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Posts Tagged ‘immagine del corpo’

Dumplin Movie

Esattamente come l’immagine promette, sto per dirvi “tutto quel che avete bisogno di sapere sul film Dumplin’ ” (produzione Netflix).

E’ tratto dal bestseller dallo stesso titolo di Julie Murphy (che ho già lodato in queste pagine).

E’ un film su una ragazza grossa, ma il suo focus NON è il tentativo di costei di cambiare aspetto.

L’amicizia fra donne vi è rappresentata in luce forte e attraente.

I personaggi hanno più di un lato di se stessi da mostrare e si evolvono in sintonia con la storia.

A fungere da “fate madrine” per la protagonista, incoraggiandola a essere sempre e fieramente se stessa, sono alcune “drag queens”.

Nella colonna sonora la parte del leone, o meglio della leonessa, ce l’ha Dolly Parton (cantante country-pop), che ha anche composto musica specificatamente per il film.

La regia è di una donna, Anne Fletcher e la sceneggiatura pure, di Kristin Hahn.

A interpretare la giovane Willowdean Dumplin’ Dickson è Danielle Macdonald, mentre la co-protagonista principale, sua madre Rosie Dickson, è interpretata da Jennifer Aniston (entrambe in immagine qui sotto).

dumplin

Un accenno alla trama, il più possibile privo di spoilers: Willowdean, soprannominata “raviolo” dalla madre (ma nella traduzione italiana verrà fuori qualcosa come “polpetta”) è figlia di un ex reginetta di bellezza che ora funge da giudice in concorsi simili. Rosie non presta grande attenzione alla figlia, se non per farsi scarrozzare in auto da un evento all’altro, e in famiglia Willowdean trova apprezzamento e affetto più dalla zia Lucy, che le fa conoscere sia la musica di Dolly Parton sia Ellen, la ragazza che diventerà la sua migliore amica. La morte della zia e la prima cotta di Willowdean per un ragazzo innescano un processo di riflessione / ribellione che porterà “Raviolo” a iscriversi a uno dei concorsi organizzati dalla madre. Altre ragazze non conformi a standard di bellezza artificiosi e imposti seguiranno il suo esempio…

Maria G. Di Rienzo

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cuor di cibo

Il mese scorso sono stati resi pubblici i risultati di una ricerca dell’Istituto australiano per la salute e il benessere, dal titolo “La nutrizione nei diversi stadi della vita”. Per quel che riguarda le donne, il rapporto nota che la loro necessità di ferro e calcio non è soddisfatta:

– nel gruppo di età fra i 14 e i 18 anni, nove ragazze su dieci non consumano abbastanza calcio e due su cinque non consumano abbastanza ferro;

– nel gruppo di età fra i 19 e i 50 anni, circa una donna su sette è carente di calcio e circa due su cinque sono carenti di ferro.

La mancanza di calcio si evolve spesso in osteoporosi e quella di ferro in anemia – malattie che colpiscono le femmine più dei maschi. Sembra che una grossa responsabilità la abbiano le diete che si consiglia assiduamente alle donne di seguire per perdere peso.

La professoressa Clare Collins, docente di Scienze della salute all’Università di Newcastle, dice che le donne più giovani possono non essere consapevoli di avere necessità di livelli di ferro più alti in quel che mangiano: “Una delle prime cose da sapere che è la richiesta di ferro è davvero molto alta (fra i 14 e i 50 anni) a causa delle perdite mestruali e perché si tratta degli anni in cui si può concepire. Le giovani soprattutto sono interessate a perdere peso e se guardano unicamente alla lista delle chilocalorie fanno ragionamenti del tipo Guarda quante chilocalorie nella carne, non la mangio più e riduco le mie.” Ma i corpi non funzionano come ci suggerisce la pubblicità, con calorie immesse / calorie bruciate.

Collins riconosce che la scelta di non consumare carne può essere etica per le donne vegetariane e vegane, a cui suggerisce di fortificare la propria dieta con calcio e di consumare legumi e lenticchie assieme alla vitamina C, che aumenta l’assorbimento del ferro contenuto in tali alimenti.

Un secondo commento viene dalla psicologa Leanne Cooper, fondatrice del “Cadence College of Nutrition and Health Coaching” di Sidney, che dopo aver sottolineato il ruolo giocato da media e social media nella faccenda dice: “La nutrizione è diventata molto di moda. Le donne tendono a consumare i cibi “leggeri” (ndt. nel senso che creano carenze) e ciò è direttamente collegato all’immagine corporea, dove avere qualche chilo in più va bene per gli uomini, ma non per le donne.” Come volevasi dimostrare. L’altra carenza, per le donne, è quella di opzioni diverse dal tentare di somigliare ai manichini anoressici che vedono nelle vetrine.

Maria G. Di Rienzo

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virgie book

In copertina c’è l’Autrice, Virgie Tovar, assolutamente e splendidamente a suo agio in costume da bagno. Il libro, pubblicato dalla casa editrice britannica Melville, si intitola “You Have the Right to Remain Fat” – “Hai il diritto di restare grassa/o”.

In esso, fra le altre cose, Virgie racconta del tempo che la fobia del grasso le ha rubato. Per quasi vent’anni è stata ossessionata dallo stare a dieta, dall’odio costante per il proprio corpo e dall’idea che la sua vita sarebbe davvero iniziata solo quando avesse perso peso, ma persino quando ciò accadeva il traguardo da raggiungere si era già spostato in avanti: non importava quanto pesasse, non era mai abbastanza magra.

Il testo esplora con precisione i ruoli che sessismo, misoginia, razzismo e classismo giocano nell’attuale fobia sociale del grasso corporeo e discute i modi in cui le donne sono forzate a credere che non saranno mai felici sino a che non riproducono al completo le figurine della pubblicità create con Photoshop: e poiché ciò è in pratica impossibile, devono continuare a biasimarsi e a comprare – cosmetici, prodotti dietetici, medicinali ecc.

“La mia vita non sarebbe più facile se fossi sottile. – scrive Virgie Tovar nel libro – La mia vita sarebbe più facile se questa cultura non fosse fissata sul perseguitarmi perché sono grassa. La soluzione a un problema come l’intolleranza fanatica non è il fare tutto quel che possiamo per adattarci a essa. E’ liberarcene.” Concordo. Maria G. Di Rienzo

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Il motto che accompagna la rivolta è “scappa dal bustino” (o corsetto). Migliaia di video e post in cui le donne equiparano il “regime della bellezza” loro imposto a una forma di lavoro coatto per cui non ricevono compenso alcuno stanno sciamando lungo i social media. Le ribelli stanno distruggendo i cosmetici che hanno e si rifiutano di comprarne ancora; contestano gli standard per cui, per essere “carine”, devono avere pelle chiara, grandi occhi, naso all’insù, labbra siliconate, faccia piccola, lunghi stuzzicadenti al posto delle gambe e magrezza da campo di concentramento – sono gli standard che nel loro paese mettono un terzo delle giovani donne sotto i ferri del chirurgo plastico.

Il paese è la Corea del Sud e questa qui sotto è Cha Ji-won nel classico prima e dopo.

cha ji-won

Ji-won ha cominciato a truccarsi a 12 anni nel tentativo di somigliare all’irreale figurina proposta dai media e dalle industrie di cosmesi e moda e quando ha raggiunto i vent’anni spendeva ormai 100.000 won (circa 78 euro) al mese in prodotti per il trucco e si ossigenava i capelli. Adesso ha ventidue anni e nel mezzo del risveglio femminista in Corea, ha raccontato ai giornalisti del Guardian, ha deciso di buttare via tutto: “Mi sono sentita come se fossi rinata. C’è un limite all’energia mentale che una persona può usare in una giornata e io ne spendevo la maggior parte preoccupandomi di essere carina. Adesso uso quel tempo per leggere e per fare esercizio.”

L’iniziativa è del tutto coerente con la spallata che il movimento femminista ha dato alla società sudcoreana negli ultimi tempi, con le donne che sono scese più volte in strada chiedendo maggior eguaglianza e la fine delle molestie e delle aggressioni sessuali.

“Il movimento non solo mira a sfidare l’oggettivazione sessuale delle donne, ma anche a cambiare il loro status che ora le vede subordinate agli uomini. – ha spiegato Lee Na-young, docente di studi sulle donne all’Università Chung-An di Seul – Come risultato, non c’è solo il cambiamento di attitudine rispetto ai cosmetici, ma anche un cambiamento nel modo in cui le donne scelgono di vestirsi. Queste donne stanno facendo esperienza della liberazione e una volta che ne fai esperienza non torni più indietro.”

Sebbene non ci sia ancora modo di quantificare l’impatto della rivolta sui produttori coreani di cosmetici, già alcune ditte stanno progettando di aumentare le vendite di prodotti diretti agli uomini: credo sia la cosa giusta da fare – gli uomini hanno inventato gli standard, gli uomini li impongono e gli uomini ci guadagnano. Se i soldi finiscono per sborsarli loro, piuttosto che siano estorti alle donne strozzando le loro esistenze, tanto meglio.

Maria G. Di Rienzo

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Io chiaramente non sono un oggetto, per favore non trattarmi come se lo fossi

Io sono umana e perciò non diversa da te

E non ho bisogno che tu mi porti i libri a lezione, perché ai tuoi occhi le ragazze sono deboli:

io sono più che capace di sbrigarmela da me

Io sono una ragazza rivestita di forza e dignità e allegria senza paura per il futuro

Io sono femmina

Lucy, 12 anni, residente a Redcar, Yorkshire del Nord, Inghilterra.

La poesia di Lucy è stata letta al pubblico, l’11 ottobre scorso (Giorno Internazionale della Ragazza / Bambina), durante la presentazione dei risultati dei seminari tenuti con le alunne di due scuole dal progetto “Girl-Kind” – l’invito è qui sotto.

girl-kindLe ragazze avevano in precedenza nascosto nella sala piccole bottiglie di vetro con l’etichetta “Alla sconosciuta / Allo sconosciuto che trova questo”. I messaggi all’interno dicevano: “Sei amata/o”, “Sei splendida/o”, “Sii te stessa/o, sei straordinaria/o”.

Due delle organizzatrici dei seminari, Sarah Winkler-Reid, docente universitaria di Antropologia Sociale, e Sarah Ralph, docente universitaria di Studi su Media e Cultura, hanno scritto dell’esperienza per “The Conversation” il 25 ottobre u.s. e questo è un piccolo estratto:

“Non si può negare che crescere essendo femmina è sempre stato complicato. Oltre alle richieste provenienti dalla scuola, dalla famiglia e dagli amici, ci sono pure una miriade di aspettative su come le ragazze dovrebbero o non dovrebbero essere.

La preoccupazione per le vite delle giovani donne è un tema ricorrente sui media, nei dibattiti pubblici e fra i legislatori, ma non è che ne sentiamo parlare molto spesso dalle ragazze stesse.

Il progetto Girl-Kind si è sviluppato come risposta all’attuale rappresentazione negativa delle ragazze sui media del mainstream e più in generale al focus centrato sui “problemi” dei lavori con le ragazze, che presume dall’esterno quali istanze le ragazze affrontino senza chiederle a loro per prime.”

Maria G. Di Rienzo

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Da ora in poi

“Voglio scusarmi con tutte le donne a cui ho detto che erano belle

prima di dir loro che erano intelligenti o coraggiose

Mi dispiace di aver fatto sembrare che

qualcosa di così semplice come quello con cui sei nata

sia tutto quel di cui devi essere orgogliosa

mentre hai spezzato montagne con il tuo ingegno

Da ora in poi dirò cose del tipo

sei resistente, o sei straordinaria

non perché io non pensi che sei bella

ma perché ho bisogno che tu sappia

di essere di più di quello.”

– Rupi Kaur, Milk and Honey (trad. Maria G. Di Rienzo)

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Willendorf

Un po’ in ritardo – avevo cose più urgenti e migliori da fare – ma eccoci alla nuova puntata dell’eroica “lotta all’obesità” intrapresa dalla Coop di cui sono socia (ancora per poco, credo).

L’esperto ricercatore ecc. ecc. sull’alimentazione non ha in pratica altro di cui occuparsi, per riempire la sua rubrica su “Consumatori”, che i “tossicodipendenti da cibo” e “malati” – così lui li ha definiti, ma ultimamente ha voluto essere gentile e spiegar loro perché si ingrassa.

E’ presto detto: bisogna fare attenzione a quello che si mangia (eureka, non ci avevamo mai pensato prima!), ma anche pensare al fatto che i cavernicoli non erano grassi perché facevano un sacco di moto andando a caccia (di dinosauri?). Per cui non vergognatevi eccessivamente, è naturale, mangiate solo porcherie e siete sedentari. Risolto.

Com’è ovvio non posso rimproverare a chi ha fatto studi del tutto differenti di non essere uno storico, ma quando si fanno studi differenti è meglio non posare da storici. L’umanità, presente sul pianeta da oltre 900.000 anni, ha cominciato a mangiare carne – e quindi nello stesso periodo, presumibilmente, a cacciare – circa 10.000 anni fa. Prima, se raccoglievamo abbastanza bacche da un arbusto per riempirci lo stomaco, è ragionevole ipotizzare che il resto del tempo non lo passavamo a fare flessioni, ma a grattarci quello stesso stomaco o a spulciarci vicendevolmente. Dopo, ma molto prima di appuntire lance, le “cacce” per la carne sono consistite per lungo tempo nell’acchiappare piccolissimi animali – per esempio un bel mucchietto di vermi in un tronco marcio. Similmente dopo il pasto ci siamo fatti un sonnellino, abbiamo riassettato la caverna, magari decorandola con un po’ di incisioni, o abbiamo scolpito figurine: in stragrande maggioranza di donne-dee così “grasse” da far svenire dall’orrore l’esperto della Coop.

Hohle Fels

Solo poche altre cose:

1) da 60 anni la comunità medica dispone delle informazioni per sapere che le diete non funzionano – non solo quella “paleolitica” o quella della Weight Watchers, tutte. Sin dal 1959, la ricerca ha dimostrato che i tentativi di perdere peso tramite dieta falliscono dal 95 al 98%; dieci anni dopo, 1969, la ricerca ha dimostrato che perdere solo il 3% del peso corporeo corrisponde a un rallentamento del 17% del metabolismo: un responso totale del corpo all’inedia che produce un’esplosione di grelina (ormone che stimola l’appetito) e abbassa la temperatura interna sino a che non si mangia abbastanza da riguadagnare peso. Insomma, fallo pure, stai a dieta: dovrai continuare a stare a dieta per l’intera tua esistenza;

2) la seconda lezione che l’establishment medico, l’industria dietetica, ecc., si rifiutano di imparare è che peso e salute non sono perfetti sinonimi. Gli studi se li possono andare a cercare – sono stanca di faticare per costoro – ma i risultati, più o meno dappertutto, sono questi: da un terzo a tre quarti delle persone classificate come “obese” sono metabolicamente sane. Non mostrano segni di alta pressione sanguigna, resistenza all’insulina o livello alto di colesterolo. Di converso (studio terminato nel 2016, durato 19 anni) i magri non consumatori di vegetali e non molto attivi hanno il doppio di probabilità di diventare diabetici dei grassi che mangiano bene e si muovono – pur restando grassi;

3) la continua umiliazione delle persone rispetto al loro peso dà in effetti dei risultati: negli Usa, dati del 2017, circa la metà delle bambine dai 3 ai 6 anni è preoccupata di essere grassa. Una domanda per tutti gli “esperti” in circolazione: quante di costoro si getteranno sui binari di un treno in corsa, una volta raggiunta l’adolescenza?

Maria G. Di Rienzo

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