismo, accordandosi a esso. Il fatto che una marea di uomini non riescano a divertirsi se non degradando l’altra metà del genere umano è qualcosa che sperimentiamo ogni singolo dannato giorno, ci basta accendere il computer o la televisione, ci basta sfogliare un giornale o prendere l’autobus o andare al cinema o andare al lavoro. Molte donne tentano di ballare a questa musica: vogliamo essere lasciate in pace, vogliamo non essere escluse, vogliamo rispondere al persistente comando sociale che ci impone di essere gradevoli, piacevoli, “belle” (scopabili) ecc. e siamo persino in grado di fare salti mortali di logica restando immerse nella melma di insulti in cui ci invischiano: E’ stata una libera scelta – Mi sono divertita – So stare allo scherzo – Non sono mica una di quelle noiose bacchettone femministe che non si depilano e odiano gli uomini!

Sì tesoro. Hai pianto unicamente quando eri sola. Ti sei guardata allo specchio e ti sei odiata per la centomillesima volta. Hai cercato su internet medicine, esercizi, diete, informazioni su interventi di chirurgia plastica per “migliorare”… perché quelle “tettine” non sono tue, sono del primo uomo che passa e giudica e un deficiente qualsiasi può chiederti dal palco di compiere la “libera scelta” di mostrargliele.

Glielo devi. Lo devi a tutti i maschi. Stai seduta sulle loro spalle non solo durante i concerti, sai. Sono loro che lavorano duro per mantenerti e proteggerti, pur sapendo che sei solo una zoccola e che prima o poi li tradirai e dovranno anche fare la fatica di rimetterti in riga.

Lo so, te l’hanno ripetuto sino allo sfinimento. Non c’è quasi nient’altro di diverso che tu possa sentire. Questo è il mondo in cui vivi. Ma, sorella, è sul serio il mondo in cui vuoi vivere? Maria G. Di Rienzo

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