Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘corea’

feminism reboot

Il breve documentario che potete vedere (con sottotitoli in inglese) seguendo questo link

https://www.koreaexpose.com/documentary-feminism-reboot-south-korea/

o cercandolo su YouTube, è stato realizzato dalla rivista “Korea Exposé” in occasione del secondo anniversario di un femicidio accaduto a un’uscita di metropolitana nel quartiere di Gangnam a Seul, in Corea del Sud. L’omicida assassinò una donna che non conosceva, scelta a caso, perché come dichiarò al processo lui odiava tutte le donne indistintamente. Ma guai a parlare di misoginia e del clima culturale che nel paese la favorisce, in tribunale o fuori: il tizio fu rubricato come malato di mente e tutto avrebbe dovuto finire lì.

La reazione delle donne, però, fu quella di un consistente “riavvio” o “nuova edizione” del femminismo – il documentario ha esattamente questo titolo, con l’aggiunta della frase “Siamo vive, proprio qui” – che ha comportato manifestazioni, azioni legali, creazione di circoli femminili, la massiccia e travolgente adesione alla campagna #metoo e un incremento di oltre il 100% (avete letto bene) nella vendita di testi femministi.

Quello di cui si sono rese conto molte giovani donne, alcune delle quali vedrete nel filmato, è che il femminismo, spacciato dai media coreani per ideologia anti-uomini, concerne in realtà il loro riconoscimento come esseri umani titolari di diritti umani, uno dei quali è il non essere costantemente umiliate, sessualizzate e aggredite poiché appartengono al genere femminile. Nonostante l’ostilità che circonda la loro scelta politica di dichiararsi femministe, reclamano questa definizione con orgoglio. E vederle e ascoltarle nel documentario è una benedizione.

Maria G. Di Rienzo

Annunci

Read Full Post »

Fra il 22 e il 23 marzo scorsi, nella Piazza Gwanghwamun di Seul, in Corea del Sud, 193 donne hanno preso il microfono e hanno parlato delle esperienze di molestie e violenze sessuali da loro subite: sono andate avanti per oltre 33 ore. Si trattava della maratona di protesta #MeToo organizzata da organizzazioni femministe / femminili coreane.

seul marzo 2018

La piazza è famosa non solo per presenza in essa delle statue di due eroi nazionali, l’ammiraglio Yi Sun-shin e re Sejong, ma perché è il luogo in cui migliaia di persone l’anno scorso si radunarono per protestare contro la corruzione del governo: l’hanno fatto in modo abbastanza efficace da causarne la caduta e ottenere nuove elezioni.

Il punto di svolta è stata la pubblica denuncia della pm Seo Ji-hyeon:

(https://lunanuvola.wordpress.com/2018/02/21/nadu-anchio-in-coreano/)

da gennaio, quando la magistrata è apparsa in televisione, una marea di testimonianze sul trattamento indegno riservato alle donne in tutta la nazione – che non riguarda solo la violenza sessuale: le donne in Corea guadagnano il 63% degli uomini che fanno il loro stesso mestiere e il paese è stimato il peggiore per una donna lavoratrice fra quelli cosiddetti “sviluppati” – ha invaso media e social media.

La reporter dell’AFP per Seul, Hawon Jung, ha commentato la maratona in diretta su Twitter:

22 marzo 2018 – Moltissime lacrime e moltissimi abbracci in questa maratona di due giorni, un evento a Seul creato affinché le donne parlino delle loro esperienze e riflessioni sull’abuso sessuale. Ho visto donne raccontare degli abusi subiti da capi / anziani delle loro chiese / mariti e degli insulti ricevuti dalla polizia quando si sono fatte avanti, nello spazio di una sola ora.

23 marzo 2018 – Una donna al microfono: Mio padre ha abusato di me e mi ha fatto ogni cosa indicibile per 10 anni di fila. Mia madre sapeva tutto, ma non l’ha fermato sino a che non ho compiuto 18 anni, dicendo che dovevo studiare molto per l’esame di ammissione all’università. Vorrei leggere questa lettera che ho scritto a mia figlia: “Figlia mia, spero che tu non dovrai mai versare le lacrime di dolore che io ho versato per così tanti anni. Ero così giovane, soffrivo così tanto e ho disperatamente tentato di dire al mondo cosa stavo attraversando… ma tutti rispondevano che parlarne era una cosa vergognosa e mi hanno costretta a restare zitta.”

Lee Eun-eui

Lee Eun-eui (in immagine qui sopra) aveva un’età maggiore e qualche risorsa in più quando si è abusato di lei mentre lavorava alla Samsung, perciò ha parlato subito. Dapprima all’ufficio personale, che ha risposto facendone un’emarginata. All’inizio hanno smesso di assegnarle compiti da svolgere, poi è stata trasferita a un diverso dipartimento. Le dissero chiaramente che nessuno era dalla sua parte. Eun-eui ha portato la corporazione-colosso in tribunale.

“In principio mi sono detta che più grande era la lotta, più grande sarebbe stata la ricompensa. – ha detto alla giornalista Laura Bicker della BBC – E’ un motto che applico a differenti aspetti della mia vita, ma la causa legale è stata un processo assai solitario e difficoltoso. Solo dopo aver affrontato tutta la durezza del percorso, quando la cosa è finita bene, ho capito che era una battaglia dovuta.”

Le ci sono voluti quattro anni, ma ha vinto la causa. Ora ha una nuova carriera come avvocata specializzata nell’aiutare altre donne nei casi di abuso sessuale: “Sono molto felice quando vengono a chiedermi consiglio e mi dicono che io sono un esempio per loro. Penso sempre che la mia lotta sia valsa la pena di farla.”

E così i “grandi” e gli “intoccabili” stanno cadendo: il governatore Ahn Hee-jung, ex candidato alla presidenza del paese, ha dato le dimissioni dopo che la sua segretaria ha denunciato i suoi stupri; il poeta Ko Un, solito molestare sessualmente le giovani con aspirazioni letterarie che si rivolgevano a lui, sta vedendo i propri lavori ritirati dalle scuole; il famoso regista Kim Ki-duk avrà anche vinto il Leone d’Oro a Venezia, ma potrebbe non essere in grado di far uscire il suo nuovo film, le cui attrici hanno denunciato le sue violenze sessuali…

Ho sempre amato il suono delle nostre voci. Ho sempre creduto nella verità e nella potenza di quel suono. Non mi sbagliavo. Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

prosecutor Seo Ji-hyeon

La giovane donna in immagine, assediata dai reporter, è la pm coreana Seo Ji-hyeon (1), che il mese scorso ha parlato apertamente in televisione delle molestie ricevute sul lavoro, sull’onda del momentum #MeToo che ha raggiunto il suo paese. L’hanno invitata in tv dopo che la pm aveva messo online il resoconto di un’aggressione gravissima, subita nel 2010 da un magistrato più anziano durante un funerale, in seguito alla quale aveva abortito spontaneamente per lo shock.

“Volevo parlarne subito, – ha scritto Seo Ji-hyeon – ma in troppi mi scoraggiavano dicendo: Sarà un gioco da ragazzi per loro farti passare per pazza. Se parli ora, ti faranno apparire come una pm inefficiente, problematica e stramba. Dovresti tenere la bocca chiusa e pensare solo a lavorare.”

La pm ha ricevuto grande sostegno dall’opinione pubblica – tanto più che il suo assalitore Ahn Tae-geun (2) è stato licenziato l’anno scorso dalla magistratura perché corrotto, il che ha costretto il Ministero della Giustizia a aprire un’indagine. Quando l’indagine l’aveva chiesta Seo Ji-hyeon era stata immediatamente trasferita d’ufficio in un remoto tribunale provinciale. Il bastardo sig. Ahn ha solo detto al proposito che non si ricorda niente, perché era ubriaco sfatto, ma che se la cosa è accaduta, be’, gli dispiace tanto…

Negli ultimi giorni (19 febbraio) Lee Youn-taek (3) il più famoso regista teatrale coreano, 65enne ex direttore artistico del Teatro Nazionale di Corea, è stato costretto a presentare pubbliche scuse: le attrici che ha molestato e aggredito sessualmente hanno cominciato a parlare.

“Provo vergogna e mi sento distrutto. – ha detto il regista durante la conferenza stampa – Sono pronto ad accettare qualsiasi castigo, incluse le responsabilità legali per le mie azioni.” Le azioni includevano, per esempio, chiamare le attrici nella sua stanza, ordinare loro di fargli massaggi e poi chiarire definitivamente le sue intenzioni calandosi le braghe. In che modo definisce tutto questo, il bastardo n. 2 sig. Lee? Così: “E’ una cosa molto brutta che è accaduta di prassi per 18 anni di seguito.”

Come mi sento “a casa”, nonostante i 9.141 chilometri che mi dividono dallo scenario! Stupri, molestie, aggressioni… alle donne queste faccende accadono, come le grandinate o i terremoti. E’ la natura che lo vuole. Si sa che gli uomini ecc. ecc. (no, non si sa: la scienza ha smentito qualsiasi stronzata al proposito).

Maria G. Di Rienzo

(1) Si legge “so gi ion”, esattamente come è scritto in hangul, l’alfabeto coreano: ma la traslitterazione è fatta sempre per i parlanti di lingua inglese, i quali leggono la “o” come “ou” e la “i” come “ai”, e il risultato sono i pastrocchi di vocali che vedete.

(2) Come sopra, “an te gun” con la “u” chiusa.

(3) Come sopra, “li iun tec”.

Read Full Post »

Nel luglio scorso, il video di un uomo che prendeva a calci e pugni la sua ex fidanzata e poi la inseguiva con un camioncino in una strada centrale di Seul (Corea del Sud) sollevò grande indignazione e funse da innesco per varie iniziative contro la violenza di genere. Successivamente, in agosto, uno studio dell’Istituto Coreano di Criminologia ha confermato – come le attiviste locali e internazionali avevano subito sottolineato – che non si è trattato di un estremo, isolato incidente: il 79,7% dei 2.000 uomini coreani intervistati ha ammesso di aver abusato psicologicamente o fisicamente della donna con cui aveva una relazione. Il 71% ha specificato che nel mentre insultava e/o pestava la persona “amata” ne controllava anche le attività, restringendo i suoi contatti con familiari e amici, decidendone l’abbigliamento, ecc.

In occasione del clamore mediatico, la polizia ha assicurato che lavorerà in più stretto contatto con le organizzazioni delle donne ma le leggi non prendono ancora l’abuso abbastanza sul serio per consentire un contrasto efficace alla violenza: uno stalker in Corea se la cava con una multa equivalente a 74 euro e spiccioli.

Perciò, in tale contesto, il premio come miglior attrice dell’anno conferito dalla rete KBS a Jung Ryeo Won (coreana-australiana, nata nel 1981, in immagine qui sotto) il 31 dicembre scorso assume un significato particolare.

Jung Ryeo-Won

L’attrice lo ha guadagnato per la sua interpretazione della pm Ma Yi Deum nello sceneggiato “Il tribunale della strega”. Si tratta di un personaggio relativamente inusuale per la tv coreana, una giovane donna ambiziosa, materialista, incline a lavorare fuori dalle regole se ciò le garantisce il successo – l’avevamo già vista qualche volta, ma di solito gli scrittori la puniscono con ogni sorta di umiliazione e sconfitta per aver agito “come un uomo”, il quale per contro assurge nei medesimi scenari a svariate vette di potere, nel mentre lei capisce di doversi arrendere alla “femminilità” e via delirando. Le cose davvero nuove del drama sono due: 1) la pm Ma Yi Deum non recede, non si sottomette, se il superiore tenta di darle uno schiaffo lo prende a calci negli stinchi; 2) assegnata al nuovo ufficio, una speciale divisione che tratta solo di crimini sessuali e violenza di genere, e che non gode di particolare prestigio, continuerà a essere se stessa e formidabile.

Il 31 dicembre, quindi, Jung Ryeo Won si è diretta al microfono con fiori e trofeo fra le braccia e ha cominciato il suo discorso di accettazione del premio presentandosi nello stesso tono del personaggio che gliel’ha fatto vincere: “Salve, qui è Jung Ryeo Won che è stata molto felice nel 2017 mentre recitava il ruolo della pm Ma Yi Deum.”, ma durante il discorso ha dovuto far pausa un paio di volte per trattenere le lacrime.

“Il nostro sceneggiato – ha detto fra l’altro – aveva a che fare con quella seria questione che è l’assalto sessuale. Nella nostra società esso dilaga sfrenato, come una gelata, ma i perpetratori non sono esposti. Tramite lo sceneggiato, volevamo dire che le leggi sull’aggressione e sulla violenza sessuale devono diventare più severe, di modo che i perpetratori siano puniti, e abbiamo pensato che poteva essere anche una buona opportunità per le vittime di far sentire le loro voci. So che le vittime di violenza sessuale esitano a parlare perché si sentono umiliate quando lo fanno e spero che noi si sia stati in grado di essere una fonte di conforto per loro. Tutta la famiglia de “Il tribunale della strega”, lavoranti e attori, si è impegnata duramente tenendo questo sempre in mente durante le riprese.”

Jung Ryeo Won non è stata la sola a dover maneggiare la commozione suscitata dal suo stesso discorso: all’attrice che nello sceneggiato ha la parte della madre della pm, Lee Il Hwa, e al co-protagonista Yoon Hyun Min (in immagine qui sotto) è pure sfuggita qualche lacrima.

Lee Il-Hwa e Yoon Hyun-Min

La rete televisiva KBS è ritenuta, in genere, la più “conservatrice” fra quelle del mainstream coreano e immagino che non sia stato semplice ottenere l’accettazione del progetto (forse “oliata” tramite alcune concessioni al melodramma nella sceneggiatura), tanto più che nel cast è stata scritturata quella Kim Yeo Jin – attrice nata nel 1972, recitava nel ruolo di direttrice della divisione – notoria attivista per i diritti dei lavoratori e per la giustizia sociale già bandita dalla, in apparenza, più “progressista” rete MBC. Mai dire mai, insomma.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

(“If racism was a burning kitchen” – “Se il razzismo fosse una cucina in fiamme”, scena teatrale in tre atti – più un quarto in premio – di Christy NaMee Eriksen. Trad. Maria G. Di Rienzo. L’Autrice, in immagine, è un’artista multimediale e pluripremiata, nata in Corea del Sud e cresciuta in Alaska, che usa la creatività come attrezzo per l’attivismo sociale e la creazione di comunità “inclusive rispetto alle differenze e dotate di voci forti”. Il suo linguaggio preferito è la poesia.)

Christy - foto di AnnaMin

ATTO I: SE IL RAZZISMO FOSSE UNA CUCINA IN FIAMME

Una persona asiatica (A) e una persona caucasica (C) sono in una cucina. La cucina è in fiamme.

A: Accidenti. La cucina sta bruciando?

C: Mi stai dando del piromane?! Io non sono un piromane!

A: Mi sto letteralmente scottando. Sono del tutto sicura che la cucina è IN FIAMME.

C: Non ho costruito io questa casa! Ci vivo solamente!

A: Andiamocene e costruiamo una nuova casa!

C: Io non vado da nessuna parte. Questa è CASA MIA.

ATTO II: SE IL RAZZISMO FOSSE UNA BARCA CHE AFFONDA.

Una persona asiatica (A) e una persona caucasica (C) sono su una barca. C. sta tenendo in mano una pistola. La barca sta affondando.

A: Oh mio dio, la barca sta affondando!

C: Non intendevo affondarla, ho solo sparato e fatto un buco sul fondo!

A: Be’, ora sta affondando!

C: Non dare la colpa a me! A me piacciono i buchi, volevo solo vederne uno!

A: Non sparare altri colpi per fare buchi, uomo, o moriremo qui fuori.

C: (tirando su con il naso) Pensi che io sia razzista?

ATTO III: SE IL RAZZISMO FOSSE UN’APOCALISSE DI ZOMBIE.

E’ l’apocalisse. Una persona asiatica (A) e una persona caucasica (C) sono su una strada. Gli zombie corrono avanti e indietro sul palcoscenico.

A: Merda. Zombie.

C: Cosa facciamo adesso?

A: Be’, penso che dovremmo andarcene di qui prima che ci uccidano.

C: Come fai a sapere che ci uccideranno?

A: Perché l’ho visto, sai! Hanno ucciso i miei genitori!

C: Oh, è terribile!

A: Sì, perciò andiamo via di qui.

C: Perché?

A: Di modo che non ci uccidano!

C: Pensi che ci uccideranno? Io conosco quel tizio là, è veramente mitico.

A: Sono sicura che è mitico! Ma in questo momento è uno zombie! E gli zombie uccidono la gente!

C: Cosa? Come fai a saperlo?

A: Te l’ho appena detto!

C: Non mi ricordo.

BONUS – ATTO IV: SE IL RAZZISMO FOSSE QUESTO PEZZO TEATRALE

C: Non voglio essere la persona caucasica; non posso essere semplicemente un umano?

A: No.

C: Questo è razzista.

A: Amico, il pezzo tratta di un sistema di oppressione.

C: Posso fare il regista, allora?

Read Full Post »

posto di blocco

Per recensirlo mi basterebbe una frase: “E’ uno dei film più belli che io abbia mai visto.”, ma non gli renderebbe giustizia e riconoscimento: cose che le vittime del massacro di Gwanju (Corea del Sud, 18-27 maggio 1980) di cui il film tratta non hanno ancora pienamente ricevuto. Ma la pellicola, da quando è uscita nel paese d’origine il 2 agosto 2017, ha superato tutte le aspettative in brevissimo tempo, per tre settimane consecutive è stata in testa al box office diventando il 10° film più visto in Corea ed è la produzione che concorrerà agli Oscar nella sezione “Miglior film in lingua straniera”.

Si tratta di “Un tassista” (택시운전사), del regista Jang Hoon, che ora è online con sottotitoli in inglese e il titolo “A taxi driver”. Si basa sulla vera storia del giornalista tedesco Jürgen Hinzpeter, scomparso l’anno scorso a 79 anni, e del tassista Kim Sa-bok (morto di cancro nel 1984) che lo portò a Gwanju durante le sollevazioni per la democrazia.

All’epoca il governo della Corea del Sud era una dittatura militare con a capo Chun Doo-hwan, che aveva preso il potere nel 1979. Chun dichiarò la legge marziale per l’intera nazione, chiuse le università e il Parlamento, fece arrestare i leader dell’opposizione e operò una stretta censura sui mezzi di comunicazione. Le proteste contro il regime, per lo più organizzate e guidate dagli studenti universitari e liceali, erano soffocate con estrema violenza. Il 18 maggio la popolazione di Gwanju scese in massa nelle strade e i soldati aprirono il fuoco. La cittadina fu circondata da posti di blocco e resa irraggiungibile: persino le linee telefoniche furono tagliate. Nessuno all’esterno sapeva cosa stesse accadendo. Le voci sulla sollevazione e sull’impossibilità di documentarla raggiunsero il giornalista Hinzpeter a Tokyo: il giorno dopo prese un volo per Seul e fra mille pericoli condivisi con il tassista che guidava per lui filmò ciò che è visibile ancora oggi in strazianti montaggi documentari. In effetti, la pellicola ha ricreato fedelmente alcune delle sequenze riprese da Hinzpeter (che mi sono tornate in mente durante la visione con effetto “colpo al cuore”).

gwanju maggio 1980

(Gwanju, maggio 1980)

Il film si apre presentandoci il sig. Kim di Seul – l’attore Song Kang-ho in una delle sue migliori performance – tassista indipendente, vedovo con una figlioletta 11enne e poco propenso a occuparsi di altro che non sia il racimolare i soldi per l’affitto arretrato. Quando apprende per caso che uno straniero pagherebbe una cifra considerevole per un viaggio di andata e ritorno prima del coprifuoco a Gwanju, “ruba” l’incarico al tassista designato giungendo all’appuntamento prima di lui. Il ruolo del giornalista che lo ingaggia è ricoperto in modo altrettanto superbo dall’attore tedesco Thomas Kretschmann, ma nessuno dei co-protagonisti fallisce nel renderci i propri personaggi e parte del merito va senz’altro alla sceneggiatrice Um Yoo-na, che ha saputo disegnare umanità a tutto tondo anche per quelli che incontriamo di sfuggita o per poche battute.

Una volta a Gwanju, il tassista è costretto a riconsiderare il proprio disinteresse per la politica: non è solo la telecamera di Jürgen Hinzpeter, sono i suoi occhi a vedere i soldati massacrare giovani e vecchi a bastonate, sparare su una folla inerme e poi prendere di mira chi tenta di soccorrere i feriti (la cifra finale degli assassinati non è ufficiale, le stime arrivano a circa 2.000 persone). Sebbene, scosso in ogni fibra e preoccupato per la figlia rimasta sola, dapprima abbandoni la situazione, una volta tornato a Seul da solo non riuscirà a restarci. Non passerà neppure da casa prima di dirigersi di nuovo a Gwanju. Il film ha molte scene memorabili, ma a me resterà impressa per sempre quella apparentemente banale della telefonata che il tassista fa alla sua bambina prima di tornare al fianco di Hinzpeter: “Papà ha lasciato indietro un cliente. – le dice cercando di trattenere le lacrime – Qualcuno che ha davvero bisogno di prendere il mio taxi.”

Ne ha davvero bisogno perché il filmato delle atrocità perpetrate a Gwanju deve raggiungere l’esterno, come promesso allo studente che i due là incontrano e che poi ritroveranno cadavere all’ospedale, come promesso ai tassisti della cittadina che – fatto storico – si mettono di mezzo fra la linea di fuoco e i dimostranti per permettere la rimozione dei feriti, come promesso alla folla di cittadini che li ha accolti e festeggiati e ha offerto loro cibo, sorrisi, ringraziamenti e applausi.

“Dietro a un ospedale – ebbe a scrivere il vero Jürgen Hinzpeter – parenti e amici mi mostravano le loro persone care, aprendo parecchie delle bare che giacevano là in file e file. Mai nella mia vita, neppure filmando in Vietnam, avevo visto una cosa del genere.”

E alla fine, nella realtà e nella fiction, il filmato riesce a passare l’ispezione doganale: è nascosto in una grossa scatola di biscotti avvolta in carta dorata e addobbata con fiocchi verdi come in uso per i regali di nozze. Un oggetto così vistoso da passare inosservato, una delle piccole efficaci commoventi astuzie che i protagonisti usano durante tutto il film per sfuggire a una violenza feroce e persistente, per sopravvivere e testimoniare. Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: