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Posts Tagged ‘fantascienza’

(tratto da: “The Relentless Torture of The Handmaid’s Tale”, di Lisa Miller per The Cut, 2 maggio 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

La seconda stagione de “Il Racconto dell’Ancella” è appena cominciata, pure ogni nuovo episodio porta con sé nuovo terrore. Ho pensato che forse ero solo traumatizzata dal primo episodio, in cui le nostre protagoniste preferite sono inesorabilmente torturate – colpite da scariche elettriche tramite pungoli per bestiame, prese a calci, minacciate con cani, incatenate a una stufa a gas e ustionate, lasciate vive sulla forca ma coperte di urina – fino a che ho sopportato l’episodio numero due.

Là mi sono imbattuta, all’interno di un paesaggio dalla luce dorata che evoca il profondo sud, in una vasta marea di donne schiave, a stento in vita, costrette a scavare in rifiuti tossici sino a che muoiono. Durante una scena di agghiacciante tortura psicologica il sottile, fastidioso suono di Kate Bush che canta “Il lavoro di una donna” accompagna le immagini di donne letteralmente terrorizzate a morte; altrimenti, la colonna sonora è principalmente un costante gemito in tono minore, come il suono del vento che attraversa una finestra rotta, punteggiato dal pianto e dai colpi di tosse delle donne, e da urla.

Ho premuto il tasto che toglie l’audio e quello per l’avanzamento veloce così spesso durante questa seconda stagione che sono costretta a chiedermi: Perché sto guardano questa cosa? Sembra tutto così ingiustificato, come un pestaggio senza fine. Davvero, le hanno tagliato la lingua? Davvero, hanno messo in fila tutti i giornalisti contro un muro – inclusa una mamma che portava scarpe comode da gravidanza (quanto manipolativo è ciò?) – e li hanno fucilati? Davvero, l’hanno nutrita a forza, le hanno messo ceppi alle caviglie; le hanno lasciato assaggiare la libertà e poi gliel’hanno portata via? Davvero, davvero, davvero? Ci sono film che trattano di genocidi e schiavitù storici che obbligano a una necessaria analisi della brutalità nella vita reale. Ma questo. Questo è un mondo inventato.

Rispondo a me stessa: per quel che riguarda la prima stagione, ero d’accordo con il consenso della critica. Questa è “televisione importante”. Una parabola femminista, adattata dal romanzo di una donna, che è stata premiata con otto Emmy – la maggior parte dei quali conferiti a donne – e che tratta dei potenziali eccessi del patriarcato, non così inconcepibili ora, nell’era di Pence e Trump.

All’epoca su Slate, facendo la recensione, Willa Paskin sottolineò che guardare la prima stagione l’aveva fatta sentire “quasi virtuosa”, scrisse, “come l’immergersi in un oceano d’inverno”. Anch’io ero stata agganciata dal rigoglioso orrore della stagione iniziale. Sembrava fedele al romanzo originale di Margaret Atwood, ma molto più intimo, come se si stesse guardando una scena del crimine attraverso uno spioncino.

Volendo avvolgermi ancora in quel senso di virtù, solidale con le donne sullo schermo, ho continuato a guardare. Ma la mia voce interiore rifiuta di restare in silenzio. Sarebbe femminista guardare donne ridotte in schiavitù, degradate, picchiate, amputate e stuprate? Come, esattamente, sto partecipando a una rivoluzione femminile stando seduta sul mio comodo divano a consumare questo? “Il racconto dell’Ancella” ha saltato il fosso, nella sua seconda stagione, trasformandosi da intrattenimento con princìpi a pornografia di tortura?

Non sono la sola persona a notare l’amplificata violenza della seconda stagione, una conseguenza ovvia, probabilmente, dell’aver ricevuto prima del previsto così tanti premi e così tante lodi, e dell’essere uscita dalla mappa della trama originale di Atwood. La stagione successiva doveva chiaramente essere più grande della prima, più epica, più ambiziosa a livello visuale, più intensa. Ma “sembra che lo show stia solo scegliendo a caso cose orribili da far succedere alle donne per ottenere l’effetto shock.”, ha detto Laura Hudson durante una tavola rotonda a The Verge (ndt.: rete di media informatici), “Perché guardarlo? Io non ho bisogno di vedere donne brutalizzate per capire che Gilead è un posto malvagio o che lo è la misoginia; credetemi, ho capito.”

Il romanzo di Atwood era un esercizio mentale: un intellettuale affresco di “supponiamo che” girante per lo più attorno ai dettagli personali di vite comuni. Ciò che aveva reso l’adattamento televisivo così affascinante, per me, era la collisione della fantascienza con le descrizioni di gente ordinaria in case con cucina, che forzava “noi” a trasporci in “loro”. (…)

La prima stagione finiva dov’era terminato il libro di Atwood, con June seduta da sola nel retro di un furgone, incerta sul proprio destino. Con la seconda, gli sceneggiatori sono sulla propria frontiera narrativa e il sentiero che creano è deludente quanto prevedibile. Nel finale del primo episodio, l’attrice Elisabeth Moss (ndt.: June) taglia la graffetta metallica che indica il suo status di Ancella dalla sua stessa orecchia con un paio di forbici. E’ straziante da vedere. E quando ha finito, e i suoi seni sono coperti dal suo proprio sangue, si solleva come una Furia vendicatrice per dichiarare la propria liberazione.

season 2

Ma poiché questo è il primo episodio e ci sono dio sa quanti altri episodi e stagioni a venire, noi capiamo che sarà intrappolata di nuovo – e picchiata e torturata e stuprata di nuovo, che la violenza nei suoi confronti continuerà e continuerà. (ndt.: E’ quel che è effettivamente accaduto nel terzo episodio, non ancora in onda quanto l’Autrice ha scritto il presente articolo.)

E’ una storia sessista vecchia quanto la Bibbia: il coraggio dell’eroina è intensificato dalla sua vittimizzazione, perché la cultura misogina esalta le donne che soffrono. Che June sia incinta, e sia una madre angosciata (ndt: la figlia le è stata sottratta), sono cose che aumentano il suo eroismo secondo lo show. Gli sceneggiatori della seconda stagione sanno bene come i fondatori di Gilead che non c’è tropo più sacro della maternità. In un esasperante e grottesco rovesciamento, l’allegoria femminista di Atwood si è trasformata in una vetrina degli abusi delle donne: tornando alla scena descritta sopra, ho notato che la macchina da presa indugiava sul sangue sgocciolante di June. E là ho deciso, io ho chiuso. (ndt.: ho chiuso anch’io, prima ancora di leggere questo.)

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mary's monster

Questo libro è uscito nello scorso gennaio e Lita Judge che l’ha scritto l’ha presentato così: “Mary Shelley non è stata solo l’autrice di Frankenstein, è stata una giovane radicale che ha contribuito a mettere in moto il movimento femminista definendo le restrizioni che la società imponeva alle donne. Osò sfidare, nel suo libro, il potere tirannico, le guerre ingiuste, la schiavitù e l’abbandono dei poveri. Ha cambiato il corso della letteratura inventando il romanzo di fantascienza dell’era industriale e ha dato alla luce il più emblematico mostro mai creato. Ho scritto “Mary’s Monster” per onorare la sua forza e la sua passione.”

L’ha fatto in parole e immagini corredando il testo con bellissimi acquerelli in bianco e nero. Il 21 marzo 2018 è uscita una sua lunga intervista (realizzata da Princess Weekes, per The Mary Sue) da cui ho tratto e tradotto questo pezzo:

Quali sono stati i miti sull’essere donna che hai dovuto spezzare durante la tua vita? Quale è stato lo shock più grande?

Amavo la scienza quando ero piccola. Ma mi si ripeteva costantemente che le bambine non sono brave in matematica e scienze quanto i maschi. Io sapevo di voler diventare geologa e paleontologa ma mi si diceva di continuo che “ne sarei uscita, come la maggior parte delle ragazze”, implicando che siamo noi ragazze a mollare i nostri interessi. La verità è che ci scoraggiano sino a che non lo facciamo. Io pensai che se avessi dato prova di me stessa nelle scienze come brava e appassionata ciò avrebbe sedato ogni spinta contraria. Ciò che mi ha sconvolta di più è stato che persino dopo essermi fatta strada attraverso l’università, essermi laureata con il voto più alto del mio corso, ed essere approdata al lavoro di geologa, i miei colleghi maschi mi chiamavano “l’assunta per pari opportunità” anziché con il mio nome.

Il femminismo significa molte cose per donne differenti. Cosa significa il femminismo per te? Dove pensi abbia bisogno di miglioramenti? Dove pensi stia funzionando come movimento?

Per me, il femminismo significa lottare per il diritto di vivere la vita che io concepisco per me stessa, invece della vita che altri concepiscono per me. E’ il diritto di mantenere qualsiasi lavoro io abbia scelto – di avere le stesse possibilità, responsabilità, compensi e ruoli guida in un ambiente non tossico.

Mentre lavoravo come geologa sono stata molestata sessualmente da più di un collega. Sono stata minacciata, intimidita, sminuita, trattata brutalmente, toccata e infine assalita sessualmente. L’aggressione comportò danni gravi, ma quel che peggiorò il dolore fu che la maggioranza dei miei colleghi maschi pensava io non dovessi parlarne. Mi fu detto più di una volta che avrei dovuto aspettarmelo se intendevo lavorare “in una professione per uomini”.

Stiamo ora iniziando ad affrontare l’ubiquità delle molestie e delle aggressioni sessuali. Le donne stanno imparando a darsi forza l’un l’altra su questo fronte, invece di indietreggiare nel silenzio. Questa è la prima volta in cui scrivo pubblicamente del mio essere stata assalita. E’ stato il coraggio che ho acquisito dalle altre donne che parlano apertamente a permettermi di farlo. Dobbiamo creare consapevolezza su questo tema in modo incessante per cambiare il clima dei nostri ambienti lavorativi.

Ci sono un mucchio di problemi su scala istituzionale che oggi fronteggiamo come donne, ma quali sono alcune delle cose che potremmo fare subito per migliorare le nostre vite e le vite delle donne che verranno dopo di noi?

Dobbiamo condividere le nostre storie. Io provavo troppa vergogna dopo aver subito l’aggressione mentre facevo la geologa per parlarne. Me ne sono andata da una professione in cui ero estremamente brava, che amavo e per il cui ottenimento avevo lavorato duro, perché non mi sentivo più al sicuro a livello fisico ed emotivo.

Svergognate, cediamo il nostro potere. Silenziose, limitiamo la nostra arma migliore: la nostra capacità di provare empatia l’una per l’altra e di lavorare insieme. Dobbiamo raccontare le nostre storie. Io scrivo di donne che hanno lottato per l’eguaglianza nella speranza che altre sarebbero state ispirate dalla loro forza. Scrivo pure per onorare la loro forza e il loro coraggio. Ma ho anche bisogno di trovare il coraggio per dar voce alla mia propria storia. Noi, come donne, possiamo sostenerci reciprocamente e costruire un mondo più sicuro e più sano, se non permettiamo di essere ridotte al silenzio dallo svergognamento.

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(Lita Judge)

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E allora… da dove viene quel che dico, perché agisco in un modo piuttosto che in un altro, come faccio a essere sicura di questo e quello, perché continuo a scrivere di soggetti e concetti non mainstream? Cosa nutre questa maledetta tenacia?

Non c’è bisogno di preoccuparsi così tanto. E’ piuttosto semplice, in realtà:

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“E’ solo un sussurro. Lo sento nel mio ghost (spirito/anima).” Maggiore Motoko Kusanagi

Maria G. Di Rienzo

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Octavia Butler, autrice di sf, ci ha purtroppo lasciato nel 2006 ma non smette di essere amata ne’ di ispirarci: ora il suo romanzo “La parabola del seminatore” (Parable of the Sower, 1993) è stato adattato in senso teatrale-operistico dalla musicista Toshi Reagon (in immagine, con Octavia sullo sfondo).

toshi

Toshi è un’artista eclettica (folk, funk, gospel, blues, rock) che ha condiviso il palcoscenico con colleghi del calibro di Lenny Kravitz, Elvis Costello, Ani DiFranco – solo per citarne alcuni – e la sua band “Toshi Reagon and BIGLovely” ha un pubblico appassionato, entusiasta e fedele.

L’opera tratta dal romanzo è frutto della collaborazione della musicista con sua madre, la dott. Bernice Johnson Reagon, che è un’altra donna-leggenda: attivista per il cambiamento sociale, compositrice, fondatrice di “Sweet Honey in the Rock”, gruppo “a cappella” composto esclusivamente di donne di colore.

La storia della Parabola probabilmente la conoscete: tratta del risveglio spirituale-politico della giovane protagonista, Lauren Olamina, in un’America distopica, spezzata dalla violenza e da un’ingiustizia sistemica, e di come questa “profetessa” trascinerà via via al suo fianco altre e altri, incamminandoli sulla strada della libertà. Visti i temi del romanzo, in cui c’è persino un personaggio che vuole “rendere di nuovo grande l’America” (chi ci ricorda?), Toshi non poteva scegliere ne’ testo ne’ momento migliori. Il 26 febbraio un’altra artista, Jamara Wakefield, ha intervistato Toshi su questo lavoro che sta riscuotendo grande successo sin dal suo debutto a Abu Dhabi, presso il NYUAD Arts Center nel novembre del 2017.

parable poster

Ecco alcune delle cose che la musicista ha detto:

“La mia finestra per arrivare a Octavia Butler sono stati i libri. La mia mamma li ha letti prima di me e io ho cominciato a leggerli nei tardi anni ’80. Ho anche incontrato Octavia un paio di volte, il che è stato fantastico.

Quando osserviamo il suo lavoro, al di là del periodo in cui lei scrive, c’è sempre umanità, anche se le creature non sono umane. E’ interessante per me che sia diventata la madre dell’Afrofuturismo, perché lei non ci ha mai promesso un futuro. Ha solo scritto di tempi futuri. In termini di bilanciamento fra il momento presente e la capacità di avere una visione del futuro, Angela Davis ha parlato in pubblico pochi giorni prima della nostra performance in Connecticut. E’ entusiasta del periodo in cui ci troviamo perché stiamo mettendo in discussione molte istanze contemporaneamente. Ed è proprio così che dovrebbe essere. Sì, le donne dicono “Anch’io”. Sì, stiamo urlando “Le vite nere sono importanti”. Sì, il cambiamento climatico è reale. Sì, sosteniamo i Sognatori. Dovremmo lavorare tutti insieme. Stiamo usando a stento tutte le risorse che abbiamo.

Nei suoi lavori Octavia Butler ci presenta questi periodi devastanti in cui le persone sono costrette a usare tutte le loro risorse. Ne “La parabola del seminatore” tu vedi che le circostanze per i personaggi stanno peggiorando, ma ognuno vuol restare immutato. La lezione, qui, è che dobbiamo cambiare e che dobbiamo usare tutte le nostre risorse. Dobbiamo guardare alla nostra vita e decidere se tollereremo l’orrore.

Abbiamo dovuto rendere la nostra opera un po’ diversa dal libro, perché il libro è enorme. Abbiamo voluto concentraci sull’idea delle due comunità: quella in cui sei nato e quella che ti sostiene. La seconda è una comunità sconosciuta che tu scopri e che ti scopre. Abbiamo pensato di iniziare con la comunità nota e intima e poi di raccontare la storia portando l’intero teatro e il pubblico all’interno di quella comunità. Questo è il motivo per cui le luci sono accese quando la performance comincia. Vogliamo che il pubblico faccia esperienza di uno spazio confortevole e poi attraversi l’esperienza del vedere le cose che si fanno disagevoli. Abbiamo deciso di mostrare quanto fragili diventiamo quando continuiamo a restare attaccati a qualcosa, mentre è il momento di cambiare.”

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“Angeli spezzati” (“Broken Angels” – 2003) di Richard Morgan è l’unico libro in mio possesso della trilogia che vede come protagonista Takeshi Kovacs e da cui è stato di recente tratto lo sceneggiato televisivo “Altered Carbon” – titolo originale del primo romanzo, da noi uscito come “Bay City”.

copertina altered carbon

E’ uno di quei libri di sf che io rileggo quando ho bisogno di distrarmi, perché la narrazione non richiede il mio coinvolgimento emotivo nonostante la profusione di violenza grafica (troppo dettagliata e compiaciuta per aver parvenza di verità) e non riesco a provare empatia per nessuno dei personaggi… però c’è questa faccenda di un’antica civiltà marziana, sullo sfondo, sufficiente allo scopo di portare la mia mente lontana dal quotidiano.

Perciò, quando la serie televisiva è risultata disponibile online con sottotitoli in italiano ho dato un’occhiata. Naturalmente il libro è stato adattato (come ho detto altre volte, è inevitabile che la storia sia alterata quando cambi il mezzo con cui la racconti e non ho problemi con ciò) e nello sceneggiato sono state riversate citazioni dagli altri due – io ho riconosciuto battute e scenari provenienti appunto da “Angeli spezzati”. Nonostante sia immediatamente visibile dagli effetti speciali e dalla scenografia che i produttori non hanno lesinato sulle spese, regia e recitazione avrebbero avuto bisogno di maggior attenzione.

Ci troviamo nella San Francisco del futuro, ora chiamata appunto Bay City, in un’epoca in cui la coscienza umana può essere digitalizzata in “pile”, situate alla base del cranio di qualsiasi disponibile “custodia” (corpo umano nato naturalmente o sviluppato in modo artificiale in “vasche”). La morte è diventata per gli esseri umani il semplice passaggio da una custodia all’altra. Takeshi Kovacs è un mercenario e per così dire un professionista della violenza riportato in vita 300 anni dopo l’uccisione della sua precedente custodia. Di nuovo rivestito di carne umana, gli viene offerta questa scelta: può passare il resto della vita in carcere o tentare di risolvere il caso dell’omicidio dell’uomo più ricco della Terra (omicidio che non lo ha davvero ucciso, giacché la sua pila è stata semplicemente trasferita in una seconda custodia).

Il primo problema della serie è la sceneggiatura: per esempio, in pratica ogni singolo episodio contiene almeno una parte in cui uno dei personaggi si impegna in un lento, estenuante monologo sulle sue motivazioni – segno che visivamente lo show non è riuscito a mostrarle o suggerirle; le scene di nudi o di sesso sono per la maggior parte gratuite, dirette a solleticare l’audience di sesso maschile e usate come riempitivi quando la narrazione stenta a procedere (il che significa troppo spesso); lo stesso vale in maggioranza per le scene di violenza – vi pare che mostrarci oltre mezz’ora di tortura continuata del protagonista, su meno di un’ora di filmato, serva a spiegarci qualcosa o faccia proseguire la storia in qualche direzione?

Il secondo problema sono i protagonisti principali, che falliscono in pieno nel loro primo scopo: essere interessanti per noi spettatori.

protagonisti principali

Nonostante Takeshi Kovacs abbia un retroscena intrigante e fitto di eventi, l’attore Joel Kinnaman che incarna la sua “custodia” attuale deve aver ricevuto unicamente l’istruzione di mostrarsi distaccato e stoico – il risultato è che è noioso in qualità quaresimale. Quando ricorda il proprio passato e si trova quindi nella custodia originale, incarnata dall’attore asiatico Will Yun Lee, le cose vanno un po’ meglio: almeno quest’ultimo riesce dove Kinnaman non sa che pesci prendere, e cioè a mostrare le emozioni e le riflessioni dietro la facciata “da duro”.

La protagonista principale di sesso femminile, la poliziotta Kristin Ortega interpretata da Martha Higareda, deve aver similmente ricevuto una sola indicazione sul suo personaggio: ricordati che sei una “testa calda”. Perciò la povera Martha dà in escandescenze ogni due minuti, rotola gli occhi in ogni direzione per mostrare il suo scontento e i suoi discorsi sono farciti di battute dozzinali o scadenti. I dialoghi sono comunque un problema condiviso da chiunque reciti nello sceneggiato, costretto a esprimersi in una maniera complicata e goffa che impedisce agli spettatori di capire immediatamente le informazioni loro dirette e anzi li allontana dal plot per puro tedio.

E sull’intreccio finiamo. Takeshi Kovacs risolve il caso? Sì. Si è trattato di un complotto familiare fra ricchi viziati. Nel mezzo, come un utensile rompiballe, è saltata fuori persino la sorella di Takeshi, che lui credeva morta. Vuole il fratello tutto per sé, perciò uccide, ferisce, dà di matto e lo attacca e lo aggredisce, che come sappiamo sono i modi migliori per suscitare in una seconda persona amore e comprensione. Però fa questo per lo più stando nuda il che, se si guarda la tv nella speranza di esaltare fantasie onanistiche, aiuta sempre.

Come al solito ero troppo ottimista quando negli ultimi anni ho visto crescere l’interesse dell’industria cinematografica / televisiva nei confronti di sf di notevole qualità (Il racconto dell’Ancella, Ghost in the Shell, ecc.): non fanno altro che prendere personaggi e scenari e triturare intenzioni e significati in una storia lineare al livello pancake (frittella) statunitense, ben schiacciata e dolce dolce per un pubblico che continua a essere identificato come composto esclusivamente da cervi in autunno (periodo della riproduzione).

Maria G. Di Rienzo

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copertina virgo

Questa è la copertina del mio ultimo romanzo (e-book). Potete accattarvelo per la miserabile somma di 4 euro qui:

https://www.youcanprint.it/fiction/fiction-generale/la-sottana-della-vergine-9788892694415.html

E questa è la prefazione:

Ogni mio libro ha preso forma da un piccolo impulso originario: un’immagine particolarmente intensa, uno scambio di battute particolarmente efficace, un brano musicale particolarmente evocativo.

“La Sottana della Vergine” non fa eccezione. Si è in pratica costruito attorno a una frase (la leggerete alla fine del libro). Sempre come al solito, i personaggi hanno fatto un po’ quel che volevo io e un po’ quel che volevano loro stessi; ogni tanto uno/a di loro irrompeva nella mia mente per strillare con indignazione: “Ti pare che IO potrei dire la tal cosa o agire in quella maniera?”

Così, dovevamo negoziare. Inoltre, io dovevo negoziare la mia scrittura, la mia ispirazione e i tempi relativi con una situazione personale assai difficile.

E l’atto del negoziare, del discutere insieme delle esigenze e dei problemi di ciascuno è diventato un altro fulcro del romanzo.

Siamo su una Terra futura, salvata in apparenza dall’autodistruzione dall’intervento di una razza aliena che “adatta” biologicamente il pianeta per potervi vivere. Agli esseri umani è offerta la scelta di ibridarsi per condividere quelli che sono divenuti spazi inospitali o di sopravvivere in piccole nicchie separate dal resto. La struttura sociale che gli umani ricreano per se stessi, nell’assoluta indifferenza degli alieni, è altrettanto compartimentalizzata e strettamente gerarchica. Le varie aggregazioni in essa presenti interagiscono in modo assai conflittuale.

La vicenda si snoda attorno a un personaggio che sta al punto più basso della scala sociale, uno “schiavo sessuale” e mutante genetico il cui comportamento è controllato nei minimi dettagli e persino a livello chimico e i cui tentativi di sfuggire a precetti basati su violenza e pregiudizi sembrano destinati al fallimento in modo inevitabile. Un Signor Nessuno per eccellenza, privo di talenti specifici, di aspettative, di sogni… e quasi privo di desideri, tranne quello di incontrare di nuovo “l’alieno” in cui si è imbattuto per caso anni prima. Ma sarà un desiderio che cambierà la Storia. Maria G. Di Rienzo

P.S. Le didascalia “Edizioni Fie dea Serva” (dialetto veneto per “Figlie della Serva”) è quella che usavo per “firmare” le mie autoproduzioni fotocopiate nei lontani anni ’80-’90. Per chi non avesse familiarità con l’espressione “figlio/a della serva”, i dizionari la descrivono come modo figurativo e colloquiale per indicare una persona considerata inferiore (per nascita, ma non solo) e trattata di conseguenza sgarbatamente, con minor considerazione o emarginata.

La mia scelta di usarla non derivò solo dal fatto che io sono davvero una “figlia di serva” – mia madre lavorò come domestica per anni – e che sono stata trattata spesso nella maniera descritta sopra, ma anche dal famoso aneddoto sulla “servetta di Tracia” che ride del filosofo Talete quando costui cade in un pozzo poiché cammina guardando le stelle (Teeteto, Platone): “lo prese in giro, dicendogli che si preoccupava tanto di conoscere le cose che stanno in cielo, ma non vedeva quelle gli stavano davanti, tra i piedi.”

Seguendo un’onorata tradizione dei movimenti per il cambiamento sociale, ho in questo modo mutato gli insulti in identità e orgoglio.

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Quando apprende che la tv britannica (Channel 4) manda in onda dal 17 settembre una serie basata sui lavori di Philip K. Dick, cosa fa un’avida lettrice/autrice di fantascienza come me? Guarda di corsa la prima puntata, ovvio. E rimane seduta un paio di minuti, dopo la sua fine, a chiedersi se fare di peggio era effettivamente una possibilità.

In tutto le puntate di “Electric Dreams” saranno dieci e poiché i registri e gli sceneggiatori variano guarderò anche le altre: se avessi letto che regia e script erano nelle stesse mani per l’intera serie avrei gettato la spugna appunto dopo “The Hood Maker” – “Il fabbricante di cappucci”. Confesso di non ricordare benissimo il racconto da cui la prima puntata è tratta e suppongo – forse malignamente – che la resa penosa (in ambientazione, scenografia e recitazione) contribuisca a offuscare la mia memoria. Il nucleo della trama è il conflitto fra i telepati, diventati nel futuro descritto un’odiata e sfruttata ma consistente minoranza, e la maggioranza delle persone “normali”. Quando uno scienziato che ha contribuito alle sofferenze dei telepati eseguendo spietati esperimenti su di loro prende a costruire e distribuire anonimamente cappucci difensivi che impediscono il contatto telepatico, ciò segna l’inizio della loro ribellione: non resterà anonimo a lungo e sarà ucciso dagli stessi telepati nel finale.

primo episodio electric dreams

I due attori protagonisti – in immagine – sono l’agente di polizia Ross (Richard Madden, ex Robb Stark di “Games of Thrones”) e la telepate Honor (Holliday Clark Grainger, ex Lucrezia de “I Borgia”). Sono ufficialmente messi insieme come partner per la prevenzione delle sommosse: lei individua manifestanti pericolosi o violenti ma ha comunque la proibizione di “leggere” la mente dei poliziotti. In realtà Ross non corre alcun rischio perché è uno dei rari refrattari alla telepatia e il vero scopo per cui è stato ordinato loro di lavorare in coppia è che lui scopra cosa stanno tramando i telepati. A Richard Madden devono aver detto: il tuo personaggio è un rozzone, parla con un accento da campagnolo analfabeta e dopo dieci minuti che sta accanto a una donna comincia a vederla in orizzontale anche se è il soggetto della sua inchiesta; a Holly Grainger invece è stato consigliato di aver sempre le labbra tremanti e gli occhi traboccanti di lacrime e di parlare esclusivamente in dolci sussurri. In questo modo è chiaro che i due si innamoreranno nei dieci minuti successivi e che nel finale lui le offrirà di fuggire insieme. Ma ormai la rivolta è iniziata. Honor lascia Ross intrappolato nell’incendio appiccato dai suoi compagni telepati e si getta da un balcone – presumibilmente, la camera mostra lo sguardo di lei e non il suo corpo.

Leggendo uno/a pensa: be’, ma sono un sacco di emozioni, dev’essere stato almeno commovente… ahinoi, no. L’elettroencefalogramma del filmato è piatto come una sogliola. Se penso alle vere emozioni, alle sorprese, alle rivelazioni, persino agli shock che la lettura delle opere di Philip K. Dick mi ha dato, spero solo che non si stia rivoltando nella tomba.

Maria G. Di Rienzo

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