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Posts Tagged ‘popoli indigeni’

earth embrace

“Quando ero giovane ero solita dire a mia nonna: “Tutto quel che voglio è un casa, un posto.”

Lei rispondeva: “Di cosa stai parlando? Non appena i tuoi piedi toccano la terra, da essi crescono radici. Tu sei a casa. Questo suolo è la nostra casa. Sei sempre stata a casa.”

Trovare quella connessione è l’intera chiave di quel che stiamo facendo, riportare tale connessione alla Terra, all’acqua, di modo che le persone smettano di abusare di entrambe.

Abbiate cura di voi stessi. Non aspettate che qualcuno venga a salvarvi, perché non accadrà. Dobbiamo sollevarci e salvarci da soli.” – LaDonna Brave Bull Allard, Standing Rock Sioux, settembre 2019 (trad. Maria G. Di Rienzo).

Su di lei e non solo:

https://lunanuvola.wordpress.com/2016/11/02/ascoltate-lacqua/

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vida nueva

La “nuova vita” del titolo è il nome di una cooperativa artigiana di donne indigene messicane (alcune le vedete in immagine con i tappeti che producono) fondata nel 1996 da Pastora Asunción Gutiérrez Reyes. Il suo scopo era ed è dare opportunità economiche, diritti umani e sogni a donne in condizioni difficili – vedove, madri single e vittime di violenza domestica costrette a lottare ogni giorno con gli svantaggi posti su di loro da una società patriarcale e machista. Ma l’intento iniziale si è ovviamente ampliato con il tempo: a Vida Nueva vogliono che le bambine e le ragazze possano andare a scuola e che le donne abbiano abbastanza potere da decidere cosa vogliono fare delle loro esistenze, perciò investono energie, tempo e denaro in progetti comunitari diretti a tali fini: negli anni hanno per esempio fornito assistenza sanitaria gratuita e creato un sistema di riciclo rifiuti. Tessere a Teotitlán era loro originariamente proibito, in quanto “lavoro da uomini” (vedete quanto arbitrari sono gli stereotipi di genere?), ma per fortuna di tutti/e se ne sono fregate.

Global Citizen ha raccontato la loro storia in un documentario qui:

https://www.globalcitizen.org/en/connect/activate/episode1/

Inoltre, ha pubblicato in settembre una lunga intervista con una socia della cooperativa, Silvia Zitlaly Gutiérrez Reyes, di cui riporto un brano. (Silvia è l’unica del gruppo ad aver frequentato l’università ed è quella che nel 2004 parlò alle Nazioni Unite delle violazioni dei diritti umani subite da bambine e bambini indigene/i)

Global Citizen: Quante sfide avete affrontato da quando iniziaste?

Silvia Zitlaly Gutiérrez Reyes: Durante questi 22 anni abbiamo visto cambiamenti. Dapprima tutti ci criticavano e dicevano che eravamo pazze. Ci hanno anche chiamate prostitute e donnacce, ci hanno rigettate e guardate male. Ma ora, con tutto il lavoro che abbiamo fatto, abbiamo guadagnato il rispetto della gente nella comunità. Molte persone ora dicono che non pensavano le donne potessero portare alla comunità qualcosa di buono. Grazie a tutto il lavoro svolto ora le donne possono decidere, abbiamo imparato di più sui nostri diritti e abbiamo fatto in modo che ci rispettassero.

Global Citizen: In che modo percepisci che i cambiamenti hanno avuto impatto sulle vostre vite?

Silvia Zitlaly Gutiérrez Reyes: Ora possiamo dire forte e chiaro “NO” quando gli uomini ci dicono qualcosa di sbagliato. Abbiamo imparato a difendere le nostre idee e quel che vogliamo fare. Le nostre figlie stanno già studiando, un grande risultato considerato che nel passato non ricevevamo sostegno dalle nostre famiglie per studiare o viaggiare. La maggioranza delle donne di Vida Nueva non è andata a scuola e persino Pastora, la fondatrice, ha finito solo le elementari. Ora per noi è più facile creare documentazione, cercare sostegno, preparare i nostri seminari eccetera.

Global Citizen: I vostri prodotti artigianali non sono solo grande arte ma preservano anche il valore della cultura Oaxaca. Puoi darmi qualche dettaglio sul valore che sta dietro i vostri prodotti?

Silvia Zitlaly Gutiérrez Reyes: Il nostro lavoro si concentra sulle tecniche ancestrali. Ogni pezzo che produciamo ha un processo ancestrale, creativo e innovativo. Ciò che di certo rende il nostro lavoro speciale è che ancora ci basiamo sulle tecniche che sono state tramandate di generazione in generazione. Usiamo tinture naturali che vengono da piante, frutti o insetti come la cocciniglia del carminio. Per innovare abbiamo lezioni di disegno e colorimetria e poi usiamo le nuove tecniche e le fondiamo con le antiche.

Ciò che dà un valore unico ai nostri pezzi è la qualità di cui cerchiamo di aver cura in ogni prodotto. L’intero processo prende approssimativamente tre mesi, perché elaboriamo il materiale grezzo, raccogliamo le piante o prepariamo i pigmenti. Ogni donna mette non solo il suo talento nel suo tappeto, ma anche il suo cuore e la forza di una donna che lotta per una nuova vita.

La cosa importante nel nostro lavoro, e per noi, è che ogni pezzo ha un significato speciale. E nella maggior parte dei casi, questi significati parlano di liberà, sogni e sfide che noi come donne vogliamo realizzare.

Maria G. Di Rienzo

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Women's Work

Una mostra completamente gratuita e pubblica, da osservare mentre si passeggia in città sino a dicembre prossimo, che onora i talenti delle donne artiste ed è organizzata da un’associazione pure di artiste che si chiama BAM! (in effetti fanno un bel colpo con l’acronimo, le “Matriarche dell’Arte di Brisbane”)… è Women’s Work – Lavoro di Donne e come avete capito si trova a Brisbane in Australia. La municipalità sponsorizza assieme all’Università Griffith e alla locale agenzia per l’arte di strada: quando una cosa del genere accadrà in Italia venite a stappare una bottiglia da me.

Una delle organizzatrici, la “matriarca” Rae Cooper ha spiegato alla stampa che “Uno dei nostri scopi principali era utilizzare questa piattaforma per creare opportunità dirette alle artiste e alle disegnatrici della nostra comunità. C’è un gruppo strabiliante di creative piene di talento a Brisbane. E’ una benedizione poter condividere il loro lavoro con la città.”

Ce n’era bisogno, in effetti, ribadiscono le artiste che partecipano alla mostra: il Consiglio australiano per le arti rilasciò nel 2017 i risultati di una ricerca che, fra le altre cose, attestava come nel mondo dell’arte il divario salariale fra uomini e donne raggiungesse il 25% (contro il già orribile 16% di media nazionale).

Women's Work exhibition Brisbane

“Non sono sicura che l’opinione pubblica australiana sia totalmente consapevole di quanto sia dominato dagli uomini il settore commerciale dell’arte. – ha detto Zoe Porter, espositrice alla mostra – Ho visto miei colleghi maschi ricevere rappresentazione e apprezzamento assai più in fretta delle donne. E’ importante per me essere parte dell’iniziativa, perché dà riconoscimento alle artiste locali e perché è bellissimo avere il sostegno di un collettivo femminile per esporre opere su scala così grande nello spazio pubblico, permettendo ad esse di avere un’audience maggiore.”

Alla mostra partecipano artiste Aborigene e Isolane di Torres Strait: l’illustratrice Tori-Jay Mordey è una di queste ultime. “La mia opera raffigura i ritratti di mio fratello e di me con parti del nostro volto fuse con i volti dei nostri genitori. Sono cresciuta come una bambina bi-razziale, giacché mia madre era un’Isolana e mio padre era Inglese. Volevo creare un’opera che esplorasse le nostre identità etniche mentre enfatizzava il legame con i nostri genitori, perché la faccenda non è così semplice da poter essere spiegata con ‘siamo differenti a causa del colore della nostra pelle’. Il mio desiderio è che le persone si sentano più aperte rispetto alla loro identità. Questa mostra ci dà una piattaforma in cui le nostre voci sono ascoltate e il nostro lavoro è riconosciuto pubblicamente.”

Maria G. Di Rienzo

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E’ uscito il mese scorso il rapporto “Peoples under Threat 2019: The role of social media in exacerbating violence” – “Popoli minacciati 2019: il ruolo dei social media nell’esacerbare la violenza”, a cura di due organizzazioni pro diritti umani britanniche: Ceasefire – Centre for Civilian Rights e Minority Rights Group International.

report 2019

https://reliefweb.int/sites/reliefweb.int/files/resources/PUT-2019-Briefing-with-spread.pdf

Di seguito, un brano tratto dalla presentazione del lavoro (trad. Maria G. Di Rienzo).

“In molte parti del mondo, atrocità a vasto spettro e altri abusi dei diritti umani continuano a minacciare le popolazioni, in special modo quelle che appartengono a gruppi minoritari e genti indigene. Mentre il raggio dei social media si espande sempre più dilagando globalmente, così fa il suo impatto in contesti ove genocidio, omicidi di massa o violenta repressione sistemica accadono o sono a rischio di accadere.

La situazione delle nazioni in cima all’indice di “Peoples under Threat 2019” illustra come, caso per caso, i social media giochino un ruolo importante nell’incoraggiare l’assassinio. Le piattaforme social ora occupano un posto centrale nel stigmatizzare i gruppi indicati come bersaglio, nel legittimare la violenza e nel reclutare gli assassini.

La disinformazione deliberata, false accuse e disumanizzazione dei gruppi presi di mira comprese, è stata nei secoli una caratteristica durevole del conflitto. Ma nell’era dei social media, il processo è accelerato a un livello senza precedenti.

Il facile accesso ai social media ha dato a ogni razzista violento una potenziale piattaforma pubblica, e l’anonimato dei social media ha dato agli Stati la capacità di incubare e incitare odio attraverso i confini. Narrative di conflitto, teorie di cospirazione e visioni estremiste trovano velocemente una casa sulle piattaforme dove ogni voce compete per avere attenzione e le voci moderate e il linguaggio misurato necessari per la costruzione di pace sono sovrastate.

Leader politici, gruppi ribelli, attivisti e comuni cittadini hanno tutti usato i social media come attrezzo comunicativo. Persino nelle società più fragili e divise ove l’accesso a internet resta minimo, come il Sudan del Sud, il ruolo dei social media sta crescendo, mentre gli scenari mediatici tradizionali si trasformano rapidamente. Il devastante conflitto in Siria, d’altra parte, in cui le piattaforme social sono usate da tutte le parti in causa e video caricati su YouTube hanno ricevuto milioni di visualizzazioni, è stato ripetutamente descritto come “guerra di social media”.

I social media promettono di influenzare sempre di più come il conflitto e gli episodi di violenza sono percepiti, le loro traiettorie e i modi in cui si risponde a essi. Nessuna società divisa o contesto di conflitto può essere compreso senza considerare come i social media sono usati da una gamma di attori statali e non statali. In effetti, i critici hanno accusato le ditte proprietarie dei social media di accettare scarsa responsabilità quando l’uso delle loro tecnologie serve a fomentare divisione e violenza in società instabili o interessate da conflitti.

Molti indicano il Myanmar – dove le Nazioni Unite hanno chiesto alle autorità di rispondere alle accuse di genocidio – come l’esempio più crudo del collegamento fra i social media e il commettere atrocità. Là il linguaggio disumanizzante e l’aperto incitamento all’omicidio di massa furono amplificati via Facebook e Twitter, contribuendo alla vasta presa di mira della comunità musulmana Rohingya. Nello scorso novembre. Facebook rilasciò un rapporto che aveva commissionato in relazione all’uccisione dei Rohingya, il quale concludeva che “Facebook è diventato un attrezzo per coloro che cercano di diffondere odio e causare danni.” Ma mentre la compagnia riconosceva che “possiamo e dovremmo fare di più”, Facebook e altre corporazioni proprietarie di social media continuano a fare affidamento sull’auto-regolamentazione, basandosi quasi del tutto sulla moderazione in linea con “gli standard comunitari” – un approccio che si è dimostrato miseramente inefficace quando ha dovuto confrontarsi con campagne organizzate, e a volte sancite ufficialmente, di odio violento.

“Peoples under Threat” attira la dovuta attenzione su numerosi altri casi in cui, nel contesto di spaccature sociali, instabilità politica e insicurezza, i social media rischiano di esacerbare o di pavimentare la via a violenta repressione sistemica e omicidi di massa. In molti dei paesi ove il rischio di atrocità di massa è più pronunciato, la gioventù che ci fare con internet supera il resto della popolazione. Dove infuriano mortali conflitti armati, dalla Libia all’Afghanistan, i combattenti spesso hanno un fucile in una mano e un cellulare nell’altra: gli obiettivi fotografici di quest’ultimo sono trasformati in armi nella guerra di propaganda che unisce i campi di battaglia e il cyberspazio.

(…)

Ma i social media possono anche giocare un ruolo positivo. Nel far circolare informazioni di valore, possono fornire un servizio pubblico. Molte piattaforme sorvegliano i movimenti di eserciti e insorgenti, come il gruppo FB libanese “Sentiero Sicuro” che indirizza chi lo usa a evitare determinate strade su cui si danno combattimenti. In questo stesso modo i civili possono essere guidati verso località in cui ricevere aiuto umanitario.

Il dialogo che oltrepassa le divisioni sociali può essere facilitato dai social media, che possono spostare attitudini, promuovere la comprensione fra gruppi che non hanno altro modo di comunicare, effettuare un’operazione di ingegneria inversa sulle condizioni di ostilità e violenza.

Fornendo l’opportunità a basso costo per l’acquisizione, la confezione e la circolazione delle informazioni, i social media sono cruciali per portare e condividere testimonianza, per dare documentazione delle violazioni delle leggi umanitarie internazionali e diffondere ampiamente contenuti che incitano all’azione gruppi per i diritti umani e organizzazioni internazionali. I social media possono giocare un ruolo nel mettere fine alla passività e all’impunità, assicurando responsabilità e riparazione per le violazioni. (…)

Il sostegno di lunga data alla libertà di espressione è stato sovvertito in un’estesa accettazione sociale delle espressioni dell’estremismo violento. I governi si sono dimostrati universalmente non all’altezza dei loro obblighi di proteggere non solo la libertà di espressione ma anche di proibire ogni “patrocinio dell’odio nazionale, razziale o religioso che costituisca incitamento alla discriminazione, all’ostilità o alla violenza”, come richiesto dalla Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici (Articolo 20(2)).”

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“Chi prenderà posizione e parlerà per le mie sorelle che sono morte, perché i loro stupratori a pagamento le hanno picchiate troppo forte? Chi prenderà posizione e parlerà per le mie sorelle che sono morte perché la fantasia dei loro stupratori a pagamento era strozzarle mentre le scopavano?

Chi parlerà per le mie sorelle che hanno perso la capacità di dare la vita perché stupratori a pagamento hanno infilato bottiglie, cetrioli, carote, vibratori stupidamente enormi, tacchi di scarpe, manganelli e quant’altro sono riusciti ad architettare con menti distorte, così a fondo e così violentemente nelle loro vagine da danneggiarne il sistema riproduttivo in modo irreparabile?

Chi parlerà per le mie sorelle che non ce l’hanno più fatta a sopportare e hanno scelto l’unica via d’uscita: il suicidio? Chi parlerà per i bambini innocenti che hanno perso le loro madri? Chi parlerà per le mie sorelle che sono così smarrite sulle strade da non fare altro che consumare droghe e alcool sino a che i loro reni e il loro fegato smettono di funzionare? Chi parlerà per le mie sorelle che sono ancora intrappolate in un’esistenza di stupro a pagamento senza modo di uscirne?

“Sex work” è un termine glorificato per lo stupro pagato. Questi non sono bordelli o agenzie di escort o saloni per massaggi o comunque si voglia chiamarli. Non è un lavoro o un’industria. Questo è terrorismo contro le donne – un’aggressione sostenuta a livello internazionale contro donne, ragazze, bambine vulnerabili. Non faranno saltare in aria edifici o se stessi, ma hanno sicuramente fatto saltare in aria la mia mente, il mio corpo e la mia anima. Mi hanno fatta entrare in una camera di tortura da cui non fuggirò mai: persino oggi lotto ancora per sopravvivere, per vivere, per sentire di avere del valore, per essere amata, per sognare.”

Ally-Marie Diamond, attivista indigena, sopravvissuta alla prostituzione, fondatrice del servizio di consulenza per le donne “Tranquil Diamonds” (il brano è tratto dall’articolo “Women of colour speak out against prostitution” di Raquel Rosario Sanchez del 26 aprile 2019).

pagliacci

La Cei ha protestato contro i camion pubblicitari in immagine, che girano per Roma e Milano, per la citazione di Gesù e perché sono visibili dai bambini. I signori di Escort Advisor hanno risposto che “L’obiettivo della campagna è sdoganare un argomento considerato da sempre come scandaloso ma anche sensibilizzare sulla sicurezza che le recensioni garantiscono a tutti, utenti e sex workers. Dobbiamo fare ancora molti progressi in questo senso.”

Il progresso è in effetti auspicabile e costoro potrebbero cominciare a ottenerlo riflettendo su alcuni fatti: 1) le donne sono persone e non prodotti; 2) gli uomini non sono titolati al possesso delle donne; 3) non di solo pene vive l’uomo: un po’ di dignità umana e di rispetto, per favore, per donne e uomini. Le nostre interazioni vanno ben oltre lo sfilatino.

Inoltre, ai sensi dell’art. 3 della L. 20 Febbraio 1958 n. 75 si prevede espressamente la punibilità di “chiunque, in qualsiasi modo, favorisca la prostituzione altrui”. Il reato di favoreggiamento della prostituzione si concretizza, sotto il profilo oggettivo, in qualunque attività idonea a procurare favorevoli condizioni per l’esercizio della prostituzione. Irrilevante il movente dell’azione, ovverosia le ragioni soggettive di chi commette il reato: non è perciò neppure richiesto che il favoreggiamento della prostituzione sia accompagnato da uno sfruttamento economico – che nel caso dei camion pubblicitari sembra comunque presente – bastando la mera agevolazione consapevole di tale attività. Perciò: perché i suddetti camion girano senza problemi?

Maria G. Di Rienzo

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La vulgata fornisce più o meno questo scenario: c’è una bellissima fanciulla, maggiorenne vaccinata e diplomata, che davanti allo specchio si interroga sul proprio futuro. Ha svariati scenari a disposizione: laurearsi e poi conseguire un dottorato di ricerca; andare in tour mondiale con una compagnia teatrale; entrare in una compagnia di danza classica come prima ballerina; lavorare nel settore artistico/creativo di una grande azienda produttrice di tessuti; accettare l’offerta di una squadra professionista di pallacanestro; fare / consegnare pizze nel ristorante della zia; lavorare come inserviente in un asilo nido… aggiungeteci quel che vi pare.

La ragazza si guarda attentamente, sospira (perché le donne sospirano di default in prossimità di specchi, giusto?) e dice “No, studiare è stancante, mandare a memoria tutte le battute di una commedia pure, “Giselle” non la faccio più perché mi annoia, in azienda avrei poche ferie, giocare a pallacanestro mi mette a rischio infortuni, vicino al forno delle pizze è troppo caldo e i bambini piccoli non mi piacciono. Per cui, visto che sono molto attraente e molto compassionevole, e ci sono in giro un mucchio di uomini infelici a cui non viene dato abbastanza amore, farò la sex worker.” Visto? E’ la scelta di una professione come un’altra, anzi di una professione assai migliore di altre, dove non ci si stanca, ci si diverte, non si è a rischio di nulla, il guadagno è ottimo e si è trattate con il massimo rispetto. Niente niente, poi può persino arrivare il “cliente” ricchissimo e strafigo che ti compra bei vestiti e gioielli e alla fine si innamora di te e ti porta a vivere nella sua villa fronte mare.

Nella realtà, però, le cose vanno un po’ diversamente. Come, per esempio, lo racconta la storia di Bridget Perrier (in immagine).

bridget

Bridget, canadese del gruppo etnico Anishinaabe, fu adottata quando aveva 5 settimane da una famiglia non indigena, nel 1976. A otto anni fu molestata da un amico di famiglia e a undici “riconsegnata” all’assistenza sociale. La misero in una casa-famiglia dove ragazze più grandi la iniziarono al commercio sessuale. Lo stesso anno, fu reclutata dalla tenutaria di un bordello. A 12 anni Bridget era una “sex worker”. A 14 fu punita per aver tentato di far soldi all’esterno del bordello: la tennero prigioniera per 43 ore, durante le quali fu stuprata e torturata. Fuggì, ricevette cure mediche (punti interni ai genitali) e l’uomo che aveva abusato di lei fu condannato a due anni, dicasi due, di galera. Bridget finì per “lavorare” agli ordini di un magnaccia che ovviamente otteneva la sua obbedienza a botte.

A 16 anni, mise al mondo il suo primo figlio, un bimbo che a nove mesi sviluppò una forma particolarmente maligna di leucemia e ne morì a cinque anni. La sua morte, dice Bridget, fu la prima terribile spinta a cercare di uscire da quella situazione. Nel 1999 mise al mondo la sua seconda figlia e quello fu il punto di svolta. Poiché era una senza tetto entrò nel programma di assegnazione temporanea di alloggi, sostenuta dai servizi di welfare si diplomò alle superiori e poi prese un diploma in assistenza sociale. Subito dopo fondò assieme ad altre donne “Sex Trade 101”, un’organizzazione che combatte il traffico di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale e dà sostegno alle sopravvissute come lei.

Oggi di anni Bridget Perrier ne ha 43 e dice: “La gente pensa di noi che siamo in frantumi, ma non è vero. Io ho una buona resilienza, ho solo subito moltissime fratture.”

Maria G. Di Rienzo

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hana lee

Questa è Hana Lee, ventenne, studente e atleta – golfista per la National Collegiate Athletic Association – ma soprattutto attivista per la giustizia sociale, in bicicletta e non. Hana è una dei “dream riders” (ciclisti sognatori, o ciclisti del sogno – godreamriders.org ) che periodicamente percorrono in lungo e in largo gli Stati Uniti in lunghissimi viaggi di protesta: l’ultimo si è dato nell’anno in corso e si chiamava “Cittadinanza per tutti: Viaggio verso la Giustizia”.

Il 24 agosto scorso la giovane è stata intervistata da Angry Asian Man – da cui viene il particolare della sua immagine in bicicletta – e di seguito potete leggere alcune delle cose che ha detto.

“Io sono Hana, “l’unica”, se traduci il mio nome dal coreano. Sono un’orgogliosa coreana-americana, la figlia di due genitori immigrati che lavorano duramente e che sono venuti negli Usa affinché le loro figlie potessero sognare più in grande e avere più opportunità. E sono una dei principali ciclisti sognatori che chiedono cittadinanza per tutti gli 11 milioni di migranti non documentati e per i 35.000 adottati da altri paesi e privi di cittadinanza. Non voglio più vivere nella paura e voglio fare tutto quel che posso per la mia comunità di migranti.

Nessun essere umano merita di essere inferiore agli altri e i miei genitori non meritano nulla di meno di me. Non ci sono “buoni” immigrati e “cattivi” immigrati, e io voglio impegnarmi con tutto quel che ho nella lotta contro le politiche anti-immigrazione e le leggi che hanno impatto sulla mia comunità. Sono così concentrata su questo perché credo che nessun essere umano sia illegale. Sono anche concentrata nel lavorare con gli adolescenti che fanno parte della gioventù a rischio, di modo che possano conoscere le loro potenzialità e vivere pienamente le loro vite.

Mi fa arrabbiare l’attuale clima politico sta dividendo la mia comunità e questo paese, le separazioni delle famiglie come risultato di politiche e leggi discriminatorie, i bambini che soffrono del trauma della separazione e i miei amici e i membri della mia comunità che vivono nel timore della deportazione. Molte persone stanno dimenticando che siamo tutti esseri umani e agiscono come fossero migliori o superiori agli altri.

Mi incazzo anche ogni volta in cui penso all’ipocrisia di gente che arriva a decidere chi merita di stare in questo paese che pensano appartenga a loro, mentre coloni e colonizzatori hanno rubato questa terra ai popoli indigeni, uccidendoli nel processo. E vedere adolescenti e studenti a cui non sono garantite nemmeno le necessità di base, come l’istruzione, la casa, le cure mediche, mi rende furiosa al massimo.

Mi fa male vedere gli Stati “Uniti” d’America andare lentamente verso la divisione e la separazione. Prego per il giorno in cui non avrò bisogno di vivere nella paura per me stessa, per la mia famiglia e la mia comunità. Ma sino a che quel giorno non arriva, continuerò a lottare e ad essere arrabbiata.”

Maria G. Di Rienzo

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