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Archive for the ‘Musica’ Category

Felice nella mia pelle

(“Being a woman in rock was me against the world”, di Liisa Ladouceur per Globe and Mail, giugno 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Serena Ryder

Quando Serena Ryder suona a un festival musicale, si accorge sempre se ci sono donne nello staff. “Mettono i cestini per l’immondizia nei bagni. – dice ridendo – E’ una delle molte piccole cose a cui gli uomini non pensano.”

Vincitrice di un Juno Award (ndt.: premi conferiti a musicisti canadesi per i loro avanzamenti artistici e tecnici), la cantante e autrice di “Stompa e ““What I Wouldn’t Do”, è stata in tournée in lungo in e in largo sin dagli anni dell’adolescenza e ha testimoniato molti cambiamenti nell’industria durante gli ultimi tre anni.

“La cosa che trovo completamente diversa, proprio ora, è che c’è maggior senso di comunità. – dice – Quando ho cominciato a fare tournée, sentivo che essere una donna nel mondo rock equivaleva a essere sola contro il mondo intero. La mia strategia di sopravvivenza era diventare “uno dei ragazzi”. Ero brava a bere. Pensavo di dover essere dura tutto il tempo e di non dover mai esprimere le mie emozioni. E’ stato solo quando ho cominciato ad avere più relazioni con altre donne della mia età nella comunità artistica che la mia vita è migliorata molto.”

Una delle alleate di lungo corso di Ryder è la sua manager, Sandy Pandya, che lei descrive come “una regina guerriera, così potente e allo stesso tempo così capace di empatia.” Le due donne lavorano insieme da 15 anni e stanno per imbarcarsi in un nuovo progetto: un collettivo artistico chiamato “Art House”.

“Abbiamo comprato quest’edificio insieme, nella parte occidentale di Toronto, – spiega Ryder – per raggruppare artisti: pittori, cantastorie, musicisti, quanti più possibile, in uno spazio dove possono creare insieme con persone che fanno già quel lavoro da lungo tempo e possono offrir loro scorciatoie che aggirano le stronzate. Sono impaziente di veder tutte/i fiorire.”

“Art House” avrà uno studio di registrazione sul retro, dove Ryder registrerà il suo prossimo album. Il mese scorso il disco del 2006 con cui ha sfondato,”If Your Memory Serves You Well”, è stato ristampato su vinile e lei si sta preparando per la stagione estiva dei festival – bagni accoglienti per le donne inclusi.

“Mi sento fortunata a essere nata nella pelle in cui sono. – dice – Essere una donna in una comunità crescente di donne forti mi ha dato la forza e il bilanciamento di cui sono assai grata.”

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tracey thorn

Tracey Thorn (in immagine), nata nel 1962, è una musicista, cantautrice e scrittrice inglese. Ex membro del duo “Everything But The Girl”, è una solista dal 2000 e tiene una rubrica per The New Statesman dal 2014.

Nello scorso aprile avrebbe voluto rispondere alla richiesta “descrivi te stessa come farebbe un autore maschio” (1): “C’erano migliaia di risposte esilaranti (ndt.: su Twitter), con donne che immaginavano quanto male sarebbero state descritte. Ho pensato di mandare un mio esempio, ma poi ho capito che non avevo bisogno di immaginare questa cosa: sono stata descritta da giornalisti maschi per più di 35 anni.”

Come? Così:

“Non convenzionalmente carina Thorn tuttavia, in qualche modo, riesce a essere curiosamente attraente.”

“La sua faccia può non essere tecnicamente bella, ma ha una risata affascinante.”

“La sua intelligenza brilla attraverso le sue fattezze bizzarre.”

A volte, spiega Tracey, ad essere irritante non è l’insulto sotteso ma l’aver completamente mancato il bersaglio:

“E’ senza trucco.” (Non lo era.)

“Ha addosso una sorta di sottoveste informe.” (Era un abito del marchio Comme des Garçons.)

Qualche settimana prima di scrivere il pezzo da cui sono tratte le citazioni, Tracey si è recata a Bruxelles e a Parigi per rilasciare interviste “e sono stata di nuovo spiazzata dall’assenza di giornaliste che mi intervistassero sul mio nuovo album (2), il quale è stato descritto ovunque come “nove fuochi d’artificio femministi”. Quando il quattordicesimo uomo è entrato dalla porta ho avuto una piccola stretta al cuore. Mi sembra di essere una noiosa che si ripete, ogni tanto, ma mi lascia attonita il fatto che alcuni aspetti di questa industria (ndt.: musicale) restino così dominati dagli uomini. Persino i giornalisti di sesso maschile hanno la buona grazia di notarlo, qualche volta. Uno dei più giovani (anche se non giovanissimo) mi ha detto che ero la terza donna da lui mai intervistata, il che mi ha tolto il fiato.” Perché ovviamente donne musiciste da intervistare, di cui molte di successo, non mancano affatto. Ma persino i loro lavori non sfuggono a un’interpretazione stereotipata:

“Una delle canzoni del mio ultimo disco si chiama “Chitarra”, si tratta di una canzone d’amore per la mia prima Les Paul. C’è incidentalmente la parola “ragazzo” nel testo e il fatto si è impresso nelle teste di un paio di recensori maschi, per cui tutto quel che hanno visto era una canzone su un ragazzo. Questo è il problema, non vero? – conclude Tracey – Ti perdi delle cose quando lasci le donne fuori dal quadro, o vedi i personaggi femminili attraverso il prisma della loro avvenenza, o quando dai per scontato di essere al centro di ogni storia, di ogni testo. Ci scommetto, stai pensando che questo articolo parla di te.”

Maria G. Di Rienzo

(1) https://lunanuvola.wordpress.com/2018/04/04/molta-strada-da-fare/

https://lunanuvola.wordpress.com/2018/04/13/marlowe-era-un-bel-moretto/

(2) “Record”, uscito nel marzo 2018.

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Null’altro importa

Nothing else matters (Null’altro importa), Metallica, 1991 (trad. Maria G. Di Rienzo)

metallica

Così vicino, non importa quanto lontano

non potrebbe venire di più dal cuore

avendo fiducia per sempre in chi siamo

e null’altro importa

Non mi sono mai aperto/a in questo modo

la vita è nostra, la viviamo a modo nostro

tutte queste parole che proprio non dico

e null’altro importa

Cerco fiducia e la trovo in te

ogni giorno per noi qualcosa di nuovo

mente aperta per una visione diversa

e null’altro importa

Non mi è mai importato di ciò che fanno

Non mi è mai importato di quel che sanno

ma io so

Così vicino, non importa quanto lontano

non potrebbe venire di più dal cuore

avendo fiducia per sempre in chi siamo

e null’altro importa

Non mi sono mai aperto/a in questo modo

la vita è nostra, la viviamo a modo nostro

tutte queste parole che proprio non dico

e null’altro importa

Cerco fiducia e la trovo in te

ogni giorno per noi qualcosa di nuovo

mente aperta per una visione diversa

e null’altro importa

Non mi è mai importato di quel che dicono

Non mi è mai importato dei giochi a cui giocano

Non mi è mai importato di quel che fanno

Non mi è mai importato di quel che sanno

e io so

P.S. a) Ho cominciato un altro romanzo – un po’ presto, ma non so quanto tempo ho ancora: chi lo sa, in effetti? b) Continuo ad aspettare che la Coop mi faccia sapere se sono indegna di essere socia da più di vent’anni perché sguazzo nel mio corpo come un pesciaccio felice, alla faccia dei suoi insultatori con laurea; c) Dal mio ultimo “revival” sono passati cinque mesi: quello qui sopra è un ringraziamento ai 909 iscritti a questo blog – ho fiducia in voi.

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Octavia Butler, autrice di sf, ci ha purtroppo lasciato nel 2006 ma non smette di essere amata ne’ di ispirarci: ora il suo romanzo “La parabola del seminatore” (Parable of the Sower, 1993) è stato adattato in senso teatrale-operistico dalla musicista Toshi Reagon (in immagine, con Octavia sullo sfondo).

toshi

Toshi è un’artista eclettica (folk, funk, gospel, blues, rock) che ha condiviso il palcoscenico con colleghi del calibro di Lenny Kravitz, Elvis Costello, Ani DiFranco – solo per citarne alcuni – e la sua band “Toshi Reagon and BIGLovely” ha un pubblico appassionato, entusiasta e fedele.

L’opera tratta dal romanzo è frutto della collaborazione della musicista con sua madre, la dott. Bernice Johnson Reagon, che è un’altra donna-leggenda: attivista per il cambiamento sociale, compositrice, fondatrice di “Sweet Honey in the Rock”, gruppo “a cappella” composto esclusivamente di donne di colore.

La storia della Parabola probabilmente la conoscete: tratta del risveglio spirituale-politico della giovane protagonista, Lauren Olamina, in un’America distopica, spezzata dalla violenza e da un’ingiustizia sistemica, e di come questa “profetessa” trascinerà via via al suo fianco altre e altri, incamminandoli sulla strada della libertà. Visti i temi del romanzo, in cui c’è persino un personaggio che vuole “rendere di nuovo grande l’America” (chi ci ricorda?), Toshi non poteva scegliere ne’ testo ne’ momento migliori. Il 26 febbraio un’altra artista, Jamara Wakefield, ha intervistato Toshi su questo lavoro che sta riscuotendo grande successo sin dal suo debutto a Abu Dhabi, presso il NYUAD Arts Center nel novembre del 2017.

parable poster

Ecco alcune delle cose che la musicista ha detto:

“La mia finestra per arrivare a Octavia Butler sono stati i libri. La mia mamma li ha letti prima di me e io ho cominciato a leggerli nei tardi anni ’80. Ho anche incontrato Octavia un paio di volte, il che è stato fantastico.

Quando osserviamo il suo lavoro, al di là del periodo in cui lei scrive, c’è sempre umanità, anche se le creature non sono umane. E’ interessante per me che sia diventata la madre dell’Afrofuturismo, perché lei non ci ha mai promesso un futuro. Ha solo scritto di tempi futuri. In termini di bilanciamento fra il momento presente e la capacità di avere una visione del futuro, Angela Davis ha parlato in pubblico pochi giorni prima della nostra performance in Connecticut. E’ entusiasta del periodo in cui ci troviamo perché stiamo mettendo in discussione molte istanze contemporaneamente. Ed è proprio così che dovrebbe essere. Sì, le donne dicono “Anch’io”. Sì, stiamo urlando “Le vite nere sono importanti”. Sì, il cambiamento climatico è reale. Sì, sosteniamo i Sognatori. Dovremmo lavorare tutti insieme. Stiamo usando a stento tutte le risorse che abbiamo.

Nei suoi lavori Octavia Butler ci presenta questi periodi devastanti in cui le persone sono costrette a usare tutte le loro risorse. Ne “La parabola del seminatore” tu vedi che le circostanze per i personaggi stanno peggiorando, ma ognuno vuol restare immutato. La lezione, qui, è che dobbiamo cambiare e che dobbiamo usare tutte le nostre risorse. Dobbiamo guardare alla nostra vita e decidere se tollereremo l’orrore.

Abbiamo dovuto rendere la nostra opera un po’ diversa dal libro, perché il libro è enorme. Abbiamo voluto concentraci sull’idea delle due comunità: quella in cui sei nato e quella che ti sostiene. La seconda è una comunità sconosciuta che tu scopri e che ti scopre. Abbiamo pensato di iniziare con la comunità nota e intima e poi di raccontare la storia portando l’intero teatro e il pubblico all’interno di quella comunità. Questo è il motivo per cui le luci sono accese quando la performance comincia. Vogliamo che il pubblico faccia esperienza di uno spazio confortevole e poi attraversi l’esperienza del vedere le cose che si fanno disagevoli. Abbiamo deciso di mostrare quanto fragili diventiamo quando continuiamo a restare attaccati a qualcosa, mentre è il momento di cambiare.”

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“La gente era solita ridere di noi, ma perché le donne dovrebbero restare sedute in casa? Ai giorni nostri, le donne pilotano aeroplani: perché a noi dovrebbe essere impedito stare in un gruppo musicale?”, dice Sabita Devi, membro della Sargam Mahila Band (in immagine).

Sargam Mahila Band

Adesso non ridono più, comunque. Queste donne sono talmente brave a fare musica da essere continuamente richieste per matrimoni, feste, intrattenimenti vari. Gli abitanti del villaggio di Dhibra, in cui le donne vivono, vedono i furgoni venire a prelevarle e a riportarle indietro – e quando tornano hanno denaro: “Con quel che guadagniamo stiamo mandando a scuola i nostri figli e acquistando cose per noi stesse, come i sari che usiamo per i concerti.”, spiega ancora Sabita.

Le dieci musiciste sono Mahadalit, cioè fanno parte del gruppo più marginalizzato e impoverito dei Dalit (gli “intoccabili”) dell’India. A motivarle e sostenerle è stata un’altra donna, Sudha Varghese. Sudha dirige un’ong che si chiama “Nari Gunjan” (letteralmente “Il brusio delle donne”) e lavora nello stato di Bihar per i diritti delle donne, la loro istruzione e i loro mezzi di sostentamento, nel mentre contrasta attivamente la violenza loro diretta.

Savita, Anita, Pancham, Chhatiya, Sona, Lalti, Bijanti, Domni, Manti e Chitrekha – questi i nomi delle donne del gruppo musicale – si sono addestrate per otto mesi con un’insegnante fornita loro dall’ong: passione, impegno e abilità hanno fatto il resto. In precedenza erano contadine “a giornata”, racconta Sudha Varghese, e stentavano molto. Suonare dal vivo non comporta solo battere i tamburi, ma battere gli stereotipi in cui erano confinate dal patriarcato e ha dato loro “indipendenza e dignità”. Tanto perché possiate stupirvi, Sudha è una suora cattolica.

Maria G. Di Rienzo

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Rebeca Lane - foto di Cynthia Vance

Rebeca Eunice Vargas, in arte Rebeca Lane (in immagine), è nata a Città del Guatemala il 6 dicembre 1984, nel pieno della guerra civile che stava devastando il suo paese. Il nome Rebeca le è stato dato in memoria di una zia, rapita da agenti del governo militare nel 1981 per la sua attività politica e conseguentemente “scomparsa”.

Sin da giovanissima, Rebeca è stata un’attivista nelle organizzazioni che investigavano sui loro familiari rapiti o uccisi dall’esercito e nei movimenti per il cambiamento sociale, movimento femminista compreso. Ha deciso che le sue capacità artistiche potevano essere usate per esporre e condannare la violenza e così è diventata una “artivista”: teatro, cabaret, musica, programmi radiofonici, poesia, graffiti, danza… Rebeca partecipa a gruppi o ha fondato gruppi in tutti questi campi, ma è maggiormente nota come artista hip hop.

La settimana scorsa era in tour in Canada. Jackie McVicar, che lavora con i difensori dei diritti umani in Guatemala dal 2004, ha coordinato le date delle performance di Rebeca e in un lungo articolo del 14 novembre u.s. ha descritto il suo lavoro e l’ha intervistata:

“In ognuno dei suoi spettacoli sulla costa orientale del Canada, durante il suo primo tour nel paese, Lane ha dedicato un brano alle 56 ragazze che bruciarono in un incendio mentre erano chiuse a chiave in “rifugio” statale l’8 marzo 2017. Quarantuno di esse morirono immediatamente tra le fiamme per l’inalazione di fumo e le ustioni, le altre morirono nelle ore e nei giorni seguenti. Lane racconta la storia di come i giovani – ragazzi e ragazze – presi in carico dallo stato abbiano denunciato torture, abusi sessuali, prostituzione coatta e violenze subite nei rifugi.

“Nove delle 56 ragazze erano incinte nel momento in cui sono state uccise. – ha detto Lane – E nessuna di esse era arrivata incinta al rifugio.” (…) Erano rinchiuse da 12 ore in una piccola aula con 22 materassi, senza cibo e senza il permesso di andare in bagno quando diedero fuoco a un materasso per attirare l’attenzione della polizia affinché le porte fossero aperte. Ma la polizia non rispose. Invece, secondo i resoconti delle sopravvissute, i poliziotti schernirono le ragazze chiamandole “puttane” e dicendo che se erano state tanto coraggiose da cercare di scappare la notte prima, avrebbero dovuto essere abbastanza coraggiose da sopportare le fiamme. Successivamente, i poliziotti hanno dichiarato di non aver aperto le porte perché non riuscivano a trovare le chiavi. (…)”

Rebeca ha spiegato che ciò ha cambiato completamente il significato dell’8 marzo per il Guatemala. E pur ritenendo lo stato responsabile per il massacro delle ragazze, ci tiene a sottolineare che la maggioranza delle aggressioni le donne le ricevono per mano dei loro fidanzati, compagni, mariti, padri, fratelli: “Ogni mese (in Guatemala) 62 donne muoiono di morte violenta. Ciò significa 15 donne a settimana. L’anno scorso ci sono 739 morti violente. Quest’anno, contando solo sino alla fine di settembre, le donne uccise sono state 588: 373 per colpi d’arma da fuoco, 144 strangolate, 63 uccise a coltellate. Otto donne sono state smembrate e 1.034 ragazzine minori di 14 anni sono state stuprate e lasciate incinte, impossibilitate a ottenere un aborto legale.”

Rebeca Lane è una femminista visibile e molto attiva in un ambiente ostile verso le donne e verso chi difende i diritti umani. Sa che rischia la vita, ma non vede altra opzione se non continuare: “Mi sento in pericolo, certo. Ma in Guatemala è facilissimo essere uccise in qualunque modo. Preferisco almeno testimoniare, piuttosto che non fare niente.” E lo mette in musica con queste parole: “Io voglio vivere, non sopravvivere. Voglio uscire per le strade senza aver la sensazione di dovermi difendere, voglio sentire che le tue parole non possono offendermi e le tue armi non possono attaccarmi. Voglio costruire un paese che mi permetta di ridere, sorridere, sognare, cantare, ballare, vivere.”

Maria G. Di Rienzo

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“Thunder Thighs” (“Cosce di tuono – Cosciotti”) di Miss Eaves è stato un hit dell’estate appena trascorsa. L’Artista definisce la sua musica “electro – pop – rap – dance” e se stessa una femcee, ove l’ultima parola indica una donna/femminista all’interno della scena hip hop.

Il mix non è il tipo di musica che mi attira (resterò una rocker sino alla scelta delle canzoni per il mio funerale, i gusti son gusti) ma l’operazione che Miss Eaves ha realizzato con il video del pezzo è sublime.

thighs.gif

https://www.youtube.com/watch?v=fY1o9igy0a0

Il pezzo è contenuto nel suo album “Feminasty” (“Femminista cattiva”), uscito lo scorso 4 agosto.

Il testo è in slang e perciò di ardua traduzione, ma in sintesi celebra la diversità dei corpi femminili e l’attitudine positiva nei loro confronti con versi tipo: Cosce grosse, prendisole, ho un bell’aspetto e anche Cosciotti, cosciotti succosi… non essere gelosa/o quando le mie cosce si scuotono.

Nel clip sopra Miss Eaves è quella con la gonna bianca stampata a gatti neri. Oggi farà probabilmente troppo fresco per scendere in piazza con gonne corte, shorts e prendisole ma se riusciamo ad andarci assumendo l’attitudine sfrontata e invincibile e fiduciosa di Miss Eaves e delle sue amiche, ragazze mie, faremo un bel passo lungo verso la nostra liberazione.

La liberazione dalla violenza di genere è infatti anche liberazione dallo sguardo maschile normativo dei nostri corpi. Maria G. Di Rienzo

thunder.jpg

(immagine dal video)

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