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Posts Tagged ‘violenza’

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Nell’ottobre dello scorso anno è uscito il rapporto “Digital Harassment of Women Leaders: A review of the evidence” (“Molestie digitali verso le donne leader : un esame delle prove”) a cura di Sophie Stevens e Erika Fraser del “Violence Against Women and Girls Helpdesk”: quest’ultimo è un servizio di ricerca e consulenza sulla violenza contro donne e bambine diretto alle istituzioni governative britanniche (è un esempio di buona pratica che il nostro governo, impegnato a far scappare gli ambasciatori di altri paesi a insulti, non copierà mai).

Le molestie online, si legge nell’introduzione, “fanno parte del continuum di violenza e discriminazione contro le donne nell’arena pubblica che include le donne politiche, le attiviste, le leader della società civile, femministe insigni o semplicemente donne che commentano la politica, intellettuali e giornaliste. Questo fenomeno è estremamente diffuso a livello globale e comprende tutte le forme di aggressione, coercizione, svergognamento, molestia, minaccia e intimidazione contro le donne in ruoli guida sulla base del loro genere. Tali atti non solo causano significativi danni psicologici, emotivi e persino fisici alle vittime individuali, riversando nel mondo reale abusi, violenza o autolesionismo, ma lavorano collettivamente per zittire o limitare la voce e le azioni delle donne negli spazi pubblici, minando così cultura e pratiche di democrazia.”

Le modalità delle molestie digitali sono note a tutte noi, non occorre essere in posizione politica o sociale prominente: minacce di stupro e di morte, cyberstalking, pornografia, insulti sessisti e misogini, diffusione di informazioni private e personali sono cosucce consuete per un quarto delle donne europee che frequentano i social media. Il rapporto mostra come quelle che scrivono – a qualsiasi livello, dal tweet all’articolo su un giornale – di sport, tecnologia, femminismo o stupro sono assalite in maggior misura.

Qualche altra informazione notevole:

– Il 70% delle vittime di cyberstalking, in tutto il mondo, è di sesso femminile;

– L’82% delle deputate (Unione Inter-Parlamentare, ricerca su 37 nazioni) ha subito violenza psicologica durante il suo mandato: minacce di assassinio, rapimento, stupro e aggressione fisica sono state dirette loro principalmente tramite i social media;

– Le donne politiche di lungo corso o con incarichi rilevanti ricevono insulti basati sul loro genere tre volte tanto di quanti ne ricevono i loro colleghi di sesso maschile;

– L’abuso funziona! Le donne, infatti, sono meno propense a candidarsi dopo aver visto le leader politiche subire assalti mediatici. Nel gruppo d’età fra i 18 e i 21 anni, a rinunciare sono il 60% delle donne, percentuale che sale all’80% dopo i 31 anni.

Libertà d’espressione? Per le donne non vale.

Maria G. Di Rienzo

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Repubblica, 5 febbraio u.s., estratto da un’intervista a Papa Bergoglio;

“Il maltrattamento delle donne è un problema. Io oserei dire che l’umanità ancora non ha maturato: (nda.: forse ha detto o voleva dire “non è maturata”, il testo è pieno di errori di grammatica / sintassi) la donna è considerata di ‘seconda classe’. Cominciamo da qui: è un problema culturale. Poi si arriva fino ai femminicidi. Ci sono dei Paesi in cui il maltrattamento delle donne arriva al femminicidio.” L’Italia è proprio uno di quei Paesi, e sono talmente tanti che si potrebbe riformulare la frase come “Su tutto il pianeta il maltrattamento delle donne arriva al femminicidio”.

Lieta comunque di aver sentito qualcosa al proposito dal leader di una delle maggiori religioni organizzate a livello mondiale, devo però puntualizzare che:

1. Continuando a definire come accessorio il ruolo delle donne – pur inzuccherando questa classificazione di serie inferiore con l’importanza del “servizio” reso – la chiesa cattolica contribuisce a mantenere in essere il problema culturale.

2. Tutta la patetica pappardella sul “gender”, che Bergoglio ha sponsorizzato in alcune uscite pubbliche, non solo contribuisce a mantenere in essere il problema culturale ma ha alimentato specifiche forme di violenza.

3. Se, come attestato nell’intervista, si vuole “fare qualcosa di più”, il Papa ha parecchi attrezzi a disposizione, a partire dalle analisi e dalle richieste delle donne che fanno parte a qualsiasi titolo della sua chiesa.

Il 3 febbraio, in provincia di Bergamo, Marisa Sartori è stata uccisa dall’ex marito con una coltellata al cuore. Ferita più volte dallo stesso coltello, la sorella di costei è uscita dal coma due giorni dopo. Per i seguaci del razzismo cialtrone legittimato da alte cariche governative, la questione di genere non si pone: l’assassino è di origine tunisina. Ma è italiano il signore che il giorno dopo, a Vercelli, mette in atto un inseguimento automobilistico e dà fuoco alla macchina dell’ex, Simona Rocca, mentre lei è all’interno della stessa. La donna era gravissima ieri e mentre scrivo non so quali sviluppi ci siano stati nella diagnosi. I commentatori “ruspanti” (qui è un neologismo che allude alle ruspe) su ciò non hanno nulla da dire.

Il problema culturale del nostro Paese salta all’occhio esaminando:

a) la narrazione relativa ai perpetratori (che “non accettavano la fine della relazione” ecc.);

b) la dinamica simile delle vicende: entrambe le vittime avevano denunciato lo stalking e le aggressioni, nel secondo caso la donna ha anche chiamato i carabinieri durante l’inseguimento – per la serie denunciate, denunciate, tanto non serve a nulla;

c) le risposte istituzionali, come la dichiarazione del procuratore capo di Vercelli, sig. Pianta:

“Io non credo sia un problema di leggi, ma di cultura e di prevenzione. La nostra sensibilità su questi temi è massima. C’è grande attenzione. Infatti, la misura nei confronti di quel soggetto è stata presa subito. (nda.: era stato rinviato a giudizio) Anche se non era uno dei casi più allarmanti. Solo a Vercelli, che non è il Bronx, abbiamo da 7 a 10 denunce di stalking a settimana. Sono soggetti a cui scatta qualcosa nella testa. L’unica misura che potrebbe funzionare, a livello di deterrente, è il carcere. Ma non viviamo in uno stato di polizia. E se dovessimo chiedere la carcerazione ogni volta in cui c’è dell’astio e un rapporto conflittuale, allora dovremmo raddoppiare lo spazio nelle carceri italiane”.

La prima frase mi trova parzialmente d’accordo: cambiamento culturale e prevenzione si operano anche tramite le leggi; in particolare, in Italia le leggi sembrano non funzionare per quel che riguarda la protezione delle vittime. L’attestazione di massima sensibilità e grande attenzione è smentita dall’analisi successiva: un caso di persecuzione che continua da due anni e mezzo e sfocia in un tentato omicidio non è giudicato “allarmante” ne’ uno “dei più gravi”; il procuratore non trova strano ne’ si chiede perché a 7/10 “soggetti” a settimana “scatta qualcosa nella testa” e riscrive assalti fisici e persecuzioni come “rapporto conflittuale”, redistribuendo in questo modo la responsabilità della situazione su ambo le persone coinvolte.

Nulla di nuovo, in effetti. La narrativa culturale corrente che alimenta la violenza si rifiuta di riconoscere che essa è una scelta del perpetratore e lo ritiene a priori non sano di mente: gli scatta qualcosa nella testa = raptus = incapace di intendere e volere = non (del tutto) responsabile.

In questo scenario, cambiamento culturale e prevenzione del crimine sono un’impossibilità logica e fattuale. Maria G. Di Rienzo

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Quando ci si imbatte in storie allucinanti ove padri abusano delle loro figlie – per anni, sentendosi del tutto legittimati a farlo, protetti e scusati o “non visti” dall’immediato circondario – a volte vien da dire che è preferibile essere orfane. Purtroppo, però, essere orfane non ci protegge dai padri affidatari o adottivi.

In quel di Winnipeg, Canada, c’è un signore sposato, religioso e di buona fama, così generoso da adottare due coppie di bambine (dopo aver “consumato” la prima coppia ne ha presa una con data di scadenza più lunga). Gli articoli fanno riferimento ai nomi delle sue vittime come A B C D, poiché il tribunale ha emesso – giustamente – un bando al pubblicare quelli veri.

A e B entrano nella loro nuova famiglia nel 2008: hanno rispettivamente 9 e 11 anni. “Papà” provvede a iniziarle con palpeggiamenti, per poi passare a fellatio e a stupri anali e vaginali. Questi ultimi li riserva alla bambina A, dicendo alla bambina B che vuole “preservare la sua verginità per il suo futuro marito”. Riguardoso, non c’è che dire. Ma visto che è anche un tipo allegro, costruisce una rimessa apposita dotata di materasso dove tenere “pigiama party” con le sue piccole vittime. A stima di essere stata violata da lui fra le 300 e le 600 volte. Il signore si prende una pausa di solo due mesi in otto anni di violenze su minori: spiega alle figlie adottive che deve farlo perché “Dio sta guardando” – probabilmente aveva solo problemi alla prostata o chi stava guardando un po’ troppo era sua moglie.

Gli abusi continuano sino a quando A e B escono dalla casa degli orrori nel 2016; nel dicembre di quello stesso anno vanno dirette alla polizia e denunciano il loro aguzzino. Il fatto è che costui ha già altre due bambine, C e D di 12 e 9 anni, fra le grinfie. E i servizi sociali non gliele sottraggono. In questi giorni sui media canadesi sta infuriando una discussione piuttosto aspra su protocolli, leggi e sistemi che hanno permesso allo stupratore, reo confesso nel marzo 2018, di andarsene “in vacanza” all’estero con moglie e figlie adottive non appena gli è stato notificato che era in corso su di lui un’indagine per violenza sessuale su minori. Sapete, il poverino “aveva paura che gli portassero via le bambine” e c’è da credergli: stuprava anche quelle, ovviamente, come la polizia ha accertato.

Arrestato nel febbraio 2017, gli viene concesso il rilascio su cauzione, a patto di non aver contatti con minori e di vivere a un indirizzo diverso da quello a cui risiedono moglie e figlie adottive. Non gli viene proibito espressamente di accedere alla casa e difatti gli abusi nei confronti di C continuano per un mese dopo l’arresto e quelli nei confronti di D addirittura per tre mesi. Il processo per queste violenze è attualmente in corso.

Meglio tardi che mai, ma purtroppo sempre tardi è. Quali che siano le esatte responsabilità istituzionali, il fallimento nel proteggere quattro bambine (rese ancora più vulnerabili dall’aver perso la propria famiglia) posa su un sottotesto consueto – non per questo meno abominevole: la scarsa credibilità che la società accorda alle vittime di violenza sessuale e il contraltare dell’estrema fiducia e stima garantite comunque al perpetratore. Un uomo così perbene. Un uomo così devoto. Ma soprattutto un uomo.

Maria G. Di Rienzo

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All’inizio, secondo l’individuo che ha ucciso un bambino di 6 anni a botte e ne ha spedito la sorellina maggiore di un anno all’ospedale con ferite definite dai medici “raccapriccianti”, erano “caduti dalle scale”. Pugni, calci e colpi con il manico di scopa sono andati avanti da sabato sera (26 gennaio) a domenica pomeriggio. L’assassino picchiatore si chiama Tony Essobdi Bedra, ha 24 anni ed è il compagno della madre trentenne dei bambini, che è anche madre di un figlio suo di quattro anni (per fortuna illeso).

Il sindaco di Cardito, ove ciò è accaduto, ha detto alla stampa: “Conosco il ragazzo fermato e la sua famiglia. Sono persone tranquille.”. I giornalisti hanno aggiunto che il signore in questione ha “piccoli precedenti di polizia per scippo e droga”. Lui stesso ha infine spiegato dopo cinque ore di interrogatorio che sì, ha pestato i bambini ma solo per “insegnare loro l’educazione e il comportamento“.

Tony Essobdi Bedra è un ragazzo tranquillo (mica un violento per carità!), che di tanto in tanto scippa o spaccia (capita a tutti, vero, signor sindaco?) e spesso picchia i bambini che ha in casa – il piccolo deceduto aveva cambiato scuola giacché era solito arrivare in classe con lividi e occhi neri. Cercate di capirlo, il povero giovanotto dalle mani svelte era “esasperato”: “Li ho picchiati perché davano fastidio, rompevano tutto, e non stavano al loro posto. Hanno persino graffiato i mobili della cameretta che avevo appena comprato con un grosso sacrificio economico.” e finisce per uccidere a bastonate una creatura di 6 anni. Adesso a stare al loro posto, ai bambini, gliel’ha insegnato. Il posto di Giuseppe è al cimitero e quello di Noemi in pediatria – in più, costei si porterà dietro gli sfregi permanenti dell’aver subito abusi abominevoli e dell’aver assistito all’omicidio di suo fratello da parte del “papà”.

Nei commenti agli articoli relativi volano mannaie, si invoca la pena di morte o l’inasprimento delle pene e si spera che una volta finito in carcere l’assassino sia preso di mira dagli altri detenuti; qualcuno dà la colpa alle situazioni di “degrado, povertà, disperazione” in cui avrebbero origine simili “tragedie”, qualche altro ribatte indignato menzionando la bieca “cultura tunisina” di cui non sa un piffero (l’uomo ha padre tunisino e madre italiana ed è nato in Italia)… ma la principale responsabile (lo avevate indovinato, lo so) per questi fini socio-psico-tuttologi è la madre dei piccoli. La frase più blanda è qualcosa del tipo “Ha esposto i figli al rischio della presenza di un individuo pericoloso”, il resto sono insulti veri e propri e severe ammende a tutto il genere femminile reo non solo di attirarsi addosso la violenza maschile, ma di “permettere” agli uomini di uccidere i bambini.

Le donne non sono responsabili del comportamento degli uomini: ognuno di noi, femmina o maschio, è responsabile di ciò che sceglie di fare. Le donne e le madri in particolare non sono dotate di super-poteri grazie ai quali possono cambiare magicamente il comportamento dei loro partner, ma dirò di più: non sono dotate neppure di una normale dose di credibilità come esseri umani e come cittadine, perché quando di fatto rendono noto che il partner è “pericoloso” le istituzioni patriarcali dubitano, i poliziotti tentennano, i giudici temporeggiano e qualche idiota abissale sbatte loro in faccia la farlocca “sindrome di alienazione parentale”. Meglio morti che alienati, perdio, come se da figli per detestare un padre violento e desiderare il suo allontanamento dalle nostre vite avessimo bisogno che mamma ci soffi nell’orecchio.

Inoltre, non esistono responsi automatici neuronali o ormonali alle situazioni che inducano a picchiare due bambini per quasi due giorni di fila. La violenza è sempre una scelta. Il signore poteva fermarsi quando voleva. Non ha voluto. E nonostante avesse una storia di violenza non solo domestica alle spalle, che dimostra come l’azione violenta fosse il suo primo responso a qualsiasi “problema”, ancora questa società vuole trovare scusanti (il degrado) e colpevoli alternativi: rifiutando di riconoscere che il controllo coercitivo è una scelta fatta dagli uomini che credono di essere titolati al possesso di donne e bambini, rifiutando di riconoscere che gli uomini che uccidono donne e bambini sono prodotti dalle attitudini patriarcali che hanno appreso e mettono in pratica.

Il sig. Tony Essobdi Bedra era così sicuro dell’approvazione sociale rivolta al suo ruolo superiore di maschio punitore che era solito prendere a calci il piccolo Giuseppe anche di fronte ai suoi conoscenti. Un ragazzo tranquillo con precedenti penali (minuscoli!) che si sentiva legittimato a insegnare “educazione e comportamento” ai figli della sua compagna a bastonate. Probabilmente chiedeva scusa alle signore a cui strappava via la borsetta e non ha mai “tagliato” una dose prima di venderla. Un galantuomo.

Maria G. Di Rienzo

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omofobia

In Italia non si fa più giornalismo: si fa sensazionalismo, propaganda, polemica e “click-bait” (esca per click), per cui il titolo in immagine sopra – anche se sembra uscito da un consumo eccessivo di grappa da parte della redazione – è del tutto in linea con le tendenze attuali.

Nell’ambito del settore “polemica” Vittorio Feltri, il direttore di “Libero”, dichiara: “L’omofobia ce l’ha in testa chi ci critica. Chi ci spara addosso ha letto solo il titolo ma non il testo, in caso contrario avrebbe scoperto che quei dati ci sono stati forniti dalle stesse associazioni gay. Di cosa ci si offende? Se calano fatturato e PIL c’è qualcuno che se ne rallegra? (…) E’ un dato di fatto abbiamo citato delle cifre, cosa c’è da indignarsi? Dov’è il problema, non si può dire che aumentano i gay? Siamo forse in Iran?”.

1. L’omosessualità è una variante statistica sugli spettri della sessualità e dell’affettività umane (e non, altre numerose specie animali ne sono interessate), che sono fluidi. Non si può indurla ne’ inibirla in una persona e il suo tasso è stabile (circa 1/20), quindi non “cresce” e non “cala”: ciò che può aumentare o diminuire è il numero di persone che decide di dichiararsi omosessuale – e quest’ultimo è il solo dato che le organizzazioni gay menzionate da Feltri possono fornire, in forme del tipo “Dal 2017 al 2018 i nostri iscritti e le nostre iscritte sono passate dal numero x al numero z”.

2. L’omosessualità non ha nulla a che fare con il fatturato e il PIL di una nazione, perciò infilarla in un testo che dovrebbe commentare la condizione critica di questi due fattori ha il solo effetto di associarla in maniera insensata a un contesto di negatività.

3. In Iran, Feltri avrebbe potuto tranquillamente dare alle stampe lo stesso pezzo: gli sarebbe bastato aggiungere un “Non c’è abbastanza fede” o “La nostra devozione sta vacillando” o “Sotto attacco dalle diaboliche influenze occidentali” prima di “Calano fatturato e PIL ecc.”, o meglio ancora “Le donne rifiutano il velo”. Dopotutto, non molto tempo fa, gli imam iraniani sono riusciti a dare la colpa dei terremoti alle donne non abbastanza “pie”.

4. La vita di gay e lesbiche, in tutto il mondo, è ancora purtroppo molto difficile a causa dell’odio ignorante che viene loro sparato addosso in centomila modi diversi, titoli come quello di “Libero” compresi. A meno che non siano personaggi famosi, a cui i riflettori e le finanze personali fanno da scudo (ma anche costoro si portano dietro un bagaglio di offese ricevute), le persone omosessuali sono costrette ad attraversare un inferno – di dimensioni variabili – per attestare semplicemente la propria esistenza.

Il 22 gennaio u.s. la stampa internazionale riportava la storia di una ragazza cilena che riassumo di seguito:

– a 14 anni, è il 2017, costei dichiara alla famiglia di essere lesbica.

Potete chiederlo a qualsiasi persona omosessuale di vostra conoscenza: il momento del “coming out” segue anni di riflessioni, di paure, di autoflagellamento, di tentativi di negare o almeno annacquare quel che si è (“forse sono solo bisessuale”, “mi succede perché l’adolescenza è un periodo di confusione”), giacché nella stragrande maggioranza dei casi ci si accorge dei propri sentimenti “diversi” fin dall’infanzia.

L’uscire allo scoperto comporta lo sconfiggere i propri timori più oscuri e profondi ed è un momento di grande vulnerabilità per la persona che si espone, ma allo stesso tempo è un momento “sacro”, uno spartiacque sulla strada della liberazione dalla sofferenza.

A questo, il patrigno della quattordicenne risponde stuprandola. Il padre biologico, che è un’evangelista separato dalla madre, risponde con un’aggressione fisica.

– Nel dicembre 2018, la ragazza confida quel che è accaduto alla sua compagna 16enne.

Quest’ultima la convince a confrontarsi con la madre e le due parlano effettivamente con costei il 14 gennaio 2019, chiedendole di sporgere denuncia. La risposta della madre è il mandare la figlia a vivere con il padre biologico.

– Da quel momento la ragazza è tenuta prigioniera in incommunicado: non può uscire di casa e non può avere contatti con nessuno.

Nel frattempo il padre la prende a calci, pugni e cinghiate (per “far uscire il male da lei”) e le dice che ha meritato di essere stuprata. (E’ sempre bello notare la virile e affettuosa e cameratesca fratellanza fra uomini che odiano le donne.)

– Per fortuna la compagna della ragazza non tace e a denunciare la cosa è il Movimento cileno per l’integrazione e la liberazione omosessuale (Movilh).

La fanciulla è stata soccorsa in questi giorni e un tribunale dovrà decidere dove risiederà in futuro. Il Movilh ha dichiarato alla stampa: “Non ci fermeremo sino a che la ragazza sarà tolta dalla casa del padre biologico in modo permanente e sino a che il suo patrigno sarà portato in giudizio. In parallelo, lavoreremo sulla possibilità che la fanciulla vada a vivere con la sua compagna e con la madre di costei, poiché si tratta delle uniche due persone che le hanno dato protezione e affetto.”

Adesso, sig. Feltri, sapendo come sappiamo che storie simili accadono costantemente e dappertutto: non le sembra che l’omosessualità sia un soggetto su cui lei ha bisogno di informarsi prima di usarlo (a sproposito) nei titoli e negli articoli del suo giornale? Lei ha chiesto pubblicamente per cosa ci riteniamo offesi. Temo sia il modo in cui l’ignoranza umilia, soffoca, ferisce e persino uccide esseri umani.

Maria G. Di Rienzo

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spice

(immagine da “The Guardian”, 20 gennaio 2019)

Le macchiniste che lavorano all’Interstoff Apparels di Gazipur, in Bangladesh, cuciono gli indumenti per 35 pence all’ora (euro 0,399). Le loro giornate lavorative possono arrivare a 16 ore e gli straordinari sono obbligatori: ciò che guadagnano non è comunque sufficiente per vivere e tutte hanno debiti. La direzione abusa di loro non solo sulle paghe: gli ambienti sono invivibili, le richieste sono impossibili (tipo 2.000 pezzi al giorno) e se sei incinta, vomiti dalla fatica e svieni sul pavimento ti indicano la porta – a insulti.

Le macchiniste non sanno che le magliette che cuciono sono state commissionate dalle Spice Girls – nella maggioranza dei casi non sanno neppure chi siano queste ultime – ne’ che sono inviate per nave alla Repubblica Cecoslovacca, dove un’altra ditta ci stampa sopra lo slogan #IWannaBeASpiceGirl (“Voglio essere una Spice Girl”).

Le Spice Girls hanno annunciato che i proventi delle magliette andranno a Comic Relief, un’organizzazione umanitaria il cui scopo è “creare un mondo giusto libero dalla povertà” e ha quattro aree di intervento: bambini, salute mentale, giustizia di genere, persone senza casa (sfollati, rifugiati, senzatetto, ecc.). La campagna a cui la raccolta fondi tramite magliette è diretta è quella per “l’eguaglianza delle donne”. Le Spice Girls appaiono in tv lo scorso novembre a promuovere la loro iniziativa.

Il marchio belga Stanley/Stella, che sovrintende al processo produttivo, riceve approssimativamente 5 euro a t-shirt dalla piattaforma di vendita statunitense Represent, che è stata incaricata dalle Spice Girls di produrre le magliette. Represent le mette in vendita a 19.40 sterline (circa 22 euro) a cui vanno aggiunte le spese di imballaggio e spedizione.

A seguito del servizio del Guardian che ha scoperchiato la pentola (‘Inhuman conditions’: life in factory making Spice Girls T-shirts, di Simon Murphy con l’assistenza di Redwan Ahmed) la dirigenza di Comic Relief ha dichiarato di ricevere 11.60 sterline (circa 13 euro) a maglietta, nonché di essere sotto shock e preoccupata. Anche le Spice Girls sono “sconvolte”. Gli altri attori sulla scena al meglio “indagheranno” e al peggio (Interstoff Apparels) negano tutto.

Spesso ho detto, e lo ripeto, che sono disposta a dare il mio appoggio a qualunque iniziativa vada nella direzione giusta anche se ho riserve sulle organizzazioni che la lanciano o su dettagli specifici – e quando una canzone delle Spice Girls è stata usata per l’attivismo pro diritti umani delle ragazze ne sono stata lieta – ma qui abbiamo passato il limite. Il femminismo non è un baraccone da circo in cui esibirsi, non è “le donne che scelgono” di diventare Spice Girls e se proprio queste ultime volevano donare alla “causa” potevano mettersi direttamente le mani in tasca e risparmiarsi questa manfrina del “io faccio beneficenza – e intanto sto sotto i riflettori – però la paghi tu”, che tra l’altro abbiamo visto infinite volte e che è sempre patetica. In questo caso è persino complice di violazioni di diritti umani: all’origine può esserci semplicemente superficialità da milionarie ma andiamo, Spice Girls, nessun medico vi ha prescritto tanta stupidità.

Maria G. Di Rienzo

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(brano tratto da: “Breaking Out of the Domination Trance”, di Riane Eisler per Kosmos – inverno 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Si tratta della trascrizione dell’intervento di Eisler al Summit 2018 sulla Sicurezza in Irlanda. Riane Eisler è presidente del “Center for Partnership Studies”, femminista, avvocata per i diritti umani di donne e bambine/i, autrice di libri tradotti in tutto il mondo: l’immagine la ritrae con uno di essi. Il suo sito è rianeeiesler.com )

riane

(…) In numero sostanziale stiamo cominciando a emergere da quella che io chiamo la “trance del dominio”, una trance perpetuata da tutte le nostre istituzioni, i nostri sistemi di credenze, da ambo le nostre narrative – popolare e scientifica, e persino dal nostro linguaggio, perciò stiamo solo cominciando a vedere qualcosa che, una volta articolato, può apparire ovvio: che i modi in cui una società costruisce i ruoli e le relazioni fra le due forme base della sua specie – maschile e femminile – così come costruisce le relazioni durante la prima infanzia, sono in effetti istanze sociali che hanno impatto diretto sul fatto che tutte le nostre istituzioni sociali (dalla famiglia all’istruzione, dalla religione alla politica e all’economia) siano egualitarie o diseguali, autoritarie o democratiche, violente o nonviolente. (…)

Nessuna società è un sistema di assoluto dominio o assoluta cooperazione; si tratta di un continuum cooperazione-dominio. Ma voglio darvi brevemente qualche esempio di società contemporanee che sono vicine all’estremità del dominio della bilancia sociale. Sono società molto differenti se le osserviamo solo attraverso le lenti delle categorie sociali convenzionali: la Germania nazista di Hitler, un società di destra occidentale e laica; la Corea del Nord di Kim Jong-un, una società di sinistra orientale e laica; i Talibani dell’Afghanistan, una società orientale religiosa; i regimi teocratici a cui aspirano i fondamentalisti religiosi occidentali.

Nonostante tutte le loro differenze, queste società condividono la configurazione chiave del dominio:

* Consistono di gerarchie di dominio, non solo nello Stato ma anche nella famiglia e in tutte le istituzioni che stanno nel mezzo.

* Sostengono un sistema di valori basato sul genere. Danno un rango superiore al maschile sul femminile, con rigidi stereotipi su femminilità e mascolinità e, tramite questi, svalutano qualsiasi cosa considerata “tenera” o femminile a livello culturale, come l’avere cura, il prestare assistenza e la nonviolenza, che sono considerate cose totalmente non appropriate per i “veri uomini”, vanno bene solo per gli “effeminati” o per le deboli sorelle, e non sono parte del sistema di valori guida in ambito sociale ed economico.

* La terza componente chiave delle configurazioni sociali del dominio – e queste componenti si sostengono l’una con l’altra – è la violenza condonata e idealizzata socialmente. Dal pestaggio di figli e moglie ai pogrom allo stato di guerra cronico, mantenere i rigidi ordinamenti superiore-inferiore del dominio (uomo sopra donna, uomo sopra uomo, razza sopra razza, religione sopra religione e così via) richiede un alto grado di violenza incorporata, inclusa la violenza contro donne e bambini che, qui, stiamo lavorando per lasciare indietro.

Al contrario, la configurazione chiave del sistema di cooperazione consiste di:

* Una struttura democratica ed egualitaria sia nella famiglia che nello Stato o tribù, e in tutte le istituzioni che stanno nel mezzo.

* Relazione paritaria d’eguaglianza fra donne e uomini e, con questo, alta valutazione delle caratteristiche e delle attività cosiddette “tenere” o femminili sia nelle donne sia negli uomini, così come nelle politiche sociali ed economiche.

* Un basso livello di violenza incorporata; c’è qualche forma di violenza, ma non è necessaria a mantenere gerarchie di dominio. I sistemi orientati alla cooperazione hanno anche gerarchie, ma sono gerarchie relative alla concretizzazione, dove il potere – come vediamo sempre di più mentre tentiamo di muoverci verso la cooperazione – non è potere sugli altri, ma potere di fare e potere con gli altri.

Di nuovo, le culture che si orientano verso il lato della cooperazione possono per altri aspetti essere molto diverse. Possono essere società tribali, come per i Teduray delle Filippine; società agrarie, come per i Minangkabau di Sumatra; possono essere società tecnologicamente avanzate come Svezia, Finlandia e Norvegia.

Voglio sottolineare che l’archeologia, lo studio delle mitologie, gli studi sul DNA, la linguistica e altre discipline stanno documentando ora che per la maggior parte dell’evoluzione culturale umana le società sembrano essersi orientate primariamente sulla bilancia sociale verso la cooperazione.

Non sto parlando solo delle migliaia di anni in cui gli esseri umani hanno vissuto in società che raccoglievano-cacciavano cibo, il che è ormai documentato assai scrupolosamente, sto parlando delle nostre primissime società agricole.

Per esempio, la città turca di Çatalhöyük, dove andando a ritroso di 8.000 anni non vi sono segni di distruzione dovuta a guerre; non vi sono segni di grosse disparità fra abbienti e meno abbienti negli oggetti rinvenuti nelle case e nelle tombe e, come ha notato Ian Hodder (l’archeologo che attualmente sta scavando a Çatalhöyük), questa era una società in cui le differenze sessuali non si traducevano in differenze di status o di potere. (…)

Il nostro compito è inaugurare un’intera nuova visione del mondo in cui le questioni che direttamente hanno effetto sulle vite, e troppo spesso sulle morti, della maggioranza dell’umanità – donne e bambini – siano riconosciute come fattori chiave per costruire un futuro più equo, più sostenibile e più sicuro.

La prima pietra angolare: Relazioni nell’infanzia

Sappiamo dalla neuroscienza che quel che i bambini sperimentano e osservano nelle loro famiglie e nelle altre relazioni precoci interessa niente di meno che il modo in cui il nostro cervello si sviluppa e queste esperienze e osservazione sono direttamente modellata dal grado in cui un ambiente culturale si orienta verso la cooperazione o verso il dominio.

Considerate che quando relazioni familiari basate su violazioni croniche dei diritti umani sono considerate normali e morali, esse forniscono modelli per condonare violazioni simili in altre relazioni. E se queste relazioni sono violente, i bambini apprendono che la violenza di chi ha potere su chi ne ha meno è accettabile nel maneggio dei conflitti o problemi e per mantenere o imporre controllo. Non apprendono questo solo a livello emotivo e mentale, ma a livello neurale.

Questo è il motivo per cui le relazioni nell’infanzia sono così importanti e il motivo per cui abbiamo bisogno di una campagna globale per mettere fine alla pandemia di tradizioni di abuso e violenza nei confronti dei bambini.

La seconda pietra angolare: Relazioni di genere.

Come una società costruisce i ruoli e le relazioni delle due forme base dell’umanità – donne e uomini – non ha effetto solo sulle individuali opzioni di vita per donne e uomini, ha effetto sulle famiglie, sull’istruzione, sulla religione, sulla politica, sull’economia: ciò che consideriamo di valore o non di valore e ciò che crediamo sia morale o sia immorale.

Mentre il movimento globale delle donne si diffonde, più uomini hanno cura dei piccoli, più donne entrano in posizioni guida economiche e politiche, ma è tutto troppo lento. Ci stiamo mettendo troppo anche a cancellare la pandemia globale di discriminazione, abuso e violenza contro le donne che ho documentato in molti miei lavori.

Ciò di cui abbiamo urgentemente bisogno – e, di nuovo, ciò accadrà solo se lo faremo accadere – è una campagna globale per relazioni di genere eque e nonviolente. Ciò ci porta alla terza pietra angolare per costruire una società di cooperazione.

La terza pietra angolare: Relazioni economiche.

Le quattro fondamenta sono interconnesse e si rinforzano reciprocamente, perciò voglio cominciare con i nostri sistemi di valori sul genere e su come la svalutazione delle donne e del “femminile” abbia impatto diretto sulla generale qualità della vita in una società. C’è evidenza empirica di ciò in numerosi studi, i quali confermano come i Paesi che hanno un basso divario di genere sono anche i Paesi che hanno più successo economico.

Una ragione ovvia è che le donne sono metà della popolazione. Ma ce n’è un altra: sino a che metà dell’umanità a cui sono associati valori come cura, compassione e nonviolenza resta subordinata e esclusa dall’amministrazione sociale, così lo saranno questi valori.

Di conseguenza, gli attuali sistemi economici – siano capitalisti o socialisti – non sono capaci di affrontare le sfide senza precedenti che abbiamo di fronte a livello economico, ambientale e sociale. Sia il capitalismo sia il socialismo non solo vengono dall’era industriale, e noi siamo ormai ben avanti nell’era post-industriale, ma entrambi sono emersi in epoche che li hanno orientati notevolmente di più, nel continuum, verso il lato del dominio

Perciò, mentre possiamo voler conservare qualsiasi elemento di cooperazione vi sia nelle teorie capitaliste e socialiste, dobbiamo andare oltre entrambe verso quella che io chiamo “economia di cura”. Capisco che la gente resta allibita nel sentire “cura” e “economia” nella stessa frase, ma non è questo un terribile commento su come siamo stati socializzati ad accettare che i sistemi economici debbano essere diretti da valori insensibili?

Questo deve cambiare e un primo passo per il cambiamento è come misuriamo la salute economica. Perché ora sappiamo che se il valore del lavoro di cura nelle case fosse incluso nel PIL costituirebbe non meno del 30/50% di esso. In effetti, investire nella cura è molto redditizio, non solo in termini umani e ambientali ma puramente finanziari. Le nazioni nordiche erano così povere all’inizio del ventesimo secolo da soffrire di carestie, ma le loro successive politiche di cura furono un investimento chiave: oggi queste nazioni non solo hanno i più bassi tassi di divario di genere, ma regolarmente hanno alti posti in classifica nei rapporti sulla competitività economica del World Economic Forum.

Svezia, Norvegia e Finlandia hanno ora generalmente alti standard di vita per tutti, senza divari enormi fra abbienti e meno abbienti; hanno molta più equità di genere sia nella famiglia che nella società, perciò le donne sono circa metà del Parlamento nazionale. Per quel che riguarda la violenza, sono state pioniere sugli studi di pace e hanno emesso le prime leggi che proibiscono le punizioni fisiche ai bambini nelle famiglie.

Quel che vediamo qui è un forte movimento verso la configurazione della cooperazione – e una grossa parte di questa configurazione avviene perché avendo le donne status più alto queste nazioni danno maggior valore a caratteristiche e attività stereotipicamente femminili come sostegno, nonviolenza, cura; hanno congedi di maternità/paternità pagati generosamente, servizi per l’infanzia di alta qualità e universalmente accessibili; assistenza dignitosa agli anziani e altre politiche di cura. E questa configurazione sociale di cooperazione sostiene uno stile di vita più equo, pacifico, prosperoso e sostenibile. Ciò mi porta alla quarta pietra angolare: perché avreste mai saputo qualcosa di tutto questo dalle nostre narrazioni convenzionali?

La quarta pietra angolare: Narrative e linguaggio.

Le vecchie storie che abbiamo ereditato da tempi di dominio più rigido idealizzano la conquista e la dominazione – di persone o della natura – come mascoline, desiderabili e inevitabili. Queste storie non sono solo incapaci di adattamento, sono inaccurate. Noi esseri umani abbiamo un’enorme capacità di consapevolezza, cura e creatività, ma esse sono inibite o distorte in ambienti che privilegiano il dominio sulla cooperazione.

Per cui sta a noi, a voi, cambiare queste vecchie storie e questo è un tema portante in tutti i miei libri, perché noi umani viviamo di storie!

Dobbiamo anche operare cambiamenti nel linguaggio. Stante la nostra eredità culturale di dominio, non dovrebbe sorprenderci che le sole categorie in cui la nostra lingua descrive le relazioni di genere siano patriarcato e matriarcato. E questo cosa ci dice? Che le nostre uniche alternative sono: o comandano gli uomini o comandano le donne. La lingua che abbiamo ereditato da epoche di dominio più rigido non ha parole per descrivere relazioni di genere egualitarie, e questa è la ragione per cui il nuovo linguaggio della cooperazione è così essenziale.

(Ndt. Quel che io ho tradotto come “cooperazione” si poteva anche rendere come “mutualità”.)

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