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Posts Tagged ‘legge’

Nel luglio scorso, il video di un uomo che prendeva a calci e pugni la sua ex fidanzata e poi la inseguiva con un camioncino in una strada centrale di Seul (Corea del Sud) sollevò grande indignazione e funse da innesco per varie iniziative contro la violenza di genere. Successivamente, in agosto, uno studio dell’Istituto Coreano di Criminologia ha confermato – come le attiviste locali e internazionali avevano subito sottolineato – che non si è trattato di un estremo, isolato incidente: il 79,7% dei 2.000 uomini coreani intervistati ha ammesso di aver abusato psicologicamente o fisicamente della donna con cui aveva una relazione. Il 71% ha specificato che nel mentre insultava e/o pestava la persona “amata” ne controllava anche le attività, restringendo i suoi contatti con familiari e amici, decidendone l’abbigliamento, ecc.

In occasione del clamore mediatico, la polizia ha assicurato che lavorerà in più stretto contatto con le organizzazioni delle donne ma le leggi non prendono ancora l’abuso abbastanza sul serio per consentire un contrasto efficace alla violenza: uno stalker in Corea se la cava con una multa equivalente a 74 euro e spiccioli.

Perciò, in tale contesto, il premio come miglior attrice dell’anno conferito dalla rete KBS a Jung Ryeo Won (coreana-australiana, nata nel 1981, in immagine qui sotto) il 31 dicembre scorso assume un significato particolare.

Jung Ryeo-Won

L’attrice lo ha guadagnato per la sua interpretazione della pm Ma Yi Deum nello sceneggiato “Il tribunale della strega”. Si tratta di un personaggio relativamente inusuale per la tv coreana, una giovane donna ambiziosa, materialista, incline a lavorare fuori dalle regole se ciò le garantisce il successo – l’avevamo già vista qualche volta, ma di solito gli scrittori la puniscono con ogni sorta di umiliazione e sconfitta per aver agito “come un uomo”, il quale per contro assurge nei medesimi scenari a svariate vette di potere, nel mentre lei capisce di doversi arrendere alla “femminilità” e via delirando. Le cose davvero nuove del drama sono due: 1) la pm Ma Yi Deum non recede, non si sottomette, se il superiore tenta di darle uno schiaffo lo prende a calci negli stinchi; 2) assegnata al nuovo ufficio, una speciale divisione che tratta solo di crimini sessuali e violenza di genere, e che non gode di particolare prestigio, continuerà a essere se stessa e formidabile.

Il 31 dicembre, quindi, Jung Ryeo Won si è diretta al microfono con fiori e trofeo fra le braccia e ha cominciato il suo discorso di accettazione del premio presentandosi nello stesso tono del personaggio che gliel’ha fatto vincere: “Salve, qui è Jung Ryeo Won che è stata molto felice nel 2017 mentre recitava il ruolo della pm Ma Yi Deum.”, ma durante il discorso ha dovuto far pausa un paio di volte per trattenere le lacrime.

“Il nostro sceneggiato – ha detto fra l’altro – aveva a che fare con quella seria questione che è l’assalto sessuale. Nella nostra società esso dilaga sfrenato, come una gelata, ma i perpetratori non sono esposti. Tramite lo sceneggiato, volevamo dire che le leggi sull’aggressione e sulla violenza sessuale devono diventare più severe, di modo che i perpetratori siano puniti, e abbiamo pensato che poteva essere anche una buona opportunità per le vittime di far sentire le loro voci. So che le vittime di violenza sessuale esitano a parlare perché si sentono umiliate quando lo fanno e spero che noi si sia stati in grado di essere una fonte di conforto per loro. Tutta la famiglia de “Il tribunale della strega”, lavoranti e attori, si è impegnata duramente tenendo questo sempre in mente durante le riprese.”

Jung Ryeo Won non è stata la sola a dover maneggiare la commozione suscitata dal suo stesso discorso: all’attrice che nello sceneggiato ha la parte della madre della pm, Lee Il Hwa, e al co-protagonista Yoon Hyun Min (in immagine qui sotto) è pure sfuggita qualche lacrima.

Lee Il-Hwa e Yoon Hyun-Min

La rete televisiva KBS è ritenuta, in genere, la più “conservatrice” fra quelle del mainstream coreano e immagino che non sia stato semplice ottenere l’accettazione del progetto (forse “oliata” tramite alcune concessioni al melodramma nella sceneggiatura), tanto più che nel cast è stata scritturata quella Kim Yeo Jin – attrice nata nel 1972, recitava nel ruolo di direttrice della divisione – notoria attivista per i diritti dei lavoratori e per la giustizia sociale già bandita dalla, in apparenza, più “progressista” rete MBC. Mai dire mai, insomma.

Maria G. Di Rienzo

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(tratto da: “Opinion: Criminal justice system is failing women”, di Hilla Kerner – in immagine – per The Vancouver Sun, 6 novembre 2017. Hilla lavora per il Vancouver Rape Relief and Women’s Shelter. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

hilla

Noi, le donne che lavorano nei centri antistupro, non avevamo bisogno della campagna #MeToo (“Anch’io”) per sapere quanto comune è per le donne far esperienza di aggressione sessuale e stupro. Essere una bambina e una donna in questo mondo significa essere probabilmente assalite. Se siamo povere, indigene, donne di colore, o donne con disabilità cognitive o fisiche, è ancora più probabile che noi si sia aggredite sessualmente – è quasi garantito.

Il comune sessismo e il disprezzo delle donne in tutti gli aspetti delle nostre vite private e pubbliche insegnano agli uomini a vederci e trattarci come “cose” e non come completi esseri umani. La pornografia è devastante ed efficace come promozione e rinforzo della violenza sessualizzata degli uomini contro le donne. La prostituzione è una devastante ed efficace promozione della mercificazione della donne – l’uso delle donne come merci che possono essere comprate e vendute da uomini.

Noi usiamo spesso il termine “cultura dello stupro” per descrivere l’accettazione, la collusione, la promozione della violenza maschile contro le donne. E gli uomini usano la cultura dello stupro per sostenere la struttura dello stupro; una struttura che mantiene gli uomini in posizione di dominio e noi donne in posizione di sottomissione.

L’accumulazione e l’impatto di tutti gli stupri individuali che gli uomini commettono contro singole donne sostengono il potere di tutti gli uomini su tutte le donne. Naturalmente, sappiamo che non si tratta di ogni uomo. Sappiamo che non tutti gli uomini picchiano le loro mogli o comprano sesso o sono stupratori o pornografi. Ma è certo che molti uomini sono così.

Sappiamo questo grazie a tutte le donne che chiamano il nostro centro antistupro e altri centri, e grazie a tutte le donne che stanno vivendo nei nostri, e altri, rifugi. E ora, chiunque presti attenzione pure lo sa, grazie a tutte le donne che stanno dicendo #MeToo.

Noi crediamo che gli uomini possano cambiare. Noi crediamo che gli uomini possano fare meglio. Noi crediamo che gli uomini possano trattarci meglio. Ma non è probabile che cambino sino a che hanno il permesso e l’incoraggiamento a violare la nostra autonomia e integrità corporea.

Il modo per scuotere i pilastri della struttura dello stupro consiste nel far rispondere in termini di responsabilità gli uomini che commettono violenza contro le donne. Fino a questo momento, il sistema giudiziario ha mancato in tal senso. (…)

Rendere accessibili i dati del sistema giudiziario-penale rivelerà tutti i punti in cui fallisce quando tratta la violenza maschile contro le donne. E’ un primo cruciale passo che deve essere fatto se vogliamo vedere un qualsiasi cambiamento. E noi dobbiamo vedere del cambiamento, e dobbiamo vederlo presto. Abbiamo aspettato troppo a lungo.

Vogliamo la nostra sicurezza, la nostra eguaglianza e libertà, e le vogliamo ora.

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Nel 2015, in Portogallo, due uomini aggredirono una donna che era stata l’ex moglie del primo e aveva in passato avuto una relazione con il secondo. Mentre uno la teneva ferma, l’altro la picchiava con una mazza chiodata. La donna finì in ospedale, per fortuna non in pericolo di vita.

In questi giorni i compari hanno ricevuto la sentenza finale per il loro reato: un anno sospeso di galera – ciò significa che sono a piede libero – e una multa. I giudici del tribunale di Porto hanno rigettato le richieste del pubblico ministero di una pena più severa perché i due uomini “sono depressi” (quanto depressa sia una presa a botte con una mazza chiodata non è rilevante) e inoltre: “Si legge nella Bibbia che l’adultera dovrebbe essere punita con la morte.” Ricordando le “sentenze simboliche” per gli uomini che assassinavano le loro mogli nel 19° secolo, hanno aggiunto: “Questi riferimenti sono meramente intesi a sottolineare che la società ha sempre condannato con forza l’adulterio da parte di una donna e perciò vede la violenza di un uomo tradito e umiliato come qualcosa di comprensibile.”

Le organizzazioni femministe portoghesi, in particolare “União de Mulheres Alternativa e Resposta” (Umar – Unione delle donne per l’Alternativa e la Reazione) e “Por Todas Nos” (Per Tutte Noi) stanno preparando manifestazioni di protesta in tutta la nazione. A Lisbona la dimostrazione avrà luogo venerdì prossimo, a Porto avverrà sotto lo slogan “Lo sciovinismo maschile non è giustizia, ma crimine”. Nella propria dichiarazione pubblica Umar definisce la sentenza “rivoltante” e atta a perpetuare “l’ideologia che biasima la vittima”, inoltre attesta: “Citare la Bibbia non si accorda allo stato di diritto nel nostro paese”.

umar

Io credo che i due giudici (un uomo e una donna), pulendosi il didietro con le leggi nazionali e con tutte le convenzioni internazionali contro la violenza di genere che il Portogallo ha firmato – Istanbul per dirne una – e vittimizzando ulteriormente la donna assalita abbiano fatto delle cose importanti:

1) hanno dimostrato senz’ombra di dubbio che a regolare la bilancia delle relazioni fra i sessi sono “due pesi e due misure”;

2) hanno riconosciuto che la violenza contro le donne ha le sue radici in una dimensione sociale e hanno spensieratamente avallato entrambe;

3) hanno mostrato al mondo che si può essere “talebani” usando qualsiasi religione a disposizione.

Ora, per tanta maestria, dovrebbero essere rimossi dal loro incarico e andare a predicare per le strade o in qualsiasi sacro ostello sia disposto a ospitarli. Non abbiamo bisogno di profeti nei tribunali. Maria G. Di Rienzo

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In seguito alla vicenda Weinstein, di cui credo siate tutte/i consapevoli, la scorsa settimana milioni di donne hanno condiviso le loro storie relative ad aggressioni sessuali usando l’hashtag #MeToo (“Anch’io”) lanciato dall’attrice Alyssa Milano; l’hanno fatto in italiano con #quellavoltache su iniziativa della scrittrice Giulia Blasi e in francese con #balancetonporc (“Strilla al tuo porco”) grazie alla giornalista radiofonica Sandra Muller (in immagine qui sotto).

sandra muller

La Francia conta annualmente 84.000 stupri, 220.000 aggressioni sessuali e la morte di una donna per mano di un partner violento ogni tre giorni. Il paese ha anche un problema con la definizione di assalto sessuale nei confronti di minori, tale che di recente un 28enne è stato assolto dallo stupro di una bambina di 11 anni: gli è bastato dire in tribunale che lei era consenziente.

Ma la Francia ha anche una Ministra per l’eguaglianza di genere, Marlène Schiappa, che intende raddrizzare un po’ le cose: la bozza di legge su cui sta lavorando – con i giudici francesi e aprendo una consultazione pubblica – comprende il riesame del concetto di “consenso” riferito a minori. Inoltre, intende multare i molestatori. Misure simili sono già all’opera in Argentina e Portogallo. In Olanda, molestare una donna a Rotterdam è un atto punito con tre mesi di galera; dal 1° gennaio 2018, ad Amsterdam, sarà punibile con una multa di circa 190 euro.

“Il punto, – ha spiegato la Ministra francese alla stampa – è che l’intera società deve ridefinire ciò che è accettabile e ciò che non lo è. Tu non devi seguire le ragazze per due o tre strade di seguito chiedendo loro 20 volte il loro numero di telefono. Ma i molestatori ti rispondono: Oh, ma è mio diritto. Stavo solo chiacchierando con quella ragazza. Le stavo facendo un complimento. Molti di quelli che tormentano le donne non sembrano capire che le loro avance non solo sono indesiderate, ma possono apparire minacciose.”

Marlène Schiappa (in immagine qui sotto) sta pensando a una multa più pesante di quella olandese. Qualcosa attorno ai 5.000 euro, per esempio, se l’offensore è preso “con le mani nel sacco”. Parfait. Maria G. Di Rienzo

marlene-schiappa

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Al prossimo invito che trasferisce la responsabilità della violenza su chi la subisce con il “denunciate, denunciate, perché non denunciate?” – e sono sicura che ce ne saranno una miriade in occasione dell’8 marzo – credo potrei dare di stomaco. Che la legge non riesca a proteggere le donne e le bambine/i bambini dalla violenza domestica, sessuale, psicologica, economica ecc. è evidente a chiunque dia un’occhiata anche superficiale alle notizie di cronaca nera, dove accanto a una donna cadavere appaiono frasi del tipo “aveva più volte segnalato alle forze dell’ordine”, “aveva allertato polizia / carabinieri”, “aveva denunciato”, “aveva ottenuto un ordine di allontanamento / restrizione”.

Naturalmente appaiono di routine anche altre frasi. La vicenda è quasi sempre una tragedia (e cioè un inevitabile colpo del fato di cui nessuno è responsabile – come un terremoto). Il perpetratore era in preda a raptus. E’ stato provocato durante l’ultimo litigio. Ha ucciso moglie e/o figli perché non accettava il divorzio, la separazione, che lei volesse lasciarlo. Quando stupra e aggredisce era parimenti ubriaco, stordito o quant’altro e comunque lei lo ha di nuovo provocato essendo vestita così piuttosto che cosà e essendo in quel luogo piuttosto che in un altro e perché erano le 4 di mattina o le 4 del pomeriggio…

La responsabilità di determinate azioni non è più di chi le compie, ma di chi le subisce. Il perpetratore non ha scelta, sono donne e minori che devono imparare a difendersi e a evitare le tragedie in agguato. Inoltre, prosegue la narrativa sociale in auge, come possiamo sapere che non mentono? Così, ogni avviso o denuncia da parte di una donna è accolto con dosi letali di sfiducia, dubbio e discredito. E persino quando la detta donna sopravvive alla violenza e il suo caso arriva in tribunale, è molto probabile che l’offensore se la cavi senza troppi fastidi. Il contesto sociale influenza direttamente processi e sentenze e a nulla ci servono nuove leggi se in tandem non lavoriamo alla decostruzione della cultura sessista, misogina e patriarcale che ancora sminuisce, depriva, discrimina e disprezza le donne in Italia e ovunque.

Le notizie che leggerete di seguito sono state tutte riportate dai quotidiani il 28 febbraio o il 1° marzo.

Il giovane uomo che a Firenze ha assalito e cercato di strangolare una 23enne è rimasto in carcere poco più di 48 ore. Il giudice ritiene la custodia cautelare “sproporzionata rispetto al reato”. Infatti, mica sarà grave strozzare una femmina per strada.

I due scippatori che hanno indirettamente causato, a Roma, la morte della studente cinese Zhang Yao, travolta da un treno mentre li inseguiva per riavere la propria borsa, non andranno in carcere; hanno patteggiato e uno torna libero dopo i domiciliari e l’altro ai domiciliari ci resta. Mica l’hanno spinta loro, l’hanno solo derubata: se non avesse reagito, come è prescritto a tutte le femmine, potrebbe essere ancora viva, no?

Non andrà in galera il “fashion designer” (figlio di un’altra famosa “fashion designer”) per l’aggressione sessuale ai danni di un’aspirante modella, avvenuta durante una della sue selezioni nell’ottobre 2016, come non c’è andato per l’assalto precedente (2014 – stesse modalità): condannato a un anno e sei mesi di carcere per violenza sessuale ha ottenuto all’epoca la sospensione condizionale della pena dando 30.000 euro alla giovane donna affinché costei revocasse la propria costituzione di parte civile. In occasione di questo primo processo si era detto “serenissimo” e aveva suggerito che la sua vittima volesse “qualcosa” (leggi: si stesse vendicando) perché “voleva fare la modella” ed era “rimasta disillusa”.

Si sa, le donne mentono per antonomasia, soprattutto quando denunciano aggressioni e stupri. Inoltre, “le donne valgono sette volte di meno rispetto agli uomini”: questo diceva l’agente di polizia nonché assistente capo della Stradale di Napoli alla sua compagna. Perciò, la costringeva a rapporti sessuali pestandola come una bistecca e perciò contemporaneamente minacciava una 31enne marocchina di farle arrestare i parenti se non usciva con lui; costei non solo valeva sette volte di meno, aveva anche la ciliegina sulla torta dell’essere un’immigrata: “Sei solo una marocchina e comando io, ti rispedisco in Marocco.” Chissà quale accoglienza poteva riservare questo funzionario di polizia a una donna qualsiasi in procinto di denunciare una violenza subita…

“Perché non denunciate???” Nella maggior parte dei casi perché ci avete già condannate, ancor prima che noi si apra bocca, maledetti idioti. Maria G. Di Rienzo

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La paura, nelle situazioni di abuso domestico, è peculiare – cioè ha caratteristiche proprie e specifiche e non è un semplice sottoprodotto della violenza. Il controllo emotivo e psicologico che risulta dalla paura, definito dalle ricerche in merito terrorismo quotidiano, nutre il modo in cui l’abuso continua a “funzionare”:

1) Subire abusi in ambiente domestico, da un partner intimo, dà forma alla natura della paura immediata durante gli incidenti violenti. Questa paura diventa cronica con il tempo, opera un trauma profondo e ha effetti negativi sulla salute e il benessere in generale. Chi abusa adotta una serie di tattiche e comportamenti per mantenerla costante;

2) L’isolamento – ma forse sarebbe più corretto definirlo “intrappolamento” – sociale e fisico che sovente accompagna gli abusi rinforza la paura e rende il cercare aiuto più difficoltoso. Le vittime sperimentano un’enorme umiliazione legata anche alla sensazione di essere impotenti;

3) La paura è la principale ragione-chiave per il silenzio e il non abbandono dell’abusante e dell’ambiente domestico;

4) Tenere una persona uno in stato di paura cronica non richiede di usare violenza fisica continuamente e persino del tutto;

5) Usare questa paura e “giocarci” sono azioni comuni per coloro che abusano e sono rese possibile dalla loro conoscenza intima della persona di cui stanno abusando;

6) I violenti raccontano storie “verosimili” e “razionali” sugli abusi che perpetuano, recitano il ruolo della vittima, e spessissimo gettano il biasimo per le loro azioni sulle persone di cui stanno abusando: come risultato, molte di queste ultime fanno esperienza di una sorta di “bispensiero” in cui stentano a riconoscere come violazioni dei loro diritti ciò che loro accade;

7) I ruoli di genere all’interno delle relazioni intime (in altre parole, a chi è demandato il lavoro domestico, di cura, emozionale) rendono più facile l’abuso per i perpetratori e più difficile la fuga alle loro vittime. La violenza non accade in un vuoto sociale, ma in una società che ha ancora forti aspettative sui comportamenti e i ruoli che uomini e donne devono tenere nelle loro relazioni: questo scenario indebolisce la reazione di chi subisce abusi e rende più agevole per chi abusa continuare a farlo senza essere contrastato;

8) Altre diseguaglianze sociali, in special modo quelle che riguardano l’orientamento sessuale, il reddito, la classe sociale, l’appartenenza etnica, la disabilità, esasperano gli effetti della violenza domestica e la paura a essi collegata;

9) Nemmeno la paura si crea in un vuoto sociale. I nostri sentimenti sono influenzati da quelli di chi abbiamo intorno e dalle nostre supposizioni su come costoro si sentono. Nel caso della violenza domestica, sulla paura ha influenza come la società vede e giudica questa stessa violenza (prescrizioni morali e religiose ad esempio), hanno influenza familiari e amici, personale medico e dei servizi sociali, personale delle forze dell’ordine, giudici e avvocati, eccetera.

Cosa succede con tutte queste classi di individui nominate al punto 9)? Che troppi di essi non hanno formazione specifica sulla violenza, ne’ in generale ne’ su quella domestica e di genere, perciò rispondono alle vittime basandosi sui propri pregiudizi sociali, umiliandole di nuovo e creando in loro la sensazione di essere RESPONSABILI di ciò che subiscono, completamente SOLE e persino PAZZE.

Dopo una vita vissuta nell’abuso domestico inflittole dal marito e una prima coltellata ricevuta da costui nel 1995, Rosanna Belvisi è stata massacrata definitivamente il 15 gennaio: questa volta, le coltellate coniugali erano 23.

I giornali riportano che, “per il Questore di Milano Antonio De Iesu, questo caso «è emblematico di un quadro famigliare malato, con rapporti violenti che non vengono alla luce». È la storia di una donna che è stata lasciata sola, senza aiuti per uscire da una vita di terrore. «La normativa in materia adesso c’è – ha ricordato De Iesu – le vittime di stalking devono ricorrere ai centri antiviolenza e avvisare le questure, che hanno il potere di “ammonire” gli uomini violenti». Eppure poche lo fanno. (rileggete i 9 punti precedenti e non sarà difficile capire perché, ma come vedremo c’è dell’altro, nda.) «Il sistema funziona. – dice sempre il Questore – Ma a Milano riceviamo centinaia di chiamate per violenze nei confronti di donne che invece non denunciano fino a quando è troppo tardi». Per questo, «la cosa più importante è sensibilizzare le donne: devono chiedere aiuto».”

Ma quando lo fanno, che tipo di aiuto ricevono dalle istituzioni che ora “hanno la normativa” in base a cui agire? E’ proprio sicuro che il sistema funzioni? Mi segua, signor De Iesu: siamo nella Questura della mia città, è il 5 novembre scorso, e io sto presentando un esposto per “stalking condominiale”. E’ violenza generalizzata, non di genere o domestica, ma sempre violenza è (l’art. 612 del Codice Penale può essere applicato a tutte quelle situazioni capaci di “creare inquietudine a chi le subisce” e io ho sviluppato in 6 mesi di tortura uno “stato d’ansia reattivo con conseguenti episodi di tachicardia e dispnea ansiogena tali da ricorrere all’uso di terapia farmacologica”). Il mio scritto espone i fatti dettagliatamente, ho testimoni e vi sono altre vittime. Il funzionario, una volta finito di registrarlo, alza la testa e dice: “Tanto dirà che lei è pazza e si è inventata tutto.” La funzionaria n. 2 mi chiama al telefono il 13 gennaio, giorno in cui la persona che tramite l’esposto chiamo ad assumersi le sue responsabilità si degna di presentarsi al colloquio: il signore le ha detto che lui non fa nulla, e quindi nulla è accaduto. Ha fatto la vittima, si è detto davvero dispiaciuto, eccetera eccetera. Sottilmente, la funzionaria suggerisce che forse mi sono sbagliata. Allibita, poiché ci sono altri sei adulti in tre appartamenti differenti che “si sbagliano”, riassumo il caso e le faccio notare le contraddizioni in cui il tipo continua a cadere. Risposta piccata: “Può presentare querela, se vuole, ma tanto non otterrà nulla lo stesso.”

Non so cosa la funzionaria pensi io voglia “ottenere”, ma in realtà è molto semplice: non sono compensazioni e risarcimenti e neppure scuse – voglio che si smetta di farmi del male.

E vede, signor Questore, quest’uomo è per me un estraneo. Si immagini cosa vuol dire emergere dal “terrorismo quotidiano” che ho esposto sopra e andare a denunciare un marito, un compagno, il padre dei tuoi figli, il quale dirà similmente “si è inventata tutto”, “esagera”, “è ipersensibile” “ha frainteso”, “è eccessivamente emotiva”, “è esaurita” (a forza di vessazioni non è difficile raggiungere questo stato)… immediatamente creduto e legittimato. E nel terrorismo quotidiano si ripiomba. Il tuo timore più grande si avvera: anche se parli, le tue parole non hanno valore. Non è successo niente. Lo ha detto un uomo, perciò dev’essere andata così. Perché si sa, non è vero, che le donne mentono, le donne non sono in grado di distinguere bene una carezza da un cazzotto, le donne sono perfide, le donne non sono affidabili. Come possono le parole di una donna essere vere e quelle di un uomo false qualora due versioni siano in conflitto?

Perciò, la “cosa più importante” non è “sensibilizzare le donne”: il clima culturale che le opprime dev’essere sfidato, chi deve essere reso più consapevole e più capace è l’apparato istituzionale e i consigli per un diverso comportamento, se vogliamo che la musica cambi, devono essere dati AI PERPETRATORI, NON ALLE VITTIME.

Sensibilizziamo gli uomini, signor Questore.

Maria G. Di Rienzo

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Commissione annuale delle Nazioni Unite sullo status delle donne, alcuni dei fatti discussi il 15 marzo 2016 u.s. :

150 paesi hanno almeno una legge che discrimina le donne.

La diseguaglianza di genere resta la forma più pervasiva di discriminazione in tutto il mondo.

155 economie su 173 hanno almeno un impedimento legale discriminatorio nei confronti delle donne.

46 paesi non hanno alcuna legge contro la violenza domestica.

In Russia vi sono attualmente 466 professioni a cui le donne non possono accedere per “limiti fisici”: dall’esame delle leggi è risultato che esse risalgono a molto prima dei recenti avanzamenti tecnologici. Molte di queste occupazioni proibite alle donne sono pagate profumatamente.

quanto dobbiamo aspettare

(Lo striscione recita: “Quanto a lungo le donne devono aspettare per l’eguaglianza”. La foto è del 1981.)

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