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Posts Tagged ‘violenza’

lupita nyong'o

Lupita Nyong’o (foto di Kevin Mazur/WireImage) è un’attrice nata in Messico nel 1983 da genitori kenioti e successivamente cresciuta in Kenya.

Nello scorso ottobre, raccontando le sue esperienze di molestie all’interno dell’industria cinematografica, ha detto: “Spero che noi si stia sperimentando un momento cruciale, ove una sorellanza – e una fratellanza di alleati – si forma nella nostra industria. Spero che potremo costruire una comunità in cui una donna possa parlare apertamente di abuso e non soffrirne un altro non essendo creduta ed essendo invece ridicolizzata. Questo è il motivo per cui non parliamo, per la paura di soffrire di nuovo e per la paura di essere etichettate e caratterizzate dal momento in cui eravamo impotenti. (…) Parlando apertamente, denunciando e parlando insieme, noi recuperiamo il potere perduto. E ci auguriamo di fare in modo che quel tipo di comportamento predatorio come pratica accettata muoia qui e ora.”

Da ottobre a oggi, Lupita e noi abbiamo avuto molte dimostrazioni che attestano come la sorellanza sia in effetti in formazione, ma potremmo averne una ulteriore – e abbastanza clamorosa – alla cerimonia dei Golden Globe Awards il 7 gennaio 2018. Sembra che un po’ di attrici (ieri il numero stimato era una trentina) intendano parteciparvi vestendo di nero, per protesta contro le molestie e le aggressioni sessuali nel loro ambiente di lavoro. I nomi non sono ancora stati fatti pubblicamente, ma pare includano qualche grande “star”. Non deludetemi, sorelle, sto tifando per una grande serata in nero: da un’oscurità palese che testimonia e prende posizione non può che nascere luce.

Maria G. Di Rienzo

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Pavan Amara

Pavan Amara – in immagine – ha 29 anni, è originaria dell’India e vive in Gran Bretagna. E’ la fondatrice di “My Body Back Project”, un’iniziativa che ha creato e sta creando spazi sicuri in cui le donne vittime di violenza sono aiutate a “riconnettersi” con i propri corpi e ad amarli di nuovo: il senso di alienazione, il senso di colpa, la disistima e il disprezzo di se stesse, le difficoltà con il sesso sono tutte esperienze comuni alle sopravvissute. Pavan stessa è una di loro.

“Quando ho deciso due anni fa di dar inizio a un’organizzazione di beneficenza non l’ho fatto per ragioni filantropiche o perché volevo diventare la prossima Madre Teresa. E’ stata in effetti una mossa egoistica: non avevo altre opzioni e l’ho fatto mio per il stesso benessere. Ho lanciato il “My Body Back Project” nell’agosto 2015 – per aprire cliniche specialistiche con il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) che si occupassero di salute sessuale e maternità, dirette alle donne che avevano sperimentato violenze sessuali – semplicemente perché ne ne avevo bisogno io stessa. – ha scritto Pavan Amara per The Telegraph il 25 novembre scorso – A 26 anni mi sono trovata, dieci anni dopo essere stata stuprata da adolescente, nell’incapacità di accedere alle più basilari cure sanitarie, perché molte di esse sollecitavano ricordi e flashback dello stupro. Mi sentivo insicura nel mio stesso corpo, in ogni modo possibile, persino quando tentavo di andare dal medico per un comune controllo. Non è solo la mia storia. Per quanto ne so ora è la storia di migliaia, se non di milioni, di donne in tutto il mondo. Tuttavia non è necessario che nessuno tiri fuori i violini, cominci a sentirsi gli occhi umidi o si dica “commosso” dalla faccenda: francamente, non sarebbe d’aiuto. Per la maggior parte delle donne, la cosa è andata ben oltre questo.”

La prima clinica, con l’aiuto di un fondo speciale dell’SSN, è stata aperta a Londra: si occupa di infezioni e malattie a trasmissione sessuale, contraccezione e pap test. Nel 2016, è stata ampliata con una struttura dedicata alla maternità.

“In brevissimo tempo siamo state travolte. – ricorda Pavan – Le richieste di appuntamenti arrivavano come in un diluvio da tutto il Regno Unito e un certo numero di esse proveniva dalla Scozia, dove le donne dicevano di aver bisogno di usare i servizi presenti a Londra ma di non poter affrontare le spese di viaggio. Dover respingere continuamente le richieste è straziante. Ora, grazie al governo scozzese e ad alcune eccellenti professioniste, apriremo una clinica in Scozia nel febbraio 2018.

Ma non importa dove si situano nel tuo paese, o nel mondo, le storie delle donne che hanno subito violenza e molestie contengono gli stessi identificabili elementi. Qualche mese fa, sono stata abbastanza fortunata da visitare il Sudafrica, dove ho parlato con donne sopravvissute allo stupro. Una storia mi è rimasta ficcata in testa: quella di una donna di Johannesburg, la quale aveva parlato alla famiglia dei ripetuti abusi sessuali che subiva da un cugino e a cui era stato risposto di stare zitta e di non ripetere quelle parole mai più. Aveva 12 anni e diventò muta per i successivi due. Ora, lei riconosce il fatto come una protesta: se il silenzio era l’unica risorsa a lei disponibile l’avrebbe usata, nel modo più potente possibile. Avrebbe manipolato il silenzio invece di permettergli di distruggerla.

Perché troppo spesso si fanno sentire le donne come se il silenzio fosse la loro unica miserabile risorsa. Che ci si trovi a Londra, o a Johannesburg, o in California o a Cape Town, alle donne si insegna a soffocare il loro dolore o a metterlo da parte. Che si tratti di violenza sessuale, molestia, abuso domestico o mutilazione dei genitali femminili – sta’ quieta o scoprirai di non aver più accesso al lavoro, di essere emarginata dalla tua famiglia, di essere chiamata “bugiarda” e “troia”.

Ecco perché quando di recente le storie su Harvey Weinstein sono venute alla luce, io non ero per nulla sorpresa dal fatto che le donne avessero mantenuto il silenzio così a lungo, costrette a farlo da ciascuno avessero attorno. Poi il silenzio si è spezzato, in un’ondata di marea quasi tangibile, quando le donne non potevano più trattenere la diga. Non mi sorprende che chiunque, dalle attrici di Hollywood alle giudici, abbia una storia da raccontare. Se c’è una cosa che ho imparato dalla vasta gamma di donne che passa dalle porte della nostra clinica è che non importa quanto ricca e famosa sei, o quanto intelligente, o dura, o grande, o piccola. Perché non si tratta delle donne, si tratta degli uomini.

my body back logo

Nelle ultime settimane, migliaia di donne hanno fatto luce sulle molestie e sulle aggressioni sessuali in ogni campo dell’esistenza. E tristemente, il commento più illuminato che ho sentito fare dagli uomini sulla materia è stato: “Be’, io non ho mai assalito nessuna.” Perciò, ovviamente, non ha a che fare con me. La differenza è che le donne – neppure la maggior parte di noi ha mai assalito nessuno – non possono scegliere di sganciarsi dall’argomento, perché la violenza sessuale o la minaccia di essa sono già lì, nelle nostre vite.

Ho notato un tema comune, lavorando a “My Body Back”, ed è che sono le donne a sostenersi l’un l’altra. E’ usuale sentire: “Ho detto a mia sorella cosa stava succedendo” oppure “Ho portato con me mia madre per darmi coraggio”. Non ho mai visto una donna venire con il padre o il fratello. Proprio stamattina stavo scorrendo le liste della raccolta fondi e delle donazioni, e ho notato che fra centinaia di nomi solo due erano maschi. Questo è un mistero: perché quando parlo agli uomini di eliminare la violenza contro le donne loro annuiscono per tutto il tempo, sembrano seri e diventano molto timorati di dio. Certo, prendono la cosa seriamente e certo, molti uomini non aggredirebbero mai qualcuna o qualcuno sessualmente. Ma l’azione dov’è? Sino a che uomini e donne non cominciano a agire, non possiamo eliminare la violenza. Vedete, non sono le donne che si stanno stuprando e picchiando fra di loro, perciò come possiamo essere solo noi quelle che mettono fine alla cosa?” Maria G. Di Rienzo

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protesta ny

L’immagine viene da un video reportage di Sonia Rincon per la CBS, il luogo è il quartiere SoHo di New York e i cartelli dicono:

Pornhub vende lo stupro – Sì all’erotismo, no alla violenza sessuale – Boicotta la violenza sessuale – Non c’è posto per Pornhub a New York – Pornhub vende l’incesto – Pornhub vende il razzismo.

Altri due dichiarano l’appartenenza delle manifestanti: NOW – Organizzazione nazionale delle donne e CATW – Coalizione contro il traffico di donne.

Era l’8 dicembre u.s. e le donne stavano protestando per l’apertura da parte di Pornhub di un “negozio temporaneo” promozionale (chiuderà il prossimo 20 dicembre), dicendo la semplice verità e cioè che il “fulcro della pornografia” – una possibile traduzione di Pornhub – non vende erotismo ma oggettivazione, abuso, traffico, violenza, razzismo e umiliazione, il tutto rivolto alle donne. C’era anche Gloria Steinem (in immagine qui sotto), che assieme a Sonia Ossorio del NOW ha spiegato alla stampa quanto insana è diventata la pornografia:

gloria protesta ny

“Normalizza la violenza e la degradazione di donne e bambine. Pornhub è un fulcro di violenza, un fulcro di pericolo per le donne.”, ha detto Gloria.

“Pornhub vende l’idea dell’abuso sessuale di bambini, vende insulti e stereotipi razzisti.”, ha aggiunto Sonia, che ha anche chiesto all’amministrazione cittadina di proibire l’apertura di simili negozi da parte di Pornhub in futuro.

Maria G. Di Rienzo

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In questo momento c’è una bimba di sei anni ricoverata in ospedale: è stata torturata con coltelli arroventati affinché confessasse di essere una strega. I fatti sono accaduti la settimana scorsa nel villaggio di Sirunki in Papua Nuova Guinea, dove la piccola viveva isolata perché era la figlia di un’altra “strega”: quella Keniari Lepata che fu bruciata viva nel 2013 e che vi ho menzionato qui:

https://lunanuvola.wordpress.com/2017/10/31/solo-un-pensiero/

“Parte del falso mito della magia nera (o sanguma, com’è chiamata localmente) – ha detto alla stampa uno dei soccorritori, il missionario luterano Anton Lutz – per cui le donne sono streghe, include la credenza che questa cosa possa passare da madre a figlia. Fra tutte le bambine del villaggio lei è stata scelta per chi era la sua genitrice e hanno creduto fosse responsabile di ogni cosa storta che accadeva nel villaggio. Rispetto alle streghe, questa gente crede anche che diranno la verità solo se torturate.” L’Inquisizione era della stessa opinione, per quel che ne so io.

Il Primo Ministro del paese, Peter O’Neill, ha deprecato l’accaduto e dichiarato che: “Al giorno d’oggi la sanguma non è una reale pratica culturale, è una falsa credenza che implica l’abuso violento e la tortura di donne e bambine da parte di individui patetici e perversi.”

Tuttavia, la polizia e le ong presenti nell’area attestato di essere scioccate dal frequente ripetersi di tali situazioni e non riescono a spiegarne l’impennata. Quando la madre della piccola morì, il caso fece abbastanza clamore da indurre il governo a sviluppare un piano d’azione nazionale contro la violenza legata alla stregoneria: sono passati quattro anni e il piano è rimasto sulla carta.

Ruth Kissam, della Fondazione tribale della Papua Nuova Guinea, è una delle attiviste che stanno tentando di mettere fine a questo tipo di femminicidio: “Uno dei più grossi problemi è che dopo le violenze i perpetratori non sono mai arrestati. Il piano è eccellente e potrebbe facilmente essere implementato in ogni provincia, ma resta inerte perché dovrebbe essere finanziato.” Il governo ha promesso di investire fondi nei programmi e nelle campagne relative il prossimo anno…

Maria G. Di Rienzo

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(brano tratto da “A Women’s Revolt That Targets Far More Than Sexual Abuse”, di Chris Hedges per Truthdig, 3 dicembre 2017. Hedges è un giornalista vincitore del Premio Pulitzer, ex docente universitario e autore di undici libri. L’immagine è un particolare di una fotografia di Agata Chybińska – Agarianna. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

protesta donne polacche foto di agata chybińska

La stampa, strombettando i dettagli raccapriccianti e volgari delle accuse di aggressione sessuale rivolte a uomini potenti, ha mancato la vera storia – l’estesa rivolta popolare guidata da donne, molte delle quali si sono fatte avanti nonostante i violenti attacchi e i termini dettati da accordi di confidenzialità legalmente vincolanti, per denunciare i privilegi delle élite corporative e politiche.

Questa rivolta delle donne non riguarda solo l’abuso sessuale. Concerne la lotta contro la struttura del potere corporativo che istituzionalizza e abilita misogina, razzismo e bigottismo. Concerne il ripudiare la credenza che ricchezza e potere diano alle élite il diritto di dedicarsi al sadismo economico, politico, sociale e sessuale. Sfida l’etica contorta per cui chi è schiacciato e umiliato dal ricco, dal famoso e dal potente non ha diritti e non ha voce.

Le donne stanno scegliendo con attenzione gli uomini che stanno alle vette del potere per parlare di razza e classe e sesso. – mi ha detto la femminista Lee Lakeman, da me raggiunta al telefono a Vancouver – (Queste donne) sanno quel che stanno facendo. Non puoi abbattere qualcuno come Harvey Weinstein senza coinvolgere un’intera industria. Il femminismo non è mai stato solo il proteggere noi stesse come individui. E’ resistenza collettiva. Ha una vitalità che noi dobbiamo usare per aver a che fare con queste gerarchie. Dobbiamo essere alle spalle di queste donne che stanno fronteggiando i potentati. Abbiamo bisogno di attrarre attenzione sulle strutture del potere. Chiaramente, le donne non vogliono solo la fine delle molestie sessuali sul lavoro. Vogliono lavori seri e sicuri. Vogliono rispetto per il loro lavoro. Vogliono essere credute quando parlano. Vogliono sia dato loro credito per le loro idee. (…)”

La patologia degli uomini che forzano le donne a guardarli mentre si masturbano nella doccia o che chiudono le porte dei loro uffici di modo da potersi abbassare i pantaloni o palpare donne terrorizzate e umiliate in cerca di un lavoro, tirocinanti o colleghe è emblematica del narcisismo e della sfrenata auto-adulazione che arriva con l’eccessivo potere. Questi assalti sono l’espressione di una diffusa oggettivazione delle donne la cui linea principale è una cultura pornificata. L’erotismo non è reciproco nella pornografia o nella prostituzione. Gli uomini godono umiliando, degradando, insultando e violando fisicamente le donne. Le attuali rivelazioni non riguardano alle fine, neppure il sesso. Riguardano l’eccitazione solipsistica che l’umiliazione e l’abuso fisico delle donne, prodotti basilari del porno e della prostituzione, hanno condizionato gli uomini a confondere con il sesso.

Coloro che si comportano in tal modo, e Donald Trump è il manifesto vivente di questa malattia culturale, sono così atomizzati e narcisisti da credere che essi soli esistono. Sono incapaci di vere relazioni. Manca loro la capacità per l’empatia o la riflessione su se stessi. Il loro abuso delle donne, tuttavia, è solo un esempio della miriade di abusi che si sentono legittimati a operare nelle loro interazioni professionali e personali. (…)

Gli uomini potenti che fanno i predatori sessuali vivono in un universo rarefatto in cui possiedono chiunque li circondi. Chiedono obbedienza incondizionata. Devono essere al centro dell’attenzione. Solo la loro opinione conta. Solo i loro sentimenti sono importanti. Non distinguono il giusto dallo sbagliato e le menzogne dalla verità. Sono i moderni padroni di schiavi. Chi lavora per loro è costretto a cantare, danzare, fornire piacere fisico o prendersi le frustate. Perché i padroni hanno il potere, garantito loro dalle istituzioni corporative e politiche, di perseguitare e screditare chiunque li sfidi. (…)

Stiamo guardando la fine dell’Impero Romano.”, mi ha detto ancora Lakeman, “Stiamo vedendo gente che si aggrappa al potere in ogni modo disgustoso. Le donne stanno cercando una via d’uscita. Stanno cercando di mettere a posto almeno alcune cose. Ci sono stati negati tutti i modi che erano stati promessi. Questo è il risultato di cinquant’anni di lavoro femminista contro la violenza. Quelli che sono in posizioni di potere nelle corporazioni economiche e in politica sono molto nervosi. Non possono controllare quel che sta accadendo. C’è una vera rivolta e nessuno è in grado di scoprire chi è la leader per sopprimerla.”

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“Sunitha Krishnan, nata in India, racconta la sua storia con sorprendente serenità: “Quando avevo 15 anni sono stata stuprata da otto uomini. La mia comunità mi considerò colpevole, non vittima di un crimine. Decisero che era la mia indole a non essere buona, che avevo fatto qualcosa per meritarmelo. Sono stata isolata e la mia famiglia smise di essere invitata a eventi sociali. Ero vista come una prostituta.”, ricorda questa donna minuta, ora 44enne, “Dopo di ciò promisi a me stessa che non avrei permesso a questo di distruggermi, che mi sarei ripresa e avrei dedicato la mia vita a combattere la violenza sessuale, rendendo l’istanza visibile e aiutando altre donne.”

E lo ha fatto. Sunitha ha fondato “Prajwala”, un’organizzazione il cui scopo è aiutare le donne che sono state schiave sessuali. “Donne che non sono state stuprate una volta sola, come me, ma centinaia di volte.”, sottolinea Sunitha.”

Il brano, come quello che segue, è tratto dall’articolo che María R. Sahuquillo ha composto – benissimo – per El Paìs in occasione del Giorno internazionale contro la violenza sulle donne (25 novembre).

” (le vittime) sono terrorizzate all’idea di essere giudicate scorrettamente, hanno un tremendo senso di colpa derivato dall’ambiente in cui vivono. – dice Tina Alarcón, Presidente del Centro Aiuto alle vittime di aggressione sessuale di Madrid (Cavas in sigla) – “E’ il tipo di ambiente in cui senti ancora cose del tipo ‘se l’è andata a cercare’, specialmente quando la persona è un parente, un amico, qualcuno che conosci, il che ammonta all’80% dei casi.”

Un’altra delle donne intervistate da El Paìs, Macarena García di 48 anni – 23 dei quali passati con un marito che abusava di lei fisicamente e psicologicamente – da quando è riuscita a uscire dalla situazione fa volontariato presso la Fondazione Ana Bella per le vittime di abuso. Macarena dice una cosa molto importante sulla violenza di genere: “Non dovremmo educare le nostre ragazze a ‘badare a se stesse’, dovremmo educare i nostri ragazzi a rispettarle e a non essere aggressori.”

Si chiama, come sapete, socializzazione di genere. Grazie (si fa per dire) a essa potete tirare una linea dalla Spagna di El Paìs agli Stati Uniti di The Olympian, il quotidiano della città di Olympia, e trovare un articolo di Amelia Dickson e Rolf Boone del 27 novembre u.s. che ha nel titolo la frase “Sono un maschio, uomo, perciò questo tipo di roba succede.”

Sono le parole pronunciate in tribunale dal 31enne Efrain Ramirez-Ventura, pescato mentre filmava una madre e sua figlia dodicenne che si stavano provando degli abiti in un camerino di prova. Sul suo cellulare sono stati trovati altri 80 filmati di questo tipo, tutti presi da camerini adiacenti.

Secondo costui, essere maschio significa essere autorizzato a violare l’intimità, gli spazi e i corpi delle femmine, di qualsiasi età.

Dello stesso parere sono quelli che hanno inflitto violenze sessuali a circa 120 milioni di bambine in tutto il mondo (dati Unicef) e quelli che rendono l’Europa un continente in cui una donna su dieci, a partire dai 15 anni d’età, subisce qualche tipo di assalto sessuale: cose che “capitano”, quando addestri metà dell’umanità a credersi legittimata alla violenza.

Maria G. Di Rienzo

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Oggi ricorre la Giornata Internazionale contro la violenza di genere. Troverete facilmente al proposito articoli, ricapitolazioni storiche, cifre e percentuali, segnalazioni di iniziative – e di sicuro non avete bisogno di leggermi mentre scrivo le stesse identiche cose che scrivo quasi ogni giorno.

Perciò oggi vi metto qui la faccia di un giudice canadese, il sig. Jean-Paul Braun, che si è reso protagonista di quella violenza quotidiana diretta ai corpi femminili non conformi ai criteri attuali con cui si definisce la “bellezza” (cioè il piacere abbastanza agli uomini da eccitarli sessualmente).

jean-paul braun

Come potete notare è giovane, palestrato e incredibilmente attraente. Forse no, però agli uomini non serve davvero tutto questo: le prescrizioni valgono come imprescindibili solo per le donne.

Il 20 novembre scorso Braun si è ritirato da un processo per aggressione sessuale senza dare spiegazioni; alle spalle aveva solo un’inchiesta sul suo comportamento richiesta dalla Ministra della Giustizia Stephanie Vallee e i rimarchi di Helene David, Ministra per lo Status delle Donne, che alla stampa aveva dichiarato “(i giudici) Hanno bisogno di più addestramento, di più sensibilità? Non lo so. Ma questo problema lo devono risolvere.”

I fatti di cui si discuteva in tribunale sono i seguenti: una ragazza, all’epoca 17enne, decide di prendere un taxi. Alla guida c’è il sig. Carlo Figaro, 49 anni, che comincia subito a molestarla, le chiede il numero di telefono, le si butta addosso e le lecca la faccia, la bacia e la palpeggia prima che la ragazza riesca a fuggire dal veicolo.

Dopo aver ascoltato tutto questo, il giudice Braun si è chiesto a voce alta se il baciare possa essere considerato “sessuale” e se il consenso per baciare qualcuno è davvero necessario. “Baciare qualcuno può essere un gesto accettabile.”, ha detto, aggiungendo che la vittima “probabilmente era lusingata dalle “avance” del tassista, perché forse era la prima volta che qualcuno si interessava a lei.” Perché la vittima doveva essere lusingata da un’aggressione? Be’, spiega sempre il giudice, “E’ un po’ sovrappeso, un po’ grossa, ma ha un bel viso, eh?”

Il tassista, per vostra informazione, è stato comunque condannato e intende ricorrere in appello. Se al prossimo processo trova una giura composta da tipi come Braun – e non è difficile, in nessun paese al mondo – è a posto. Magari faranno il passo ulteriore, daranno alla ragazza della “schifosa cicciona” e le chiederanno di scusarsi per aver causato tanti fastidi a un uomo che dovrebbe solo ringraziare, perché si è interessato a lei.

Che a noi schifose possa non fregare una beata mazza di avere l’approvazione maschile (che, chissà perché, si manifesta con l’assalto sessuale) non è contemplato.

Che i nostri corpi ci appartengano, meritino di essere trattati con dignità e rispetto, non siano proprietà pubblica soggetta al pubblico apprezzamento o ludibrio neppure.

Un uomo può violare una minorenne e stare relativamente tranquillo: la legge l’avranno anche imposta le nazifemministe con qualche colpo di stato ma i suoi pari, che indossino o no la toga, lo apprezzano, lo scusano e forse domani anche loro lo imiteranno. Maria G. Di Rienzo

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