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Posts Tagged ‘violenza’

“So che da qualche parte, e lo dico solo per smentirmi, vive una donna molto bella (deve essere bella), intellettuale, gentile, colta, affascinante che ha otto figli, fa il pane, le torte e le crostate, accudisce alla casa, cucina, cresce i figli, dalle nove alle cinque ha un impiego manageriale in un campo tipicamente maschile, ed è adorata dal marito che ha lo stesso successo perché lei, anche se è un’audace e aggressiva dirigente d’azienda dall’occhio infallibile, dal cuore di leone, la lingua di vipera e i muscoli da gorilla (assomiglia proprio a Kirk Douglas), torna a casa di notte, s’infila una vestaglia trasparente e una parrucca, e si trasforma all’istante in una stupidotta di Playboy, dissipando la frottola che non puoi essere otto persone simultaneamente con due diverse categorie di valori. Non ha perduto la sua femminilità. E io sono Maria di Romania.”

Questo è un brano tratto da “The Female Man”, un libro del 1975 scritto da Joanna Russ (1937 – 2011). In italiano fu pubblicato dall’Editrice Nord nel 1989 con il titolo “Female Man”: è stato uno dei testi più belli e importanti che io abbia letto in gioventù. Muovendosi nello spazio e nel tempo con lo stesso personaggio che assume di volta in volta identità differenti, Joanna mostra in che modo ambienti, società e tradizioni forgino in modo diverso la stessa persona.

Joanna Russ era dichiaratamente lesbica e oltre a scrivere fantascienza – a cui appartiene il romanzo succitato – ha scritto saggistica, opere teatrali, articoli ed è stata una straordinaria attivista femminista.

“The Female Man” – “L’uomo femmina” è un testo che dovrebbe essere bandito, secondo il gruppetto di pagliacci e buffone, per la maggior parte strafatti/e di alcolici, che ha assalito una libreria femminista canadese (Vancouver Women’s Library) il 4 febbraio scorso, esprimendosi a spintoni e insulti. Quel che di vino non hanno bevuto, lo hanno gettato sui libri.

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Sono fascisti? Sì. Del nuovissimo modello pro-prostituzione, pro-pornografia, pro-è una scelta, pro-mercato neoliberista del siamo tutti in vendita (se è liberista sarà anche liberatorio, no?) e “noi siamo il vero – giusto – moderno – disinibito – eretico – trasgressivo… femminismo (???) – con ironia, però”.

Altri libri che secondo gli aggressori dovevano essere tolti dagli scaffali, per difendere tutta questa “libertà”, erano ad esempio:

Radical Acceptance – Accettazione radicale di Tara Brach, un libro sulla guarigione ottenuta tramite buddismo e meditazione;

First Buddhist Women: Poems and Stories of Awakening – Prime donne buddiste: poesie e storie di risveglio, di Susan Murcott;

Pornography: Men Possessing Women – Pornografia: uomini che possiedono donne, di Andrea Dworkin;

Not a Choice, Not a Job: Exposing the Myths about Prostitution and the Global Sex TradeNon una scelta, non un lavoro: rivelare i miti sulla prostituzione e sulla tratta sessuale globale, di Janice Raymond;

Female Sexual Slavery – Schiavitù sessuale femminile, di Kathleen Barry.

La lista comprendeva una ventina di testi in tutto: in una libreria che ospita centinaia di titoli e una gran vastità di opinioni e teorie anche contrastanti, hanno detto le femministe che gestiscono la libreria, non risponde a nessun criterio di coerenza. Hanno ragione. Risponde solo alla logica con cui Calibano pensa di poter uccidere Prospero (“La Tempesta”, William Shakespeare, l’enfasi è mia):

“Nel pomeriggio, come ti dicevo

ama dormire: allora lo puoi uccidere:

ma, prima, cerca di levargli i libri

tu puoi schiacciargli il cranio con un ceppo,

oppure aprirgli il ventre con un palo,

o tagliargli la gola col coltello.

Prima, ricorda di levargli i libri:

senza libri, è uno sciocco come me,

e non ha un solo spirito al suo comando (…)”

O alla logica con cui Hitler chiamò alla celebrazione della vittoria del nazismo con un rogo di libri, nella primavera del 1934.

Ma Calibano fallì, Hitler pure e noi femministe continuiamo a leggere e scrivere quel che ci pare.

Maria G. Di Rienzo

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(tratto da: “How I Came To Love My Fat, Beautiful Body”, un più lungo articolo di Sarah Blohm – pseudonimo – per Role Reboot, 4 gennaio 2017. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

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Ci sono giorni in cui celebro il mio corpo come il contenitore della Dea che è ed altri in cui mi sento tradita da esso, vorrei dargli fuoco e passarci sopra con l’auto nel mezzo della strada.

Vivere con una serie di malattie croniche, soffrire gli effetti della manipolazione ormonale – l’uso di steroidi per controllare stati infiammatori – e dover maneggiare le fluttuazioni di peso relative hanno creato questo grande varco fra ciò che io penso essere vero e la realtà.

Negli ultimi anni ho lavorato duro per costruire un ponte sul varco. Alle volte fallisco in modo clamoroso, altre volte mi muovo nella vita con un sorriso soddisfatto, fiduciosa e allegra. Chiunque abbia mai avuto a che fare con le precisazioni poste davanti ai complimenti sa esattamente di che sto parlando.

“Per essere una ragazza grossa sei davvero carina.”

“Per qualcuno della tua taglia sei in forma splendida.”

“Anche se sei larga, piaci ai ragazzi.”

“Mi sorprende che pur essendo una ragazza grassa tu abbia lo stomaco piatto.”

Nonostante, anche se, sebbene… parole e frasi dette prima di complimenti ambigui che invece di rinforzarti ti schiantano.

La faccenda è questa: le cose dette sopra possono essere tutte vere, ma il mio corpo e io siamo di più della somma delle nostre parti. Il mio peso non è la cosa più interessante di me. E il mio corpo, questo mio largo corpo, ha attraversato tutto.

Non mi ha abbandonata quando mi è stato diagnosticato il cancro. Mi ha sostenuta attraverso operazioni chirurgiche dolorose, biopsie, colposcopie, laparoscopie e un numero apparentemente infinito di medicine (ognuna delle quali con il proprio orrendo effetto collaterale, fra cui il mio preferito, si fa per dire, è stato perdere i capelli).

Il mio corpo è rimasto risoluto di fronte all’abuso coniugale, ad ogni parola odiosa e ogni minaccia in esso contenute. Il mio corpo mi ha portata nell’esercito e nei giorni precedenti il mio 19° compleanno, quando sono stata assalita mentre tornavo a casa da una festa. Mi ha portata su piedi veloci quando ero in grado di correre per un miglio (Ndt.: circa un chilometro e 600 metri) in sei minuti, salire su una corda in meno di trenta secondi e sollevare 300 libbre (Ndt.: poco più di 226 kg.)

Mi ha tenuta in piedi attraverso ogni scazzottata. Attraverso l’abuso sessuale infantile e il trauma che ne è seguito: il mio corpo ha bruciato di rabbia e mi ha aiutata ad aggrapparmi alla mia vita.

Mi ha portata avanti dopo che sono stata stuprata durante un appuntamento, un momento in cui ho preso in seria considerazione l’idea di farla finita. Il mio corpo ha guarito se stesso. Il mio corpo ha guarito me.

Non è perfetto: ha gonfiori, cicatrici, segni. E’ quasi sempre dolorante. Ma il mio corpo è capace di straordinarie prove di forza. E il mio corpo è sexy.

Questo è qualcosa che devo ricordare a me stessa ogni qualvolta le precisazioni fanno capolino nei mie stessi discorsi. “Per essere una ragazza grassa, ho un bel sorriso.”, “Nonostante sia grossa, sembro gradevole oggi.”, oppure “Uh… anche se sono così, quel tizio ha appena flirtato con me.”

No. Io ho un bel sorriso. Io sono gradevole. I ragazzi mi chiedono di uscire con loro (la mia agenda al proposito è spettacolare).

Mi ci sono voluti otto anni per capire che la bellezza e la percentuale di grasso corporeo non si escludono l’una con l’altro. Vi invito a fare altrettanto. Senza aggiungere precisazioni.

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“Quando una bambina vi dice che un uomo l’ha toccata in modo inappropriato, o che l’ha molestata…

Quando una donna vi dice che un uomo l’ha stuprata, o l’ha molestata sessualmente…

Perché come prima cosa mettiamo in discussione la veridicità di quell’esperienza, per la cui condivisione da parte della bambina o della donna possono esserci voluti grande coraggio, il rendersi vulnerabili e il mettersi a nudo? Perché stiamo subito a ponderare quanto danno questo può portare all’uomo in questione?

Quando un bimbo maschio vi dice che un uomo l’ha toccato in modo inappropriato, o che lo ha molestato, o che lo ha stuprato… Cosa ci induce a credere immediatamente al bambino, ad arrabbiarci e a cominciare a fare tutto quel che è in nostro potere affinché sia resa giustizia al bimbo stesso?

Perché non possiamo credere immediatamente anche alle nostre bambine e donne, e fare tutto quel che è in nostro potere affinché sia resa loro giustizia? Perché?

Perché tutte le volte, in tutte le circostanze, non svergogniamo il perpetratore e forniamo guarigione, cura e sostegno ai/alle sopravvissuti/e – tutti/e?

Come mai la reputazione di un uomo diventa una questione così critica, quando è accusato di aver perpetrato violenza sessuale contro donne e bambine, che noi volontariamente e talvolta ciecamente trascuriamo l’umanità di quelle donne e bambine?

Che tipo di società abbiamo creato per noi stessi?

Dov’è la protezione del valore e della dignità di donne e bambine?

Io voglio per donne e bambine una Giamaica differente. E spero che l’Esercito del Tamburello (#TambourineArmy) creerà la Giamaica differente di cui c’è bisogno.”

Così una delle “capitane” di questo nuovo gruppo di attiviste, Stella Gibson, spiega ciò che sta a cuore alle sue aderenti.

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Il nome scelto non è casuale. Dalla fine del 2016, quando un pastore 64enne della chiesa moraviana (confessione protestante) è stato beccato mentre assaliva sessualmente una ragazza di 15 anni all’interno di un’automobile, molti altri casi simili sono venuti alla luce. Il 9 gennaio scorso, le sopravvissute e i sopravvissuti alla violenza sessuale da parte dei sacerdoti hanno protestato di fronte alla chiesa suddetta e nel battibecco che è nato fra i dimostranti e il leader moraviano Paul Gardner, quest’ultimo si è preso un colpo di tamburello in testa. Gardner e il suo vice presidente hanno dato le dimissioni pochi giorni dopo, in quanto sono entrambi indagati per abuso sessuale di minori.

L’Esercito del Tamburello mira a costruire “una della più grandi coalizioni di organizzazioni e individui in Giamaica che lavorino per rimuovere la piaga dell’abuso sessuale, dello stupro e di tutte le altre forme di violenza sessuale contro bambine/i e donne”. Una delle strategie che il gruppo sta usando è l’hashtag #SayTheirNames (Dì i loro nomi) tramite il quale le donne sono incoraggiate a farsi avanti e a raccontare le storie degli abusi subiti nominando i perpetratori. Ma non usano solo le loro tastiere: il 6 febbraio 2017 hanno organizzato una campagna di protesta vestendo di nero, l’11 marzo prossimo terranno la Marcia di Potere delle Sopravvissute, stanno già tenendo Circoli di Guarigione per le vittime di violenza e stanno creando connessioni ovunque sia possibile per far pressione sui legislatori affinché la legge contro i reati sessuali sia resa più efficace.

Buon lavoro, amiche. Chissà che il tamburello risuoni (metaforicamente) su moltissime altre teste. Maria G. Di Rienzo

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(“Sustaining the Sisterhood After the March” di SanPatagonia, pseudonimo di una giovane argentina studente universitaria e attivista femminista: “una cercatrice, una pellegrina, un’anima… una donna”. 30 gennaio 2017, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Il 21 gennaio mi sono unita in spirito alla Marcia globale delle Donne dalla Patagonia, in Argentina. Tramite Twitter, ho marciato virtualmente in solidarietà con le marce fisiche che si tenevano in tutto il mondo.

Eravamo tutte unite sotto lo stesso cielo con la stessa convinzione che siamo eguali e meritiamo parità e rispetto. Non c’era paura nei nostri passi. Non c’era violenza nelle nostre azioni. Ho testimoniato forza, coraggio e migliaia di voci pronte ad alzarsi.

In quel giorno ci siamo sollevate come una sola persona. Ma c’è un vecchio proverbio che dice: “Dio è nei dettagli”. (Ndt.: io lo conoscevo come “Il diavolo è nei dettagli”)

Io sono un’attivista per l’eguaglianza da quando ho memoria e ogni vittoria che ho celebrato è stata breve e dolceamara – un piccolo passo che può sempre essere riportato indietro.

Sei giorni dopo la marcia ho saputo che una donna di 28 anni della mia città era morta. Suo marito l’ha picchiata a morte. La brutalità della nostra società e il profondo disprezzo per la vita di una donna restano intatti. Proprio l’anno scorso, avevamo marciato per un’altra donna assassinata dal marito.

Mi sorge la stessa domanda, allora e adesso: marciamo e siamo milioni – e poi? Come possiamo educare al cambiamento reale se non abbiamo la volontà di contribuire al cambiamento fra di noi su base giornaliera?

Per due anni di fila, il movimento NiUnaMenos si è sollevato nel mio paese come un urlo imponente per fermare il femicidio e la violenza di genere. L’anno scorso, la marcia nazionale di Ni Una Menos si tenne nello stesso giorno dedicato alla previdenza del cancro e le donne che vestivano di nero furono criticate perché in quel modo mandavano un messaggio negativo nel giorno dedicato al cancro.

Quanto perdute siamo in questi trucchi cosmetici per predarci l’un l’altra in tal modo? Come donne, spesso contribuiamo ai nostri passi indietro. Le critiche più dure, i più profondi e significativi silenzi e le più aspre opinioni tendono ad arrivarci dalle nostre sorelle nella lotta.

Troviamo oltraggiose le uscite dei politici, ma votiamo per loro – quando andiamo a votare del tutto. Condanniamo i picchiatori ma pure siamo disposte a chiamarci fuori se li conosciamo o se fanno parte delle nostre famiglie. Votiamo persino per i picchiatori, di tanto in tanto, anche se le accuse contro di loro sono pubbliche.

Lasciamo sapere ai ragazzi che possono fare qualsiasi cosa e alle ragazze che devono stare attente perché non sono ragazzi.

Usiamo i nostri social network per giudicare le donne che non si sposano o non hanno bambini.

Quando una donna si veste come le pare, senza badare all’età o al tipo di corpo, la chiamiamo pazza; quando una donna osa essere ambiziosa o compie un subitaneo cambiamento nella sua vita o nella sua carriera, la chiamiamo deviata.

Mentre scrivo, sono passati 9 giorni dalla Marcia delle Donne. Tre reporter della CNN spagnola se la stanno prendendo con Ariel Winter (Ndt.: attrice statunitense) per la scelta dell’abito che indossa alla serata dei SAG Awards (Ndt: SAG sta per Screen Actors Guild – Gilda attori dello schermo, conferisce premi per le migliori interpretazioni dei membri dell’associazione).

Posso sentire una donna che dice, sdegnata: “Non si adatta al suo corpo.”

Perché facciamo questo? Il segmento proposto dovrebbe essere divertente e spassoso, ma tutto quel che io vedo è una giovane donna che lavora come attrice e indossa una veste lunga verde. Tutto ciò le appartiene, è suo. Però i suoi detrattori agiscono come se lei appartenesse a loro, il suo corpo, le sue scelte, la sua immagine pubblica. La rete televisiva legittima l’abuso.

Non sento alcuna voce protestare dal pubblico.

Queste cose non accadono a causa di nessun nuovo presidente. Dobbiamo saper essere responsabili.

Il cambiamento non è garantito. Quando marciamo, compiamo i primi passi nella nostra lotta per l’equità. Ma dobbiamo continuare a fare passi in avanti. Dobbiamo sfidare noi stesse a compiere piccole azioni ogni giorno e a rendere la nostra visione realtà.

sciopero-internazionale-8-marzo-2017

P.S. della traduttrice: Ni Una Menos ha chiamato allo sciopero internazionale delle donne per l’8 marzo. A tutt’oggi, oltre che ovviamente dall’Argentina, hanno risposto positivamente coalizioni femministe da: Australia, Bolivia, Brasile, Cile, Corea del Sud, Costa Rica, Cecoslovacchia, Ecuador, Francia, Germania, Gran Bretagna, Guatemala, Honduras, Irlanda del Nord, Irlanda, Islanda, Israele, Italia, Messico, Nicaragua, Perù, Polonia, Russia, Salvador, Scozia, Stati Uniti, Svezia, Togo, Turchia e Uruguay. Ne riparleremo.

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kafa

Questo è il logo di “KAFA (BASTA) violenza e sfruttamento”, un’ong femminista e laica della società civile libanese che cerca di creare una società libera dalle strutture patriarcali sociali, economiche e legali che discriminano le donne. KAFA è stata fondata nel 2005, i suoi scopi sono eliminare ogni forma di violenza e sfruttamento contro le donne e costruire una sostanziale eguaglianza di genere. Perciò, gestisce due centri di sostegno alle donne a Beirut e nella valle della Beqāʿ nonché un rifugio per le vittime di violenza (la cui ubicazione è protetta) e lavora per contrastare prostituzione e traffico di esseri umani.

I centri di sostegno accolgono le donne qualsiasi siano la loro provenienza o storia e forniscono loro non solo informazioni: corsi, istruzione, aiuto psicologico e legale, persino attività di svago – gratuitamente. Data la situazione in Siria, negli ultimi anni hanno ricevuto com’è ovvio molte donne da quel paese. Il 25 gennaio scorso, Kvinna till Kvinna ha pubblicato un articolo di Ida Svedlund e Cecilia Samuelsson che racconta la storia di una loro, “Leila” (il suo nome è stato cambiato per garantire la sua sicurezza).

Leila ha oggi 39 anni ed è fuggita dalla Siria tre anni fa, quando la sua città è stata bombardata e suo marito è morto; ha cinque figli, tre femmine e due maschi. “La fuga mi ha esaurito completamente ed ero già traumatizzata dalla guerra. I bambini non stavano meglio, la più piccola si bagnava di notte, ma grazie all’aiuto che è stato dato loro da KAFA questo non succede più e tutti oggi stanno molto meglio.” Leila ha trovato una casa in affitto e ha lavorato per qualche tempo come domestica, ma le pesanti molestie del padrone di casa e di suo figlio sono diventate intollerabili al punto da costringerla a licenziarsi. La sua situazione economica, già precaria, si fece difficile: “Il primo anno le Nazioni Unite ci davano un po’ di cibo, poi hanno smesso.”

A questo punto le femministe (che come certo saprete sono bieche, misandriche, anacronistiche, frustrate, inutili…) di KAFA sono intervenute di nuovo, offrendole un salario per entrare come educatrice in uno dei loro programmi: “Il progetto coinvolge al momento circa trenta donne. – spiega la coordinatrice Hind – E’ mirato a prevenire la violenza di genere e i matrimoni di bambine, due problemi che si sono aggravati a causa della povertà, dei conflitti e delle migrazioni forzate dagli stessi. Tramite il progetto stimiamo di riuscire a raggiungere almeno 3.000 donne.”

Leila terrà i suoi incontri in diversi punti della valle della Beqāʿ: “Parlerò di che possibilità ci sono di avere qui istruzione e lavoro e tratterò di soggetti come i matrimoni precoci, la violenza contro le donne e la salute, e qualsiasi altra cosa le donne vogliano discutere. – spiega Leila – La violenza di genere è assai diffusa in Siria come in Libano. Frequentando KAFA ho imparato a riconoscere la violenza psicologica, so che le parole possono ferire come ti ferisce la violenza fisica. Perciò, ora sono molto attenta a scegliere i termini quando parlo ai miei bambini. Il lavoro dell’organizzazione contro i matrimoni di bambine mi tocca profondamente. Io mi sono sposata quando avevo 17 anni e sono diventata madre molto presto. E’ un destino che non auguro alle mie figlie. Penso che i loro studi abbiano la precedenza.”

Leila adesso riesce anche ad avere del tempo per sé. Ha cominciato a praticare lo yoga, una cosa che le piace davvero: è un corso offerto da KAFA, ovviamente, “un luogo in cui mi sento sicura e apprendo così tante cose. Sono davvero grata per questo.”

Mannaggia, ma quando troveranno il tempo per odiare gli uomini, spettegolare sugli uomini e lamentarsi di non essere notate dagli uomini queste femministe libanesi?

Maria G. Di Rienzo

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(“Four days after mass molestations in Bangalore, India, the country’s men had managed to turn the attention to themselves, using the NotAllMen hashtag”, di Awanthi Vardaraj per Wear Your Voice, 27 gennaio 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Le celebrazioni per l’anno nuovo a Bangalore sono state rovinate da un’altra brutta serie di molestie di massa, il terzo incidente del genere che accade in India. Mentre le donne camminavano per le strade della loro città, festeggiando con amici e familiari, uomini in massa sciamavano su di loro e afferravano con le mani qualsiasi cosa vedessero. E’ stato un chiaro e ovvio messaggio, uno di quelli con cui le donne indiane hanno orrenda familiarità: vengo, vedo, prendo.

Sebbene la polizia indiana fosse presente, le donne hanno testimoniato che i poliziotti non sono stati nulla di più di spettatori muti. Anche quando erano armati, se ne sono rimasti a guardare mentre questi uomini afferravano e palpeggiavano le donne attorno a loro in impunità. Donne che singhiozzavano e urlavano hanno tentato di scappare verso la polizia, ma persino quando gli uomini le tiravano indietro per continuare a molestarle e palparle i poliziotti non hanno fatto nulla per proteggerle. Più tardi, la polizia di Bangalore ha dichiarato che i suoi agenti erano in assoluta inferiorità numerica.

Mentre le notizie giravano il primo di gennaio e il paese era comprensibilmente furibondo, l’attenzione è transitata dalle molestie e dagli assalti sessuali a – lo avevate capito – gli uomini indiani. L’hashtag #NotAllMen (Ndt: Non tutti gli uomini, da ora in avanti sempre tradotto) è diventato un trend attorno al 3 di gennaio, presumibilmente in risposta a tutta l’attenzione che gli uomini stavano fronteggiando come risultato delle molestie di massa, e in men che non si dica ha scavalcato l’istanza reale in questione. Arrivati al quarto giorno di gennaio 2017, l’attenzione era concentrata solamente sul #Non tutti gli uomini anziché sul #Quel che è accaduto a Bangalore non deve accadere mai più.

Come tattica per chiudere la conversazione in corso, questa è spaventosamente efficace ed è una tattica che abbiamo visto all’opera innumerevoli volte. Si parla di stupro? Be’, pensate un po’? #Non tutti gli uomini! Forse l’argomento di cui si tratta sono le donne single che hanno difficoltà a trovare un appartamento in affitto nelle città indiane (come è capitato a me) ma ad ogni modo si può stare sul tetto più vicino che si riesce a trovare e urlare #Non tutti gli uomini nell’abisso.

Questa non è la prima volta in cui una conversazione sulle donne e sulle istanze delle donne viene fatta deragliare e diventa una conversazione sugli uomini e, tristemente, non sarà l’ultima. Non è la prima volta che gli uomini sentono il bisogno di giustificarsi dicendo di non essere mostruosi come le loro controparti in effetti responsabili delle molestie, come se ciò in qualche modo garantisse loro un biscotto (Ndt.: una ricompensa). Invece di mettersi tranquilli e di lasciar parlare le donne gli uomini indiani, come al solito, hanno dominato la conversazione.

Tuttavia, è importante che chiunque senta il bisogno di ripetere #Non tutti gli uomini come un disco rotto sappia di giocare un ruolo nella società in cui vive, un ruolo vitale. Invece di compiere un furbo passo indietro quando lo sguardo è su di loro, questi uomini potrebbero forse fare un passo avanti. Per aiutarli a fare proprio questo, ho compilato per loro una comoda lista usando il loro stesso stizzoso hashtag: si chiama #YesAllMen (Ndt: Sì tutti gli uomini, da ora in avanti sempre tradotto).

#Sì tutti gli uomini devono rispettare l’autonomia di un corpo femminile.

#Sì tutti gli uomini si mostreranno e saranno contati.

#Sì tutti gli uomini si solleveranno e parleranno in favore delle donne.

#Sì tutti gli uomini non si aspetteranno ricompense per il solo fatto di essere uomini.

#Sì tutti gli uomini riconosceranno i loro immensi privilegi e li useranno per fare del bene, non del male.

#Sì tutti gli uomini capiranno che il consenso è obbligatorio.

#Sì tutti gli uomini lavoreranno per mettere fine alla discriminazione di genere.

#Sì tutti gli uomini non devono più stare a guardare, ma impegnarsi attivamente nella lotta per l’eguaglianza di genere.

#Sì tutti gli uomini smetteranno di usare le donne e parti dei corpi delle donne come mezzi per insultare altri uomini.

#Sì tutti gli uomini lotteranno attivamente contro la misoginia e aiuteranno a metter fine alle pratiche misogine.

#Sì tutti gli uomini sosterranno le donne nelle loro vite, nel contempo educando altri uomini.

Sicuramente questa non è una lista esaustiva, ma è un grande punto di partenza. Può essere utile averla a portata di mano per la prossima volta in cui gli uomini vorranno giocare la carta #Non tutti gli uomini; forse si asterranno dal farlo e penseranno a #Sì tutti gli uomini.

Cordiali saluti da #Sì tutte le donne.

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“Prendete la città di Puno, in Perù, ove abitano tribù indigene Aymara e Quechua. – spiega Majandra Rodriguez Acha (in immagine) – Usualmente gli inverni sono pesanti in quel luogo e stanno diventando sempre peggiori e anticipati a causa del cambiamento climatico. La mortalità materna è del 45% più alta della media del paese e in parte dovuta a questo freddo intenso. Sono le donne rurali impoverite e i loro bambini che soffrono di più, ma quel che si fa per loro è mandare in dono coperte ogni anno: chiaramente la loro situazione non è prioritaria per il governo.”

Per Majandra i danni provocati all’ambiente sono divenuti prioritari nel 2009, quando giungle e foreste furono invase dalle compagnie petrolifere causando lo spostamento forzato e assai violento di migliaia di persone indigene. Indignata da ciò che vedeva in televisione, andò a prendersi la prima dose di gas lacrimogeno in una manifestazione di protesta, mentre ripeteva lo slogan “La selva no se viende, la selva se difende” – “La giungla non si vende, la giungla va difesa”: aveva allora 19 anni e subito dopo fondò “TierrActiva Perù”, la propria organizzazione di attivisti.

Majandra è oggi consigliera di due gruppi internazionali che lavorano esplicitamente per contrastare il cambiamento climatico e le operazioni che lo favoriscono, “Global Greengrants’ Next Generation Climate Board” e “Women’s Environment and Development Organization”: in quest’ultimo il suo “titolo” è Giovane Femminista per la Giustizia Climatica.

Come lavora in tal campo una giovane femminista? “Ascoltando. Io sono un megafono per voci storicamente soffocate. Credo che le vere esperte delle situazioni siano le persone che le vivono. Nei miei seminari non mi porto dietro presentazioni e non tengo conferenze, mi porto dietro grandi fogli di carta bianca e matite, di modo che chi partecipa possa narrare la propria storia e lasciarne traccia.”

TierrActiva va direttamente nelle aree minacciate o devastate, decentralizza l’organizzazione delle azioni e usa per esse tutti i mezzi e i media a portata di mano: la Mobilitazione per i diritti della Madre Terra nacque dall’allestimento di una radio comunitaria, da laboratori tenuti dalle persone coinvolte a livello locale e dalla costruzione di centinaia e centinaia di enormi pupazzi che poi furono portati in manifestazione con clamoroso effetto visivo. Incontrare le persone sul loro territorio fornisce l’esatta percezione di cosa sta accadendo: chi vive nelle montagne sta affrontando le conseguenze dello scioglimento dei ghiacciai (riduzione della pioggia o scomparsa del suo ciclo), mentre chi vive presso o nelle foreste le vede distrutte da fuochi alimentati dalla siccità.

Majandra dice che far venire alla luce queste narrazioni è critico per parlare di cambiamento climatico: “Non si tratta di tabelle e numeri. Si tratta delle strutture di potere che sfruttano le risorse, danneggiando gli esseri viventi durante il processo.” Un’altra cosa che vede molto chiaramente è la connessione fra il degrado dell’ambiente e le donne: in Perù, dice, questo è particolarmente vero, giacché le donne sono in pratica assenti dai luoghi decisionali e nella sfera politica e tuttavia, la maggioranza delle persone che praticano agricoltura di sussistenza e subiscono i danni del cambiamento climatico sono donne.

La violenza contro la Terra, spiega Majandra, è simile alla violenza sessuale. “Il linguaggio usato è lo stesso, è quello che descrive lo stupro. I modi violenti in cui si estraggono le risorse, si saccheggiano le foreste, si inquinano i corsi d’acqua, hanno forti somiglianze con i modi in cui non si rispettano le donne. Pensano di stuprare la Madre Terra e di farla franca.” Majandra intende mettersi di mezzo. E’ quello che dovremmo fare tutte e tutti.

Maria G. Di Rienzo

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