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(tratto da: “The Relentless Torture of The Handmaid’s Tale”, di Lisa Miller per The Cut, 2 maggio 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

La seconda stagione de “Il Racconto dell’Ancella” è appena cominciata, pure ogni nuovo episodio porta con sé nuovo terrore. Ho pensato che forse ero solo traumatizzata dal primo episodio, in cui le nostre protagoniste preferite sono inesorabilmente torturate – colpite da scariche elettriche tramite pungoli per bestiame, prese a calci, minacciate con cani, incatenate a una stufa a gas e ustionate, lasciate vive sulla forca ma coperte di urina – fino a che ho sopportato l’episodio numero due.

Là mi sono imbattuta, all’interno di un paesaggio dalla luce dorata che evoca il profondo sud, in una vasta marea di donne schiave, a stento in vita, costrette a scavare in rifiuti tossici sino a che muoiono. Durante una scena di agghiacciante tortura psicologica il sottile, fastidioso suono di Kate Bush che canta “Il lavoro di una donna” accompagna le immagini di donne letteralmente terrorizzate a morte; altrimenti, la colonna sonora è principalmente un costante gemito in tono minore, come il suono del vento che attraversa una finestra rotta, punteggiato dal pianto e dai colpi di tosse delle donne, e da urla.

Ho premuto il tasto che toglie l’audio e quello per l’avanzamento veloce così spesso durante questa seconda stagione che sono costretta a chiedermi: Perché sto guardano questa cosa? Sembra tutto così ingiustificato, come un pestaggio senza fine. Davvero, le hanno tagliato la lingua? Davvero, hanno messo in fila tutti i giornalisti contro un muro – inclusa una mamma che portava scarpe comode da gravidanza (quanto manipolativo è ciò?) – e li hanno fucilati? Davvero, l’hanno nutrita a forza, le hanno messo ceppi alle caviglie; le hanno lasciato assaggiare la libertà e poi gliel’hanno portata via? Davvero, davvero, davvero? Ci sono film che trattano di genocidi e schiavitù storici che obbligano a una necessaria analisi della brutalità nella vita reale. Ma questo. Questo è un mondo inventato.

Rispondo a me stessa: per quel che riguarda la prima stagione, ero d’accordo con il consenso della critica. Questa è “televisione importante”. Una parabola femminista, adattata dal romanzo di una donna, che è stata premiata con otto Emmy – la maggior parte dei quali conferiti a donne – e che tratta dei potenziali eccessi del patriarcato, non così inconcepibili ora, nell’era di Pence e Trump.

All’epoca su Slate, facendo la recensione, Willa Paskin sottolineò che guardare la prima stagione l’aveva fatta sentire “quasi virtuosa”, scrisse, “come l’immergersi in un oceano d’inverno”. Anch’io ero stata agganciata dal rigoglioso orrore della stagione iniziale. Sembrava fedele al romanzo originale di Margaret Atwood, ma molto più intimo, come se si stesse guardando una scena del crimine attraverso uno spioncino.

Volendo avvolgermi ancora in quel senso di virtù, solidale con le donne sullo schermo, ho continuato a guardare. Ma la mia voce interiore rifiuta di restare in silenzio. Sarebbe femminista guardare donne ridotte in schiavitù, degradate, picchiate, amputate e stuprate? Come, esattamente, sto partecipando a una rivoluzione femminile stando seduta sul mio comodo divano a consumare questo? “Il racconto dell’Ancella” ha saltato il fosso, nella sua seconda stagione, trasformandosi da intrattenimento con princìpi a pornografia di tortura?

Non sono la sola persona a notare l’amplificata violenza della seconda stagione, una conseguenza ovvia, probabilmente, dell’aver ricevuto prima del previsto così tanti premi e così tante lodi, e dell’essere uscita dalla mappa della trama originale di Atwood. La stagione successiva doveva chiaramente essere più grande della prima, più epica, più ambiziosa a livello visuale, più intensa. Ma “sembra che lo show stia solo scegliendo a caso cose orribili da far succedere alle donne per ottenere l’effetto shock.”, ha detto Laura Hudson durante una tavola rotonda a The Verge (ndt.: rete di media informatici), “Perché guardarlo? Io non ho bisogno di vedere donne brutalizzate per capire che Gilead è un posto malvagio o che lo è la misoginia; credetemi, ho capito.”

Il romanzo di Atwood era un esercizio mentale: un intellettuale affresco di “supponiamo che” girante per lo più attorno ai dettagli personali di vite comuni. Ciò che aveva reso l’adattamento televisivo così affascinante, per me, era la collisione della fantascienza con le descrizioni di gente ordinaria in case con cucina, che forzava “noi” a trasporci in “loro”. (…)

La prima stagione finiva dov’era terminato il libro di Atwood, con June seduta da sola nel retro di un furgone, incerta sul proprio destino. Con la seconda, gli sceneggiatori sono sulla propria frontiera narrativa e il sentiero che creano è deludente quanto prevedibile. Nel finale del primo episodio, l’attrice Elisabeth Moss (ndt.: June) taglia la graffetta metallica che indica il suo status di Ancella dalla sua stessa orecchia con un paio di forbici. E’ straziante da vedere. E quando ha finito, e i suoi seni sono coperti dal suo proprio sangue, si solleva come una Furia vendicatrice per dichiarare la propria liberazione.

season 2

Ma poiché questo è il primo episodio e ci sono dio sa quanti altri episodi e stagioni a venire, noi capiamo che sarà intrappolata di nuovo – e picchiata e torturata e stuprata di nuovo, che la violenza nei suoi confronti continuerà e continuerà. (ndt.: E’ quel che è effettivamente accaduto nel terzo episodio, non ancora in onda quanto l’Autrice ha scritto il presente articolo.)

E’ una storia sessista vecchia quanto la Bibbia: il coraggio dell’eroina è intensificato dalla sua vittimizzazione, perché la cultura misogina esalta le donne che soffrono. Che June sia incinta, e sia una madre angosciata (ndt: la figlia le è stata sottratta), sono cose che aumentano il suo eroismo secondo lo show. Gli sceneggiatori della seconda stagione sanno bene come i fondatori di Gilead che non c’è tropo più sacro della maternità. In un esasperante e grottesco rovesciamento, l’allegoria femminista di Atwood si è trasformata in una vetrina degli abusi delle donne: tornando alla scena descritta sopra, ho notato che la macchina da presa indugiava sul sangue sgocciolante di June. E là ho deciso, io ho chiuso. (ndt.: ho chiuso anch’io, prima ancora di leggere questo.)

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Veramente, mi aspettavo che il reportage di cui sto per tradurvi l’essenziale – Channel 4 News, 19 marzo 2018 – rimbalzasse sui media italiani, ma alle 10.00 del 21 marzo non ho trovato granché. Magari sono io che cerco male, può essere. Magari lo riprenderanno più tardi. Magari questa ditta, Cambridge Analytica, che ufficialmente si occupa di tecnologie informatiche e metodologie di analisi assomiglia troppo a quella di Casaleggio – esteriormente, per carità.

L’indagine sotto copertura di Channel 4 News riguarda i modi in cui Cambridge Analytica interviene nella manipolazione delle elezioni in giro per il mondo, operando anche tramite una rete di società-schermo o subappaltando determinati lavori. La ditta, che ha sede legale negli Stati Uniti ma si trova in Gran Bretagna, si vanta pubblicamente di essere il motore dietro la vittoria di Trump. I suoi capi sono stati filmati mentre parlano di usare tangenti, ex spie, false identità e prostitute a discredito dei concorrenti dei loro clienti.

Alla richiesta di spiegazioni del falso cliente (giornalista della rete televisiva britannica) il principale dirigente della compagnia, Alexander Nix spiega che loro possono per esempio “mandare un po’ di ragazze attorno alla casa del candidato”, aggiungendo che quelle ucraine “sono molto belle e la cosa funziona benissimo”, oppure possono “offrire una grossa somma di denaro al candidato, per finanziare la sua campagna, in cambio di terra magari: registriamo ogni cosa, nascondiamo solo la faccia del tizio e postiamo tutto su internet.” (Le mazzette ai candidati sono reato sia nel Regno Unito – UK Bribery Act, sia negli Usa – US Foreign Corrupt Practices Act.)

Tanto premesso, passo alla traduzione:

“Le ammissioni sono state filmate durante una serie di incontri in alberghi londinesi per quattro mesi, fra novembre 2017 e gennaio 2018. Un giornalista in incognito di Channel 4 News ha finto di essere un mediatore per un cliente facoltoso che voleva far eleggere determinati candidati in Sri Lanka.

Il signor Nix ha detto al nostro reporter: “… siamo soliti operare tramite veicoli diversi, nelle ombre, e non vedo l’ora di costruire con lei una relazione segreta a lungo termine.” Oltre al sig. Nix, gli incontri includevano Mark Turnbull, direttore in capo di CA Political Global, e il direttore del reparto dati della compagnia, dott. Alex Tayler.

Il sig. Turnbull ha descritto come, dopo aver ottenuto materiale che danneggi gli oppositori, Cambridge Analytica può spingerlo senza farsi notare sui social media e internet. Ha detto: “… noi immettiamo solo un’informazione nel flusso di internet e poi, poi la guardiamo crescere, le diamo una piccola spinta qui e là… siamo come un telecomando. La cosa deve accadere senza che nessuno possa pensare questa è propaganda, perché nel momento in cui pensi questa è propaganda la prossima domanda è: chi ha buttato fuori questa cosa?

Il sig. Nix ha anche detto: “Molti dei nostri clienti non vogliono essere visti mentre lavorano con una ditta straniera, perciò spesso facciamo montature, se stiamo lavorando allora possiamo costruire false identità e falsi siti web, possiamo essere studenti che stanno facendo progetti di ricerca in università, possiamo essere turisti, ci sono moltissime opzioni a cui si può guardare. Io ho un sacco di esperienza in ciò.”

Durante gli incontri, i dirigenti si sono vantati del fatto che Cambridge Analytica e la sua azienda madre Strategic Communications Laboratories (SCL) hanno lavorato in più di 200 elezioni in tutto il mondo, inclusi paesi quali la Nigeria, il Kenya, la Repubblica Cecoslovacca, l’India e l’Argentina. La compagnia è attualmente al centro di uno scandalo per aver raccolto più di 50 milioni di profili Facebook. Il dirigente principale sig. Nix è anche accusato di aver ingannato una commissione parlamentare, che gli sta ora chiedendo di fornire ulteriori informazioni. Lui ha negato ogni accusa.”

Direi che per quanto riguarda la strombazzata “democrazia digitale” per oggi è sufficiente. Maria G. Di Rienzo

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fangar - linda

Lo sceneggiato islandese “Fangar” – “Prigioniere”, è stato di recente reso disponibile online con sottotitoli in italiano (nell’immagine l’attrice Thora Bjorg Helga che interpreta il personaggio principale, Linda). Sono sei intense puntate da cinquanta minuti l’una che raccontano, attorno alla storia che fa da traino, la vita delle donne in carcere – in special modo le madri – senza alcun romanticismo o abbellimento. Le protagoniste non sono raffigurate in modo da accattivarsi la simpatia degli spettatori e la loro umanità emerge nel corso del vicenda in modo lento ma inesorabile: tutte hanno alle spalle esperienze che possiamo riconoscere, tutte ci assomigliano un poco.

Perché, se avete tempo e voglia, dovreste vederlo? Perché “Fangar” ha alle spalle sette anni di lavoro, numerosi colloqui diretti con le 12 incarcerate nella prigione di Kópavogur (chiusa un paio di anni fa, è stata poi usata come set per i filmati) ed è il frutto della collaborazione di uomini e donne che avevano in mente questo: “Non volevamo fare uno sceneggiato tipico sulla prigione. Abbiamo sviluppato la storia, facendo ricerche su come gli uomini usano il loro potere per ridurre al silenzio le donne e abusare di loro. Ci sono stati vari scandali di questo tipo in Islanda. Abbiamo deciso di raccontare la storia dal punto di vista di una famiglia, tre generazioni di donne all’interno di una famiglia.”

Le generazioni in questione comprendono la 30enne già citata Linda, sua sorella maggiore Valgerdur (Halldóra Geirhardsdóttir) che è una donna politica e una deputata, con una figlia quattordicenne (Katla Njálsdóttir), e la madre delle due, Herdis (Kristbjörg Kjeld), casalinga ingenua che avrà parecchie drammatiche “rivelazioni” nel corso della vicenda.

Linda, dedita agli stupefacenti, finisce in galera per un violento assalto al proprio padre, che lo riduce in coma. Le sue motivazioni non ci appaiono chiare – all’inizio sappiamo solo che cercava soldi nello studio dell’uomo, così come non sembra del tutto comprensibile l’abbandono totale di lei da parte della famiglia. Scopriremo pian piano che questa gente così “per bene” (una volta rimesso, per fare un esempio, il padre di Linda riceve una lettera di congratulazioni persino dal Presidente del paese) protegge accuratamente un segreto: negandolo, non vedendolo, ignorandolo, fingendo – come troppe famiglie fanno ovunque – che sia tutto perfettamente a posto e se la Linda di turno insinua o dice esplicitamente il contrario è perché è drogata e pazza e violenta…

Non vi rovinerò lo sherlockiano piacere di vederlo emergere svelandolo ora, ma sono certissima che gli indizi vi hanno già messo sulla strada giusta. Buona visione. Maria G. Di Rienzo

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“Angeli spezzati” (“Broken Angels” – 2003) di Richard Morgan è l’unico libro in mio possesso della trilogia che vede come protagonista Takeshi Kovacs e da cui è stato di recente tratto lo sceneggiato televisivo “Altered Carbon” – titolo originale del primo romanzo, da noi uscito come “Bay City”.

copertina altered carbon

E’ uno di quei libri di sf che io rileggo quando ho bisogno di distrarmi, perché la narrazione non richiede il mio coinvolgimento emotivo nonostante la profusione di violenza grafica (troppo dettagliata e compiaciuta per aver parvenza di verità) e non riesco a provare empatia per nessuno dei personaggi… però c’è questa faccenda di un’antica civiltà marziana, sullo sfondo, sufficiente allo scopo di portare la mia mente lontana dal quotidiano.

Perciò, quando la serie televisiva è risultata disponibile online con sottotitoli in italiano ho dato un’occhiata. Naturalmente il libro è stato adattato (come ho detto altre volte, è inevitabile che la storia sia alterata quando cambi il mezzo con cui la racconti e non ho problemi con ciò) e nello sceneggiato sono state riversate citazioni dagli altri due – io ho riconosciuto battute e scenari provenienti appunto da “Angeli spezzati”. Nonostante sia immediatamente visibile dagli effetti speciali e dalla scenografia che i produttori non hanno lesinato sulle spese, regia e recitazione avrebbero avuto bisogno di maggior attenzione.

Ci troviamo nella San Francisco del futuro, ora chiamata appunto Bay City, in un’epoca in cui la coscienza umana può essere digitalizzata in “pile”, situate alla base del cranio di qualsiasi disponibile “custodia” (corpo umano nato naturalmente o sviluppato in modo artificiale in “vasche”). La morte è diventata per gli esseri umani il semplice passaggio da una custodia all’altra. Takeshi Kovacs è un mercenario e per così dire un professionista della violenza riportato in vita 300 anni dopo l’uccisione della sua precedente custodia. Di nuovo rivestito di carne umana, gli viene offerta questa scelta: può passare il resto della vita in carcere o tentare di risolvere il caso dell’omicidio dell’uomo più ricco della Terra (omicidio che non lo ha davvero ucciso, giacché la sua pila è stata semplicemente trasferita in una seconda custodia).

Il primo problema della serie è la sceneggiatura: per esempio, in pratica ogni singolo episodio contiene almeno una parte in cui uno dei personaggi si impegna in un lento, estenuante monologo sulle sue motivazioni – segno che visivamente lo show non è riuscito a mostrarle o suggerirle; le scene di nudi o di sesso sono per la maggior parte gratuite, dirette a solleticare l’audience di sesso maschile e usate come riempitivi quando la narrazione stenta a procedere (il che significa troppo spesso); lo stesso vale in maggioranza per le scene di violenza – vi pare che mostrarci oltre mezz’ora di tortura continuata del protagonista, su meno di un’ora di filmato, serva a spiegarci qualcosa o faccia proseguire la storia in qualche direzione?

Il secondo problema sono i protagonisti principali, che falliscono in pieno nel loro primo scopo: essere interessanti per noi spettatori.

protagonisti principali

Nonostante Takeshi Kovacs abbia un retroscena intrigante e fitto di eventi, l’attore Joel Kinnaman che incarna la sua “custodia” attuale deve aver ricevuto unicamente l’istruzione di mostrarsi distaccato e stoico – il risultato è che è noioso in qualità quaresimale. Quando ricorda il proprio passato e si trova quindi nella custodia originale, incarnata dall’attore asiatico Will Yun Lee, le cose vanno un po’ meglio: almeno quest’ultimo riesce dove Kinnaman non sa che pesci prendere, e cioè a mostrare le emozioni e le riflessioni dietro la facciata “da duro”.

La protagonista principale di sesso femminile, la poliziotta Kristin Ortega interpretata da Martha Higareda, deve aver similmente ricevuto una sola indicazione sul suo personaggio: ricordati che sei una “testa calda”. Perciò la povera Martha dà in escandescenze ogni due minuti, rotola gli occhi in ogni direzione per mostrare il suo scontento e i suoi discorsi sono farciti di battute dozzinali o scadenti. I dialoghi sono comunque un problema condiviso da chiunque reciti nello sceneggiato, costretto a esprimersi in una maniera complicata e goffa che impedisce agli spettatori di capire immediatamente le informazioni loro dirette e anzi li allontana dal plot per puro tedio.

E sull’intreccio finiamo. Takeshi Kovacs risolve il caso? Sì. Si è trattato di un complotto familiare fra ricchi viziati. Nel mezzo, come un utensile rompiballe, è saltata fuori persino la sorella di Takeshi, che lui credeva morta. Vuole il fratello tutto per sé, perciò uccide, ferisce, dà di matto e lo attacca e lo aggredisce, che come sappiamo sono i modi migliori per suscitare in una seconda persona amore e comprensione. Però fa questo per lo più stando nuda il che, se si guarda la tv nella speranza di esaltare fantasie onanistiche, aiuta sempre.

Come al solito ero troppo ottimista quando negli ultimi anni ho visto crescere l’interesse dell’industria cinematografica / televisiva nei confronti di sf di notevole qualità (Il racconto dell’Ancella, Ghost in the Shell, ecc.): non fanno altro che prendere personaggi e scenari e triturare intenzioni e significati in una storia lineare al livello pancake (frittella) statunitense, ben schiacciata e dolce dolce per un pubblico che continua a essere identificato come composto esclusivamente da cervi in autunno (periodo della riproduzione).

Maria G. Di Rienzo

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C’è uno sceneggiato in preparazione per Netflix che preferiremmo non vedere. Soprattutto, vorrebbero che la produzione si fermasse 56 fra attiviste contro lo sfruttamento sessuale e sopravvissute al traffico sessuale, che hanno spiegato come lo sceneggiato “Baby” normalizza l’abuso sessuale dei minori:

http://endsexualexploitation.org/wp-content/uploads/Netflix_Baby_Sign-On-Letter_FINAL_01-11-18-1-1.pdf

“Come sopravvissute al traffico sessuale e/o esperte della materia, fornitrici di servizi sociali e attiviste per l’abolizione dello sfruttamento sessuale, – si legge nel documento – scriviamo per esprimere la nostra profonda preoccupazione rispetto all’intenzione di Netflix di sviluppare una serie televisiva per il mercato italiano basandosi sulla storia “Baby”. Come sapete, la trama fa generico riferimento allo “Scandalo delle Baby Squillo” (i.e. “scandalo delle prostitute bambine”), che ha coinvolto nello sfruttamento sessuale commerciale ragazze di 14-15 anni, almeno una delle quali trafficata sessualmente dalla propria madre.

https://lunanuvola.wordpress.com/2013/10/29/la-normalita-di-viale-parioli/

Per favore vedete di capire che non esistono “prostitute bambine” – esistono solo bambine abusate sessualmente, sfruttate e stuprate. Più di 40 uomini sono stati sospettati di aver acquistato le ragazze e otto trafficanti sono stati arrestati: il capo della banda ha ricevuto una sentenza di 10 anni di carcere. (…)

Non solo Baby è associato allo sfruttamento sessuale avvenuto nelle vite reali di ragazzine di 14-15 anni, ma è già stato presentato come una storia di “formazione” su adolescenti che “sfidano le norme sociali” nel tentativo di erotizzare il sistema di sfruttamento della prostituzione.

https://lunanuvola.wordpress.com/2016/10/09/non-sono-giocattoli/

Ci sono pochi dubbi sul fatto che il commercio sessuale sarà usato come comodo sfondo per mescolare alla sceneggiatura scene sessualmente esplicite in cui attrici recitano nel ruolo di ragazze adolescenti. Facendo questo, normalizzerete lo sfruttamento sessuale commerciale dei minorenni.

(questa serie tv) è destinata a perpetuare due pericolosi miti che circondano l’abuso sessuale:

Mito n. 1 – La prostituzione delle adolescenti è distinta dal traffico sessuale.

Per la legge (…) non esistono “prostitute minorenni”. Chiunque sia coinvolto in sesso commerciale e sia minore di 18 anni è per legge una vittima di traffico sessuale; la legge perciò afferma che le/i minori non possono acconsentire al proprio sfruttamento sessuale.

Quando la società normalizza l’idea della prostituzione di minori, per esempio per “l’intrattenimento” che essa genera e la assimila, diventa più difficile per le forze dell’ordine ottenere la condanna di trafficanti, magnaccia e compratori di sesso che stanno abusando dei/delle minori. (…)

Mito n. 2 – La prostituzione è un’affascinante, anche se rischiosa, avventura imprenditoriale.

Persino nelle cosiddette cerchie della prostituzione VIP, la prostituzione è raramente un affare conveniente per quelle che sono comprate e vendute. La sopravvissuta alla prostituzione Rebecca Bender ha detto: La maggior parte delle donne che hanno alte tariffe e clientela di alta classe sociale, hanno pure un trafficante che si prende il 100% dei loro soldi. (…)”

La lettera presentata da Lisa Thompson, vicepresidente di NCOSE – National Center on Sexual Exploitation, oltre a contenere precisi – e strazianti – riferimenti a studi e ricerche sulla violenza inestricabilmente legata alla prostituzione, propone a Netflix un codice di condotta.

Se Netflix ha di recente licenziato Kevin Spacey (“House of Cards”) per le molestie sessuali di cui è accusato, ha detto Thompson alla stampa, “produrre uno show che glorifica il traffico sessuale di minori e lo classifica come tagliente intrattenimento è il massimo dell’ipocrisia.”

Maria G. Di Rienzo

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Nel luglio scorso, il video di un uomo che prendeva a calci e pugni la sua ex fidanzata e poi la inseguiva con un camioncino in una strada centrale di Seul (Corea del Sud) sollevò grande indignazione e funse da innesco per varie iniziative contro la violenza di genere. Successivamente, in agosto, uno studio dell’Istituto Coreano di Criminologia ha confermato – come le attiviste locali e internazionali avevano subito sottolineato – che non si è trattato di un estremo, isolato incidente: il 79,7% dei 2.000 uomini coreani intervistati ha ammesso di aver abusato psicologicamente o fisicamente della donna con cui aveva una relazione. Il 71% ha specificato che nel mentre insultava e/o pestava la persona “amata” ne controllava anche le attività, restringendo i suoi contatti con familiari e amici, decidendone l’abbigliamento, ecc.

In occasione del clamore mediatico, la polizia ha assicurato che lavorerà in più stretto contatto con le organizzazioni delle donne ma le leggi non prendono ancora l’abuso abbastanza sul serio per consentire un contrasto efficace alla violenza: uno stalker in Corea se la cava con una multa equivalente a 74 euro e spiccioli.

Perciò, in tale contesto, il premio come miglior attrice dell’anno conferito dalla rete KBS a Jung Ryeo Won (coreana-australiana, nata nel 1981, in immagine qui sotto) il 31 dicembre scorso assume un significato particolare.

Jung Ryeo-Won

L’attrice lo ha guadagnato per la sua interpretazione della pm Ma Yi Deum nello sceneggiato “Il tribunale della strega”. Si tratta di un personaggio relativamente inusuale per la tv coreana, una giovane donna ambiziosa, materialista, incline a lavorare fuori dalle regole se ciò le garantisce il successo – l’avevamo già vista qualche volta, ma di solito gli scrittori la puniscono con ogni sorta di umiliazione e sconfitta per aver agito “come un uomo”, il quale per contro assurge nei medesimi scenari a svariate vette di potere, nel mentre lei capisce di doversi arrendere alla “femminilità” e via delirando. Le cose davvero nuove del drama sono due: 1) la pm Ma Yi Deum non recede, non si sottomette, se il superiore tenta di darle uno schiaffo lo prende a calci negli stinchi; 2) assegnata al nuovo ufficio, una speciale divisione che tratta solo di crimini sessuali e violenza di genere, e che non gode di particolare prestigio, continuerà a essere se stessa e formidabile.

Il 31 dicembre, quindi, Jung Ryeo Won si è diretta al microfono con fiori e trofeo fra le braccia e ha cominciato il suo discorso di accettazione del premio presentandosi nello stesso tono del personaggio che gliel’ha fatto vincere: “Salve, qui è Jung Ryeo Won che è stata molto felice nel 2017 mentre recitava il ruolo della pm Ma Yi Deum.”, ma durante il discorso ha dovuto far pausa un paio di volte per trattenere le lacrime.

“Il nostro sceneggiato – ha detto fra l’altro – aveva a che fare con quella seria questione che è l’assalto sessuale. Nella nostra società esso dilaga sfrenato, come una gelata, ma i perpetratori non sono esposti. Tramite lo sceneggiato, volevamo dire che le leggi sull’aggressione e sulla violenza sessuale devono diventare più severe, di modo che i perpetratori siano puniti, e abbiamo pensato che poteva essere anche una buona opportunità per le vittime di far sentire le loro voci. So che le vittime di violenza sessuale esitano a parlare perché si sentono umiliate quando lo fanno e spero che noi si sia stati in grado di essere una fonte di conforto per loro. Tutta la famiglia de “Il tribunale della strega”, lavoranti e attori, si è impegnata duramente tenendo questo sempre in mente durante le riprese.”

Jung Ryeo Won non è stata la sola a dover maneggiare la commozione suscitata dal suo stesso discorso: all’attrice che nello sceneggiato ha la parte della madre della pm, Lee Il Hwa, e al co-protagonista Yoon Hyun Min (in immagine qui sotto) è pure sfuggita qualche lacrima.

Lee Il-Hwa e Yoon Hyun-Min

La rete televisiva KBS è ritenuta, in genere, la più “conservatrice” fra quelle del mainstream coreano e immagino che non sia stato semplice ottenere l’accettazione del progetto (forse “oliata” tramite alcune concessioni al melodramma nella sceneggiatura), tanto più che nel cast è stata scritturata quella Kim Yeo Jin – attrice nata nel 1972, recitava nel ruolo di direttrice della divisione – notoria attivista per i diritti dei lavoratori e per la giustizia sociale già bandita dalla, in apparenza, più “progressista” rete MBC. Mai dire mai, insomma.

Maria G. Di Rienzo

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dovere nazionale

L’uomo in immagine è Nabih al-Wahsh, un famoso avvocato egiziano politicamente “conservatore”, ripreso durante un recente dibattito televisivo sul canale Al-Assema. La questione in discussione era una nuova bozza di legge sulla prostituzione.

Alle donne sedute al suo stesso tavolo ha detto questo: “Siete contente quando vedete una ragazza camminare per la strada mostrando metà del suo didietro? Io dico che quando una ragazza se ne va in giro in quel modo è un dovere patriottico molestarla sessualmente e un dovere nazionale stuprarla.”

Nell’ottobre del 2016, in un’occasione simile, si era preso “a scarpate” con il religioso Sheikh Rashad, sfasciando un pannello di vetro durante la zuffa e costringendo lo staff dello studio televisivo a intervenire per separare i due uomini. La “colpa” di Rashad era l’aver detto che non riteneva un dovere religioso per le donne il coprirsi la testa con un fazzoletto. L’avvocato gli urlò “Tu sei un apostata! Tu sei un infedele!”, al che il suo interlocutore rispose (credo azzeccando almeno in parte la diagnosi) “Tu sei mentalmente malato. Dovresti stare in un ospedale psichiatrico.”

Sugli stupratori patriottici, com’è ovvio, l’avvocato al-Wahsh si è guadagnato reazioni epocali di disgusto e prese di distanza, ma il suo exploit è avvenuto subito dopo che la capitale egiziana è risultata la “grande città più pericolosa per le donne” al termine di una ricerca internazionale su come vivono le donne nelle metropoli da oltre dieci milioni di persone. Significa, come notano le attiviste femministe, che non è isolato nella sua criminale idiozia: le tradizioni discriminatorie verso le donne, in Egitto, hanno secoli di abusi alle spalle e li ripetono nel presente non solo in termini di violenza, ma anche in termini di scarso accesso ai servizi sanitari, all’istruzione e ai mezzi finanziari.

L’addestramento sociale al considerare inferiore metà dell’umanità, diffuso in ogni parte del globo, non genera unicamente legioni di molestatori e stupratori: crea anche gli occhiali deformanti attraverso cui sono viste e giudicate le loro azioni. Il che ci porta direttamente a una seconda notizia.

Avrete di certo sentito o letto qualcosa sulle accuse di abusi sessuali dirette al preclaro docente di Oxford Tariq Ramadan. In questi giorni il sig. Bernard Godard, l’esperto di Islam per il Ministro degli Interni francese dal 1997 al 2014, che conosce Ramadan molto bene, ha dichiarato alla stampa di essere “scioccato” dalla vicenda. E queste sono le precise parole con cui lo spiega alla rivista francese Obs: “Sì, sapevo che aveva parecchie amanti, che consultava siti, che delle ragazze erano portate in albergo alla fine delle sue conferenze, che le invitata a spogliarsi, che alcune resistevano e che lui poteva diventare violento e aggressivo, ma non ho mai sentito parlare di stupri, sono sbalordito.”

Qualcuno spieghi a questo signore che ha appena descritto uno scenario di violenze sessuali, per favore. Se poi resta sbalordito, trovategli un posto all’ospedale psichiatrico nella stessa stanza di Nabih al-Wahsh, almeno si faranno compagnia. Maria G. Di Rienzo

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