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Marylize

(“How can LGBTIQ people find solace in family or religion when these are the sources of our pain?”, di Marylize Biubwa per OpenDemocracy, testo raccolto da Arya Karijo, aprile 2020, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Sono una difensora dei diritti umani. Sono un’attivista e sono una femminista nera, queer, radicale e intersezionale. Non ho un lavoro. Porto avanti un’iniziativa che non è un’organizzazione giacché non è finanziata. In effetti, la porto avanti con il crowdfunding e coinvolgendo le mie reti di relazioni. Mi appoggio grandemente a lezioni di facilitazione, all’attivazione di social media o al mettere insieme contenuti digitali per qualcuno.

La storia di molte persone queer è quella di chi non è riuscito neppure ad andare a scuola, perciò non hanno diplomi. Non li ho neppure io, ma mi sto arrangiando. Qualche volta la vita la devi arrangiare. Molte persone non hanno reddito. Molte persone si appoggiando ad altre persone. Molte persone hanno dovuto uscire allo scoperto. Stanno da soli. Hanno difficoltà. La gente sta usando metodi folli che nemmeno immaginereste, per sopravvivere qui fuori.

Perciò, quando il coronavirus colpisce, sei completamente destabilizzato. Non vuoi restare a casa tua, perché ciò rende la tua situazione di persona che non guadagna persino peggiore. Ma non puoi uscire in cerca di lavoro durante questo periodo in cui la gente pratica il distanziamento sociale ed è sotto quarantena. Molte persone LGBTIQ sono in difficoltà perché il coronavirus è arrivato con questo senso della famiglia e di gente che si sposta per essere accanto agli individui di cui si curano di più: familiari eccetera. Se il peggio si avvera, vuoi morire avendo almeno la tua famiglia vicina.

Ma per quel che riguarda la mia esperienza, e l’esperienza di molte persone LGBTIQ, la famiglia non è qualcosa che noi si abbia attualmente e ciò ha impatto sulla nostra salute mentale e in genere su come funzioniamo e operiamo in questo periodo.

Ci sono quelli che trovano sollievo nella religione. Ci sono quelli che trovano sollievo nella famiglia. Le persone LGBTIQ raramente trovano sollievo in questi modi, perché tanto per cominciare religione e famiglia sono le fonti della nostra sofferenza. La cosa triste dell’essere una persona queer in questo periodo è che hai la sensazione di non avere la meglio in qualsiasi cosa, sia la famiglia, sia il coronavirus, sia il governo, sia i sistemi. Puoi dover andare all’ospedale e l’omofobia strisciare all’interno della situazione. Era già abbastanza brutto prima del coronavirus e in un momento come questo non fa che amplificarsi.

La gente sta associando parecchio la morte al coronavirus. Io non sono spaventata dalla morte. Non perché la morte non sia spaventosa in sé. Se guardo indietro, so che c’è stato un periodo della mia vita che ho giudicato davvero spaventoso. Sono le esperienze che ho attraversato. E’ maneggiare il trauma. E’ sentirsi incline al suicidio. E’ tentare il suicidio. E’ l’arrivare in pratica a un punto in cui sei viva ma sai per certo che se non volessi essere viva ci sarebbe un’opzione, una via d’uscita da tutto questo.

Penso di continuo: qual è la cosa peggiore che può capitare se sei infettato dal coronavirus? Morire, giusto? Ma questo non è così terribile, alla fine. Voglio dire, tutti moriamo a un certo punto, no? Le nostre esperienze di vita, in special modo le esperienze traumatiche, ci uccidono da vivi comunque. In un dato momento avremmo dovuto vivere come esseri umani, ma siamo morti dentro.

(L’omosessualità è illegale in Kenya secondo il Codice Penale di era coloniale, il quale descrive le relazioni fra persone dello stesso sesso come “conoscenza carnale contraria all’ordine naturale” e prescrive sentenze che arrivano ai 14 anni di prigione. Nel 2019, la Corte Suprema del Kenya rifiutò di dichiarare incostituzionali queste clausole del Codice Penale.)

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(tratto da: “No one is perfect: it’s time to change how we view and treat victims of sexual assault”, di Andrea Powell per Thomas Reuter Foundation, 19 ottobre 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Andrea è la fondatrice di Karana Rising e FAIR Girls.)

Io sono una sopravvissuta all’assalto sessuale e la fondatrice di un’organizzazione che ha aiutato più di 1.000 giovani donne sopravvissute al traffico sessuale a trovare la propria forza e a guarire dal trauma.

Nel 2012 incontrai e sostenni la causa di Nicole, allora una ventunenne sopravvissuta al traffico sessuale, che era stata brutalmente aggredita sessualmente da un famigerato stupratore seriale, il quale quasi la uccise a poche miglia di distanza dalla Casa Bianca.

Lo stupratore di Nicole credeva che l’avrebbe fatta franca violentando donne che erano all’interno del commercio di sesso perché, se mai si fossero fatte avanti, nessuno le avrebbe giudicate credibili mentre affermavano di essere state stuprate.

Nessuno sarebbe venuto a cercarle, sembrava anche pensare. Nonostante io abbia lavorato con tre delle giovani donne che testimoniarono contro questo stupratore seriale, non so quante donne abbia violato. So che su Nicole si sbagliava.

Ho sentito la litania di domande fatte alle sopravvissute che spesso include “Perché non ha semplicemente chiamato la polizia?” o “Perché non si è allontanata prima?” e il classico “Com’era vestita?”. Cos’aveva addosso, Nicole, quella notte? Gli abiti in cui è stata stuprata.

La cultura dello stupro ci fa concentrare sull’impatto che un’accusa di aggressione sessuale ha sullo stupratore anziché sulla sua vittima. Questo nonostante il fatto che una donna su cinque, in America, abbia fatto esperienza di un assalto sessuale.

Himpathy” (ndt. la “simpatia per lui”) – un termine coniato dall’autrice Kate Manne per la simpatia offerta agli uomini accusati di reati sessuali – fu la strategia usata dagli avvocati che difendevano lo stupratore di Nicole, il quale aveva in quel periodo una moglie incinta.

Affiancarono a questa tattica una serie di domande che implicava in modo diretto come Nicole e le altre sopravvissute semplicemente non fossero state stuprate in virtù delle loro stesse azioni e dei luoghi in cui si trovavano. Assomiglia alla maniera in cui la docente universitaria Christine Blasey Ford è stata interrogata quando testimoniò davanti al Senato sulla sua accusa di aggressione sessuale che concerne l’ora giudice della Corte Suprema Brett Kavanaugh. Ciò incluse domande sul suo abbigliamento, sul perché era a una festa in cui c’erano uomini e se fosse o no ubriaca.

Le sopravvissute al traffico sessuale che io conosco sono state aggredite sessualmente, di media, cinque volte a notte. Fa 150 assalti al mese. Di media, sono state vendute per quattro anni prima di ricevere aiuto. Il traffico sessuale è stupro seriale per profitto.

La maggioranza di queste sopravvissute non voleva parlare con la polizia perché temeva castighi e svergognamento. Molte denunciarono crimini mesi o persino anni più tardi e allora ogni aspetto della loro vita, passata e presente, fu sottoposto a un test sociale atto a misurare la loro credibilità. Sembra che la società voglia vedere se hanno giocato un ruolo nella loro stessa vittimizzazione perché se loro sono da biasimare noi non dobbiamo ascoltare.

Se una vostra amica vi dice di essere stata derubata, vi mettete subito a pensare se si sta inventando tutto? Facciamo per caso studi sulle false denunce di rapina a mano armata, perché siamo davvero preoccupati del potenziale impatto sul futuro del “presunto” rapinatore?

Non esiste niente di simile a una vittima perfetta ma come ci avviciniamo a creare una società dove non si richiedano standard impossibili per avere ascoltatori non prevenuti?

In primo luogo, dobbiamo istruire i ragazzi e le ragazze sulle realtà dell’aggressione sessuale. Dobbiamo dar loro gli attrezzi per essere testimoni pronti a rispondere.

In secondo luogo, dobbiamo nominare i fattori della cultura dello stupro e quando la riconosciamo non dobbiamo tollerarla.

In terzo luogo, abbiamo bisogno di maggiori risorse per le sopravvissute a rischio a causa del trauma, dello loro storie pregresse di abuso sessuale, dell’essere senza casa, o altri elementi chiave.

Dobbiamo riconoscere che la cultura dello stupro esiste solo perché noi le permettiamo di esistere.

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Pavan Amara

Pavan Amara – in immagine – ha 29 anni, è originaria dell’India e vive in Gran Bretagna. E’ la fondatrice di “My Body Back Project”, un’iniziativa che ha creato e sta creando spazi sicuri in cui le donne vittime di violenza sono aiutate a “riconnettersi” con i propri corpi e ad amarli di nuovo: il senso di alienazione, il senso di colpa, la disistima e il disprezzo di se stesse, le difficoltà con il sesso sono tutte esperienze comuni alle sopravvissute. Pavan stessa è una di loro.

“Quando ho deciso due anni fa di dar inizio a un’organizzazione di beneficenza non l’ho fatto per ragioni filantropiche o perché volevo diventare la prossima Madre Teresa. E’ stata in effetti una mossa egoistica: non avevo altre opzioni e l’ho fatto mio per il stesso benessere. Ho lanciato il “My Body Back Project” nell’agosto 2015 – per aprire cliniche specialistiche con il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) che si occupassero di salute sessuale e maternità, dirette alle donne che avevano sperimentato violenze sessuali – semplicemente perché ne ne avevo bisogno io stessa. – ha scritto Pavan Amara per The Telegraph il 25 novembre scorso – A 26 anni mi sono trovata, dieci anni dopo essere stata stuprata da adolescente, nell’incapacità di accedere alle più basilari cure sanitarie, perché molte di esse sollecitavano ricordi e flashback dello stupro. Mi sentivo insicura nel mio stesso corpo, in ogni modo possibile, persino quando tentavo di andare dal medico per un comune controllo. Non è solo la mia storia. Per quanto ne so ora è la storia di migliaia, se non di milioni, di donne in tutto il mondo. Tuttavia non è necessario che nessuno tiri fuori i violini, cominci a sentirsi gli occhi umidi o si dica “commosso” dalla faccenda: francamente, non sarebbe d’aiuto. Per la maggior parte delle donne, la cosa è andata ben oltre questo.”

La prima clinica, con l’aiuto di un fondo speciale dell’SSN, è stata aperta a Londra: si occupa di infezioni e malattie a trasmissione sessuale, contraccezione e pap test. Nel 2016, è stata ampliata con una struttura dedicata alla maternità.

“In brevissimo tempo siamo state travolte. – ricorda Pavan – Le richieste di appuntamenti arrivavano come in un diluvio da tutto il Regno Unito e un certo numero di esse proveniva dalla Scozia, dove le donne dicevano di aver bisogno di usare i servizi presenti a Londra ma di non poter affrontare le spese di viaggio. Dover respingere continuamente le richieste è straziante. Ora, grazie al governo scozzese e ad alcune eccellenti professioniste, apriremo una clinica in Scozia nel febbraio 2018.

Ma non importa dove si situano nel tuo paese, o nel mondo, le storie delle donne che hanno subito violenza e molestie contengono gli stessi identificabili elementi. Qualche mese fa, sono stata abbastanza fortunata da visitare il Sudafrica, dove ho parlato con donne sopravvissute allo stupro. Una storia mi è rimasta ficcata in testa: quella di una donna di Johannesburg, la quale aveva parlato alla famiglia dei ripetuti abusi sessuali che subiva da un cugino e a cui era stato risposto di stare zitta e di non ripetere quelle parole mai più. Aveva 12 anni e diventò muta per i successivi due. Ora, lei riconosce il fatto come una protesta: se il silenzio era l’unica risorsa a lei disponibile l’avrebbe usata, nel modo più potente possibile. Avrebbe manipolato il silenzio invece di permettergli di distruggerla.

Perché troppo spesso si fanno sentire le donne come se il silenzio fosse la loro unica miserabile risorsa. Che ci si trovi a Londra, o a Johannesburg, o in California o a Cape Town, alle donne si insegna a soffocare il loro dolore o a metterlo da parte. Che si tratti di violenza sessuale, molestia, abuso domestico o mutilazione dei genitali femminili – sta’ quieta o scoprirai di non aver più accesso al lavoro, di essere emarginata dalla tua famiglia, di essere chiamata “bugiarda” e “troia”.

Ecco perché quando di recente le storie su Harvey Weinstein sono venute alla luce, io non ero per nulla sorpresa dal fatto che le donne avessero mantenuto il silenzio così a lungo, costrette a farlo da ciascuno avessero attorno. Poi il silenzio si è spezzato, in un’ondata di marea quasi tangibile, quando le donne non potevano più trattenere la diga. Non mi sorprende che chiunque, dalle attrici di Hollywood alle giudici, abbia una storia da raccontare. Se c’è una cosa che ho imparato dalla vasta gamma di donne che passa dalle porte della nostra clinica è che non importa quanto ricca e famosa sei, o quanto intelligente, o dura, o grande, o piccola. Perché non si tratta delle donne, si tratta degli uomini.

my body back logo

Nelle ultime settimane, migliaia di donne hanno fatto luce sulle molestie e sulle aggressioni sessuali in ogni campo dell’esistenza. E tristemente, il commento più illuminato che ho sentito fare dagli uomini sulla materia è stato: “Be’, io non ho mai assalito nessuna.” Perciò, ovviamente, non ha a che fare con me. La differenza è che le donne – neppure la maggior parte di noi ha mai assalito nessuno – non possono scegliere di sganciarsi dall’argomento, perché la violenza sessuale o la minaccia di essa sono già lì, nelle nostre vite.

Ho notato un tema comune, lavorando a “My Body Back”, ed è che sono le donne a sostenersi l’un l’altra. E’ usuale sentire: “Ho detto a mia sorella cosa stava succedendo” oppure “Ho portato con me mia madre per darmi coraggio”. Non ho mai visto una donna venire con il padre o il fratello. Proprio stamattina stavo scorrendo le liste della raccolta fondi e delle donazioni, e ho notato che fra centinaia di nomi solo due erano maschi. Questo è un mistero: perché quando parlo agli uomini di eliminare la violenza contro le donne loro annuiscono per tutto il tempo, sembrano seri e diventano molto timorati di dio. Certo, prendono la cosa seriamente e certo, molti uomini non aggredirebbero mai qualcuna o qualcuno sessualmente. Ma l’azione dov’è? Sino a che uomini e donne non cominciano a agire, non possiamo eliminare la violenza. Vedete, non sono le donne che si stanno stuprando e picchiando fra di loro, perciò come possiamo essere solo noi quelle che mettono fine alla cosa?” Maria G. Di Rienzo

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“Quando attraversiamo traumi durante l’infanzia ciò cambia la nostra percezione di noi stessi. I cervelli dei bambini non hanno la capacità di vedere il mondo nel modo in cui gli adulti lo vedono e tutto ciò che accade nel cervello di un bambino è percepito egocentricamente. Questo significa che quando i bambini sperimentano abusi e traumi – o persino testimoniano i conflitti tra i loro genitori – tendono a percepire che, a qualche livello, è colpa loro.

Tale cosa spesso si aggrava quando un perpetratore di assalto sessuale dice alla bambina / al bambino che l’aggressione è in qualche modo colpa sua, cosa che sfortunatamente accade spesso. Le ferite psicologiche derivate da abusi subiti durante l’infanzia sono durevoli e difficili da cambiare.

Significa che il modo in cui ti senti rispetto a te stessa puoi “sentirlo” come verità, ma potrebbe non esserlo. C’è questa cosa che accade quando siamo bloccati, ansiosi o depressi, chiamata “ragionamento emotivo”: noi ci basiamo su un sentimento e raccontiamo una storia su noi stessi o su altri basandoci su quel sentimento. Per esempio: “Provo vergogna, perciò devo essere una vergogna per gli altri.”, oppure: “Sono insoddisfatta della mia apparenza, perciò devo essere brutta.” In altre parole, usiamo le nostre sensazioni per decidere cos’è “vero” ma, purtroppo, le sensazioni sono spesso cicatrici dovute all’abuso e non la concreta verità su chi noi siamo, sul nostro valore e pregio.

healing heart

E’ d’aiuto cominciare a distinguere come ci si sente da quel che è in effetti reale, tipo: “Mi sento davvero insicura adesso, ma questo non significa necessariamente che non piaccio a nessuno. Forse le mie paure e le mie preoccupazioni mi stanno dicendo cose, sulle persone, che potrebbero non essere vere.” Questo può essere fatto anche con gli strascichi dei traumi subiti: “Mi sento a disagio, ma forse è perché ho attraversato qualcosa di davvero terribile, e non perché sono una vergogna in me stessa.”

Ci sono un bel po’ di ricerche su come traumi infantili, malattie croniche e patologie possono essere collegati a depressione, ansia nello stare in società o ritiro dalla società stessa. Tutte queste cose possono combinarsi e rendere la vita molto difficile. (…) Il dolore e la paura rendono il nostro mondo più piccolo. E per condurre vite soddisfacenti dobbiamo spingere indietro i muri di dolore e paura che si stringono attorno a noi.”

Hillary McBride – terapeuta femminista canadese, autrice di “Madri, figlie e immagine corporea: imparare ad amare noi stesse come siamo”. (trad. Maria G. Di Rienzo)

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