Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘sanità’

C’è il segreto d’ufficio, la riservatezza della cartella clinica, un ospedale nella cui “Struttura di Malattie Infettive (…) vengono seguiti da anni centinaia di pazienti con vari orientamenti sessuali, senza alcun pregiudizio e senza che con alcuno siano mai evidenziati problemi, anzi il personale della Struttura collabora attivamente con le organizzazioni Lgbt della zona con riscontri sempre positivi”. Infine, chi ha redatto la lettera da cui è tratto il brano riportato sopra non ha alcun problema con la lingua italiana (sarcasmo) e l’ospedale di Alessandria, che la invia intemerato alla stampa, merita almeno una medaglia per la sua aperta mentalità che consente di curare pazienti di qualsiasi orientamento sessuale invece di indicare loro il prossimo treno per Treblinka – come se le cure non fossero semplicemente quel che sono, funzione e scopo di una struttura sanitaria, ma gentile concessione del personale. Per inciso, al di là del loro orientamento affettivo-sessuale, questi fottuti pazienti PAGANO. Ognuno di loro e soprattutto se lavoratori dipendenti: questi ultimi due volte, direttamente alla fonte (stipendio) e con i ticket.

Come avrete capito, sto parlando del referto di dimissione dall’ospedale in cui il solerte medico alessandrino ha scritto del suo paziente “omosessuale, compagno stabile” perché “l’anamnesi – spiega la lettera – deve raccogliere tutte le informazioni personali e cliniche utili all’eventuale processo di cura”. Ma l’omosessualità non è una patologia, una condizione di rischio, un indicatore di squilibri ormonali ecc. e la raccolta di informazioni non spiega ne’ il sottoporre al test Hiv (risultato negativo) un paziente che arriva al pronto soccorso con grave mal di testa, ne’ il consigliargli di vaccinarsi contro l’epatite (???), ne’ quel che è accaduto nell’ambulatorio:

“Da subito, il medico che mi ha visitato si è posto in una maniera strana. Il mio compagno era in camera con me e ha chiesto a lui direttamente chi fosse. Ha risposto. Gli ha detto non proprio gentilmente di uscire dalla stanza. La prima cosa che poi ha domandato a me è stata: “Conferma che è il suo fidanzato?”. Penso che a marito e moglie nessuno chiederebbe mai questo tipo di conferma.”

Dice ancora la lettera: “L’azienda ospedaliera è molto dispiaciuta di leggere che un nostro paziente possa essersi sentito ‘discriminato’ ” e mette quest’ultimo termine fra virgolette, ovviamente, perché loro la discriminazione non la riconoscono e anzi scaricano la responsabilità su chi l’ha subita: “Nel caso specifico, l’informazione è stata concordata tra il medico e il paziente”. No, il sig. medico ha fatto domande inappropriate, ha ricevuto comunque risposte oneste e non il “vada a quel paese” che meritava e ha deciso senza chiedere consenso cosa scrivere nel referto.

Non so se la coppia protagonista di questa vicenda deciderà di intraprendere azioni legali, quel che voglio sottolineare ora è che non si tratta di un caso isolato e che non tocca solo le persone lgbt. C’è una categoria di esseri umani che i medici prendono a pesci in faccia a priori: le donne e in particolar modo le donne che mi somigliano.

caduceo

In precedenza ho accennato all’incidente del 31 marzo che mi ha procurato una lesione al tendine d’Achille della gamba destra. Non vi dettaglio tutta l’odissea, altrimenti facciamo notte, ma essa è iniziata al pronto soccorso dell’ospedale Ca’ Foncello, dove non sono stata presa sul serio (un infermiere si è persino spinto a chiedermi sprezzante se era così che di solito sopportavo il dolore), dove quindi il medico di turno ha sbagliato diagnosi e mi ha mandata a casa con la caviglia fasciata e il consiglio di metterci su del ghiaccio senza accorgersi della rottura del tendine. Sul referto di dimissione sta scritto che sarei guarita in 10 giorni: siamo al 14 luglio, io non cammino normalmente e devo fare affidamento su pesanti antidolorifici per arrivare alla fine della giornata.

Ovviamente, quando i dieci giorni sono diventati un mese e passa ho chiesto al medico di base cosa fare. Abbiamo deciso per l’ecografia. Ho cambiato ospedale, ma l’atteggiamento nei miei confronti non è mutato di una virgola. Sentite come l’operatore annoiato e silente del S. Camillo, che mi ha degnato delle mere istruzioni su come stare sul lettino e nulla più, mi ha comunicato l’esito dell’ecografia – e solo perché io l’ho chiesto.

“Ha un tutore?” Attimo in cui trattengo la tentazione di ribattere “Non mi hanno ancora dichiarata incapace”, poi rispondo: “Perché, altrimenti il tendine si rompe?” “E’ già rotto.”, e se ne esce dalla stanza. Più visto. I successivi tentativi di accedere al reparto ortopedico del Ca’ Foncello sunnominato per avere la grazia di una terapia falliscono: nel primo sono “cacciata” dalla struttura perché hanno già troppa gente, nel secondo dovrei accedere tramite pronto soccorso e visto il trattamento me ne vado io.

La visita al professionista privato (112 euro per 15 minuti di infastidita sofferenza snob, sua) non dà risultati: “Bisognava intervenire prima”. “Ma come potevo intervenire prima se non mi hanno diagnosticato la lesione?” “Io le dico le cose come stanno.” “Io pure. In sintesi, cosa faccio adesso?” Il professionista non lo sa: ci sarebbe un’operazione ma visto che il tendine non è completamente staccato la fanno raramente. E io devo farla, dove? Be’, l’esperto non sa neppure questo, per cui mi dà un numero di telefono di un suo collega per un’ulteriore visita a pagamento (sì, ciao).

Ma il meglio deve ancora venire. Considerato che il reparto ortopedico ospedaliero di Ca’ Foncello è off limits e che S. Camillo non lo ha, provo all’Ulss 2. La dottoressa che incontro si occupa di ossa e articolazioni ufficialmente, ma la sua specialità dev’essere aggredire le pazienti che hanno il mio aspetto: vecchia, non truccata, vestita (poveramente) casual e non conforme al BMI. Per inciso, poiché ha un aspetto anoressico, neppure lei è conforme, ma è il medico e tanto basta perché la merda debba prenderla io.

Spiego la situazione. Risposta semi-urlata: “Come? Cosa? Ma suo marito non le ha detto di fare un’altra visita?” Questa tecnicamente si chiama “negazione di agenzia”, cioè la tipa presume che io non sia in grado di prendere decisioni per me stessa e abbia bisogno di un uomo che le prenda per me.

Pazientemente, dopotutto sono una trainer alla nonviolenza riconosciuta a livello internazionale, riferisco di aver fatto altre visite e di aver acquistato un tutore che però non riesco a indossare, perché è molto pesante e la gamba offesa si gonfia terribilmente dopo solo quindici minuti. Risposta nello stesso tono aggressivo: “Allora vede che qualcuno le ha detto di mettere il tutore!”

Questa invece è negazione tout court che mi dà in faccia e spensieratamente della bugiarda. Non le chiedo come si permette ma ribadisco, sempre in modo educato, di non aver avuto indicazioni al proposito e che chi mi ha fatto l’ecografia ha solo domandato se ne avevo uno, dal che io ho autonomamente dedotto che forse era meglio averlo.

A questo punto mi chiede di sdraiarmi sul lettino e mentre provvedo con difficoltà, perché zoppico e perdo facilmente l’equilibrio, mi strilla alle spalle come una maestra incazzata: “E poi abbiamo il peeeesooo, il peso, eh?” (N.B.: in nessun referto medico in mio possesso, nemmeno il suo, il mio peso è indicato come talmente abnorme da costituire fattore di rischio. Sono larga, ma non una mongolfiera.)

Tuttavia, la dottoressa vuole che io mi scusi, si aspetta le mie giustificazioni, la mia vergogna e l’assicurazione che ritengo l’essere me stessa un problema.

I don’t comply. “Non intendo discutere con lei di questo argomento. Ho già una dermatite da stress, come avrà notato guardandomi in faccia, e non voglio peggiorarla.” SILENZIO. Da questo momento in poi svolge arcigna e ingrugnata le sue mansioni, mostrandomi sempre la sua ostilità ma senza verbalizzarla, poi finalmente mi dà il referto e addio.

E’ in pratica privo di esito anch’esso, prescrive sedute di fisioterapia e non si sbilancia a suggerire null’altro, ma il punto ormai non è questo. Il punto è: perché l’omosessuale maschio o femmina, perché la sottoscritta, perché chiunque non risponda al modellino sociale prescritto è trattato come subumano? E soprattutto in un momento in cui, avendo un problema di salute, è altamente vulnerabile e fragile?

Non ci state facendo un favore, signori medici: è il vostro lavoro e vi stiamo pagando per esso. I vostri personali pregiudizi non dovrebbero entrare nel conto. E mi piacerebbe sapere in quale cassetto avete chiuso a tripla mandata il Giuramento di Ippocrate, che avete prestato e che contiene il seguente interessante paragrafo:

(Consapevole dell’importanza e della solennità dell’atto che compio e dell’impegno che assumo, giuro:)

– di curare tutti i miei pazienti con eguale scrupolo e impegno indipendentemente dai sentimenti che essi mi ispirano e prescindendo da ogni differenza di razza, religione, nazionalità, condizione sociale e ideologia politica.

Maria G. Di Rienzo

Annunci

Read Full Post »

Cosa non si fa per le donne. Il titolo recita: “Campagna contro la denatalità: partorisci in Veneto, avrai lettino e ombrellone gratis a Bibione o Jesolo“.

L’articolo schiuma di entusiasmo e spiega che “in alta stagione non è certo facile trovare un posto in spiaggia, ma chi partorirà a San Donà o Portogruaro non avrà pensieri perché il posto è gratis”!

Poiché i reparti maternità delle due cittadine suddette rischiano di chiudere se stanno sotto la soglia dei 500 parti l’anno, l’Usl 4 se n’è uscita con questa straordinaria promozione in collaborazione con Unionmare Veneto (“un’associazione che rappresenta la corrispondente regionale per il Veneto del S.I.B. – Sindacato Italiano Balenari e componente di Confturismo”) e con il contributo di una banca.

“Nel momento della dimissione post-parto alla mamma viene consegnato, se lo vuole, un “Beach pass” che le consente di utilizzare gratuitamente un ombrellone per 15 giorni, scegliendo se utilizzarlo nell’estate corrente o nell’estate 2020. (…) Obiettivo è, da una parte, invogliare a partorire tra il basso Piave e il Lemene e allo stesso tempo garantire un’organizzazione tale che il servizio comprenda anche i benefici del sole e l’elioterapia per mamma e bambino”.

Sull’organizzazione e il resto del servizio non c’è niente – e per quanto anche una profana come me sappia che l’esposizione alla luce serve a ridurre l’ittero nei neonati, mi è pure noto che essa va usata in maniera estremamente cauta e controllata, non sbattendo la creatura in spiaggia con il beach-pass – perché ovviamente questa genialata è tutto frutto della dirigenza Usl e le madri non le ha ascoltate.

Se lo avesse fatto, invece che all’ombrellone avrebbe collegato l’offerta ospedaliera al senso di fiducia e sicurezza di cui una partoriente ha bisogno, tipo: “gli ambienti sono confortevoli, intimi, tranquilli; le ostetriche sono esperte e asseconderanno i ritmi fisiologici del tuo travaglio; non ci saranno pressioni o forzature nei tuoi confronti; potrai muoverti liberamente con l’assistenza del personale e non sarai inchiodata a un lettino; non sarai sottoposta a procedure superflue (depilazioni ecc.) dal punto di vista medico; potrai avere accanto a te durante il travaglio e il parto una persona cara – la cosa più importante per noi è il tuo benessere, da cui discendono un parto sereno e il benessere del nascituro.”

Ma figurati. Scaduta l’opzione spiaggia nel 2020 – e credetemi, l’ombrellone sarà un flop – l’Usl dovrà inventarsi qualche altra promozione ma naturalmente ancora non andrà nel verso giusto, quello del rispetto che non considera le donne incinte un mero target pubblicitario. Ecco quindi qualche suggerimento al sig. direttore Carlo Bramezza (che io conosco per interposta persona, cioè conosco persone che hanno lavorato con lui – e non mi diffondo in merito).

Per esempio, per attirare partorienti a San Donà si potrebbe offrire loro:

– 2 biglietti gratis per il ritorno nei cinema de “Il caimano del Piave” (1951, ambientato proprio a San Donà), per mamma e partner o amica/o, accoppiati a un bonus babysitter di tre ore, così da unire al beneficio culturale una piccola salutare passeggiata – terapia elioterapica mobile – o la breve visita a un bar sponsorizzato: l’Usl consiglia un succo di frutta ma chiuderà un occhio se non resistete alla tentazione di uno spritz;

– una settimana di cene tipiche a base di brodo di rane, cotechino con polenta bianca, trippa di maiale e dadini di lardo in tegame, sardèe in saór, ritagli di fegato macinato (figadéi), pinza e vin brulè: anche il latte materno deve avere un po’ di gusto, perdinci;

– ingresso gratuito a tutti gli eventi relativi alla Fiera del Rosario (1° ottobre) e eventuale posto bancarella se la madre desidera: a) vendere il surplus di regali stupidi che le hanno fatto per la nascita del bambino; b) raccogliere firme per sollecitare cambiamenti ai vertici gestionali dell’Usl 4.

Maria G. Di Rienzo

P. S. : Per Portogruaro direi di concentrare l’offerta promozionale sui vini: una bella cassa di Lison-Pramaggiore Chardonnay, diciamo almeno 12 bottiglie, dovrebbe essere l’ideale.

Read Full Post »

(tratto da: “Six ways to end gender-based violence”, di Maryce Ramsey, Senior Gender Advisor di FHI 360 – un’organizzazione umanitaria di volontariato che lavora in più di 70 paesi -, 8 dicembre 2016, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

La violenza di genere è una barriera significativa a ogni progetto di sviluppo. L’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile n. 5 delle Nazioni Unite riconosce l’eguaglianza di genere come il fondamento per “un mondo pacifico, prosperoso e sostenibile” e ciò implica un mondo libero dalla violenza di genere. L’Obiettivo n. 5 fa esplicitamente riferimento all’eliminazione di “tutte le forme di violenza contro donne e bambine nelle sfere pubblica e privata”.

Questo è il traguardo giusto. Ma come ci arriviamo? Se avessi un fondo illimitato per creare e implementare la mia propria agenda, mi concentrerei su sei aree chiave:

1) Finanziare la piena partecipazione delle donne alla società civile.

Donne che sono attive nella società civile possono essere altamente efficaci nell’influenzare trattati, accordi e leggi a livello globale, regionale e nazionale, e nell’esercitare pressione per la loro implementazione. Più danaro deve fluire verso il sostegno alla partecipazione attiva delle donne alla società civile.

2) Migliorare quegli sforzi intesi alla prevenzione che comprendono come la radice della violenza basata sul genere siano le relazioni diseguali di potere fra i generi.

Alcuni programmi

http://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(14)61797-9/fulltext

hanno effettivamente strutturato attività partecipate che guidano all’esame delle norme di genere e delle loro relazioni a sbilanciamenti di potere, violenza e altri comportamenti dannosi. Lavorano con diversi portatori di interesse primario attraverso lo spettro socio-ecologico e attraverso settori multipli. Ma dobbiamo fare un lavoro migliore nel dar valore a questi programmi, così da poterci muovere da progetti pilota di piccola entità a programmi su larga scala intesi a portare cambiamenti nelle società.

3) Portare i servizi medici che riguardano la violenza di genere sino alle strutture sanitarie di più basso livello.

L’offerta di servizi medici che riguardano la violenza di genere si è concentrata negli “sportelli” delle strutture di alto livello, come gli ospedali, dove tutti i servizi sono concentrati in un unico posto. Ma la maggioranza delle persone che accedono alle strutture di alto livello lo fanno troppo tardi per ricevere interventi chiave, come contraccezione d’emergenza e profilassi post esposizione all’Hiv. Per un accesso più rapido dovremmo concentrarci nel portare i servizi più vicini alla comunità, soprattutto nelle zone rurali.

4) Rispondere alle necessità delle bambine / dei bambini sopravvissute/i, inclusi gli interventi per interrompere il ciclo della violenza di genere.

Nei rifugi e nelle cliniche per donne, nelle sale d’aspetto e nelle case protette, è usuale vedere bambine/i di ogni età. E’ però raro vedere qualcuno che lavora con questi piccoli, che hanno avuto un’esperienza traumatica. A volte sono vittime, ma più facilmente sono i testimoni della violenza agita contro le loro madri. Ci mancano professionisti addestrati a lavorare con minori che abbiamo fatto esperienza della violenza di genere, in special modo quando i perpetratori sono i loro genitori o altri membri delle loro famiglie.

5) Sviluppare guide per costruire sistemi atti a eliminare la violenza basata sul genere.

C’è un’ampia scelta di materiali per l’orientamento su come affrontare la violenza di genere tramite determinati settori, come quello sanitario, o tramite azioni discrezionali, come il fornire standard per i rifugi o formazione agli operatori. Tuttavia, ci manca la guida pratica per costruire l’intero sistema dalla A alla Z: mettere in pratica le leggi, diffondere consapevolezza sui servizi e creare disponibilità finanziaria nei bilanci.

6) Creare programmi di sostegno per i professionisti che fanno esperienza di trauma vicario.

Dopo aver passato tre anni a lavorare in un programma che affrontava la violenza di genere nelle scuole, ho dovuto mollare. Nonostante il mio impegno a mettere fine alla violenza di genere, semplicemente non potevo ascoltare una storia orribile di più. La mia esperienza non è unica. L’esaurimento è una realtà e ci manca personale qualificato che tratti le sopravvissute alla violenza di genere.

Molti progressi sono stati fatti nell’affrontare la violenza basata sul genere. Siamo più bravi a definire le istanze, a raccogliere dati e prove per identificare quel che funziona, e miglioriamo costantemente la qualità dei servizi. Nonostante tutti questi avanzamenti, la violenza di genere resta un problema globale che ha ovunque la stessa radice: norme di genere non eque.

Sino a quando non affronteremo queste diseguaglianze fondamentali, il che include il riconoscere i diritti delle donne come diritti umani, noi non metteremo fine alla violenza di genere.

Read Full Post »

palma-fazakas

(brano tratto da: “Stop bawling” – Obstetric violence in Hungary”, un’intervista a Pálma Fazakas – in immagine – coordinatrice dell’associazione ungherese EMMA, di Judith Langowski per European Young Feminists, 2016. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. EMMA fornisce informazioni su gravidanza e parto, partecipa a ricerche accademiche, offre seminari e gestisce una linea telefonica per le donne e i loro familiari che incontrano violenze e violazioni durante la loro permanenza in ospedale. Inoltre coopera con organizzazioni e gruppi a livello nazionale e internazionale mirando a ottenere per le donne, ovunque, un sistema ostetrico accogliente e rispettoso. Il 20 marzo scorso l’associazione ha organizzato a Budapest una manifestazione di piazza sui diritti riproduttivi, appoggiata anche da eminenti professionisti in campo medico e ginecologico: la manifestazione ha generato un vero e proprio movimento chiamato “La Rivoluzione delle Rose” e mira a suscitare consapevolezza sul fatto che, come Palma dice, “la violenza ostetrica è una forma di violenza contro le donne e primariamente una forma strutturale di violenza. Deve essere trattata per tale, di modo da divenire parte della discussione generale sulla violenza contro le donne.”)

Poche persone hanno sentito parlare di diritti “ostetrici” o “relativi al parto”. Cosa significa e perché essi sono in pericolo secondo te? Una donna in Ungheria può oggi decidere liberamente se, quando, come vuole partorire?

Pálma Fazakas (PF): I diritti riproduttivi non comprendono solo il se e quando una donna vuole avere un figlio ma anche in che condizioni dà alla luce quel figlio: dove vuole farlo e chi ella vuole accanto. I diritti universali delle partorienti hanno profonde radici nei diritti umani e includono il diritto umano alla salute, quello all’autodeterminazione e quello ad avere una vita privata. Ogni donna che partorisce ha il diritto alla salute fisica, emotiva e sociale durante il processo della nascita.

Ha il diritto di scegliere liberamente le condizioni in cui avviene la nascita e gli interventi praticati sul suo corpo (dopo aver avuto informazioni esaurienti su di esse), ha il diritto alla protezione dei suoi dati personali e, infine, a essere trattata sempre con dignità e rispetto, senza discriminazioni.

Sfortunatamente, la donna partoriente spesso deve affrontare molti ostacoli per arrivare a prendere decisioni libere e informate. Poiché non esistono informazioni o statistiche su come gli ospedali trattano le partorienti in Ungheria, le donne si devono basare sul passa-parola fra di loro per sapere come va in un determinato ospedale.

Le discriminazioni avvengono per la maggior parte durante il processo della nascita: tramite suggerimenti negativi (“non funzionerà”, “hai le anche troppo strette”), umiliazioni e commenti irrispettosi (“smetti di ululare”, “mica strillavi quando lo hai concepito”, “non è che faccia così male, via”, “comportati decentemente”), o tramite il non rispetto della privacy della donna (il lasciare la porta aperta durante il parto, l’entrare e l’uscire senza permesso).

In questa situazione, è molto importante per me sottolineare che il sistema legale non può buttare la responsabilità sulla donna, ma che essa appartiene al suo ambiente: noi, il suo ambiente, dobbiamo garantire alla donna la possibilità di esercitare i suoi diritti. Non dovrebbe essere costretta a lottare per farlo.

In che modo cooperate con gli ospedali? Là, il problema è che spesso medici e infermieri non hanno abbastanza tempo per offrire un trattamento dignitoso alle donne incinte. Come può essere cambiata questa situazione?

PF: Le priorità e le prospettive delle donne, dei professionisti e dell’amministrazione politica che organizza la sanità non coincidono. Quel che noi vogliamo è che professionisti e amministratori ascoltino e prendano nota di ciò che le donne ritengono importante. E’ sovente una questione di tempo e prospettiva l’includere i desideri delle donne che partoriscono. E queste due cose sono le più difficili da ottenere quando hai già consumato tutte le risorse. Ma abbiamo bisogno sia di tempo sia di inclusione di prospettive diverse per assicurare dignità durante il processo della nascita.

La salute va oltre l’avere una madre e un neonato vivi. Con ogni nascita una nuova vita, una madre, una nuova famiglia nascono, o la famiglia già esistente cresce, in senso fisico, emotivo e sociale. La nostra associazione crede che l’avere buona cura cominci dalla donna, la madre. Ogni cosa che aiuta la madre serve anche al neonato e alla famiglia e, infine, alla società. La madre e il bambino sono in questo senso un’entità non separabile e i loro rispettivi interessi non dovrebbero essere messi gli uni contro gli altri, ne’ durante il parto ne’ dopo. E la cosa migliore per la madre è includerla nel modo giusto, così che dia forma al processo essendone parte attiva.

Questa prospettiva è completamente differente dal modo in cui i professionisti della sanità sono stati e sono attualmente addestrati in Ungheria. Allo stesso tempo, notiamo che molti professionisti sentono come ci sia bisogno di un cambiamento. E vedono, anche, che questo cambiamento è di beneficio alla loro professione, che può portare loro maggiori soddisfazioni.

Facciamo esperienza di alcune istituzioni dove il dialogo e lo scambiarsi esperienze è possibile. Parlare apertamente, direttamente, costruttivamente: solo questo può farci muovere in avanti.

manifestazione-20-marzo

(immagine della manifestazione del 20 marzo 2016 a Budapest)

Read Full Post »

“… voi vantate il glorioso titolo di riformatori dello stato, un titolo che si volgerà a vostra eterna infamia se, senza il minimo riguardo per le leggi di equità, persisterete nel vostro perverso proposito di saccheggiare le vite e le finanze di coloro (le donne) che non vi hanno dato alcuna giusta causa d’offesa.” Ortensia al Triumvirato romano, 42 A.C.

giustizia - profilo livia

Nell’anno succitato, si tentò in Roma di imporre una tassazione speciale a 1.400 donne benestanti: lo scopo era coprire spese militari. Falliti i tentativi di mediazione (le donne si rivolsero dapprima ad altre donne che erano in relazione con i legislatori), si arrivò in giudizio nel Foro: ove non era permesso alle donne di discutere le proprie cause, ma visto che “nessun uomo aveva osato assumere il loro patrocinio” – come ricorda Appiano di Alessandria (Guerre civili, 4, 32-34) – fu la patrizia Ortensia a rappresentare le altre. Le guerre avevano reso la maggior parte di loro vedove e orfane di padre e prive di fratelli, non avevano quindi più parenti maschi abilitati a parlare per loro di fronte alla legge (“sui iuris”): messe in ginocchio anche finanziariamente non avrebbero più avuto modo di tutelare se stesse e sopravvivere.

In breve, Ortensia ebbe successo: i triumviri accolsero parzialmente le sue richieste, ridussero il numero delle soggette a tributo a 400 e coprirono la restante parte del fabbisogno con una nuova tassa sui grandi patrimoni. Del suo discorso è citata di solito questa parte: “Perché mai le donne dovrebbero pagare le tasse, visto che sono escluse dalla magistratura, dai pubblici uffici, dal comando e dalla res publica?”, ma io ho scelto quella che apre il pezzo perché sembra parlare direttamente ai legislatori attuali.

Quel che è stato fatto dal governo italiano in questi giorni, tagliare la sanità pubblica con pretesti ridicoli (i medici che per mettersi a riparo da eventuali vertenze giudiziarie prescriverebbero analisi e controlli troppo “facilmente”) e contemporaneamente depenalizzare segmenti di evasione fiscale è meritevole di “eterna infamia”.

Le attuali politiche economiche italiane sono pura e semplice violenza di stato perché mantengono una considerevole fetta di popolazione (individui e gruppi) a livello di perenne sofferenza economica, mentre promuovono e sostengono sperperi e eccessi e persino comportamenti criminali – l’evasione fiscale – di un ristretto gruppo di privilegiati.

I salariati pagano già la sanità pubblica due volte: con le tasse che non possono evadere e con i ticket. I poveri – come è accaduto il mese scorso alla mia famiglia – vanno in fibrillazione per un ticket di 46 euro su test allergologici. Poi siamo costretti a pagare anche la sanità privata, a cui ci rivolgiamo perché a forza di tagliare, ridurre, “riformare” la sanità pubblica quest’ultima è in uno stato pietoso per efficacia, competenza e tempistica.

Ogni volta in cui ululiamo allo scandalo perché nel reparto lungodegenti gli infermieri maltrattano i pazienti, rubano dai loro cassetti e si fanno le foto con i cadaveri, ci chiediamo se sia stato sensato appaltare la cura dei malati ad una società esterna? Quando lavoravo per l’amministrazione pubblica ho dovuto imparare questa scomodissima verità sugli appalti e cioè che i criteri per vincerli erano due: la conoscenza dell’assessore di turno e presentare il prezzo più basso. Il prezzo più basso si ottiene impiegando personale sottopagato e incompetente. Personale sottopagato e incompetente dà i risultati di cui sopra.

Chi si fa carico delle cure per anziani, disabili, bambini ecc. che i tagli rendono troppo costose e quindi impossibili da ottenere tramite istituti pubblici e privati? Le donne. Le donne utilizzate dal nostro governo come airbags, affinché assorbano a proprio danno ogni crisi economica – che non hanno contribuito a creare: nei pubblici uffici, nel comando e nella res publica, in Italia, non solo sono pochissime, ma la maggioranza di esse è arrivata alla carica per benemerenze “ladylike” o appartenenza di casta e non per passione politica o competenza professionale. Personale molto pagato, in questo caso, ma sempre incapace. Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

Non è una novità che in Italia il cosiddetto “partito dell’astensione” risulti in effetti il “partito” principale. Ad ogni tornata elettorale il suo aumento percentuale è variamente stigmatizzato e razionalizzato da analisi di ogni tipo basate per lo più su fedeltà ideologiche e idiosincrasie politiche di chi le produce, per cui si va da “in realtà avrebbero votato per noi, però…” a “maledetti menefreghisti” e il fenomeno resta in sostanza non letto.

Lasciatevelo dire da un’aderente, per quanto saltuaria, a questo cosiddetto “partito”: no, non potevamo votare per voi, ovunque vi collochiate sullo spettro politico e no, siamo in maggioranza tutt’altro che indifferenti o disinformati. Quando non votiamo, vi stiamo mandando un messaggio preciso: l’esistente non ci soddisfa, non ci rappresenta, non si muove verso scopi per noi accettabili – anzi, spesso non riusciamo neppure a distinguere scopi diversi dalla promozione personale dei candidati (un buon posticino in Regione, in Parlamento, eccetera) e non perché siamo ottusi. Quando ad esempio vi producete in slogan tipo “insieme per” e “cambia verso” noi, non uditi, stiamo urlando: “insieme per COSA”, “cambia verso COSA”?

Quando parlate di modernizzazione e riforme – ne parlate da vent’anni buoni – scollegando completamente i concetti dal benessere dei cittadini, rendendo quegli stessi concetti delle icone vuote, idolatrate e indiscutibili, vi rendete conto di essere magari assai adatti a presiedere un consiglio d’amministrazione, ma totalmente inetti al governo di una nazione? L’Italia è persone e territorio, storia e vita, lavoro e arte, relazioni e cultura: un paese non è un’azienda.

Quando volete distoglierci da qualsiasi metodo di partecipazione alternativa alla competizione elettorale e ve ne uscite con il “voto utile”, noi continuiamo a chiederci “utile a COSA, a CHI”? Il dizionario dà all’aggettivo utile i seguenti significati primari: che può usarsi al bisogno, che può servire, che reca o può recare vantaggio o profitto.

Quali bisogni soddisfa e quali vantaggi arreca, il voto “utile”, ai 10 milioni di italiani e italiane che pur lavorando non arrivano a fine mese? Quali bisogni soddisfa e quali vantaggi arreca, il voto “utile”, nelle aree di crisi che riguardano istruzione e salute, tutela ambientale e messa in sicurezza del territorio, impieghi decenti, distribuzione più equa delle risorse, maggior impegno nel prevenire e contrastare la violenza di genere? L’unico voto utile è quello che ci porta più vicini, anche di un solo centimetro, a vivere in modo più umano di come si vive oggi in Italia.

E’ accettabile per voi che persone impiegate a tempo pieno riscuotano salari che le mantengono in uno stato di povertà?

E’ accettabile per voi che i lavoratori e le lavoratrici siano sempre più ricattabili e diventino “superflui” grazie alla progressiva distruzione di ogni tutela nei loro confronti?

E’ accettabile per voi che le nostre scuole pubbliche crollino sulle teste degli studenti mentre si finanziano quelle private e si concedono sgravi fiscali a chi iscrive alle private i propri figli?

E’ accettabile per voi che il risultato principale delle attuali politiche sul lavoro sia l’aumento della disoccupazione? (Febbraio 2015: tasso generale 12,7%, tasso disoccupazione giovanile 42,65, aumento delle donne disoccupate: meno 42.000 unità; Marzo 2015: tasso generale 13%, tasso disoccupazione giovanile 43%, 59.000 unità totali in meno.)

E’ accettabile per voi che le donne paghino prezzi altissimi ad ogni crisi economica e le loro istanze siano ignorate da ogni nuovo governo che si insedia, nonostante quest’ultimo sfrutti spensieratamente il loro lavoro non pagato (tagli alle reti di sostegno sociale e alla sanità significano solo che la cura di bambini, anziani, disabili, malati ricade in maggior misura sulle spalle delle donne, che già se ne fanno sproporzionatamente carico)?

Per me no. E per quanto riguarda le prossime elezioni regionali avevo già deciso di non votare per farvelo sapere una volta di più: tra l’altro, scegliere fra un ex pr di discoteca solito usare le donne come fondali e decorazioni e una ex berlusconiana che dell’essere fondale e decorazione fa la propria missione nella vita (ladylike) per una femminista non è possibile – e vivendo sotto la soglia di povertà il destino del prosecco, mi scuso, non sta in cima alla lista delle mie preoccupazioni.

Poi una donna che stimo ha deciso di provarci, con una lista i cui scopi mi avvicinano di quel centimetro a un’esistenza in cui la dignità di ogni essere umano e il rispetto per l’interdipendenza fra viventi e ambiente non si vendono e non si comprano. Per cui, il 31 maggio lascerò il partito dell’astensione e voterò per Laura Di Lucia Coletti.

So che la mia voce avrà un’eco nella sua. Ed è più di quanto qualsiasi altro schieramento possa dire. Maria G. Di Rienzo

laura e simbolo

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: