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mara nei panni di zinga

Mara Menzies (in immagine) è una narratrice e creatrice di storie che vive a Edimburgo, in Scozia. E’ una delle più amate “cantastorie” a livello internazionale e per ogni tipo di pubblico, anche se è particolarmente devota ai bambini. Nata in Kenya, prima di emigrare con la sua famiglia a 13 anni, Mara crebbe ascoltando i racconti degli anziani, dei viaggiatori e di chiunque avesse qualcosa di interessante da condividere. Questo aspetto delle relazioni comunitarie sembrava essere assente nel suo nuovo paese. Mara si concentrò su altri tipi di arte sino a che non rimase incinta: il desiderio di collegare la figlia alla sua origine africana la spinse a scrivere una delle sue storie preferite – su un coccodrillo e una scimmia – e il libro divenne il ponte che la portò sul palcoscenico. Lo “Storytelling Centre” di Edimburgo le diede il benvenuto a braccia aperte. Da allora Mara ha girato con performance e seminari non solo l’intero Regno Unito: ha incantato e insegnato in Kenya, Singapore, Giamaica, Sri Lanka, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti.

Collaborando con danzatori, musicisti, artisti tradizionali e digitali Mara crea con i suoi racconti la possibilità di sognare, perché sa che la narrazione sta alla radice di ciò che noi siamo come esseri umani. Le storie ci commuovono, ci spingono all’azione, ci istruiscono, ci indicano visioni del mondo – il modo in cui scegliamo di vivere in esso, dice l’Artista, spesso può cambiare forma grazie a una singola, semplice, storia.

Le sue vanno dal folklore (“Come il gatto finì per vivere in casa”) alla rivisitazione di personaggi storici, come il rivoluzionario keniota Dedan Kimathi (“La storia dei sette giorni”). L’anno scorso Mara Menzies ha scelto di rappresentare una delle tante figure femminili colpevolmente ignorate dalla Storia che hanno contribuito a fare: la regina guerriera Nzinga (qui sotto c’è una sua statua).

queen nzinga statue

Nzinga, vissuta fra il 16° e il 17° secolo, guidava i regni di Ndongo e Matamba situati in quel che oggi è l’Angola: le poche notizie su di lei ci dicono solo che resistette all’invasione coloniale portoghese con tutto quel che aveva e che durante la sua permanenza al potere abolì la schiavitù – pare che prima di ascendere al trono fosse lei stessa una schiava.

Tuttavia la sua vicenda è molto più complessa e intessuta di lotte interne, di rivalità fra fratelli, di omicidi politici (lo stesso figlio della regina fu assassinato), di tradimenti subiti e di clamorose vittorie. Ho tradotto un pezzetto della performance di Mara su Nzinga da un video:

“Il figlio di Mbandi era un sempliciotto come suo padre.

Abbiamo l’opportunità di un nuovo inizio, ma lo sciocco ragazzo mi dice del suo piano di creare buone relazioni con i portoghesi.

Io parlo gentilmente, dicendogli come loro lo useranno per danneggiare l’interesse della giustizia e dell’armonia tramite l’avidità.

Lui litiga, con me! Mi dice che questo è per il più grande bene dei Ndongo.

Io lo guardo negli occhi e vedo: lui crede davvero che lavorare con i portoghesi sarà per il nostro bene.

Non capisce che non ha importanza quanto soddisfiamo questa gente, loro non ci vedranno mai come null’altro che sciocchi insignificanti.

I miei occhi bruciano.

Non posso permettere questo.

E quindi faccio a Aidi quel che mio fratello ha fatto a mio figlio.”

Dopo che Nzinga ebbe sconfitto i portoghesi per trentacinque anni, sia sul piano militare sia sul piano economico (distruggendo le loro rotte commerciali), questi ultimi si arresero e negoziarono un trattato di pace. Nzinga morì molto molto dopo, all’età di 81 anni. Maria G. Di Rienzo

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(“I was a child soldier. Now I’m pushing for more support for survivors like me”, di Polline Akello per The Guardian, 12 febbraio 2016, trad. Maria G. Di Rienzo. Si tratta di una versione condensata della testimonianza di Polline di fronte a una Commissione del Parlamento inglese.)

polline

Ho trascorso sette anni nella boscaglia in Uganda, una bambina-soldato, tenuta prigioniera da un gruppo armato e costretta a diventare la “moglie” di un comandante ribelle. La mia migliore amica è stata uccisa davanti a me. Il mio bambino è morto prima di nascere. Ma mi sono salvata e credo che parlare apertamente delle mie esperienze sia il miglior modo di aiutare altri che stanno soffrendo allo stesso modo.

Ci sono bambini in guerra proprio in questo momento, gente che è stata rapita e forzata a combattere per una causa che non comprende: è perciò che oggi, 12 febbraio, è il Giorno della Mano Rossa, una commemorazione annuale che vuole attirare attenzione sul fato dei bambini-soldati.

Molte bambine sono nella stessa situazione che ho attraversato io ed è doloroso vederla ripetersi. Paura e vergogna spesso rendono i bambini che tornano dal conflitto incapaci di parlare delle loro esperienze. A me è stato detto, da membri della mia comunità, di restare zitta. Ma se i sopravvissuti fanno questo nessuno li aiuterà. E’ molto importante portare le cose alla luce del sole, solo parlando i sopravvissuti potranno ottenere l’aiuto di cui hanno bisogno.

Io avevo 12 anni quando fui rapita. Nel campo le ragazze ci sono per essere usate da qualsiasi uomo le voglia. Ai soldati non è permesso innamorarsi. Se uno di loro è scoperto mentre corteggia una ragazza viene ucciso.

Io sono rimasta incinta a 16 anni. Durante il travaglio sono stata costretta a camminare per miglia e miglia perché i ribelli stavano tentando di evitare l’esercito ugandese. Mio figlio è morto prima di nascere e ho dovuto subire un’operazione per rimuoverlo, senza anestesia. Se il tuo bimbo muore, non si suppone che tu sia in lutto per lui. Se ti vedono piangerlo, ti uccidono. Quando torni, devi far finta che nulla sia accaduto. Ma io non ho mai perso la speranza.

La mia salute peggiorò dopo l’operazione e loro mi permisero di essere curata in un ospedale del Kenya, dove un’infermiera mi aiutò a scappare. Mentre facevo i bagagli non provavo paura. Tutto quel che sapevo è che non sarei tornata in quel posto.

Troppo spesso, quando le ragazze tornano a casa le loro famiglie le abbandonano, specialmente se tornano con dei figli. I parenti non sono preparati a prendersi la responsabilità per quel bambino quando non non ne conoscono il padre. Ciò lascia le sopravvissute alla violenza sessuale per le strade.

Quando sono tornata io, l’unico sostegno che mi è stato dato consisteva di un materasso e una coperta. Una coperta ti può tenere calda, ma l’istruzione è una costruzione per la vita. Le comunità devono sostenere i loro figli quando costoro tornano dalla guerra e incoraggiarli a parlarne. Quando una mia amica tornò fu buttata fuori di casa dalla sua famiglia. Io andai da loro e spiegai le mie esperienze, dissi che non era stata una scelta della loro figlia avere quei bambini e che era stata presa con la forza. Le famiglie necessitano aiuto per dare il benvenuto ai loro figli che tornano nel modo in cui sono dopo essere stati rilasciati o essere fuggiti dai gruppi armati. La famiglia si riprese la mia amica e ora vivono felicemente insieme.

L’assistenza locale è invece più importante dell’intervento intenzionale a breve termine, per aiutare a lungo termine la guarigione, la stabilità e il cambiamento dei bambini-soldati. La gente ha bisogno che il suo governo si faccia avanti e aiuti in modo visibile. A volte, prima che una comunità si renda conto che qualcosa sta accadendo, quel qualcosa è già accaduto. I ribelli sono abili nel ridurre al silenzio le comunità, ma se si agisce per aumentare la consapevolezza è possibile diminuire questo danno.

Alcune persone che sono state rilasciate o sono fuggite da gruppi armati hanno paura di intraprendere azioni, perché ciò causa loro troppo dolore. Non riescono a prendere decisioni giuste. Ma la comunità può operare cambiamenti positivi se le persone comunicano. Mentre parlavo con un altro ex bambino-soldato, lui mi disse che la cosa peggiore che poteva fare era discutere della sua esperienza. Voglio essere un’avvocata per gli altri sopravvissuti, affinché parlino apertamente.

Non appena sono arrivata a casa, volevo davvero tornare a scuola. Avevo perso sette anni, ma con l’aiuto dell’organizzazione War Child – http://www.warchild.org/sono stata in grado di rimettermi in pari. Ora sono all’università e ho viaggiato sino ad arrivare in Downing Street e ho parlato a David Cameron, William Hague e Angelina Jolie Pitt per ottenere aiuto per i sopravvissuti come me. Questo mostra che qualcosa di positivo può venire persino da qualcosa di terribile.

rebirth di moonshine90(Rinascita)

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Nagirasia Lengima ha 16 anni, due figlioletti, e vive – parte dell’anno, essendo il suo gruppo composto da pastori semi-nomadi – nel villaggio di Laisamis, contea di Marsabit, Kenya. Nagirasia ha lasciato la scuola molto presto perché in famiglia c’era bisogno del suo lavoro. Nella sua regione questa è la norma: l’alfabetizzazione generale della popolazione si aggira attorno al 20%, la povertà al 92%. Meno del 15% delle bambine sopra i sei anni ha frequentato la scuola e la maggior parte di esse non l’ha mai finita. I maschi hanno qualche opportunità in più di istruirsi, visto che la responsabilità di tutte le faccende domestiche e della cura del bestiame è ascritta alle donne.

Nagirasia

La routine della vita di Nagirasia è però cambiata, da qualche mese. Ogni giorno si alza come al solito alle 5 ma dopo aver badato ai bisogni della sua famiglia, all’acqua e al cibo e alle capre, si dirige verso una misteriosa tenda: equipaggiata con tavolini, sedie e lavagna, quella tenda è la sua scuola. “Matematica e Kiswahili sono le mie materie preferite. – dice la ragazza – In futuro mi piacerebbe avere un lavoro, entrare in affari autonomamente.” Quando torna dalla tenda-classe, ama discutere con le altre donne di quel che ha appreso, mentre lavorano insieme. Hanno ad esempio riflettuto molto sul cambiamento climatico e le istanze ambientali: parecchi concetti erano del tutto nuovi per le sue compagne, ma Nagirasia è stata eccezionale nel renderli fruibili e nessuna a Laisamis pensa più che le stranezze meteorologiche siano dovute a stregoneria.

Altre 300 fanciulle nelle sue condizioni stanno frequentando la scuola mobile grazie all’ong Adeso, che cerca di raggiungere più bambine possibile dato lo svantaggio posto a priori su di esse. Il progetto, lanciato nel febbraio 2014, si concluderà alla fine del 2016, quando non ci saranno più soldi per farlo andare avanti. Adeso sta cercando di raccogliere fondi per estenderlo, ma deve affrontare condizioni di insicurezza politica, gli sporadici raid degli islamisti di Al Shabaab che hanno fatto fuggire dalla zona la maggior parte degli insegnanti, la mancanza di strade e reti telefoniche e il retroscena sociale che scoraggia l’istruzione delle ragazze.

Il modello educativo della scuola mobile è stato disegnato in modo da non entrare in conflitto con lo stile di vita delle comunità pastorali, che si muovono periodicamente in cerca di pascolo e acqua per i loro animali; le lezioni hanno orari flessibili e il loro calendario è modellato sul ciclo delle piogge, perché durante la stagione “umida” il lavoro dei minori è meno richiesto e gli spostamenti sono minimizzati.

Fra poche settimane Nagirasia dovrà lasciare il villaggio: “Sto tentando di imparare quanto più possibile perché dopo le piogge andremo distanti, in cerca di pascolo. La scuola è mobile e ci seguirà, fin dove riuscirà ad arrivare. I nostri insegnanti potrebbero aver difficoltà a sopravvivere in alcuni dei territori più lontani in cui andiamo.” Maria G. Di Rienzo

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Leah Auma Okeyo, madre di sei figli, ha scoperto di essere sieropositiva all’Hiv nel 2007. Vivendo in una cittadina rurale impoverita, Kisumu in Kenya, e non avendo nulla lei stessa, sembrava che alla sua portata ci fosse solo l’aspettare di morire. Non c’era nessuno da cui ottenere informazioni, nessuno a cui chiedere aiuto. Un giorno sentì parlare di queste “reti” internazionali di donne che si sostengono l’una con l’altra, ottenne di poter usare un computer per qualche ora e si catapultò nell’attivismo femminista globale. “Ho molti sogni. – disse alle sue nuove amiche dopo che le ebbero regalato un laptop – E ora ho intenzione di realizzarli uno per uno.” Doveva combattere l’Hiv/Aids e dissipare al proposito pregiudizi e concezioni sbagliate nella sua comunità, ottenere l’accesso all’istruzione per i suoi bambini, tornare alle donne nella sua comunità e ovunque ciò che era stato dato a lei. Ha fatto tutto questo, e anche di più.

leah

Leah è andata ad insegnare alle donne come usare i media digitali e come esprimere ed affermare se stesse in Messico, Canada, Sudafrica, Austria, Gran Bretagna, Mozambico, Turchia e Stati Uniti. In Kenya, assieme ad altre donne, ha fondato l’ong “Pacho” (Positive and Active towards Change Organization). “Pacho” lavora per migliorare le vite delle donne e delle loro comunità, informandole sull’Hiv/Aids e sui loro diritti, addestrandole all’uso di internet e valorizzando le loro capacità affinché generino reddito, finanziando la frequenza scolastica per bambine e orfane.

Quest’anno, in aggiunta agli altri problemi, la zona in cui Leah vive ha sofferto di una devastante siccità. Le condizioni economiche delle famiglie, già precarie, sono precipitate e le donne sono corse in sciami da Leah. “Per lungo tempo non abbiamo pensato di guardare alle nostre abilità come attrezzi per migliorare le nostre condizioni economiche. Uno dei più grossi problemi che abbiamo come donne è la mancanza di stima per noi stesse. Ti senti come se niente di quel che fai avesse un effettivo valore. Ma io ho detto alle donne di sognare, di sognare i modi per uscire da questa situazione.” E le donne si sono messe a produrre lavori di perline come braccialetti, sandali, collane, orecchine e borsette a tracolla. I prezzi che il mercato interno paga loro non sono granché ma Leah ha già l’occhio sui mercati internazionali, dove gli oggetti saranno pagati di più, e inoltre “Da noi si dice: Meglio un pezzo di pane che niente pane del tutto. Io quella scarpa l’ho portata sino a consumarla, so dove fa male. Non si tratta solo di far bigiotteria, sapete. Si tratta di donne che osano prendere il controllo del loro destino.”

Leah Auma Okeyo ha una presenza fisica carismatica e imponente (è alta più di un metro e ottanta) che trasmette solo integrità e gentilezza, nonostante la vita sia stata ben poco gentile con lei: ha dato alla luce il suo primo bimbo quando aveva appena compiuto 15 anni e ha dovuto affrontare tutte le difficoltà di una madre povera costretta a vedere il futuro come privo di speranze, una storia che le donne continuano a raccontarle quando arrivano a “Pacho”: “Sei appena un’adolescente e sei sposata. Hai lasciato la scuola. Hai figli di cui occuparti e sei molto giovane e non sai come cavartela. Visto che non hai istruzione, ti è difficile trovare lavoro. Se vuoi metterti in proprio non riesci ad avere il capitale iniziale: nessuno ti vuol fare un prestito, perché anche se hai proprietà, da sposata sono tutte a nome di tuo marito. Tuo marito ha paura delle minacce dei prestatori: Verremo a portarvi via le mucche, i mobili… Se infine riesci ad avere un finanziamento devi maneggiare la corruzione: i prestatori vorranno una mazzetta che può arrivare sino al 20% della somma. E ancor prima che tu arrivi a questo punto, sei disfatta dai messaggi costanti che ti degradano e minimizzano il tuo valore.”

Leah aggiunge che i problemi della sua comunità hanno radici in alto, ma soluzioni in basso, nelle donne che possiedono assai poco e a cui è stato detto che non avevano contributi di valore da offrire. “Lavoriamo sul conoscere noi stesse, sul capire dove siamo e cosa abbiamo, e poi diamo forma ai nostri scopi. Nei forum dell’organizzazione insegniamo alle donne ad usare le loro voci, così che possano dire se stesse e le loro necessità.” Le porte e le menti di “Pacho” sono sempre aperte; non importa di che tribù sei o che dialetto parli, entra e costruiremo insieme dei ponti per comprenderci. Cos’altro posso dirvi di questa forza della volontà e del cuore che risponde al nome di Leah Auma Okeyo? Ah sì. Scrive poesie da quando era una ragazzina:

Io sono qui per cambiare quel che posso cambiare

Per quanto debole io possa essere, non ho forse torto quel ramo?

Io sono qui per consegnare il messaggio al mondo

che io sarò la sua messaggera, per quanto lenta io possa essere.

Io sono qui per parlare e per parlare per me stessa

perché per quanto silenziosa io possa essere, nessuno parla per me.

Maria G. Di Rienzo

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“Io ho un sogno. Un sogno che

non verrà a mancare, a dispetto

della mia presente situazione,

che è una semplice nuvola di passaggio.

Ogni potente re

è stato un tempo un bambino che vagiva!

Ogni grande albero

è stato un tempo un piccolo seme!

Ogni alto edificio

un tempo era solo sulla carta!

E così è il mio sogno.”

L’autrice di questa poesia ha 12 anni e si chiama Eunice Akoth. Di recente l’ha recitata su un palco a New York e come si vede dall’immagine è diventata molto emotiva nel farlo.

eunice

I sogni di Eunice non sono iperbolici: vorrebbe viaggiare per il mondo, diventare una medica. Il fatto è che Eunice viene da Kibera, uno slum di Nairobi in Kenya, e dietro le sue parole ci sono povertà, discriminazione di genere e violenza. “La maggioranza delle bambine a Kibera sono state stuprate. – ha spiegato in lacrime al termine della poesia – Di molte bambine e bambini i genitori non si curano. Altri sono senza casa. La maggior parte di loro ha sogni, ma non sanno come realizzarli. Perciò ho dovuto scrivere una poesia che dicesse loro che possono farlo.”

Eunice Akoth ha detto questo partecipando al summit “Women in the World” (fine aprile 2015), mentre andava avanti e indietro per il palco e sottolineava quasi ogni parola con la sollevazione di un pugno chiuso. A Kibera frequenta la prima media di una scuola femminile gratuita, messa in piedi da una fondazione per il cambiamento sociale (Shining Hope for Communities – Speranza radiante per le comunità). La coppia Kennedy Odede e Jessica Posner Odede – marito e moglie – è la forza motrice che sta dietro la fondazione. Istruzione, assistenza sanitaria e sociale, acqua pulita, è quel che danno al momento ai loro concittadini di Kibera. Scopi a lungo termine? “Eguaglianza di genere, fare del mondo un posto migliore per le nostre madri e sorelle.” E’ il signor Kennedy a dirlo. Sa che in questo modo il mondo diventa un posto migliore per tutti. Eunice sopporta certamente un carico di sofferenze inaccettabile per una bambina della sua età, ma almeno ha incontrato delle persone decenti e non è nata in Italia – dove i signori Odede sarebbero biechi “teorici gender” e lei una “indottrinata”.

Non smettere di sognare, Eunice. Tu sei un bellissimo futuro. Maria G. Di Rienzo

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“Se tutte le donne in televisione hanno i capelli lisci, allora non c’è davvero posto per le donne che hanno altri tipi di capelli umani. Se tutte le donne in televisione sono chiare di pelle, come reagiscono le donne comuni a quest’immagine? Cosa siamo disposte a fare per cambiare noi stesse e rispondere a questo modello di “bellezza”?”

Ng’endo Mukii, giovane kenyota, si è risposta producendo “Yellow Fever” – “Febbre Gialla”, che costituisce la sua tesi al London’s Royal College of Art e che potete vedere qui (il video dura poco più di 6 minuti): https://vimeo.com/122574484

Il film esplora i modi in cui gli standard di bellezza ritratti nei mass media influenzano le donne, la percezione che la società ha di esse e il controllo sui loro corpi – in particolare sui corpi delle donne di colore: cercare di essere conformi ad un ideale impossibile ha l’effetto principale di renderle invisibili. Mukii ha usato coreografia dal vivo, immagini generate al computer e animazione disegnata a mano per raccontare la propria esperienza e le esperienze delle donne della sua famiglia, mamma, sorella e nipotina. La vediamo, adolescente, mentre si sta facendo intrecciare i capelli da una donna che lei chiama Mkorogo (Swahili per “misto”), perché ha usato crema schiarente su volto e mani, mentre il resto del suo corpo è rimasto nero.

Questa donna è così stupida, ho pensato allora. Guardala un po’, si candeggia. Guardala un po’, non le importa nulla di chi è. Sta tentando di cambiare razza. Avevo tutti questi pensieri negativi su di lei, perché ero troppo giovane per capire che quella situazione era un prodotto della società in cui viviamo.”, ricorda Mukii, “E poiché mi faceva male, intrecciandomi i capelli, ho pensato che mi stesse punendo in qualche modo perché la mia pelle è del tono più chiaro, il più desiderabile per i media del mio paese. Se la nostra società desse valore a tutti i differenti tipi di incarnato, noi non useremmo candeggina su noi stesse. Se la nostra società desse valore alla nostra capigliatura naturale noi non andremmo a farci le treccine, non le troveremmo più attraenti di quel che ci cresce naturalmente in testa.”

Yellow Fever - Abby

L’immagine raffigura la nipote di Mukii, che guardando le pop-star in televisione dice cose del tipo: “Se fossi americana sarei bianca, bianca, bianca – e mi piacerebbe essere bianca.” Troppe bambine, racconta la giovane artista, sono dello stesso avviso. La figlia di una sua conoscente ha persistito a lungo nel chiedere, piazzandosi davanti allo specchio: “Mamma, perché non sono bianca? Perché ho dovuto nascere nera?” e alla fine ha risolto la faccenda così: “Be’, almeno sono la più bianca della famiglia!”

Mukii ha dato il titolo al suo film riferendosi ad una canzone di Fela Kuti che si chiama proprio “Yellow Fever” e in cui si biasimano le donne nigeriane che usano creme schiarenti per la pelle. “Io ho voluto girare quel dito puntato.”, spiega, “La vergogna e la colpa non sono delle donne, ma di chi fa pressione su di loro affinché corrispondano ad un’ideale di bellezza che le spinge ad azioni estreme e mette a rischio la loro salute.”

Il lavoro di Mukii ha ricevuto apprezzamenti da tutto il mondo. Docenti universitari lo stanno usando per illustrare come le esperienze delle persone che hanno vissuto la schiavitù e il colonialismo, e le maniere in cui sono state fatte sentire brutte e stupide per il colore della loro pelle, siano filtrate nel presente, passando da generazione a generazione. Maria G. Di Rienzo

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Imprenditrice e scienziata: il tutto da autodidatta. Ann Bevy vive in Kenya, è madre single di quattro figli ed era un’impiegata di concetto prima di perdere il lavoro tre anni fa.

“I miei sogni sono sempre stati essere d’aiuto alle altre persone e cambiare in meglio il modo in cui interagiamo con l’ambiente naturale. Da disoccupata, nel 2012, ho fatto volontariato in un orfanotrofio, lavorando nella sua biblioteca. Fu là che lessi per la prima volta della possibilità di fare il carbone da biomassa (o carbone agricolo). Allora non avevo la possibilità economica di dare inizio al progetto, perciò lo misi da parte per il futuro.

Successivamente andai a stare con mia madre, nel suo villaggio, dove coltivavo frutta e ortaggi. Riuscivo a venderli bene ma il mio più grande problema era irrigare le coltivazioni. Il pozzo cominciava ad estinguersi e dovetti mettere uno stop, almeno momentaneamente, al lavoro perché la nostra area è del tutto arida fra novembre e febbraio. Avevo disegnato un sistema di stoccaggio dell’acqua, ma di nuovo i costi non erano accessibili.

Donna in un campo di mais, Kenya

Donna in un campo di mais, Kenya

Cos’altro potevo fare? Mentre cucinavo per mia madre, il fumo delle pannocchie del granturco che usiamo come combustibile mi stava rovinando gli occhi. Cominciai a pensare a che altro potevamo usare. Noi abbiamo delle mucche, perciò abbiamo un bel po’ di letame: feci seccare lo sterco e lo usai come combustibile, bruciava a lungo e i fumi erano meno. Il giorno dopo andai in città per usare internet e trovare informazioni sulle bricchette (o mattoncini) da bruciare e scoprii che potevano essere fatte a macchina con materiali di scarto come segatura, pula di frumento, gusci di noce di cocco. Contattai le ditte che vendevano le macchine ma i prezzi erano troppo alti, allora decisi che le avrei fatte a mano. Ho raccolto diversi materiali e preparato molte misture differenti: ci sono volute tre settimane per avere quella giusta.

Ann al lavoro.

Ann al lavoro.

Ho già insegnato a tutto il vicinato, alla mia mamma e alla mia cuginetta orfana come fare le bricchette. Le usiamo e le vendiamo. Ora sto insegnando alle donne del villaggio, perché la maggior parte di esse sono braccianti e hanno molto poco per dar da mangiare ai loro bambini. La maggior parte delle donne vanno a far legna da ardere nella foresta e alcune sono morse da animali, altre sono stuprate o uccise. Mentre vanno a far legna i loro bimbi restano da soli, possono essere portati via o molestati. So che se insegno alle donne come fare le bricchette le renderò in grado di guadagnare qualcosa e di aver più tempo per se stesse e per le loro famiglie. Manderanno i loro figli e le loro figlie a scuola, e le bambine potranno imparare scienza e tecnologia… sì, ho grandi sogni per le donne del mio paese!” Maria G. Di Rienzo

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