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Archive for the ‘Musica’ Category

Dillo!

“Papà, papà, se sono stata stuprata vorresti sapere dove stavo passeggiando?

Vorresti sapere cosa avevo addosso?

Vorresti sapere chi era lui?

E’ differente se avevo trent’anni o dodici? O se avevo bevuto un bicchiere?

Se la vittima è tua figlia, a chi dare la colpa si complica?

Noi non taceremo più!

Parla, fai sentire la tua voce.

Chi è contrario annegherà in un mare di verità e la nostra guarigione coprirà la Terra.

Dillo! Dillo! Sono stata stuprata.”

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Questo è il testo di “Say it” – “Dillo”, una canzone del gruppo punk hardcore “War on Women” – “Guerra contro le donne”. Il nome della band, spiega la cantante Shawna Potter, è stato scelto perché: “Non intendo girare intorno al fatto che una guerra contro le donne esiste. Non lo sto implicando o suggerendo, lo sto affermando.” Shawna è la principale autrice dei testi nei quali, si basino essi su esperienze sue o altrui, cerca di descrivere “la realtà dei modi in cui le persone sono colpite dalla violenza di genere”. E così scrive di diritto all’interruzione di gravidanza, di accesso alla contraccezione, del sopravvivere alla violenza sessuale, del femminicidio epidemico a Juárez in Messico, di diseguaglianze di genere: “Come? Il divario nei salari (fra donne e uomini, nda.) non è abbastanza grande per farci passare il tuo ego?”, dice uno dei suoi pezzi.

Il gruppo è misto (vi suonano donne e uomini che hanno alle spalle carriere soliste e non), è stato fondato nel 2010 e l’anno successivo è uscito l’EP del loro debutto “Improvised Weapons”, a cui è seguito l’album che porta il loro stesso nome. Le loro canzoni attaccano le attitudini sessiste e il patriarcato istituzionalizzato con umorismo, intelligenza, onestà e potenti riff di chitarra.

Sulla scena tipica del loro genere musicale, dominata da gruppi maschili sin dal suo formarsi negli anni ’80, spiccano non solo per la loro formazione e la loro dichiarata missione “Stiamo portando il nostro messaggio femminista attraverso il pianeta”, ma anche per l’attitudine con cui creano le loro performance assieme al pubblico: al microfono, Shawna chiama le donne e ogni persona LGBTI a farsi avanti, a stare sotto il palco e accanto alla band.

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“Stanotte è la vostra notte. – grida – Prendete spazio e voi altri uomini fate spazio, allargatevi, voglio che femmine e queer prendano spazio sapendo che stiamo facendo questo insieme, cooperando.” Se avete mai partecipato come spettatori a un concerto hardcore saprete che di solito sotto il palco c’è un simpatico scatenamento di entusiasti (“pogo”) di sesso maschile: se le donne e le ragazze ballano lo fanno in seconda fila e spesso si limitano a battere un piede a ritmo mentre reggono le borse e altri oggetti personali dei loro amici in prima fila. I “War on Women” desiderano che ci scateniamo tutti insieme, consapevoli che per farlo bisogna dare spazio gli uni agli altri.

Maria G. Di Rienzo

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(“Meet Sandra Moran, Guatemala” – Nobel Women’s Initiative, 9 dicembre 2016, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Sandra Moran si è unita al movimento per i diritti umani quando era al liceo e più tardi ha fuso l’attivismo con la musica, suonando con la band “Kin Lalat” – musica per la rivoluzione. Durante la guerra civile in Guatemala, Sandra ha vissuto in esilio in Messico, Nicaragua e Canada, partecipando al lavoro di solidarietà con il suo paese da dove si trovava in quel momento. Sandra è la prima deputata apertamente omosessuale del Parlamento guatemalteco.

sandra

Hai cominciato a essere un’attivista in giovane età. Cosa ti spinse a farlo, all’epoca?

Sono nata in tempo di guerra. Sin da bambina vedevo gente per le strade, che lottava per qualcosa ed era perseguitata dalla polizia. Mentre ero alle superiori è stato il momento in cui ho cominciato a capire cosa significava partecipare alle proteste e cercare giustizia.

Perché, più tardi, hai dovuto abbandonare il paese?

All’università ho cominciato a organizzarmi con altre persone in modo più consapevole e mi sono unita a un movimento rivoluzionario. La preoccupante situazione per cui chi chiedeva giustizia veniva perseguitato si stava intensificando. Fui perseguitata io stessa. C’erano state sparizioni di persone, omicidi di studenti, e io dovetti andarmene nell’ottobre del 1981.

In che modo l’esilio ha avuto effetto sul tuo attivismo?

Era difficile a livello personale, perché sradicare te stessa è duro: lasciare la tua cerchia sociale e la tua famiglia, e non avere nulla per ricominciare da zero in un ambiente ostile. Ho cominciato a lavorare al sostegno dei rifugiati in Messico. Successivamente, ho cominciato a suonare musica politica per generare solidarietà con il Guatemala. Il mondo della musica cominciò a diventare più importante per me quando mi trasferii in Nicaragua e mi unii a un movimento rivoluzionario musicale di origini guatemalteche chiamato “Kin Lalat”. Poi, di fronte all’impossibilità di restare in Nicaragua o in Messico, siamo andati in Canada.

In che modo sei giunta a concentrarti sui diritti delle donne nel tuo lavoro?

Eravamo in Canada e facemmo tutto il possibile affinché l’attivista del Guatemala Rigoberta Menchú Tum vincesse il Nobel per la Pace. Io cominciai a concentrarmi di più sulle donne e migliorai la mia comprensione dei diritti delle donne. Perché, sino a quel momento, ero stata parte di una lotta più generalizzata.

E quando sei tornata in Guatemala, hai giocato un ruolo nell’assicurare un focus di genere nello sviluppo degli accordi di pace.

Quando feci ritorno in Guatemala, nel 1994, era il momento in cui un’assemblea di donne della società civile si era organizzata, così mi unii ai loro sforzi. Più tardi, come settore delle donne, ci assicurammo che gli accordi di pace del 1996 includessero il riconoscimento dei diritti delle donne e dei problemi che le donne affrontavano.

Tu vivi in una società machista dove vi sono principi molto conservatori. Pure, mentre facevi campagna per la tua elezione in Parlamento, hai detto pubblicamente di essere lesbica.

Sapevo che mi avrebbero dato addosso. Per me, la trasparenza non riguarda solo come si maneggia il denaro – il Guatemala è in piena lotta contro la corruzione – ma anche chi tu sei realmente. L’identità lesbica in Guatemala è tabù. Era necessario mostrarla non solo per rompere quel tabù ma, cosa ancor più importante, per dare l’opportunità alla comunità LGBT di avere una rappresentante. Sapevo che quell’identità sarebbe stata usata contro di me. Perciò, dicendo apertamente chi sono, ho sottratto loro il potere di usarla contro di me.

Ora che sei deputata, in che modo la società ha ricevuto il tuo lavoro sui diritti delle donne e delle persone LGBT?

Durante lo scorso settembre c’è stata una campagna molto pesante contro di me, per impedirmi di diventare la presidente del primo forum delle parlamentari. La ragione era che io, come lesbica, non ero “abbastanza donna” per rappresentare i membri donne del Parlamento. E’ stata una campagna pubblica, guidata da un cittadino che raccoglieva firme contro di me ed è esplosa sotto i riflettori. Per fortuna, ho ricevuto molto sostegno da gruppi e organizzazioni, anche a livello internazionale, e ho inoltrato una denuncia per discriminazione all’Ispettore generale per i diritti umani e alla Procura.

Quali sono le cose che vuoi cambiare, come membro del Parlamento?

A livello legale, per esempio, stiamo lavorando sulle questioni relative all’abuso sessuale di bambine e ragazze, e sul fatto che uno dei risultati della violenza sessuale contro le minori di anni 14 è spesso la gravidanza. E poiché è raro che l’aborto sia un’opzione praticabile per troppe di loro, diventa una gravidanza forzata.

Poi c’è la discussione sul riconoscimento dei diritti della comunità LGBT, il che implica cambiamenti favorevoli per le persone transessuali, matrimoni omosessuali o unioni civili, così come azioni per prevenire la terribile violenza che investe la comunità. Questa non è riconosciuta come un problema, perché per un mucchio di gente essere parte della comunità LGBT è una cosa malvagia che richiede un castigo, perciò la violenza è vista come naturale, come una punizione necessaria. E queste sono le cose di cui abbiamo necessità di discutere in tutte le nostre comunità, pubblicamente.

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Harsh Crowd

Ci sono molti modi per iniziare bene una giornata: che ne direste di farlo con una punk band di femministe dichiarate (nelle interviste lo attestano con urla di gioia) quattordicenni?

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Eccole qui, sono le “Harsh Crowd”: Willow, Lena, Dea e Rihana.

Suonano insieme dal 2013 e cioè da quando di anni ne avevano 11, sono già state sul palco con nomi del calibro di Kathleen Hanna (Bikini Kill), Marky Ramone (The Ramones) figura nel loro video musicale “Four Walls”… in più, la arcinota femminista Gloria Steinem è una loro fan.

Non vogliono essere classificate come una girl band – lo capisco, visto cosa offre il mercato al proposito – e dicono di voler proiettare “l’immagine che donne e giovani sotto i 18 o i 21 anni possono fare le stesse cose che ogni adulto o maschio può fare”.

Il 4 novembre scorso è uscito il loro nuovo EP che si intitola “Better” – “Meglio”, con cinque brani ribelli e vibranti. Qui sotto ci sono i link a due canzoni precedenti. Good morning!

Maria G. Di Rienzo

Don’t ask me

https://www.youtube.com/watch?v=4c1lN0u82Fo

Four walls

https://www.youtube.com/watch?v=ReVXA3VJkrw

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annelinde

(“The Way”, di Annelinde Metzner – in immagine qui sopra – 9 luglio 2014. Trad. Maria G. Di Rienzo. Poeta, musicista, attivista, Annelinde ha scritto questo pezzo per ricordare “Il brillante e instancabile lavoro delle donne per il pianeta, che sta dà dando forma al futuro di tutte/i noi.”, comprendendo in esso “Le piccole azioni giornaliere delle donne che conoscete, che vi sono vicine, che abitano nel vostro quartiere.” Per tal motivo, dice, nella poesia ha incluso il Coro per la Pace “Sahara”, che lei dirige. Il Coro è stato fondato nel 2008 per promuovere relazioni pacifiche e amichevoli fra musulmani, ebrei e cristiani. “Sahara” è infatti la fusione dei nomi Sarah e Hagar, le “madri” di tutte e tre le religioni. Per il Coro Annelinde ha scritto numerose canzoni sulle dee europee, africane e mediorientali.)

Il modo in cui le giovani apprendiste, piene di speranza,

contano semi nella fattoria di Vandana Shiva.

Il modo in cui la sottile nervosa ragazza, danneggiata dalla guerra,

getta indietro la sua testa e canta.

Il modo in cui Wangari Maathai ci ha insegnato

a piantare alberi in barattoli di latta,

rendendo il Kenya di nuovo verdeggiante.

Il modo in cui le donne del Coro per la Pace “Sahara” vengono a cantare,

visualizzando un verde prato cittadino al posto del catrame.

Il modo in cui Lisa Shannon ride in faccia alla violenza,

mentre corre per le sue sorelle in Somalia e in Congo.

Il modo in cui due donne rotonde si sollevano per danzare,

le loro mani che compiono gesti in alto,

costruendo un futuro di meraviglia davanti ai nostri occhi.

Il modo in cui un iridescente raggio di sole

si fa strada fra la nebbia e atterra ai nostri piedi.

Ci incontriamo nell’Amore, nell’Onorare, nella Passione!

Creiamo un nuovo mondo,

mentre il vecchio mondo si sbriciola tutto intorno a noi,

e noi lo lasciamo andare.

Questo è il modo.

dipinto-di-emily-balivet

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Non preoccupatevi: veramente non saprei cosa dire del prodotto in sé e non l’ho mai usato. Mascara, in questo caso, è l’abbreviazione con cui spesso si indica “Massive Scar Era” – “L’Era dello Sfregio su Larga Scala”, una metal band egiziana (hanno suonato in Italia al Total Metal Festival nel 2014).

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Cherine Amr (a sinistra nell’immagine), nella sua passione per la chitarra e il canto, ha desiderato il gruppo sin da adolescente: poiché la sua famiglia le proibiva di suonare con maschi, l’unica chance era formare una band totalmente femminile. L’incontro con Nancy Mounir, a un concerto jazz, fu una rivelazione; nonostante i differenti percorsi musicali – Nancy è una violinista – le due ragazze si capirono alla perfezione e cominciarono a fondere metal, musica classica e mediorientale nel 2005, guadagnandosi subito l’attenzione del pubblico. Insieme si sono trasferite a Il Cairo dalle rispettive città e lì hanno vissuto sino a che l’anno scorso Cherine ha lasciato il paese per il Canada: la cosa non ha fermato la produzione di canzoni, le due si spediscono i file via internet e ci lavorano sopra. Il loro ultimo EP, “30 Years”, è uscito nell’agosto scorso.

Prima di partire nel 2015, Amr lavorava per una sorta di incubatrice artistica chiamata “Garaad”, dove era costretta a lottare regolarmente contro il comitato egiziano per la censura nel tentativo di aiutare registi, musicisti, produttori di programmi radio e fumettisti a distribuire i propri prodotti.

Il suo lavoro come solista – allo stesso modo di quello di molti altri musicisti – non poteva essere diffuso in Egitto, perché le restrizioni censorie proibiscono canzoni che discutano di religione o politica, dice.” (dall’intervista rilasciata il 25 ottobre da Cherine Amr e Nancy Mounir a Beth Winegarner di Bitch Media)

Al “Culture Wheel di El Sawy”, un club a Il Cairo dove Massive Scar Era e altre band metal si esibivano regolarmente, una lavoratrice del locale controllava che le donne non indossassero pantaloncini corti o abiti “rivelatori”. Quando, nel 2009, Cherine organizzò un festival metal e fra gli altri gruppi ne arrivò uno femminile svedese le appartenenti a quest’ultimo dovettero cambiarsi d’abito – in piena e caldissima estate erano ovviamente in canottiera e shorts – prima di poter salire sul palco.

Il genere stesso è stato usato per anni per distrarre l’opinione pubblica da grossi eventi politici nel paese. – dice ancora Cherine – Ogni volta che c’è un’agitazione, i funzionari del governo suggeriscono ai media che la colpa è di malefiche band sataniche che tentano di controllare le menti dei nostri figli.” A un certo punto questa pressione è diventata insostenibile per lei (“Dovevo salvare me stessa e i miei sogni.”) e il suo trasferimento in Canada è dovuto a questo. Nancy ha deciso che per il momento resterà in Egitto, nonostante la sua opinione sulla situazione sia uguale a quella dell’amica: “Tutto quel che posso dire è che stiamo ancora lottando per la libertà di espressione. Alcuni giovani sono in galera per filmati fatti con i cellulari e al governo è permesso arrestare chiunque, sia che abbia una ragione valida oppure no.”

Maria G. Di Rienzo

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Cattiva reputazione

JOAN JETT AND THE BLACKHEARTS – “Bad Reputation” (trad. M.G. Di Rienzo – perché un po’ di revival ogni tanto fa bene…)

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Non me ne frega niente della mia reputazione

Voi vivete nel passato, è una generazione nuova

Una ragazza può fare quel che vuole ed è ciò che io farò

E non me frega niente della mia reputazione

Oh no, non io

E non me ne frega niente della mia reputazione

Non ho mai detto che volevo migliorare il mio status sociale

E quando mi diverto sto solo facendo bene

E non devo compiacere nessuno

E non me frega niente della mia reputazione

Oh no, non io, oh no, non io

Non me ne frega niente della mia reputazione

Non ho mai avuto paura di nessuna deviazione

E non me ne importa proprio se pensate che io sia strana

Non intendo cambiare

E non me fregherà mai niente della mia cattiva reputazione

Oh no, non io, oh no, non io

Pedalate, ragazzi!

E non me frega niente della mia reputazione

Il mondo è nei guai, non c’è comunicazione

E tutti possono dire quel che vogliono

in ogni caso non migliora mai

Perciò, perché dovrei preoccuparmi di una cattiva reputazione ad ogni modo?

Oh no, non io, oh no, non io

Non me frega niente della mia cattiva reputazione

Voi vivete nel passato, è una generazione nuova

E io mi sento bene solo quando non provo dolore

e così intendo restare

E non me ne frega niente della mia cattiva reputazione

Oh no, non io, oh no, non io

Non io, non io

https://www.youtube.com/watch?v=YB-xCM2WZ-o

(nel video si vede la band rifiutata da mezza dozzina di case discografiche, sino a che crea la propria etichetta e raggiunge i primi posti nelle classifiche di vendita)

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Si stima che circa 25.000 nativi della Liberia siano residenti a Filadelfia in Pennsylvania – Usa, la maggior parte dei quali vi sono giunti come rifugiati delle guerre civili nel loro paese (1989-1996 e 1999-2003). Come tutti i migranti, quale che sia la causa del loro spostamento, incontravano e incontrano una serie di problemi: barriere linguistiche, impoverimento economico, razzismo, la non familiarità con burocrazia e cultura. Avendo poi alle spalle anni di violenza e perdita – di persone amate, di modi di vita, di proprietà – e dovendo fare i conti con i sentimenti di paura e rabbia che ne conseguono, è facile sprofondare nell’isolamento.

E’ per combattere questo stato di cose che è nato il Coro delle Donne Liberiane per il Cambiamento (in immagine) e per ritornare ai liberiani fuori dal proprio paese natale il senso di appartenere a qualcosa.

liberian women chorus

Le donne che lo hanno fondato sono tutte artiste di talento con una propria riconosciuta carriera: Fatu Gayflor, Marie Nyenabo, Tokay Tomah e Zaye Tete. Il loro approccio verso la comunità è sensibile alla sua storia complessa, che le coriste hanno condiviso, e mette gentilmente in relazione le persone tramite canti e storie tradizionali, evocando un senso di continuità nel “nuovo mondo” e tracciando le responsabilità e le possibilità presenti in quest’ultimo.

Alle loro applauditissime performance è però accaduto che le spettatrici chiedessero di affrontare un tema specifico (e nascosto) della propria vita quotidiana e cioè la violenza domestica. Il Coro delle Donne Liberiane per il Cambiamento non ha avuto bisogno che lo domandassero due volte. Si sono messe in contatto con attiviste antiviolenza, docenti universitarie, organizzazioni di sostegno ecc. e hanno sparso la voce, organizzando una campagna contro la violenza di genere che si prospetta grandiosa. Musiciste e leader spirituali come Nana Korantemaa, danzatrici come Sagay Sheriff, esperte di violenza domestica come Azucena Ugarte – e ve ne sono molte altre – sono saltate a bordo con entusiasmo.

Nei parchi e nei musei, nelle sale da ballo e nei teatri e nelle chiese: ovunque le porte si aprono solitamente per il Coro, le artiste canteranno, danzeranno, parleranno della violenza contro le donne e poi daranno la parola al loro pubblico. In poche parole, le adoro. Maria G. Di Rienzo

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