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impunity for violence

“Impunity for violence against women defenders of territory, common goods, and nature in Latin America” – “Impunità per la violenza contro le donne difensore del territorio, dei beni comuni e della natura in America Latina”, del Fondo Urgente per l’America Latina e i Caraibi (UAF – LAC).

Rapporto completo, pagg. 61:

http://docs.wixstatic.com/ugd/b81245_c0178ea8a0ea4db3b6de6629dea7c6db.pdf

Rapporto, sommario, infografica:

http://www.urgentactionfund-latinamerica.org/publicaciones

Introduzione (trad. Maria G. Di Rienzo)

Il Rapporto regionale sull’impunità per la violenza contro le donne difensore del territorio, dei beni comuni e della natura in America Latina riflette lo sforzo collettivo di UAF – LAC e di quattordici organizzazioni (1) impegnate nella promozione e nella difesa dei diritti umani e ambientali delle donne e nella protezione integrale delle attiviste e delle comunità che si confrontano con il modello economico estrattivo in America Latina.

Nel mentre affrontano non solo potenti interessi economici e politici, ma la sistematica e specifica violenza contro di esse, le attiviste ambientaliste corrono rischi particolari, minacce e aggressioni, come la violenza sessuale e altri crimini relativi al genere. Tuttavia, la documentazione su tale istanza è insufficiente e manca di approccio femminista e intersezionale.

Per questa ragione, abbiamo documentato la situazione di tredici attiviste (2) in nove diversi paesi, soggette a denunce, minacce, attacchi e altre forme di aggressione, sino all’estrema repressione / sterminio fisico in forma di femminicidio.

Questi casi mostrano l’allarmante situazione in cui si trovano le difensore, la loro lotta contro l’impunità per gli attacchi che ricevono e la mancanza, da parte degli operatori di giustizia, del riconoscimento degli standard da usare contro l’impunità.

L’impunità comporta molto di più dell’assenza di punizione per gli atti criminali. Implica che non c’è il dovuto processo legale, o che la legge non è stata applicata in modo consistente, che le vittime non sanno la verità sugli assalti che hanno subito e non hanno accesso a risarcimenti. Quindi, significa che lo Stato non adotta misura per prevenire il ripetersi di tali assalti. Ciò impianta terrore e disperazione nelle comunità e nelle organizzazioni e assicura la riproduzione di privilegio e ingiustizia in tutte le loro dimensioni, nonché la continuità dello status quo.

Da una prospettiva femminista, nella nostra regione il perpetuarsi di questo fenomeno è dovuto alle seguenti condizioni: a) la collusione fra lo Stato e le compagnie commerciali (3); b) il continuum e le spirali della violenza di genere; c) il razzismo strutturale, che implica doppia discriminazione contro le attiviste indigene e di origine africana; d) l’assenza di riconoscimento per il lavoro delle donne difensore, il che diminuisce l’importanza dell’identificazione del contesto in cui questi crimini occorrono e di chi li progetta; d) la mancanza di meccanismi di protezione efficaci per le difensore, meccanismi che tengano presenti le loro specifiche vulnerabilità, inclusa la violenza all’interno delle loro comunità e gruppi.

Basandoci sui casi, sottolineiamo alcuni fatti allarmanti. Per le attiviste ambientaliste la giustizia ha due lati: da una parte c’è l’assenza sistematica di indagini diligenti – di solito, le denunce presentate dalle donne difensore sono trascurate e non procedono; dall’altra parte, la giustizia opera con diligenza per criminalizzarle e neutralizzarle. Inoltre, c’è una preoccupante incompetenza da parte dei funzionari nel maneggiare le denunce di violenze sessuali delle donne attiviste, che stride contro la frequenza con cui questo tipo di violenza è esercitato da differenti agenti statali sulle difensore. Infine, diamo l’allarme sulla mancanza di indagini e sul fatto che, quando esse si danno, sono usualmente condotte sulla base di stereotipi misogini e razzisti.

Con questo lavoro congiunto vogliamo onorare e dare dignità all’eredità di resistenza di queste donne che si curano di territorio e natura e li proteggono in America Latina. Vogliamo amplificare le loro voci e le loro richieste e aumentare il sostegno e l’impegno di stati, regioni, corpi internazionali per la protezione dei diritti umani e società civili per la sicurezza delle vite delle difensore e l’integrità e la sostenibilità del loro attivismo.

(1) Questo rapporto è stato preparato tramite lo sforzo comune di: Fondo Urgente per l’America Latina e i Caraibi, Associazione per i diritti delle donne nello sviluppo (AWID), JASS – Just Associates, Iniziativa delle donne mesoamericane difensore dei diritti umani, Movimento delle persone investite dalle dighe in Brasile (MAB); Consiglio Civico delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras (COPINH); Commissione dei parenti delle vittime del Massacro di Curuguaty in Paraguay; Movimento delle Donne di Santo Tomás in Salvador; Movimento fiumi vivi Antioquia della Colombia; Commissione inter-ecclesiale per la giustizia e la pace in Colombia; Centro per la giustizia e i diritti umani della costa atlantica del Nicaragua; Fondo per le Donne del Sud; Comunità ancestrale Mapuche di Quillempám; Gruppo di lavoro lesbofemminista antirazzista Terra e Territorio, che hanno fornito suggerimenti e la documentazioni sui casi che mostrano schemi di impunità in differenti paesi.

(2) I casi documentati sono quelli di: Sonia Sánchez – Movimento delle Donne di Santo Tomás in Salvador; Isabel Cristina Zuleta – Movimento fiumi vivi Antioquia della Colombia; Lucia Aguero, María Fani Olmedo e Dolores López – Paraguay; Luisa Lozano e Karina Montero – Difesa dei diritti sulla terra e dei diritti collettivi dei popoli indigeni in Ecuador; Yolanda Oquelí – Resistenza alle miniere in Guatemala; Juana Bilbano e Lottie Cunningham – Centro per la giustizia e i diritti umani della costa atlantica del Nicaragua; Berta Cáceres, Consiglio Civico delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras; Nilce de Souza – Movimento delle persone investite dalle dighe in Brasile; “La Negra” Macarena Valdés – Comunità Newen-Tranguil del Cile.

(Ndt.: Berta Cáceres, Nilce de Souza e “La Negra” Macarena Valdés sono state assassinate.)

(3) La collusione si riflette sulle cornici legali e sulle politiche che incoraggiano gli investimenti stranieri a prescindere dal rispetto dei diritti umani, nonostante la violazione del diritto a un consenso libero, precedente e informato, la militarizzazione e le azioni di giudici e avvocati basate su pregiudizi.

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“Sono cresciuta sotto la mia materna montagna ancestrale, Tararua, e ho passato gran parte dell’infanzia esplorando i nostri fiumi, le nostre spiagge e le nostre foreste. Mi è stato dato il nome Tui perché quando sono nata il “tui”, un uccello che pianta piccoli semi nella foresta, si stava estinguendo. Questo, io credo, non è stato solo un indicatore culturale rispetto al mio ambiente, ma mi ha messa sul sentiero del proteggere la Terra e del promuovere il vivere in armonia con essa.”

Tui Shortland

Tui Shortland (in immagine) vive a Aotearoa in Nuova Zelanda.

Fedele alla chiamata del suo nome, fa parte del Forum Indigeno sulla Biodiversità; è riconosciuta dalle Nazioni Unite come rappresentante regionale per il Pacifico su sviluppo eco-sostenibile e biodiversità, si concentra sull’uso tradizionale di quest’ultima come direttrice di varie associazioni indigene (fa ad esempio incontrare e lavorare insieme scienziati/e e popolazioni indigene usando la medicina tradizionale Maori e i valori culturali legati alla condivisione della conoscenza ambientale); è persino finita per un periodo in Thailandia, a sviluppare una mappa di lavoro per il popolo Karen, che ha descritto il loro territorio in base alle loro medicine e alle loro pratiche… dar conto di tutti i suoi impegni e successi diventerebbe probabilmente lungo come uno dei fiumi che Tui studia e ama, per cui riassumiamoli nelle sue stesse parole: “Organizzo comunità che comprendono portatori d’interesse primario e specialisti e che usano indicatori di politiche ambientali e conoscenza tradizionale per monitorare programmi.”

Come parte di questo sforzo, ha creato un database delle località sacre per la sua Tribù (Ngati Hine, Ngati Raukawa ki te tonga), assieme a protocolli comunitari bio-culturali che stabiliscono una cornice di autorità condivisa con i ricercatori che entrano nei territori della Tribù.

Tui ritiene il cambiamento climatico la questione maggiore che le comunità indigene si trovano a dover fronteggiare, assieme alle violazioni che l’industria estrattiva dei combustibili fossili ha inflitto alle terre e ai mezzi di sostentamento indigeni: “Una larga parte del lavoro si concentra sull’ampliare la visibilità delle istanze relative alle comunità indigene marginalizzate e nel promuovere i loro diritti e la loro sapienza tradizionale. – la quale, spiega l’attivista, non è assolutamente un blocco statico che si aspetta semplicemente di essere onorato – Le conoscenze tradizionali creano innovazioni, pratiche e soluzioni per la gestione del cambiamento climatico.”

Così, a somiglianza del volatile di cui porta il nome, Tui pianta i suoi semi e alza la sua voce: i tui sono uccelli canori dotati di due laringi e in grado di emettere suoni altamente diversificati e specifici (i Maori insegnavano loro a “parlare”, come noi facciamo con i pappagalli) – cantano anche di notte, specialmente se la Luna è piena.

Tui

Maria G. Di Rienzo

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libia grueso

Libia Grueso (in immagine) è un’assistente sociale, un’ambientalista e un’attivista per i diritti umani colombiana. Finora, difendendo le comunità rurali afro-colombiane dagli espropri e dagli sfratti ha messo al sicuro 14.912 miglia – circa 24.000 chilometri – di territorio sulle rive del fiume Yurumangui. Sta inoltre proteggendo la foresta pluviale del Pacifico, una delle aree del nostro pianeta maggiormente segnata dalla biodiversità. Ogni tanto le chiedono perché lo fa:

“E’ una storia lunga e personale, ma molte persone sono come me consapevoli che se non ci assumiamo in prima persona la difesa della nostra cultura, la difesa del nostro territorio, la difesa della natura e dell’ambiente, non solo la nostra cultura sparirà ma anche la natura ad essa associata. Ho avuto numerose esperienze che mi hanno resa conscia dell’importanza della nostra regione e di come quest’ultima sia minacciata dal cosiddetto sviluppo.”

Maria G. Di Rienzo

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Qualche mese fa, durante un’amichevole discussione sulla scelta dei candidati per le elezioni (le politiche sono andate, ma qui le comunali sono prossime) un giovane comunista ha informato i presenti – me compresa – che per fare politica, al giorno d’oggi, è necessaria l’immagine. “Senza immagine non vai da nessuna parte.”, ha detto convinto. Per le donne, ormai è un’ovvietà, ciò significa giovani / scopabili / preferibilmente poco vestite.

Questo è purtroppo uno dei motivi per cui la sinistra continua a perdere consensi, un motivo chiave: l’accettare supinamente il clima culturale creato da quelli che sono i suoi avversari, il che si traduce nel produrre poi politiche che della sinistra hanno solo il nome e ben poca sostanza.

So che il problema non riguarda solo l’Italia rintronata da trent’anni di tv del pataccaro miliardario, ma in giro per il mondo sembra che non sia così necessario sfilare in passerella per ottenere risultati, nell’attivismo politico o nella politica istituzionale.

La donna qui sotto è Rose Cunningham.

rose cunningham

Nel gennaio scorso ha fatto la Storia: è diventata la prima sindaca indigena del Nicaragua nella sua città natale, Waspam. A capo dell’organizzazione femminista Wangki Tangni (di cui ho già accennato in precedenti articoli) e in collaborazione con Madre (vedi link sotto “Donne, notizie e attivismo), ha dedicato la sua vita alla protezione e all’avanzamento dei diritti di donne e bambine, nel suo paese e altrove.

Ha fornito attrezzi e addestramento alle contadine, ha fatto scudo dall’abuso e dal traffico sessuale per innumerevoli vittime, ha portato le voci delle donne indigene in spazi politici e scenari internazionali… senza passare dal truccatore, dal parrucchiere o dallo stilista. E ha vinto.

Harriet Sherwood, corrispondente da Dublino per The Guardian, ha intervistato Ailbhe Smyth (‘We will not stop’: Irish abortion activist vows to step up fight, 5 marzo 2018), che potete vedere nell’immagine sottostante durante una manifestazione.

Ailbhe Smyth

Ailbhe Smyth ha 71 anni e la sua prima campagna per avere l’accesso all’interruzione di gravidanza in Irlanda risale al 1983. Andava porta a porta, allora, a prendersi sputi in faccia e insulti quali “assassina di bambini”. Smyth è la leader della “Coalizione per l’abrogazione dell’ottavo emendamento”, quello che iscrive il bando all’aborto nella Costituzione irlandese. Be’, senza passare da truccatore, parrucchiere e stilista, Ailbhe ha ottenuto che tale emendamento sia sottoposto a referendum popolare il 25 maggio prossimo.

Ogni anno, circa 3.500 donne irlandesi vanno ad abortire nel Regno Unito – con tutti i costi, le difficoltà logistiche e lo stress emotivo che ciò comporta, mentre altre 2.000 comprano prodotti abortivi su internet e li prendono senza assistenza medica.

“Sappiamo che la maggioranza delle persone vuole il cambiamento. – ha detto l’attivista a The Guardian – L’Irlanda è un paese diverso oggi, con una società più egualitaria. Questo (ndt.: il referendum) è il prossimo logico passo. Dobbiamo essere onesti con noi stessi. La realtà è che le interruzioni di gravidanza avvengono, ma che non possiamo continuare a esportarle.”

Il fatto che occorra andare a modificare la Costituzione è dovuto all’intervento precedente della chiesa cattolica: “Non c’era permesso di abortire in Irlanda. Avevamo già una legge assai restrittiva contro di esso, era un crimine punito con l’ergastolo. Ma le forze di destra, che hanno il loro radicamento nella chiesa cattolica si sono mosse affinché il bando fosse iscritto nella Costituzione, di modo da sigillarlo a doppia mandata. – ha proseguito Ailbhe – Ho combattuto su questa istanza per tutta la mia vita da adulta e continuerò a combattere sino a che avrò voce. Se non abbiamo la capacità e il diritto di prendere le decisioni sulle nostre vite di donne, non abbiamo eguaglianza. E se per un grosso colpo di sfortuna non dovessimo vincere questa battaglia, torneremo sulle strade. Forse non il giorno immediatamente successivo, ma quello dopo di sicuro. Non ci fermeremo ora.”

Rose Cunningham e Ailbhe Smyth dimostrano che non si va da nessuna parte quando non si hanno convinzione e determinazione, ne’ un orizzonte o un sogno o una visione alternativa della realtà. Per fortuna a loro non manca nulla di tutto questo.

Maria G. Di Rienzo

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(“For the mamas on the frontlines” – “Per le mamme in prima linea”, di Helen Knott, trad. Maria G. Di Rienzo. Helen – in immagine – è una poeta, scrittrice, guaritrice, ambientalista, organizzatrice e attivista indigena canadese. “Ho scritto questa poesia – ha detto l’anno scorso – mentre mi trovavo in un difficile spazio oscuro. E’ uno spazio in cui credo molte di noi si trovino quando sono impegnate nell’attivismo e perciò le mie parole sono venute da un luogo di necessità ma anche da un forte convincimento sul potere dell’azione intrapresa dagli individui.”)

Knott

Siamo state nelle prime linee

con i nostri pugni levati in alto

abbiamo inondato le strade cittadine

in un flusso collettivo

cuore a cuore e fianco a fianco

abbiamo fatto di noi stesse delle alleate

offrendo il nostro sacrificio personale

abbiamo riempito i moduli delle petizioni

continuamente… continuamente.

Abbiamo visto movimenti

sorgere, aumentare, declinare, ritirarsi e crescere.

Ci siamo trascinate dietro i bambini

o qualche volta li abbiamo lasciati a casa

spiegando, piegate sulle ginocchia,

il perché la mamma doveva andare:

perché se le mamme non lottano per i bambini, allora chi lo farà?

Ho detto, se le mamme non lottano per i bambini, allora chi lo farà?

Abbiamo imparato a navigare fra le correnti politiche

a far pressione su pubblici ministeri, deputati e senatori

ministri di gabinetto, e delegati di qualsiasi dipartimento continui a sbagliare.

Alcune di noi hanno infranto le leggi fatte dagli uomini e si sono fatte arrestare.

Siamo rimaste sedute tenendo le nostre veglie:

a volte le candele tremolanti che reggiamo… sono l’unica luce che vediamo.

Pure, manteniamo la convinzione che un giorno l’oscurità non avrà altra scelta che recedere.

Ci siamo sollevate in difesa di terre, di acque,

per i nostri figli,

per le nostre figlie,

per qualcosa di più grande di noi.

Non importa da quale lotta storica veniamo

molte di noi hanno capito

che ci siamo dentro insieme, e che quando collettivamente sfidiamo

noi attivamente ridefiniamo… l’amore.

A volte quell’amore ci dà la capacità di muovere montagne

e altre volte ci dà abbastanza vigore da farci persistere per un giorno di più.

Di fronte a ogni rivoluzione

ci sono molte pause, blocchi e inizi,

ci sono molte lacrime, paure non dette e spezzarsi di cuori.

Se ascolti con sufficiente attenzione potrai in effetti sentire tutto…

Perché siamo onesti, tesoro,

a volte lottare per il cambiamento equivale a sottoporsi a un inferno.

Quindi, cos’è che ci fa insistere,

quand’è chiaro che l’ignoranza cammina mano nella mano con la beatitudine?

E’ perché

è perché

qualche volta non far nulla non si accorda all’anima?

O il fatto che crediamo il potere non sia assoluto

e non c’è sottomissione possibile nei confronti di coloro che sembrano avere il controllo?

Difendiamo trattati e promesse fatte e spezzate molto tempo fa?

E’ per chi non ha voce? Per chi non ha scelta?

O perché siamo radicate in scienza e dati di fatto?

Forse la nostra fede ci chiede di muoverci e reagire?

Comunque sia, c’è forza nella nostra scelta di stare insieme

Una cosa che so per certo essere vera

è che io non mi ergerei ne’ parlerai liberamente come faccio

se non fosse per quelle che sono venute prima di me.

Perché non hanno accettato sconfitte.

Hanno continuato a basarsi su ciò in cui credevano.

Hanno lottato, hanno sanguinato, hanno compiuto sacrifici

ed è per questo che io posso dormire la notte

sapendo che tutte queste azioni non sono state compiute invano,

perché sto sulle spalle di queste giganti

e la prossima generazione un giorno dirà la stessa cosa

e le giganti di cui parleranno, be’ mia cara, saremo noi.

Perciò non sottovalutare mai

il potere della tua voce

o della forza in una collettiva e trascinante forma d’amore.

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(“Becoming a Youth Radio Producer in Sumpango, Sacatepequez”, 19 gennaio 2018, Cultural Survival, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Ingrid

Ingrid Aguilar Solloy – in immagine – è una ragazza quattordicenne Maya Kaqchikel che aiuta la mamma nelle faccende giornaliere e si prende cura dei fratelli più piccoli mentre sua madre lavora alla creazione di indumenti Maya tramite la tessitura tradizionale a Sumpango, in Guatemala. Ora è anche una giornalista e annunciatrice radiofonica.

Ingrid spiega che il prossimo anno tornerà a scuola, perché quel che ha imparato sino ad ora durante la serie di seminari tenuti dalla radio locale, “Rinforzare la partecipazione dei bambini alla radio comunitaria”, l’ha resa consapevole dei suoi diritti. Ingrid, assieme a 19 altri/e bambini/e dai cinque ai quattordici anni d’età, ha partecipato ai seminari organizzati da Radio Ixchel (1) a Sumpango, Sacatepequez, su argomenti quali i diritti dei minori, la visione cosmologica Maya, le tradizioni orali, la lingua Kaqchikel, la pittura e l’arte. I laboratori miravano a rendere i bambini consci e orgogliosi della loro identità come persone Kaqchikel e anche a ispirarli a lavorare in radio, essendo centrati sulla creazioni di testi radiofonici, interviste, reportage, registrazione e correzione dei file audio.

“Di solito avevo paura di parlare in pubblico. Ora, sto imparando a trasmettere via radio non sono più così spaventata, sento di aver più fiducia in quello dico e nello stare di fronte a un pubblico. Ho ricevuto molto aiuto.” dice Ingrid, entusiasta del parlare della sua esperienza nell’ottenere il diploma al temine dell’addestramento.

Durante i cinque mesi di seminari, i 19 bambini hanno migliorato le loro capacità di socializzazione così come hanno sviluppato abilità tecniche nella produzione radiofonica. Jorge Ramiro Yol è un genitore che ha motivato la figlia di sette anni, Kimberly, a partecipare. Dice: “Quel che la mia bambina mi racconta è che durante questi mesi di seminari ha appreso che i bambini hanno diritti e responsabilità. L’ho incoraggiata a continuare perché non c’è altro luogo in cui avrebbe potuto imparare quel che sta imparando qui. Durante gli ultimi due mesi è stata in grado di creare annunci, interviste e resoconti su argomenti diversi. Ha fatto pratica su come creare un testo radiofonico, sull’interpretazione di personaggi, sulla registrazione e la messa a punto dei programmi. I programmi sono stati mandati in onda da Radio Ixchel e condivisi con la rete nazionale delle stazioni radio comunitarie.”

Dopo aver completato i laboratori, i partecipanti hanno ricevuto i diplomi di fronte ai loro genitori. Il lavoro è stato reso possibile dal sostegno finanziario (Community Media Grants Program) di Cultural Survival e WACC. (2)

Il “Community Media Grants Project” fornisce opportunità alle stazioni radio di migliorare le loro infrastrutture e sistemi e offre opportunità ai giornalisti/alle giornaliste delle radio delle comunità indigene in tutto il mondo di affinare le loro abilità.

I diplomati fanno ora parte dello staff di Radio Ixchel e creano i programmi del sabato durante “L’ora del paradiso dei bambini”. E’ in questo spazio che Ingrid concretizza il suo sogno di essere una giornalista radiofonica. Questo è solo l’inizio dell’accesso agli spazi radiofonici delle ragazze Kaqchikel a Sumpango: “Io ho saputo dei seminari ascoltando la radio. – dice Ingrid – Apprendere tramite la radio e comunicare è ciò che mi motiva.”

(1) https://lunanuvola.wordpress.com/2012/09/21/la-signora-che-sconfisse-il-diluvio/

(2) Ong che ha come missione la costruzione di comunicazione per promuovere giustizia sociale.

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(“Communiqué of the Indigenous Revolutionary Clandestine Committee, General Command of the Zapatista National Liberation Army”, 29 dicembre 2017, trad. Maria G. Di Rienzo.)

ezln

Alle donne del Messico e del Mondo:

Alle donne originarie del Messico e del Mondo:

Alle donne dei Consigli di governo indigeni:

Alle donne del Congresso nazionale indigeno:

Alle donne nazionali e internazionali dei Sei continenti:

Compañeras, sorelle:

Vi salutiamo con rispetto e affetto da quelle donne che siamo – donne che lottano, che resistono e si ribellano contro lo stato sciovinista e patriarcale.

Sappiamo bene che un brutto sistema non solo ci sfrutta, ci reprime, ci deruba e non ci rispetta come esseri umani, ma ci sfrutta, ci reprime, ci deruba e non ci rispetta di nuovo come donne.

E sappiamo che le cose ora vanno peggio, perché siamo assassinate in tutto il mondo. E gli assassini non pagano alcun prezzo – il vero omicida è sempre il sistema che sta dietro la faccia di un uomo – perché le loro azioni sono occultate, loro sono protetti e persino ricompensati dalla polizia, dai tribunali, dai media, dai cattivi governi e da tutti quelli che vogliono mantenere le loro posizioni stando sulle schiene della nostra sofferenza.

Tuttavia non siamo terrorizzate, o se lo siamo controlliamo la nostra paura e non ci arrendiamo, non ci fermiamo e non ci vendiamo.

Perciò, se sei una donna in lotta che è contro quel che ci fanno perché donne; se non sei spaventata (o se lo sei, ma controlli la tua paura), allora ti invitiamo a un incontro con noi, per parlarci e ascoltarci come le donne che siamo.

Pertanto invitiamo tutte le donne ribelli del mondo al:

Primo incontro internazionale di politica, arte, sport e culture per le donne in lotta, che sarà tenuto a Caracol di Morelia, zona Tzotz Choj del Chiapas, Messico, l’8 – 9 – 10 marzo 2018.

Gli arrivi sono previsti per il 7 marzo e la partenza per l’11 marzo.

Se sei un uomo, stai ascoltando o leggendo questo invano, perché non sei invitato.

Per quel che riguarda gli uomini zapatisti, li metteremo al lavoro in tutte le faccende necessarie, di modo che noi si possa suonare, parlare, cantare, danzare, recitare poesie e impegnarci in ogni altra forma di arte e cultura che desideriamo condividere senza imbarazzo. Gli uomini si occuperanno di tutte le mansioni necessarie in cucina e alle pulizie.

Si può partecipare come singole o come collettivi. Potete registrarvi a questa e-mail:

encuentromujeresqueluchan@ezln.org.mx

Includete il vostro nome, da dove venite, se partecipate da sole o in collettivo, e come volete partecipare o se volete semplicemente festeggiare con noi.

La tua età, il tuo colore, la tua taglia, la tua fede religiosa, la tua razza e il tuo modo di essere non importano; quel che solo importa è che tu sia una donna e che tu stia lottando contro il sistema capitalista, sciovinista e patriarcale.

Se vuoi venire con i tuoi figli maschi ancora piccolini, va bene, puoi portarli. L’esperienza servirà a iniziare a mettere nelle loro teste che le donne non accetteranno più violenza, umiliazione, scorno o o altre stronzate dagli uomini o dal sistema.

E se un maschio dall’età superiore ai 16 anni vuol venire con te, è una scelta tua, ma qui non andrà oltre la cucina. Potrebbe a ogni modo essere in grado di ascoltare alcune delle attività e di imparare qualcosa.

Riassumendo, gli uomini non possono venire a meno che una donna li accompagni.

Per il momento è tutto, vi aspettiamo qui, compañeras e sorelle.

Dalle montagne del sudest messicano, per il Comitato clandestino indigeno rivoluzionario – Comando generale dell’esercito zapatista di liberazione nazionale, e in nome di tutte le ragazze, le giovani donne, le donne adulte e le donne anziane, vive e morte, le consigliere, le rappresentanti donne del Consiglio del buon governo, le donne promotrici, le miliziane, le insorgenti, e la base di sostegno zapatista,

le Comandanti Jessica, Esmeralda, Lucía, Zenaida e la bambina Defensa Zapatista

Messico, 29 dicembre 2017

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