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Posts Tagged ‘violenza’

(brano tratto da: “Silent Shame – Bringing out the voices of children caught in Lake Chad crisis” – Unicef – 12 aprile 2017. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

Dada

Dada (nigeriana, in immagine) aveva 12 anni quando Boko Haram entrò nella sua cittadina. Nascoste all’interno della propria casa, lei e sua sorella udirono i colpi di arma da fuoco che risuonavano nelle strade. Quando si fece notte, i membri di Boko Haram arrivarono alla casa, buttarono giù la porta a calci e rapirono entrambe le ragazze.

Furono condotte a un villaggio nella boscaglia composto per la maggior parte di bambine/i. Le ragazze furono messe assieme a centinaia di altre che i membri Boko Haram avevano catturato durante i raid nelle campagne.

Gli uomini prendevano “in mogli” bambine dodicenni, mentre i maschietti erano forzati ad addestrasi al combattimento. Un giorno, radunarono le bambine in cerchio in uno spiazzo e dissero loro di fare bene attenzione. Altri combattenti apparvero trascinando una ragazza e costringendola a giacere sul terreno di fronte al gruppo di bambine terrorizzate.

“Se qualcuno tenta di scappare – dissero come Dada ricorda – questo è il trattamento che vi riserveremo.” Mentre uno avvicinava un coltello alla ragazza, Dada la ricorda urlare: “Perché state facendo questo a me? Ho un bambino!” Gli uomini le segarono la testa dal corpo e gettarono cadavere e testa decapitata nel folto della boscaglia. “Gli occhi della ragazza erano ancora aperti.”, dice Dada pianamente.

Quattro mesi dopo essere stata rapita, Dada era di nuovo seduta nello spiazzo con altre bambine rapite. I membri di Boko Haram si rivolsero a lei e le indicarono un giovane attorno ai 18 anni. Si chiamava Bana ed era un combattente e un capo. “Questo è tuo marito.”, le dissero. Quella notte, Dada fu stuprata per la prima di molte altre volte.

Dada riuscì a fuggire dal campo, attraversando a piedi la savana per giorni, senza cibo, sino a che si imbatté in un accampamento militare in Camerun. La sua pancia aveva continuato a gonfiarsi da un po’ di tempo e lei pensava di avere problemi allo stomaco. Dopo averla sottoposta ad alcuni test medici, i militari le dissero che era incinta.

Oggi sua figlia ha due anni. A Dada piace giocare lei, tenerla in braccio e farle il solletico. “A volte, quando la guardo, divento arrabbiata. – dice Dada – Ma dopo aver riflettuto, mi calmo. Dovunque io vada, non posso stare senza di lei.”

Dada è ora 15enne e vive in un luogo protetto a Maiduguri in Nigeria.

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Dichiarazione

(“Declaration”, di Jamie Dedes – in immagine – poeta e attivista contemporanea, trad. Maria G. Di Rienzo. “La poesia – dice Jamie – è necessaria alla vita come l’acqua. Con essa prendiamo posizione, solleviamo la consapevolezza collettiva, mostriamo il dovuto rispetto all’intuizione e all’istinto. La poesia libera le nostre speranze e i nostri sogni da sotto i ciottoli e stabilizza come un’ancora il nostro potere.” Ndt: il testo è privo di maiuscole.)

Jamie Dedes

DICHIARAZIONE

noi, i nessuno, la piccola gente

fustigata dai capriccci degli affamati di potere,

che ci inchiodano a una croce di narcisismo e avidità

che ci gettano nella spazzatura della storia

noi, i feriti e nobili senza nome,

con tutte le nostre ossa, sangue, cuore e spirito

dichiariamo inequivocabilmente –

che non troviamo salvezza nel caos,

nessuna gioia nel dividere mari di sangue,

nessuna grazia nell’ucciderci l’un l’altro

adesso noi offriamo non le nostre guance, ma le nostre schiene

lasciando i bulli alla loro nuda illusione,

alle loro anime rudimentali; rinunciando

alle spade che ci hanno messo fra le mani, noi impegniamo

i nostri muscoli all’aratro e reclamiamo

il nostro diritto di nascita a tutto ciò che è sano e buono

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diane

(“Sing Your Song Sweet Sister : A poem about changing the world through truth telling.”, di Diane Goldie, in immagine qui sopra. Trad. Maria G. Di Rienzo. L’Autrice è un’artista femminista a 360°: dipinge, disegna, scolpisce, crea pupazzi e marionette – per un periodo il suo lavoro ufficiale è stato il teatro di marionette per i bambini – scrive poesie e crea “arte da indossare”, un cui esempio potrete ammirare alla fine di questo articolo. Diane è anche una sopravvissuta all’abuso infantile: “addestrata e usata da un pedofilo, ero diventata un giocattolo da scopare per numerosi uomini”.)

CANTA LA TUA CANZONE DOLCE SORELLA – Una poesia sul cambiare il mondo tramite la narrazione della verità.

Canta la tua canzone dolce sorella

Cantala alta e chiara

Non temere di dire la tua verità

a chiunque sia nelle vicinanze

Canta la tua canzone dolce sorella

Cantala profonda e bassa

Canta del tuo dispiacere

Lascia fluire la tua tristezza.

Noi ti ascolteremo sorella

Noi sentiremo il tuo stesso dolore

Noi condivideremo la tua afflizione

e ti aiuteremo a guarire di nuovo.

La tua canzone sarà la nostra canzone

Le nostre storie sono tutte le stesse

Condividiamo una comunanza

Condividiamo una sofferenza comune

Nascondiamo le nostre comuni ferite

dietro un muro di vergogna

E’ ora di tirar giù quel muro

E’ ora di piazzare il biasimo al giusto posto.

Noi siamo state vittime innocenti

Non l’avevamo chiesto

Non avevamo chiesto la violenza

o quel bacio rubato

Non vogliamo essere di proprietà di qualcuno

o solo un’altra delle cose

da usare e abusare per poi sputare via

Perciò canta, dolce sorella, canta!

Facciamo sentir loro la nostra rabbia

Facciamo sentir loro il nostro dolore

Facciamo che avvertano che parte hanno in tutto questo

mentre cantiamo apertamente e senza vergogna

Uniamo tutte le nostre voci insieme

in un coro furioso

Cominciamo a cambiare le cose

Diamo fuoco ai nostri cuori.

Perciò canta la tua canzone, dolce sorella

io credo in te

E la prossima sorella che udirà il tuo canto

crederà anche lei in te

e poi canterà la sua propria canzone

e questo andrà avanti

sino a che tutte canteremo

insieme

come una sola persona.

Canta la tua canzone dolce sorella

Canta la tua canzone dolce-amara.

dangerous woman

(Il ricamo dice: Una donna che ama se stessa è una donna pericolosa. La sorellanza è sovversiva.)

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alicia

Quando il suo liceo ha organizzato un concorso per brevi filmati prodotti dai suoi studenti, la diciassettenne spagnola Alicia Ródenas – in immagine – ha presentato un video in cui legge “le 100 frasi sessiste a cui le donne non possono sfuggire”. E’ fatto straordinariamente bene non solo dal punto di vista filmico: comincia con le frasi che rinforzano gli stereotipi di genere nell’infanzia, si muove attraverso la sessualizzazione coatta e la denigrazione del corpo femminile e mostra come tutto ciò si evolva nell’abuso fisico.

“Se ti vedono giocare con i maschietti diranno che sei un maschiaccio.”

“Ti interessano i computer? Non dovresti far danza, piuttosto?”

“Sei così carina quando ti vesti bene.”

“Sei sempre circondata da ragazzi, li provochi sessualmente.”

“Cosa ti prende, hai le mestruazioni?”

“Non lasciarmi o faccio qualcosa di folle.”

La sua scuola l’ha trovato così interessante da discuterlo pubblicamente con tutti gli/le studenti, dopo una lezione dell’insegnante di psicologia, e di postarlo su YouTube il 29 marzo, dove da allora è stato visto più di 120.000 volte. Condiviso su Facebook ha quasi raggiunto il milione di visite.

Naturalmente molti stronzetti si sono sentiti in dovere di insultare e minacciare Alicia (il liceo ha in seguito disabilitato i commenti) ma, dice la ragazza, “Ci sono commenti, quelli che mi piacciono di più, di persone che dicono di aver cambiato modo di pensare dopo aver visto il filmato. Parlare del sessismo è necessario, perché troppa gente pensa che queste frasi siano innocue. Bisogna cominciare a parlarne da giovani, altrimenti può essere difficile capire quanti danni fanno.” Alicia ha spiegato alla stampa che realizzare filmati è per lei solo un hobby e che la sua aspirazione è studiare psicologia. Il testo che legge nel video era già diventato virale nel 2015. Si intitola “Che bella ragazza!” ed è stato scritto da un’altra giovane femminista di Madrid, Ro de la Torre, che ha dato alla studente il permesso di usarlo. “La violenza sessista non esiste solo quando ne muori, ma è qualcosa che ti porti dietro tutta la vita.”, spiega Ro e allo stesso modo Alicia conclude il suo filmato: “La violenza di genere non è solo fisica. La viviamo sin dall’infanzia e ci perseguita sino alla fine. (Combatterla) E’ ora o mai più.” Maria G. Di Rienzo

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(“Research Report”, di Eunsong Kim, giovane poeta, saggista e femminista contemporanea, trad. Maria G. Di Rienzo.)

screen age

Rapporto sulla ricerca

Vivremo in un futuro riempito di foto di adolescenti nude.

Ogni ragazza crescerà con un giovane amore, un odioso voltafaccia

e una vita di meme su internet. Ogni ragazza comprenderà

il tradimento e la vergogna come nessun adulto ha fatto o potrebbe fare.

Con il passar del tempo, la pratica sarà estesa ai ragazzi e ad altri

e noi saremo in grado di cercare la nudità, la nudità di chiunque.

Ci saranno classifiche, ci saranno prodotti artistici dei fan, ci saranno

persecuzioni che condurranno a suicidi. Noi saremo tutti imbarazzati e ammaliati.

Alcuni di noi vivranno vite da completamente vestiti e si proteggeranno dal web.

Alcuni di noi vivranno incollati agli schermi, a guardare le proprie immagini adolescenti

di continuo e per sempre.

Perciò, in che modo dovremmo fare i nostri investimenti?

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(brano tratto da: “If You See a Woman Being Harassed and Do Nothing You Are Part of the Problem”, di Anjali Sarker – in immagine – per World Pulse, 11 aprile 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Anjali, che non ha ancora trent’anni, è Vice Direttrice di un laboratorio per l’innovazione sociale, l’inventrice di “Toilet+” – una soluzione sanitaria sostenibile per i poveri delle zone rurali, ha una laurea in amministrazione aziendale ottenuta nel suo paese, il Bangladesh, e una laurea in innovazione sociale presa all’Università di Lund in Svezia. La sua passione per i diritti delle donne e per l’impresa sociale e sostenibile, racconta Anjali, ha avuto una spinta decisiva quando compì sette anni; quel giorno, i suoi genitori le portarono a casa quel che lei descrive come “il più bel regalo possibile”, una sorellina appena nata che lei vide e festeggiò come un “piccolo angelo”. Presente c’era anche un suo zio, che presentò le sue condoglianze al padre di Anjali per quella “maledizione”: un’altra femmina invece di un prezioso maschio.)

Anjali

Qualche anno fa, un mio amico maschio mi schiaffeggiò e mi strattonò tenendomi per i vestiti in una strada affollata di Dhaka, mentre stavamo discutendo. Era un comune ragazzo della mia età e frequentavamo la stessa università. Ma poiché lui era un maschio, ha osato abusare fisicamente di me in piena luce del giorno e di fronte a una folla.

Prima di farlo mi aveva sottratto il cellulare, per assicurarsi che io non potessi chiamare la mia famiglia. Ero paralizzata dalla paura. I miei sensi smisero di funzionare. Con la coda dell’occhio vidi un gruppo di guardie giurate che stavano a qualche metro di distanza, a guardare la scena. Nessuno si scomodò per interromperla e dire “Che diavolo sta succedendo qui?”.

Ora, ogni volta in cui noto un uomo adulto camminare verso di me, la mia mente entra in uno speciale modulo d’allerta. Comincio a valutare la sua espressione, struttura fisica, età, movimento e velocità di camminata per determinare cosa fare se mi verrà troppo vicino. Il mio cervello ha messo in moto questo algoritmo così tante volte che mi basta una frazione di secondo per avere un risultato e agire: a volte attraverso la strada, altre volte comincio a correre. So che nessuno interverrà per aiutarmi.

Non sono un caso isolato. In quel di Nuova Delhi, il 40% delle donne sono state molestate in spazi pubblici come autobus o parchi durante lo scorso anno. Circa due terzi delle donne in Gran Bretagna attestato di essere state vittime di attenzione sessuale indesiderata in pubblico. La cifra è ancora più alta per le donne israeliane. Quel che è peggio, ci sono spesso testimoni agli abusi ma sono troppo scioccati, spaventati o indifferenti per intervenire.

Il 20 marzo 2016, una 19enne è stata brutalmente stuprata e uccisa a Comilla, una piccola città del Bangladesh. Dieci giorni prima, una donna aveva subìto uno stupro di gruppo su un autobus in India, e il suo figlioletto di 14 giorni era stato ucciso dagli stupratori davanti agli occhi dell’altra sua bimba di tre anni. In tutto il mondo, moltissime donne si chiedono ogni giorno se saranno in grado di tornare a casa sane e salve. Sembra che per donne e bambine la sicurezza non sia un diritto, ma un privilegio. (…)

Spesso le persone non sanno cosa fare quando sono testimoni delle molestie o temono per la propria sicurezza. Ma ci sono modi per ridurre i rischi. Grazie a internet, idee creative che motivano i testimoni a farsi avanti distano solo un click. Distrazione e interventi indiretti, come il chiedere informazioni o che ore sono, parlare ad alta voce al telefonino, o semplicemente schiarirsi la gola per fare rumore, sono modi facili per stare al fianco della vittima. Gruppi di donne come Polli Shomaj in Bangladesh e le Gulabi Gangs in India hanno mostrato con successo che i passanti possono davvero fare la differenza. Ogni volta in cui uno uomo comincia a indirizzare messaggi lascivi a una donna e gli altri girano le teste, a lui arriva un incoraggiamento: “Goditela. Nessuno ti fermerà.” A questo punto può sentirsi più baldanzoso e fare un passo oltre: lo sguardo osceno può diventare il fischio, il fischio la palpata, la palpata il tentativo di stupro.

Quando un assalto ha come risultato l’omicidio e diventa una notizia sensazionale sui media, la gente prova shock e compassione per la vittima. Ma questa stessa gente dimentica che il perpetratore non è diventato uno stupratore nel giro di una notte. Quando aveva 10 anni e ha cominciato a fischiare alle ragazze che passavano per strada, forse nessuno gli ha detto che quel comportamento era sbagliato. E oggi qualcuna ne paga il prezzo.

Donne, uomini, vittime, perpetratori, testimoni – siamo tutti parte del discorso e abbiamo un ruolo da giocare in esso. Tuttavia, spesso la discussione si concentra solamente sulle liste di cose da fare / non fare per le donne e getta su di loro il fardello della colpa. Se noi siamo nella posizione di poter agire e non agiamo, il sangue macchia anche le nostre mani.

Perciò, invece di puntare il dito contro le donne, per favore, potremmo porci questa semplice domanda? “La prossima volta in cui vedrò qualcuno subire molestie, cosa intendo fare?”.

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“La nostra cultura sta socializzando le ragazzine ad essere pronte per la pornografia, finiscano poi o no sul set di un porno. E la ragione è che è stato insegnato loro a ipersessualizzare e pornificare se stesse. Quel che accade alle ragazzine oggi è che, mentre stanno sviluppando la propria identità sessuale, imparano di avere solo due scelte: essere scopabili o essere invisibili. E cosa volete da un’adolescente, quando scritto nel DNA dell’adolescenza c’è la necessità di essere visibili? Cosa pretendete da lei mentre le sue amiche vanno in giro in jeans a vita bassissima, con un tatuaggio appena sopra il solco delle natiche (Ndt. nell’originale “tramp stamp”, “il marchio della puttanella”, così come lo chiamano i loro coetanei maschi), mostrando l’ombelico? Cosa volete che faccia? Perché è impossibile chiederle di mirare all’invisibilità. Perciò questa non è una sua scelta, è l’essere costretta a entrare nella trappola di una sessualità che lei non ha inventato, su cui lei non ha deciso, perché non c’è molto su cui decidere.

Mentre mi arrovellavo nel riflettere su ciò che è accaduto a livello culturale, sapete chi mi ha chiarito la cosa? Non è stato qualcuno con una laurea in sociologia o psicologia, è stato in effetti un uomo condannato per stupro di minore, che chiamerò Dick. Costui era in galera per aver violentato la sua figliastra 12enne e mi ha spiegato come l’ha addestrata crescendola. L’addestramento è quel che il perpetratore fa stando molto vicino alla sua vittima, sviluppando una relazione con lei in cui le ripete che la cosa davvero importante è quanto è “gnocca”, quanto è sexy, quanto è “calda”. E quando il perpetratore fa la sua mossa la vittima è legata a lui e di se stessa pensa sul serio che la cosa più importante sia essere “gnocca”. Ora, Dick mi stava spiegando questo quando mi ha guardata diritto negli occhi e ha detto: “La cultura ha fatto un bel po’ di questo lavoro per me.” E aveva esattamente ragione.” (Gail Dines, 2015)

prima e dopo

12 aprile, Modena: Camionista 48enne adesca 12enne sul web e si fa inviare foto hot.

Fingendosi una ragazzina di 14 anni ha chiesto foto di nudo all’amica “in atteggiamenti ammiccanti” (specifica uno degli articoli relativi), poi le ha chiesto di farsi riprendere da “un fotografo” (in realtà lui stesso) aggiungendo che se avesse rifiutato le altre immagini sarebbero state rese pubbliche in rete.

Citando sempre lo stesso articolo, l’enfasi è mia: “Per fortuna la ragazzina ha reagito – spiegano ora gli inquirenti della squadra mobile di Pesaro a cui è ricorsa la mamma della adolescente – si è come svegliata dall’ipnosi che l’aveva portata ad inviare foto nude di lei senza porsi nessun problema. Ha capito che si stava superando un limite” ecc. L’uomo ha la casa piena di immagini pedopornografiche e si dichiara “malato di foto di quel genere”.

“Un altro caso (…) – prosegue il pezzo – riguarda una ragazza di 15 anni di Pesaro, che non ha esitato dopo qualche giorno di amicizia con un 17enne, risultato essere di Palermo, ad inviargli foto nude e persino un video di lei mentre si spogliava. Materiale che ha inviato col suo telefonino e anche utilizzando quello della madre. A quel punto, il giovane aveva chiesto altre foto esplicite minacciando di pubblicare in rete quelle già avute.”

E’ stato stimato che, a seconda di quanto tempo li usiamo, media e social media ci bombardano ogni giorno con fino a circa 3.000 “annunci – consigli – articoli” (leggi pubblicità) che riguardano il corpo femminile. Il succitato resoconto, prontissimo nel puntare il dito contro le ragazzine, era circondato nello specifico da bombe sexy sul red carpet, bellissime questa e quella, hot quest’altra, foto porno-soft di modella con seni che strabordavano da un costumino striminzito, vari inviti a mettersi “in forma” e, ciliegina sulla torta, un video dal titolo “Come preparare il frullato che rassoda i glutei”. Chi è che le “ipnotizza”? Perché “non esitano”? Cosa pretendete che facciano le ragazzine?

Maria G. Di Rienzo

P.S. Le uniche altre notizie sulle donne, sul quotidiano in questione, riguardavano le ultime assassinate da un ex partner.

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