Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘violenza’

“Ciò che è certo è che le sardine si sono riunite per combattere tutte le forme di comunicazione politica aggressive, che strizzano l’occhio alla violenza, verbale o fisica, online o offline”. Così ha ribadito alla stampa Mattia Santori e questa è invero la “cifra” primaria che ha portato in piazza quell’Italia, di cui faccio parte, che non si riconosce nella narrazione a senso unico propinata alla nazione per anni da il 99% dei media.

Anni in cui dalle televisioni colavano (e continuano a colare) interviste fiume senza contraddittorio, in pratica comizi, colme di falsità e incitamenti all’odio e clamorose stupidaggini. Anni di aggressioni online e offline (e anche queste continuano), dalle campagne sul web fatte a colpi di insulti e diffamazioni alle loro concretizzazioni fisiche quando i figuri analfabeti della politica sono andati al governo: gli assalti ai giornalisti e ai magistrati, gli abusi di potere contro il dissenso di semplici cittadini, la crudeltà dei “porti chiusi” sono cose di appena qualche mese fa.

Quel che le sardine originarie si sono chieste, se fossimo davvero così soli e così pochi a provare rigetto e disagio e dolore, ha trovato risposta. Tutto qui. Ma, da destra a sinistra, dai filosofi agli opinionisti ai giornalisti ai rappresentanti di partito, gli osservatori non riescono a darsene pace.

La prima ondata di pistolotti aveva questo tormentone sullo sfondo: chi sta dietro a queste piazze piene? Mentre i loro autori si arrampicavano sugli specchi per disegnare il complotto, il loro stordimento era perfettamente percepibile: da dove saltano fuori italiani e italiane che chiedono il rispetto e la realizzazione della Costituzione e che dichiarano di non amare la violenza, quando gliela propiniamo 24 ore su 24 come panacea universale? Chiunque possa o non possa aver offerto il suo sostegno, il dato confortante è questo: non si è riusciti ad addormentare e ad avvelenare tutto il Paese.

La seconda ha ossessivamente chiesto ai manifestanti di risolvere ogni problema nazionale, dall’Ilva alla manutenzione stradale di Roma, omettendo scientemente che ciascuno di loro sta pagando dei rappresentanti a ogni livello amministrativo per fare tale lavoro.

La terza è divisa in due opposti schieramenti che di comune hanno una fretta dannata:

1) i favorevoli chiedono di capitalizzare immediatamente i numeri delle piazze in partiti o liste civiche, condendo i complimenti con velate minacce di disastri futuri: “E se per una manciata di voti dovessero prevalere proprio quelle forze che mai canteranno “Bella ciao” e che detestano la Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza antifascista (altro che realizzarla), la necessità della pazienza potrebbe davvero lenire anche un poco il rimorso di non aver trovato il coraggio di correre il rischio, certamente grandissimo, di un impegno elettorale?” Personalmente, non posso provare rimorso per le scelte altrui e non mi sento obbligata a fondare partiti: la società civile fa politica a livello non istituzionale ed è perciò che si chiama così.

2) i contrari stanno freneticamente costruendo “fake news” (finte piazze in cui si canta “odio la lega” o immerse nei rifiuti dopo le manifestazioni) e dipingendo i dimostranti come “bulli etici” che demonizzano l’avversario. In più, ci vogliono vendere Salvini e Meloni (e Di Maio) come rappresentanti dei ceti medio-bassi: “Come è possibile che la gente beneducata, colta, civile, preoccupata delle sorti dei deboli, scenda in piazza per squalificare i leader di quei medesimi deboli?” Io appartengo alla categoria definita economicamente debole, ma ciò non mi rende in automatico un’ignorante intrisa di razzismo, sessismo e omofobia: i leader di cui l’opinionista parla non mi assomigliano ne’ mi rappresentano – a maggior differenza, non maneggio soldi ambigui o proprio sporchi e sono incensurata.

Dal 14 dicembre è uscito questo elenco:

“Pretendiamo che chi è stato eletto vada nelle sedi istituzionali a fare politica invece che fare campagna elettorale permanente.

Pretendiamo che chiunque ricopra la carica di ministro comunichi solamente su canali istituzionali.

Pretendiamo trasparenza nell’uso che la politica fa dei social network.

Pretendiamo che il mondo dell’informazione protegga, difenda e si avvicini il più possibile alla verità.

Pretendiamo che la violenza, in ogni sua forma, venga esclusa dai toni e dai contenuti della politica.

Chiediamo alla politica di rivedere il concetto di sicurezza, e per questo di abrogare i decreti sicurezza attualmente vigenti. C’è bisogno di leggi che non mettano al centro la paura, ma il desiderio di costruire una società inclusiva, che vedano la diversità come ricchezza e non come minaccia.

Le sardine nelle istituzioni ci credono, e si augurano che con il loro contributo di cittadini la politica possa migliorarsi.”

Fin qui sottoscrivo e nuoto. Non ho bisogno di altro.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

leghista detto tutto

“Galeotto fu Facebook e chi lo scrisse,

quel giorno cancellai post e carriera”

Se la lingua italiana non gli risultasse un po’ ostica, così potrebbe parafrasare Dante il cremonese Pietro Burgazzi, consigliere leghista e ora non più segretario locale del partito.

La sua stimata e venerabile “opinione” è che le “sardine nere per difendere i diritti di clandestini e immigrati” sono puttane. Non simpatiche e liberate e trasgressive “sex worker”, badate bene, proprio troie e basta, che è visione condivisa nella Lega sulle donne in genere – in particolar modo su quelle disobbedienti ai dettami patriarcali, quelle che si situano in schieramenti politici avversari e naturalmente quelle di carnagione più scura.

Com’è consueto in questi casi, anche Burgazzi non ha capito perché così tante persone abbiano trovato rivoltante la sua esternazione. Dopotutto, quando si trova fra simili, il sentimento di disprezzo verso le donne è concorde. Citando dai giornali, ha subito pubblicato “lo screenshot di un commento sessista contro le donne di destra di un utente social” con il commento: “Questa è l’intelligenza della sinistra, poi cercano nei nostri post postille per attaccare la destra”.

Secondo la stampa la sua pagina social è “infarcita di post simili” a quello sulle giovani in manifestazione, il che rende quello in discussione semplicemente uno dei tanti e non proprio una “postilla” – la quale è una breve annotazione a un testo, messa ai margini o fra le righe a mo’ di chiarimento, e non descrive quanto pubblicato da Burgazzi.

Tuttavia, se vogliamo scandagliare le pagine FB di cittadini qualsiasi, come ha fatto il signore suddetto, vedremo che il sessismo e l’odio per le donne sono ampiamente trasversali agli schieramenti politici. Per questo prima dicevo “tra simili”, intendendo una vastissima porzione dei possessori della coppia di cromosomi XY. Ciò non gli consente comunque di giustificarsi dicendo più o meno che “la sinistra fa le stesse cose”, giacché: a) la responsabilità è personale; b) un aderente a un partito di sinistra o una persona che si dice di sinistra non equivalgono, come “peso” mediatico e relativa ricaduta sociale, a qualcuno che rivesta cariche di partito; c) storicamente, rispetto alle lotte femministe, la sinistra ha spesso manifestato ritardi e incomprensioni, ma è anche vero che solo la sinistra ha appoggiato molte di tali lotte.

Però voglio venire incontro a Burgazzi dimostrandogli che può trovare affinità anche con persone da cui si sente distantissimo. Dia per esempio un’occhiata a quel che fa il sig. Bello FiGo, un giovane di colore dalla profondità di pensiero e dalla modestia davvero uniche. I quotidiani riportano la sua prodezza più recente con questo titolo: “L’ultima provocazione di Bello FiGo: video hot nell’Università di Pisa”. Il video lo ho girato senza autorizzazione nelle aule di Economia all’Università di Pisa e lo ha chiamato “Trombo a facoltà” – geniale, eh? Che novità, che provocazione! E’ la solita pagliacciata con modelle seminude sculettanti attorno a un uomo, la solita sceneggiata sessista, la solita fiera dell’oggettivazione femminile che abbiamo visto (e che continuiamo nostro malgrado a vedere) migliaia di volte su ogni media a disposizione.

Il razzismo non dovrebbe tenere distanti questi due. Dovrebbero invece trovarsi al bar, a ribadire davanti a una birra che le donne sono tutte zoccole e mera carne da trombare, restando completamente ignari – proprio come gli allegri redattori con il loro entusiasta hot! hot! hot! – di come questo alimenti la violenza contro le donne.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

… noi no. “Bastia Umbra: «Il mio compagno mi ha ridotto così divertendosi». Giovane posta su Fb le foto degli abusi”

bastia

“Una storia agghiacciante di violenza sulle donne” è l’incipit preferito degli articoli al proposito. Poi ci dicono che le indagini da parte dei carabinieri sono in corso “per definire meglio i contorni dell’assurda vicenda di violenza su giovane una donna”. Lasciamo da parte i commenti che oscillano fra superficialità e connivenza – ormai le trovo insopportabilmente disgustose entrambe – e concentriamoci sulla supposta “assurdità” dell’accaduto.

Stando al vocabolario, assurdo è qualcosa che se riferito a fatti reali li indica come “quasi incredibili per la loro stranezza o eccezionalità”: basta continuare a scorrere o sfogliare le pagine dei giornali che riportano la notizia il 6 dicembre u.s. per accorgersi che non è così.

Narcotizza la moglie con un potente sonnifero e la violenta

“(…) Ad avviare l’inchiesta la denuncia sporta dalla vittima, che ha raccontato come il marito, fin dall’inizio della loro convivenza, nel 2005, l’avesse sottoposta a maltrattamenti fisici e morali.”, “Nell’ultimo periodo inoltre, l’indagato avrebbe anche minacciato la donna di pubblicare in rete video intimi che la ritraevano.”

Violentata a 11 anni davanti al centro commerciale, la bambina in lacrime: «Mi hanno fatto male»

“(…) costretta con la forza da due adolescenti di 15 e 16 anni a compiere atti sessuali”, “(…) le sarebbe arrivato un messaggio su WhatsApp con l’invito ad andare nella zona dove ci sono le giostre per i bambini. Lucia ci è andata, si è fidata, ma quel giovanotto non era da solo, era con un altro ragazzo. Prima le avance sessuali, alle quali la bambina si sarebbe sottratta, poi la violenza da parte di entrambi.”

Stuprata dal branco a 13 anni e costretta a emigrare al Nord, il papà: «Tutto il paese contro di me»

“(…) abusi ripetuti, andati avanti per due anni”, “I cinque condannati in primo grado (…) andavano a prendere la ragazzina da scuola, si appartavano con lei e la violentavano (…) ora sono in libertà in attesa del processo d’appello”, “Sono andato dal padre di uno di loro, che aveva 17 anni all’epoca: mi ha detto che mia figlia si era fatta una brutta nomea in paese. Altri mi dissero che non dovevo denunciare. Era come se mia figlia si fosse meritata quella violenza.”

Segregata e abusata nel pollaio dal cognato per un mese. Fugge nei boschi e riesce a chiedere aiuto

“Con l’inganno l’aveva fatta entrare in un pollaio dove l’aveva picchiava violentemente, anche utilizzando un tubo di plastica e l’aveva legata ad una branda metallica perché non scappasse. La donna veniva slegata solo un paio di volte al giorno perché si alimentasse, di solito con acqua e biscotti.”

Potrei continuare, ma mi sembra sufficiente: una violenza contro donne e bambine che si ripete quotidianamente, feroce e pervasiva, non può in alcun modo essere classificata come occasionale, strana, eccezionale. L’Italia ha quindi un problema grave ancora non affrontato in maniera corretta e la responsabilità dei media nell’aggravare la questione è assai pesante.

Cosa credete che circondi i pezzi di cui ho riportato sopra titoli e alcuni brani? Cose di questo tipo:

“Scatto hot – Elisabetta Canalis nuda tenta di coprirsi solo con le mani, ma non basta”, oppure “Il sito di incontri preferito dalle donne italiane” (il tutto corredato da immagini di corpi femminili seminudi e sdraiati).

L’oggettivazione è un motore e un alimentatore della violenza. Lo stiamo dicendo da decenni, è un’affermazione comprovata da una tonnellata di studi al proposito e l’Italia ha firmato dozzine di protocolli internazionali in cui si impegna a contrastarla. Un oggetto lo usi, lo compri, lo rompi a tuo piacimento. Suggerire di continuo che le donne sono solo “cose” da usare a scopo sessuale fa sì che picchiarle, stuprarle, sequestrarle, legarle a un letto in un pollaio diventino azioni “normali” nella mente di chi le compie.

Negli stessi giorni in cui la giovane di Bastia Umbra mostra come il suo compagno si “diverte” a massacrarla, abbiamo sulla stampa la descrizione di Nilde Iotti – partigiana, donna politica e prima presidente della Camera di sesso femminile che ha segnato un’epoca nel nostro Paese – come “emiliana simpatica e prosperosa, come solo sanno esserlo le donne emiliane. Grande in cucina e grande a letto. Il massimo che in Emilia si chiede a una donna” e dell’attrice Anna Foglietta che l’ha interpretata in uno sceneggiato televisivo come “una romana bella e soda, chiamata a interpretare la più soda presidentessa della Camera”. Le vite e le storie di entrambe sono ridotte a zero dal sessismo e dall’oggettivazione. Sode, brave a letto, e poi ti preparano anche lo zabaione: ecco come devono essere le donne per l’autore di questa idiozia e per il suo giornale (“Libero” – da neuroni superflui che indurrebbero la riflessione): strumenti a servizio degli uomini. I quali, ne deriva logicamente, possono quindi farne quel che a loro pare.

E abbiamo anche il cantante Cremonini con il suo ultimo singolo “Giovane Stupida”: i giornalisti ci spiegano che costui “scherza sul rapporto con la sua ragazza, definendola appunto, in maniera affettuosa, “giovane e stupida”. Aggettivi non graditi da alcuni utenti di Twitter, che hanno tacciato di maschilismo anche un altro verso: Complicazioni sentimentali: è più facile guardarti il culo mentre ti allontani“.

La ragazza in questione ha 21 anni, il signore quasi 40 – un’età in cui per gli uomini, soprattutto quelli ricchi, diventa difficile avere relazioni con coetanee: spesso infatti queste ultime “incitano con la parità e fanno andare l’uomo fuori di testa. Si permettono di dire delle cose, volere, pretendere” (https://lunanuvola.wordpress.com/2019/12/01/padroni-e-serve/) e in più i loro culi potrebbero aver perso vigore. Meglio stare con una che potrebbe essere tua figlia, così le natiche che guardi sono fresche (le tue no) e salvaguardi il tuo miserabile senso di superiorità definendola (affettuosamente, scherzando, ci mancherebbe) “giovane e stupida”.

Davvero, com’è che qualcuno accusa e taccia di maschilismo il sublime parto artistico di questo tizio? Meno male, dicono ancora i “giornalisti” che “l’esercito dei suoi fan è pronto a difenderlo”…

La risposta migliore la dà in un tweet Simona Urso (che non conosco e che ringrazio per averla potuta citare): A me piace uno più vecchio di me di 10 anni. Mo’ gli scrivo la canzone “Vecchio rincoglionito”. Chissà se funziona.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

Novembre finisce così, con “Uccide la moglie a colpi di pietra e pugni, poi chiama il 118” (provincia di Chieti), “Uccide la compagna a bastonate e si impicca, aveva scritto a un’amica su Facebook: L’ammazzerò” (Brescia), “Uccise la compagna, pena dimezzata in appello: Era seminfermo di mente” (Roma). Tralasciamo gli stupri, gli episodi di violenza domestica e persino le felici “sex workers” minorenni di Foggia, le quali “vivevano in baracche chiuse dall’esterno con catene e lucchetti, costrette a prostituirsi per otto ore al giorno in cambio di un pacchetto di sigarette, private di telefoni e documenti e picchiate”: quella che ha denunciato, dopo essere fuggita durante la notte, era rimasta incinta e aveva abortito dopo una sessione di calci e pugni, ma i suoi aguzzini avevano già in programma – se avesse portato a termine la gravidanza – di vendere il neonato per 28.000 euro.

Novembre ci regala anche la risposta al perché in Italia trattiamo in questo modo le persone di sesso femminile: la fornisce Vito Borgia, padre di quell’Antonio 51enne che il 23 del mese scorso ha ammazzato Ana Maria Di Piazza. Quest’ultima aveva 30 anni, un figlio di 11, era l’amante dell’uomo (sposato) e aspettava un bambino da lui. Ed ecco la ragione per cui è stata uccisa:

Prima di tutto voglio chiedere scusa alla famiglia di Ana perché sono cose che non si devono fare. Sono il papà e l’ho cresciuto con una certa educazione, ma oggi le donne incitano con la parità e fanno andare l’uomo fuori di testa. Si permettono di dire delle cose, volere, pretendere. Ed è quello che è successo a mio figlio.

La nostra ferita è profonda tanto quanto quella della famiglia della ragazza defunta. Fino all’ultimo giorno, ho consigliato (a) mio figlio cose diverse da quelle che ha fatto, gli ho detto di stare sempre lontano dai guai.”

Come vedete, cocco di papà ha ricevuto un’educazione impeccabile sul rapporto tra i sessi: ci sono i padroni e ci sono le serve, è semplicissimo. Diciamo che il suo agire è stato un po’ grossolano (“certe cose non si fanno”) – come scaccolarsi in pubblico o ruttare in faccia a qualcuno – e che irresponsabilmente si è cacciato nei guai, ma è tutto, responsabilità non ne ha e al massimo merita uno scappellotto. Mentre bastonava, infilzava e finiva sgozzandola una donna incinta era semplicemente stato “incitato” a farlo da quest’ultima. Ana Maria si era permessa “di dire cose, volere, pretendere”. Non era stata al suo posto, la serva.

I giornali che riportano la dichiarazione summenzionata lo fanno con una faccia di bronzo assoluta. Al sig. padre nessuna domanda, negli articoli nessun commento o presa di distanza. E’ un’opinione, no? Può servire a guadagnare qualche lettore, si scatenerà una polemicuccia, avremo like e condivisioni: siamo operatori dei media e influencer, mica giornalisti.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

L’istruzione è l’arma più potente che si può usare per cambiare il mondo – Nelson Mandela

“Fano, frasi volgari all’alunna. Prof delle medie sotto processo. – L’accusa è maltrattamenti. Vittima una ragazzina di seconda media.”

Il professore è un “figo”, diciamolo: a cinquant’anni sembra appena il fratello maggiore dei suoi alunni. Mostra loro il tatuaggio sul braccio spiegando che lo eccita, gli fa ascoltare Fabri Fibra che inneggia al sesso e alla dodicenne che ha un pennarello in mano, appoggiato alle labbra, chiede a voce alta di fronte all’intera classe: “Stai cominciando gli allenamenti per fare i pompini?”.

I compagni della ragazzina ridono. Ai bulli è offerto un bersaglio legittimato dall’atteggiamento del docente: nei giorni seguenti ripetono ad oltranza la frase alla dodicenne, rendendo la sua vita scolastica così infernale da indurre la famiglia a farle cambiare istituto.

Adesso immaginatevi il professore coinvolto in qualche programma teso a contrastare la violenza di genere diretto ai suoi alunni. Farà un buon lavoro, vero? E’ solo uno a cui piace scherzare e se proprio si deve arrivare in tribunale, be’, allora lui non ha detto niente del genere e i bulletti sosterranno la sua versione:

“E’ stata ascoltata anche una mamma di una compagna di classe della 12enne: «Mi figlia mi disse la storia del pennarello, ma considerandolo uno scherzo». I difensori dell’imputato hanno annunciato la testimonianza di molti ragazzini che negherebbero la frase incriminata.”

Immagino che lo spiritoso e giovanile insegnante sia un po’ frastornato dalla faccenda: nella società italiana di cui fa parte è normale sessualizzare le bambine, è normale svilire ogni femmina – qualsiasi sia la sua età – ricordandole che è mero materiale da scopata ed è normale riderci sopra. A parte quelle stronze brutte sfatte delle femministe, non c’è nessuno che protesti per questo e si sa che quelle vacche protestano solo perché non trombano abbastanza…

campagna bologna

I genitori della vittima sono parimenti consci della situazione, al punto da non aver denunciato in proprio ne’ essersi costituiti parte civile al processo. Probabilmente pensano, non a torto, che la loro figlia abbia già sofferto abbastanza.

Il problema è che nello scenario già descritto la ragazza continuerà a subire assalti sessisti per l’intera sua esistenza. Come ognuna di noi.

L’istruzione è la chiave che apre il mondo, un passaporto per la libertà. – Oprah Winfrey

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

Ma sì, facciamone a meno. Del 25 novembre e dell’8 marzo, intendo. Sono “vuote ricorrenze” che per ben due giorni l’anno tolgono attenzione agli uomini e li costringono a sparare stronzate immani online e offline pur di restare saldamente sul palcoscenico. Si va dai consueti “non è vero niente”, “e allora la Pas?” (e le foibe, e il PD?), “ma quando è la festa dell’uomo” all’esilarante “le donne ora stanno benone ed è tutto merito mio”.

Salvini (testo integrale): “Grazie al CodiceRosso voluto dalla Lega e approvato dal Parlamento, adesso ogni denuncia di violenza o minaccia deve essere esaminata dalla giustizia entro tre giorni: tanto dolore evitato, tante vite salvate. Un abbraccio Amiche.”

Be’, che sollievo! Invece di chiederti com’eri vestita, perché eri là a quell’ora, se avevi bevuto e quanto e in genere cosa hai fatto per provocare la violenza dopo tre mesi, te lo chiedono dopo tre giorni. Problema risolto, infatti i fan di Salvini rispondono al messaggio così (testo integrale):

“Peccato molte donne meritano di prenderle!

Perché non vi è animale più arrogante prepotente offensiva di una donna.

Si credono intelligenti solo loro e ignoranti gli altri, pensano sempre di aver ragione soprattutto quando hanno torto.

Le donne sono capaci solo di insultare e provocare…

Hanno la parità dei diritti e non hanno rispetto dell’uomo!

Molte di queste cagne meritano di soffrire.”

E i suoi compari di partito rispondono così:

“Violenza sulle donne, bufera sul consigliere leghista di Casalecchio: Il 90% delle denunce è falso

Secondo costui, il cui nome è Umberto La Morgia e la cui impresa eroica più recente è stata il presentarsi vestito da pinguino a una manifestazione delle “sardine” a Bologna, la violenza sulle donne è “un’esagerazione della cultura dominante femminista” e dovremmo invece occuparci “della violenza delle donne sugli uomini, purtroppo ancora poco riconosciuta, poco condannata e poco dibattuta. Violenza non solo fisica, ma che si manifesta anche attraverso l’alienazione parentale (la distruzione del rapporto padre-figlio da parte della madre) e le migliaia di false denunce che le donne usano per avvantaggiarsi sull’uomo in sede di separazione civile, il quale spesso viene ridotto al lastrico.”

Lo scenario è talmente fantasy che il suo segretario locale di partito è costretto a dissociarsi e a smentirlo: La Morgia “parla evidentemente a titolo personale”, però grazie a queste personali “opinioni” come consigliere vota contro un progetto per interventi di accoglienza, ascolto ed ospitalità per donne maltrattate o che hanno subito violenza – segno che il titolo personale non è scindibile dal titolo politico. Ma poiché l’importante è occupare comunque il palcoscenico, il segretario Gianluca Vinci coglie l’occasione per ricordarci che “Le sue parole, inopportune, non cancellano però la verità dei fatti: la Lega al governo ha dimostrato concretezza nella lotta alla violenza contro le donne, tanto da aver portato in aula il Codice Rosso, che oggi è legge.”

E che non ha cambiato di una virgola l’attitudine abominevole degli uomini del suo partito e degli uomini violenti in genere verso le donne, compreso il tronfio Salvini e la sua bambola gonfiabile “somigliante alla Boldrini”, le sue cubiste al Papeete e la sua preferenza per le scollature femminili.

Ovviamente, una legge da sola non potrebbe comunque produrre il mutamento radicale necessario a mettere in soffitta la violenza di genere, generata com’è tale violenza da secoli di patriarcato, sessismo e misoginia, ma svolge egregiamente il suo ruolo di fanfara per politici opportunisti, arroganti e cialtroni. Lo dico a titolo personale e quindi politico, sia chiaro.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

“La verità è che non siamo un popolo che ama la parità.

Siamo un popolo di maschilisti uomini, e di maschilisti donne.

Anche noi donne, sì, sappiamo essere molto maschiliste.

Sappiamo esserlo quando giudichiamo le altre perché sono più giovani, più carine, più magre, più appariscenti e più di successo di noi.”

(Riflessioni di una “scrittrice e giornalista” sul rapporto Istat diffuso il 25 novembre u.s. riguardante la percezione dei ruoli e della violenza di genere, brano n. 1)

caselli

(so che ci avete pensato, ma non è lei)

Carine, magre, appariscenti e di successo. Sono le “cifre” della femminilità patriarcale odierna, ove “di successo” in Italia significa influencer (qualsiasi cosa voglia ormai dire), modella, velina, tronista o anche escort molto liberata e trasgressiva che sventola mutande “con ironia” – magari assieme al barzellettiere Berlusconi.

Dubito molto che costoro soffrano del giudizio delle altre donne, maschiliste o meno, per due motivi:

– innanzitutto, anche qualora qualcuna si permetta di non dare approvazione, giudicando semplicemente le azioni di costoro – non le persone, le azioni – per nulla giovevoli alla causa femminile / femminista, nessuna delle sue argomentazioni sarà ascoltata e lei stessa sarà immediatamente etichettata come “invidiosa”: infatti, è quello che fa anche l’articolista in questione;

– l’unico giudizio che conta, per le influencer – modelle o aspiranti tali, è quello del pubblico maschile, a cui ogni loro messaggio è diretto al fine di ottenere approvazione (ed eventuali vantaggi economici).

Sto dicendo che non possono farlo? No. Sto dicendo che come femminista non porgo il mio endorsement – di cui comunque se ne frega il mondo intero – e che rivendico pienamente il diritto di giudicare se quel che una persona fa va a favore o contro le istanze per cui lotto.

Inoltre, se occhi e orecchie non mi ingannano, è assai più frequente essere “giudicate” (nel senso di stigmatizzate e aggredite) qualora non si risponda al modello carina – magra – appariscente – di successo. O chi ha scritto il paragrafo riportato sopra non avverte il persistente urlio fatto di “brutta, cicciona, vecchia, sciatta, fica-di-legno” che impesta le vite delle donne, delle ragazze e persino delle bambine italiane?

“Leggendo che un cittadino su quattro (uno su quattro!) è convinto che l’abbigliamento possa essere una giustificazione per la violenza mi fa domandare: ma a cosa sono servite le campagne di sensibilizzazione? A cosa le manifestazioni? A cosa i film? A cosa i libri? A cosa le battaglie, soprattutto?

A cosa serve vivere in una bolla accompagnati da persone come noi – progressiste o presunte tali, sostenitrici accanite della parità di genere nella vita lavorativa come in quella privata – se poi l’Italia è questa che Istat ci sbatte in faccia con la crudeltà che solo i numeri sanno raccontare?”

(Brano n. 2)

So che sono pignola e me ne scuso: ma “leggendo… mi fa domandare” non va. O è “leggere mi fa domandare” o è “leggendo mi domando”. Ciò detto, prendo atto che il passaggio successivo a “invidiosa” è “inetta” e che inoltre questo sbavante essere inutile non vive neppure nella realtà, ma in una ristretta enclave di simili destinata a brusco risveglio grazie alla crudeltà dei numeri. Purtroppo come attivista a me non serve arrivare ogni anno al 25 novembre per conoscere i numeri. Li conosco tutti i giorni. Hanno nomi. Hanno volti. Hanno corpi che ho stretto fra le braccia.

A cosa è servito e serve, alle donne, contrastare la violenza di genere? E’ semplice: è servito e serve a salvarne qualcuna. E’ vero che preferiremmo si salvassero tutte, ma il percorso è lungo, pieno di ostacoli di una certa imponenza (politica, religione, attitudini socio-culturali) così come di pietruzze (le stronzate sulla libertà di essere serve per la soddisfazione maschile).

Non intendo svendere per nessuna/o quel che sta dietro alla lotta contro la violenza: femminismo, sorellanza, solidarietà, impegno e sogno. Ne’ accetto che altre/i lo facciano.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: