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Posts Tagged ‘suicidio’

Credevo che Biancaneve avesse mangiato mele avvelenate a sufficienza, nella fiaba originale e nelle sue migliaia di riletture/riscritture, nei cinema e nei teatri eccetera. Mi sbagliavo. Mancava questa:

poster del menga

Il testo dice: “E se Biancaneve non fosse più bella e i sette nani fossero non così bassi?” Si tratta del poster promozionale per la parodia a cartoni animati dal titolo “Scarpette Rosse e i Sette Nani”. Il film è di produzione sudcoreana, definito dai suoi creatori “una commedia per famiglie” e narra la storia di “una principessa che non rientra nel mondo di celebrità delle principesse – e nemmeno nelle loro taglie”. Infatti, non riesce neppure a infilarsi le scarpette da bambolina Barbie ovviamente di 20 numeri più piccole: è una tragedia, altro che commedia!

Naturalmente la “bella” Biancaneve è quella a sinistra, il grissino con le gambe a stuzzicadenti allungate dalla bioingegneria o da un’altra magica macchinazione della Cattiva Regina – per renderle verosimili, la figura dovrebbe essere più alta di un terzo. Perciò la Biancaneve di destra è ancora una che potete incontrare per strada, ma Miss Sottiletta è come dev’essere: irraggiungibile per chiunque di noi sia umana.

L’attrice che dà voce alla protagonista di questa pacchianata, Chloë Grace Moretz, si è dissociata dalla campagna pubblicitaria e si è scusata perché “non aveva controllo su di essa”. Una valanga di proteste è venuta, oltre che da squisiti “nessuno” come me, da altri attori e personaggi pubblici, fra cui la modella Tess Hollyday (in immagine dopo questo paragrafo): “Come ha fatto una cosa del genere ad essere approvata da un’intera squadra di marketing? Perché dovrebbe andar bene dire ai bambini che essere grassi è uguale a essere brutti?”

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Dopo di che, si è scusata anche la produttrice Sujin Hwang e ha ritirato i poster. Ma ci ha tenuto a farci sapere che il film vuole “sfidare gli standard della bellezza fisica nella società enfatizzando – udite, udite! – la bellezza interiore.”

Una genialata MAI sentita prima. Infatti, dopo la visione della pellicola, ogni bambina o ragazzina bullizzata per il suo aspetto fisico uscirà dal coro di “cicciona” “grassona” “cesso” e “schifosa” che la circonda trillando: Sono bella dentro! Sono bella dentro!, cosa che avrà meno valore di un fico secco per i suoi tormentatori. E poi considererà di affamarsi – persino sino alla morte, di ferirsi o di buttarsi allegramente dal quarto piano: come tantissime fanno già senza aver visto la parodia di Biancaneve ma migliaia di annunci pubblicitari, sfilate di moda, sceneggiati e programmi tv, prodotti cinematografici che hanno ribadito loro quel che valgono se i loro corpi non rispondono agli standard di scopabilità vigenti – NIENTE.

Sveglia, Sujin, non esiste un dentro-fuori tagliabile con l’accetta nelle persone. Il nostro corpo è una spugna imbevuta di sensazioni, di emozioni, di desideri che non sono separabili da noi. Il nostro stato psichico influisce su quello fisico e viceversa. Il mio sangue irrora le mie mani che scrivono romanzi, non potrei farcela ne’ senza di esso ne’ senza la mia immaginazione. Chi io sono fuori e chi io sono dentro sono sempre io. Sempre abbondantemente splendida anche se recente 58enne, tra l’altro. Fottiti. Maria G. Di Rienzo

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(“Experience: I regret transitioning”, testimonianza raccolta da Moya Sarner per The Guardian, 3 febbraio 2017, trad. Maria G. Di Rienzo. L’esperienza narrata è giustamente protetta dall’anonimato.)

Quando ero una bambina che viveva nelle Midlands (Ndt: zona centrale della Gran Bretagna) ero solita dire: “Quando cresco voglio diventare un maschio.” Facevo persino la pipì in piedi. Amavo giocare a pallone, ma quando ebbi all’incirca sette anni i miei amici dissero che dovevo smettere, perché ero femmina. Io risposi loro che non vedevo che differenza facesse e uno di essi si tirò giù i pantaloni e me la mostrò.

Un senso di nausea mi avvolse completamente: qualcosa di me, e del mio corpo, era sbagliato. Queste sensazioni divennero più forti mentre crescevo. Quando vidi che il mio petto cambiava ne fui inorridita; sviluppai un disordine alimentare nel tentativo di ritardare la pubertà, mi tagliai corti i capelli e cominciai a fasciarmi il petto. Ero depressa e tentai di uccidermi. A quattordici anni, fui ricoverata in un ospedale psichiatrico per un paio di mesi.

I miei genitori erano scioccati e tentarono di convincermi ad abbracciare la vita come donna. Fecero in modo che qualcuno mi insegnasse a truccarmi, convinti che se avessi imparato a apparire più somigliante alle altre ragazze mi sarai sentita di più uguale a loro.

Fu solo quando ebbi 15 anni che scopri l’esistenza della possibilità di transitare da un sesso all’altro. Tutti i pezzi andarono a posto: ecco chi ero. Capii che potevo avere il corpo che volevo. Quando andai dal mio medico di base, a 17 anni, mi fu detto che ero troppo vecchia per usufruire dei servizi destinati ai bambini e troppo giovane per essere vista come adulta; non riuscii ad avere il mio primo appuntamento che tre mesi dopo il mio 18° compleanno.

Dopo altri mesi di attese e appuntamenti, nessuno dei quali incluse consulenza sulla materia, cominciai finalmente con il gel al testosterone e più tardi passai alle iniezioni. Fu una cosa enorme quando, all’università, la mia voce diventò profonda e la mia figura cominciò a cambiare: le mie anche si fecero più strette, le mie spalle più larghe. Sembrava giusto. Essendo presa per un uomo mi sentivo più sicura negli spazi pubblici, mi si prendeva più sul serio quando parlavo e mi sentivo più fiduciosa in me stessa.

Poi mi sottoposi all’operazione chirurgica per la rimozione dei seni. Fu fatta malissimo e mi lasciò cicatrici terribili. Ero traumatizzata. Per la prima volta mi chiesi “Cosa sto facendo?”. Rimandai i passi successivi, l’isterectomia e l’operazione ai genitali, dopo essermi informata sulla chirurgia plastica per il pene e aver compreso che avrei dovuto sottopormi a un nuovo intervento ogni dieci anni per rimpiazzare il dispositivo erettile.

Le questioni relative alle persone transessuali cominciavano ad apparire sui media e io capii che la gente sarebbe sempre stata in grado di riconoscermi come una persona che aveva effettuato la transizione. Io volevo solo essere maschio, ma sarei sempre stata trans.

Allo stesso tempo, ci fu un cambiamento significativo in come mi sentivo rispetto al mio genere. Riflettendo sul modo differente in cui ero trattata quando mi si vedeva come un uomo, capii che le altre donne sperimentavano a causa di ciò gli stessi impedimenti. Io avevo presunto che il problema stesse nel mio corpo. Ora vedevo che non era l’essere femmina a impedirmi di essere me stessa: era la perpetua oppressione che la società opera sulle donne.

Una volta capito questo, gradualmente sono arrivata alla conclusione che dovevo uscire dalla transizione. Ho smesso il testosterone e, mano a mano che il mio corpo ha ripreso la produzione dei suoi propri ormoni, sono diventata una femmina che sembra un maschio. Avrò sempre la voce profonda e i seni non mi ricresceranno, ma le mie anche e le mie cosce si sono allargate. Essere maschio era più confortevole per me, ma continuare a prendere ormoni significava che io avrei continuato a considerare il mio corpo un problema – e io non credo che il problema stia là. Quel che sembra la via più facile non è sempre la cosa più giusta.

Ho preso la miglior decisione possibile in circostanze avvelenate e se non avessi cominciato i trattamenti quando l’ho fatto potrei non essere viva oggi. Ma mi rattrista molto pensare alla mia fertilità: vorrei essere un genitore, un giorno, ma è probabile che l’assunzione di testosterone lo renda assai difficile. Io adesso ho quasi trent’anni e non lo saprò sino a che non tenterò di avere figli.

Sono felice per quelle persone che sono state aiutate dalla transizione, ma penso ci dovrebbe essere più enfasi sulla consulenza e che la transizione dovrebbe essere vista come ultima risorsa. Fosse questo accaduto a me, potrei non averla intrapresa. Ero così concentrata nel tentativo di cambiare genere che non mi sono mai fermata a pensare a cosa il genere significa.

Alla fine, sento di aver speranza nel futuro. Ho visto di avere un’immensa capacità di cambiare e crescere, anche in circostanze molto difficili. Questo è ciò che io sono.

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(“I clean up the messes of the porn industry. Why are we still questioning whether pornography is oppressive?” – “Io ripulisco i casini combinati dell’industria del porno. Perché stiamo ancora dibattendo se la pornografia sia oppressiva o no?”, di Ann Olivarius, avvocata – in immagine – per Culture Reframed, novembre 2016. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

ann-olivarius

Quando ho sostenuto che la pornografia è intrinsecamente oppressiva, al dibattito della Cambridge Union (Ndt: società per la libertà di parola dell’Università omonima), onestamente non mi aspettavo che la mia squadra vincesse il sostegno del pubblico. Lo speravo. Ma sapevo anche che chi è cresciuto nell’odierno mondo pornificato comprensibilmente trova difficile vederne i danni.

Io li vedo. Io sono un’avvocata e pratico la mia professione negli Stati Uniti e nel Regno Unito, e ho passato un po’ dei miei giorni – più di quanti desiderassi – a ripulire i disastri causati dall’industria della pornografia.

Ammetto che non avevo prestato troppa attenzione agli enormi cambiamenti occorsi nel mondo della pornografia durante l’ultimo decennio. Ma un paio d’anni fa, ho ricevuto una chiamata telefonica da parte di una donna del Midwest, negli Usa. Era sabato notte, a Londra. Io ero sola nell’ufficio, così ho risposto: la madre disperata di una studente liceale mi disse che gli amici di sua figlia, la 16enne Sallie, avevano abusato di lei mentre era ubriaca e avevano filmato gli abusi sui loro cellulari.

La ragazza si era svegliata la mattina dopo non ricordando cos’era accaduto. Quando venne a sapere dei filmati, i clip erano già stati distribuiti per tutta la scuola. Due giorni più tardi, tornando da scuola, Sallie disse a sua madre che non aveva avuto una giornata granché buona, andò nella propria stanza e si uccise. Io feci tutto il possibile per aiutare la madre in lutto, ma le opzioni legali erano limitate. Il mondo era ancora nella fase di apprendimento rispetto alla cosiddetta “pornografia per vendetta” e lo è a tutt’oggi. Da allora, questo tipo di chiamate al mio ufficio sono diventate regolari.

Alcune vittime della “pornografia per vendetta” si ribellano, altre entrano in clandestinità o in qualche istituto, e altre finiscono nella propria tomba. Ma le immagini continuano a vivere, in maggioranza sui siti pornografici.

E perché su questi ultimi? Perché non solo l’industria del porno ha inventato la “pornografia per vendetta” (le prime immagini di questo tipo furono pubblicate da Hustler nel 1980), è anche interessata a mantenere questa redditizia pratica, proprio come continua a trovare nuovi modi di abusare delle donne, e qualche volta degli uomini, per creare nuova domanda. Nei rari casi di una critica, i portavoce dell’industria sosterranno che è solo un affare come un altro, solo un lavoro come un altro, o che loro sono le avanguardie della libertà di parola.

Una delle nostre clienti, un’attrice porno, si rivolse a noi il giorno seguente alle sue dimissioni dall’ospedale, dove aveva dovuto farsi suturare il retto dopo essere stata filmata in una scena brutale. Non avrebbe potuto lavorare per qualche tempo e si chiedeva che protezioni le leggi sul lavoro potessero fornirle. Ce n’erano molto poche. Lei era stata “in affari” per tre anni, che è in pratica il periodo più lungo di resistenza per la maggioranza delle donne nella pornografia che io ho conosciuto. Non aveva una pensione, non aveva mai sentito la parola “promozione” e non aveva idea di come procedere. L’industria si era presa tre anni della sua vita e le aveva lasciato solo un prolasso rettale che, per la cronaca, è qualcosa che l’industria porno si vanta di produrre: c’è un mercato in crescita per il “bocciolo di rosa” nei film pornografi – il quale si dà quando le pareti interne del retto dell’attrice collassano e il tessuto rosso interno “sboccia” fuori dall’ano.

Non si tratta di un’industria in cui le maestranze possono invecchiare, avere una pensione, ferie garantite o sicurezza sul lavoro. E’ un’industria in cui le donne sono abusate per la gratificazione sessuale di chi le guarda. L’oppressione delle donne è inerente alle storie che sono fatte circolare.

Le performer non sono le sole a essere oppresse. Alcuni dei consumatori vogliono mettere in pratica quel che hanno visto con le loro compagne. Ho avuto un buon numero di casi di divorzio al cui centro c’era la pornografia e coppie le cui vite sessuali erano state distorte e distrutte.

Ci sono anche quelli che forzano atti pornografici su altre persone, spesso credendo di avere il diritto di farlo. Dopotutto, nella pornografia le donne rispondono con piacere all’essere costrette e ferite. Anna aveva 8 anni quando disse a sua madre che il cugino, 14enne, le faceva cose che non le piacevano. Quando le si chiese se il cugino facesse sempre le stesse cose, Anna replicò: “Qualche volta, ma se vede qualcosa di nuovo sul telefonino cambia.”

Abbiamo anche maneggiato casi di adulti che usano la pornografia per abituare i bambini al sesso, o che la usano come giustificazione per le loro violenze sessuali contro minori e donne. E alcune delle persone più traumatizzate che io abbia mai conosciuto sono prostitute (spesso trafficate) a cui i clienti insistevano – a volte usando la forza e sempre credendo che il consenso sia qualcosa che potevano comprare – nel chiedere di replicare azioni viste nei film pornografici.

Le donne non sono le sole a subire danni. Abbiamo incontrato attori porno che hanno subito danni gravi e alcuni di loro potrebbero morire giovani a causa dell’HIV o di altre malattie. E abbiamo visto quelli che diventano porno-dipendenti in giovane età come Henry, uno studente di Oxford che prima dei vent’anni si innamorò e fu abbastanza fortunato da essere ricambiato. Ma per quanti sforzi facesse non riusciva a godere del sesso con questa ragazza. Non era come pensava dovesse essere e non aveva erezioni. Il suo cervello era intossicato dalla gratificazione istantanea ricevuta dalla pornografia. Henry chiese il nostro aiuto per sapere se una sua eventuale denuncia dell’industria della pornografia, per avergli sottratto il piacere di avere rapporti sessuali, avrebbe avuto basi legali. Henry oggi è un attivista che lotta contro i danni fatti agli uomini dalla pornografia.

La pornografia è intrinsecamente oppressiva? La maggioranza dei partecipanti al dibattito della Cambridge Union ha detto di sì. E lo dico anch’io.

Spero questo significhi l’inizio di un vero respingimento dell’industria pornografica, che i giovani non le permettano di distorcere e degradare la loro sessualità e le loro preferenze sessuali, mai più.

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Quando fu intervistata dall’Huffington Post l’anno scorso, la diciassettenne inglese Rhea (pseudonimo) aveva tentato il suicidio già due volte. “La pornografia era ovunque nella mia scuola. – ha raccontato – E il mio ragazzo Andy è diventato ossessionato da questa cosa. Io ero stata molto chiara con lui: non ero pronta a fare sesso.” Ma una sera Andy la aggredì e violentò in un parco e dopo di allora i suoi assalti sessuali nei confronti della ragazza divennero routine. Rhea non fece nulla.

Il costante sentir parlare di pornografia mi aveva fatto sentire come se quello che accadeva fosse normale. Mi sentivo in trappola, come se tutti pensassero che era normale e che io dovevo adattarmici se volevo essere accettata. Mi sembrava che non ci fosse via d’uscita.” La pressione sull’essere magra e sexy era pure costante: i ragazzi della scuola, dice ancora Rhea, facevano continui paragoni fra i corpi che vedevano nei film porno e quelli delle loro compagne – e ovviamente queste ultime erano classificate in modo negativo. La pressione più forte, però, Rhea l’ha percepita venire dai media online: “Kim Kardashian, per esempio, e tutta la storia sul training per avere una vita stretta (e relativi corsetti strizzanti che sembrano usciti dall’800, ndt.). Un sacco di ragazze nel mio istituto ne parlano e sono infelici, perché le cosa le fa sentire insicure di loro stesse e come se dovessero per forza tentare di apparire in quel modo.” Quando la somma di tutto questo è diventata intollerabile, Rhea ha cercato di uccidersi.

La sua testimonianza era inserita in un articolo che commentava un rapporto rilasciato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (maggio 2015) sulle cause di morte delle ragazze fra i 15 e 19 anni sull’intero pianeta: Africa a parte, dove la mortalità materna e l’Hiv-Aids la fanno ancora da padroni, è risultato che il suicidio ha sorpassato o sta sorpassando, nel resto del mondo, tutte le altre cause. In Europa, è la prima causa di morte nel segmento di età femminile considerato (i ragazzi della stessa età muoiono principalmente di incidenti stradali).

Sempre nel 2015, in agosto, la rivista scientifica “Psychology of Women Quarterly” presentò i risultati di diverse ricerche che aveva effettuato sull’oggettificazione sessuale femminile: “In uno degli studi, presentammo ai partecipanti immagini di donne e di ragazze prepubescenti, sia in abiti normali sia in bikini. Scoprimmo che le ragazzine erano oggettificate – viste come meno capaci mentalmente e meno degne di considerazione etica – quando indossavano bikini. Erano oggettificate esattamente alla stessa maniera delle donne adulte. In un secondo studio, ai partecipanti era mostrata la foto di una ragazzina che indossava o bikini nero o un vestito estivo sempre nero. L’immagine era presentata con un breve scenario di riferimento in cui la ragazzina era descritta come bersaglio di bullismo a scuola. Di nuovo, scoprimmo che quando la giovanissima era ritratta in bikini veniva percepita come mancante di capacità mentale e meno degna di un trattamento etico. I partecipanti alla ricerca hanno biasimato la ragazzina in bikini per il bullismo da lei ricevuto molto più di quanto abbiamo fatto per la stessa ragazzina nell’abito estivo, ed erano molto meno preoccupati per quel che subiva. E’ interessante notare che i partecipanti non pensavano che una soffrisse del bullismo meno dell’altra: semplicemente importava loro meno del benessere di una ragazzina quando questa era ritratta in modo oggettificato.”

Pubblicità, giornali, televisione, cinema, internet, riviste, libri prodotti da e per una società patriarcale: un immaginario sessualizzato applicato a donne e bambine, “consumato” giornalmente da milioni di persone; una narrativa stereotipata redatta in base a norme sociali sessiste che determina il valore dei corpi femminili – ormai, di qualsiasi età. Le bamboline create per la soddisfazione maschile sono infantilizzate se adulte, adultificate se bambine. Ma, come oggetti, valgono sempre meno di niente.

Bergamo 21 ottobre 2016: “Arrestati due ragazzi di 15 e 16 anni con l’accusa di aver compiuto atti sessuali nei confronti di una 12enne disabile.”

Modena, 21 ottobre 2016: “16enne diffonde i video di sesso con l’ex fidanzatina coetanea sulla chat di gruppo della scuola.” Dall’articolo: “Il giudice, su richiesta del pm, ha archiviato il caso. Una scelta ‘didattica’, un insegnamento di vita. Infatti il tribunale, pur ritenendo il 16enne colpevole, ha preso atto della sua successiva condotta e del pentimento mostrato, tanto da valutare più ‘educativo’ un percorso di sostegno scuola-famiglia, piuttosto che l’inflizione della pena.” (Le virgolette per didattica e educativo ci stanno tutte. Presumibilmente si pentiranno anche i due ragazzi di Bergamo. Non dobbiamo rovinare la vita di creature così giovani e promettenti mostrando loro che le azioni hanno conseguenze – se sono di sesso maschile. Tanto, quelle di sesso femminile che tali azioni hanno subito sono state sepolte in un ammasso di escrementi sessisti e misogini da coetanei e sedicenti giornalisti. Un’esperienza didattica e educativa che ha insegnato loro, una volta e per sempre, che posto hanno le donne nella società.)

Frosinone, 21 ottobre 2016: “Insegnante di scuola media interdetto per otto mesi dall’insegnamento per molestie sessuali nei confronti delle alunne minorenni.” (Le palpava, le baciava e faceva apprezzamenti sui loro corpi… sapete, come il ragazzo di Rhea menzionato all’inizio, anche se il docente di anni ne ha 58.)

Castel San Giorgio, 24 ottobre 2016: “Faceva prostituire la figlia di soli 13 anni e lei stessa si prostituiva. I carabinieri hanno arrestato due persone, la mamma della ragazzina e l’uomo che abusava della giovane, un 62enne del luogo.” (Poi è stato arrestato anche un altro violentatore, di 39 anni, mentre la narrazione giornalistica si scatenava sulla “baby prostituta per soldi e sigarette”. A proposito: grazie alle amiche giornaliste di GIULIA per aver ricordato a chi di dovere che questa è un’ulteriore violazione di minore.)

Rimini, 28 ottobre 2016: “Incinta a 13 anni, lui ne ha 35. Indagato per atti sessuali con minorenne. L’uomo avrebbe avuto una breve relazione “consensuale” con la ragazzina, interrotta però non appena scoperta la gravidanza di lei.” (La ragazzina ha meno di 14 anni, quindi il “consenso” per la legge non esiste.)

Cosenza, 29 ottobre 2016: “42enne arrestato dai carabinieri per violenza sessuale continuata ai danni di una ragazzina di 14 anni.” (L’ha fatta salire in macchina e se l’è portata in un posto tranquillo: un complimento, la trovava davvero scopabile, ma la ragazzina – chissà perché – gli ha opposto resistenza! Ma allora cosa raccontano tutte le storie porno che il tizio si era visto prima? O è questa ragazza che è strana?)

Roma, 29 ottobre 2016: “Bimbe di quattro e cinque anni molestate alla scuola materna: arrestato il bidello, 57enne, incastrato dalle telecamere.” (Chissà, potrebbe essere uno dei visitatori di questo blog. Queste sono le ricerche in tema più gettonate degli ultimi tre mesi: bambina col tanga, le belle gambe delle bambine, ragazze 12 anni lesbo, bambine baci carezze mutandine, ragazzine calde, bambine tette piccole, ragazze di 14 anni che fanno l’amore video, porno bambine, porno ragazzine.)

Gente, è veramente tutto troppo liberatorio e sano e trasgressivo e ironico per me. Ma non è perché sono vecchia: è perché il mio cervello funziona ancora. Maria G. Di Rienzo

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“Voglio rimanere con Francesca, in qualunque condizione si trovi. Non abbandonatemi separandoci, mi ucciderei.” E lo ha fatto. Mario si è dato fuoco a 85 anni, ed è morto, perché la sua compagna affetta da Alzheimer era stata trasferita in una clinica fuori città, troppo lontana da lui.

amore

Sapendo di prima mano cosa vuol dire aver a che fare con familiari anziani non in grado di prendersi cura di se stessi, non mi sogno neppure di criticare la decisione della figlia di Francesca. Pure, mi sento amareggiata e la vicenda ha preso per me i contorni di uno spettro malefico che si profila al mio orizzonte. Francesca e Mario si erano amati ed aiutati reciprocamente per vent’anni, ma non erano sposati, non erano parenti, legalmente la loro relazione non esisteva e non è stata presa in considerazione. La mia relazione inesistente a livello legale dura da 35 anni, ma se domani mi ammalo in modo tale da non essere più in grado di prendere decisioni, il mio compagno non ha in pratica voce in capitolo e finirebbe per averne, invece, un fratello che per tutta la vita mi ha considerata meno di un escremento e trattata in accordo, un individuo a cui della mia volontà o del mio benessere non è mai importato un fico secco, anzi.

Avrei bisogno delle unioni civili, gentile (sì, come no) governo italiano. Sono troppo povera per risposarmi o per pagare un notaio affinché vernici di pseudo-legittimità una relazione d’amore con qualche marca da bollo. Avrei bisogno del diritto all’eutanasia, governo italiano delle sagge (???) riforme. Se devo finire nelle mani di uno stronzo solo perché è legalmente mio parente, datemi almeno il diritto di staccare la spina.

Ehi, Mario, immagino che qualcuno starà ridendo di te. Morire d’amore a 85 anni è sguaiato, inconcepibile, una barzelletta. Eravate tutti e due rugosi e brutti, accidenti, con un piede nella fossa. Lei era pure scentrata nel cervello. Meno male che ti sei tolto di mezzo, stanno pensando – o persino dicendo, perché i vecchi non servono a niente. Io invece ti dirò qualcosa, Mario, che forse Francesca avrebbe voluto dirti, che forse Francesca in qualche modo ti ha detto.

Il fiume della vita

fluisce liberamente

Ti va

se tu ed io

ci facciamo una nuotata

dalla mortalità all’immortalità?

(“Death to Life”, Heather Burns, poeta contemporanea)

fiume

Il tuo amore, Mario, resterà con lei sino alla fine. Il vostro amore, Francesca e Mario, resterà con me e ve ne ringrazio. Il vostro amore, mortale e immortale.

Maria G. Di Rienzo

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“Live Through This” è una raccolta di ritratti e di storie di sopravvissute/sopravvissuti al suicidio, come da loro narrate, creata dalla fotografa Dese’Rae L. Stage (qui sotto in effige, con un amico).

dese'rae

Dese’Rae, che viveva una relazione in cui subiva abusi fisici e psicologici, ha tentato lei stessa il suicidio dopo 9 anni di lesioni autoinflitte. Ha creato questo lavoro perché: “Suicidio è una parola sporca nella nostra cultura. E’ un peccato, è un tabù, è egoista. Poiché non sappiamo come maneggiare la faccenda, la scopiamo sotto il tappeto. Il silenzio e la vergogna che circondano chi sopravvive al suicidio sono pericolosi, perché disumanizzanti. Il progetto è l’unico del suo tipo, sino ad ora, ed esplora un mondo che è rimasto nascosto troppo a lungo.” Dese’Rae vive con la sua compagna e varie creature pelose. Potete vedere che altro fa su deseraestage.com.

Il brano che segue è tratto dalla testimonianza di Rose White, editrice ed esperta informatica, per “Live Through This”. (Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

rose white

Ho tentato il suicidio nel 2000, in luglio, e poi di nuovo alla fine di agosto. Avevo cambiato città per stare con l’uomo più vecchio di me con cui avevo una relazione, una relazione d’abuso che io non ho riconosciuto subito come tale: non sapevo che le istanze di controllo peggiorano durante gli anni.

Il tipo con cui stavo cominciò con frasi del genere: “Ti voglio qui alla data ora”, ma dette non in maniera brusca, così che la cosa non mi sembrava ovvia, non mi veniva da rispondere “Sei uno stronzo e non ho l’obbligo di farti sapere esattamente dove sono in ogni momento”. Ma gli anni passavano. Eravamo insieme dal 1994 e le cose continuavano a peggiorare. Io so adesso che un sacco di suoi comportamenti, con cui io venivo a patti, sono tipici di chi abusa del partner nelle relazioni, come il tagliarti fuori dalle persone che potrebbero aiutarti ad avere un’interpretazione differente della vita che stai vivendo.

E ogni giorno mi sentivo dire che ero pigra, che ero grassa e che nessun altro all’infuori di lui avrebbe potuto volermi, e certo che avevo problemi al lavoro, li avevo perché non mi impegnavo abbastanza, e così via. Ogni problema che sorgeva nella mia esistenza era chiaramente colpa mia. Ero lì per essere presa a calci, perché ero io che non andavo bene, e non lui. Era come vivere in un dramma, come essere costantemente all’interno di un maelstrom, era così che le cose andavano… ma l’ultimo anno divennero folli in modo incredibile. Lui era geloso di una mia amicizia, così mi metteva a soqquadro la stanza, leggeva la mia posta, le mie e-mail, e io ebbi questo sprazzo di coraggio e gli dissi: “Basta, me ne vado. Queste sono stronzate. Non le accetto.”

A questo punto lui minacciò di uccidersi. Non ne aveva la minima intenzione e stava solo cercando di continuare a manipolarmi, ma io non lo sapevo allora e mi spaventai. E chi mi conosceva mi diede consigli davvero terribili, erano tutti: “Be’, sai, è proprio dispiaciuto per quel che ha fatto.”, e “Sembra così fragile, dovresti aiutarlo.”, e ancora “Non vorrai buttar via una relazione che dura da tanti anni.” Così andammo insieme da un terapista, che era veramente intelligente e che mise di fronte al mio partner la realtà dei suoi comportamenti: era la prima volta, probabilmente, che un altro uomo gli diceva queste cose, e lui si arrampicava sugli specchi. Ma ad ogni modo, quell’estate dovette assentarsi per qualche giorno e mentre era via io cenai con un amico, quello di cui lui era geloso. Per tutto il tempo parlammo della sua ragazza e del suo prossimo matrimonio. Una situazione molto felice, molto dolce.

Quando l’uomo con cui stavo tornò mi accusò di essere andata a letto con lui. Io continuavo a rispondere: “Stai dando i numeri?”. Ma non ho ben chiaro tutto l’episodio, la memoria mi si annebbia perché la scenata andò avanti ore ed ore. Ero una puttana bugiarda e non sapevo neanche mentire bene, eccetera. Durante tutta la notte lui veniva a svegliarmi per ricominciare. Il giorno dopo non fece altro che chiamarmi al lavoro, insultandomi al telefono. E quando tornai a casa la scenata si ripeté, allo stesso modo del giorno precedente, fino a notte. Quando si decise ad andare a dormire, io non riuscivo più a pensare razionalmente. Avevo raggiunto il punto di rottura. Il mondo mi sembrava molto stretto e volevo solo che tutto finisse.

Ho scritto un biglietto in cui dicevo che stavo fallendo in ogni cosa facessi, e che avevo deluso tutti e andai fuori. Era l’alba… (Ndt: i metodi con cui il suicidio è tentato sono tenuti fuori dalla narrazione scritta online, per prudenza e rispetto, ma le sopravvissute/i sopravvissuti li hanno onestamente descritti nelle interviste registrate, che sono disponibili.) Aspettavo ma non succedeva niente, ero angosciata da quanto tempo ci stavo mettendo a morire. E mi accorsi che era ora di andare al lavoro ed ora pronta per uscire quando pensai: “No, aspetta, forse dovrei vedere un dottore prima. Questa cosa può avermi sbalestrato il cervello. Io non voglio uccidere nessun altro che me stessa.” Penso che ciò dia un’idea di quanto fossi staccata dalla realtà, dalla normalità. Così andai in taxi all’ospedale, dove dissi alla reception: “Ho appena tentato di uccidermi. Adesso sto bene, ma volevo controllare di non aver fatto danni.”

Mi ricoverarono e per una settimana controllarono come andava. Nessuno mi chiese perché lo avevo fatto, cosa stava succedendo. La loro filosofia era: “lasciamo che si calmi”. Nessuno si fece domande sul mio partner, che venne a trovarmi solo per piantare un’altra scenata. Lo videro, però nessuno dei medici o degli infermieri disse: “Non credo dovrebbe tornare in quell’ambiente, una volta dimessa.” Lo fece uno dei miei amici, un fisico: “Non so cosa stia andando storto nella tua vita, ma è evidente che qualcosa è andato terribilmente storto e sembra che tu debba cambiare qualcosa. Ho parlato con le persone con cui divido la casa, e pensiamo che potresti venire a stare con noi.” E io dissi di no, che tutto sarebbe andato bene, che il mio partner ed io stavamo vedendo un terapista, eccetera.

Mi dimisero con una robusta prescrizione di psicofarmaci. Era un dosaggio pesante e lo digerivo male in ogni senso. Una delle medicine mi rendeva perennemente sonnolenta. Ero disperata all’idea che avrei dovuto prendere quella roba per il resto della mia vita, perché ero pazza… Ciò diede una nuova carica di munizioni al mio tormentatore: ero pazza, ecco il problema. Avevo tentato di uccidermi. Vedevo una psichiatra. Assumevo psicofarmaci. Perciò, tutto quel che avevo detto della nostra relazione erano solo i vaneggiamenti di una donna mentalmente malata. Andò avanti così per settimane. E io continuavo a pensare “Non voglio vivere in questo modo”. (Ndt: la metodologia del secondo tentativo è pure omessa, vedasi nota precedente)

Mentre aspettavo di morire scrissi e-mail di scusa ad un paio di amici, dicendo loro che gettavo la spugna, e che ne ero davvero dispiaciuta, e che loro non avevano colpe e non c’era nulla che potessero fare… Uno di essi tentò di telefonarmi, ma la linea era occupata da un bel po’ dal mio partner che parlava con un suo amico, e continuò ad essere occupata per un altro bel pezzo, così il mio amico chiamò la polizia – viveva molto distante da me – e loro interruppero la conversazione telefonica. Tutto quel che ricordo al proposito, perché cominciavo ad essere in stato confusionale, è il mio partner che entra nella stanza da letto dove sono io e urla: “Come puoi farmi questo? Stupida, deficiente, pazza…” Poi ho un ricordo dell’ospedale, un ospedale diverso dal primo, dove sono io ad urlare al personale medico di smetterla, di lasciarmi in pace, di lasciarmi morire.

Furono davvero bravi. Mi fecero partecipare ai gruppi di auto-aiuto. Andavo molto d’accordo con gli altri sopravvissuti. Fa differenza sentirti dire “Hai l’intera la vita davanti a te” da uno di loro, piuttosto che da un medico, è come se avesse più peso. Una delle infermiere ce la mise tutta per farmi parlare degli abusi che subivo, ma io ancora non li vedevo in quel modo. Pure, lei piantò dei semi in me. Quando uscii due settimane dopo, l’uomo con cui stavo ed io avevamo l’incontro con il terapista. Il ritornello di lui era questo: “Non mi sono scusato abbastanza? Quanto devo scusarmi ancora, perché lei mi perdoni dell’averle messo a soqquadro la stanza, e rotto delle sue cose merdose, e letto le e-mail? Non mi sono scusato abbastanza?” Il terapista gli disse: “Ci sono atti imperdonabili, e tu ne hai commessi alcuni: se Rose un giorno vorrà perdonarti è affar suo, ma di sicuro non ha l’obbligo di farlo.” Sentire questo fu importante per me. La psichiatra che mi seguiva, anche, disse qualcosa di importante per me: “Penso tu sia una giovane donna molto intelligente in una situazione incredibilmente incasinata e mi piacerebbe vedertene uscire.” Cominciai a pensare per la prima volta a cosa volevo fare, a come volevo uscirne.

Le cose andarono più o meno tranquillamente fino a novembre. Avevamo avuto una grande festa con amici e parenti, una mia amica ed io avevamo cucinato per una marea di persone, eravamo state perfette con i tempi eccetera. Mi sembrava di essere contenta di essere viva. Il giorno dopo, l’abuso verbale ricominciò. Lui mi urlava addosso per qualcosa, non so neppure più di che si trattasse. E io pensai: “Non sono sopravvissuta al suicidio due volte per accettare ancora questa porcheria.” Il mattino successivo al lavoro ci andai con la valigia pronta, e chiamai l’amica con cui avevo cucinato: “Avrei bisogno di un posto dove stare, perché ho lasciato Eric.” Lei disse: “Oh, grazie a dio, certo. Per favore, vieni da noi. La nostra casa è la tua casa.” Restai con lei una settimana, poi mi trasferii dall’amico che mi aveva proposto di coabitare all’epoca del mio primo tentativo di suicidio, per non impormi in una casa che non aveva tanto spazio. Anche lì non pensavo di restare per molto, mi ripetevo che dovevo essere autosufficiente, cercarmi un appartamento, stare per conto mio. Dopo un mese i miei coinquilini mi chiesero di partecipare ad una sorta di “assemblea” e io pensavo che fosse per buttarmi fuori, che probabilmente ero stata troppo pesante da sopportare. Era strano, però, perché sino a quel momento erano stati tutti gentilissimi con me. Cucinavo e ringraziavano, e lavavano i piatti, e io cadevo dalle nuvole… non ero abituata ad essere trattata in modo educato, o a ricevere complimenti.

E quel che avevano da dirmi, durante la riunione, era questo: “Ti abbiamo sentita parlare al telefono, sappiamo che cerchi casa, e volevamo solo farti sapere che saremmo felici se tu restassi qui: la stanza è in più e non ci serve e tu sei una persona davvero deliziosa con cui vivere. Perciò, vivi qui quanto vuoi.” Ho pianto come una bambina.

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Ne abbiamo uccisa un’altra, in quel di Torino. Perché quando ti butti dal balcone a 14 anni c’è qualcosa che non va attorno a te, più che in te. Specificatamente, pare, quel che stava attorno alla ragazzina le ha detto che non era abbastanza BELLA per vivere. Nessun altro valore in giro, c’è solo la bellezza, naturalmente come definita dagli standard arbitrari di soddisfazione maschile. Quel che una ragazza pensa, fa, crea, non serve a niente, non esiste neppure. L’unica cosa discussa sui social media era l’apparenza della quattordicenne, qualcosa su cui si ha ben poco controllo a priori, e ancora di più nel suo caso per problemi di salute, ed era discussa così: sei brutta, sei un cesso, fai schifo, nasconditi, sei una vergogna. Guardate, piccoli/e emulatori della stronzaggine adulta: la sola cosa che potete dedurre con certezza dall’aspetto di un’altra persona sono i vostri livelli di pregiudizio, stereotipizzazione, ignoranza e odio. Non siete stupefatti da quanto sono alti? Non vi sentite ridicoli ad essere così appiattiti sulla spazzatura che vi offrono come normalità? Nessun sogno per il futuro, nessuna idea diversa da “chi si scosta dall’ortodossia deve morire”? Non vi invidio una giovinezza di questo tipo.
E voi sorelline, sorelline ancora vive, su la testa. Prendete speranza e datene. Questo dovrebbe essere il vostro inno:
That’s Alright, di Laura Mvula, trad. Maria G. Di Rienzo
(Laura Douglas Mvula, nata nel 1986, è una cantautrice di Birmingham, GB.)

laura mvula

Non sarò mai quello che volete e va bene così.

Perché la mia pelle non è chiara e il mio corpo non è “tirato”.
E va bene così,
ma se dovessi, mi solleverò e lotterò.

Non sarò mai quello che volete e va bene così.
Io suono la mia dannata musica, splendo come la luna
e presto, molto presto, volerò oltre voi.
E cosa potrete fare, quando volerò oltre voi?

Ditemi, chi ha fatto di voi il centro dell’universo?

Ed ogni mattina quando mi sveglio prego per te
e poi prego per me, perché tu veda presto
come può essere l’amore, il nostro amore ti libererà.
E ciò che sarà, sarà la bellezza che vedo nei tuoi occhi.

Ditemi, chi ha fatto di voi il centro dell’universo?

Non sarò mai quello che volete e va bene così.
Perché la mia pelle non è chiara e il mio corpo non è “tirato”.
E va bene così.

Ditemi, chi ha fatto di voi il centro dell’universo?

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