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I can hear it

Posso sentirlo (lo sento)!

Il suono della… spazzatura misogina!

Deena Mohamed, artista egiziana, ha cominciato a disegnare fumetti a 18 anni creando sul web la supereroina Qahera dell’immagine (se ci aggiungete l’articolo determinativo il nome di Qahera diventa “Il Cairo”, dove Deena vive) che combattendo contro la misoginia e l’islamofobia si è guadagnata fama, seguaci e premi.

La disegnatrice adesso di anni ne ha 26 e sta lavorando alla innovativa, umoristica, profondamente emotiva e magica trilogia “Shubeik Lubeik”, anch’essa pluripremiata e pubblicata in arabo e inglese, il cui volume finale dovrebbe uscire nel 2021.

Shubeik Lubeik

Nell’Egitto di fantasia che essa ritrae i desideri sono letteralmente in vendita, giusto al chiosco all’angolo della strada, i più potenti e costosi in bottiglie e quelli per i poveracci in lattine. Stappando il contenitore, appare un genio fatto di caratteri di calligrafia araba che chiede: “Qual è il più grande desiderio del tuo cuore?”

La difficile domanda con cui si legano l’una all’altra storie e identità diverse che chiamano l’Egitto la propria casa.

Maria G. Di Rienzo

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sarah

(“The Rainbow Flag” di Sherry Argonne, giovane cantautrice e poeta – dall’età di 8 anni – contemporanea. Trad. Maria G. Di Rienzo.

In immagine c’è Sarah Hegazi (1990 – 14 giugno 2020), attivista lesbica egiziana, morta suicida. Fu arrestata, imprigionata e torturata per tre mesi nel 2017 per aver sventolato la bandiera arcobaleno a un concerto.

Questa traduzione è per lei.)

LA BANDIERA ARCOBALENO

Non andartene senza me nella tua borsa

in un luogo dove la gente rispetta la Bandiera Arcobaleno

Io sono nata per essere chi voglio essere

aspettandomi che le persone mi avrebbero accettata

ma ho capito che devo lottare per quello che voglio

lottare per me stessa e stare in prima linea

Sto dicendo qualcosa di sbagliato?

Voglio solo un po’ di luci colorate

Sto solo descrivendo la mia vita in una canzone

Sto chiedendo i miei ben noti diritti

Non sono una hooligan, non sono malvagia

Sto liberando la Bandiera Arcobaleno

Ero solita tenere un occhio chiuso

Ora sono pronta a volare

via verso un luogo dove il sole sorge

dove puoi cadere ma poi sopravvivi

Chiedo l’impossibile?

Voglio la pace nel mondo

Niente razzismo, niente politicanti

Voglio solo sentire inneggiare alla libertà

Tu sei liberata, che tu sia bianca o nera

sei nata per lottare per la libertà della Bandiera Arcobaleno

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“La mia carne può essere stata portata via,

ma non potrò mai essere privata del mio cuore.”

Abida Dawud

sara regista

La giovane donna in immagine qui sopra è la regista egiziana Sara Elgamal. In collaborazione con il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione ha creato “A piece of me” – “Un pezzo di me”, una serie di tre film brevi che raccontano le storie di Zahra, Abida e Khadija che, sopravvissute alla mutilazione genitale, sono diventate straordinarie attiviste nelle loro comunità per metter fine alla pratica.

Quando, l’anno scorso, Sara ricevette la proposta di realizzare i documentari non sapeva granché delle MGF. “Perciò feci le mie ricerche – racconta la regista – e nel processo scoprii che la mia stessa madre, le mie zie e la maggior parte delle donne anziane nella mia famiglia sono state soggette alla mutilazione. E’ stato estremamente disturbante venire a sapere che così tante donne a me vicine avevano subito una pratica così crudele e che le loro vite erano state prive di piacere sessuale.”

La cosa che le fu subito chiara, mentre tentava di definire che tipo di impostazione avrebbe avuto il suo lavoro, è che non avrebbe raffigurato le donne come vittime impotenti: “Ho deciso di rappresentare le donne nel modo in cui io comprendevo chi fossero nonostante i loro traumi: dignitose, potenti, belle, complesse. Ho deciso di creare una campagna che le celebrasse. L’approccio che ho usato nel girare i filmati, di proposito, è esteticamente molto simile a un servizio di moda. Volevo sfidare la nozione di ciò che vediamo come “supermodelle” o come eroi e portare il lavoro a un livello di visuale cinematografica che normalmente non è associato alle campagne delle Nazioni Unite.”

Ottenere un simile livello di produzione è stata una sfida. Sara e i suoi collaboratori lavoravano in una regione semi-desertica dell’Etiopia dove si trovano i villaggi rurali di Zahra, Abida e Khadija, le tre guide e maestre comunitarie che hanno rifiutato di sottoporre alle mutilazioni genitali le loro figlie e che educano altre persone a seguire questo esempio. L’equipaggiamento ha dovuto essere adeguato all’ambiente, la regista ha dovuto partecipare a incontri diplomatici con i capi dei villaggi per ottenere il permesso di effettuare le riprese e così via: “Non l’avevo mai fatto prima in nessuna delle mie precedenti produzioni, ma era necessario affinché tutti capissero i nostri scopi. Le cose sono diventate sempre più facili mano a mano che la gente vedeva come stavamo mettendo il cuore nel nostro progetto. Alla fine, uno dei capi ci disse che tutto il nostro duro lavoro e il nostro atteggiamento lo avevano indotto a riflettere su che tipo di impegno vuol mettere a favore della sua comunità.”

Sara voleva una storia che trascendesse la narrativa della vittimizzazione: “Desideravo raccontare la vicenda di donne splendide e forti che sono state in grado di ridefinire la loro propria versione della passione e dell’amore, nonostante i traumi subiti nel passato – e spero di essere riuscita ad ottenere questo con Un pezzo di me.”

Maria G. Di Rienzo

Potete dare un’occhiata a due brani della serie qui:

Khadija Mohammed – https://vimeo.com/336139069

Zahra Mohammed Ahmed – https://vimeo.com/336131676

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tweet

Una donna musulmana mi ha scritto un’e-mail dopo aver letto il mio forum online sull’essere assalite durante il pellegrinaggio alla Mecca per condividere l’esperienza di sua madre che è stata assalita durante il pellegrinaggio. Mi ha inviato una poesia che ha frantumato tutti i pezzi che credevo di aver cucito insieme. Ho pianto mentre le rispondevo. – Mona Eltahawy

La giornalista, scrittrice e femminista egiziana autrice del tweet di cui sopra è stata spesso ospite di queste pagine:

https://lunanuvola.wordpress.com/2015/05/21/non-sono-una-fetta-di-torta/

https://lunanuvola.wordpress.com/2012/10/14/imene-e-fazzoletto/

https://lunanuvola.wordpress.com/2012/04/25/una-combinazione-tossica/

https://lunanuvola.wordpress.com/2011/11/30/la-nostra-rivoluzione-continua/

E’ una giovane donna coraggiosa e intelligente e sono sempre felice di convogliare il suo lavoro. Il 5 febbraio scorso ha iniziato una discussione su internet con l’hashtag #MosqueMeToo per fornire alle donne musulmane l’opportunità di parlare della violenza sessualizzata che subiscono durante i pellegrinaggi, nelle moschee e in altri aspetti delle loro vite religiose.

“E’ diventato subito ovvio che tutte provavamo troppa vergogna per parlarne – sebbene noi non si abbia ovviamente fatto nulla di vergognoso – per via della santità della Mecca e del pellegrinaggio.”, ha detto Mona di recente alla stampa, “Ma si tratta di una santità di cui i predatori abusano. Sanno che le donne si sentiranno troppo spaventate e umiliate per parlare.” Il suo hashtag, tuttavia, ha funzionato: al 19 febbraio, già centinaia e centinaia di donne avevano colto l’occasione per testimoniare ciò che accade loro. E, naturalmente, molti uomini hanno subito detto a Mona Eltahawy che sta fomentando l’islamofobia ecc.

“Quando si tratta dell’endemica misoginia del Medioriente, Eltahawy ha ragione da vendere.”, ha risposto la scrittrice iraniana-americana Sohrab Ahmari. E un’altra risposta, direi definitiva, è venuta dalla giornalista Aymann Ismail: “Quando gli anti-musulmani colgono al volo l’opportunità di riformulare l’abuso sessuale come problema esclusivamente esistente nella comunità musulmana, forniscono agli uomini musulmani che non vogliono riconoscerlo la scusa perfetta per ignorarlo: come se riconoscere il problema equivalesse ad ammettere che la xenophobia è valida. L’incudine e il martello si nutrono l’una dell’altro, soffocando le vittime mentre usano le loro vere storie come palloni da calcio politici.”

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dovere nazionale

L’uomo in immagine è Nabih al-Wahsh, un famoso avvocato egiziano politicamente “conservatore”, ripreso durante un recente dibattito televisivo sul canale Al-Assema. La questione in discussione era una nuova bozza di legge sulla prostituzione.

Alle donne sedute al suo stesso tavolo ha detto questo: “Siete contente quando vedete una ragazza camminare per la strada mostrando metà del suo didietro? Io dico che quando una ragazza se ne va in giro in quel modo è un dovere patriottico molestarla sessualmente e un dovere nazionale stuprarla.”

Nell’ottobre del 2016, in un’occasione simile, si era preso “a scarpate” con il religioso Sheikh Rashad, sfasciando un pannello di vetro durante la zuffa e costringendo lo staff dello studio televisivo a intervenire per separare i due uomini. La “colpa” di Rashad era l’aver detto che non riteneva un dovere religioso per le donne il coprirsi la testa con un fazzoletto. L’avvocato gli urlò “Tu sei un apostata! Tu sei un infedele!”, al che il suo interlocutore rispose (credo azzeccando almeno in parte la diagnosi) “Tu sei mentalmente malato. Dovresti stare in un ospedale psichiatrico.”

Sugli stupratori patriottici, com’è ovvio, l’avvocato al-Wahsh si è guadagnato reazioni epocali di disgusto e prese di distanza, ma il suo exploit è avvenuto subito dopo che la capitale egiziana è risultata la “grande città più pericolosa per le donne” al termine di una ricerca internazionale su come vivono le donne nelle metropoli da oltre dieci milioni di persone. Significa, come notano le attiviste femministe, che non è isolato nella sua criminale idiozia: le tradizioni discriminatorie verso le donne, in Egitto, hanno secoli di abusi alle spalle e li ripetono nel presente non solo in termini di violenza, ma anche in termini di scarso accesso ai servizi sanitari, all’istruzione e ai mezzi finanziari.

L’addestramento sociale al considerare inferiore metà dell’umanità, diffuso in ogni parte del globo, non genera unicamente legioni di molestatori e stupratori: crea anche gli occhiali deformanti attraverso cui sono viste e giudicate le loro azioni. Il che ci porta direttamente a una seconda notizia.

Avrete di certo sentito o letto qualcosa sulle accuse di abusi sessuali dirette al preclaro docente di Oxford Tariq Ramadan. In questi giorni il sig. Bernard Godard, l’esperto di Islam per il Ministro degli Interni francese dal 1997 al 2014, che conosce Ramadan molto bene, ha dichiarato alla stampa di essere “scioccato” dalla vicenda. E queste sono le precise parole con cui lo spiega alla rivista francese Obs: “Sì, sapevo che aveva parecchie amanti, che consultava siti, che delle ragazze erano portate in albergo alla fine delle sue conferenze, che le invitata a spogliarsi, che alcune resistevano e che lui poteva diventare violento e aggressivo, ma non ho mai sentito parlare di stupri, sono sbalordito.”

Qualcuno spieghi a questo signore che ha appena descritto uno scenario di violenze sessuali, per favore. Se poi resta sbalordito, trovategli un posto all’ospedale psichiatrico nella stessa stanza di Nabih al-Wahsh, almeno si faranno compagnia. Maria G. Di Rienzo

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(tratto da: “100 Women 2016: Female Arab cartoonists challenge authority” – BBC News 28 novembre 2016; articolo di Severine Dieudonne e Naomi Scherbel-Ball, video di Dina Demrdash. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

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“Ciò che rappresenta meglio la “custodia” maschile delle donne nel nostro paese è la questione delle giovani spose. – dice la vignettista egiziana, pluri-premiata, Doaa el-Adl – C’è questo trend per cui uomini abbienti, provenienti dagli stati del Golfo, si recano nelle aree rurali impoverite dell’Egitto per trovare “spose a tempo determinato” molto più giovani di loro.” Anche se giovani, per la legge egiziana, significa almeno 18enni, sono i capi maschi della loro famiglia a decidere di darle come mogli a uomini stranieri: se uno di questi ultimi vuole una ragazza che sia più giovane di lui di oltre 25 anni il prezzo pagato ai familiari è di circa 5.800 euro (che per un petroliere sono spiccioli, ma per contadini ridotti in povertà è cifra più che appetibile). Nella maggior parte dei casi, la “sposa” acquistata in questo modo viene abbandonata dopo un breve periodo di utilizzo.

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Doaa el-Adl

“Quando ho cominciato a pubblicare i miei disegni l’ho fatto in modo così anonimo che tutti presumevano io fossi un uomo. – dice la fumettista tunisina Nadia Khiari – Non riuscivano a immaginare che una donna potesse saper disegnare, figuriamoci produrre personaggi umoristici e arguti.” Nadia è la creatrice di “Willis di Tunisi”, un gatto le cui avventure a fumetti forniscono un caustico resoconto su come si vive nella Tunisia post-rivoluzionaria.

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– Vostra figlia è stata picchiata e stuprata! Ma il suo stupratore vuole sposarla…

– Sollievo! Il nostro onore è salvo!

La sua vignetta è ispirata a quel che un conduttore di talk show televisivo ha detto nello scorso ottobre (poi è stato sospeso), sulla vicenda di una ragazza che ha subito anni di abusi sessuali da parte di tre parenti: essendo infine rimasta incinta, il conduttore suggeriva che avrebbe dovuto sposare uno dei tre. Quest’attitudine persiste, spiega Nadia Khiari, nonostante la nuova legislazione introdotta nel 2014 che include l’eguaglianza di genere nella Costituzione post “Primavera araba”: “Il corpo di una donna appartiene alla sua famiglia e anche se ha subito violenza sessuale è l’onore della famiglia che dev’essere preservato a ogni costo. L’Amministrazione tunisina non riconosce lo stupro per quel che è, non lo vede come un crimine grave.”

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Nadia Khiari

Riham Elhour è stata la prima vignettista in assoluto a essere pubblicata dalla stampa marocchina. Il suo compleanno cade nel Giorno Internazionale delle Donne, l’8 marzo, e lei dice di essere “nata femminista”. Disegnare, che era cominciato come un hobby nell’infanzia, è diventata la sua professione quando ha vinto un premio dell’Unesco più di 15 anni fa.

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Il tema che ha scelto per il suo fumetto è il viaggio all’estero e il fatto che numerosi uomini marocchini impediscono alle loro mogli di recarsi fuori dal paese usando la legge. Nonostante molte leggi sulla “custodia” maschile delle donne siano state cancellate da riforme del 2004 e del 2014, le donne in Marocco hanno ancora bisogno in determinate condizioni del permesso formale dei loro mariti per lasciare il paese: “Gli uomini usano questo per controllare le vite delle donne.”, attesta Riham, che è ancora l’unica donna vignettista del giornale per cui lavora. Ma resta fermamente convinta che tramite l’arte si possa cambiare il modo in cui le donne sono viste in Marocco: “Voglio che i miei disegni sollecitino le donne a lottare per i loro diritti. Non voglio che si limitino a lamentarsi della situazione. Io sono una lottatrice. Tutte le donne lo sono.”

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Riham Elhour

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L’hanno paragonata a George Orwell, Franz Kafka e Aldous Huxley per il suo primo romanzo, “La Fila” (“The Queue” nella recente traduzione inglese – ed. Melville House). Si tratta dell’egiziana Basma Abdel Aziz (nell’immagine qui sotto), 39enne, che è anche medica, chirurga, neuropsichiatra, sociologa e giornalista. Basma lavora per il Centro Nadeem che si occupa di riabilitazione delle vittime di tortura e tiene una rubrica settimanale sul quotidiano al-Shorouk.

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Il libro è nato da un’immagine che ha colpito Basma mentre camminava in centro a Il Cairo: una lunga fila di persone attendeva davanti a un ufficio governativo chiuso. Ripassando da quel punto, ore più tardi, vide le stesse persone rimaste apaticamente al loro posto – una giovane donna, un uomo anziano, una madre con il bimbo piccolo fra le braccia… l’edificio era ancora chiuso.

Quando arrivò a casa, Basma cominciò immediatamente a scrivere la sua storia sulle persone in fila e non si fermò per 11 ore. Il romanzo è ambientato in una realtà alternativa distopica che ha luogo in un’innominata città mediorientale, dopo una rivoluzione fallita. La narrazione copre 140 giorni, in cui la popolazione civile è costretta ad attendere in lunghe righe di persone per presentare la richiesta dei servizi di base (acqua, cibo, ecc.) a un’autorità dagli ombrosi contorni chiamata “Il Cancello”.

La Fila” è un’appassionante e peculiare critica dei regimi totalitari e degli impatti psicologici che essi hanno sugli individui e sulle famiglie che vivono al loro interno. L’uso che Basma fa dell’ambientazione distopica per affrontare le istanze più difficili presenti ora nelle società arabe è incredibilmente fine e geniale: eventi, personaggi e conflitti hanno inquietanti paralleli nel mondo reale e particolarmente nella “Primavera Araba”.

Questa storia fantastica mi ha dato uno spazio davvero molto ampio per dire quel che volevo dire sull’autorità totalitaria.”, ha attestato Basma in un’intervista. Le sue precedenti pubblicazioni sono state due raccolte di racconti brevi e numerosi saggi sulla tortura e sulle violazioni dei diritti umani commesse dalle forze di sicurezza egiziane. Alla stampa anglosassone ha detto di essere preoccupata per il crescente controllo esercitato dal governo sugli scrittori e gli attivisti egiziani: circa una dozzina di suoi amici e amiche sono in prigione per questo. Basma stessa è stata arrestata tre volte per aver preso parte a dimostrazioni di protesta. Ma la sua sensazione è che vivere nella paura è futile. “La Fila” ha fatto questo per lei: “Non ho più timore. Non smetterò di scrivere.” Maria G. Di Rienzo

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Non preoccupatevi: veramente non saprei cosa dire del prodotto in sé e non l’ho mai usato. Mascara, in questo caso, è l’abbreviazione con cui spesso si indica “Massive Scar Era” – “L’Era dello Sfregio su Larga Scala”, una metal band egiziana (hanno suonato in Italia al Total Metal Festival nel 2014).

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Cherine Amr (a sinistra nell’immagine), nella sua passione per la chitarra e il canto, ha desiderato il gruppo sin da adolescente: poiché la sua famiglia le proibiva di suonare con maschi, l’unica chance era formare una band totalmente femminile. L’incontro con Nancy Mounir, a un concerto jazz, fu una rivelazione; nonostante i differenti percorsi musicali – Nancy è una violinista – le due ragazze si capirono alla perfezione e cominciarono a fondere metal, musica classica e mediorientale nel 2005, guadagnandosi subito l’attenzione del pubblico. Insieme si sono trasferite a Il Cairo dalle rispettive città e lì hanno vissuto sino a che l’anno scorso Cherine ha lasciato il paese per il Canada: la cosa non ha fermato la produzione di canzoni, le due si spediscono i file via internet e ci lavorano sopra. Il loro ultimo EP, “30 Years”, è uscito nell’agosto scorso.

Prima di partire nel 2015, Amr lavorava per una sorta di incubatrice artistica chiamata “Garaad”, dove era costretta a lottare regolarmente contro il comitato egiziano per la censura nel tentativo di aiutare registi, musicisti, produttori di programmi radio e fumettisti a distribuire i propri prodotti.

Il suo lavoro come solista – allo stesso modo di quello di molti altri musicisti – non poteva essere diffuso in Egitto, perché le restrizioni censorie proibiscono canzoni che discutano di religione o politica, dice.” (dall’intervista rilasciata il 25 ottobre da Cherine Amr e Nancy Mounir a Beth Winegarner di Bitch Media)

Al “Culture Wheel di El Sawy”, un club a Il Cairo dove Massive Scar Era e altre band metal si esibivano regolarmente, una lavoratrice del locale controllava che le donne non indossassero pantaloncini corti o abiti “rivelatori”. Quando, nel 2009, Cherine organizzò un festival metal e fra gli altri gruppi ne arrivò uno femminile svedese le appartenenti a quest’ultimo dovettero cambiarsi d’abito – in piena e caldissima estate erano ovviamente in canottiera e shorts – prima di poter salire sul palco.

Il genere stesso è stato usato per anni per distrarre l’opinione pubblica da grossi eventi politici nel paese. – dice ancora Cherine – Ogni volta che c’è un’agitazione, i funzionari del governo suggeriscono ai media che la colpa è di malefiche band sataniche che tentano di controllare le menti dei nostri figli.” A un certo punto questa pressione è diventata insostenibile per lei (“Dovevo salvare me stessa e i miei sogni.”) e il suo trasferimento in Canada è dovuto a questo. Nancy ha deciso che per il momento resterà in Egitto, nonostante la sua opinione sulla situazione sia uguale a quella dell’amica: “Tutto quel che posso dire è che stiamo ancora lottando per la libertà di espressione. Alcuni giovani sono in galera per filmati fatti con i cellulari e al governo è permesso arrestare chiunque, sia che abbia una ragione valida oppure no.”

Maria G. Di Rienzo

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Questa è Varsavia (Polonia) durante il “lunedì nero”, 1° ottobre, in cui migliaia di donne polacche vestite di scuro sono scese in strada per protestare contro il piano governativo del bando completo per l’interruzione di gravidanza. La legge attuale è già abbastanza restrittiva, perché permette l’aborto solo nei casi di stupro, incesto, pericolo per la vita della madre o feto seriamente malformato.

Le donne non sono andate al lavoro: e in 60 città in tutto il paese uffici governativi, scuole, università, ristoranti eccetera hanno dovuto chiudere i battenti.

La solidarietà internazionale non è mancata e circa 6 milioni di persone in tutto il mondo hanno manifestato per sostenere le donne polacche. Adesso sembra che il governo ci abbia ripensato. Perché senza di noi nessuna società o nazione funziona: siamo metà dell’umanità e siamo persino un po’ stanche di doverlo ricordare a oltranza.

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Era sempre lunedì quando a Washington D.C. (Usa) si è tenuta una veglia per commemorare le vite delle persone di colore perse “per la violenza e l’indifferenza”, come ha spiegato Alicia Garza co-creatrice di “Black Lives Matter”. La veglia fa parte di una campagna tesa a rappresentare le istanze delle donne di colore e delle donne povere che si chiama “Noi non aspetteremo 2016”. “Le nostre famiglie meritano che si lotti per loro.”, ha detto sempre Alicia. Perché le lotte delle donne vanno sempre a beneficio di tutti.

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Queste sono un gruppo di giovanissime femministe che hanno marciato la scorsa settimana per il Central Park – New York (Usa) cantando: “Dove sono le donne?” Le dieci ragazze sono la “Squadra Girl Scout 3484” e stanno raccogliendo fondi per avere il primo monumento alle donne nel Parco, specificatamente vogliono le statue delle suffragiste americane Elizabeth Cady Stanton e Susan B. Anthony. Attualmente in Central Park ci sono 22 statue di figure storiche maschili, ma le sole “femmine” rappresentate sono Mamma Oca e Alice nel Paese delle Meraviglie. Una delle ragazze, Stori Small, ha detto alla stampa: “Non vogliamo crescere per diventare Alice nel Paese delle Meraviglie”. Perché la Storia delle donne è Storia a tutti gli effetti e le ragazze meritano di conoscerla e di esserne ispirate.

Sempre la scorsa settimana, il membro del Parlamento egiziano signor Agina ha annunciato l’intenzione di presentare una legge che richieda il “test di verginità” alle giovani che si iscrivono all’università. Lo stesso ritiene che tutte le donne dovrebbero essere sottoposte a mutilazione genitale (escissione della clitoride) perché “gli uomini egiziani sono sessualmente deboli”: le mgf sono bandite in Egitto dal 2008.

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Un gruppo per i diritti delle donne ha presentato denuncia formale, tramite avvocate, contro il deputato. Maya Morsi (in immagine qui sopra), arcinota attivista che ora dirige il Consiglio nazionale per le donne – un istituto di governo – ha spiegato che la denuncia chiede l’espulsione dal Parlamento di Agina e un’indagine sulle sue attività. Perché la sessualità femminile non è proprietà di stati, nazioni, religioni – e soprattutto non è proprietà degli uomini ne’ servizio a loro diretto.

E ricordiamoci che il 4 ottobre l’Iran ha condannato a 16 anni di galera la femminista Narges Mohammadi, il cui instancabile lavoro per i diritti umani è stato rubricato quale “diffusione di propaganda contro il sistema” e “collusione per commettere crimini contro la sicurezza nazionale” (quest’ultimo delirio si riferisce al suo incontro con Catherine Ashton, rappresentante dell’Unione Europea). Sono 15 anni che Narges entra e esce di prigione, l’infame prigione di Evin a Teheran: definisce le condizioni in cui è tenuta là dentro “tortura psicologica” e solo per avere il permesso di comunicare con la sua famiglia che vive in Francia ha dovuto sostenere uno sciopero della fame. Adesso l’hanno fatta dimettere a forza dall’ospedale, contro il parere dei medici, per ributtarla in cella. Perché la libertà delle donne posa sulle spalle di Narges e di moltissime altre come lei, passate, presenti, future. Maria G. Di Rienzo

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Per il 2016 lo hanno guadagnato Mozn Hassan – egiziana, in immagine – e l’associazione di cui è fondatrice “Nazra for Feminist Studies”: si tratta del Premio “Right Livelihood”, noto come il Nobel Alternativo (dal 1980 dà riconoscimento a individui e gruppi che presentano soluzioni innovative a gravi problematiche sociali).

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La motivazione sta nel lavoro svolto dall’associazione su numerose istanze, fra cui la lotta alla violenza contro le donne e il fornire vari servizi di sostegno alle vittime di violenza sessuale, il sostegno al diritto delle donne alla partecipazione alla sfera politica e l’inclusione dei loro diritti nella legislazione e nella Costituzione egiziane.

Mozn non è potuta però andare a ritirare il Premio a Stoccolma (Svezia): è stata bandita dal viaggiare all’estero perché inclusa dalla magistratura, con “Nazra”, nel “Caso 173/2011”, meglio conosciuto come “Il caso delle organizzazioni non governative finanziate da stranieri”. L’associazione è accusata nientedimeno che di complotto contro lo Stato.

Lei lo aveva ampiamente previsto nel marzo scorso: “Durante la storia, il movimento femminista si è abituato a fronteggiare i momenti di svolta; vittorie e sconfitte; progresso e regresso; successi e fallimenti; passi indietro e risultati, anche se raggiunti lentamente. A ogni svolta, tuttavia, c’è stato un prezzo da pagare; dalle accuse che associavano la liberazione delle donne con l’immoralità e la deboscia, alle femministe che hanno perso anni della loro vita in prigione o agli arresti domiciliari perché chiedevano diritti.

Oggi, il movimento femminista fronteggia una nuova sfida, con la possibile azione giudiziaria e la diffamazione e la censura per attività pubbliche e azioni pacifiche intraprese in anni recenti da molti gruppi femministi, incluso “Nazra for Feminist Studies”, una delle ong che lavora in questo campo. (…) Le accuse che ci sono mosse come femministe sono legalmente punibili con sentenze che vanno dai 6 mesi ai 25 anni di prigione. Dal lato sociale, ci sono tentativi di svilire il nostro lavoro e il nostro ruolo che è relativo a fornire uno spazio sicuro alle donne e alle bambine di questo paese. “Nazra” lavora sulle istanze delle donne dal 2008. Lo scopo delle nostre attività va dal contrastare la violenza contro le donne e l’assalto sessuale dal lavorare affinché lo Stato si renda responsabile delle sue cittadine e include le loro istanze nella sua lista di priorità. Non so di quali leggi violate parlino, quando “Nazra” è stata appunto attiva sotto la legge egiziana e gli occhi dello Stato sin dal 2008. Abbiamo un quartier generale ufficiale che è pubblicizzato e noto a tutti. Manteniamo chiari, accurati e accessibili libri contabili e registrazioni. Abbiamo conti bancari trasparenti in banche egiziane. Paghiamo le tasse e forniamo previdenza sociale al nostro staff. (…)

Abbiamo lavorato, coordinato e condotto interviste con tutti: abbiamo lavorato con le organizzazioni della società civile e partiti politici così come con il Dipartimento per combattere la violenza contro le donne del Ministero degli Interni; con l’Università de Il Cairo sulle campagne contro le molestie sessuali; con i funzionari del Ministero della Giustizia sugli emendamenti al Codice penale per includere la definizione delle molestie sessuali come reato; con i funzionari del Ministero della Salute e con il Dipartimento di Medicina Forense su come trattare le sopravvissute alla violenza; con l’Assemblea costituente che ha redatto la bozza della Costituzione egiziana sugli articoli relativi alle donne, e con il Consiglio nazionale per le donne e il Consiglio nazionale per i diritti umani – sarebbe troppo lungo enumerarli tutti qui. (…)

Io non so quale minaccia alla nazione possa essere posta da coloro che difendono l’integrità dei corpi delle donne e lavorano affinché esse non siano soggette a violenza, così che possano godere del loro diritto a una sfera pubblica sicura, o così che siano rafforzate e possano assicurarsi i loro diritti economici, sociali e politici. (…)

Proteggere i corpi delle donne contro le violazioni è un crimine? Fornire terapia per le sopravvissute alla violenza e allo stupro è una minaccia? E’ una minaccia parlare di rappresentazione femminile? Lo è tentare di aiutare la società a produrre le sue totali capacità senza escludere le donne? Lavorare con le organizzazioni della società civile, i politici e le autorità statali per potenziare le donne è una minaccia? Tutto quello che le femministe dell’inizio hanno chiesto, da Hoda Shaarawi a Doriyya Shafiq, è ancora visto come una minaccia?!

La nostra preoccupazione oggi non è limitata all’azione legale contro coloro che lavorano sulle istanze delle donne, si tratta anche del fatto che il movimento femminista egiziano sembra fronteggiare una nuova era di regressione, tornando a doversi porre la domanda di base: come può esserci un movimento senza libertà associativa?

Come potrà esserci un movimento, se lo Stato non riconsidera la sua posizione, che definisce le nostre istanze parte di una qualche cospirazione occidentale contro l’Egitto?” Maria G. Di Rienzo

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