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Posts Tagged ‘violenza’

“A volte la cosa più difficile da dire è che ci siamo sbagliati.” Mark Dobson, il consigliere comunale che per primo propose una zona legale “a luci rosse” a Leeds, in Gran Bretagna, dice ora che è stato un errore. Una donna che si prostituisce, di nome Laura, ha detto a The Times che il chiudere un occhio da parte delle autorità ha espanso il mercato, aumentato il numero delle lavoratrici e fatto crollare i prezzi. Laura chiede 20 sterline * per il sesso orale e 40/50 sterline per un rapporto completo: attualmente guadagna 60/70 sterline a notte, di cui 10 sono spese per il cibo e il resto per eroina e crack.” (da “The Times” dell’8 dicembre 2018, via Feminist Current)

Leeds Red Light District

Sono aumentati anche i casi di violenza, è aumentata l’immondizia per strada, sono aumentate le molestie – da cui la costante protesta, a maggioranza femminile, dei residenti, i cui messaggi dichiarano l’indisponibilità ad accettare una società che vende e compra corpi umani.

Ma la cosa più stupefacente è l’enorme senso di “empowerment” che la testimonianza di Laura trasmette. Mostra egregiamente che prostituirsi è solo un lavoro come un altro, normalissimo e ben pagato… che ti permette persino di stordirti a suon di stupefacenti, ogni giorno, per riuscire a continuare a farlo. Cos’avranno mai da protestare, quelle befane con i cartelli?

Maria G. Di Rienzo

* Il cambio sterlina / euro è 1,11, per cui le cifre in euro diventano di poco superiori.

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Ho capito. Il giornalismo italiano non ha compreso in passato, non comprende al presente e non comprenderà in futuro la formazione a: genere e violenza di genere, femicidi / femminicidi, violenza domestica, sessismo. Gli articoli che al 9 dicembre trattano dell’assassinio a colpi di pistola di Vincenza Palumbo e dei suoi due bambini di 6 e 4 anni, da parte del marito che si è poi suicidato con la stessa arma, lo confermano. Ma scusatemi: almeno la logica elementare potrebbe entrare in cronaca? Esempio preclaro da La Repubblica:

Titolo – “Catania, tragedia della follia: uccide la moglie e i due figli piccoli, poi si spara” – E’ impazzito, ha ammazzato moglie e figli e si è ammazzato, giusto? L’occhiello informa che nella casa sono stati “trovati farmaci antidepressivi”.

Ecco, pensa chi legge, era depresso, la depressione è diventata raptus ed è finita così: però dovrebbe leggere l’articolo per intero per venire a conoscenza del fatto che non si sa ancora a chi appartenessero i farmaci, essere medico o fare ricerche per sapere che depressione e raptus non sono in rapporto diretto di causa/effetto e essere, come l’articolista, un “paragnosta figlio di paragnosta” per essere sicuro che la vicenda sia una “tragedia della follia”: allo stato attuale delle indagini non è possibile dirlo.

Incipit dell’articolo, sottolineature mie – “Tragedia della follia a Paternò, grosso centro in provincia di Catania. Un consulente finanziario di 34 anni, Gianfranco Fallica, in preda a un raptus innescato sembra dalla gelosia o dalle difficoltà economiche, ha sterminato la famiglia e si è ucciso.”

Ripeto, che l’individuo fosse folle non è stato diagnosticato da nessuno. Però l’unica cosa presentata per certa è il “raptus”: che lo scatenino la gelosia, le difficoltà finanziarie, la multa per alta velocità, la visita della guardia di finanza in ufficio o una pernacchia vagante non ha importanza, anzi, ai fini del risultato è equivalente. Capite, se un uomo è depresso per qualsiasi motivo, qualsiasi motivo ulteriore di stress lo condurrà all’omicidio di moglie e figliolanza. Una prece.

Paragrafo di “approfondimento” (le virgolette sono obbligatorie, visto il testo) dal titolo ‘Lo strazio dei parenti’ –

” “Maledetto maledetto. Cosa gli hai fatto…”. Una voce di donna squarcia il silenzio di via Libertà: è quella della mamma di Vincenza Cinzia Palumbo.” Questa è l’unica menzione dei parenti della moglie uccisa, per la precisione di una sola parente, la madre, ridotta al ruolo di prefica ululante. In mezza riga, all’inizio, è stato attestato che quella stessa moglie era casalinga e occasionalmente aiutante nel ristorante della famiglia d’origine. Ed è tutto, su di lei, TUTTO. Un’altra vittima predestinata, perché donna, e quindi identica alle cento e mille venute prima di lei, qualcuno su cui non c’è niente da dire. La sua morte è persino noiosa, visto come si ripetono a oltranza decessi simili, non vorrete mica che un giornalista si interessi a quella che era la sua vita?

Per l’assassino/suicida invece, parte il lungo pistolotto della “testimonianza” del cugino, con reminiscenze dell’infanzia e lacrime sul ciglio. In sequenza, siamo informati che Gianfranco Fallica era:

un ragazzo d’oro,

un grande lavoratore,

molto legato alla famiglia,

– anzi, di più, tutto dedito alla famiglia,

una persona splendida,

un bravo ragazzo.

Inoltre il suo parente non ha mai avuto l’impressione che fosse geloso della moglie e non crede proprio che fosse depresso.

Ne consegue che, come anche il sindaco di Paternò – ove il fatto è accaduto – ripete, si tratta di “una tragedia inspiegabile”. Pensoso, nel finale, sempre il sindaco si chiede “cosa scatta nella mente per compiere un gesto del genere”.

Il fatto è che da decenni attiviste, ricercatrici, femministe, autorità accademiche di sesso femminile (e non) continuano a spiegare non solo perché succede, ma cosa si potrebbe fare per evitare che succeda. Purtroppo, l’azione di contrasto alla violenza comporta per gli uomini individualmente e per la società nel suo complesso l’assumersi responsabilità. E questo non può essere preso in considerazione in assoluto, è roba da “odiatrici di uomini” e “femminaziste” e maledette puttane linguacciute. Così, mentre loro si lambiccano sulle tragedie inspiegabili e lamentano i raptus, noi continuiamo a morire e a morire e a morire.

Maria G. Di Rienzo

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L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – più esattamente il suo centro per lo sviluppo che comprende il Social Institutions and Gender Index, in sigla Sigi – ha reso noto ieri, 7 dicembre, il suo rapporto 2018 sulla discriminazione di genere che colpisce donne e bambine in tutto il mondo. L’Indice Sigi ha valutato 180 nazioni (60 non sono state in grado di fornire dati sufficienti e non sono state incluse nella classificazione finale) su quattro dimensioni della vita di una donna: i suoi diritti all’interno della famiglia, la sua integrità fisica (diritti alla salute, sessuali e riproduttivi), il suo accesso a risorse (possesso della terra, diritti sul lavoro) e la sua rappresentazione politica (diritti civili).

Il nocciolo della notizia è che i diritti umani delle donne avanzano con lentezza da lumaca artritica, o non avanzano affatto. Per esempio, il titolo che il Guardian dà al pezzo scritto (molto bene) al proposito da Kate Hodal è: “Non un mondo da lasciare ai nostri figli”. Citazione dall’articolo: “41 paesi riconoscono solo gli uomini come capifamiglia; 27 paesi richiedono ancora, per legge, che le mogli obbediscano ai loro mariti; 24 paesi richiedono alle donne di avere il permesso del marito o di un tutore legale di sesso maschile (tipo fratello o padre) per poter lavorare.”

Il rapporto chiarisce in modo inequivocabile che più deboli sono i diritti garantiti alle donne e alle bambine nelle quattro aree succitate, più esse sono vulnerabili a svariate forme di violenza di genere, ma sottolinea anche che le norme sociali possono notevolmente vanificare le legislazioni al proposito (esse hanno infatti visto globalmente un aumento, ma non sono riuscite a raddrizzare le situazioni in modo soddisfacente).

Sebbene lo Yemen si piazzi per la seconda volta – il rapporto precedente risale al 2014 – al primo posto nella classifica della discriminazione di genere, seguito da Pakistan, Iran, Giordania, Guinea, Libano, Bangladesh, Iraq, Afghanistan e Filippine, la ricercatrice Rachel George del britannico Overseas Development Institute ha giustamente sottolineato come i dati del Sigi aiutino “a chiedere il conto” anche ai paesi occidentali, i quali “non devono credere che la situazione non li riguardi”: “Ogni singolo paese ha qualche forma di discriminazione che va avanti in qualche modo e alcune di esse sono pervasive, perciò tenere tutti sotto esame è estremamente importante.”

Sullo stesso tasto ha premuto Bathylle Missika, capo della divisione di genere dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico: “Sappiamo che far evolvere le norme sociali è difficoltoso, sono necessarie diverse angolazioni di lavoro su leggi e norme e non è perché hai le prime poi hai anche le altre. Questo è quel che la gente deve capire: non esiste un approccio definitivo quando si tratta dell’implementazione del numero cinque – eguaglianza di genere – degli obiettivi di sviluppo sostenibile. E’ un approccio che investe la società nella sua interezza e gli interventi devono essere diretti all’intero ciclo della vita delle donne.”

La questione è: quanto gliene importa al governo della nazione X che organismi internazionali di alto livello gli dicano “Guarda i dati, stai trattando le donne in maniere che vanno dall’ignobile al terrificante.”? Pochissimo, poiché le ricerche non implicano sanzioni e può comunque rispondere di aver firmato il tal trattato e varato la tal legge, o che cambiare sarebbe “non rispettoso” della “cultura” del suo paese (capite, se da trecento anni impaliamo bambine ciò da orrore si muta in un’onorevole tradizione non discutibile). Ecco dove entra in scena l’attivismo.

Sono i gruppi femministi e quelli della società civile attenti ai diritti umani che devono prendere queste ricerche e dar loro una dimensione fatta di dimostrazioni, petizioni, disobbedienza civile e resistenza. Il cambiamento è sempre e solo nelle nostre mani.

Maria G. Di Rienzo

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(brano tratto da: “Lucia Perez Montero’s murder inspired Black Wednesday; now her rapists have been let off”, di Raquel Rosario Sanchez per Feminist Current, 5 dicembre 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

lucia perez montero

L’8 ottobre 2016, il corpo di Lucia Perez Montero – in immagine – fu trasportato all’ospedale Playa Serena in Argentina. La 16enne era ancora viva, ma non per molto. In precedenza, quel giorno, erano stata riempita di droghe e stuprata violentemente. Dopo l’aggressione, i tre uomini coinvolti nella sua morte lavarono il corpo di Lucia, la vestirono e la portarono a un centro riabilitativo, dove il personale cominciò a trattare il suo caso come overdose di droga, sino a che scoprirono il trauma sessuale. (…)

Il 19 ottobre, più di 100.000 persone scesero nelle strade argentine per protestare contro l’omicidio di Lucia. Le femministe chiamarono l’evento – la prima protesta di massa contro la violenza sulle donne in Argentina – “Mercoledì Nero”.

Matias Farias, Juan Pablo Offidani e Alejandro Maciel erano accusati di “abuso sessuale aggravato dall’uso di narcotici risultante in una morte in probabile contesto di femicidio, occultamento di prove aggravato dalla serietà dell’avvenimento precedente e possesso di narcotici con l’intenzione di venderli”. Ma nonostante la legge argentina abbia incluso il concetto di “femicidio” nel suo Codice Penale sin dal 2012, il 26 novembre scorso, il giorno dopo il Giorno Internazionale per mettere fine alla violenza contro le donne, tre giudici di sesso maschile – Facundo Gomez Urso, Aldo Carnevale e Pablo Viñas – hanno considerato i tre sospetti non colpevoli delle prime due accuse. La famiglia di Lucia aveva chiesto che gli uomini rispondessero di “abuso sessuale seguito da morte”, ma Farias e Offidani sono stati giudicati colpevoli solo di aver fornito droghe a una minorenne in zona scolastica e condannati a otto anni di carcere più una multa. Maciel, che era stato accusato solo dell’occultamento del crimine, è stato assolto.

I giudici sapevano che Lucia incontrò Farias il giorno prima del suo assassinio e che probabilmente comprò uno spinello da lui. La mattina seguente – un sabato – Farias e Offidani andarono a prendere Lucia a casa sua e la portarono alla residenza di Farias, che sarebbe diventata la scena del crimine. L’autopsia rivelò che il corpo di Lucia conteneva così tanta cocaina da stordirla completamente e che la ragazza morì di infarto causato da “eccessivo dolore”. Nonostante ciò, il verdetto dei giudici – che ha discusso ipotizzando in lungo e in largo sulla vita sessuale di Lucia, il suo uso di droghe e la sua promiscuità – dichiara che gli eventi occorsi l’8 ottobre consistevano in “sesso consensuale”.

Guillermo Perez, il padre di Lucia, ha definito la sentenza “una vergogna”. Il giorno dell’udienza finale ha detto: “Sono scioccato, ma perché non dovrei esserlo? Non mi sarei mai aspettato una sentenza del genere, non ha senso. L’autopsia di mia figlia ha rivelato tutto quel che le è stato fatto. Aveva lesioni alla vagina, ogni cosa di questo tipo. E adesso dicono che non possono provarlo? E’ un’assurdità.”

Rispondendo alla stampa sull’assoluzione dei perpetratori dalle accuse di abuso sessuale e femicidio, Marta Montero, la madre di Lucia, ha detto: “Quindi non l’hanno stuprata, non l’hanno uccisa, non l’hanno intossicata? Allora cos’è stata la morte di mia figlia, un regalo? Loro lo faranno di nuovo. Ci sono molte altre ragazze in giro. Il fatto che un tribunale si occupi solo delle sostanze stupefacenti e non dia riconoscimento alla vita di una persona, al femicidio di Lucia, è vergognoso. Il messaggio che stanno mandando alla società è questo: continuate pure (a uccidere ragazze), va tutto bene. Non vi accadrà nulla. E’ come se la morte di Lucia non esistesse neppure.” La famiglia intende ricorrere in appello. (…)

Le femministe locali sono indignate. Diana Maffía, direttrice dell’Osservatorio argentino sul genere, ha scritto su Twitter: “Una delle maniere patriarcali di produrre verdetti è il “leggere” la scena del crimine. Nel femicidio di Lucia Perez, una sedicenne, le sue ferite fisiche sono state giudicate compatibili con una relazione sessuale consensuale. Lei non è viva per testimoniare. Tuttavia, il suo cadavere ha parlato.”

Con le motivazioni espresse nella loro sentenza, questi tre giudici maschi hanno essenzialmente dichiarato che Lucia Perez Montero “non era stuprabile”: “Tutto era normale e naturale, tutto era perfettamente voluto e aveva il consenso di Lucia Perez. In questo caso non c’è stata violenza fisica o psicologica, subordinazione o umiliazione e meno che mai oggettivazione.” Il disumanizzante verdetto ritrarre Lucia Perez Montero come una tossica promiscua e dichiara che la sua “forte personalità” la immunizzava dal poter diventare vittima di un’aggressione sessuale. (…)

Un altro sciopero nazionale è in preparazione per protestare contro la sentenza. Persino l’OAS – Organizzazione degli stati americani ha ripudiato il verdetto, dichiarando che esso mostra pregiudizi nei confronti di Lucia e viola i diritti umani delle donne. Susana Chiarotti, che rappresenta l’Argentina nel Comitato specialisti sul genere dell’OAS, ha dichiarato a “Pagina 12”:

“E’ chiaro che secondo i giudici Lucia non era la vittima perfetta. Come avrebbe dovuto comportarsi? Al minino, la volevano vergine, timida e schiva… e possibilmente proveniente dal 18° secolo. Si è usato un doppio standard per analizzare la vittima rispetto al modo in cui gli accusati sono stati analizzati. I giudici hanno studiato meticolosamente la vittima e la sua intera vita privata è stata sottoposta a giudizio: le testimonianze dei suoi amici e familiari, i suoi gruppi su WhatsApp, i suoi messaggi e le sue chat. Non c’era diritto alla privacy per lei. La sua vita privata, la sua vita sessuale e affettiva sono state esposte senza restrizioni. Tuttavia, quando il pubblico ministero ha tentato di discutere l’uso della pornografia da parte dell’imputato principale, i giudici si sono indignati e hanno richiamato l’art. 19 della Costituzione, intendendo che lui aveva diritto alla sua intimità. A differenza di lei.”

Questo errore giudiziario rivela qualcosa d’altro con cui ci si deve confrontare. Noi non possiamo simultaneamente legittimare la violenza contro le donne come erotica, nel modo in cui lo fanno le argomentazioni liberali in difesa della pornografia, e poi sentirci oltraggiati quando tale messaggio filtra nella “vita reale”. I giudici nel caso di Lucia hanno scelto di credere a un’argomentazione che calza il patriarcato come un guanto: e cioè che nessuna forma di violenza contro le donne è troppo aggressiva o brutale da non poter essere reinterpretata come “sesso consensuale”.

L’assoluzione degli uomini che hanno ucciso Lucia Perez Montero e il misogino verdetto che l’ha vista disumanizzata e ridotta a un oggetto dimostrano che la nozione per cui la violenza contro le donne può essere semplicemente una bizzarra preferenza sessuale danneggia in modo diretto donne e bambine, nel mentre agisce come un disinfettante culturale che legittima il loro abuso.

La morte di Lucia Perez Montero ha generato oltraggio e rabbia in un continente che sta finalmente cominciando a lavorare per affrontare la realtà della violenza maschile contro donne e bambine. Sebbene lo slogan collegato alla lotta per porre termine alla violenza maschile sia diventato “Ni Una Menos” (Non una di meno), il femicidio di Lucia è solo uno degli innumerevoli casi simili. In verità, ciò che stiamo testimoniando è l’opposto: “Otra Mas” (Un’altra).

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(“Yazidi women seek to join case against French company accused of funding Islamic State”, di Lin Taylor per Thomson Reuters Foundation, 30 novembre 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Un gruppo di donne Yazidi, rapite e tenute in schiavitù sessuale dallo Stato Islamico in Iraq e Siria, hanno richiesto venerdì di unirsi alla denuncia contro il produttore di cemento francese Lafarge, che è sotto indagine per l’accusa di aver finanziato i militanti.

Lafarge è sotto indagine ufficiale in Francia con il capo d’imputazione di aver pagato l’IS, noto anche come ISIS, per tener aperto uno stabilimento che operava nel nord della Siria dal 2011 al 2014.

Gli avvocati attestano di aver presentato la richiesta delle donne di diventare parte civile nel caso, che dicono segni la prima volta in cui una multinazionale è accusata di complicità nei crimini internazionale dell’IS.

“Fornisce un’opportunità per stabilire che l’ISIS, e tutti coloro che assistono i suoi membri, saranno tenuti responsabili per i loro crimini e che alle vittime sarà garantita una giusta compensazione. – ha detto Amal Clooney in una dichiarazione – E manda un importante messaggio alle corporazioni complici nella commissione di reati internazionali che affronteranno le conseguenze legali delle loro azioni.”, ha aggiunto.

amal clooney e nadia murad

(da sinistra: Amal Clooney e Nadia Murad)

Gli Yazidi, un gruppo religioso la cui fede combina elementi delle antiche religioni mediorientali, sono ritenuti dallo Stato Islamico degli adoratori del demonio.

Circa 7.000 donne e bambine furono catturate nel nordovest dell’Iraq nell’agosto 2014 e tenute prigioniere dallo Stato Islamico a Mosul, dove furono torturate e stuprate. Sebbene i militanti siano stati cacciati un anno fa, molti Yazidi vivono ancora nei campi profughi perché temono il ritorno a casa, dicono i gruppi di aiuto umanitario.

Lafarge, che si è fusa con la ditta svizzera di materiali da costruzione Holcim, ha riconosciuto i propri fallimenti nell’affare siriano.

“LafargeHolcim rimpiange profondamente gli inaccettabili errori commessi in Siria. La compagnia continuerà a cooperare pienamente con le autorità francesi.”, ha detto un portavoce via e-mail a Thomson Reuters Foundation.

Le traversie degli Yazidi hanno attirato attenzione in anni recenti, in special modo da quando l’avvocata di alto profilo Clooney ha cominciato a rappresentare il gruppo di minoranza ed è diventata consigliera legale dell’attivista Nadia Murad, che ha vinto il Premio Nobel per la Pace nel 2018.

Un gruppo d’indagine delle Nazioni Unite ha cominciato a lavorare in agosto – circa un anno dopo essere stato creato dal Consiglio di Sicurezza – per raccogliere e preservare le prove delle azioni dello Stato Islamico in Iraq che potrebbero essere rubricate come crimini di guerra, crimini contro l’umanità o genocidio.

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(A Letter To All The “Good Men,” From The “Angry Women”, di Desdemona Dallas per Bust, 27 novembre 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

busta

Questa è una lettera a tutti i bravi uomini. A tutti gli uomini che non hanno mai assalito una donna. A tutti gli uomini che amano le loro madri, le loro nonne, le loro zie. A tutti gli uomini che non si sono mai ubriacati alle superiori o non hanno mai toccato una ragazza quando lei ha detto di non voler essere toccata. A tutti gli uomini che pensano che amare le donne sia sufficiente a far sì che le donne non siano ferite.

Durante il movimento #MeToo, avete detto di star tentando di capire cosa noi abbiamo passato, quale pericolo si è generato per mano dei vostri colleghi o persino dei vostri amici. Durante il movimento, avete ascoltato radio e podcast, letto le notizie, e lentamente avete cominciato a vedere i vostri più grandi eroi cadere a causa delle donne che hanno aggredito. Forse a questo punto avete deciso che era una lotta da donne. Forse non avete visto un posto vostro nella conversazione.

Mentre guardavate i notiziari e gesticolavate pensando se stare al nostro fianco fosse o no la cosa giusta da fare per voi, noi stavamo di fronte alle giurie nei tribunali, di fronte agli ubriachi, di fronte a voi, chiedendovi di rispettare il nostro corpo, i nostri diritti, la nostra necessità di ascolto.

Mentre guardavate il nostro paese in procinto di essere divorato da un misogino “acchiappa-passere”, noi siamo andate in terapia. Abbiamo smesso con le notizie. Siamo rimaste chiuse nei bagni tremando, aspettando che il discorso di inaugurazione finisse. Noi abbiamo atteso ogni notte che l’incubo finisse, solo per svegliarci e trovare un altro uomo mostruoso sul podio.

Voi volete essere alleati, però ve ne state a bordo campo aspettando che un cambiamento accada. Noi abbiamo bisogno che voi siate schierati dove noi lo siamo. Abbiamo bisogno che siate migliori. Perché noi lo siamo state. Abbiamo parlato apertamente. Abbiamo fatto quel che potevamo. Mentre voi aspettavate negli angoli e ai margini, insicuri su cosa dire per creare un cambiamento durevole.

Ma noi non potevamo aspettare. Non avevamo tempo. Perché mentre voi temporeggiavate sul decidere se manifestarvi o no come alleati per l’eguaglianza e per il rispetto dei nostri corpi, noi eravamo stuprate, assalite, abusate, molestate per strada. Non è sufficiente che voi prendiate i vostri privilegi e vi nascondiate con essi in un angolo. Le donne “arrabbiate” da sole non possono convincere i poteri patriarcali a vederci come eguali.

C’è una parte di noi “donne arrabbiate” che prova sollievo, perché finalmente abbiamo raccontato le nostre storie e di come altre donne attorno a noi abbiamo avuto esperienze simili. Ma più profonda di ciò, della parte di noi che trova conforto, c’è la paura di non star cambiando nulla. Perché le donne sono ancora costrette a ergersi fieramente davanti alla nazioni e parlare dei propri traumi affinché noi si sia prese sul serio.

Tutto quel che stiamo chiedendo, per quel che riguarda l’aggressione sessuale e le molestie, è che voi smettiate di sostenere con il vostro silenzio lo stupro delle donne. Vi stiamo chiedendo di credere a noi donne quando diciamo che qualcuno si è fatto strada a forza dentro di noi. Stiamo chiedendo che quando qualcuno mette il proprio corpo sopra o dentro il nostro senza il nostro permesso voi stiate al nostro fianco, non contro di noi, nell’assicurare che tal persona sia trattata con lo sdegno che merita.

Il tuo silenzio non causa problemi e tu non hai mai fatto male a nessuno con la tua cortesia, tu bravo ragazzo. Ma il tuo silenzio permette agli orrori del mondo di continuare, perché non è più abbastanza che tu te ne stia seduto quietamente ai margini aspettando il cambiamento. Devi alzarti in piedi e chiedere cambiamento al nostro fianco. Cordialmente, le Donne Arrabbiate

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(“Sorry Feminists – Men Are Better at Murder”, di Sarah Pappalardo per “Reductress”, 19 novembre 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

murder

Omicidi insensati accadono ogni giorno e i fatti non mentono: secondo un rapporto delle Nazioni Unite, il 96% dei perpetratori sono maschi. Ora, pensate ai più fantastici omicidi mai accaduti. Chi li ha compiuti? Uomini.

Spiacenti, femministe: nulla distrugge la vostra idea che uomini e donne siano “eguali” quanto l’omicidio.

Se per ventura vi fosse una preponderanza di assassini maschi in un gruppo campione, una tipica lamentosa femminista direbbe che ciò è dovuto a un retaggio di sessismo e a una cultura che scoraggia le donne dal commettere omicidi. Eppure non c’è nulla che tenga lontane le donne dall’omicidio – uomini e donne hanno uguale e abbondante accesso alle armi, il che ha reso l’omicidio più abbordabile per chiunque (bambini piccoli compresi).

Fatevene una ragione, lesbiche: gli uomini commettono più omicidi perché gli uomini sono più bravi a uccidere. I loro cervelli sono semplicemente ideati per ciò. Questa è semplice logica.

Il fatto che gli uomini sono oggettivamente migliori assassini distrugge la vostra intera visione femminista del mondo. Gli uomini sono solo più volenterosi nel dedicarsi a compiti tediosi, come l’apprendere ogni cosa di una persona e pedinare ogni sua mossa per settimane o più, o il cercare modi diversi di costruire bombe rudimentali con tubi di ferro. L’unica cosa che tiene le femmine fuori dal campo dell’omicidio è l’abilità maschile di trovare modi più fighi e migliori di sterminare letteralmente ogni cosa.

Gli uomini hanno raggiunto l’eccellenza in così tanti settori perché sono disposti a rimandare il soddisfacimento dei bisogni di base pur di dominare campi come le scienze matematiche e informatiche. Perciò, perché dovrebbero smettere di far girare il mondo, se fino ad ora lo hanno fatto così bene? Guardate Jeff Bezos o Elon Musk (nda: imprenditori, finanzieri, ecc. – due degli uomini più ricchi del mondo): se non sono esempi loro del fatto che gli uomini sono perfetti in tutto, non so chi lo sia.

Le femministe argomenteranno che le donne sono state tenute fuori dal gioco dell’omicidio perché sono state “molestate” o “scoraggiate” o “a rischio di essere uccise”, ma forse è solo che mancano loro la volontà e l’abilità ossessive per portare a termine il lavoro. Di nuovo, si tratta di pura logica. Vedete, il fanatico archetipico dell’omicidio, quello che pubblica all’infinito meme di scheletri, fucili e sangue o cose del genere “Ammazzerò tutti” su Facebook, sta solo mettendo maggior impegno nell’assassinio della irascibile femminista tipo che cerca di denunciare chiunque le dica quanto fa schifo.

Il modo in cui il mondo funziona è semplice: se ognuno facesse ciò che è più bravo a fare (le abilità delle donne includono la gravidanza, il cucinare la cena, l’implorare gli uomini di smettere di uccidere), staremmo tutti meglio rispetto al femminista e burocratico spreco di tempo e denaro in cui ci troviamo ora. Milioni di dollari sono stati buttati nelle iniziative anti-violenza e nei metodi per ridurre la percentuale di crimini, ma qualcuno si è forse preso una pausa per dire: “Wow, è davvero fottutamente impressionante quanto gli uomini sono bravi a uccidere?”

Voglio dire, date un’occhiata a chi ha vinto ogni guerra nella storia dell’umanità. Coincidenze? Io non credo.

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