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Posts Tagged ‘scuola pubblica’

L’articolo, pubblicato un paio di giorni fa, concerne le molestie che uno studente avrebbe subito da un suo insegnante e la conseguente sospensione di quest’ultimo dall’ incarico (per un mese). I due hanno una storia pregressa di scontri: “La vicenda è cominciata a novembre dello scorso anno, quando dopo un episodio avvenuto in classe, il ragazzo è stato sospeso e denunciato dall’insegnante per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni. Il docente sosteneva di essere stato aggredito dal giovane dopo avergli impedito di stare seduto vicino alla fidanzata, poiché si distraevano a vicenda. Da quel momento in poi sarebbero però partiti una serie di messaggi ambigui, mandati dal prof al diciannovenne. Conversazioni su Facebook che in brevissimo tempo si sono trasformate in inviti a bere il caffè e infine in un pranzo a casa dell’insegnante. L’obbiettivo dichiarato era quello di mettere a punto un piano di studi per il ragazzo, che non va molto bene a scuola e che il docente diceva di voler aiutare. In realtà però il pranzo, a quanto ha raccontato il diciannovenne, sarebbe stato condito da una serie di avances, prima verbali, poi anche fisiche.”

La vicenda accade in quel di Padova e qui sotto c’è un esempio delle conversazioni succitate, così come l’ho trovato:

screenshot

Ora, poiché mi si dice che il giovanotto non brilla negli studi, il suo “tutto apposto” è orripilante ma comprensibile. Però vorrei veramente sapere cosa insegnava il docente: “Tu adesdo devi solo studiare e non sconcertanti dall’obbiettivo.”, “Poi parleremo che ti dovrai fidare di me e lasciarti volete bene.”… Per favore, ditemi che non insegnava italiano. Per favore. Maria G. Di Rienzo

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Per andare a scuola (secondaria superiore) dal loro villaggio devono camminare tre chilometri. Ma sono tre chilometri di calvario, perché uomini e ragazzi – specialmente in moto, con i caschi che nascondono i loro volti – le molestano e le aggrediscono per tutta la strada. L’anno scorso, nello stesso distretto, una studente fu stuprata mentre si recava a lezione e le sue coetanee di due paesini smisero completamente di andare a scuola.

Anche le ragazze di Gothera Tappa Dahena, il villaggio indiano di cui si tratta hanno smesso di andare a scuola, ma perché stanno protestando. Dopo aver denunciato le loro difficoltà alle autorità scolastiche (sorde) e al consiglio di villaggio (il capo è solidale ma non ha potere / giurisdizione bastanti a intervenire con successo), sono entrate in sciopero della fame da mercoledì 10 maggio.

School Girls

Sono circa 80, quattro si sono sentite male e sono state portate in ospedale il venerdì successivo. A tutt’oggi le altre resistono, anche alle diffamazioni dei funzionari del distretto scolastico che le giudicano povere “bambine messe su” dai genitori e dal capo villaggio. Oltre al rispetto per le loro persone e alla libertà dalla violenza maschile, le studenti stanno chiedendo che il liceo del loro villaggio sia ampliato alle classi superiori, di modo da evitare la passeggiata delle forche caudine verso Kanwali.

In qualche modo stanno rispondendo anche all’orrore di un nuovo femicidio con annesso stupro brutale commesso ai danni di una ventenne della loro zona. La madre disperata di costei ha chiesto alle altre madri indiane, tramite la stampa, di non mettere al mondo figlie perché altrimenti arriveranno molto probabilmente a vivere quel che lei sta vivendo… ma queste ottanta figlie determinate a lottare e vincere, anche a costo di sacrificare la propria salute o persino la propria esistenza, le danno completamente torto: ognuna di loro è una torcia ardente nel buio, un segnale di speranza, una creatura preziosa per unicità e coraggio. Il mondo non può fare a meno di nessuna di loro. Maria G. Di Rienzo

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Mentre andava a braccio su “l’indottrinamento della teoria gender” che è “contro le cose naturali”, poco più di una settimana fa, il pontefice ha parlato di scuole in cui si praticherebbe la “colonizzazione ideologica”. Per quanto riguarda la fantomatica “teoria gender” si sbaglia di grosso, come ormai gli hanno spiegato inutilmente in molti, ma sull’ultimo punto potrebbe avere ragione. Il fatto è, purtroppo, che l’ideologia con cui si tenta di “colonizzare” gli allievi degli istituti scolastici è la sua.

Come a Caserta, dove la dirigente della scuola superiore Ferraris ha mandato il 4 ottobre una circolare alle classi in cui convocava gli studenti a partecipare a una marcia contro l’interruzione volontaria di gravidanza (scopo: abolizione della legge 194 tramite referendum) e chiedeva pure la giustificazione per gli eventuali assenti. Come ciliegina sulla torta, la faccenda era presentata a guisa di “compito” su Madre Teresa di Calcutta “Premio Nobel e Santa”. Dato che le reazioni, ovviamente negative, a questo atto di colonizzazione ideologica non si sono fatte attendere, la dirigente ha mandato una seconda circolare: “Oggetto: revoca partecipazione 5° Corteo nazionale per la Vita. La scrivente comunica che per motivi organizzativi interni è annullata la partecipazione di questa istituzione scolastica alla manifestazione in oggetto. Pertanto alunni e docenti svolgeranno regolarmente lezione.”

Ma se il Papa vuole trovare tracce di “gender” nelle scuole può fare riferimento a un altro fatto finito in cronaca: quello dell’istituto Carducci di Bari, ove il dirigente “per motivi di sicurezza” ha stabilito che gli alunni maschi entrino dall’ingresso principale e le alunne femmine dal retro. Quando qualcuno dei genitori ha eccepito il preside ha: ridacchiato, definito le proteste fesserie, operato del simpatico benaltrismo spiegando che chi “fa queste osservazioni non ha visto le immagini di Amatrice, dove l’anno scolastico è iniziato con mille difficoltà. E non capisce che quelli sono i veri problemi.”, mentre i giornalisti reiteravano le necessità di “non cadere nello stereotipo” e di “non dare al fatto il solito significato sessista”. (Solito, capito. Ci sono queste stronze fissate che qualsiasi cosa dici/fai ti trovano il significato sessista, e che palle! Ha ragione il preside quando dice che “La gente non ha proprio altri pensieri.”…)

Ma se per motivi di sicurezza i 635 allievi e allieve non possono entrare dall’ingresso principale tutti insieme, non è necessario dividerli per sesso – sapendo benissimo che farlo porta una carica simbolica e ponendo la sua parte negativa, tipo ingresso della servitù, alle femmine: si poteva per esempio dire che le classi prime e seconde entravano di qua e le restanti di là, senza metterci di mezzo il “gender” (e eventualmente preoccupare Bergoglio).

Questo se l’educazione al genere, non la scemenza-gender, fosse davvero entrata nelle scuole, il preside della Carducci di Bari lo saprebbe e magari sarebbe meno supponente e maleducato nei confronti dei genitori delle/degli studenti.

L’educazione al genere, infatti, crea rispetto reciproco, attitudine nonviolenta, relazioni egualitarie, empatia. Se un pizzico di educazione simile fosse stata fruibile da Bergoglio quando andava a scuola, forse non si sarebbe “molto rattristato” – come ha riportato monsignor Angelo Becciu – nell’apprendere “la notizia delle due ‘suore’ spose!” (cit. integrale) Come sapete si tratta di due ex suore che si sono unite civilmente a Pinerolo. La consapevolezza che due donne sono felici insieme al punto di volerlo sancire con una cerimonia pubblica non dovrebbe rattristare nessuno: è una tristezza che sa troppo di rigetto e di rancore. Maria G. Di Rienzo

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Il nuovo piano di studi per le scuole superiori inglesi, ha annunciato il 10 gennaio u.s. la Segretaria di Stato per l’Istruzione Nicky Morgan, includerà lo studio del femminismo. Inizialmente non era previsto, volendo il Ministero limitare il focus specifico a “tre delle maggiori chiavi della teoria politica: conservatorismo, socialismo e liberismo”. All’interno di questo quadro, la lista dei teorici contava 13 maschi e 1 femmina (Mary Wollstonecraft).

Il Ministero non aveva però previsto la reazione di una studente. Si tratta di June Eric-Udorie – e voi sapete già chi è:

June Eric-Udorie

https://lunanuvola.wordpress.com/2014/12/26/una-spuntatina-al-sessismo-grazie/

E’ stata lei, infatti, a lanciare la petizione che richiedeva l’inclusione della storia del movimento per i diritti delle donne e che in un mese ha raccolto circa 50.000 firme di sostegno. Il successo di June permetterà alle/agli studenti britannici di conoscere, per esempio, anche Hannah Arendt e Simone de Beauvoir.

Non era neppure la prima petizione che andava nella medesima direzione, perché la studente di musica Jessy McCabe si era accorta che nel suo programma di esami figuravano 63 compositori e neppure uno di essi era una donna; così ha lanciato una raccolta firme affinché le compositrici fossero incluse.

Jessy McCabe

Anche la campagna di Jessy è stata vittoriosa. L’attivista Hanna Naima McCloskey, che ha sostenuto il suo sforzo, dice al proposito: “Dobbiamo far riconoscere al governo che se non vuole ridurre al silenzio le voci delle donne deve attivamente inserirle nella nostra comprensione della sfera politica: dove sono da lungo tempo e a cui certamente appartengono.”

Noi invece, in Italia, ispiriamo le leggine regionali “anti-gender” ai deliri di Povia. Questo paese ha bisogno di un TSO. Maria G. Di Rienzo

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(“Fighting school sexism: feminist theory hits classrooms”, di Timna Jacks per The Age – Victoria, 1° novembre 2015, trad. Maria G. Di Rienzo. Ndt.: 1) Victoria è il più piccolo degli stati australiani, nonché il più densamente popolato, situato all’estremità sud-est del paese; 2) provo una sorta di gioia perversa all’idea di offrire questo articolo ai crociati anti-nienter, cioè anti-gender.)

mestieri

La femminista 16enne Stella Bridie era stanca di essere chiamata “prepotente” e “maligna” a scuola. Lei vede se stessa come ambiziosa e assertiva. Non ha paura di porre agli insegnanti domande difficili o di assumere ruoli guida. Ma questi sforzi le hanno gettato addosso la reputazione dell’essere “troppo diretta”, una descrizione più comunemente attribuita alle studenti femmine, piuttosto che agli studenti maschi.

E’ una sottile forma di sessismo che le adolescenti forti di carattere sopportano di routine nelle loro classi, dicono le alunne del Liceo Fitzroy. E’ un tipo di sessismo che è facile tentare di giustificare, o ignorare.

Alcune delle persone più intelligenti che conosco sono donne, ma ciò non cambia il fatto che esse pensano di non essere abbastanza brave e sentono di non poter condividere la loro intelligenza con il mondo perché si potrebbe ridere di loro.”, dice Stella.

Il problema del sessismo è discusso di rado nelle classi ordinarie di Victoria. Nomi come Mary Wollstonecraft, Gloria Steinem e Judith Butler non sono ancora apparsi sulla lista dei libri della scuola.

Pure, la scuola avrà presto accesso ad un nuovo corso sul femminismo chiamato “Contrattaccare” e creato dal Collettivo Femminista del liceo Fitzroy, un gruppo a cui hanno dato inizio l’insegnante Briony O’Keeffe e alcune delle sue studenti nel 2013.

Il corso, che è stato aggregato al programma educativo di Vittoria ed è rivolto a studenti maschi e femmine della scuola secondaria, include circa 30 lezioni sul sessismo sistemico, l’oggettificazione delle donne e il collegamento fra la diseguaglianza di genere e la violenza contro le donne.

A chi segue il corso è chiesto di riflettere sulla propria esperienze in materia di oggettificazione, di paragonare immagini di uomini famosi e di donne famose presenti sui media, di decostruire il sessismo nei fumetti e di smascherare i miti degradanti sulle femministe. Il corso esplora il termine “patriarcato” ed esamina statistiche sul divario di genere nei salari, la violenza contro le donne e la rappresentazione femminile negli sport.

Stiamo cercando di indurre giovani uomini e giovani donne a pensare un po’ più criticamente ai tipi di comportamento sessista che essi/e possono adottare o vedere su base quotidiana.”, dice O’Keeffe, che si sta preparando al giro delle scuole di Vittoria per l’offerta di una lezione introduttiva, “E, a livello di insegnamento, volevo creare un corso di studi libero e accessibile per gli/le insegnanti che vorrebbero parlare di queste questioni, ma non sanno come o dove cominciare.”

Il Collettivo Femminista ha cominciato con lezioni di femminismo all’ora di pranzo che si sono trasformate in materia facoltativa offerta due volte la settimana. Le lezioni sono diventate un posto sicuro dove le giovani femministe possono esprimersi.

Le studenti erano arrabbiate perché le loro amiche cadevano vittime di disordini alimentari, perché uomini bianchi della classe media dominavano la loro lista di letture, perché le immagini oggettificate di ragazze che loro conoscevano circolavano su Facebook e perché venivano marchiate come “femminaziste” sui social media.

Il Collettivo ha anche dovuto affrontare l’opposizione interna, dice Stella. Gli studenti maschi argomentavano di dover formare un “collettivo per i diritti degli uomini”, per proteggere se stessi dalle femministe.

Sono diventati sempre più aggressivi,” racconta Stella, “E questi sono quelli gentili… Tentavo di restare calma, ma ogni volta come me ne andavo scoppiavo in lacrime, perché un paio di quelli che credevo buoni amici mi avevano appena urlato addosso, semplicemente perché avevo detto di volere dei diritti.”

O’Keeffe dice che un numero crescente di ragazzi (che possono organizzare il loro proprio gruppo, se lo desiderano) sostiene il Collettivo Femminista e vuole frequentare le lezioni, che hanno raggiunto il massimo delle iscrizioni. Dice anche che il corso viene proposto in un momento critico della vita di uno studente maschio: un recente sondaggio nazionale sulla percezione della violenza contro le donne ha mostrato che gli uomini più giovani, in particolare quelli fra i 16 e i 25 anni, sono più propensi ad avere attitudini che sostengono la violenza.

I tre ragazzi che hanno fatto parte delle lezioni già tenute, assieme a una decina di ragazze, dicono che l’esperienza li ha costretti a mettersi in discussione: “E’ come quando capisci di essere privilegiato perché sei una persona bianca – non lo hai scelto, non c’è niente che tu possa fare al proposito, ma il privilegio lo hai comunque. Ed è una cosa con cui ti confronti: come dovresti sentirti rispetto a questo?”

Il nuovo corso inizia nelle scuole il prossimo 26 novembre.

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8 settembre 2015, Cagliari – Professore di liceo condannato a 10 anni di carcere per gli abusi sessuali commessi sulle sue allieve.”

Notizia clamorosa? Tuoni e fulmini? Indignazione dell’opinione pubblica e interventi della classe politica? No, siamo in Italia. E’ semplicemente un “trend”. Peschiamo a caso:

“25 febbraio 2015, Biella – Professore di musica arrestato per abusi sessuali su una sua allieva di 14 anni.”

10 marzo 2015, Trapani – Bidello, colto sul fatto, arrestato per abusi sessuali su un’alunna di quarta elementare.”

26 maggio 2015, Salerno – Bullismo e molestie sessuali tra i banchi di scuola.”

Circa un minore su cinque è vittima di violenze sessuali. Poco meno del 90% dei perpetratori appartiene alla famiglia o alla famiglia allargata del minore o è persona conosciuta, eventualmente di riferimento: educatore, istruttore, docente, sacerdote. L’80% dei perpetratori è di sesso maschile. La maggioranza delle vittime è di sesso femminile. Di solito, la bambina o la ragazza che ha subito violenza a scuola cambia istituto: se chi ha abusato di lei è parimenti un minore tende invece a non spostarsi. L’abuso è trasversale a classi sociali, gruppi etnici, località geografiche.

I dati provengono da studi differenti datati dal 2010 al 2014, ma tenete conto che si tratta della punta dell’iceberg, perché gli episodi di abuso per la maggior parte non sono denunciati e non rientrano nelle statistiche ufficiali. Aggiungete pure al quadro, perciò, le vicende di cui siete a conoscenza per esperienza diretta o perché ve le hanno raccontate: le bambine chiuse in bagno dai compagni che le palpeggiano o peggio; le foto di ragazzine seminude scattate sempre nei bagni e scambiate tramite i cellulari; le molestie quotidiane e normalizzate; gli abusi sessuali perpetrati direttamente in classe, eccetera.

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Adesso torniamo un attimo a Cagliari. L’insegnante di matematica in questione, il sig. Melis, in precedenza sospeso per le sue lezioni più centrate sul sesso che sulla sua materia, per tre anni di fila si è sentito legittimato a stuprare una decina di adolescenti di età compresa fra i 14 e i 18 anni, certo di farla franca: nessuna delle ragazze lo ha denunciato direttamente (solo quando un’allieva ha parlato con altri professori sono iniziate le indagini).

Come mai? Le minacciava di bocciatura. Le minacciava tramite Facebook o via sms di diffondere le loro immagini “compromettenti”. Quando una ragazza in una delle sue classi si è dichiarata lesbica è stata costretta a rapporti sessuali con la minaccia di rendere noto il fatto ai suoi genitori. Un’altra è stata stuprata in aula mentre una compagna era costretta a stare di sentinella sulla porta.

Cos’ha fatto pensare a questo signore che le allieve fossero a sua disposizione, come in un harem? Stava esercitando il suo “diritto al sesso”? La valanga di immagini pornificate di donne, ragazze e bambine rigurgitate dai media di ogni tipo lo hanno un po’ stordito? Le ripetute attestazioni di inferiorità, incapacità, inadeguatezza delle femmine umane lo hanno convinto di aver a che fare con insetti, e non con persone?

Ad ogni modo, non è da lui che cerco risposte. Quelle le voglio dal governo del paese in cui vivo.

Le amministrazioni scolastiche e i/le docenti hanno in maggioranza scarse idee su come trattare le vittime e i perpetratori degli assalti sessuali. Del genere hanno sentito parlare quasi esclusivamente da complottisti ignoranti e sono inconsapevoli delle pressioni sessuali legate ai ruoli di genere che interessano le vite dei giovani, maschi e femmine.

Perciò, dal governo italiano voglio sapere quale formazione e quali risorse sono disponibili a tutto il personale scolastico, agli/alle studenti e ai loro genitori, per rispondere alla violenza sessuale. Come avete detto? Non sento niente. Forse perché niente c’è.

Allora, chiedo al governo del mio paese di stilare un piano per fornire formazione e risorse a livello nazionale e locale. Chiedo tale piano sia collegato a chi ha esperienza di contrasto alla violenza di genere: le associazioni femministe, le case per non subire violenza, i gruppi di donne / femministe che le sostengono. Educazione al genere, educazione sessuale, educazione al consenso in ambito sessuale non possono essere delegate a chi biasima le vittime e scusa gli stupratori: niente politici – religiosi – accademici che pensano “lei se l’è andata a cercare per questo e quel motivo”, perché se vogliamo liberarci dalla violenza sessuale niente deve giustificarla (niente scientificamente ed eticamente può, in effetti).

Il governo dovrebbe anche:

a) prendere l’impegno di raccogliere e rendere pubbliche le informazioni sulle percentuali di abusi commessi nelle scuole su base annuale, incluse quelle su genere e età di vittime e perpetratori, di modo che le differenze possano essere viste e le politiche adattate ad esse;

b) adeguare le risorse a disposizione per chi subisce violenza: tagli, mancanza di finanziamenti a lungo termine e di riconoscimento hanno mandato in crisi o provocato la chiusura di rifugi e centri d’ascolto;

c) affrontare seriamente, una volta per tutte, 1) l’enorme quantità di messaggi dannosi – pubblicità, televisione, giornali, social media – ove le donne e le ragazze sono costantemente ritratte come oggetti sessuali a cui gli uomini hanno diritto d’accesso; 2) la persistente diseguaglianza (di diritti, opportunità, legittimazione, risorse) fra uomini e donne e il modo in cui intersecandosi con diseguaglianze relative a etnia, classe sociale, orientamento sessuale, abilità fisica, età, essa conduce a razionalizzare e minimizzare gli abusi.

Questo è il modo di cominciare a togliere terreno agli stupratori e ai molestatori in ambito scolastico. Questo è ciò che la politica istituzionale dovrebbe fare se volesse davvero dare a bambine/i e ragazze/i una “buona scuola”. Maria G. Di Rienzo

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Dal “Made in Italy” al “Mad in Italy” (mad nel senso di folle, non di furioso) per l’ultimo grande dibattito dell’estate: “Il codice estetico secondo i presidi”. Grazie, Corriere della Sera, soprattutto per l’aplomb della vostra inviata, che è riuscita a non battere ciglio di fronte alle stupidaggini sessiste proferite dagli intervistati e ai bigottismi ridicoli e superficiali delle intervistate. Certo, per quanto riguarda il sessismo potrebbe non essersene neppure accorta e trovarlo normale. Dopotutto lo stesso giorno – 30 agosto 2015 – in cui pubblicate i suoi due articoli sulla questione, chiarite bene come al solito il posto delle donne in questo mondo; vi faccio un solo esempio: sotto il titolo “Mondiali di Pechino” gli occhielli recitano Smalto e rossetto, coroncine e flash tattoo: quando l’atletica è donna – Dalla corsa al salto a ostacoli, in gara si battono e vincono, ma senza rinunciare allo stile – L’estetica della pista.

Capito bene, ragazze? Non importa che abbiate scelto di fare atletica e non le modelle per Dolce & Gabbana, nessun mestiere sfugge alla necessità di essere gradevoli allo sguardo maschile attenendosi ai prescritti codici di dabbenaggine sexy, e a nessuno importa un fico secco di quanto siete brave o se stabilite nuovi record: attenetevi all’estetica della pista e tutto andrà bene per i segaioli che vi guardano. Essendo femmine, non avete altra ragione di esistere che non sia la loro soddisfazione.

Tornando agli esperti di moda didattica e stile educativo, dovete innanzitutto sapere, grazie al preside Mario Benini di Verona, che “ogni ambiente ha una sua formalità”. Come spiega dottamente la sua collega romana Monica Galloni “c’è un modo di vestirsi per i matrimoni e un altro per i funerali, così un conto è l’abbigliamento da spiaggia, un altro quello per la scuola”. E voi pensate, be’ è la scoperta dell’acqua calda, quando è morta la nonna ci siamo vestiti di nero e quando si è sposata una cugina eravamo tutti fiori e colori, non è che ci vogliano le circolari dei presidi per arrivarci.

Giuseppe Soddu, preside del Liceo Parini di Milano, non intende avvalersi del proprio ruolo per imporre a scuola codici di abbigliamento, però comincia a chiarirci perché la sapienza professorale in materia è necessaria: “se incrocio un ragazzo con i bermuda calati, provo a parlargli: andresti vestito così a un appuntamento di lavoro?”

Drag Queen

(Dipende dal lavoro. Se fa cabaret magari questo è meglio dei bermuda.)

A parte il fatto che questo ragazzo è a scuola e NON a cercare un impiego, è come dire che la sua immagine è ciò che più conta professionalmente: può essere del tutto inadatto al posto per cui si candida, ma se è ben vestito avrà una chance. Signor preside, al tizio delle bermuda serve veramente studiare? Un completino Armani, una spintarella dall’amico di papà, la cessione parziale o completa dei propri diritti come lavoratore ed è fatta.

Ma la cosa di cui più si preoccupano gli / le intervistati/e è scrollarsi di dosso un’eventuale accusa di “moralismo”. Figuriamoci. Di questi tempi in Italia si può morire di una cosa del genere. Se ti danno del moralista e non reagisci subito firmando per la riapertura delle case chiuse poi ti prendi anche del frustrato e del sessuofobo. E se finisci sotto l’occhio acuto del giornalismo indipendente, Il Fatto Quotidiano misurerà il tuo giro vita, valuterà i tuoi glutei e disserterà sul colore delle tue camicie. Per cui: “Il punto non è che i bermuda o le magliette attillate siano brutti o ineleganti in assoluto. – concede benigno Raffaele Mantegazza, maestro fashionista e nei ritagli di tempo professore di Pedagogia generale alla Bicocca – Ma ogni luogo richiede un abbigliamento consono: da una ragazza in discoteca mi aspetto allegria e sensualità, dall’impiegato di banca no, preferisco l’abito grigio, grazie.” Prego, ma l’impiegato di banca è tenuto solo a fornirle dei servizi professionali, non a vestirsi come lei preferisce. E la ragazza in discoteca magari ci va perché le piace ballare o per passare una serata con le amiche e gli amici, ma comunque non ha il dovere di indossare abiti che la facciano apparire allegra e sensuale ai suoi occhi, signore, ne’ agli occhi di nessun altro.

Il gran finale, con fuochi d’artificio e putipù, è per Mario Rusconi, vice presidente dell’Associazione nazionale presidi. Anche lui sembra convinto che avere conoscenze, diplomi e abilità personali sia irrilevante di fronte ad un bel completino firmato, perciò meglio “spiegare ai ragazzi che devono vestirsi in modo adeguato. Altrimenti rischiano di perdere punti quando poi andranno a sostenere un esame all’università o a un colloquio di lavoro.” L’idea che un idiota passi l’esame a pieni voti perché alla commissione esaminatrice piace la sua cravatta comincia a spiegarmi la valanga di incompetenti laureati che affollano il nostro Paese.

Ogni anno a fine agosto, – continua Rusconi – come vice presidente dell’Associazione Nazionale Presidi, preparo i futuri dirigenti a quello che li aspetta. E spiego loro che devono andare a scuola in giacca e cravatta. Nel caso delle donne, invece, niente minigonne”.

Drag King

(Adeguatevi, care signore)

Non occorreva dirlo, sappiamo tutti che ci sono serissimi motivi per normare l’abbigliamento femminile (il solletico al testosterone, il decoro pubblico e le preoccupazioni di dio) ma Rusconi ci tiene a puntualizzare: “Quando andavo alle medie facevo tedesco con un’insegnante molto giovane e carina. Allora le cattedre erano aperte e il nostro sport preferito era far cadere la penna per guardare le gambe della professoressa.”

Vedete? Non è che loro erano un branco di ragazzini idioti. La responsabilità è di quella che mostrava le gambe e del mobilio inadeguato. Se all’epoca ci fosse stato un preside come Rusconi la professoressa avrebbe indossato un sacco di juta a tripla falda chiuso dal collo alle caviglie e avrebbe insegnato emergendo con la testa da tubo di cemento.

Del resto, lui che è un raffinato sa trattare la questione con “un po’ di ironia”. “Quando incontro nei corridoi un ragazzo con i bermuda calati o una ragazza con la maglietta un po’ troppo aderente – dice – me la cavo con una battuta. Perché non consigli a mamma di cambiare detersivo?” Giusto, e perché non chiede di consigliarlo a papà? O papà, poiché ci troviamo in Italia, se tocca una lavatrice diventa eunuco e tarantolato? Maria G. Di Rienzo

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