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Posts Tagged ‘popoli indigeni’

“Chi prenderà posizione e parlerà per le mie sorelle che sono morte, perché i loro stupratori a pagamento le hanno picchiate troppo forte? Chi prenderà posizione e parlerà per le mie sorelle che sono morte perché la fantasia dei loro stupratori a pagamento era strozzarle mentre le scopavano?

Chi parlerà per le mie sorelle che hanno perso la capacità di dare la vita perché stupratori a pagamento hanno infilato bottiglie, cetrioli, carote, vibratori stupidamente enormi, tacchi di scarpe, manganelli e quant’altro sono riusciti ad architettare con menti distorte, così a fondo e così violentemente nelle loro vagine da danneggiarne il sistema riproduttivo in modo irreparabile?

Chi parlerà per le mie sorelle che non ce l’hanno più fatta a sopportare e hanno scelto l’unica via d’uscita: il suicidio? Chi parlerà per i bambini innocenti che hanno perso le loro madri? Chi parlerà per le mie sorelle che sono così smarrite sulle strade da non fare altro che consumare droghe e alcool sino a che i loro reni e il loro fegato smettono di funzionare? Chi parlerà per le mie sorelle che sono ancora intrappolate in un’esistenza di stupro a pagamento senza modo di uscirne?

“Sex work” è un termine glorificato per lo stupro pagato. Questi non sono bordelli o agenzie di escort o saloni per massaggi o comunque si voglia chiamarli. Non è un lavoro o un’industria. Questo è terrorismo contro le donne – un’aggressione sostenuta a livello internazionale contro donne, ragazze, bambine vulnerabili. Non faranno saltare in aria edifici o se stessi, ma hanno sicuramente fatto saltare in aria la mia mente, il mio corpo e la mia anima. Mi hanno fatta entrare in una camera di tortura da cui non fuggirò mai: persino oggi lotto ancora per sopravvivere, per vivere, per sentire di avere del valore, per essere amata, per sognare.”

Ally-Marie Diamond, attivista indigena, sopravvissuta alla prostituzione, fondatrice del servizio di consulenza per le donne “Tranquil Diamonds” (il brano è tratto dall’articolo “Women of colour speak out against prostitution” di Raquel Rosario Sanchez del 26 aprile 2019).

pagliacci

La Cei ha protestato contro i camion pubblicitari in immagine, che girano per Roma e Milano, per la citazione di Gesù e perché sono visibili dai bambini. I signori di Escort Advisor hanno risposto che “L’obiettivo della campagna è sdoganare un argomento considerato da sempre come scandaloso ma anche sensibilizzare sulla sicurezza che le recensioni garantiscono a tutti, utenti e sex workers. Dobbiamo fare ancora molti progressi in questo senso.”

Il progresso è in effetti auspicabile e costoro potrebbero cominciare a ottenerlo riflettendo su alcuni fatti: 1) le donne sono persone e non prodotti; 2) gli uomini non sono titolati al possesso delle donne; 3) non di solo pene vive l’uomo: un po’ di dignità umana e di rispetto, per favore, per donne e uomini. Le nostre interazioni vanno ben oltre lo sfilatino.

Inoltre, ai sensi dell’art. 3 della L. 20 Febbraio 1958 n. 75 si prevede espressamente la punibilità di “chiunque, in qualsiasi modo, favorisca la prostituzione altrui”. Il reato di favoreggiamento della prostituzione si concretizza, sotto il profilo oggettivo, in qualunque attività idonea a procurare favorevoli condizioni per l’esercizio della prostituzione. Irrilevante il movente dell’azione, ovverosia le ragioni soggettive di chi commette il reato: non è perciò neppure richiesto che il favoreggiamento della prostituzione sia accompagnato da uno sfruttamento economico – che nel caso dei camion pubblicitari sembra comunque presente – bastando la mera agevolazione consapevole di tale attività. Perciò: perché i suddetti camion girano senza problemi?

Maria G. Di Rienzo

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La vulgata fornisce più o meno questo scenario: c’è una bellissima fanciulla, maggiorenne vaccinata e diplomata, che davanti allo specchio si interroga sul proprio futuro. Ha svariati scenari a disposizione: laurearsi e poi conseguire un dottorato di ricerca; andare in tour mondiale con una compagnia teatrale; entrare in una compagnia di danza classica come prima ballerina; lavorare nel settore artistico/creativo di una grande azienda produttrice di tessuti; accettare l’offerta di una squadra professionista di pallacanestro; fare / consegnare pizze nel ristorante della zia; lavorare come inserviente in un asilo nido… aggiungeteci quel che vi pare.

La ragazza si guarda attentamente, sospira (perché le donne sospirano di default in prossimità di specchi, giusto?) e dice “No, studiare è stancante, mandare a memoria tutte le battute di una commedia pure, “Giselle” non la faccio più perché mi annoia, in azienda avrei poche ferie, giocare a pallacanestro mi mette a rischio infortuni, vicino al forno delle pizze è troppo caldo e i bambini piccoli non mi piacciono. Per cui, visto che sono molto attraente e molto compassionevole, e ci sono in giro un mucchio di uomini infelici a cui non viene dato abbastanza amore, farò la sex worker.” Visto? E’ la scelta di una professione come un’altra, anzi di una professione assai migliore di altre, dove non ci si stanca, ci si diverte, non si è a rischio di nulla, il guadagno è ottimo e si è trattate con il massimo rispetto. Niente niente, poi può persino arrivare il “cliente” ricchissimo e strafigo che ti compra bei vestiti e gioielli e alla fine si innamora di te e ti porta a vivere nella sua villa fronte mare.

Nella realtà, però, le cose vanno un po’ diversamente. Come, per esempio, lo racconta la storia di Bridget Perrier (in immagine).

bridget

Bridget, canadese del gruppo etnico Anishinaabe, fu adottata quando aveva 5 settimane da una famiglia non indigena, nel 1976. A otto anni fu molestata da un amico di famiglia e a undici “riconsegnata” all’assistenza sociale. La misero in una casa-famiglia dove ragazze più grandi la iniziarono al commercio sessuale. Lo stesso anno, fu reclutata dalla tenutaria di un bordello. A 12 anni Bridget era una “sex worker”. A 14 fu punita per aver tentato di far soldi all’esterno del bordello: la tennero prigioniera per 43 ore, durante le quali fu stuprata e torturata. Fuggì, ricevette cure mediche (punti interni ai genitali) e l’uomo che aveva abusato di lei fu condannato a due anni, dicasi due, di galera. Bridget finì per “lavorare” agli ordini di un magnaccia che ovviamente otteneva la sua obbedienza a botte.

A 16 anni, mise al mondo il suo primo figlio, un bimbo che a nove mesi sviluppò una forma particolarmente maligna di leucemia e ne morì a cinque anni. La sua morte, dice Bridget, fu la prima terribile spinta a cercare di uscire da quella situazione. Nel 1999 mise al mondo la sua seconda figlia e quello fu il punto di svolta. Poiché era una senza tetto entrò nel programma di assegnazione temporanea di alloggi, sostenuta dai servizi di welfare si diplomò alle superiori e poi prese un diploma in assistenza sociale. Subito dopo fondò assieme ad altre donne “Sex Trade 101”, un’organizzazione che combatte il traffico di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale e dà sostegno alle sopravvissute come lei.

Oggi di anni Bridget Perrier ne ha 43 e dice: “La gente pensa di noi che siamo in frantumi, ma non è vero. Io ho una buona resilienza, ho solo subito moltissime fratture.”

Maria G. Di Rienzo

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hana lee

Questa è Hana Lee, ventenne, studente e atleta – golfista per la National Collegiate Athletic Association – ma soprattutto attivista per la giustizia sociale, in bicicletta e non. Hana è una dei “dream riders” (ciclisti sognatori, o ciclisti del sogno – godreamriders.org ) che periodicamente percorrono in lungo e in largo gli Stati Uniti in lunghissimi viaggi di protesta: l’ultimo si è dato nell’anno in corso e si chiamava “Cittadinanza per tutti: Viaggio verso la Giustizia”.

Il 24 agosto scorso la giovane è stata intervistata da Angry Asian Man – da cui viene il particolare della sua immagine in bicicletta – e di seguito potete leggere alcune delle cose che ha detto.

“Io sono Hana, “l’unica”, se traduci il mio nome dal coreano. Sono un’orgogliosa coreana-americana, la figlia di due genitori immigrati che lavorano duramente e che sono venuti negli Usa affinché le loro figlie potessero sognare più in grande e avere più opportunità. E sono una dei principali ciclisti sognatori che chiedono cittadinanza per tutti gli 11 milioni di migranti non documentati e per i 35.000 adottati da altri paesi e privi di cittadinanza. Non voglio più vivere nella paura e voglio fare tutto quel che posso per la mia comunità di migranti.

Nessun essere umano merita di essere inferiore agli altri e i miei genitori non meritano nulla di meno di me. Non ci sono “buoni” immigrati e “cattivi” immigrati, e io voglio impegnarmi con tutto quel che ho nella lotta contro le politiche anti-immigrazione e le leggi che hanno impatto sulla mia comunità. Sono così concentrata su questo perché credo che nessun essere umano sia illegale. Sono anche concentrata nel lavorare con gli adolescenti che fanno parte della gioventù a rischio, di modo che possano conoscere le loro potenzialità e vivere pienamente le loro vite.

Mi fa arrabbiare l’attuale clima politico sta dividendo la mia comunità e questo paese, le separazioni delle famiglie come risultato di politiche e leggi discriminatorie, i bambini che soffrono del trauma della separazione e i miei amici e i membri della mia comunità che vivono nel timore della deportazione. Molte persone stanno dimenticando che siamo tutti esseri umani e agiscono come fossero migliori o superiori agli altri.

Mi incazzo anche ogni volta in cui penso all’ipocrisia di gente che arriva a decidere chi merita di stare in questo paese che pensano appartenga a loro, mentre coloni e colonizzatori hanno rubato questa terra ai popoli indigeni, uccidendoli nel processo. E vedere adolescenti e studenti a cui non sono garantite nemmeno le necessità di base, come l’istruzione, la casa, le cure mediche, mi rende furiosa al massimo.

Mi fa male vedere gli Stati “Uniti” d’America andare lentamente verso la divisione e la separazione. Prego per il giorno in cui non avrò bisogno di vivere nella paura per me stessa, per la mia famiglia e la mia comunità. Ma sino a che quel giorno non arriva, continuerò a lottare e ad essere arrabbiata.”

Maria G. Di Rienzo

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juana

Il post originale sotto questo disegno, che raffigura una levatrice con una donna incinta, a firma della Rete delle Donne Ixil – Guatemala, comincia così:

“Noi socie della Rete delle Donne Ixil (OSOREMI di Nebaj) manifestiamo la nostra indignazione e il nostro rigetto per l’assassinio della nostra compañera Juana Ramírez Santiago, e allo stesso tempo esprimiamo tutta la nostra solidarietà alla sua famiglia e alla sua comunità. Ha dedicato la sua vita alle donne Ixil, essendo levatrice e difensora dei diritti umani.”

Juana era stata una delle fondatrici della Rete; aveva 56 anni e sette fra figli e figlie. Viveva a Q’ambalam, nel comune di Nebaj. Da tempo riceveva minacce di morte per il suo impegno sui diritti delle donne e aveva già presentato denuncia in tribunale.

Il suo omicidio segue alle calcagna quello di un’altra attivista Ixil, Juana Raymundo, infermiera venticinquenne e membro del Comitato per lo Sviluppo Contadino (Codeca), avvenuto il 28 luglio scorso sempre a Nebaj. D’altronde, solo dal 1° all’8 gennaio di quest’anno, l’Unità guatemalteca di protezione dei difensori dei diritti umani ha registrato 135 aggressioni, 13 omicidi e due tentati omicidi a danno di attiviste/i.

Il 21 settembre scorso, attorno alle 6 di sera, Juana Ramírez Santiago stava andando come di consueto a portare la cena al marito Pedro Chel Bernal sul posto di lavoro di costui, un magazzino di ferramenta. Lo chiamò lungo la via per avvisarlo – ma non è mai arrivata a destinazione.

Secondo le testimonianze, un gruppetto di persone le ha sbarrato la strada e l’ha circondata. Si sono sentiti quattro colpi di pistola, poi gli assassini si sono dileguati. Quando i soccorsi sono giunti sul luogo, Juana era già morta.

“Era una donna che si dedicava a portare vita nel mondo.”, ha detto alla stampa, fra le altre cose, la direttrice della Rete delle Donne Ixil, Juana Baca. E’ quel che le levatrici fanno, che le femministe fanno, che le difensore dei diritti umani fanno.

juana ramirez

Ecco, questo qui sopra è il volto di Juana Ramírez Santiago – this is what a feminist looks like. Maria G. Di Rienzo

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Luce di torcia

Selene

Waaswaaganing, di Selene G. Phillips – in immagine, particolare di una foto di Cultural Survival, settembre 2018 – trad. Maria G. Di Rienzo

un’

aquila si solleva in volo

grilli si accoppiano

cicale friniscono

rami di pino oscillano

del legname galleggia, qualche volta

i

gufi vanno in picchiata

libellule indugiano

ali di farfalle si chiudono

onde lambiscono la riva ancora, ancora

lucciole danzano su una nuvola di mezzanotte

qualche

orso vacilla

tartarughe traballano

linci rosse ringhiano

lupi vagano

un cervo balza e corre

tramonti e albe fanno un giro completo

procioni rubano con i loro occhi da bandito

mentre

ogni cosa scintilla

rospi e rane fanno cra cra

onde gentili levigano pietre di lago

la roccia medicina è giusto sopra il pelo dell’acqua

l’isola delle fragole e betulle si ergono e

spiagge di sabbia si spremono fra le mie dita dei piedi mentre io affondo

nel

brusio

di

casa

Nella traduzione “l’albero” creato dall’Autrice risulta meno perfetto, ma vi assicuro che nell’originale quel che si vede a colpo d’occhio è un pino. Selene Phillips fa parte del popolo nativo americano Ojibwe e vive a Waswaganing, una riserva indiana nel Wisconsin che ha lo stesso nome (inglesizzato) della sua poesia: “luce di torcia” o anche, per estensione, “il luogo in cui si pesca con la luce delle torce”. Lavora come assistente universitaria di Comunicazione e vanta svariati riconoscimenti nei campi del giornalismo, degli studi sui popoli nativi e del teatro. Perché scrive versi l’ha spiegato proprio in versi:

“La poesia è”

Del tutto semplicemente

la poesia è

un esercizio di ascolto

di ciò che non viene detto

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(“In rural Paraguay, women are on the frontlines of a ‘race against time’ to save native seeds”, di Maria Sanz Dominguez – che ha anche scattato la foto di Ceferina Guerrero riprodotta qui – per Awid e Open Democracy 50.50, 11.9.2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

ceferina guerrero - immagine di maria sanz dominguez

A Chacore, a circa 200 chilometri di distanza dalla capitale del Paraguay Asunción, la 68enne Ceferina Guerrero cammina accanto a scaffali pieni di bottiglie di plastica e lattine accuratamente etichettate. Ognuna di esse contiene una varietà nativa di semi essenziali per la dieta delle comunità rurali.

Le etichette riportano i nomi in guarani, lingua indigena e seconda lingua ufficiale del Paraguay, così come in spagnolo. Guerrero presenta i semi con calore, come farebbe una madre con i propri figli: questo è un fagiolo, questa è una nocciolina, questo è mais.

Conosciuta come Ña Cefe nella sua comunità, Guerrero dice che il suo cognome (“guerriero” in spagnolo) le calza come un guanto. E’ una delle fondatrici del Coordinamento delle donne rurali e indigene in Paraguay (Conamuri).

Conamuri ha avuto inizio negli anni ’90 come piccolo gruppo. Oggi i suoi membri includono donne da più di 200 comunità rurali in Paraguay e l’associazione è anche collegata ai propri alleati in tutto il mondo come parte del movimento internazionale contadino La Via Campesina.

Pure, dice Guerrero, “non dobbiamo dimenticare il nostro principale obiettivo”: raccogliere e preservare semi nativi nell’intero paese. Lei descrive ciò come una corsa contro il tempo – e contro l’espansione dell’agricoltura industriale su larga scala.

“Attualmente abbiamo perso almeno il 60% delle varietà native. – mi ha detto – Ci sono persino comunità che non ne hanno affatto.”

Secondo l’organizzazione per il cibo e l’agricoltura delle Nazioni Unite (FAO), a livello globale il 60-80% del cibo nella maggioranza dei paesi in via di sviluppo, e metà del rifornimento mondiale di cibo, è piantato dalle donne.

Nel frattempo, il mondo ha perso il 75% del suo differente campionario di semi durante il ventesimo secolo. Ora, nove sole colture comprendono il 66% della produzione agricola globale. Unicamente tre di queste – grano, riso e mais – rappresentano circa la metà delle calorie giornaliere della popolazione mondiale.

Queste tendenze hanno allarmato ong, organizzazioni rurali e istituzioni internazionali. Mantenere la biodiversità, insiste la FAO, è “fondamentale” per la sicurezza alimentare e la capacità di adattarsi alla crescita della popolazione e al cambiamento climatico.

La perdita di biodiversità ha anche un “impatto specifico” sulle donne che “sono state per tradizione le custodi di una profonda conoscenza su piante, animali e processi ecologici”, hanno aggiunto nel 2016 gli esperti del comitato internazionale dell’IPES sui sistemi alimentari sostenibili.

In Paraguay, il mero 5% della popolazione possiede il 90% della terra. La maggioranza di quest’ultima è usata da grossi agribusiness per coltivare solo una manciata di varietà (incluse la soia, il grano, il riso e il mais) su vaste piantagioni a scopo di esporto internazionale.

L’anno scorso, il paese ha importato almeno 24.000 tonnellate di semi. La maggior parte era diretta a queste coltivazioni da esporto. Meno dell’1% erano semi di frutta o vegetali, per lo più patate. Il resto includeva il frutto nazionale del Paraguay: mburucuya (maracuja o frutto della passione).

Intanto, 28 coltivazioni geneticamente modificate (in gran parte varietà di soia, mais e cotone) sono state approvate dal governo dal 2001 in poi, quando la Monsanto ha cominciato a produrre qui la sua sua soia resistente al pesticida Roundup. Nel mezzo della pressione esercitata dalle corporazioni sull’agricoltura e la produzione di cibo, le donne che preservano le varietà native, come Guerrero a Chacore, sono “rare, come aghi nel pagliaio” dice Inés Franceschelli, una ricercatrice per l’ong Heñoi (‘germinare’). “E se il Paraguay è cosi dipendente (dalle compagnie straniere) per una faccenda così di base come il cibo – ha aggiunto – significa che questo è un paese subordinato.”

A seguito di un’intensa campagna di mega-fusioni partita nel 2016, un piccolo gruppo composto di tre corporazioni giganti (Bayer-Monsanto, DowDuPont e Chemchina-Syngenta) ora controlla più della metà del mercato mondiale dei semi. Questi semi e i giganti dell’agrochimica sono attivi anche in Paraguay, dove è stato loro permesso di piantare mais, cotone e soia transgenici.

Guerrero mi ha detto che i semi nativi crescono senza insetticidi, mentre alcuni semi transgenici possono “produrre una bella pianta, con bei frutti, ma se tu raccogli i semi e li pianti di nuovo, non germineranno. Non puoi riusare i loro semi e sei costretta a comprarli ancora e ancora.” Ciò che lei descrive suona come l’effetto di una controversa modifica genetica che produce semi sterili una volta che la pianta abbia dato i suoi frutti.

Alcuni li chiamano i “semi terminator”, alcune ong e organizzazioni rurali mettono in guardia sul fatto che l’uso delle Genetic Use Restriction Technologies (GURT) può rimpiazzare le varietà native e minacciare la sicurezza alimentare locale. Il Paraguay è anche uno dei paesi firmatari della Convenzione sulla diversità biologica delle Nazioni Unite, che nel 2000 raccomandava una moratoria de facto dei test sui campi e della vendita dei semi “terminator”.

Si crede che le maggiori compagnie mondiali abbiano brevetti per tali tecnologie, sebbene esse neghino di usarli. La Monsanto, per esempio, ha detto di “non aver mai commercializzato una biotecnologia che risultasse in semi sterili – o terminator” per i raccolti di cibo e di “non avere piani o ricerche che violerebbero questo impegno.”

In questo momento si sta anche facendo pressione affinché il Paraguay adotti il controverso accordo sui semi “UPOV 91”, come parte del trattato sul libero commercio che viene negoziato fra l’Unione Europea e il blocco commerciale sudamericano Mercosur.

Le organizzazioni rurali temono che questo renderebbe possibili azioni legali contro i contadini per la condivisione e lo scambio di semi nativi, poiché essi non sarebbero in grado di soddisfare i requisiti richiesti per la registrazione all’interno dell’accordo.

Durante l’ultimo decennio, Conamuri ha sviluppato le sue proprie proposte di legge per proteggere i semi nativi e “creoli” (che non sono nativi, ma si sono adattati nei secoli alle condizioni locali). Queste proposte sono state respinte nel 2012, dopo l’impeachment del Presidente Fernando Lugo (visto come qualcuno disponibile ad accettarle). “Abbiamo capito allora che il potere politico era instabile e che perciò dare al governo il controllo sui nostri semi non era una garanzia per la sovranità e la sicurezza alimentare.” – mi ha detto Perla Álvarez di Conamuri – I semi devono stare nelle mani della gente di campagna.”

“La gente di campagna ha potere nel proprio stile di vita tradizionale.”, aggiunge Franceschelli dell’ong Heñoi, dal potere di un’alimentazione sana e di una gestione sostenibile della terra a quello di “vivere senza essere dipendenti dalla corporazioni. La resistenza è situata nelle comunità rurali e indigene in tutto il mondo. E questa resistenza è più forte nelle donne.” In Paraguay, nel mezzo del diffondersi dell’agricoltura industriale, delle coltivazioni transgeniche e dei brevetti sui semi, donne come Guerrero sono in prima linea nella battaglia per salvare le varietà native, prima che sia troppo tardi.

Queste donne stanno producendo “fertilizzanti verdi” che aiutano la terra coltivabile a rinvigorirsi per la prossima stagione e insegnano ad altre persone la coltivazione agro-ecologica che tiene conto degli ecosistemi naturali e incoraggia a piantare una varietà di semi. Stanno accuratamente etichettando recipienti in cui immagazzinano le stesse varietà di mais che le loro nonne usavano per cucinare, molto tempo fa. Stanno anche riscoprendo e preservando i semi nativi che non sono stati usati per molti anni.

A Chacore, la Semilla Róga (la casa dei semi) è un progetto di Conamuri che ospita ogni mese contadini provenienti da tutto il Paraguay per lo scambio dei semi e per l’apprendimento alla preservazione di varietà native e creole. Qui, Guerrero insegna come far crescere cibo senza pesticidi o insetticidi. Ha anche il suo magazzino di semi a casa, in cui preserva 60 varietà di semi e li condivide con i suoi vicini. “Sin dall’inizio dell’agricoltura – dice – i semi nativi sono stati collegati alle donne, che sono state le prime a raccogliere, conservare e piantare semi.”

Il progetto Semilla Róga mira pure a preservare la conoscenza e le tradizioni delle comunità che usano i semi nativi. “Ciascuna varietà di mais è adatta a diversi tipi di cibo e appartiene a differenti gruppi di persone. – ha spiegato Álvarez – Per esempio, le genti indigene come gli avá gli mbya guaraní usano il mais colorato per i rituali, perciò questa pianta ha anche valore culturale.”

Le medicine naturali derivate dai semi crudi sono pure popolari in Paraguay, dove sono spesso usate come alternative meno costose alle medicine convenzionali. Il seme di coriandolo, per esempio, è usato per aumentare le difese naturali dopo una malattia.

“Se perdiamo il kuratu (coriandolo), se perdiamo l’andai (varietà locale di zucca), noi stiamo perdendo la medicina e stiamo perdendo il nostro cibo, una parte delle nostre tradizioni come gente di campagna e una parte della nostra cultura e della nostra identità.”, mi ha detto Guerrero. Tenendo in mano una grande foglia di mais rosso nativo, Guerrero spiega che dovrebbe essere raccolto durante la luna piena, quando l’atmosfera è meno umida. Mi mostra come raccogliere i piccoli semi da ambo le estremità per il cibo: quelli nel mezzo saranno immagazzinati per la semina della prossima stagione.

“Alcuni mi chiedono quanti dollari spendo al giorno. Io non capisco la domanda, perché produco quel di cui ho bisogno e per settimane intere non spendo un dollaro. – dice – Quando hai semi in casa, non avrai mai fame.”

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impunity for violence

“Impunity for violence against women defenders of territory, common goods, and nature in Latin America” – “Impunità per la violenza contro le donne difensore del territorio, dei beni comuni e della natura in America Latina”, del Fondo Urgente per l’America Latina e i Caraibi (UAF – LAC).

Rapporto completo, pagg. 61:

http://docs.wixstatic.com/ugd/b81245_c0178ea8a0ea4db3b6de6629dea7c6db.pdf

Rapporto, sommario, infografica:

http://www.urgentactionfund-latinamerica.org/publicaciones

Introduzione (trad. Maria G. Di Rienzo)

Il Rapporto regionale sull’impunità per la violenza contro le donne difensore del territorio, dei beni comuni e della natura in America Latina riflette lo sforzo collettivo di UAF – LAC e di quattordici organizzazioni (1) impegnate nella promozione e nella difesa dei diritti umani e ambientali delle donne e nella protezione integrale delle attiviste e delle comunità che si confrontano con il modello economico estrattivo in America Latina.

Nel mentre affrontano non solo potenti interessi economici e politici, ma la sistematica e specifica violenza contro di esse, le attiviste ambientaliste corrono rischi particolari, minacce e aggressioni, come la violenza sessuale e altri crimini relativi al genere. Tuttavia, la documentazione su tale istanza è insufficiente e manca di approccio femminista e intersezionale.

Per questa ragione, abbiamo documentato la situazione di tredici attiviste (2) in nove diversi paesi, soggette a denunce, minacce, attacchi e altre forme di aggressione, sino all’estrema repressione / sterminio fisico in forma di femminicidio.

Questi casi mostrano l’allarmante situazione in cui si trovano le difensore, la loro lotta contro l’impunità per gli attacchi che ricevono e la mancanza, da parte degli operatori di giustizia, del riconoscimento degli standard da usare contro l’impunità.

L’impunità comporta molto di più dell’assenza di punizione per gli atti criminali. Implica che non c’è il dovuto processo legale, o che la legge non è stata applicata in modo consistente, che le vittime non sanno la verità sugli assalti che hanno subito e non hanno accesso a risarcimenti. Quindi, significa che lo Stato non adotta misura per prevenire il ripetersi di tali assalti. Ciò impianta terrore e disperazione nelle comunità e nelle organizzazioni e assicura la riproduzione di privilegio e ingiustizia in tutte le loro dimensioni, nonché la continuità dello status quo.

Da una prospettiva femminista, nella nostra regione il perpetuarsi di questo fenomeno è dovuto alle seguenti condizioni: a) la collusione fra lo Stato e le compagnie commerciali (3); b) il continuum e le spirali della violenza di genere; c) il razzismo strutturale, che implica doppia discriminazione contro le attiviste indigene e di origine africana; d) l’assenza di riconoscimento per il lavoro delle donne difensore, il che diminuisce l’importanza dell’identificazione del contesto in cui questi crimini occorrono e di chi li progetta; d) la mancanza di meccanismi di protezione efficaci per le difensore, meccanismi che tengano presenti le loro specifiche vulnerabilità, inclusa la violenza all’interno delle loro comunità e gruppi.

Basandoci sui casi, sottolineiamo alcuni fatti allarmanti. Per le attiviste ambientaliste la giustizia ha due lati: da una parte c’è l’assenza sistematica di indagini diligenti – di solito, le denunce presentate dalle donne difensore sono trascurate e non procedono; dall’altra parte, la giustizia opera con diligenza per criminalizzarle e neutralizzarle. Inoltre, c’è una preoccupante incompetenza da parte dei funzionari nel maneggiare le denunce di violenze sessuali delle donne attiviste, che stride contro la frequenza con cui questo tipo di violenza è esercitato da differenti agenti statali sulle difensore. Infine, diamo l’allarme sulla mancanza di indagini e sul fatto che, quando esse si danno, sono usualmente condotte sulla base di stereotipi misogini e razzisti.

Con questo lavoro congiunto vogliamo onorare e dare dignità all’eredità di resistenza di queste donne che si curano di territorio e natura e li proteggono in America Latina. Vogliamo amplificare le loro voci e le loro richieste e aumentare il sostegno e l’impegno di stati, regioni, corpi internazionali per la protezione dei diritti umani e società civili per la sicurezza delle vite delle difensore e l’integrità e la sostenibilità del loro attivismo.

(1) Questo rapporto è stato preparato tramite lo sforzo comune di: Fondo Urgente per l’America Latina e i Caraibi, Associazione per i diritti delle donne nello sviluppo (AWID), JASS – Just Associates, Iniziativa delle donne mesoamericane difensore dei diritti umani, Movimento delle persone investite dalle dighe in Brasile (MAB); Consiglio Civico delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras (COPINH); Commissione dei parenti delle vittime del Massacro di Curuguaty in Paraguay; Movimento delle Donne di Santo Tomás in Salvador; Movimento fiumi vivi Antioquia della Colombia; Commissione inter-ecclesiale per la giustizia e la pace in Colombia; Centro per la giustizia e i diritti umani della costa atlantica del Nicaragua; Fondo per le Donne del Sud; Comunità ancestrale Mapuche di Quillempám; Gruppo di lavoro lesbofemminista antirazzista Terra e Territorio, che hanno fornito suggerimenti e la documentazioni sui casi che mostrano schemi di impunità in differenti paesi.

(2) I casi documentati sono quelli di: Sonia Sánchez – Movimento delle Donne di Santo Tomás in Salvador; Isabel Cristina Zuleta – Movimento fiumi vivi Antioquia della Colombia; Lucia Aguero, María Fani Olmedo e Dolores López – Paraguay; Luisa Lozano e Karina Montero – Difesa dei diritti sulla terra e dei diritti collettivi dei popoli indigeni in Ecuador; Yolanda Oquelí – Resistenza alle miniere in Guatemala; Juana Bilbano e Lottie Cunningham – Centro per la giustizia e i diritti umani della costa atlantica del Nicaragua; Berta Cáceres, Consiglio Civico delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras; Nilce de Souza – Movimento delle persone investite dalle dighe in Brasile; “La Negra” Macarena Valdés – Comunità Newen-Tranguil del Cile.

(Ndt.: Berta Cáceres, Nilce de Souza e “La Negra” Macarena Valdés sono state assassinate.)

(3) La collusione si riflette sulle cornici legali e sulle politiche che incoraggiano gli investimenti stranieri a prescindere dal rispetto dei diritti umani, nonostante la violazione del diritto a un consenso libero, precedente e informato, la militarizzazione e le azioni di giudici e avvocati basate su pregiudizi.

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