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Posts Tagged ‘televisione’

Fintanto che era possibile contenere il tutto accusando la bambina di cui abusava di “farneticare”, don Michele Mottola negava appassionatamente. Fosse anche la vicenda diventata in qualche modo pubblica, era pur sempre la parola dello stimato sacerdote contro quella di una undicenne e in più l’aggressore poteva contare, com’è consueto, sulla vasta acquiescenza sociale per la violenza di genere che produce discredito e sospetto verso qualsiasi testimonianza femminile: psicologi che cianciano della fantasia delle adolescenti e dell’inconscio desiderio di essere stuprate ecc., opinionisti che lamentano il chiasso delle denunce e la scomparsa del “romanticismo”, odiatori squinternati che sbandierano dati inventati di sana pianta su padri / mariti / compagni accusati falsamente e così via.

Però sono successe due cose: la bambina ha registrato gli incontri con il prete sul cellulare e la famiglia, oltre ad informarne la diocesi, ha contattato la tv (Le Iene). “Lasciami stare, non mi devi più toccare.”, ripete l’undicenne nelle registrazioni. “E’ solo un gioco, non facciamo niente di male.”, risponde don Mottola. E dite di no, diamine, non siete capaci di dire di no? Certo che siamo capaci, ma il NO cade sempre in orecchie sorde: se hai undici anni è “solo un gioco” e se nei hai quindici ti eri vestita da puttana e andavi in cerca e se ne hai venti con lui c’eri già stata quindi non hai il diritto di rifiutare e se ne hai trenta mica sei una verginella lo stai solo provocando e se ne hai quaranta ad assalirti ti si fa un favore… lo sanno tutti che le donne lo vogliono, che le donne amano soffrire, che le donne mentono come respirano e che sono loro le vere violente – così hanno istruito “i tutti” gli psicologi, gli opinionisti e gli sbalestrati di cui sopra.

Adesso il sacerdote non può più negare e può solo puntare a minimizzare la condanna, per cui la sua strategia è cambiata: “Mi assumo tutte le responsabilità. Sono colpevole di tutte le accuse che mi vengono contestate. E’ tutto vero. – ha dichiarato al giudice per le indagini preliminari, aggiungendo – Chiedo scusa alla famiglia della bambina. Spero riescano a perdonarmi. Ho intrapreso un percorso spirituale. Mi affido alla giustizia divina e terrena.” Il suo legale ha subito chiesto che fosse premiato con i domiciliari per la bella confessione.

Tuttavia, persino quando si pente, questo figuro conferma le convinzioni che lo hanno portato ad abusare di una undicenne:

1) quest’ultima non vale niente, è una cosa, non ha dignità ne’ diritto al rispetto, al massimo si può chiedere scusa alla famiglia di cui è proprietà, ma a lei – a lei di cui ha ripetutamente abusato, a lei che ha accusato di essere una bugiarda, a lei a cui ha infranto brutalmente la fiducia negli adulti e nel mondo, a lei a cui ha lasciato addosso una cicatrice di dolorosa memoria indelebile… a lei no – ci mancherebbe, la furba troietta lo ha fatto allontanare dalla parrocchia e cerca di spedirlo in galera (e detto fra noi veri uomini non era neanche un granché);

2) l’unico benessere che conta – fisico o emotivo – è il suo. Il don, maschio e consacrato, sta al centro dell’universo. Perciò ci informa di aver “intrapreso un percorso spirituale” che verosimilmente lo monderà, lo redimerà, lo rinnoverà e da cui emergerà splendente e puro come un diamante. Tutto sarà dimenticato e apparterrà a un passato nebuloso da non nominare mai più. Che dire, ne siamo davvero lieti e sollevati. Per la sua vittima le cose andranno in modo un po’ diverso, ma chi se ne frega, è solo una femmina, essere inferiore emerso da una costola maschile, responsabile della cacciata dall’Eden, peccatrice per antonomasia, utile solo per i servizi (sessuali e non) resi agli uomini. E questa si è pure ribellata! Che tempi!

Maria G. Di Rienzo

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Più il tempo passa, più mi convinco che non avere (da oltre trent’anni) la televisione sia un’ottima idea. Non fa informazione, la manipola. Non fa intrattenimento, spara stereotipi e insulti. Non ha linee guida etiche e professionali a cui attenersi. E’ un minestrone al meglio insipido e al peggio velenoso. Conduttori e conduttrici dei programmi sono così superficiali, incapaci e sprovveduti da sembrare pescati a caso in una lotteria fra “gli amici di”, “i parenti di”, “gli/le amanti di” e “i raccomandati da” (e forse lo sono).

Cominciamo da qui:

ordine e disciplina

Lo scontro fra Massimiliano Minnocci (“Er Brasile”), la giornalista Francesca Fagnani e il vignettista Vauro Senesi, di cui molto probabilmente siete a conoscenza, è descritto dal conduttore Paolo Del Debbio (Rete 4) così:

“Tensione alle stelle in studio tra @VauroSenesi e un fascista presente in studio. Vauro a muso duro gli si pianta davanti e lo apostrofa malamente.

Che ne pensate? Ora a #DrittoeRovescio”

Messa così, con l’omissione della minaccia di Minnocci alla giornalista (“Te li faccio vedere io i film, se vieni nella mia borgata…”) che a sua volta suscita la reazione di Vauro, sembra che quest’ultimo sia un incontenibile bullo cafone. Cos’altro ne può pensare chi ha letto il tweet ma non ha visto la trasmissione?

Presentare la situazione in questo modo è “professionale” quanto “i cori fascisti negli stadi e i casi di violenza e intolleranza” che il programma dichiarava di voler esaminare… e infatti si trattava, come per moltissimi altri prodotti simili, di una dichiarazione vuota: lo scopo reale sta in quel gongolante “tensione alle stelle” che fa audience e share. Se fossero volati un paio di cazzotti sarebbe andata ancora meglio, no? Rimbalzi su prime pagine e social media, tanti likes, tante condivisioni, tanti followers ecc. ecc. – perché, non esclusivamente in televisione, le parole hanno perso senso e significato, si può dichiarare tutto e il contrario di tutto (in special modo quando degli argomenti in questione non si conosce nulla oltre i propri pregiudizi), come se quel che si dice non avesse alcuna sostanza e nessun impatto su chi ascolta. Petardi. Scintille. Fumo.

Nelle tue interazioni verbali sii pure minaccioso, insultante, sessista, misogino, razzista, omofobo, fascista, nazista. Sono solo parole, no? Anzi, meglio: sono “opinioni” e “provocazioni” o “ironia” e “goliardia”. Tutto a posto, le solo parole possono continuare ad alimentare ogni tipo di violenza con il beneplacito di chi così argomenta.

Caso n. 2:

“Vittorio Sgarbi continua a provocare (sic) in tv. Ospite di Caterina Balivo a “Vieni da Me” (…) ha risposto a una domanda della conduttrice – che gli chiedeva se sapesse «fare la lavatrice» – esclamando: «No, io non faccio nulla. Io ho una visione e ti devo dire una cosa: le donne devono stare in casa e gli uomini devono andare fuori.» Caterina Balivo, con tono ironico, ha risposto alla provocazione (sicet simpliciter): «Posso dire che hai quasi ragione? La penso come te! Noi donne a casa!». La reazione a sorpresa della conduttrice napoletana, con ogni probabilità, aveva lo scopo di distogliere l’attenzione dall’affermazione di Sgarbi, facendola passare per uno scherzo.”

Purtroppo a molte/i la provocazione e lo scherzo non sono piaciuti, così la conduttrice ha iniziato ad arrampicarsi sugli specchi:

“Quando inviti Sgarbi tutto può succedere… Come anche non essere d’accordo su alcune sue affermazioni. (…) Nelle mie parole c’era del sarcasmo che non tutti hanno colto, dovreste conoscermi ormai. Ma come si fa a pensare che parlassi seriamente? Sono una conduttrice donna che lavora da 20 anni in televisione, (…) sono sposata e ho tre figli in casa, come si fa ad immaginare che io sia contro l’autonomia delle donne?”

Sig.a Balivo, il suo pubblico non è tenuto ad immaginare niente ne’ a fare ricerche sulla sua biografia. Quel che lei dice è quel che la gente davanti alla tv sente: chi l’ha presa alla lettera non può essere accusato di “non aver colto” il suo sarcasmo. Evidentemente lei non l’ha espresso in modo inequivocabile. Quando si invita Sgarbi tutto può succedere? Faccia a meno di invitarlo. Non si tratta di “non essere d’accordo su alcune sue affermazioni”, si tratta di lasciar passare tramite media affermazioni discriminatorie. Continuare a trattarle da provocazioni e opinioni e scherzi le legittima. E lei lo sa.

Tuttavia, se voleva essere gioviale e sarcastica e immediatamente compresa come tale poteva per esempio rispondere: “E’ proprio una visione! E per di più medievale! Ma d’altronde tu sei uno storico dell’arte…”

Alla reazione negativa all’episodio, ribadisco, chi conduce il programma televisivo in cui si è dato non può chiamarsi fuori accusando il pubblico di essere idiota (non avete capito) o in mala fede: “(…) mi sembra che più di un utente abbia usato la mia frase sarcastica per avere qualche condivisione e qualche retweet in più!”

Gli utenti di cui parla avrebbero probabilmente apprezzato una sua riflessione sull’accaduto, un minimo di assunzione di responsabilità, un dubbio – persino se piccolissimo: “Forse la mia reazione doveva/poteva essere diversa”. Adesso sanno solo che lei li considera stupidi o avvoltoi: non penso ne avrà un grande ritorno, in termini di popolarità.

In merito al caso precedente, cioè “Dritto e Rovescio”, Debora Serracchiani del PD ha esortato il suo partito a non partecipare più a “trasmissioni televisive che incitano all’odio e alla violenza”. Sottrarsi è una tecnica nonviolenta rispettabilissima e spesso efficace. In termini di offerte televisive, però, gli spazi che possono essere descritti in modo diverso da “trasmissioni che incitano all’odio e alla violenza” sono davvero pochi: sia perché conduttori e conduttrici non hanno alcun interesse a renderli tali (audience, share, titoli in prima pagina), sia perché a trasformarli in luoghi tossici basta invitare Sgarbi o un neofascista dichiarato e aspirante dittatore/duce: “Nella mia borgata vige ordine e disciplina. Devi fare quello che dico io”.

Maria G. Di Rienzo

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Fratello Crozza, dubito che leggerai mai questo mio testo ma chissà, potrebbe accadere. Pensa che anni fa Luciana Littizzetto ha usato un mio articolo sia per lo show televisivo sia per un corsivo su un quotidiano: una sua amica mi scrisse al proposito e io naturalmente dissi che per me era ok. Un po’ meno ok è stato poi leggere i commenti sotto i due prodotti che ululavano “Grande Luciana, ha scovato anche questa storia, è bravissima, attentissima, divertentissima ecc.”, ma avendo scritto tesi di laurea con cui poi altri hanno ottenuto il relativo diploma ci sono abituata.

Lasciami dire che trovo impagabile il tuo lavoro (e quello dei tuoi colleghi, autori e attori). E’ intelligente in un’epoca, la nostra, in cui l’intelligenza sembra essere divenuta un peccato capitale. E’ coraggioso, diretto ed efficace. E’ pensare ridendo e ridere pensando: per quel che riguarda la mia visione del comico è il massimo e il miglior risultato.

Quel che non posso accettare, invece, e che sembra farsi largo sempre di più nei tuoi testi, è lo svergognamento corporeo – soprattutto delle donne, che ne fanno esperienza concreta da quando vanno all’asilo a quando all’asilo (per anziani) ci tornano. Nel mezzo ci sono vite composte da un susseguirsi di aggressioni verbali e fisiche, persino autoinflitte quando lo svergognamento è interiorizzato, e definirle vite infami non è un’esagerazione. Alcune di noi, infatti, soprattutto quando siamo molto giovani e vulnerabili, decidono di concluderle prematuramente (ricordi Beatrice Inguì?).

https://lunanuvola.wordpress.com/2018/04/06/senza-tregua/

E’ chiaro che la satira enfatizza posture, gesti, tic, toni di voce, espressioni ecc. sino a renderle grottesche. E’ ovvio che dalla bocca dei tuoi personaggi escano frasi denigratorie, misogine, squallide sulle donne, rispondano o no queste ultime ai modelli in voga: dopotutto, è quel che fanno le persone da te interpretate nella realtà, punendo simbolicamente le donne con l’oggettivazione che siano “belle” o “brutte”, giovani o vecchie, magre (Lilli Gruber da scortecciare) o grasse (gli 800.000 euro da dare alla ministra Bellanova per un giorno di spesa alimentare…).

E qui arrivo al punto. Quel che hai fatto con l’immagine di Teresa Bellanova – è qui sotto – non è satira.

bellanova

Ho, come te, un profondo rispetto per la storia personale e politica di questa donna. Sempre come te, tale rispetto non mi impedisce di dire che giudico sbagliate alcune sue scelte, tanto più che esse mi riguardano come cittadina italiana. La differenza è che tu userai un registro comico per esprimere ciò. Ma sbattere la sua foto di fronte al pubblico e poi stare in silenzio con un broncetto molto eloquente e invitare (falsamente) i presenti a “non ridere” – anzi, “possono ridere solo le donne”, gli uomini devono imitare la tua faccia allibita – non è satira, è disprezzo insultante per il corpo di una donna di 61 anni (uno in più di te e me, che siamo coetanei, mentre la ministra è coetanea di tua moglie) che ha condotto un’esistenza un po’ diversa da quella di Sharon Stone (sempre 1958).

Teresa Bellanova in piedi nel suo vestito blu a me non fa ridere. Personalmente morirò in bragazze e maglione e non riuscirei ad indossare un abito del genere, ma lei sembra raggiante e a suo agio e assolutamente non buffa. E’ grossa? Ha tutto il diritto di esserlo. Non ha l’obbligo di piacere ne’ a te ne’ a me. Non ha l’obbligo di essere sessualmente appetibile per il primo str… che passa e guarda.

Inoltre, Fratello Crozza, cosa sapete tu e gli autori che con te lavorano delle persone grasse? Prendere per buono quel che dice Panzironi non è un’opzione seria, come sai. E allora, per favore, smettete di suggerire che si ingozzino dalla mattina alla sera, che siano pigre e imbecilli, che se volessero potrebbero essere appunto Panzironi o Sharon Stone. Informatevi. Scientificamente è impossibile stabilire cosa sia un corpo “normale” (troppi fattori in gioco, dall’eredità genetica all’ambiente di riferimento) e quel che socialmente si giudica “bello” è – specificatamente per le donne – un mero costrutto culturale.

Moltissime persone larghe sono in salute, attive e sportive, tutte hanno sogni e talenti, e potrebbero persino essere felici se non venisse sbattuto loro in faccia 24 ore su 24 che vi fanno schifo. Di nuovo per favore, prima di andare in scena con gag del genere pensaci su. Pensa che la prossima Beatrice potrebbe essere davanti allo schermo in quel momento e che quel momento potrebbe per lei essere l’ultimo.

Maria G. Di Rienzo

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I casi della vita. Ho appena finito di vedere la serie tv “Unbelievable” – 8 puntate basate su una storia vera, che si dipanano su due filoni narrativi: il trattamento che una vittima di violenza sessuale riceve dal sistema giudiziario statunitense (la sua testimonianza non è considerata credibile dalla polizia ed è persino costretta a pagare una multa per aver “mentito”) e la caccia allo stupratore seriale intrapresa da due investigatrici molto diverse l’una dall’altra ma entrambe profondamente umane, fallibili e irriducibili al tempo stesso, animate dalla passione etica che ispira il loro lavoro.

unbelievable

Poi leggo questo: “9 ottobre – Dottoressa denuncia stupro in guardia medica, imputato prosciolto: «Querela presentata in ritardo». Il gup del Tribunale di Bari Antonella Cafagna ha prosciolto il 52enne di Acquaviva delle Fonti Maurizio Zecca dal reato di violenza sessuale nei confronti di una dottoressa in servizio presso un ambulatorio di guardia medica della provincia di Bari «per difetto di tempestiva querela».”

La dottoressa ha subito più di un anno di stalking da parte dell’uomo, minacce di morte comprese, e a causa di ciò ha cambiato in breve tempo tre sedi lavorative: per questo il suo persecutore ha ricevuto una condanna a sei mesi, ma attualmente è ai domiciliari e il processo è in appello. Per lo stupro, è stato dichiarato il “non doversi procedere”.

Forse fra qualche anno qualcuno userà la storia per realizzare un bellissimo sceneggiato come “Unbelievable”, dove lo stupro non sarà edulcorato ne’ reso appetibile, dove risulterà evidente che donne di qualsiasi età e tipologia corporea ne sono vittime e dove il danno che la violenza sessuale infligge alle loro vite sarà mostrato in tutta la sua ampiezza. Qualcuno, come per la serie americana, lamenterà il fatto che la prospettiva usata per la narrazione sarà “troppo femminile”. Ma non c’è da preoccuparsi, la prospettiva maschile che giudica le donne prede e oggetti e proprietà e materiale ambulante da stupro sarà ancora quella principale, quella giustificata e giudicata non meritevole di condanna.

Maria G. Di Rienzo

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Ci sono individui convinti che l’esistenza della cantante Adele (prima del dimagrimento, beninteso, da ora indicato come pdm) sconfesserebbe tutto ciò che io dico e documento sulla pervasività mediatica del modello “scheletrica – seminuda con seni al silicone e altri effetti da chirurgia plastica (e photoshop)”.

Non mi metterò a citare studi / ricerche / statistiche che comunque gli individui suddetti possono trovare frugando questo sito o il web in generale, mi limito a suggerire che verifichino da soli quanto la loro idea manchi di sostanza per:

1. Numeri e posizionamento

– quante donne con corpi larghi o comunque non conformi vedono nei programmi televisivi?

– che ruoli rivestono tali donne?

2. Focus

– quando una donna larga è presente a qualsiasi titolo in un varietà o in uno sceneggiato o quant’altro, quanti minuti passano prima che qualcuno dei presenti commenti il suo peso?

– di che tipo sono questi commenti?

3. Propaganda in generale

– quante immagini, articoli di intrattenimento o (pseudo) scientifici / medici, annunci pubblicitari hanno visto con didascalie del tipo: “Cosa fare per somigliare a Adele (pdm)”, “La dieta di Adele (pdm) per rinforzare le tue curve”, “Adele (pdm) hot in topless”, “Rotondo è sano: il corpo perfetto di Adele (pdm)”, “Adele (pdm) apre la settimana della moda sexy sfilando in bikini”, “Perché agli uomini piacciono le donne come Adele (pdm)”, ecc.?

4. Attitudine sociale

– quante di queste cose potete sentire / leggere in una singola giornata: cessa cicciona, lardosa, grassona se ti stuprano dovresti ringraziare, è brutta e sovrappeso, ammasso di ciccia chi vuoi che ti scopi ecc.?

lightbulb

Si è acceso qualcosa? Ok, statemi bene – e se non si è acceso niente fate una cortesia, statemi distanti.

Maria G. Di Rienzo

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italia donne.jpg

Giovanotte, grazie. Siete già andate oltre gli obiettivi prefissati (qualificazione agli ottavi) e oltre ogni aspettativa di riconoscimento da parte del pubblico – quale che sia il risultato finale della vostra impresa ai mondiali, il passo successivo dev’essere ottenere lo status da professioniste e le tutele relative.

Ma il motivo principale per cui vi ringrazio è che mi avete restituito le ragioni di una passione.

Da bambina giocavo, come voi avete giocato da bambine, per quanto dovessi spesso farlo da sola – era difficile essere accettate nei gruppi di maschi. Avevo il mio quadernino autoprodotto con foto di squadre e calendari e coppe e arbitri – questi ultimi nella sezione “dannati”. Memorizzavo le formazioni e gli schemi di gioco. Ovviamente guardavo i campionati europei e mondiali.

Poi, pian piano, il piacere e l’interesse si sono sbriciolati.

Cos’avevo a che fare, io, con giovani miliardari e modelle sugli spalti e scommesse e società quotate in borsa e giri astronomici di soldi? La parte “epica” della faccenda – la sfida, il legame di un gruppo teso a uno scopo comune – non esisteva già più.

Prima di questo mondiale femminile, prima di Giuliani e Bonansea e Gama ecc. e una commissaria tecnica e due donne che in Rai fanno la radiocronaca… erano trent’anni che non guardavo una partita.

Il calcio ha comunque definitivamente perso molto per me e non credo proprio che in futuro darò la minima occhiata al campionato maschile o quant’altro. Ma voi giovani donne meritavate attenzione, sostegno e gratitudine e tifo scatenato per la partita di stasera (mannaggia, non so niente delle calciatrici cinesi… vado a informarmi). Auguri, Italia!

Maria G. Di Rienzo

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arthdal poster

Ecco qua (per la serie: oggi parliamo di “fuffa”, my friends). Questo è il manifesto di “Arthdal Chronicles” – “Le Cronache di Arthdal”, attesissimo sceneggiato fantasy sudcoreano che ha persino vinto un premio (per il drama più atteso…) ancor prima di andare in onda su TvN e Netflix, cosa che è finalmente accaduta il 1° e il 2 giugno.

Definito nelle conferenze stampa, non dai suoi autori, “la risposta orientale a Il Trono di Spade”, criticato in modo drastico in questi giorni sul web proprio per le supposte somiglianze alla serie tv sunnominata, “Le Cronache di Arthdal” è in effetti deludente – ma non per questi motivi, e inoltre è partito con percentuali d’ascolto molto buone che sono persino cresciute per il secondo episodio.

“Non ho neppure mai pensato di paragonare la nostra serie a “Il Trono di Spade” e non penso che il nostro scopo sia creare qualcosa di simile. Penso che il paragone non sia appropriato. Abbiamo tentato di creare una serie televisiva costruendo un mondo fantastico a partire dalla nostra immaginazione e spero che vedrete la nostra serie per quello che essa è.”, ha detto lo scrittore e sceneggiatore Park Sang-yeon ai giornalisti, ma sembra che non lo abbiano ascoltato.

Partiamo dalla “risposta orientale”. La prima stagione de “Il Trono di Spade” ha cominciato ad andare in onda il 17 aprile 2011 e non è un mistero che la sottoscritta ne ha preso visione, ha registrato i motivi del suo successo – sangue, brutalità, torture, efferatezza, oggettivazione sessuale delle donne, stupri, stupri e ancora stupri – e ha bellamente ignorato lo show sino alla sua fine. Tuttavia, se vogliamo mentire e dire che il fascino dello sceneggiato era in realtà la lotta per il potere con i suoi tradimenti e intrighi, le sue guerre e colpi di stato e omicidi politici, be’, potremmo definirlo “la risposta occidentale” a “The Legend” (11 settembre – 15 dicembre 2007) o meglio ancora a “La Regina Seon Deok” (25 maggio – 28 dicembre 2009): quest’ultimo avrebbe dovuto contare 50 episodi, ma il suo successo fu talmente clamoroso che i produttori ne aggiunsero altri 12.

The Legend poster

Nel primo caso abbiamo: due giovani principi apparentemente designati entrambi come l’atteso sovrano delle leggende e delle profezie, l’uno quasi privo di appoggi a corte e l’altro membro di una potente e spietata coalizione interna; quattro semi-dei, custodi mistici del regno, e le loro interazioni con i due rivali; un clan di assassini adoratori del fuoco che giustificano la loro brama di potere assoluto con un’antica sete di vendetta… magia, spade, veleno, eserciti, ambizioni personali, creature fantastiche (il Serpente-Tartaruga, la Fenice, la Tigre Bianca, il Drago Blu) ecc. C’è tutto: “Il Trono di Spade” ha copiato?

queen seondeok poster

Nel secondo caso abbiamo: una principessa – e poi unica legittima erede al trono – allontanata alla nascita per evitarne l’omicidio, che cresce ignorando il proprio status; sicari e profezie; religione asservita al potere temporale; frenetiche e crudeli lotte fra i cortigiani; sfrenata ambizione personale soprattutto nell’antagonista principale della principessa, una cortigiana che sale di forza a vette sempre maggiori di potere usando letteralmente e implacabilmente se stessa e gli altri: un personaggio “cattivo” così affascinante, intelligente, profondo, complesso – e magistralmente reso dall’attrice che lo interpretava – da rendere impossibile odiarlo del tutto. Anche qui magia e spade e veleno e eserciti, ecc.: il “Trono di Spade” ha copiato?

Gli elementi tipici, universali, di queste storie semplicemente si ripetono. Qualunque cosa tu crei avendo come sfondo un trono conteso – ed è questo il caso per tutti e tre gli sceneggiati citati – li rende inevitabili. C’è da dire che “The Legend” e “La Regina Seon Deok” li hanno semmai espressi in modo assai più coinvolgente e raffinato di quanto abbia fatto quel carnaio – bordello noto come “Il Trono di Spade”.

Se “Le Cronache di Arthdal” è deludente, come ho detto all’inizio, non è perché abbiamo i “figli della profezia”, i politici avidi e sfrenati, i guerrieri macellai – e nemmeno i (francamente per me ridicoli) “neandertaliani” con il sangue blu e la magia dei sogni: è perché, almeno per il momento, non è riuscito a suscitare la nostra simpatia, identificazione, passione per nessuno dei personaggi che in esso si muovono.

cast

(i quattro principali sono qui sopra)

Gli scenari sono di sicuro bellissimi, i dettagli che differenziano le varie aggregazioni molto curati, la recitazione non merita meno di impeccabile… è il copione che fa acqua, assieme al ritmo assai confuso delle riprese. Ma una somiglianza con “Il Trono di Spade” c’è, sebbene di segno opposto: invece di spogliare ossessivamente le attrici, “Le Cronache di Arthdal” denuda di continuo i torsi degli attori. Ambo i trucchetti rivelano che tipo di pubblico si sta cercando di agganciare – guardoni maschi occidentali o idol-fan femmine orientali… l’importante, sapete, è soddisfare gli sponsor pubblicitari con ogni mezzo necessario.

Maria G. Di Rienzo

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