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Posts Tagged ‘religioni’

La prossima volta in cui Bergoglio, i suoi vescovi, i parroci che organizzano riunioni per allertare i fedeli e i gruppi di minus habentes prodighi di proclami si sentono spaventati dal concetto di genere potrebbero farsi una chiacchierata con la francescana Suor Catharina.

sister catharina

In Indonesia – in particolare nella provincia in cui vive, Lampung – è famosa come “Sorella Genere” o “Sorella dell’Eguaglianza di Genere”. E’ un’attivista per i diritti delle donne dal 1997 e lavora in particolare per sostenere le sopravvissute alla violenza sessuale, alle molestie sessuali e alla violenza domestica.

Quel che segue è la mia traduzione del video di Suor Catharina per l’8 marzo 2018, realizzato dalla sezione indonesiana dell’ Organizzazione Internazionale per le Migrazioni.

“Sono stata coinvolta nella lotta per l’eguaglianza di genere sin da quando sono diventata consapevole del genere. Ho visto che ci sono così tante donne vittimizzate. Ogni giorno, i nostri giornali riportano storie di vittime di stupro, violenza domestica e molto altro…

Mi sono unita a un’organizzazione per fermare la violenza contro le donne.

La nostra casa, il nostro convento, è diventata un rifugio per le vittime che ha cura di loro e le sostiene, e io voglio diffondere lo spirito del fermare la violenza contro le donne, specialmente a Lampung.

Il mio messaggio, a tutte le donne là fuori, e anche a tutti gli uomini: è ora di raggiungere l’eguaglianza nelle nostre vite. Donne forti devono aiutare altre donne. Creiamo un modo migliore di vivere e lasciamoci alle spalle quello che fa danni. Dobbiamo essere abbastanza coraggiose da sfidare il pregiudizio di genere e la diseguaglianza di genere, da combattere la violenza, da promuovere l’istruzione per le donne, da celebrare le conquiste delle donne, e insieme sostenere il movimento delle donne.”

Maria G. Di Rienzo

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tweet

Una donna musulmana mi ha scritto un’e-mail dopo aver letto il mio forum online sull’essere assalite durante il pellegrinaggio alla Mecca per condividere l’esperienza di sua madre che è stata assalita durante il pellegrinaggio. Mi ha inviato una poesia che ha frantumato tutti i pezzi che credevo di aver cucito insieme. Ho pianto mentre le rispondevo. – Mona Eltahawy

La giornalista, scrittrice e femminista egiziana autrice del tweet di cui sopra è stata spesso ospite di queste pagine:

https://lunanuvola.wordpress.com/2015/05/21/non-sono-una-fetta-di-torta/

https://lunanuvola.wordpress.com/2012/10/14/imene-e-fazzoletto/

https://lunanuvola.wordpress.com/2012/04/25/una-combinazione-tossica/

https://lunanuvola.wordpress.com/2011/11/30/la-nostra-rivoluzione-continua/

E’ una giovane donna coraggiosa e intelligente e sono sempre felice di convogliare il suo lavoro. Il 5 febbraio scorso ha iniziato una discussione su internet con l’hashtag #MosqueMeToo per fornire alle donne musulmane l’opportunità di parlare della violenza sessualizzata che subiscono durante i pellegrinaggi, nelle moschee e in altri aspetti delle loro vite religiose.

“E’ diventato subito ovvio che tutte provavamo troppa vergogna per parlarne – sebbene noi non si abbia ovviamente fatto nulla di vergognoso – per via della santità della Mecca e del pellegrinaggio.”, ha detto Mona di recente alla stampa, “Ma si tratta di una santità di cui i predatori abusano. Sanno che le donne si sentiranno troppo spaventate e umiliate per parlare.” Il suo hashtag, tuttavia, ha funzionato: al 19 febbraio, già centinaia e centinaia di donne avevano colto l’occasione per testimoniare ciò che accade loro. E, naturalmente, molti uomini hanno subito detto a Mona Eltahawy che sta fomentando l’islamofobia ecc.

“Quando si tratta dell’endemica misoginia del Medioriente, Eltahawy ha ragione da vendere.”, ha risposto la scrittrice iraniana-americana Sohrab Ahmari. E un’altra risposta, direi definitiva, è venuta dalla giornalista Aymann Ismail: “Quando gli anti-musulmani colgono al volo l’opportunità di riformulare l’abuso sessuale come problema esclusivamente esistente nella comunità musulmana, forniscono agli uomini musulmani che non vogliono riconoscerlo la scusa perfetta per ignorarlo: come se riconoscere il problema equivalesse ad ammettere che la xenophobia è valida. L’incudine e il martello si nutrono l’una dell’altro, soffocando le vittime mentre usano le loro vere storie come palloni da calcio politici.”

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molto cristiano

Immagino conosciate questo concentrato di sessismo, razzismo, biasimo della vittima, pregiudizi e stereotipi. Riguarda una ragazza bolognese di 17 anni che ha subito violenza sessuale.

Poi l’autore del post, don Lorenzo Guidotti si è “scusato” per la “frase infelice” (una sola, il “Ma dovrei provare pietà?”. Il resto andava bene, quindi.), poi il suo profilo è sparito da Facebook dove aveva pubblicato la tiritera, poi politici di destra lo hanno spalleggiato, poi la Curia ha preso le distanze dicendo che si tratta di “opinioni personali” del parroco, eccetera eccetera. Tutto già visto. Lo schema si ripete in modo automatico e nauseabondo all’interno della socializzazione patriarcale di genere e della cultura dello stupro che essa genera: dov’eri, con chi, com’eri vestita, cosa facevi… lo vedi, è colpa tua. Gli uomini stuprano naturalmente – in special modo se sono stranieri nel tuo paese e se non sono professionisti – insegnanti – gente di cultura, secondo mister Guidotti – e l’onere del non farlo accadere sta tutto sulle tue spalle di preda predestinata.

Evidentemente della cronaca il don legge solo quello che sembra confermargli la sua visione distorta dei rapporti umani: perché professionisti, insegnanti, “gente di cultura” molestano, assaltano e stuprano donne / ragazze / bambine con la stessa indifferenza e lo stesso disprezzo di un analfabeta e finiscono sui media per tali prodezze con la stessa frequenza.

Si sentono legittimati a farlo. Le femmine sono là per fornire piacere ai maschi. Le femmine sono inferiori ai maschi. Le femmine servono solo a quello. Un intero sistema, il patriarcato, forma socialmente la loro identità di genere in tal modo, inzuppandola di sessismo e misogina. Come detto, abbiamo già visto tutto (e analizzato, e ricercato, e spiegato, e suggerito soluzioni) migliaia e migliaia di volte.

“Se decidiamo di non parlare del patriarcato perché è troppo difficile, allora smettiamo di fingere che metteremo fine alla violenza sessuale e alle molestie, e riconosciamo che – al meglio – tutto quel che possiamo fare è gestire il problema. Se non possiamo parlare del patriarcato, se non riusciamo a fronteggiare la miriade di modi in cui noi uomini siamo socializzati a cercare il dominio nella sessualità e nella vita quotidiana, allora ammettiamo di aver abbandonato lo scopo di creare un mondo senza stupro e molestia.” Robert Jensen, docente universitario e autore di “The End of Patriarchy: Radical Feminism for Men”, 6 novembre 2017.

Ma c’è un’ultima cosa da specificare al signor Guidotti e riguarda le sue (inutili) scuse per aver attestato che “non prova pietà” per la ragazza violentata. Oso dirglielo a nome mio, a nome di tutte le donne vittime di violenza con cui ho avuto e ho relazioni e persino a nome di tutte le donne vittime di violenza che non conosco: non abbiamo mai chiesto, cercato o desiderato ne’ la sua pietà ne’ la pietà di altri. Le cose che continuiamo a pretendere, e che nessuno vuol darci, sono ascolto, giustizia e rispetto. Si ficchi in testa bene almeno quest’ultima: RISPETTO. RISPETTO. RISPETTO.

Maria G. Di Rienzo

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dovere nazionale

L’uomo in immagine è Nabih al-Wahsh, un famoso avvocato egiziano politicamente “conservatore”, ripreso durante un recente dibattito televisivo sul canale Al-Assema. La questione in discussione era una nuova bozza di legge sulla prostituzione.

Alle donne sedute al suo stesso tavolo ha detto questo: “Siete contente quando vedete una ragazza camminare per la strada mostrando metà del suo didietro? Io dico che quando una ragazza se ne va in giro in quel modo è un dovere patriottico molestarla sessualmente e un dovere nazionale stuprarla.”

Nell’ottobre del 2016, in un’occasione simile, si era preso “a scarpate” con il religioso Sheikh Rashad, sfasciando un pannello di vetro durante la zuffa e costringendo lo staff dello studio televisivo a intervenire per separare i due uomini. La “colpa” di Rashad era l’aver detto che non riteneva un dovere religioso per le donne il coprirsi la testa con un fazzoletto. L’avvocato gli urlò “Tu sei un apostata! Tu sei un infedele!”, al che il suo interlocutore rispose (credo azzeccando almeno in parte la diagnosi) “Tu sei mentalmente malato. Dovresti stare in un ospedale psichiatrico.”

Sugli stupratori patriottici, com’è ovvio, l’avvocato al-Wahsh si è guadagnato reazioni epocali di disgusto e prese di distanza, ma il suo exploit è avvenuto subito dopo che la capitale egiziana è risultata la “grande città più pericolosa per le donne” al termine di una ricerca internazionale su come vivono le donne nelle metropoli da oltre dieci milioni di persone. Significa, come notano le attiviste femministe, che non è isolato nella sua criminale idiozia: le tradizioni discriminatorie verso le donne, in Egitto, hanno secoli di abusi alle spalle e li ripetono nel presente non solo in termini di violenza, ma anche in termini di scarso accesso ai servizi sanitari, all’istruzione e ai mezzi finanziari.

L’addestramento sociale al considerare inferiore metà dell’umanità, diffuso in ogni parte del globo, non genera unicamente legioni di molestatori e stupratori: crea anche gli occhiali deformanti attraverso cui sono viste e giudicate le loro azioni. Il che ci porta direttamente a una seconda notizia.

Avrete di certo sentito o letto qualcosa sulle accuse di abusi sessuali dirette al preclaro docente di Oxford Tariq Ramadan. In questi giorni il sig. Bernard Godard, l’esperto di Islam per il Ministro degli Interni francese dal 1997 al 2014, che conosce Ramadan molto bene, ha dichiarato alla stampa di essere “scioccato” dalla vicenda. E queste sono le precise parole con cui lo spiega alla rivista francese Obs: “Sì, sapevo che aveva parecchie amanti, che consultava siti, che delle ragazze erano portate in albergo alla fine delle sue conferenze, che le invitata a spogliarsi, che alcune resistevano e che lui poteva diventare violento e aggressivo, ma non ho mai sentito parlare di stupri, sono sbalordito.”

Qualcuno spieghi a questo signore che ha appena descritto uno scenario di violenze sessuali, per favore. Se poi resta sbalordito, trovategli un posto all’ospedale psichiatrico nella stessa stanza di Nabih al-Wahsh, almeno si faranno compagnia. Maria G. Di Rienzo

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Nel 2015, in Portogallo, due uomini aggredirono una donna che era stata l’ex moglie del primo e aveva in passato avuto una relazione con il secondo. Mentre uno la teneva ferma, l’altro la picchiava con una mazza chiodata. La donna finì in ospedale, per fortuna non in pericolo di vita.

In questi giorni i compari hanno ricevuto la sentenza finale per il loro reato: un anno sospeso di galera – ciò significa che sono a piede libero – e una multa. I giudici del tribunale di Porto hanno rigettato le richieste del pubblico ministero di una pena più severa perché i due uomini “sono depressi” (quanto depressa sia una presa a botte con una mazza chiodata non è rilevante) e inoltre: “Si legge nella Bibbia che l’adultera dovrebbe essere punita con la morte.” Ricordando le “sentenze simboliche” per gli uomini che assassinavano le loro mogli nel 19° secolo, hanno aggiunto: “Questi riferimenti sono meramente intesi a sottolineare che la società ha sempre condannato con forza l’adulterio da parte di una donna e perciò vede la violenza di un uomo tradito e umiliato come qualcosa di comprensibile.”

Le organizzazioni femministe portoghesi, in particolare “União de Mulheres Alternativa e Resposta” (Umar – Unione delle donne per l’Alternativa e la Reazione) e “Por Todas Nos” (Per Tutte Noi) stanno preparando manifestazioni di protesta in tutta la nazione. A Lisbona la dimostrazione avrà luogo venerdì prossimo, a Porto avverrà sotto lo slogan “Lo sciovinismo maschile non è giustizia, ma crimine”. Nella propria dichiarazione pubblica Umar definisce la sentenza “rivoltante” e atta a perpetuare “l’ideologia che biasima la vittima”, inoltre attesta: “Citare la Bibbia non si accorda allo stato di diritto nel nostro paese”.

umar

Io credo che i due giudici (un uomo e una donna), pulendosi il didietro con le leggi nazionali e con tutte le convenzioni internazionali contro la violenza di genere che il Portogallo ha firmato – Istanbul per dirne una – e vittimizzando ulteriormente la donna assalita abbiano fatto delle cose importanti:

1) hanno dimostrato senz’ombra di dubbio che a regolare la bilancia delle relazioni fra i sessi sono “due pesi e due misure”;

2) hanno riconosciuto che la violenza contro le donne ha le sue radici in una dimensione sociale e hanno spensieratamente avallato entrambe;

3) hanno mostrato al mondo che si può essere “talebani” usando qualsiasi religione a disposizione.

Ora, per tanta maestria, dovrebbero essere rimossi dal loro incarico e andare a predicare per le strade o in qualsiasi sacro ostello sia disposto a ospitarli. Non abbiamo bisogno di profeti nei tribunali. Maria G. Di Rienzo

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Diva Guimarães

Diva Guimarães (in immagine con il microfono di fronte) è diventata famosa il 28 luglio scorso, prendendo parola durante il Festival Letterario di Paratry, in Brasile. Il tema era il razzismo e la 77enne Diva, insegnante in pensione, ne ha fatto esperienza per l’intera vita. Nipote di schiavi, ha raccontato come sua madre sopportò ogni tipo di umiliazione per assicurarsi che i suoi figli ricevessero un’istruzione. Ma anche nella scuola religiosa che accolse lei a cinque anni, e in cui doveva lavorare oltre che studiare, le cose andavano così: “Voglio raccontarvi una storia che ha segnato la mia esistenza. – ha detto al pubblico del Festival – Sono dovuta diventare adulta all’età di sei anni. Le suore raccontavano questa storia: Gesù creò un fiume e disse a tutti di lavarsi, di bagnarsi nelle acque benedette di quel fiume incantato. Le persone bianche sono tali perché lavorano sodo e sono intelligenti, vennero al fiume, si bagnarono, diventarono bianche. Noi, come neri, siamo pigri – il che non è vero, perché questo paese sopravvive oggi grazie ai miei antenati che hanno provveduto a tutti – e quando alla fine arrivammo ognuno s’era già bagnato nel fiume e di esso restava solo fango. Perciò, noi abbiamo di pelle più chiara solo i palmi delle mani e le piante dei piedi, perché siamo riusciti a malapena toccare l’acqua in questo modo.

Sembrava che nessuno fosse riuscito a non commuoversi e a non riflettere, dopo aver ascoltato Diva. Ma mentre camminava fra gli stand della Fiera è stata assalita da un venditore arrabbiato, che le ha ingiunto di pulire una cacca di cane. La donna non è la proprietaria della bestiola e c’erano molte altre persone a cui il venditore avrebbe potuto rivolgersi, però ha scelto lei. “Io so perché.”, ha commentato Diva.

Il video del suo intervento è diventato assai popolare in Brasile. Sono seguite interviste, articoli su giornali ecc. Tra l’altro, le hanno chiesto: “Che messaggio vorrebbe dare alle giovani donne nere di oggi?” La sua risposta è stata: “Di non misurarsi sui loro corpi, ma sulle loro culture. Vorrei dire loro che non sono mercanzia sessuale. So che hanno discernimento sufficiente a riconoscere questo tipo di abuso. Si fa passare l’idea per cui le persone nere diventano note fuori dal Brasile come oggetti sessuali, dicendo che lei ha il diritto di usare il suo corpo come vuole.” Diva ha ben chiaro che l’oggettivazione sessuale non è una libera e liberatoria scelta.

Maria G. Di Rienzo

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Quando ricevo richieste di incontri pubblici, il 99% delle volte il tema che mi si chiede di trattare è (ovviamente) la violenza contro le donne: il restante 1% riguarda il concetto di violenza in sé, o storia e pratica della nonviolenza. Dopotutto, sono una trainer alla nonviolenza e anche questo è logico. Ogni volta, che io acconsenta o meno per le più svariate ragioni, mi salta in mente la stessa identica battuta: “Mai nessuno che mi chieda di parlare di Shakespeare!”

will

Sarei in grado di farlo, vi state chiedendo? Direi di sì. Al Bardo io riconosco di dovere molto: la lettura delle sue opere mi ha accompagnata sin da quando ero poco più che decenne – e oggi la mia biblioteca le contiene al completo (molti libri sono di terza mano a dir poco e sono stati acquistati su bancarelle, ma chi se ne frega, le parole ci sono tutte). Lavorando in passato per un paio di riviste sono riuscita a scrivere qualche articolo sul prediletto autore, e in questo blog l’ho nominato/citato abbastanza spesso, ma oggi è una nuova serie tv di produzione statunitense che mi fornisce l’opportunità di farlo: “Will”, la cui prima puntata è stata trasmessa dalla rete TNT il 10 luglio scorso.

A livello di immagine televisiva, William Shakespeare è da quasi quarant’anni – per me – l’attore Tim Curry, ovvero colui che lo impersonò splendidamente nello sceneggiato storico “Vita di Shakespeare” (1978 – l’anno successivo fu trasmesso dalla tv italiana). Perciò, mi sono avvicinata a “Will” in maniera curiosa ma segnata da un certo grado di scetticismo: probabilmente, pensavo, lo avrei giudicato inferiore all’ideale già presente nella mia testa. Sia detto per inciso che le recensioni di matrice britannica da me lette sino a questo momento lo stroncano (c’è un po’ di “veleno” nazionalista che trapela da ciascuna, avviluppato in frasi cesellate tutte traducibili con: Come osano questi americani del menga fare un simile scempio del NOSTRO Shakespeare?), quelle made in Usa sono ambivalenti e caute, “attendiste” nel migliore dei casi.

tim curry as shakespeare

Parte dell’imbarazzo è dovuto al fatto che lo sceneggiato non è una ricostruzione storica e non si preoccupa di essere strettamente fedele ai pochi dati noti sulla vita del drammaturgo, sebbene li usi, è vera e propria “fiction” o meglio: è Shakespeare visto attraverso la prima ondata punk (seconda metà anni settanta, prima metà anni ottanta). Il punk non è stato, e non è, solo musica. Politica, critica sociale, nuove forme in ogni tipo di arte grafica (fumetti, manifesti, volantini, murales), emozioni crudamente autentiche e rivolta contro gli standard “estetici”… quest’ultima espressa sino al punto di cercare di far apparire se stessi rivoltanti agli occhi altrui: poiché sappiamo già di farvi schifo, era uno dei significati, (perché giovani, perché privi di prospettive/aspettative dal vostro punto di vista, perché i nostri sogni vi sembrano patetici, perché siamo situati al fondo della scala gerarchica, perché non ci adattiamo, ecc.) ecco qua, siamo vestiti di stracci e abbiamo i capelli tinti in colori scioccanti e tenuti incollati per aria dal sapone, dozzine di orecchini persino sul naso e portiamo i tampax al collo come pendenti di collane, vi basta? E’ in tutto questo che lo sceneggiato immerge la storia del Bardo.

La scena iniziale vede Will (l’attore Laurie Davidson, nella foto all’inizio di questo articolo) salutare la sua famiglia – che non è proprio concorde e felice riguardo alla sua partenza – e dirigersi a Londra per mettere a frutto le sue capacità di attore e scrittore di teatro; mentre la scena si allarga al paesaggio esplode il giro iniziale di “London Calling” (The Clash): Londra sta chiamando le città più distanti / Ora la guerra è dichiarata e la battaglia sta arrivando / Londra sta chiamando il mondo sotterraneo / Uscite dagli armadietti, voi ragazzi e ragazze.

Similmente, The Jam (uno dei miei gruppi preferiti) segneranno la panoramica su Londra con “In the City” e l’approccio alla zona dei teatri con “That’s Entertainment”: Un’auto della polizia e una sirena urlante / Un martello pneumatico e cemento che va in pezzi / Un neonato che piange e un cane randagio che ulula / Lo stridore dei freni e la luce di un lampione che va a intermittenza / Questo è intrattenimento, questo è intrattenimento

Aver preso tali canzoni piuttosto che altre non è un caso. Sono specchi per la realtà delle cose e quando qualcuno chiede a Will “cosa fa” (cioè qual è il suo mestiere) lui risponde: Tengo uno specchio davanti alla natura.

Naturalmente siamo e restiamo alla fine del 1500: gli edifici, le piazze, gli attrezzi di scena e i costumi – a parte le tinte clamorose e un paio di braghe in pelle un po’ strano per l’epoca – non dicono niente di diverso, ma per esempio i poster che annunciano le rappresentazioni teatrali hanno lo stesso stile di quelli che annunciavano i concerti punk e il pubblico a teatro indossa simboli e colori che ne fanno l’audience “tipo” dei concerti suddetti. A un certo punto, l’attore-impresario Richard Burbage (Mattias Inwood) si lancia persino su di loro dal palco, come un perfetto punk rocker durante il “pogo”.

Vi dirò: non solo le modalità narrative scelte non mi disturbano per niente, le trovo al contrario intriganti e piacevoli. Recitazione e ritmo sono buoni e in alcune scene volano anche un po’ più in alto, come accade nella taverna in cui il novellino William è sfidato a un “duello di ingegni” dall’acclamato e dotto drammaturgo e scrittore Robert Greene: in pratica una sfida poetica in cui i due si insultano reciprocamente in versi. Nella realtà storica Greene si lamentò per iscritto in un pamphlet (postumo, per cui alcuni dubitano della sua autenticità) del “corvo parvenu che si fa bello con le nostre penne” e “crede di essere l’unico scuotiscena del paese” (gioco di parole fra Shakescene e Shakespeare – “scuotilancia”) rendendolo riconoscibile al lettore pur senza nominarlo direttamente. Nello sceneggiato Greene non è identificato in modo chiaro – e il personaggio storico era di sicuro troppo snob per attaccare qualcuno in una bettola dopo aver alzato il gomito – ma la cascata di rime con cui spara su Shakespeare, che proprio per le rime gli risponde azzittendolo, è composta dalla suddetta invettiva e i due attori rendono la scena assolutamente brillante.

Tuttavia non c’è solo luce all’intorno, nel momento in cui William Shakespeare va a vivere a Londra dalla natia e campagnola Stratford. Scelta rara e inaspettata per una serie televisiva di questo tipo, “Will” ha scelto di mostrare in modo verosimile la portata della persecuzione religiosa nell’Inghilterra elisabettiana. Shakespeare era di famiglia cattolica e l’essere cattolici in quel momento era illegale: il prezzo del reato si concretizzava più spesso che no nell’essere sbudellati vivi in piena piazza, sul palco pubblico delle esecuzioni. Per cui, alla fine della prima puntata abbiamo lasciato il nostro personaggio con una serie di problemi e minacce che gli pendono addosso e vanno dall’infatuazione per la figlia di Burbage (Will è sposato, ha tre figli e non si sente bene all’idea) alla possibilità di essere denunciato per la sua fede.

La cosa migliore di lui fino a questo momento è, come già citato, il modo in cui risponde alle domande: Chi sei? – Nessuno, per ora. Impagabile.

Maria G. Di Rienzo

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