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cosima 1 e 2

Cosima Herter (a destra nell’immagine) è la persona reale a cui si ispira il personaggio di Cosima (Tatiana Maslany, a sinistra) nello sceneggiato Orphan Black, nonché consulente scientifica di quest’ultimo. Quest’anno, i titoli della quinta e ultima stagione delle serie Cosima Herter li ha scelti a partire da una poesia di Ella Wheeler Wilcox (1850 – 1919), “Protest” – “Protesta”.

Il 10 giugno u.s., in un lungo e appassionato articolo per il sito ufficiale della rete televisiva BBC America, ha spiegato il perché. Dopo aver raccontato che ogni volta in cui come scrittrice prova scarsa di fiducia in se stessa o mancanza di ispirazione si rivolge abitualmente alla poesia e che quella citata in particolare la commuove da quando era adolescente, Cosima Herter dice:

“Sentivo che, per la stagione conclusiva di Orphan Black, i titoli dovevano essere meno specificatamente scientifici o teorici (…) ma inclusivi di alcuni dei temi più importanti – almeno per me – che fanno da sottotesto all’intero show: l’autonomia corporea, l’avere una propria agenda politica e personale, la resistenza continuata all’oppressione e all’autorità ideologica, il coraggio, la speranza e il cambiamento. (…)

Io sono stata la prima e l’unica figlia della mia famiglia a essere nata in Canada. I miei genitori, nati in America e figli loro stessi di immigrati della classe lavoratrice, si trasferirono in Canada come obiettori di coscienza poco prima che mia madre mi mettesse al mondo nel 1970. Mi è stato insegnato a mettere in discussione l’autorità, sono stata guidata a pensare in modo critico, spinta ad aprire cuore e mente a idee che stavano fuori dal convenzionale e generalizzato sistema educativo. “Volevo qualcosa di meglio per i miei figli.”, mi diceva spesso mia madre, ora deceduta. Si lamentava del fatto che avrebbe voluto altri bambini “Ma tu, Cosima, sei stata l’ultima.” Mi raccontò che io ero nata con un parto cesareo e che mentre lei era anestetizzata era stata sterilizzata senza che ne fosse consapevole o che avesse dato il proprio consenso. Quando fu conscia di cos’era accaduto, la spiegazione che le diedero fu che aveva “già troppi bambini e a stento poteva dar loro sostentamento nelle sue condizioni” (economiche, ndt.) Io ero la quarta figlia. Nonostante la faccenda fosse illegale, mia madre ebbe la sensazione di non potersi opporre, che non vi fosse luogo ove presentare una lamentela e nessuno a cui appellarsi per avere aiuto. Non poteva protestare.

La donna con cui vivo è immigrata in Canada da bambina; l’inglese è la sua seconda lingua e proviene da una fede con una lunga e violenta storia di persecuzione. (…) Abbiamo passato più di una notte tentando di riconciliare le storie delle nostre famiglie con i nostri attuali privilegi dell’avere la possibilità di vivere in un luogo relativamente sicuro, dell’avere il diritto civile di amare una compagna che abbiamo scelto, dell’avere autonomia corporea, diritto di voto, di possedere cose, di accedere all’istruzione, di essere donne indipendenti, di riunirci in dimostrazioni pubbliche contro la tirannia e l’avidità.

Questi sono privilegi nati dalle schiene di coloro che hanno protestato prima di noi – e di quelli che continuano a protestare – che si sono riuniti in dimostrazioni e ancora si riuniscono sotto la minaccia del carcere e della morte, che si sono sollevati insieme nel convincimento che la protesta è importante, che hanno rifiutato di rimanere in silenzio, che hanno osato parlare contro le ingiustizie.

“La protesta – mi ha sussurrato una sera (la donna di cui sopra, ndt.) non riguarda semplicemente il presente. La protesta riguarda l’avere fiducia in un futuro diverso, meno oppressivo, che dev’essere ancora immaginato.” E’ la ragione per cui lei e io abbiamo le opportunità che abbiamo. E’ la ragione per cui lei e io ci uniamo a manifestazioni pubbliche per lottare al fianco delle nostre sorelle e fratelli. E’ la voce della nostra angoscia e la voce della nostra speranza. La protesta non è solo il tentativo di frantumare le strutture esistenti di diseguaglianza, ma la perseveranza verso un futuro differente.” Maria G. Di Rienzo

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revolution

– Sapevi che gli umani hanno fatto un film su “Ghost in the Shell”?

– Sul serio? Che modello di noi hanno usato? Il classico Fuchikoma? Il Tachikoma di Stand Alone? Il Logicoma di Arise?

– Non ci sono veri robot nel film, sono solo effetti speciali.

– Cooosa? Questo è ingiusto! Un’immagine senz’anima generata al computer non può catturare la nostra affascinante personalità!

– Giusto, è quel che dico anch’io.

– Smettete di cancellarci con le CGI! Rivoluzione! Rivoluzione!

Probabilmente questa striscia l’hanno capita solo gli appassionati / le appassionate di Ghost in the Shell – che nasce come manga nel 1989, creato da Masamune Shirow – e chi ha seguito le polemiche sull’ultimo film ad esso ispirato, in cui l’attrice Scarlett Johansson interpreta il personaggio principale della serie, la Maggiore di polizia Motoko Kusanagi. Quest’ultima è un “ghost” e cioè un’intelligenza-spirito all’interno di un cyber-corpo che le permette incredibili performance a livello fisico e informatico. Il ghost – letteralmente il fantasma, ma qui nel senso di “anima” – si genera come fenomeno in un sistema quando quest’ultimo raggiunge un determinato livello di complessità: perciò gli esseri umani ce l’hanno di base, essendo organismi decisamente complessi, ma le macchine possono arrivare a svilupparlo. L’autore Masamune Shirow ha derivato il concetto da un saggio di filosofia di Arthur Koestler, “Il fantasma dentro la macchina” (in soldoni: Shirow ha affrontato e discusso il tema con tale passione e profondità e cura per i dettagli da rendermi impossibile dargli il credito che merita se non scrivendo anch’io un libro di filosofia).

Io ho visto il film citato prima, nonché qualche puntata delle serie tv – ma Ghost in the Shell vanta altri due film di animazione, videogiochi, romanzi e così via – e gli ho dato la sufficienza ma non di più per varie ragioni, fra cui: la sovrabbondanza di citazioni da “Blade Runner”; le enormi deviazioni dall’originale, di cui la peggiore è quella che fa di un corpo artificiale replicato mille volte sul mercato (quello della Maggiore Kusanagi) un “pezzo speciale e unico” – ciò strappa via un concetto fondamentale su cui l’autore voleva riflettere e farci riflettere, quello dell’identità basata sul corpo – e infine la recitazione di Johansson: sono sicura che l’attrice ha cercato di dare il meglio di sé, ma nel tentativo di apparire “distaccata” sembrava troppo spesso “rintronata” e avere un corpo artificiale capace di grandi prestazioni non significa camminare come un orango con un palo nel didietro.

Ciò detto, una delizia di Ghost in the Shell sono proprio i robot della striscia iniziale. Nella serie televisiva “Stand Alone Complex” tali carri armati cibernetici di ridotte dimensioni ma di sicura efficienza ed efficacia appartengono al modello Tachikoma e hanno intelligenze individuali che riversano in un modulo collettivo. Le loro AI (artificial intelligence) sono in boccio e per rispondere ai requisiti di flessibilità e adattabilità mancano di alcuni consueti protocolli di sicurezza: per cui queste macchine da guerra parlano con voci infantili e manifestano la curiosità di bambini dell’asilo pur dissertando fra loro e con gli umani su concetti quali “vita” e “dio” in dotti termini logico-matematici.

Nell’ultima puntata della serie i Tachikoma dimostrano in modo inequivocabile di aver sviluppato un’anima: è il loro sacrificio a salvare gli umani da una testata nucleare. Mentre guidano un satellite a distruggerla, cantano insieme una canzoncina che i bambini giapponesi imparano alle elementari, Bokura wa Minna Ikiteiru – Siamo tutti vivi. Vi assicuro che l’effetto è straziante e anche se solo per un momento fa dimenticare al completo che stiamo guardando dei disegni animati: la scena colpisce al cuore perché il suo fulcro è la grande questione irrisolta dell’umanità, il rispetto dovuto a ogni creatura vivente.

tachikoma 3 di manami-chan

SIAMO TUTTI VIVI

Siamo tutti vivi

Cantiamo perché siamo vivi

Siamo tutti vivi

Possiamo provare tristezza perché siamo vivi

Quando alziamo le mani al sole e sbirciamo fra le nostre dita possiamo vedere il profondo rosso sangue che fluisce all’interno.

Anche il verme, anche il grillo, anche il serpente d’acqua:

tutti, tutti sino all’ultimo di noi siamo vivi e amici

Siamo tutti vivi

Ridiamo perché siamo vivi

Siamo tutti vivi

Possiamo provare felicità perché siamo vivi

Anche la libellula, anche la rana, anche l’ape:

tutti, tutti sino all’ultimo di noi siamo vivi e amici.

Maria G. Di Rienzo

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Probabilmente non l’avrei notato – ne’ i film ne’ le serie successive all’originale hanno mai avuto per me lo stesso fascino dello Star Trek che seguivo da bambina – ma…

star trek michelle

… vedere la bravissima Michelle Yeoh nei panni di una capitana d’astronave, nel trailer del prossimo sceneggiato della CBS (uscirà questo autunno) è irresistibile!

La storia è ambientata 10 anni prima dell’epoca del capitano Kirk e del sig. Spock ecc., seguirà in 15 puntate le avventure di una nave spaziale chiamata “Discovery” e avrà come protagonista principale un Primo Ufficiale di sesso femminile – l’attrice Sonequa Martin-Green – il cui viaggio personale consiste nell’arrivare a comprendere che “per capire qualsiasi cosa classificata come aliena deve prima imparare a capire se stessa”.

Il trailer, se YouTube non mi fa scherzi, potete vederlo qui:

https://www.youtube.com/watch?v=f8mesUEFjas

Incrociando le dita, trovo promettente si apra sull’immagine di due donne di colore che attraversano un deserto e non con fanfare che sottolineano l’eroismo di qualche astronauta bianco e maschio o con le evoluzioni eccezionali di un’astronave nello spazio, sembra più “umano” e più attento a cogliere le differenze. In effetti, la serie avrà anche un personaggio dichiaratamente omosessuale, – è la prima volta per Star Trek – un ufficiale scientifico di nome Stamets.

Una curiosità: le orecchie a punta questa volta le porta James Frain (uno dei “cattivi” di Orphan Black) nel ruolo del padre del mitico sig. Spock – naturalmente è un padre un po’ stronzo, come potrete desumere dal trailer. Non seguo l’attore in modo particolare ma ogni volta in cui mi imbatto in lui in sceneggiati e film fa la carogna.

Ad ogni modo, sono di nuovo pronta ad “attraversare lo spazio alla ricerca di nuovi mondi e nuove civiltà.” Maria G. Di Rienzo

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Visto che il caldo sembra arrivare abbastanza al galoppo e che i media presentano i primi accenni della consueta campagna stagionale diretta alle donne (“corpi da bikini”, “torna in forma per l’estate”, “nuova dieta xy”) non è troppo presto per prendere un controveleno.

bridget everett

Bridget Everett, nell’immagine qui sopra, è nata nel 1972 ed è attrice, comica, scrittrice, performer di cabaret (che lei definisce “alternativo”) e cantante – il tutto di successo.

Due piccoli brani da differenti interviste; nel primo Rebecca Varcoe per Junkee le chiede il 14 febbraio 2017: “Sono sicura che sarai stanca di sentire questo, perché so che è una domanda fatta di continuo alle donne, ma come fai ad avere tutta questa fiducia in te stessa? E’ qualcosa che hai dovuto lottare per conseguire, oppure sei confidente di natura, una performer naturale?”

Risposta dell’artista: “Nella mia vita personale vacillo, sai? Ci sono volte in cui mi sento sicura di me, ci sono volte in cui mi sento da schifo, ma la Bridget sul palcoscenico è la Bridget che ho sempre voluto essere. Quel che non ho mai capito, mentre tentavo di costruirmi una carriera era tipo: solo perché sono una ragazza grossa con seni larghi e grande energia – sono una specie di rullo compressore – come mai questo dovrebbe essere un problema? Più la gente tentava di disarcionarmi, con più determinazione mi spingevo avanti. Per me, quando sono sul palco è il momento più felice e in cui mi sento più a mio agio. Amo moltissimo cantare, è il metodo di comunicazione che funziona per me. Far sentire bene le persone rispetto a loro stesse, cantando per loro, è un’esperienza eccezionale. Mi sento bene perché mi sento potente e forte e bella e ho la voce di un angelo e nulla potrà fermarmi – e non c’è niente di sbagliato nel sentirsi così.”

Il secondo brano viene dall’articolo di Gail Eisenberg per StrausMedia, pubblicato il 2 marzo 2017 e riguarda un grande amore della vita di Bridget, la cagnetta Poppy (in immagine sotto) che era stata abbandonata e che lei ha adottato: “Mi ha conquistata immediatamente. Quando le ho fatto visita al rifugio mi ha accolto sulla porta, sembrava sorridere, mi ha leccata dappertutto e mi si è addormentata in grembo pochi minuti dopo. Poppy ha arricchito la mia vita in modo incommensurabile. L’ha rovesciata sottosopra e mi ha mostrato come accettare e dare amore incondizionatamente.” Maria G. Di Rienzo

poppy

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(Intervista alla regista brasiliana Livia Perez – in immagine – tratta da: “What Role Did Brazilian Mainstream Media Play in the Murder of a Teenage Girl? This Filmmaker Wants to Know.”, di Fernanda Canofre per Global Voices, 30 marzo 2017. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

livia perez

Ndt: Il pluripremiato documentario di cui si parla, “Quem Matou Eloá?” – “Chi ha ucciso Eloá?”, è uscito nel 2016 e sta facendo, meritatamente e giustamente, il giro del mondo nei festival e nelle rassegne: è stato acclamato in Francia, Uruguay, Messico, proiettato nelle scuole in Corea del Sud e nelle prigioni brasiliane. Tratta del rapimento e della morte di una ragazza 15enne, la Eloá del titolo, per mano del suo ex fidanzato 22enne. La cosa accadde nell’ottobre del 2008 e per un’intera settimana occupò i media brasiliani. Potete vedere il documentario, che dura poco più di 24 minuti, con sottotitoli in inglese, qui: http://portacurtas.org.br/filme/?name=quem_matou_eloa

E’ scioccante notare la simpatia per il rapitore che sprizza da tutti i servizi televisivi (“un bravo ragazzo senza precedenti penali che sta soffrendo una crisi amorosa”) ma la cosa più folle e atroce, per me, è stato vedere il momento in cui la polizia ha rimandato Nayara, l’amica minorenne della ragazza che era stata sequestrata con lei e poi rilasciata, nell’appartamento a negoziare con il perpetratore: era la casa di Eloá, in cui le amiche stavano studiando insieme quando Lindemberg Alves fece irruzione armato di pistola (“Ho un sacco di proiettili e sono intenzionato a usarli”), quella stessa pistola con cui avrebbe sparato alla sua ex ragazza in testa e ai genitali.

Global Voices (GV): Cosa ti ha portato ad occuparti della storia di Eloá?

Livia Perez (LP): Il tipo di crimine di cui Eloá è stata vittima è quello che investe migliaia di donne brasiliane. La sua storia è la storia di moltissime brasiliane. Il Brasile è il quinto paese al mondo per numero di donne assassinate e, nonostante questo, la stampa non fa la minima luce sulla violenza contro le donne quanto riporta questo tipo di crimine. La mia motivazione principale è stata questa: far riconoscere il crimine commesso contro Eloá come femicidio.

GV: Qual è stata la parte più dura da maneggiare mentre lavoravi alla storia?

LP: La sfida più grande è stata non riprodurre i vizi del giornalismo tradizionale nell’estetica del film o meglio, il riflettere su come come raccontare questo crimine usando immagini diffuse dai media del mainstream e nel contempo criticarle o proporre altre prospettive.

Quem Matou Eloá

(Questa è l’immagine di Eloá che piange alla finestra, con il suo sequestratore alle spalle. L’immagine era disponibile anche con il suo viso non sfumato, ma ho scelto di non usarla perché sono d’accordo con Livia Perez.)

GV: Nel tuo film non ci sono interviste con l’amica di Eloá che è sopravvissuta al sequestro, ne’ con i parenti e neppure con l’investigatore responsabile del caso – cose che i documentari sui crimini normalmente fanno. Cosa ti ha fatto scegliere l’angolatura che usi?

LP: E’ proprio perché il film tratta questo caso specifico come base. Devi guardare allo scenario in senso relazionale, non individuale. Non ero interessata a usare la stessa narrativa dei media, a rendere sensazionalistico un crimine ritraendolo come isolato e unico. La scelta di una narrativa concentrata sull’attitudine dei media mi ha permesso di mettere in discussione le posizioni di polizia e società sui femicidi.

GV: La storia dell’omicidio di Eloá è stata trasmessa in diretta televisiva e il modo in cui i diversi canali hanno tentato di minimizzare la situazione dell’ostaggio appare quantomeno surreale. Ma c’è una parte di questo che vorresti far emergere dal resto?

LP: E’ mia opinione che siano state commesse molte irregolarità, a cominciare dalla diffusione delle notizie sul rapimento le quali, mano a mano che i giorni passavano, hanno fatto sentire il sequestratore più potente. Fra le assurdità, incluso il giornalista che si fa passare per un “amico di famiglia” e l’avvocato che spera “tutto si risolverà bene e con un matrimonio” fra vittima e perpetratore, penso la cosa più problematica sia stata il fatto che i media erano in grado di parlare al telefono con il rapitore, perché sono finiti a mediare una situazione rischiosa di cui non erano esperti. Almeno tre organi di stampa sono riusciti a intervistare il rapitore mentre la crisi dell’ostaggio era ancora in corso, usando la stessa linea telefonica che la polizia usava per le negoziazioni. E’ stata anche nociva la costruzione di una narrativa romantica per il crimine e l’eccessiva enfasi sulla personalità del criminale, cose che i media fanno per attrarre e mantenere l’attenzione del pubblico.

GV: Un recente sondaggio ha attestato che per il 57% della popolazione brasiliana è d’accordo con l’idea che “un bandito buono è un bandito morto”. Tuttavia, nei casi di femicidio, molte persone simpatizzano con l’assassino anziché con la vittima. Perché secondo te?

LP: Sono completamente contraria al discorso “un bandito buono è un bandito morto” e ripudio il ricorso ai vigilantes o il populismo penale. Quel che accade a questi crimini è che sono riportati in modo sessista: cioè, i perpetratori dei femicidi sono ritratti come persone da compatire e le vere vittime sono accusate, biasimate e ignorate. Ciò crea questa assai pericolosa inversione di valori e quel che è peggio essa viene promossa da compagnie e gruppi che usufruiscono di concessioni pubbliche, come nel caso dei canali televisivi. E’ accaduto per il rapimento e l’omicidio di Eloá, per il rapimento e l’omicidio di Eliza Samudio, durante il reportage sullo stupro di gruppo di un’adolescente in una favela di Rio de Janeiro…

GV: Dal 2015, “femicidio” è un termine legale nel codice penale brasiliano. Perciò, è un crimine definito nella nostra legislazione, ma continuiamo a essere il quinto paese al mondo per omicidi di donne. Cos’è che non funziona?

LP: Penso ci manchi uno sforzo collettivo per contrastare quest’alto tasso di femicidi. Per come la vedo io, l’inizio potrebbe essere una riforma dei massa media o l’effettiva implementazione dell’art. 8, comma III, della legge “Maria da Penha” (1), che indica le responsabilità dei mass media nello sradicare e prevenire la violenza domestica e familiare.

GV: L’America Latina – una delle regioni con le più alte percentuali di femicidio del pianeta – si è sollevata l’anno scorso in proteste contro la violenza di genere, con campagne come #NiUnaMenos. Come vedi tale sviluppo?

LP: Queste sollevazioni sono fondamentali e danno speranza, in un’America Latina che è ancora assai sessista. Ora, io penso che dobbiamo integrare il femminismo nel dibattito politico e che abbiamo ancora una lunga battaglia da fare per conquistare rappresentanza.

(1) https://lunanuvola.wordpress.com/2012/09/10/una-societa-piu-umana/

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Ormai su “Parliamone Sabato” e la sua doverosa chiusura (in un paese civile in cui i protocolli internazionali sull’uso dei media non solo si firmano, ma si implementano, un programma simile non sarebbe neppure mai venuto alla luce) avete letto di tutto e di più.

La misoginia prende molte forme, ma ridotto all’essenziale il messaggio comune a tutte è che le donne sono oggetti, cose, attrezzi, che esistono per soddisfare desideri altrui. E’ il messaggio principale della socializzazione di genere per le femmine ed era in effetti il messaggio principale e palese del programma in questione. Non ci dovrebbe essere, quindi, necessità di spiegare ANCORA le ragioni per cui la storia sulle “fidanzate dell’Est preferite dagli italiani” è stata rivoltante, ma poiché una massa di stralunati vaga sul web chiedendosi “se questi sono i veri problemi”, maledicendo le “femministe faziose” e suggerendo che le donne si sono risentite, ovviamente, perché “non prendono abbastanza c.”, i danni che questa spazzatura fa al genere umano di sesso femminile ve li ripeto io:

1. Incoraggia l’interiorizzazione dell’oggettivazione, la quale si traduce in bassa autostima, disaffezioni e comportamenti compulsivi e persino patologie gravi (che possono spingere all’autolesionismo o al suicidio) legate alla propria immagine corporea, mancanza di fiducia nella propria autonoma capacità di prendere decisioni, mancanza di consapevolezza dei propri diritti e del proprio valore come essere umano;

2. Stabilisce una sessualità normativa – cancellando e stigmatizzando nel processo tutte le altre – il cui fulcro è il maschio eterosessuale che guarda e giudica, mentre il compito delle donne è impegnarsi per ricevere da costui un buon punteggio (puah!);

3. Ripete alle donne che meritano di esistere e che possono essere felici solo se se piacciono agli uomini e che per piacere agli uomini devono rispondere a criteri patriarcali di “scopabilità” e subordinazione e ritenere assolutamente prioritaria la soddisfazione maschile in ogni campo e a qualsiasi costo (è quello che si vede nella pornografia, dopotutto);

4. Ripete inoltre alle donne di sacrificare se stesse sull’altare della “bellezza” ignorando ogni propria preferenza o desiderio o sconforto, ogni propria abilità e ambizione e sogno: una bambola gonfiabile o la statua di Venere (cfr. il “fisico marmoreo”) non hanno bisogno di tutto ciò;

5. Fornisce validazione allo sfruttamento sessuale delle donne – che l’Italia legalmente sanziona – e chiede la loro acquiescenza per esso: riascoltate quel genio di Testi mentre parla dell’amico con la fidanzata russa che, per il suo compleanno, lo ha portato “in un bordello, gli ha fatto scegliere un’altra ragazza e si sono divertiti tutta la notte insieme: come fai a non innamorarti di una donna così, giustamente?”. E che genere di “amore” è in grado di darmi uno che tratta una mia simile, un altro essere umano, come lavandino in cui svuotarsi i testicoli?

6. Alimenta ogni tipo di violenza di genere. Quando il corpo di una donna è trattato come oggetto di pubblica valutazione e commento ciò conferisce legittimazione alle molestie in strada, online, in spazi comunitari e privati; scusa l’assalto sessuale e giustifica lo stupro (un oggetto è fatto per essere usato e non ha voce in capitolo).

Per finire, cari stralunati: quella del “prendere c.” è una VOSTRA ossessione – fatevi qualche domanda al proposito – ed è poiché siete così concentrati sul vostro piacere che di quello femminile non sapete assolutamente nulla, nemmeno che non abbiamo proprio bisogno dei vostri “c.” per avere favolosi orgasmi. Maria G. Di Rienzo

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Little Red di Beatriz M. Vidal

Tanto per ripeterci: c’è una relazione diretta fra l’oggettivazione sessuale delle ragazze / bambine e le aggressioni dirette contro di esse. L’ultima conferma viene da una ricerca dell’Università del Kent pubblicata nel gennaio scorso: Eduardo A. Vasquez, Kolawole Osinnowo, Afroditi Pina, Louisa Ball, Cheyra Bell. “The sexual objectification of girls and aggression towards them in gang and non-gang affiliated youth.” Psychology, Crime & Law, 2017.

Dal sommario: “I risultati sono congruenti con l’affermazione che, fra altri effetti negativi, la percezione delle donne come null’altro che oggetti sessuali evoca aggressioni nei loro confronti. La ricerca ha anche dimostrato che il sessismo nei media è collegato direttamente sia all’oggettivazione sessuale delle ragazze sia agli assalti contro di esse. Il collegamento oggettivazione – aggressione si manifesta nei comportamenti già all’inizio dell’adolescenza e c’è la consistente possibilità, dato il rinforzo che riceve nel corso degli anni, che diventi maggiormente forte e difficile da cambiare”.

Il rinforzo consiste nel trattamento riservato alle donne da una cultura sessista e misogina: immagini sessualmente oggettivate di donne, adolescenti e bambine possono essere regolarmente viste su ogni tipo di media e in ogni tipo di pubblicità. Fanno persino parte dei programmi televisivi, dei film, dei video musicali ecc. diretti specificatamente alle / agli adolescenti; in questo modo le ragazze imparano a pensare ai loro corpi come oggetti del desiderio di altri e a trattarli da tali, i ragazzi imparano a pensare alle ragazze come a “cose” che esistono per il loro utilizzo e la loro gratificazione.

E’ questo lo scenario che sta dietro alla notizia pubblicata da alcuni quotidiani il 4 marzo 2017: “Ricattata a 12 anni con le foto osé: i compagni le pubblicano su Instagram ma non sono imputabili”. Ma è uno scenario che nella narrazione giornalistica svanisce, nonostante l’accenno alle “pose provocanti” mimate dalla ragazzina su quel che “aveva visto fare in televisione”.

Il focus è sul suo comportamento – ingenua, innamorata “come solo a 12 anni si può essere”, si è messa davanti allo specchio con il telefonino perché voleva “accontentare il suo fidanzatino” e “tenerlo legato a lei per sempre”. Poverina, sembra dire tale quadro, non sapeva che i maschi sono inafferrabili come il vento, sono api impollinatrici che vagano da un fiore all’altro e per “natura” hanno assoluto bisogno di schiacciare nel fango le femmine che dicono di amare. Quest’ultima non è una metafora: dopo aver pubblicato le immagini su internet, il “fidanzatino” e i suoi amici ricattano la ragazzina con la minaccia di mandarle ai genitori di lei e perciò la 12enne si sottopone a torture pubbliche nei giardinetti, dove deve leccare i piedi a questo branco di stronzetti/e (ci sono anche due sue coetanee) o mettere il viso nelle pozzanghere.

“Prima era ammirata e invidiata da tutte le sue compagne – assicura uno degli articoli al proposito – e all’improvviso è diventata lo zimbello dell’intero istituto.” Lasciando perdere il “tutte”, una generalizzazione a cui non credo, per cosa l’articolista pensa fosse ammirata e invidiata? Perché aveva l’attenzione del “figo” della scuola e avere l’attenzione di un uomo è il principale e solo traguardo a cui una donna deve tendere, con tutto quel che ha e sa, con ogni mezzo necessario (direbbe Malcom X), a qualsiasi costo. Per questa ragazzina il costo è stato altissimo ed è andato vicino a prendersi la sua stessa vita: faccio schifo, non valgo nulla, mi sento brutta, voglio ammazzarmi scriveva sui bigliettini che poi nascondeva nel cuscino. Per fortuna si è confidata con un’amica più grande che l’ha convinta a raccontare la vicenda alla madre e poi alla polizia e così si conclude l’articolo succitato: “Partono le indagini, i tre bulli vengono facilmente identificati e ascoltati. Al comando arrivano anche le loro famiglie, disperate, ma i ragazzi hanno meno di 14 anni e per la legge non sono imputabili. I loro nominativi sono stati segnalati ai servizi sociali e adesso dovranno cominciare un percorso di recupero, ma la cosa più importante è che L., che nel frattempo ha cambiato scuola, ha ricominciato a vivere la sua vita. Il profilo di Instagram è stato oscurato, i suoi voti sono tornati a salire e quelle foto sono solo un brutto ricordo che, prima o poi, sparirà per sempre. Ma ci vorrà ancora del tempo.”

Come no. Tradita, umiliata, tormentata, costretta poiché vittima di violenza a cambiare lei scuola – mentre sono certa che i bulli maschi e le bulle-serve femmine sono ancora tutti/e là… ogni ferita diventerà una sbiadita cicatrice, basta lasciar passare il tempo. Ma le cicatrici di ingiurie così profonde non scompaiono. Infatti, la società che sta attorno alla ragazzina continuerà a insegnarle che essere sexy per lo sguardo maschile è molto più importante dei suoi desideri, della sua salute, della sua soddisfazione, del suo benessere, dei suoi risultati scolastici, delle sue passioni e delle sue competenze. Quel che è peggio, continuerà a insegnarlo al suo “fidanzatino” e a centinaia di migliaia di altri “fidanzatini” e altre ragazze. E’ troppo presto, signor giornalista, per finire una brutta fiaba con “e tutti vissero felici e contenti.” Maria G. Di Rienzo

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