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Posts Tagged ‘immagine del corpo’

Cosa ci vuole alla classe politica e alla società civile italiane per riconoscere non solo di avere un problema con la violenza di genere, ma di contribuire alla sua gravità fomentandolo, sminuendolo, ridicolizzandolo, giustificandolo e persino esaltandolo?

Pesco a caso dalla cronaca di ieri 16 ottobre 2019, infarcita come ogni singolo giorno di episodi di violenza contro donne e bambine:

“Londra, due italiani condannati per stupro: in un video gli studenti ridevano dopo la violenza”

Ho visto il video. Lorenzo Costanzo e Ferdinando Orlando – 25 e 26 anni – si scambiano un “high five” e si abbracciano dopo aver lasciato una coetanea priva di sensi in un club di Soho. Lei era ubriaca e lo stupro perpetrato nello sgabuzzino del locale le ha inflitto lesioni tali da dover essere sottoposta a intervento chirurgico. Secondo i giornali i due amici avrebbero anche ripreso le loro gesta con i telefonini. Ai giudici hanno detto la solita solfa: “lei era consenziente” – e, non detto ma evidente, come tutte le donne era una troia masochista a cui dev’essere piaciuto immensamente essere lacerata da italici maschioni: dopotutto la violenza estrema rivolta alle donne è il fulcro principale dell’odierna pornografia, che purtroppo è a sua volta il mezzo principale con cui i giovanissimi e i giovani si fanno un’idea di cosa sia la sessualità.

Alle donne piace, quindi, ma gli uomini patiscono molto (probabilmente a causa della dittatura femminazista che impera sul mondo): “Non mi aspettavo una cosa del genere, provo un’enorme sofferenza – ha dichiarato il padre di uno dei due studenti – Vedo soffrire mio figlio per una vicenda che alla base non ha alcuna prova evidente.” A chiosa, i giornalisti aggiungono che la ragazza era troppo strafatta di alcolici per riconoscere senz’ombra di dubbio gli aggressori. Così, un corpo di donna macellato (ma solo un po’, via), video e dichiarazioni degli imputati al processo non bastano: tutti conosciamo ormai le statistiche diffuse da una serie di istituti che vanno dalle Nazioni Unite all’Istat, sappiamo che la violenza di genere è una pandemia e che nessuna nazione ne è immune, leggiamo ogni giorno di vicende efferate e ancora continuiamo a discutere comportamenti e abitudini e tipologia corporea e grado di appetibilità sessuale delle vittime, mettendo sistematicamente in dubbio le loro testimonianze e la loro credibilità – perché un uomo che violenta in fondo non è colpevole di nulla… lei ci stava, lo provocava, a lei piaceva, lei è stata imprudente, lei è stata sconsiderata, non poteva tirarsi indietro all’ultimo momento e così via.

“Pesaro, palpeggia una ragazzina in piazza Puccini. Arrestato.”

Anche qui sono in due e sono italiani (lo specifico in caso mi leggessero per sbaglio i fan di Salvini). Il primo, quarantenne, aggredisce sessualmente una ragazza di 14 anni – a lui perfetta sconosciuta – e il secondo gli fa da palo e da padrino manzoniano minacciando gli amici / le amiche di lei che protestavano.

Cosa fa credere a questi signori, e agli studenti di cui sopra, di essere autorizzati a servirsi della prima femmina che vedono? In primo luogo, il fatto che la violenza di genere è normalizzata e si riproduce grazie a regole sociali: gli stereotipi, le attitudini e le diseguaglianze che riguardano le donne in generale. La violenza sessuale è un derivato diretto della violenza strutturale che consiste nella subordinazione delle donne nella vita sociale, politica ed economica. Tradotto in pratica, costoro sentono di non star facendo nulla che non sia lecito e persino prescrittivo per i “veri” uomini. In secondo luogo, l’esposizione continua alla violenza e alle sue giustificazioni rende gli individui più propensi ad usarla, ad avere comportamenti cronicamente aggressivi e convincimenti che normalizzano e persino romanticizzano le violenza stessa. E’ quest’ultimo il caso del titolo n. 3:

Adria, interrogato dai giudici il marito strangolatore – Lui è in cura per la tossicodipendenza da eroina, la moglie è ancora gravissima.”

I due hanno una figlioletta di quattro anni, la donna ha alte probabilità di morire a 23: lui la sospettava di infedeltà e inoltre, spiegano i quotidiani, “non ha l’atteggiamento di chi vuol negare l’accaduto: ha di fatto ammesso di aver messo le mani al collo alla moglie in preda ad un raptus di gelosia che però potrebbe costare la vita alla giovane cameriera e madre della loro bambina.” Come possiamo ritenerlo responsabile di un tentato omicidio, andiamo, che sua moglie possa morire sembra un semplice effetto collaterale del romanticismo se continuate a leggere: “Quando si è avvicinato alla moglie per chiederle un ultimo abbraccio le avrebbe detto di essersi reso conto che il loro rapporto era finito ma le ha detto che l’amava ancora, che l’avrebbe amata per sempre. Poi ad un tratto, qualche istante dopo, avrebbe aggiunto che nessuno mai l’avrebbe avuta se non avesse potuto più averla lui. Quindi le ha stretto le mani intorno al collo e l’ha lasciata esanime sul pavimento. (…) Quando la ragazza è stata portata via con l’ambulanza, stando al cognato, il marito si sarebbe messo a piangere.”

Una triste storia d’amore, insomma, basata però solo sulla testimonianza di lui – ed è il fatto che sia un lui a renderla immediatamente verosimile: pensate, aveva quasi tentato il suicidio e poi ha persino pianto. Maledetto raptus, cos’hai fatto a quest’uomo innocente? Qua nessuno scandaglia la sua vita privata con il setaccio per sminuirne la credibilità; negli articoli al riguardo persino il fatto che sia tossicodipendente è usato come una scusante. Se invece è lei a essere intossicata (come nel caso della ragazza londinese) be’, se l’è andata a cercare.

La nostra società non ha solo normalizzato la violenza maschile: l’ha resa romantica, erotica ed eroica. La propone ossessivamente come strategia per risolvere i problemi (non pochi politici italiani hanno pesanti responsabilità in questo), la spande a palate nei prodotti televisivi e cinematografici, la spaccia come ingrediente innato e imprescindibile della mascolinità, e poi casca dalle nuvole quando vengono alla luce le “chat dell’orrore” gestite e usate da minorenni.

The shoah party: scambiavano video a luci rosse, immagini pedopornografiche, scritte inneggianti a Adolf Hitler, Benito Mussolini, all’Isis e postavano frasi choc contro migranti ed ebrei.”

Ragazzi, fra gestori e utenti della chat vanno dai 13 ai 19 anni ma sono in maggioranza minorenni che “normalmente non si conoscevano tra di loro ma che condividevano l’inconfessabile segreto di provar gusto in maniera più o meno consapevole nell’osservare quelle immagini di orribili violenze: una neonata di nemmeno un anno seviziata da un adulto, oppure una bambina dall’apparente età di 11 anni mentre fa sesso con due ragazzini, forse di poco più grandi di lei.”

La Procura parla di: “detenzione e divulgazione di materiale pedopornografico, istigazione all’apologia di reato avente per scopo l’incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali”. Se la madre di un tredicenne non avesse scoperto la pedopornografia sul cellulare del figlio e non avesse denunciato, le “scene di una brutalità inenarrabile” avrebbero continuato spensieratamente a circolare. “Abissi di degrado”, tuonano i giornalisti. E’ la “non tanto nuova quotidianità”, rispondo io: dalle cosiddette micro-aggressioni (commenti sessisti / sessualizzati, prese in giro sessiste /sessualizzate, interruzioni aggressive, appropriazione di voci e idee) alle palpate sui mezzi di trasporto e nei luoghi pubblici, dagli assalti nei locali e nelle case allo stupro e all’omicidio – dalla culla alla tomba, passando per il pc e il cellulare, bambine ragazze e donne sono i bersagli privilegiati. La violenza circonda e nutre di veleno maschi e femmine, è nel linguaggio che usiamo, negli “scherzi” (ironia, ironia, e fatevela una risata ogni tanto, prima che la violenza distrugga le vostre vite), nei messaggi dei media che oggettivano le donne e nelle norme di genere che imponiamo proprio a maschi e femmine, tanto per rendere infelici le esistenze di tutti.

La frequente esposizione alla violenza produce un adattamento emotivo: diventa qualcosa di abituale, di “normale”, e l’osservarla è lungi dal fornire uno sfogo mediante aggressioni “simboliche” (che però per chi le subisce nei video sono maledettamente reali): tutte le ricerche effettuate finora dicono l’esatto contrario e cioè che l’esposizione ripetuta alla violenza tende a facilitare l’espressione della stessa. Se poi la violenza è socialmente legata ai concetti di mascolinità, forza, vittoria, sesso, ecc. è inevitabile che spunti di continuo in ogni nostra interazione sociale. Questo è il vero abisso di degradazione collettiva che dobbiamo trasformare e superare.

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(7^ Conferenza mondiale sulle donne nello sport – l’8^ si terrà in Nuova Zelanda nel maggio 2022)

In questi giorni la stampa riporta quasi contemporaneamente l’addio al ciclismo della 25enne Maila Andreotti (venti titoli italiani su pista) e la denuncia di dieci bambine (dai 9 ai 14 anni) giocatrici di pallavolo: molestie sessuali e violenze psicologiche sono lo sfondo di ambo le notizie.

Per quel che riguarda la giovane ex ciclista gli articoli possono entrare nei dettagli – massaggiatori e allenatori guardoni, volgari, dalle mani lunghe e verbalmente violenti; delle ragazzine si sa solo che accusano l’allenatore di essere entrato di notte nelle loro stanze, per molestarle, durante un campeggio estivo.

Ho svolto un po’ di ricerche al proposito e ho scoperto che, a livello internazionale, di violenza di genere nello sport si parla da un bel pezzo, ma le parole – tutte giustissime – continuano a non tradursi in fatti concreti:

1998 – La seconda Conferenza mondiale sulle donne nello sport adotta un documento chiamato Windhoek Call for Action (“Chiamata all’azione di Windhoek”, Namibia, ove si tenevano i lavori), ove si chiede a tutti i soggetti coinvolti nelle attività sportive di assicurare “un ambiente sicuro e di sostegno per le ragazze e le donne che fanno sport a ogni livello, intraprendendo misure atte a eliminare tutte le forme di molestia e abuso, violenza e sfruttamento”;

2005 – Al Parlamento Europeo passa una risoluzione che chiede con urgenza a stati membri e federazioni sportive di “adottare misure per la prevenzione e l’eliminazione delle molestie sessuali e degli abusi nello sport”, fra cui “l’informare le atlete e gli atleti e i loro genitori dei rischi di abuso e dei mezzi legali disponibili al proposito” e “il fornire addestramento specifico agli staff delle organizzazione sportive”;

2007 – Il Comitato olimpico internazionale rilascia un comunicato in cui attesta che:

“Molestie sessuali e abusi accadono in tutti gli sport e ad ogni livello”, “Membri dell’entourage dell’atleta che sono in posizioni di potere e autorità appaiono come i principali perpetratori”, “Le ricerche dimostrano che molestie sessuali e abusi hanno un serio e negativo impatto sulla salute psicologica e fisica dell’atleta. Può dare come risultato la compromissione delle performance e condurre all’abbandono dello sport da parte dell’atleta. I dati clinici indicano come gravi conseguenze malattie psicosomatiche, ansia, depressione, abuso di sostanze, autolesionismo e suicidio”;

2016 – Esce la relazione finale dello “Studio sulla violenza di genere nello sport” condotto da apposita Commissione Europea:

La discriminazione subita dalle sportive di ogni età in ogni disciplina “è endemica”, ha spiegato una delle atlete che hanno partecipato allo studio, “a causa dello sbilanciamento nelle opportunità disponibili, nel denaro investivo, nelle attrezzature fornite, nella copertura dei media, nell’importanza posta sugli eventi, nel modo in cui gli allenatori e i dirigenti agiscono, e dei pregiudizi consci e inconsci che si ripetono ogni singolo giorno”. L’industria sportiva nel suo complesso percepisce le donne che ne fanno parte come inferiori, qualsiasi sia il loro ruolo. Devono superare se stesse e andare oltre ogni limite per essere considerate “qualificate” come i loro colleghi uomini: la società considera lo sport “intrinsecamente maschile”. (Per esempio, se cercate su internet qualcosa come “donne nello sport” per immagini, i primi risultati sono “grid girls”, majorettes, reggiseni, disegni e foto dall’alto grado di oggettivazione sessuale.)

Violenze e abusi, ribadisce lo studio europeo, sono conseguenze dirette della classificazione degradata delle donne.

Maria G. Di Rienzo

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Guardando meglio queste ragazze magnifiche, ho notato che, pur combattenti e in divisa mimetica, non hanno perso per nulla la loro cara e delicata femminilità, sono sempre tutte belle, e tali rimarranno in eterno.

A “guadagnare” questo commento è un’immagine di sei giovani donne curde armate, accompagnata da un breve testo che ricorda la loro morte e le violenze da loro subite, che sta girando sul web. Potrà sembrare banale e persino assurdo che io scelga altrettanto brevemente di parlarne stante la situazione attuale, ovvero l’invasione militare turca nel nordest della Siria. Potrei scrivere di come l’Europa abbia ingozzato di armi mister Erdogan, ne abbia ignorato la gestione dittatoriale del potere e le sue ricadute sul popolo turco, ed ora manifesti un tardivo sdegno – quando i segni di ciò che sarebbe accaduto (la guerra) erano evidenti da un pezzo. Tuttavia vi sono altri/e che possono farlo e lo fanno assai meglio di me.

Quel che voglio dire qui, come donna e come femminista e come essere umano, ai cantori della “bellezza” delle giovani curde scomparse è: perché non potete fermarvi neppure di fronte alla morte?

Credete che i loro parenti, amici, amati ancora vivi riceverebbero consolazione dal leggere le vostre uscite? Mia figlia è morta in modo atroce, ma era giovane e magnifica e delicatamente femminile, adesso che è un cadavere nulla di tutto questo si guasterà con l’età, sarà “bella in eterno”.

Se l’immagine in questione mostrasse sei combattenti di mezz’età, sei donne civili in fuga dal conflitto con bimbi terrorizzati fra le braccia, sei scolarette delle elementari davanti a una scuola distrutta, sei nonne… avrebbero costoro ricevuto in modo identico la vostra compassione? Se le giudicaste brutte la vostra reazione sarebbe stata “chissenefrega”?

Cosa diamine è la femminilità di cui parlate? Si compone di accessori e abbigliamento e trucco? Si può acquisire semplicemente appendendosi una borsetta al braccio e infilando scarpe con il tacco, e perderla in mimetica?

La “bellezza” di cui vaneggiate è un costrutto sociale che funziona come una macina da mulino appesa ai nostri colli di donne: non fa altro che tenerci piegate, che trascinarci in basso, che impedirci il movimento e più spesso di quanto si voglia ammettere ci affonda in un fiume di sofferenze – e lì, sovente, ci uccide.

Maria G. Di Rienzo

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Ci sono individui convinti che l’esistenza della cantante Adele (prima del dimagrimento, beninteso, da ora indicato come pdm) sconfesserebbe tutto ciò che io dico e documento sulla pervasività mediatica del modello “scheletrica – seminuda con seni al silicone e altri effetti da chirurgia plastica (e photoshop)”.

Non mi metterò a citare studi / ricerche / statistiche che comunque gli individui suddetti possono trovare frugando questo sito o il web in generale, mi limito a suggerire che verifichino da soli quanto la loro idea manchi di sostanza per:

1. Numeri e posizionamento

– quante donne con corpi larghi o comunque non conformi vedono nei programmi televisivi?

– che ruoli rivestono tali donne?

2. Focus

– quando una donna larga è presente a qualsiasi titolo in un varietà o in uno sceneggiato o quant’altro, quanti minuti passano prima che qualcuno dei presenti commenti il suo peso?

– di che tipo sono questi commenti?

3. Propaganda in generale

– quante immagini, articoli di intrattenimento o (pseudo) scientifici / medici, annunci pubblicitari hanno visto con didascalie del tipo: “Cosa fare per somigliare a Adele (pdm)”, “La dieta di Adele (pdm) per rinforzare le tue curve”, “Adele (pdm) hot in topless”, “Rotondo è sano: il corpo perfetto di Adele (pdm)”, “Adele (pdm) apre la settimana della moda sexy sfilando in bikini”, “Perché agli uomini piacciono le donne come Adele (pdm)”, ecc.?

4. Attitudine sociale

– quante di queste cose potete sentire / leggere in una singola giornata: cessa cicciona, lardosa, grassona se ti stuprano dovresti ringraziare, è brutta e sovrappeso, ammasso di ciccia chi vuoi che ti scopi ecc.?

lightbulb

Si è acceso qualcosa? Ok, statemi bene – e se non si è acceso niente fate una cortesia, statemi distanti.

Maria G. Di Rienzo

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rewrite her story

“Riscrivete la sua storia – Come gli stereotipi di film e media hanno impatto sulle vite e sulle ambizioni alla leadership di ragazze e giovani donne”: questo è il titolo di uno studio condotto congiuntamente da Plan International

https://lunanuvola.wordpress.com/2019/05/18/chi-ci-rende-insicure/

e dal Geena Davis Institute on Gender and Media

https://lunanuvola.wordpress.com/2016/03/02/se-lo-vedi-puoi-esserlo/

e reso pubblico un paio di giorni fa.

La ricerca ha analizzato 56 film del 2018, di venti diversi Paesi, con record d’incassi e ha ascoltato le opinioni di 10.000 giovani donne in tutto il mondo per capire come queste pellicole le hanno influenzate. Potete leggerla per intero – e vedere il breve documentario relativo – qui:

https://plan-international.org/girls-get-equal/rewrite-her-story

“Sebbene molti siano i fattori che scoraggiano le ragazze e le giovani donne dal perseguire posizioni direttive, l’avere donne leader come modelli ispirativi nei media, così come nella comunità, stimola le ragazze a mirare in alto. – dicono Geena Davis e Madeline Di Nonno nell’introduzione – Se vogliamo vedere più donne in posizioni guida nel mondo reale, le ragazze hanno bisogno di vedere più donne leader nei mondi immaginari dei media dell’intrattenimento.”

Lo studio mostra che tale obiettivo è ancora distante: in pratica, se in un film c’è una donna di potere la si mostra in abiti con profonde scollature e spacchi o seminuda, nel mentre maneggia molestie sessuali e lotta faticosamente per essere ascoltata.

Nelle pellicole esaminate, gli uomini schiacciano le donne per numero (rispettivamente 67% e 33%) e parlano più di due volte tanto, che è la stessa percentuale con cui rivestono ruoli di leadership. Le donne hanno il 30% di possibilità in più degli uomini di indossare vestiti succinti, sono mostrate seminude due volte tanto e completamente nude quattro volte tanto.

Le ragazze intervistate al proposito dicono che i messaggi dell’oggettivazione e della scarsa rappresentazione sono molto chiari: “Sicuramente c’è un impatto – afferma per esempio una diciassettenne peruviana – perché indirettamente i film stanno dicendo alle donne che loro non sono capaci di rivestire ruoli guida nella stessa maniera in cui gli uomini possono farlo.”

Secondo Plan International le ragazze e le giovani “hanno bisogno di vedere se stesse nelle storie che le circondano per raggiungere l’equità di genere e perché la loro capacità direzionale sia riconosciuta e incoraggiata”, pertanto l’ong fa queste raccomandazioni:

– Per esserlo, le ragazze devono vederlo. Bisogna rendere visibili e normali le storie sulla leadership femminile;

– Mettere fine alla sessualizzazione e all’oggettivazione di donne e ragazze sullo schermo;

– Finanziare le registe, le creatrici di programmi e le produttrici e affrontare le molestie e le discriminazioni sul lavoro per incoraggiare le ragazze e le giovani donne a entrare nell’industria dell’intrattenimento ad ogni livello.

Nel rapporto sono comprese diverse interviste proprio a donne che lavorano nel settore, fra cui la regista vietnamita di “The Third Wife” (“La terza moglie”), uscito in Italia il 29 settembre scorso. Il film, ambientato nel Vietnam del 19° secolo, narra la storia di una quattordicenne a cui è imposto il matrimonio. Ash Mayfair, 34enne, ha detto tra l’altro: “Il sapere che le giovani donne hanno necessità di vedere sullo schermo figure femminili potenti e più personaggi che assomiglino loro è la ragione per cui non smetterò mai di fare film. Non smetterò mai di lavorare per portare alla luce più storie di donne, non solo perché sono narrazioni che appartengono al mio genere, ma anche perché sono potenti e preziose esperienze umane.”

Maria G. Di Rienzo

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Nel giro di pochi giorni, a Roma, una bambina tenta il suicidio (fortunatamente sventato da due poliziotte fuori servizio prima che si gettasse dal balcone) e una ragazzina si toglie effettivamente la vita lanciandosi dal nono piano. Dieci anni la prima e tredici la seconda, per entrambe la Procura indaga sul ruolo che il bullismo potrebbe aver avuto nelle due vicende: la tredicenne riceveva in effetti messaggi insultanti e denigratori via chat, alcuni dei quali sono stati ora provvidenzialmente cancellati.

I giornalisti continuano a fare male il loro mestiere menzionando un non meglio specificato “malessere molto diffuso tra gli under 14” e ipotizzando “delusioni d’amore” (espressione un po’ esagerata per eventuali filarini andati storti); per quel che riguarda la ragazzina deceduta, non mancano di farci sapere che “Occhi azzurri, capelli castani, X era davvero bella, ma soffriva molto. Troppo.”: e davvero a questo punto non si capisce il perché, dato che l’essere “bella” (e cioè piacere ai maschi) è tutto quel che serve a una persona di sesso femminile qualsiasi sia la sua età, tutto quello che lei deve essere e a cui deve aspirare – tale è l’univoco messaggio diffuso dalla società italiana tramite media e social media.

Nella decisione estrema di un’adolescente possono entrare miriadi di fattori: problemi familiari, difficoltà scolastiche, violenze subite, pressioni relative all’immagine corporea, ecc. Certo è che si tratta di un periodo in cui la legittimazione e la validazione provenienti dal gruppo di pari assumono di solito un ruolo centrale e imprescindibile, per cui gli episodi di bullismo meritano senz’altro un’attenzione particolare da parte degli inquirenti.

Generalmente gli uomini muoiono per suicidio più delle donne, in special modo nei paesi cosiddetti “sviluppati”, e ciò si riflette sulle tecniche e sulle priorità dei programmi di prevenzione. Tuttavia, le donne tentano il suicidio in misura molto maggiore e i contesti in cui ciò accade non sono sufficientemente oggetto di studio, ma solo utilizzando in modo grossolano l’indicatore causa/effetto i tre fattori principali emergono chiarissimi:

– violenza sessuale, soprattutto se ripetuta

– minacce e abusi psicologici

– aggressione fisica grave (singola o ripetuta)

Cioè, le donne vedono il suicidio come via d’uscita dal subire violenza. Questo accade in gran parte perché la violenza contro le donne è ancora percepita e descritta come “faccenda personale”, con tutto il corollario di attribuzioni di responsabilità a chi ne è vittima (cosa hai fatto per provocare lo stupro e le botte, puttana?) e di suggerimenti inutili, conniventi, o persino francamente idioti atti a mantenere la situazione com’è e coprirla di silenzio (vestiti più sexy e non rimbeccarlo sempre…).

Per sconfiggere la violenza è necessario vederla in tutte le sue orride dimensioni, parlarne, rigettarla, mostrare e vivere le alternative ad essa. Il che significa azione ad ogni livello: dalla decostruzione delle norme sociali che condonano / giustificano / glorificano la violenza all’emanazione di leggi specifiche che puniscano davvero i perpetratori, ma per quel che riguarda il “malessere molto diffuso tra gli under 14” le sue prime medicine sono l’apprendimento dell’eguaglianza di genere e della nonviolenza.

Le famiglie possono non provvedere ciò per svariati motivi, le scuole e le istituzioni avrebbero però il dovere (etico, rispondente ai principi su cui sono fondate) di promuovere e rinforzare valori che sostengano relazioni nonviolente, rispettose, positive, per bambini e adolescenti, inclusi quelli più vulnerabili ed esclusi. Alcuni soggetti sono infatti presi a bersaglio più facilmente: quelli e quelle che sono migranti o figli / figlie di migranti; quelli e quelle che sono o sono percepiti come persone lgbt, quelli e quelle che vivono con una disabilità, quelli e quelle che non rispondono agli stereotipi di genere e di “immagine”… e, in particolare, le bambine e ragazze che non li accettano.

Non fare nulla equivale a lasciarle sole sui balconi. Continuare a fomentare attitudini e pratiche patriarcali equivale a spingerle giù.

Maria G. Di Rienzo

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aristolochia salvadorensis

Le sacrosante preoccupazioni di un padre, il sig. Fabio Volo, espresse con accorata dignità tramite Radio Deejay (corsivo e sarcasmo miei):

A un certo punto sulla tv appare una che si chiama Ariana Grande: bellissima ragazzina, mora. Sembra abbia 15 anni, vestita di rosa, tutta sexy. Se sono a una festa e una viene vestita così dico ‘Chi è ‘sto puttanun? Come si è introiata’. Le donne sono come i fiori, in base ai colori e ai profumi attirano un certo tipo di uomo. Se hai paura perché sei insicura e quindi esageri con la sessualità, attirerai solo gente che ti vuole sdraiare. Questa ragazzina è a quattro zampe, in ginocchio, impecorata che muove il culo. Tutto il videoclip era un richiamo sessuale. Pensate a me, padre di due femmine: vado al lavoro, faccio le mie cose, mentre una società mi sta imputtanando la figlia.”

(Le illustrazioni di questo articolo sono fiori: attendiamo che gentilmente il sig. Volo ci precisi quale tipo di uomo e/o insetto attraggono.)

Il papà angosciato si è preso del moralista e del bigotto, ma io credo abbia semplicemente fatto sfoggio di sessismo – quel sessismo quotidiano che in Italia è soffocante, nauseante, pervasivo, ossessivamente normalizzato e che investe tutte le donne, comprese le figlie del signore in questione.

skulls

Tanto per cominciare: crede il sig. Volo che se Ariana Grande non fosse bellissima, non avesse l’aspetto di una ragazzina e la sua performance non fosse sessualmente allusiva starebbe in televisione? Se avesse quarant’anni, pesasse ottanta chili e fosse vestita in jeans e maglietta potrebbe anche diffondersi nella danza in acrobazie da stuntwoman e gli studi televisivi le resterebbero proibiti. Quel che lei ha visto, mister, è ciò che gli uomini vogliono vedere e pertanto è ciò che passa in tv ab ovo usque ad mala – dall’inizio alla fine, delle trasmissioni – non solo tramite Ariana Grande. I mass media non forniscono modelli differenti a cui le sue figlie possano ispirarsi: c’è solo la introiata che deve dimostrare 15 anni anche in menopausa, qualsiasi mestiere faccia, qualsiasi ruolo svolga, al di là delle sue preferenze personali, delle sue capacità e della sua storia.

Punto secondo: poiché tali rappresentazioni soddisfano una richiesta a stragrande maggioranza maschile (maggioranza assoluta nelle redazioni dei media), per quale motivo lei ne considera responsabili le donne? Si rende conto esattamente di quel che ha detto? Paurose e insicure esagerano con la sessualità e attirano gente che le vuole “sdraiare”: quindi quando gli uomini le molestano, quando le assalgono, quando le stuprano, la colpa è loro, giusto?

Assecondando il ragionamento, in questi giorni sono accadute delle cose di cui le vittime sono responsabili, tipo:

“Varcaturo: segrega per dodici ore l’ex e sua figlia, poi violenta la donna – Per l’uomo, 27 anni, c’era già un divieto di avvicinamento. Arrestato con le accuse di violenza sessuale, sequestro e stalking. Ha tenuto prigioniere per dodici ore in auto la sua ex compagna 28enne, picchiandola ripetutamente, e la figlia di due anni.”

“Messina, picchiano e violentano una novantenne: arrestati due minorenni – In manette un 17enne e un 14enne. Uno di loro è amico del nipote dell’anziana. Hanno aggredito una 90enne, l’hanno selvaggiamente picchiata e poi hanno abusato di lei. Per entrambi l’accusa è di rapina aggravata, tentato omicidio e violenza sessuale, indagati a piede libero anche per porto di strumenti atti a offendere.”

E’ palese che non occorre vestirsi come Ariana Grande ne’ dimenare il didietro per essere investite dalla violenza, ma gli offensori in genere possono davvero “stare sereni” come va di moda dire: nei tribunali c’è un mucchio di gente che la pensa in modo non dissimile dal sig. Volo (sempre dalla cronaca di questa settimana):

“Uccisa dall’ex nel Casertano, pena ridotta per l’assassino – La sentenza di appello emessa dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere riduce di due anni (in primo grado furono comminati 19 anni) la pena inflitta all’assassino ed ex compagno di Maria Tino, uccisa a Dragoni, nel Casertano, il 13 luglio del 2017.”

“Sorrento, stupro nel ristorante: Pepe ai domiciliari dopo nove mesi. Il 57enne accusato di aver drogato e violentato una 23enne di Piano di Sorrento nell’autunno del 2016, va agli arresti domiciliari. Lo ha stabilito il Tribunale di Torre Annunziata davanti al quale il ristoratore è a processo con le accuse di spaccio di droga e violenza sessuale.”

Venus Flytrap

Nella sua prossima trasmissione, il padre preoccupato potrebbe provare a commentare le richieste che la società (guidata – diretta – normata da uomini come lui) fa non solo alle sue figlie, ma a tutte le donne:

“Il decalogo dell’amante perfetta” (articolo della settimana, sul quotidiano Libero diretto da Vittorio Feltri): “L’amante perfetta: indipendente, passionale, non invia sms e video nel cuore della notte; sembra sempre uscita dal parrucchiere; non ha mai il mal di testa; frizzante emotivamente e sessualmente; è sempre disponibile; è depilata; (…)”.

E per finire, potrebbe cominciare a contemplare la possibilità che le donne non siano al mondo con lo scopo unico e prescrittivo di attirare e soddisfare uomini.

Maria G. Di Rienzo

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