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Joy

(“A Map to the Next World”, di Joy Harjo: poeta musicista e autrice femminista Muscogee – Creek nata nel 1951, trad. Maria G. Di Rienzo. Sul perché scrive Joy – in immagine qui sopra – ha detto: “Sento in modo molto forte di avere una responsabilità verso tutte le fonti che fanno quel che sono: verso tutti gli antenati passati e futuri, verso il mio paese natale, verso tutti i luoghi in cui approdo e che sono me stessa, verso tutte le voci, tutte le donne, tutta la mia tribù, tutte le persone, tutta la Terra, e oltre a ciò, verso tutti gli inizi e tutte le fini. In uno strano senso, scrivere mi rende libera di credere in me stessa, mi rende capace di parlare, di avere voce, perché devo: è la mia sopravvivenza.”)

UNA MAPPA PER IL PROSSIMO MONDO

per Desiray Kierra Chee

Negli ultimi giorni del quarto mondo ho desiderato di creare una mappa per

coloro che volessero arrampicarsi attraverso il buco nel cielo.

I miei unici attrezzi erano i desideri degli esseri umani così come emergono

dai campi di sterminio, dalle camere da letto e dalle cucine.

Perché l’anima è una vagabonda con molte mani e molti piedi.

La mappa dev’essere di sabbia e non può essere letta con la luce normale. Essa

deve trasportare il fuoco alla prossima città tribale, per il rinnovo dello spirito.

Nella leggenda ci sono istruzioni sul linguaggio della terra, su come

noi dimenticammo di riconoscere il dono, come se non fossimo dentro di esso o non ci fossimo per esso.

Fate attenzione alla proliferazioni dei supermercati e dei centri commerciali, gli

altari del denaro. Descrivono al meglio la deviazione dalla grazia.

Registrate le tracce degli errori della nostra smemoratezza; la nebbia ruba i nostri

figli mentre dormiamo.

Fiori di rabbia sbocciano nella depressione. Mostri nascono

dalla collera nucleare.

Alberi di cenere dicono addio dopo addio e la mappa sembra

scomparire.

Noi non conosciamo più i nomi degli uccelli qui, come parlare a

loro usando i loro nomi propri.

Una volta sapevamo tutto in questa lussureggiante promessa.

Quel che vi sto dicendo è vero ed è stampato in un avviso sulla

mappa. La nostra dimenticanza ci pedina, cammina sulla Terra dietro di noi,

lasciando una scia di pannolini di carta, aghi e sangue sprecato.

Una mappa imperfetta dovrà bastare, piccolina.

Il luogo d’ingresso è il mare del sangue di tua madre, la piccola morte

di tuo padre mentre desidera ardentemente conoscere se stesso nell’altra.

Non c’è uscita.

La mappa può essere interpretata tramite le pareti dell’intestino – una

spirale sulla strada della conoscenza.

Viaggerai attraverso le membrane della morte, odore di cucina

dall’accampamento dove i nostri parenti fanno un banchetto di carne

fresca di cervo e zuppa di mais, nella Via Lattea.

Essi non ci hanno mai lasciati; li abbiamo abbandonati noi per la scienza.

E con il tuo prossimo respiro, mentre entriamo nel quinto mondo

non ci sarà nessuna X, nessuna guida turistica con le parole che puoi portare.

Dovrai navigare al suono della voce di tua madre, rinnovare la canzone

che lei sta cantando.

Nuovo coraggio luccica dai pianeti.

E illumina la mappa stampata con il sangue della storia, una mappa che tu

dovrai imparare con la tua volontà, tramite la lingua dei soli.

Quando emergi, nota le tracce dei mostri assassini ove essi

sono entrati nelle città delle luci artificiali e hanno ucciso ciò che uccideva noi.

Vedrai scogliere rosse. Sono il cuore, contengono la scala.

Un cervo bianco ti saluterà quando l’ultimo essere umano si arrampicherà

fuori dalla distruzione.

Ricorda il foro della vergogna che segna l’atto dell’aver abbandonato

le nostre terre tribali.

Non siamo mai stati perfetti.

Pure, il viaggio che compiamo insieme è perfetto su questa Terra che una volta

era una stella e ha fatto gli stessi errori degli esseri umani.

Potremmo farli di nuovo, lei dice.

Cruciale per trovare la via è questo: non c’è inizio o fine.

Tu devi creare la tua propria mappa.

world map

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(“We Communicate Earth” di Jannie Staffansson (in immagine), del Consiglio del popolo Sami, Norvegia. Cultural Survival, estate 2017, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Jannie Staffansson

Io vengo da una famiglia di allevatori di renne. Siamo pastori. Crediamo che se la renna ha una buona vita, avremo noi stessi una buona vita. Il mio sapere non viene dalla scienza, o dai sistemi occidentali, ma dalle nostre comunità.

Quando ero bambina, ho cominciato a sentir parlare del cambiamento climatico dagli anziani e nella comunità, perché noi parliamo costantemente del tempo atmosferico. Notavo dalle notizie e dai media che realmente non ne sapevano granché. Ho chiesto a mio padre: Perché non ne sanno niente? E mio padre rispose: Be’, noi non siamo istruiti con i loro sistemi, perciò non credono a quel che diciamo. Non danno valore alle cose in cui crediamo o ai nostri modi di conoscere.

Perciò, mi sono occupata di scienza. Ho studiato chimica ambientale e organica, e sono entrata in politica nel Consiglio del popolo Sami.

Lavoro principalmente con il Consiglio Artico, che è un forum internazionale. Collaboriamo con gli scienziati sugli agenti inquinanti, le tossine e l’atmosfera e produciamo moltissime perizie. Ma abbiamo anche gruppi diversi, nel Consiglio Artico, che si occupano di questioni culturali, sociali e relative al linguaggio nella zona artica. Da ciò, abbiamo capito di aver bisogno di orientamento quando si tratta di usare il sapere tradizionale all’interno della scienza occidentale. Quindi, abbiamo sviluppato dei principi fondamentali sull’uso appunto del sapere tradizionale, che è come i colonizzatori lo chiamano; noi potremmo chiamarlo “samu”, o sapere indigeno, per aiutare l’opera dei Sami nel Consiglio Artico.

Lo stato svedese ha una lunga storia di problemi correlati alle miniere e noi abbiamo avuto difficoltà con le dighe idroelettriche che ci hanno forzati a lasciare le nostre terre. Abbiamo anche a che fare con il cambiamento climatico, con ghiacci inaffidabili e valanghe che accadono continuamente, e con la deforestazione. C’è una comunità che sta maneggiando questioni relative a un’enorme area di mulini a vento e le persone sono dovute andare in tribunale per lottare per i loro diritti e i diritti delle renne alla terra. Grandi corporazioni entrano nella terra dei popoli indigeni e noi dobbiamo difendere quei diritti.

Un buon esempio è la Lapponia, designata come intangibile eredità culturale (ndt.: dall’Unesco). Oggi ha la forma di un’ong in cui le comunità Sami hanno membri e la maggioranza del consiglio d’amministrazione. I membri delle comunità hanno condotto ricerche sulla pesca basandosi sulle loro conoscenze tradizionali. Abbiamo anche movimenti che nascono a livello locale. Avevano costruito una miniera in una zona Sami chiamata Kallak, e allora i piccoli leader delle comunità hanno cominciato ad alzare le loro voci contro queste grandi compagnie commerciali. Abbiamo organizzato assemblee per arrivare al COP21 di Parigi (ndt.: la conferenza sul clima delle Nazioni Unite tenutasi nel 2015), per cui è anche stato creato un “joik”, una canzone che viene da una delle più grandi artiste fra noi (ndt.: Sara Marielle Gaup Beaska) e si chiama Gulahallat Eatnamiin – Noi comunichiamo la Terra. Perché parlare è a senso unico, ma comunicare è in ambo i sensi. Se la guida la fai insieme, allora puoi creare movimento. Noi siamo la natura che si ribella.

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“Le donne sono voci molto forti nel lavoro per la protezione dell’ambiente. La conoscenza delle donne indigene in particolare come produttrici di cibo, come custodi del sapere, come prime insegnanti dei bambini, gioca un ruolo chiave e davvero centrale. Le pratiche culturali e le tradizioni che le donne indigene mantengono in vita e passano da una generazione all’altra nelle comunità hanno fatto tutta la strada sino a ricevere riconoscimento assai significativo dalle Nazioni Unite, ma anche nelle società e nei movimenti internazionali che affrontano il cambiamento climatico. L’importanza di questa conoscenza e di questo ruolo non sta solo nel maneggiare adattamenti e mitigazioni, ma anche nel vagliare le soluzioni proposte per il cambiamento climatico.”

andrea carmen

Andrea Carmen (in immagine), direttrice esecutiva dell’International Indian Treaty Council, trad. Maria G. Di Rienzo.

Andrea appartiene al popolo Yaqui – il loro nome originario sarebbe Yoeme, al plurale Yoemem, cioè esseri umani – e ha una considerevole esperienza nel lavorare con i gruppi indigeni in tutta l’America e nel Pacifico. E’ stata co-fondatrice dell’Iniziativa Indigena per la Pace assieme alla Premio Nobel Rigoberta Menchu, nonché osservatrice per i diritti umani e mediatrice in situazioni di crisi negli Usa, in Messico, in Canada, in Nuova Zelanda e Ecuador.

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(“Visionary and creative resistance: meet the women challenging extractivism – and patriarchy”, di Inna Michaeli e Semanur Karaman per Open Democracy, 3 maggio 2017, trad. Maria G. Di Rienzo.)

“Cos’è lo stato? Noi siamo lo stato! Lo stato è lo stato grazie a noi.” disse Havva Ana (Madre Eva), una donna di 63 anni che, nel luglio 2015, partecipò a una dimostrazione per bloccare la demolizione delle antiche foreste a Rize, in Turchia.

havva ana

Quel che Havva Ana (in immagine qui sopra) intendeva è che lo stato dipende dal popolo per la sua legittimazione – e che non deve dare priorità al profitto a breve termini rispetto ai diritti e al benessere. Le foreste di Çamlıhemşin hanno, per centinaia di anni, fornito mezzi di sussistenza e connessioni ancestrali nella regione del Mar Nero.

Messa di fronte alla distruzione, la donna ha resistito ai bulldozer e alle forze di sicurezza, formando una catena umana con altri dimostranti per arrestare la loro avanzata. Si è confrontata con la violenza con tutto quel che aveva: mettendo il suo corpo in prima linea. La polizia ha rimosso i manifestanti dal luogo con la forza, permettendo alla demolizione di continuare.

Havva Ana fa parte di un più vasto ecosistema di donne che lottano in prima fila per difendere terra, ambienti e modi di vivere dal violento modello di “sviluppo” basato sulle attività estrattive e sulla mercificazione senza limiti della natura. Questo è un lavoro pericoloso e le difensore dei diritti umani e dell’ambiente hanno dovuto fronteggiare attacchi sistematici. A livello globale, le élite economiche e politiche stanno distruggendo il pianeta, violando gli standard internazionali sui diritti umani e i trattati che proteggono i diritti dei popoli indigeni.

Nel 2015, 156 omicidi sono stati registrati dallo speciale rapporteur sullo stato dei diritti umani delle Nazioni Unite: il 45% era costituito da difensori/e di diritti ambientali, sulla terra e indigeni. Nello stesso anno, l’ong Global Witness documentò l’assassinio di 185 difensori/e dei diritti umani in 16 paesi, con Brasile, Filippine e Colombia in testa alla classifica per omicidi di attivisti indigeni.

L’assassino di Berta Cáceres, avvenuto l’anno scorso nella sua casa in Honduras, seguito ad anni di attivismo per proteggere il fiume Gualcarque dal progetto idroelettrico “Agua Zarca”, emblematico delle ritorsioni contro le donne che resistono alla distruzione dell’ambiente e a interessi potenti. Recente evidenza legale indica che il governo dell’Honduras possa aver collaborato con forze paramilitari addestrate negli Usa per ucciderla. Molte altri attacchi e omicidi non sono neppure denunciati.

Nel frattempo, una nuova ricerca di AWID e della Coalizione Internazionale delle Difensore dei Diritti Umani delle Donne, basata su consultazioni con donne che vivono in Africa, Asia e America Latina, rivela chiari schemi con specifiche di genere della violenza contro le donne che difendono terre e comunità – e guarda alle strategie delle donne per l’azione e la resistenza contro le industrie estrattive e il potere delle corporazioni.

“Quando mi minacciano, dicono che mi uccideranno ma che, prima di uccidermi, mi stupreranno. Non dicono questo ai miei colleghi maschi. Tali minacce sono dirette molto specificatamente alle donne indigene.”, dice Lolita Chavez (in immagine qui sotto), una difensora indigena dei diritti umani delle donne che vive in Guatemala, nella sua testimonianza raccolta come parte di questa ricerca.

lolita chavez

Molti difensori dei diritti umani in tutto il mondo fronteggiano criminalizzazione, stigmatizzazione e violenza, ma le donne fanno esperienza di minacce addizionali legate al genere. Per esempio, la stigmatizzazione può comprendere termini sessualmente degradanti o il mettere in discussione la donna come cattiva madre; la marginalizzazione economica delle donne può rendere difficile raccogliere il denaro per la cauzione se sono arrestate; forze di sicurezza private, forze paramilitari e membri della polizia che proteggono gli interessi corporativi hanno usato stupro, aggressione sessuale e intimidazione contro le donne difensore dei diritti umani. E’ importante sottolineare come le donne che si confrontano con le industrie estrattive sfidino non solo il potere delle corporazioni, ma anche il patriarcato e devono affrontare la repressione su ambo i fronti.

Mirtha Vázquez, una difensora dei diritti umani del Perù, dice: “Per noi, lo sviluppo ha a che fare con il benessere e la dignità delle persone e con la loro autodeterminazione su come vogliono vivere.” Nonostante il trattamento violento che fronteggiano troppo sesso, le donne difensore di terra, popolo e natura sono state visionarie e creative. La nostra ricerca sottolinea anche il loro lavoro di successo e ispirativo. Una delle storie di questo tipo è quella di Aleta Baun, una donna indonesiana che ha viaggiato di villaggio in villaggio per organizzare l’opposizione locale a una cava di marmo.

Ha dovuto subire arresti, pestaggi e minacce di morte. Ma con coraggio e determinazione ha raggiunto centinaia di persone e assieme ad altre donne ha passato un anno intero occupando l’ingresso a un sito di scavo, tessendo stoffe tradizionali. Nel 2010, dopo un anno di questa protesta pacifica, la pressione dell’opinione pubblica ha costretto le compagnie commerciali ad abbandonare le operazioni. Nel 2013, Baun ha vinto il Premio Goldman per l’Ambiente.

In tutto il mondo, le donne stanno chiedendo di mettere fine al potere delle corporazioni nel distruggere il pianeta per interessi a breve termine e avidità, e portano avanti visioni di sviluppo che hanno come interesse centrale le persone e la natura. Come spiega Bonita Meyersfeld, docente di diritto all’Università di Witwatersrand a Johannesburg: “Un progetto che genera benefici economici può essere chiamato “sviluppo” solo se tali profitti sono reinvestiti nella comunità. Altrimenti, stiamo parlando di sfruttamento, non di sviluppo.”

Molte altre migliaia di donne da ogni parte del mondo, oltre a quelle menzionate, stanno resistendo all’equazione sviluppo con investimenti stranieri e profitto per pochi. Invece, stanno offrendo una critica e progressista visione di uno sviluppo guidato dall’autodeterminazione, dalla dignità e dal rispetto e cura per la natura. Dobbiamo ascoltarle.

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Diversamente da altre città statunitensi, a New Orleans la “Super Domenica” non si riferisce alla finale del campionato di football americano ma al Carnevale: nella domenica più vicina al 19 marzo circa 50 gruppi di origine nativa sfilano in sgargianti costumi, rigorosamente fatti a mano, cantando e danzando e tenendo rituali. Si crede che l’orgine di questa celebrazione risalga al periodo in cui gli schiavi fuggitivi di colore trovavano rifugio presso le tribù indiane, adattandosi ai loro usi e costumi e passando queste conoscenze alle generazioni successive.

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Circa tre anni fa, la fotografa Akasha Rabut si trovava a New Orleans per seguire la “Super Domenica” e notò due donne in motocicletta. Costoro le dissero di far parte di un club, fondato nel 2005 e chiamato “Caramel Curves” (“Curve color caramello”): “Il mondo dei club di motociclisti – racconta la fotografa – è generalmente un dominio maschile, per cui ho trovato davvero interessante che donne afro-americane vi fossero coinvolte. Ho cominciato a fotografarle perché volevo documentare questo fenomeno culturale.”

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Le “Caramel Curves”, scoprì Akasha, sono delle celebrità locali e usano le loro parate per raccogliere fondi destinati a scopi sociali come la costruzione di centri comunitari. Anche la loro capacità organizzativa ha affascinato la fotografa: “Sono in 28, e ciascuna di loro ha la sua propria vita e il suo proprio lavoro, ma in qualche modo riescono puntualmente ad incontrarsi ogni domenica.”

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Tanto per far capire subito chi sta guidando le motociclette in corsa, le “Caramel Curves” verniciano la gomma delle ruote, così da produrre fumo rosa al loro passaggio.

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Non vi dico altro se non di dare una buona lunga occhiata alle fotografie di Akasha Rabut. Personalmente trovo le “Curve color Caramello” fantastiche e adorabili. Maria G. Di Rienzo

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(brano tratto da: “Making Women Proud: Rosa Palomino Chahuares and the Women of UMA”, un più lungo articolo di Angelica Rao per Cultural Survival, marzo 2017. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

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Ci sono alcune persone in questo mondo che davvero illuminano una stanza con la loro presenza. Quando incontri Rosa Palomino Chahuares ti è chiaro che lei è una di esse. Ha un sorriso e una luce nello sguardo che danno energia e ispirano, e il suo indefesso lavoro di una vita intera, diretto a sostenere i diritti delle donne indigene nelle comunità rurali Aymara, ti ricorda che potenziale hai per sconfiggere le avversità quando sei impegnata, ottimista e ti curi davvero della tua causa. “Penso sia questo a distinguerci da altri gruppi, il nostro ottimismo. – dice Chahuares – Noi restiamo sempre positive e crediamo che cose buone accadranno.”

Chahuares ha lavorato in radio e ha fatto attivismo per i diritti delle donne sin da quando aveva 16 anni, promuovendo la lingua e la cultura Aymara e contestando il patriarcato in contesti ove gli uomini rispondono aggressivamente alla parola “femminismo”. Nel 2014 ha ricevuto un premio dal Ministero della Cultura e fa attualmente parte del consiglio d’amministrazione della Rete dei Comunicatori Indigeni del Perù. E’ anche membro dell’UMA – Unione Donne Aymara di Abya Yala, un gruppo assai noto a chi si occupa di diritti umani e media, e non senza ragione: il programma radio delle donne di UMA, Wiñay Pankara (“Sempre in fiore”) porta alla luce la realtà che le donne vivono nelle comunità Aymara, sottolineando gli sforzi di quelle che stanno lavorando per migliorare la situazione. “La comunicazione è la spina dorsale della società. – ebbe a dire Chahuares in un’intervista del 2014 – Wiñay Pankara ha aperto uno spazio nella popolazione Aymara. Le donne hanno perso la loro paura e si sono rafforzate partecipando nei media. Noi donne ora sappiamo cosa sono i nostri diritti, cos’è la nostra cultura, la nostra saggezza. Parlare in radio fa sì che le autorità ci rispettino. Tutti possono ascoltare come partecipiamo e le nostre parole. Anche i nostri figli ci ascoltano, mentre diciamo loro in che stato la Terra si trova.” (…)

Chahuares e le sue compagne attiviste per i diritti delle donne fronteggiano una misoginia profondamente radicata ogni giorno. E’ per esempio accaduto che un gruppo di giovani uomini, che pure lavoravano in radio a un loro programma culturale Aymara, la investissero del loro risentimento per le femministe. Per nulla allarmata dal discorso, Rosa ha mantenuto il suo sorriso e la sua compostezza mentre gli uomini le dicevano che sono le donne le vere “machistas”, che sono le madri a crescere i figli e a renderli quali sono e che le donne sono quelle meno disposte ad aiutare le proprie simili. Chiaramente non era la prima volta che lei sentiva cose simili: quando rispose, lo fece usando il concetto Aymara di “chacha warmi”, che rappresenta la relazione simbiotica e di mutua comprensione fra uomini e donne così come storicamente è intesa nelle comunità Aymara. E’ questo suo talento nel convogliare con facilità messaggi controversi a gruppi ostili a fare di Chahuares una così grande comunicatrice in radio e una figura di spicco per i diritti delle donne in Perù. (…)

A 65 anni, il sogno di Rosa Palomino Chahuares continua a essere che le donne dell’UMA possiedano la propria stazione radio (Ndt. Anche se avessero i fondi, glielo impedirebbe l’attuale legislazione sulle trasmissioni radiofoniche in Perù, che è molto restrittiva). Non le importa se non riuscirà a vederlo realizzato durante la propria vita: “Posso lasciare questo mondo felice, sapendo che le mie due figlie e le altre donne dell’UMA porteranno avanti la lotta a cui io ho dato inizio così tanti anni fa.”

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(“III”, di Susy Delgado – in immagine – poeta, scrittrice, sociologa, giornalista. Susy è nata in Paraguay nel 1949 e scrive poesia in guaraní e spagnolo. Il guaraní è una delle lingue ufficiali del Paraguay ed è parlato anche in zone dell’Argentina, della Bolivia e del Brasile. Trad. dalla versione inglese di Susan Smith, Maria G. Di Rienzo)

susy delgado

E forse a un certo punto

le mie premonizioni

il mio amore

il mio desiderio

la mia rabbia

le mie crisi

la mia nostalgia

diverranno

una cosa vecchia

discorso passato

discorso vuoto –

e allora sarà di nuovo notte.

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