Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘malesia’

Un esempio: la Malesia è in quarantena come gran parte del resto del mondo. Il governo dà istruzioni ai cittadini su come comportarsi e il Ministero per gli affari delle Donne (che comprende l’occuparsi di bambini, disabili, welfare ecc.) coglie l’occasione per intervenire.

Una serie di post ministeriali su Facebook è dedicata alle mogli: che dovrebbero “evitare di assillare i mariti lagnandosi”, parlare imitando la voce di Doraemon (gatto-robot giapponese dei fumetti che è molto popolare da quelle parti), truccarsi e vestirsi bene, lasciando da parte il “look casual”.

Al 31 marzo il Ministero – che è retto da una donna – di fronte alle proteste ha già cancellato l’intera serie e, a dimostrazione che tutto il mondo è paese, si è scusato concedendo che “i consigli possono aver offeso qualche persona”. Nella nota ha aggiunto che le comunicazioni saranno “più ponderate in futuro”, ma ha anche ribadito che i suggerimenti miravano a “mantenere relazioni positive fra i membri della famiglia durante il periodo in cui lavorano da casa”.

Notate che, dall’inizio del lockdown il 18 marzo, la linea telefonica d’aiuto per le persone vulnerabili (gestita dal governo) che comprende le vittime di violenza domestica ha avuto il 50% in più di chiamate.

Il problema della menata “se ho offeso qualcuno mi scuso” è che non mette minimamente in discussione le azioni contestate. Restano “opinioni” con intrinseca validità e come tali meritevoli di rispetto: forse, il “se” questo implica, alcune persone si sono risentite a causa delle loro specifiche sensibilità, ma ciò non toglie nulla al valore e alla bontà delle intenzioni con cui le azioni sono state intraprese. Id est, che le mogli facciano delle loro vite quotidiane un carnevale atto a compiacere i mariti, vestite e pitturate a festa e cinguettanti con la vocina (stridula) di Doraemon resta rubricato come “mantenere relazioni positive fra i membri della famiglia”.

doraemon - nobita

(Visto? Se lo fate, i vostri mariti vi abbracceranno piangendo di gioia come fa Nobita con Doraemon.)

Noi abbiamo a che fare con questo tipo di manipolazione ogni giorno. Le scuse, le quali arrivano sempre dopo che le rimostranze e la pubblicità negativa hanno assunto abbastanza peso da far presagire un calo di popolarità dell’opinionista di turno, sono completamente false soprattutto perché completamente fuori bersaglio. Non è mai un’assunzione di responsabilità, del tipo “Mi rendo conto che questa cosa è sbagliata e ingiusta, che discrimina e alimenta diseguaglianza e violenza.”, è piuttosto una tecnica di gaslighting in cui chi ha sollevato la questione viene disorientato e indotto/a a dubitare delle sue stesse percezioni: Io non ho fatto proprio un bel niente, questa cosa non è violenta di per sé, sei tu a esserti sentito offeso/a per qualche tua ragione personale, probabilmente hai problemi, se sei una donna devi essere poco attraente per gli uomini e quindi li detesti ecc. ecc. ecc.

Conclusioni? 1) I sociopatici privi di cure adeguate sono un numero considerevole sull’intero pianeta; 2) i conniventi che li assecondano per proprio tornaconto anche; 3) ce ne sono davvero troppi in posizioni di potere, comando e controllo; 4) le conseguenze del condonare o giustificare o addirittura consigliare il loro comportamento aumenta la violenza, in particolare la violenza di genere, in modo direttamente esponenziale.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

“Come può una persona a cui è stato insegnato che le orchidee sono solo bianche compiere una scelta seria fra orchidee bianche e orchidee di altri colori? Come può una persona a cui non è mai stato neppure insegnato che esistono orchidee di altri colori compiere del tutto una scelta per esse?”

Maryam Lee

Così scrive Maryam Lee (in immagine), malese, attivista per i diritti delle donne, nel libro “Unveiling Choice” ove spiega la sua scelta di non indossare l’hijab. Non lo considera un problema in sé, mettendolo in relazione a situazioni e contesti, ma trova assai problematiche “le condizioni sociali che costringono le donne a metterlo o toglierlo”. E’ inoltre convinta che “le donne musulmane, con fazzoletto o senza (…) devono convenire che il loro nemico comune sono uomini ipocriti che continuano a dire alle donne cosa mettersi addosso.”

Maryam in questo momento è indagata dalle autorità religiose (Jabatan Agama Islam Selangor) per possibile violazione dell’articolo di legge che criminalizza “ogni persona la quale tramite parole in grado di essere udite o lette o viste in disegno, tramite segni o altre forme di rappresentazione visibili o in grado di essere viste in ogni altra maniera: (a) insulti o rechi disprezzo alla religione islamica (…)”.

Se l’indagine condurrà a una denuncia e la denuncia a una condanna, la scrittrice può ricevere una multa di 1.080 euro o tre anni di prigione – o entrambi, la cosa sembra dipendere dall’umore dei giudici.

“Unveiling Choice” – “Scelta di svelamento” è stato pubblicato all’inizio di quest’anno e già l’evento pubblico organizzato per il suo lancio fu indagato dal Dipartimento per gli Affari Religiosi. Donne, femministe, gruppi della società civile stanno protestando per l’intimidazione diretta a Maryam Lee, citando nelle loro dichiarazioni numerosi casi simili.

MAJU – Malaysian Action for Justice and Unity, associazione apolitica pro diritti umani, sostiene che siano proprio le autorità religiose a insultare l’Islam, dandone un’immagine fatta di costrizioni e imposizioni: “L’Islam è una religione di discernimento e permette le differenze di opinione (…) Quest’azione (contro la scrittrice) umilia e insulta l’essenza stessa dell’Islam.”

Unveiling Choice cover

Spero ovviamente che le accuse contro Maryam siano lasciate cadere. La sto immaginando fra molti anni, in un’occasione festiva e attorniata da amici e parenti, con una nipotina che le chiede: “Ma per cosa ce l’avevano con il tuo primo libro, nonna?” “Non ci crederai, tesoro, ma ci sono persone che odiano le orchidee e ancora di più le donne che ne parlano.”

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

Si alzi il cielo.

Dobbiamo volare sopra la terra, sopra il mare.

Il destino si rivela e se moriamo, si ergono le anime.

Dio, per favore non cogliermi, fino alla vittoria.

(“Till Victory” – Patti Smith)

Nella mia rassegna stampa (internazionale) oggi è spuntato di nuovo questo filo rosso: pornografia / abusi e stupri di bambine.

In Malesia un dodicenne aveva preso l’abitudine di assorbire un po’ di video pornografici su internet e poi mettere in pratica quel vedeva su una bimba di quattro anni, a cui sua madre faceva da babysitter: l’ha stuprata tre volte prima che se ne accorgessero, nonostante la bambina si lamentasse del dolore ai genitali.

In Gran Bretagna, un 48enne similmente aficionado dei video pornografici online deriva da essi l’idea di una “sfida”: filmare segretamente ragazzine (minorenni) sotto la doccia e farla franca. Diciamo che ha raggiunto questo nuovo traguardo per la virilità parzialmente, visto che l’hanno beccato con un bel po’ di filmati sul cellulare.

Insomma, non c’è dubbio che la pornografia sia divertente, innocua e sano svago per tutti: basta con il perbenismo! Avete idea di che danni fa all’industria del sesso? (Sì, purtroppo nessuno.)

E poi c’è l’Italia: “Roma, militare accusato di abusi sulla figlia di 9 anni in caserma: in macchina conservava le mutandine da bambina”. Non solo, aveva in auto anche due dvd molto particolari: un cartone animato dai contenuti pedopornografici, “Il parco delle sevizie”, e un filmato dal titolo “Violenza paterna”.

La figlia di costui – maresciallo 38enne dell’esercito – ha oggi 14 anni ed è ospite di una casa famiglia assieme ai due fratelli. I bambini sono infatti stati allontanati anni fa dai genitori, entrambi militari, perché non accuditi e testimoni di continua violenza. Adesso, la ragazzina ha raccontato il resto e il processo a carico di suo padre è in corso. Come da copione, l’uomo la accusa di raccontare balle: “Sono solo fantasie, ritorsioni di mia figlia perché la sgridavo”.

Ma il tizio che vorrei scuotere come uno shaker (in maniera pacifica e nonviolenta, ovviamente), nella speranza che le sue sinapsi tornino a funzionare, è lo psicologo della struttura in cui la fanciulla si trova.

“Prima di raccontare il dramma vissuto la bambina viveva di camuffamenti. – ha detto costui – Sosteneva che non voleva stare dal padre perché in caserma la lasciava troppe ore davanti alla tv. Perché si annoiava. In quel periodo, essendo all’oscuro di tutto, l’ho anche spronata ad avvicinarsi al padre, per ricucire il rapporto.”

La ragazzina non ce l’ha comunque fatta a DIRE. Spesso, lo psicologo dovrebbe saperlo, per le vittime va così. Ha dovuto usare disegni e lettere per spiegare la situazione. Perché l’uomo che le ha fatto del male, un male la cui cicatrice resterà comunque con lei per sempre, è quello di cui si fidava di più, quello che amava di più, quello a cui doveva la vita. Perché quando da bambina subisci abusi da parte dei tuoi genitori ti senti in torto, sbagliata e cattiva. Taci sia per non sbandierare la tua colpevolezza e vergognarti ancora di più, sia perché se osi aprire solo di un millimetro la bocca al proposito sei a rischio di ritorsioni e immediatamente etichettata come bugiarda.

Adesso che non è più “all’oscuro di tutto”, all’esimio specialista è sorto qualche dubbio sul suo operato? Immagina come si è sentita la sua paziente mentre lui la “spronava” ad accettare un uomo violento, a “riavvicinarsi” al suo carnefice? Era preoccupato che la ragazzina urtasse i delicati sentimenti paterni di un genitore incapace e pericoloso a cui era già stata sottratta?

Prima di raccontare il dramma vissuto la bambina viveva di camuffamenti – Id est, raccontava menzogne, giusto? Dopotutto una femmina è difficile da prendere sul serio, sin dalla più tenera età.

Ma vedete, è strano. Se dici “mio padre mi ha fatto questo” sei una fantasiosa stronzetta che al massimo cerca di vendicarsi per la giusta disciplina imposta dal farabutto con potestà genitoriale, non ti ascolta nessuno e niente niente è colpa di tua madre che ti ha fatto venire la PAS (ciò è a discrezione di psicologi – giudici serenamente ignoranti, visto che dal punto di vista scientifico la cosiddetta “sindrome” in questione ha credibilità ZERO). Se dici “non voglio vederlo perché… mi annoio” – e, ripetiamo, sei stata tutelata con l’allontanamento da tale individuo – inganni immediatamente il terapeuta maschio che ti ascolta: sei sempre una stronzetta, intendiamoci, ma solo superficiale e bisognosa di incoraggiamento a ricucire rapporti.

Poiché ho subito da bambina questo stesso trattamento, e sono passati molti molti anni, il vederlo ancora all’opera è per me insopportabile. E’ il momento in cui mi chiedo se tutto quel che è stato fatto, in decenni di attivismo femminista, per cancellare questa infamia è stato inutile. Mi chiedo persino se io stessa sono inutile. E’ come tentare di risalire un abisso aggrappandosi a una corda fatta di filo spinato. FA MALE. Ma non è stato inutile, non lo è tuttora, e io non mollo la presa, non mollo, scordatevelo. Fino alla vittoria.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

(tratto da: From where I stand: “I have seen the impact women’s voices can have”, di Syar S. Alia – in immagine – per UN Women, 24 agosto 2017, trad. Maria G. Di Rienzo. Syar, 29enne, è direttrice artistica e scrittrice freelance. E’ un’attivista per l’eguaglianza di genere da quando era adolescente.)

Syar Alia

Per me, essere una giovane donna che vive in Malesia significa mantenere la rabbia per le discriminazioni e i danni che le donne fronteggiano su base giornaliera, senza esaurirmi.

Ogni giorno c’è qualcosa… un commento insensibile o assolutamente deleterio fatto da qualcuno – può essere un membro del Parlamento o un utente anonimo di internet – diretto alle donne e ai gruppi marginalizzati come le persone transessuali, le persone gay, i non-musulmani o i non-malesi.

La rabbia mi aiuta a muovermi in avanti, c’è così tanto da cambiare.

Partecipare al primo seminario “Giovani donne che attuano il cambiamento”, sostenuto dall’Agenzia Donne delle Nazioni Unite, ha ampliato i miei orizzonti e mi aperto delle porte. Ho potuto imparare dalle mie pari e ho trovato maestre nelle attiviste per i diritti delle donne che erano più anziane e avevano più esperienza. (…)

L’anno seguente, sono diventata una delle facilitatrici per il seminario seguente. Insieme, abbiamo facilitato un dialogo intergenerazionale sulle questioni che ci riguardano. Abbiamo formato un collettivo per aumentare la consapevolezza sull’istanza delle molestie sessuali in Malesia.

Come giovane attivista, ho appreso molto dalle attiviste più anziane in Malesia. Ma a volte penso che le generazioni più vecchie sottostimino o non considerino abbastanza me e le mie coetanee a causa della percezione che hanno della nostra generazione.

Io sono una “millennial”, nata in un mondo in cui gli errori del passato sono ammassati contro di noi; le opportunità sono minori e le sfide sono più dure da affrontare a causa delle diseguaglianze incancrenite, come le esistenti e crescenti omofobia, razzismo, gli effetti persistenti del colonialismo e le enorme diseguaglianze economiche.

Ma ho sperimentato di prima mano l’impatto che le voci delle donne possono avere nel cambiare le dinamiche. Dobbiamo continuare a dare priorità ai diritti delle donne e a lottare per essi. Abbiamo bisogno di investire in donne di tutte le età, dar loro lo spazio per parlare, ascoltarle e dar loro potere affinché prendano la guida.

Read Full Post »

(tratto da: “Building a Feminist Internet” una più ampia intervista a Jac sm Kee per Global Fund for Women, intervistatrice non segnalata, trad. Maria G. Di Rienzo. Jac è un’attivista femminista, una poeta e una scrittrice. E’ anche la responsabile del Programma per i Diritti delle Donne dell’Association for Progressive Communications – http://www.apc.org – nonché la fondatrice di Kryss, associazione che lavora con i giovani su sessualità e diritti in Malesia e la co-direttrice del Centro malese per il giornalismo indipendente.)

Jac

Tu sei stata profondamente coinvolta in varie iniziative, in Malesia e in tutto il mondo, che trattavano delle intersezioni fra diritti umani, media, tecnologia e identità, specialmente riguardo a genere, sessualità, etnia e religione. Cosa ti ha spinto ad iniziare questo tipo di lavoro?

Vedo la crescente prevalenza ed enfasi di Internet in ogni aspetto delle nostre vite. Dall’innamorarsi al chiedere trasparenza ai nostri governi, sta diventando parte del tessuto della nostra vita quotidiana sociale, politica, economica e culturale. Non è solo un attrezzo inerte che usiamo quando abbiamo accesso ad esso, ma uno spazio dove cose accadono, dove identità sono costruite, norme reificate o distrutte, intraprese azioni e attività. Come tale, non può che essere uno spazio intersezionale, dove molte cose collidono o si connettono.

Genere, sessualità, etnia e religione sono alcuni dei più importanti marchi di potere e identità, soprattutto per me che sono una femminista malese. Io vedo il potenziale trasformativo che Internet ha nell’abilitare più persone, in special modo quelle che hanno scarso accesso ad altri tipi di spazi “pubblici” a causa della diseguaglianza e della discriminazione, ad impegnarsi nella negoziazione di tali marchi: che senso hanno, a che valori sono collegati, quali sono le relazioni di potere ad essi correlate.

Attualmente sei la responsabile del Programma Diritti delle Donne dell’Association for Progressive Communications (APC). Cosa fa l’APC? E cos’è il Programma per i Diritti delle Donne?

L’APC è stata una delle prime organizzazione a guardare alle connessioni fra accesso ad Internet e giustizia sociale. Lavoriamo con gruppi e partner in diverse parti del mondo per promuovere l’accesso semplice e sostenibile ad un Internet libero e aperto a tutte le persone per il miglioramento delle loro vite e la creazione di un mondo più giusto.

Il Programma per i Diritti delle Donne cominciò nel 1993 come rete di donne, provenienti da diverse parti del mondo, impegnate nell’uso dell’informazione e delle tecnologie di comunicazione (ICT) per l’avanzamento delle donne. Ebbe inizio come gruppo di 175 donne, esperte informatiche, attiviste su questioni di genere ed ICT, da 35 differenti paesi, ed è oggi una delle due aree chiave di programma all’interno dell’Associazione.

Costruiamo la capacità di usare Internet in modo strategico e sicuro per movimenti delle donne, attiviste e organizzazioni, nel loro lavoro pro diritti delle donne facendo nel contempo di Internet uno spazio femminista e politico. Miriamo ad informare le aspettative e le conversazioni su genere e tecnologia tramite la ricerca, la creazione di contenuti e politiche specifiche: riconosciamo come la tecnologia possa riflettere, aumentare o amplificare le relazioni di potere. Lavoriamo per usare quest’enorme capacità trasformativa a vantaggio del rafforzamento dei movimenti femministi e per l’avanzamento dei diritti delle donne.

A che punto nella tua carriera hai visto la relazione fra genere e tecnologia?

E’ stato ad uno dei primissimi seminari a cui ho partecipato (che per inciso era stato organizzato dal Programma per i Diritti delle Donne dell’APC) sull’uso strategico delle ICT da parte dei gruppi per i diritti delle donne. Una delle trainer, Pi Villanueva, ci fornì una presentazione sullo sviluppo storico di Internet e dei computer. Parlò delle donne iniziatrici in questo campo e dimenticate, come Ada Lovelace e Grace Hopper, e io capii per la prima volta che Internet non era neutro, che era politico e segnato dal genere come ogni altra dimensione della nostra vita. Fu una folgorazione. E da allora, ho fatto di ciò una delle aree chiave del mio attivismo.

Come sarebbe un “internet femminista”, secondo te?

Non c’è una risposta breve, ma per cominciare è quello spazio aperto e trasformativo dove ognuna di noi ha universale, eguale e significativo accesso per l’esercizio dei propri diritti, per giocare, per creare, per formare comunità, per organizzarsi per il cambiamento, in piena libertà e piacere.

Ci sono stati di recente dei casi clamorosi di molestie e violenze online contro le donne, come la faccenda di GamerGate e le minacce ad Anita Sarkeesian. Il tuo lavoro con l’APC è direttamente collegato alla privacy digitale e alla sicurezza contro la violenza di genere online. Che tipo di lavoro pensi sia necessario per creare spazi migliori per le donne, in cui possano davvero creare, trasformare ed esprimersi online?

Proprio come per l’impegno globale a mettere fine alla violenza contro le donne in senso più ampio, la questione richiede strategie multiple e agite di concerto da più parti differenti. Inizia con l’aumentare l’accesso consapevole e le capacità di donne e ragazze nell’usare Internet, di modo che non si sentano diffidenti al proposito o si vedano come meno capaci a livello tecnico o “naturalmente” non appartenenti a questo campo: che è il retroscena di sostegno alla violenza online contro le donne.

Dobbiamo anche rafforzare le capacità delle organizzazioni per i diritti delle donne – che fanno un così splendido lavoro nel contrastare la violenza – ad analizzare e integrare il modo in cui Internet ha un impatto sul loro lavoro e sulle loro strategie. I governi devono includere la violenza online contro le donne nei loro piani per mettere fine alla violenza di genere nel suo complesso, e vedere questo problema come una barriera posta fra donne e ragazze ed il pieno esercizio dei loro diritti umani.

Le compagnie dei social media, dove la maggior parte delle violenze accadano, devono intraprendere passi pro-attivi per assicurarsi che i loro spazi non abilitino tali azioni. Ciò significa anche prendere una posizione chiara e forte sui diritti umani, essere trasparenti sulle loro politiche e sul modo in cui sono portate avanti, provvedere addestramento adeguato al loro staff sulla questione e, importantissimo, coinvolgere i movimenti delle donne e le attiviste dalle varie parti del mondo nella discussione.

La parte più dura è cambiare la cultura della tecnologia: la violenza online contro le donne è un’aperta espressione della discriminazione di genere e della diseguaglianza che esistono offline. Online, diventano amplificate. Il modo più importante di spostare questo è abilitare donne e ragazze al maneggio di Internet ad ogni livello: uso, creazione, sviluppo, immaginazione su come dovrebbe e potrebbe essere.

Cosa c’è nel futuro per l’APC, il tuo lavoro e l’Internet femminista? Se le donne e le ragazze potessero esprimere liberamente se stesse e far richieste per se stesse online, senza danno, in che modo il mondo sarebbe diverso?

Una delle cose eccitanti che abbiamo sviluppato quest’anno sono i Principi Femministi di Internet – http://www.genderit.org/node/4097/

Assieme ad attiviste, scrittrici e pensatrici dai movimenti per i diritti su Internet, i movimenti queer e per i diritti delle donne, siamo state in grado di articolare una serie di principi e idee che dovrebbero far da cornice ad un Internet femminista. Intendiamo usarlo come documento “vivente”, per interagire con movimenti delle donne su larga scala.

I movimenti delle donne sono di solito assai abili nel dire cosa non vogliamo; questo documento è di speciale valore perché dice con chiarezza cosa vogliamo. Invece di iniziare dalla prospettiva del rischio e del pericolo, ci piacerebbe cominciare a lavorare dal punto fermo del rafforzamento della resistenza dei movimenti delle donne. Vogliamo ottenere controllo su come possiamo usare, modellare e definire il significato della tecnologia nelle nostre vite e su come la tecnologia possa creare spazi per la trasformazione e la figurazione di un mondo “radicale” dove genere, sessualità e identità non siano cause di discriminazione e violenza, ma di celebrazione, eguaglianza e potere collettivo condiviso.

Read Full Post »

breaking out my cage di crayolajustgotbetter

Lo scorso 22 gennaio, Guadalupe (nome fittizio) è stata “perdonata”. Il Parlamento del suo paese, il Salvador, ha così annullato una sentenza a trent’anni di prigione per omicidio aggravato. Chi aveva ucciso, Guadalupe? Nessuno. Era stata stuprata, era rimasta incinta, aveva portato avanti la gravidanza giacché la legge salvadoregna non le permette di abortire in nessun caso, aveva partorito un bimbo morto.

Guadalupe, che di mestiere faceva la domestica e non è mai riuscita a finire le scuole elementari, fu interrogata quand’era ancora nel letto d’ospedale, senza avvocato. Il processo fu veloce e brutale nei suoi confronti in modo infame. Praticamente prima di capire quel che stava succedendo, Guadalupe si è trovata in cella. E ci è rimasta per sette anni. Chi deve perdonare chi?

Com’è ovvio, il “perdono” non è sgorgato dal grande cuore compassionevole dei deputati – in Parlamento c’è una maggioranza di destra – che tre giorni prima avevano votato contro il rilascio della giovane donna, ma è frutto della martellante campagna di organizzazioni femministe e della società civile, come la coalizione Agrupación Ciudadana e il Centro per i diritti riproduttivi. La loro iniziativa, “Las 17”, è rimbalzata su Amnesty International, che ha lanciato una petizione affinché la legislazione sull’interruzione di gravidanza sia cambiata, e ha raggiunto l’attenzione internazionale. Dal punto di vista della propaganda, a questo punto, ogni incollato-alla-cadrega (sedia) ha pensato fosse meglio “perdonare”. Ma restano nelle carceri dozzine di donne che scontano sentenze per omicidio avendo abortito, per scelta o naturalmente. “Le 17” della campagna hanno ricevuto a questo proposito condanne che vanno dai 12 ai 40 anni di carcere: la più anziana di loro ha 29 anni.

Nella fascia d’età 13/16 sono invece le ragazze malesi “perdonate” dal governo negli stessi giorni. Il Dipartimento Islamico dei Territori Federali aveva in precedenza intimato loro di presentarsi spontaneamente per essere interrogate, altrimenti avrebbe emesso un mandato di cattura.

E cosa avevano fatto, le ragazzine, per allertare in questo modo l’FBI locale? Sono andate a un concerto a Kuala Lumpur, del gruppo “B1 A4” (polli d’allevamento “idol” del pop sudcoreano). Lo show era legale, la loro presenza era legale, non hanno infranto alcuna norma. Invitate dalla band sono salite sul palcoscenico, hanno abbracciato i loro idoli e una di loro, dotata di regolare fazzoletto, ha ricevuto un bacio sulla fronte – sulla stoffa, in realtà.

Oltraggio, scandalo, offesa-alla-nostra-religione! Hanno toccato le “nostre donne”! Le nostre donne si sono comportate da puttane! Vergonnniaaaa! (in malese) Ma poiché anche questa vicenda è stata prontamente diffusa a livello internazionale, dopo alcuni giorni risultava piuttosto evidente su chi cadeva una tonnellata di biasimo – e non erano le ragazze, perciò le autorità hanno detto che invece di arrestarle è meglio “istruirle” affinché “non sbaglino più”. Perdonate.

E’ straordinario. Fate delle nostre vite di donne e ragazze delle galere perenni. Poi avete la faccia tosta di “perdonarci” quando le femministe e chi lavora per i diritti umani vi accendono il fuoco sotto il sedere. Siete ridicoli persino quando infliggete dolore. Qualcuna delle vostre vittime forse vi perdonerà, ma il ridicolo no, non perdona. Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

Irene Fernandez, nata nel 1946, se n’è andata il 31 marzo scorso per un arresto cardiaco. “Ha lottato, come sempre.”, ha detto sua sorella minore Aegil alla stampa, “Ma il suo cuore si è arreso.”

irene fernandez

Irene era la fondatrice del gruppo per i diritti umani “Tenaganita” (“La forza delle donne”). Diventata insegnante in giovane età, lasciò la carriera a 23 anni per dedicarsi completamente all’attivismo. Il primo sindacato dei lavoratori nel settore tessile, le campagne per i diritti delle donne, l’informazione ai consumatori, la lotta contro i pesticidi, la creazione di un progetto di riforma agraria: nel suo paese, la Malesia, tutto questo porta la sua firma. Ma soprattutto, sono stati i migranti il fulcro della sua azione, per i quali “Tenaganita” ha aperto centri assistenza e rifugi: il 16% della forza lavoro malese è composta da persone provenienti da Indonesia, Filippine e altre nazioni asiatiche. Poiché circa la metà sono “illegali”, le loro condizioni di impiego nelle case, nell’industria dell’olio di palma e nell’edilizia assomigliano molto alla schiavitù. Gruppi di volontari, con la benedizione del governo, danno la caccia ai migranti per le strade.
Nel 1995, Irene intervistò più di 300 stranieri detenuti per ingresso illegale nel paese e documentò abusi, pestaggi, stupri, privazione di cibo e acqua e cure sanitarie. Nel marzo dell’anno successivo, un quotidiano pubblicò un resoconto dell’indagine redatto da Irene stessa e il governo la denunciò per diffamazione e diffusione di notizie false. Il processo si trascinerà per oltre dieci anni, risultando il procedimento legale più lungo nella storia del paese. Irene fu condannata ad un anno di carcere in primo grado, e rilasciata in attesa dell’appello. Nelle interviste disse che era pronta a far esperienza della prigione: “Mi darà l’opportunità di scrivere un rapporto sulle condizioni di detenzione e di vedere che cambiamenti devono essere fatti.” Nel 2008, il tribunale rovesciò la sentenza, giudicandola non colpevole.
Successivamente, il governo malese diede inizio ad una campagna con il fine di arrestare e deportare 500.000 lavoratori migranti: il loro uso dei servizi sociali e dell’istruzione pubblica, spiegò, costava troppo. Irene condannò pubblicamente la decisione e sottolineò che il provvedimento non si prendeva la briga di tutelare i rifugiati. Nel 2012, disse ad un giornale indonesiano che la Malesia non era un posto sicuro per i lavoratori stranieri, poiché non aveva leggi atte a proteggerli, e il governo si sentì di nuovo assai oltraggiato (“Non si rende conto che non aiuta affatto il suo paese con queste affermazioni.”, dichiarò il Primo Ministro) ma questa volta non portò in tribunale le proprie lamentele. Era ormai difficile, dato il riconoscimento del lavoro di Irene a livello internazionale: Amnesty International Award nel 1998, International PEN Award nel 2000, Jonathan Mann Award nel 2004 e Right Livelihood Award (il “Premio Nobel Alternativo”) nel 2005, relazioni e contatti con organizzazioni per i diritti umani in tutto il mondo.
Il dolore per la scomparsa di Irene non colpisce solo la sua famiglia (il marito, due figlie e un figlio, e due sorelle) ma chiunque abbia avuto la fortuna di conoscerla, come attestano le dozzine di tributi che le sono accreditati in questi giorni sulla stampa e sul web. E proprio da essi si comprende come questa donna lasci dietro di sé un’impronta indelebile, un’eredità che continuerà ad ispirare coraggio in donne e uomini che vogliano lottare per i diritti umani e la giustizia.
Una volta chiesero ad Irene quale fosse stata la scintilla per la sua attività. Lei raccontò che i suoi genitori, essi stessi migranti in Malesia, erano i supervisori di una piantagione di gomma e perciò da bambina le era costantemente proibito giocare con i figli dei lavoratori. La ferita che questo le inflisse era così profonda che Irene pensò di non poterne guarire, se non assieme agli altri e alle altre che erano feriti/e. Maria G. Di Rienzo

(Fonti: Aliran Human Rights Group, Global Voices, The New York Times, The Star)

Read Full Post »

(Thin Lei Win, giornalista, ha lavorato in Vietnam e Singapore. E’ corrispondente per il sudest asiatico di AlertNet, per cui si occupa soprattutto di istanze umanitarie. Il testo seguente è la trascrizione di un suo breve video: “Women’s Rights: Why are we still asking the same questions?”, giugno 2013, trad. Maria G. Di Rienzo)

thin lei win

Durante l’ultima settimana di maggio, circa 5.000 persone sono arrivate a Kuala Lumpur, la capitale della Malesia, per la conferenza “Women Deliver”: forse la riunione più numerosa delle persone che lavorano sulle istanze delle donne.

Kuala Lumpur è una città moderna, una città del 21° secolo. Dietro di me ci sono le Torri Petronas, un complesso di grattacieli di vetro e acciaio che si alza per 88 piani dal terreno, ed è circondato da hotel a cinque stelle.

Qui abbiamo avuto una conferenza tenuta nel bel mezzo di questi aggeggi moderni: pure, abbiamo dovuto parlare delle stesse barriere e degli stessi problemi che le donne affrontano da decenni.

Dobbiamo ancora chiedere di avere uguale salario a parità di lavoro; dobbiamo ancora dire ai genitori e alle comunità di non abortire i feti perché femmine, di non uccidere le neonate, di non mutilare i genitali delle bambine e di non farle sposare troppo giovani.

Dobbiamo ancora dire alle nazioni che ammanettare ai letti d’ospedale le donne che si stanno riprendendo da un’interruzione di gravidanza e che il non dare sostegno alle donne che vivono con l’Hiv/Aids sono violazioni dei diritti umani.

Non accade solo nei paesi poveri. I diritti riproduttivi sono sotto attacco in America e in altri paesi. E la settimana scorsa, qui in Malesia, un 40enne accusato dello stupro di una ragazzina 13enne l’ha sposata, scampando in questo modo alla giustizia.

Forse io sono eccessivamente pessimista. Ma sul serio, in questi giorni, in quest’epoca, perché alcune società ancora vedono le vittime di stupro come impure ma non considerano gli stupratori allo stesso modo? Perché si nega l’interruzione di gravidanza alle donne e le si punisce per questo anche quando le loro vite sono in pericolo?

Perché dobbiamo ancora giustificare la nostra esistenza, il modo in cui pensiamo, il modo in cui vestiamo e il modo in cui vogliamo essere trattate?

Read Full Post »

(“Solidarity Amidst Diversity – An Interview with the Board Chair of Women Living Under Muslim Laws”, di Samina Ali per International Museum of Women, 2013. L’intervista a Zarizana Aziz e l’immagine fanno parte del progetto Muslima – Muslim Women’s Art & Voices: http://muslima.imow.org/ Il dipinto, intitolato “La musulmana invisibile” è dell’indiana Haafiza Sayed. Zarizana Abdul Aziz è un’avvocata specializzata in diritti umani. E’ stata la presidente del Centro di crisi per le donne (oggi diventato il Centro delle donne per il cambiamento) in Malesia, dove forniva sostegno legale ed emotivo alle vittime della violenza contro le donne. Successivamente è stata coinvolta nelle riforme legali su violenza contro le donne, eguaglianza di genere, diritto familiare e leggi religiose in Malesia, Indonesia, Bangladesh e Timor Est. In tutte queste aree è stata formatrice per avvocati, attivisti della società civile, religiosi e funzionari statali. Ha funto da consulente per le Nazioni Unite e svariate organizzazioni internazionali sulle “buone pratiche”. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

the invisible muslima

Samina Ali: Prima di tutto, congratulazioni per tutti i tuoi successi. Sei un’avvocata praticante e la presidente di Women Living Under Muslim Laws (Donne che vivono sotto le leggi musulmane – WLUML). Puoi dirci il focus e gli scopi di questa organizzazione?

Zarizana Aziz: Women Living Under Muslim Laws è una rete di solidarietà internazionale che fornisce informazioni, sostegno e uno spazio collettivo per le donne le cui vite sono modellate, condizionate o governate da leggi e costumi che si dice derivino dall’Islam. Da più di due decenni WLUML mette in collegamento donne e organizzazioni.

Samina Ali: A che tipo di organizzazioni avete collegato le donne? Come le donne ricevono aiuto da esse?

Zarizana Aziz: Le organizzazioni e gli individui a cui le donne si connettono tramite WLUML sono quelle che condividono le nostre preoccupazioni. Sin dall’inizio della nostra storia ci siamo assicurate di agire in collaborazione con le reti locali, così che ogni azione intrapresa da WLUML sia in linea con le strategie di queste reti e le sostenga. Rispettiamo i bisogni e le strategie dei network locali e lavoriamo insieme con loro verso gli stessi obiettivi condivisi. Ricordiamo sempre che le donne consapevoli, in ogni paese, generalmente hanno una visione per il loro futuro ed hanno speso un mucchio di impegno nel cammino per raggiungerla.

Samina Ali: WLUML è attiva in più di 70 paesi, che vanno dal Sudafrica all’Uzbekistan, dalla Gran Bretagna al Brasile, dal Senegal all’Indonesia. Lavorate con donne che vivono in paesi in cui l’Islam è la religione di stato e paesi che hanno governi laici. Ci sono temi comuni che le donne devono affrontare, al di là di dove vivono?

Zarizana Aziz: WLUML sfida il mito del “mondo musulmano” unico ed omogeneo. Le donne, in tutti questi paesi, hanno a che fare con leggi e costumi che si dice derivino dall’Islam. Però, queste leggi chiamate musulmane variano da un contesto all’altro e le leggi che interessano le nostre vite vengono da fonti diverse: religiose, tradizionali, coloniali e laiche. Le donne sono governate simultaneamente da molte leggi differenti: quelle riconosciute dallo stato (codificate o no) e quelle informali, come le pratiche tradizionali che variano in accordo al contesto culturale, sociale e politico.

Samina Ali: Puoi farci un esempio?

Zarizana Aziz: Alcuni paesi hanno un sistema legale plurale e cioè esistono leggi che si applicano a tutti e leggi (usualmente dall’applicazione ristretta, come le leggi familiari) che interessano solo una particolare comunità. Nel contesto musulmano queste ultime sono di solito comprese nel diritto di famiglia musulmano, che si applica solo ai musulmani mentre tutti gli altri possono essere soggetti ad una serie di leggi generali sulla famiglia. Una donna può anche essere soggetta ad altre leggi informali o tradizionali, o ad usi e costumi sanciti o meno dal governo. Ciò include i consigli tribali e le autorità religiose che possono emanare dei pronunciamenti (conosciuti anche come “fatwa”). Tali “leggi”, ad esempio, possono proibire il matrimonio fra persone musulmane e persone di altre fedi o permettere che solo un musulmano erediti da un altro musulmano deceduto. Perciò queste leggi vanno ad interessare anche persone non musulmane: tipo una madre che non può ereditare dal proprio figlio convertitosi all’Islam.

Samina Ali: Qual è stato l’aspetto del tuo lavoro che ti ha presentato più sfide?

Zarizana Aziz: Lottare per l’eguaglianza e la libertà dalla violenza di fronte al crescere di forze che cercano di giustificare la discriminazione e la violenza contro le donne in nome della cultura e della religione.

Samina Ali: Puoi raccontarci qualcuna di quelle che tu consideri le “storie di successo” di WLUML?

Zarizana Aziz: Il Programma Donne e Legge. L’organizzazione si impegnò in una ricerca durata più anni sulle leggi musulmane come codificate o praticate in diversi paesi musulmani. La ricerca indica che queste leggi sono assai diverse fra loro, frantumando il mito che le leggi musulmane (comunemente indicate in modo erroneo come “sharia”) siano divine e immutabili, quando esse sono invece il risultato dell’interpretazione umana e dell’umana comprensione dei testi.

Gli istituti per la leadership femminista, che forniscono 12/14 giorni di istruzione per giovani femministe (giovani in relazione all’attivismo, non all’età) che cercano di equipaggiarsi con la conoscenza del diritto (incluse le leggi religiose), dei sistemi internazionali, del come fare rete e campagne, del come raccogliere fondi.

Le nostre numerose pubblicazioni sulla sfida ai fondamentalismi, che reinterpretano il Corano, leggono la militarizzazione ed il suo impatto sulle donne, e recano le voci delle donne e dei loro molti e ammirevoli sforzi comuni per l’eguaglianza e contro la discriminazione. WLUML è stata fra i primi soggetti ad identificare alcune questioni, come i fondamentalismi, e a lavorarci sopra.

Attualmente la nostra organizzazione ha creato una mostra sui codici di abbigliamento, che presenta tali codici nelle comunità musulmane e non musulmane. La mostra cerca di suscitare consapevolezza e di educare alla diversità della cultura musulmana. Non possiamo dimenticare che l’Islam si è diffuso così velocemente ed ampiamente grazie alla sua abilità di riconoscere diverse culture e convivere con esse attraverso l’intero pianeta. In molte questioni l’Islam permette l’adozione dei costumi locali (“urf”). Per esempio, da noi in Malesia, le leggi musulmane adottano il riconoscimento legale del coniuge privo di reddito nel matrimonio, dovuto al fatto che contribuisce comunque all’unione, perciò le donne musulmane condividono i beni matrimoniali.

Samina Ali: Quali delle leggi che sono considerate “musulmane” richiedono le azioni più urgenti?

Zarizana Aziz: Ce ne sono parecchie. Le leggi che negano l’eguaglianza alle donne (per esempio quelle che indicono “complementarietà” di uomini e donne anziché uguaglianza), il tutoraggio degli uomini sulle donne, la negazione della partecipazione politica alle donne, la negazione della loro mobilità, il diritto di famiglia e il diritto ereditario.

Samina Ali: Che consiglio daresti alla prossima generazione di donne in tutto il mondo?

Zarizana Aziz: Non accettate che le donne siano nate per soffrire discriminazione, diseguaglianze e violenza. Più vi istruite, meglio capirete come la cultura e la religione siano state politicizzate per giustificare la discriminazione e ridurre al silenzio le voci delle donne. La cultura è dinamica ed è influenzata dai bisogni sociali contemporanei, e deve riflettere la nostra comprensione di giustizia ed eguaglianza. Per esempio, la schiavitù è stata norma e pratica tradizionale accettata in molte culture ed era sancita dai leader religiosi delle varie epoche. Non è accettabile oggi e in effetti ci ripugna. Pratiche tradizionali di questo tipo non meritano di essere preservate e devono recedere di fronte alla giustizia e all’istruzione.

Read Full Post »

(di Sonia Randhawa per GenderIT – www.genderit.org – trad. Maria G. Di Rienzo. Sonia Randhawa dirige il Centro per il giornalismo indipendente in Malesia, e si sta laureando in storia del diritto all’Università di Melbourne, Australia, con una tesi sul ruolo delle donne nel giornalismo malese degli anni ’90.)

 Sonia Randhawa

Stanotte, mentre riflettevo scorrendo questo blog (GenderIT), la mia bambina di tre anni si è offerta di aiutarmi.

“Non è facile.”, l’ho avvisata, “Vedi, c’era questo uomo che fece male ad una donna. Le fece davvero molto male e le disse che, se non stava zitta, l’avrebbe ferita ancora. Ma lei non restò in silenzio e raccontò ad altre persone la sua storia.”

“E’ stata coraggiosa, vero?”

“Sì. Ma il problema è che se io racconto ad altra gente ancora la sua storia quell’uomo potrebbe di nuovo farle del male, molto di più. Per cui non so se raccontarla o no, ma se non lo faccio lei non può più dirla.”

“Dovresti proprio raccontare la sua storia, mamma.”

E mia figlia ha ragione. La storia di una donna che si oppone ad un uomo che le stava facendo del male deve essere narrata, perché è così difficile per le donne ferite, le donne che stanno subendo violenza, parlare apertamente e raccontare le loro storie, le nostre storie. Non ci sono molti spazi, in alcune società meno di altre, per raccontare queste storie.

Ma nel mondo che sta fuori la cameretta di mia figlia, ci sono ripercussioni nel raccontare queste storie, ripercussioni che possono cadere sulla narratrice, sullo spazio in cui si dà la narrazione, e su altri: familiari, amici, società. E una volta che la storia sia narrata vive di vita propria, come tutte le storie fanno. Può non funzionare nel modo in cui vogliamo funzioni. La sofferenza, i luoghi dolorosi da cui la storia viene, possono non solo essere esaminati e rispettati, possono diventare una fonte di dileggio, possono essere negati, possono essere gonfiati in qualcosa di più grosso, qualcosa di spaventoso.

Nel mondo esterno alla cameretta di mia figlia, quando facciamo i nomi, o persino quando provvediamo uno spazio per fare i nomi, queste ripercussioni crescono di interi ordini di grandezza. Ci sono effetti legali, e a meno che noi si sappia che la storia è vera (nel senso tradizionale del termine), che quell’uomo particolare ha causato quella particolare ferita, lo spazio per narrare storie diventa vulnerabile. La diffamazione è un affare costoso. E abbiamo la necessità di mantenere l’integrità degli spazi per i racconti delle donne, perché una sola storia messa in discussione può causare il dubbio su tutte le altre. In questo caso, quando si tratta di storie di violenza contro le donne, lo spazio può diventare precisamente l’opposto di quel che intendevamo: va a indebolire le basi su cui lottiamo per azioni legislative e politiche.

Ma nel momento in cui impediamo a una donna di raccontare la sua storia, stiamo assumendo di avere il diritto di farlo, stiamo pensando che noi, per qualche ragione, sappiamo cosa fare meglio di lei. E stiamo dicendo alla donna ferita che la sua storia non è importante, non ha valore. Le stiamo dicendo che altre cose hanno più peso del suo diritto ad avere una voce. Ciò significa che alcune decisioni devono essere prese.

Quel che facciamo qui con le storie condivise è lavorare con la donna, o le donne, che raccontano le loro storie per assicurarci di aver pensato a tutto quel che può accadere dopo. Cosa accade se la storia diventa immensamente popolare. Cosa accade se il perpetratore decide di aumentare le molestie, o prende a bersaglio membri della famiglia della donna, o porta la violenza ad un livello superiore. Significa che, se vi sono nomi, dobbiamo essere in grado di verificare indipendentemente le basi della storia. Non azzittiamo le donne e non teniamo storie chiuse dietro un cancello.

Non abbiamo tutte le risposte e non possiamo prevedere tutte le conseguenze, buone o cattive, del raccontare una storia. Ma abbiamo la responsabilità di lavorare con le donne coraggiose che condividono con noi le loro storie nel tentare di assicurarci che i risultati siano il più positivi possibile: discutendo le conseguenze, controllando con le narratrici se esse sono al sicuro, e cercando qualche volta una verifica indipendente. In questo modo, spero, soddisferemo gli standard richiesti dalla mia bambina e racconteremo tutte le storie che donne coraggiose dividono con noi.

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: