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(brano tratto da: “Women are hostages: Rallying against the rape cartel in South Korea”, un lungo saggio di Hyejung Park, Jihye Kuk, Hyedam Yu, Caroline Norma per Feminist Current, 6 luglio 2019, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Hyejung Park è una lesbica femminista e una traduttrice; Jihye Kuk è la direttrice della casa editrice femminista Yeolda Books e un’attivista contro la violenza maschile; Hyedam Yu è una femminista radicale che ha tradotto in coreano “Beauty and Misogyny” e “Loving to Survive”; Caroline Norma è una femminista abolizionista, docente universitaria e scrittrice. Ho lasciato i nomi “occidentalizzati” delle Autrici coreane come da originale, ma più correttamente sarebbero stati Park Hye-jung ecc.)

le autrici

(da sinistra: Jihye Kuk, Caroline Norma, Hyejung Park, and Hyedam Yu)

I titoli recenti sulla scia dello scandalo relativo al “Burning Sun” potrebbero avervi indotto a credere che la Corea del Sud sia composta da due mondi molto differenti: un mondo in cui a uomini di prestigio è permesso fare qualsiasi cosa desiderino, e un altro mondo per gli uomini comuni. Nel mentre è vero che maschi celebri e uomini potenti stanno commettendo crimini orribili contro le donne ed evitano di essere puniti, non stanno agendo da soli. E di certo gli uomini “normali” non sono meno colpevoli.

In aprile, un programma sudcoreano di attualità della MBC rivelò che un certo numero di club nella zona di Gangnam – la cosiddetta “Beverly Hills di Seul” – ospitavano festini con stupri di gruppo per i loro clienti importanti, usando squadre di quelli che chiamavano “inceneritori” per ripulire le conseguenze.

Locali come il Burning Sun affittavano appartamenti in edifici residenziali o commerciali dove ricchi clienti maschi pagavano per abusare sessualmente e fisicamente di donne durante la notte. Gli “inceneritori” arrivavano al mattino a ripulire macchie di sangue e a bruciare ogni prova di violenza. A volte, medici erano chiamati negli appartamenti di notte per arrestare le emorragie delle donne abusate o per praticare trasfusioni di sangue. (…)

Lo scandalo del 2018 del club Burning Sun è cominciato con il Grande Seungri. Il 28enne mega star del K-pop vanta più seguaci su Twitter del presidente sudcoreano Moon Jae-in. E’ diventato famoso dapprima come membro di una boy band, i Big Bang, e le sue numerose attività commerciali hanno pure avuto enorme successo. Notorio per le sue feste esagerate, Seungri era detto “il Grande Gatsby coreano”. Di colpo, si è trovato coinvolto in uno dei peggiori scandali relativi alle celebrità della storia coreana.

I servizi per gli stupri di gruppo e di pulizia successiva sono solo la punta dell’iceberg. Ciò che accadeva nel club stesso è ancora più orrendo. Le cosiddette “droghe per lo stupro” sono usate per vittimizzare le donne in tutto il mondo ma, in questo caso, il personale del club svolgeva un ruolo attivo nel fornire donne drogate agli ospiti di gran nome con la compiacenza di poliziotti corrotti.

Le conversazioni trapelate fra i promotori del club (noti come MD), che erano responsabili del procurare donne drogate per l’abuso sessuale, forniscono un’idea delle pratiche d’affari quotidiane del locale:

MD 1: “La stanza VIP sta cercando una mulge.”

MD 2: “Okay, ne cerco una.”

MD 1: “Sbrigati a trovarla.”

(dopo qualche minuto) MD 1: “Non ci serve più, trova solo qualcuna che sembri non in sé.”

MD 2: “Cerco una lumaca, allora.”

MD 1: “Aiutami a fare un grosso centro.”

I manager del club tentano di assicurarsi una “mulge” (il loro termine per “ospite femmina attraente”) da introdurre ai clienti della stanza VIP. Una “mulge” non è una hostess pagata o una prostituta, sebbene i manager la trattino da tale. E’ solo qualcuna che entra in un club per divertirsi e ballare.

Poi, secondo le conversazioni registrate, i VIP cambiano idea sul volere una vittima cosciente e richiedono invece una “lumaca”, slang coreano che indica donna priva di sensi e facile preda per il sesso. Da notare che “mulge” suona simile alla parola “foca” in coreano. Che siano foche o lumache, le ospiti di sesso femminile sono paragonate a esseri non umani che possono essere consegnati a richiesta. I manager fornivano persino ai loro clienti abituali le sostanze stupefacenti da usare con le donne.

Tutto lo staff era a conoscenza di ciò che accadeva e Seungri ne era consapevole: in effetti, lui e i suoi celebri amici hanno commesso una lista infinita di crimini contro le donne: assalto sessuale di donne inconsapevolmente drogate, la condivisione di film di sesso girati di nascosto, lo sfruttamento commerciale sessuale, eccetera.

Forse la natura onnicomprensiva dei crimini di questi uomini risulta meglio nelle loro stesse parole. Cospirano per vittimizzare donne su KakaoTalk, la più grande applicazione per messaggistica telefonica in Corea, e le loro conversazioni sono state la fonte principale delle prove dello scandalo. Durante un dialogo fra Seungri e altre “star” di sesso maschile, il cantante Jung Joon Young propone, possibilmente come scherzo, che tutti “aggancino una donna online, si va tutti insieme in un locale di spogliarelli e poi le stupriamo in macchina”. Un altro partecipante risponde pianamente: “Lo sai che queste cose le facciamo già nella vita reale. Quel che facciamo è come un film. Pensaci un minuto. Non è che uccidiamo nessuno.”

Il paragone con i film è da sottolineare. Le editrici di SECOND, magazine femminista di cinema, fanno notare che nell’industria cinematografica coreana “è diventato un cliché ritrarre la violenza sessuale contro le donne in eleganti soggiorni ove gli uomini si riuniscono per dimostrare il loro potere e queste raffigurazioni non sono più da tempo descrivibili come critica culturale.” Potenti personaggi maschi, che siano industriali, procuratori, avvocati o politici tendono a scegliere i soggiorni dei bar-karaoke come sede di collusione e la violenza contro le donne come rituale di vincolo. (…)

Nel libro “Loving to Survive”, di recente tradotto e pubblicato in Corea, Dee Graham interpreta la pratica degli uomini di condividere i loro atti sessuali: “Quando gli uomini si mettono insieme a parlare di “fottere” donne, di “fare centro” o delle loro conquiste sessuali, stanno dicendosi che, sebbene facciano sesso con donne, i loro legami emotivi sono l’uno con l’altro. Stanno comunicando ai loro compagni maschi “Tu sei più importante, per me, della donna con cui ho fatto sesso”. (Forse questa è la ragione per cui le persone di sesso femminile con cui fanno sesso non sono importanti per così tanti di loro.) Stanno anche comunicando che le loro relazioni sessuali con le donne hanno come scopo lo sfruttamento. Questo tipo di discorso mette gli ascoltatori di sesso maschile nell’atto sessuale con il parlante maschio e la donna. I compagni sono invisibili, ma sono là con l’uomo che si fa la “scopata”, condividono la sua vittoria nell’utilizzo della donna, e i legami fra maschi si rafforzano in questa condivisione, ove sono uniti nella loro soggiogazione del genere femminile.” (…)

Se il sesso, la violenza sessuale e lo sfruttamento sessuale sono tutti collegati nel mondo degli uomini, allora le risposte delle donne a tali questioni devono pure essere collegate. In questo senso il “Movimento 4B” nato fra le giovani donne coreane – le quattro B fanno riferimento al boicottare l’uscire con gli uomini, il fare sesso, il matrimonio e la gravidanza – non è così radicale.

L’anno scorso, 6 dimostrazioni di sole donne contro la pornografia delle telecamere nascoste hanno portato 350.000 donne nelle strade di Seul, aprendo la strada alla marcia contro i crimini collegati alle droghe per stupro nel marzo di quest’anno. Nel maggio 2019, dopo che il tribunale aveva respinto un mandato d’arresto per Seungri, nonostante le prove del suo coinvolgimento nel procurare donne per la prostituzione e la violenza sessuale, un migliaio di donne sono scese in strada contro il “cartello dello stupro”. La guerra di resistenza delle donne contro il terrorismo sessuale in Corea del Sud è in corso e continuerà sino a che gli uomini continueranno ad abusare delle donne.

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arthdal poster

Ecco qua (per la serie: oggi parliamo di “fuffa”, my friends). Questo è il manifesto di “Arthdal Chronicles” – “Le Cronache di Arthdal”, attesissimo sceneggiato fantasy sudcoreano che ha persino vinto un premio (per il drama più atteso…) ancor prima di andare in onda su TvN e Netflix, cosa che è finalmente accaduta il 1° e il 2 giugno.

Definito nelle conferenze stampa, non dai suoi autori, “la risposta orientale a Il Trono di Spade”, criticato in modo drastico in questi giorni sul web proprio per le supposte somiglianze alla serie tv sunnominata, “Le Cronache di Arthdal” è in effetti deludente – ma non per questi motivi, e inoltre è partito con percentuali d’ascolto molto buone che sono persino cresciute per il secondo episodio.

“Non ho neppure mai pensato di paragonare la nostra serie a “Il Trono di Spade” e non penso che il nostro scopo sia creare qualcosa di simile. Penso che il paragone non sia appropriato. Abbiamo tentato di creare una serie televisiva costruendo un mondo fantastico a partire dalla nostra immaginazione e spero che vedrete la nostra serie per quello che essa è.”, ha detto lo scrittore e sceneggiatore Park Sang-yeon ai giornalisti, ma sembra che non lo abbiano ascoltato.

Partiamo dalla “risposta orientale”. La prima stagione de “Il Trono di Spade” ha cominciato ad andare in onda il 17 aprile 2011 e non è un mistero che la sottoscritta ne ha preso visione, ha registrato i motivi del suo successo – sangue, brutalità, torture, efferatezza, oggettivazione sessuale delle donne, stupri, stupri e ancora stupri – e ha bellamente ignorato lo show sino alla sua fine. Tuttavia, se vogliamo mentire e dire che il fascino dello sceneggiato era in realtà la lotta per il potere con i suoi tradimenti e intrighi, le sue guerre e colpi di stato e omicidi politici, be’, potremmo definirlo “la risposta occidentale” a “The Legend” (11 settembre – 15 dicembre 2007) o meglio ancora a “La Regina Seon Deok” (25 maggio – 28 dicembre 2009): quest’ultimo avrebbe dovuto contare 50 episodi, ma il suo successo fu talmente clamoroso che i produttori ne aggiunsero altri 12.

The Legend poster

Nel primo caso abbiamo: due giovani principi apparentemente designati entrambi come l’atteso sovrano delle leggende e delle profezie, l’uno quasi privo di appoggi a corte e l’altro membro di una potente e spietata coalizione interna; quattro semi-dei, custodi mistici del regno, e le loro interazioni con i due rivali; un clan di assassini adoratori del fuoco che giustificano la loro brama di potere assoluto con un’antica sete di vendetta… magia, spade, veleno, eserciti, ambizioni personali, creature fantastiche (il Serpente-Tartaruga, la Fenice, la Tigre Bianca, il Drago Blu) ecc. C’è tutto: “Il Trono di Spade” ha copiato?

queen seondeok poster

Nel secondo caso abbiamo: una principessa – e poi unica legittima erede al trono – allontanata alla nascita per evitarne l’omicidio, che cresce ignorando il proprio status; sicari e profezie; religione asservita al potere temporale; frenetiche e crudeli lotte fra i cortigiani; sfrenata ambizione personale soprattutto nell’antagonista principale della principessa, una cortigiana che sale di forza a vette sempre maggiori di potere usando letteralmente e implacabilmente se stessa e gli altri: un personaggio “cattivo” così affascinante, intelligente, profondo, complesso – e magistralmente reso dall’attrice che lo interpretava – da rendere impossibile odiarlo del tutto. Anche qui magia e spade e veleno e eserciti, ecc.: il “Trono di Spade” ha copiato?

Gli elementi tipici, universali, di queste storie semplicemente si ripetono. Qualunque cosa tu crei avendo come sfondo un trono conteso – ed è questo il caso per tutti e tre gli sceneggiati citati – li rende inevitabili. C’è da dire che “The Legend” e “La Regina Seon Deok” li hanno semmai espressi in modo assai più coinvolgente e raffinato di quanto abbia fatto quel carnaio – bordello noto come “Il Trono di Spade”.

Se “Le Cronache di Arthdal” è deludente, come ho detto all’inizio, non è perché abbiamo i “figli della profezia”, i politici avidi e sfrenati, i guerrieri macellai – e nemmeno i (francamente per me ridicoli) “neandertaliani” con il sangue blu e la magia dei sogni: è perché, almeno per il momento, non è riuscito a suscitare la nostra simpatia, identificazione, passione per nessuno dei personaggi che in esso si muovono.

cast

(i quattro principali sono qui sopra)

Gli scenari sono di sicuro bellissimi, i dettagli che differenziano le varie aggregazioni molto curati, la recitazione non merita meno di impeccabile… è il copione che fa acqua, assieme al ritmo assai confuso delle riprese. Ma una somiglianza con “Il Trono di Spade” c’è, sebbene di segno opposto: invece di spogliare ossessivamente le attrici, “Le Cronache di Arthdal” denuda di continuo i torsi degli attori. Ambo i trucchetti rivelano che tipo di pubblico si sta cercando di agganciare – guardoni maschi occidentali o idol-fan femmine orientali… l’importante, sapete, è soddisfare gli sponsor pubblicitari con ogni mezzo necessario.

Maria G. Di Rienzo

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(vedi articolo precedente)

feff 2019

Il Far East Film Festival (FEFF) è sempre pieno, oltre che ovviamente di film, di occasioni, incontri e materiali – e da questo punto vista parteciparvi anche per un solo giorno è gratificante.

“Innocent Witness” non riserva grosse sorprese come trama, cosa che già sapevo prima di vederlo, ma oltre a esaltare la bravura della giovanissima attrice co-protagonista (su cui pesa l’intera struttura della storia), convoglia un messaggio di fondo sulla diversità e sul rispetto di cui non solo la società coreana da cui proviene ha bisogno.

Ci sono piccoli momenti magici che non aggiungono o tolgono nulla allo svolgimento del plot, ma che si incidono nella memoria emotiva di chi guarda:

* L’anziano padre dell’avvocato, un uomo spiritoso e ostinato che nonostante gli acciacchi trasmette un’incrollabile gioia di vivere, dopo aver sottolineato che il figlio non gli ha mai presentato una fidanzata, dice: “La gente comincia a chiedermi se ti piacciono gli uomini.” E davanti allo stupore del figlio aggiunge: “Non mi importa se porti a casa un ragazzo, purché sia gentile.”

Questo minuscolo passaggio mette con semplicità l’importanza di una relazione dove esattamente deve stare: la felicità di chi quella relazione intrattiene, che è meglio garantita se si ha a che fare con una brava persona e per essere una brava persona il sesso non conta nulla.

* L’avvocato comprende presto che la ragazzina testimone ha un’intelligenza stratosferica (come molte persone autistiche) e una personalità affettuosa e onesta. Nel mentre comincia ad affezionarsi a lei commette un errore molto comune, quello di compatirla. “Se solo non fosse autistica…”, comincia a dire alla madre della ragazza, che immediatamente lo interrompe: “Se non fosse autistica non sarebbe la stessa persona, non sarebbe la mia Ji-woo.”

Ti amo così come sei, per quello che sei. E questo è il secondo ingrediente fondamentale per far funzionare qualsiasi relazione affettiva.

Probabilmente tutto ciò è scontato per il regista Lee Han quanto lo è per me o per molti/e di voi che leggono, ma date un’occhiata in cronaca ai crimini dell’odio, alle conseguenze del bullismo, al sistematico disprezzo per chiunque non si conformi ai modelli prescritti e saprete subito perché c’è più che mai necessità di ripeterlo.

La mia valutazione complessiva sulla pellicola, compresa la prevedibilità di alcune scene e un finale con abbracci e fiocchi di neve che sa troppo di già visto, è quindi “più che sufficiente” – non altrettanto posso dire dell’organizzazione relativa alla sua proiezione:

1. Signori/e del FEFF, le vostre “maschere” devono avere istruzioni precise ma soprattutto uguali: non potete far correre gli spettatori da un piano all’altro del cinema perché uno dice “potete entrare dovunque” e l’altro “no, qui entrano solo gli abbonati” e il terzo ti fa entrare solo perché è chiaro che sei parecchio incazzato. I dieci euro di biglietto erano identici per tutti. La cosa mi ha seccato particolarmente perché sto soffrendo di una fastidiosa tendinite e i tre piani li ho fatti su e giù con il bastone.

2. In sala erano presenti il regista e gli attori Jung Woo-Sung (l’avvocato) e Lee Kyu-Hyung (il pubblico ministero) e sentire quel che avevano da dire sarebbe stato molto piacevole. Purtroppo la presentatrice ha farfugliato qualcosa in simil-inglese e ha schiaffato il microfono in mano a ciascuno di loro lasciando che si arrangiassero da soli. Non è stata in grado di porre una domanda che fosse una. Il traduttore dal coreano (il molto noto critico cinematografico statunitense Darcy Paquet) ha tradotto qualcosa in inglese a voce sussurrata e a beneficio di non si sa chi. Io ho capito mezze frasi in ambo le lingue tirando le orecchie e presumo che altre persone abbiano fatto lo stesso, ma il grosso del pubblico ha dovuto accontentarsi del “buongiorno” detto in italiano da Jung Woo-Sung (grazie, ricambiamo anche se erano le cinque del pomeriggio passate).

Per quel che riguarda il povero Lee Kyu-Hyung, poiché non condivide lo status di star del protagonista pur essendo a mio parere un attore migliore, non lo si è presentato, non si è compiuto lo sforzo di tradurne l’intervento in italiano o in inglese e non ha ricevuto neanche un applauso. Andiamo, FEFF, avete anni e anni di esperienza: si può fare di meglio.

Maria G. Di Rienzo

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My sweet people,

domani parto per il Far East Film Festival di Udine (mia terra natia).

https://www.fareastfilm.com/

Il film che ho scelto si chiama “Innocent Witness” (2019, regista Lee Han).

Innocent Witness

Tratta di un avvocato che deve difendere una domestica accusata dell’omicidio del datore di lavoro (lei sostiene che l’uomo si sia suicidato) e della testimone principale dell’accusa: una ragazzina autistica che ha assistito alla vicenda (la giovane, bravissima, attrice Kim Hyang-gi mi ha stregato in meno di due minuti di trailer). Vado, vedo e poi vi racconto.

Come vado? Be’, in nekobus (gattobus), ovviamente!

gattobus

Ci risentiamo lunedì. MG DR

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Park Hye-su

Annunciato con grande clamore dopo una proiezione riservata, e di sicuro un successo domestico nel 2018 (oltre un milione di spettatori e circa 10 milioni di euro di incasso), il film sudcoreano “Swing Kids” – “스윙키즈” , basato sul musical “Ro Ki-su”, resta un po’ una promessa mancata a livello narrativo e non ha attratto grande attenzione all’estero.

Il motivo principale per cui lo recensisco è nella prima immagine che vedete: ritrae la 24enne Park Hye-su (nel ruolo di Yang Pan-rae), cantante e attrice, che ha reso mirabilmente la fierezza, la brillantezza, la dignità e l’integrità del suo personaggio.

Il miglior dialogo della pellicola si svolge fra costei e il sergente statunitense Jackson (Jared Grimes): quando la ragazza gli chiede quale guaio abbia combinato per essere spedito all’estero e l’uomo le risponde che il suo essere di colore è visto come un guaio di per sé in America, Yang Pan-rae ribatte “Prova a essere una donna in Corea”. Ha detto tutto – e tutto noi abbiamo sentito nella nostra pelle – in sette parole. Dopo aver spiegato che ha “una canzone in testa” ma non riuscirebbe mai a cantarla, Yang Pan-rae decide di “mostrarla” a Jackson e sullo sfondo di “Modern Love” di David Bowie si produce in una performance di danza che è una corsa e un volo verso la libertà: in contemporanea, il protagonista principale Ro Ki-su (Do Kyung-su, anche noto come D.O.) ripete gli stessi movimenti e nella propria mente sfonda porte, abbatte reticolati e sfreccia fuori dal campo di prigionia. I due giovani hanno entrambi un intero nuovo mondo dentro se stessi e la cosa fantastica è che le loro visioni si accordano e si intrecciano a ritmo: è possibile, dice la danza, è possibile vivere insieme e essere liberi, è possibile smantellare le prigioni in cui ci confinano.

In effetti la storia è ambientata nel campo per prigionieri di guerra di Geoje, situato su un’isola e gestito dall’esercito statunitense. Siamo nel 1951, durante il conflitto coreano, e a Geoje i prigionieri divisi fra nord e sud si scontrano frequentemente. Il brigadiere generale Roberts (Ross Kettle), comandante del campo, commissiona al sergente Jackson – con un misto di minacce e lusinghe – una parte del suo programma politico propagandistico diretto a mostrare ai superiori e all’opinione pubblica quanto è bravo. Poiché il sergente nella vita civile era un ballerino di “tap dance” (tip-tap), il comandante vuole che insegni la danza a qualche prigioniero e che organizzi uno spettacolo.

Questa premessa, come innesco narrativo, è di sicuro bislacca e poco credibile ma la maestria degli attori la rende per noi più verosimile di tutti gli elementi drammatici della storia (complotti, lealtà divise e orrori della guerra in generale) che purtroppo non hanno sviluppi significativi ne’ risoluzioni. La dichiarazione al proposito del regista Kang Hyeong-cheol sembra essere quella che mette in bocca a Yang Pan-rae (“Fucking ideology” – “Fottuta ideologia”) e che con un leggero rimaneggiamento diverrà il titolo dello spettacolo di tip-tap: “Fuck ideology” – “Che l’ideologia vada a farsi fottere”. Comunismo e capitalismo sono posti in modo semplicistico e astratto sullo stesso livello: se i coreani non conoscessero entrambi, è il messaggio esplicito, ricorderebbero di essere un popolo e ogni male finirebbe… però al regista basterebbe uno sguardo nemmeno troppo approfondito alle tragedie storiche del proprio paese per rendersi conto che questa è una fantasia consolatoria – senza toccare le suddette “ideologie”, per secoli strettissime divisioni di classe e spadroneggiamenti abominevoli della nobiltà hanno annegato la penisola coreana nella sofferenza e nel sangue.

swing kids 2

Ad ogni modo, tornando alla pellicola, il sergente Jackson riesce a superare le barriere linguistiche e culturali e a mettere insieme la squadra di tip-tap: oltre a Yang Pan-rae, che è un’orfana non prigioniera determinata a salvare i familiari che le restano facendo qualsiasi mestiere, il gruppetto è composto dal soldato cinese aspirante coreografo Xiao Pang (Kim Min-Ho), dal civile Kang Byung-sam (Oh Jung-se) finito nel campo perché accusato falsamente di essere comunista e dal comunista vero e proprio nonché fratello minore di un eroe di guerra nordcoreano Ro Ki-su. L’attore che interpreta quest’ultimo è una star del k-pop e di solito ciò non promette bene per la recitazione, ma Do Kyung-su è stato eccellente nel rendere le trasformazioni del suo personaggio e soprattutto il bruciante desiderio di Ro Ki-su di avere musica – danza – libertà nella propria vita; ad esempio, dopo il primo incontro con Jackson e la “tap dance”, il giovane prigioniero comincia a essere ossessionato dai ritmi che coglie nel quotidiano – dalle palette che battono la biancheria ai colpi di coltello sulle verdure da soffritto, sino al digrignare di denti e al russare dei compagni di camerata durante la notte, tutto gli fornisce una base ritmica su cui ballare.

Il momento migliore del film sono senz’altro i dieci minuti circa dello spettacolo che la squadra di tip-tap mette in scena per Natale (1.49 / 1.59): un’esibizione mozzafiato sulle note di “Sing sing sing” (Benny Goodman) che è possibile rivedere molteplici volte senza perdere una briciola di entusiasmo. Ma è tutto: la fucking ideology ha già preso possesso della scena con il complotto nordcoreano per uccidere il comandante del campo a cui Ro Ki-su dovrebbe prender parte proprio al termine dello show – e le due linee narrative stridono, si scontrano, si contraddicono e collassano. Il fratello del protagonista (l’eroe di guerra che abbiamo scoperto essere un disabile dal fisico imponente e dall’età mentale di un bambino) inscena la sparatoria prevista ma non riesce ad assassinare il generale. L’intero gruppetto di tap dancers, invece, è prevedibilmente massacrato su ordine di costui. Per suscitare maggior orrore in platea, a Ro Ki-su i soldati statunitensi sparano prima alle ginocchia… Sopravvive il solo Jackson, che nel finale vediamo ai giorni nostri come anziano turista nel campo di Geoje: entra nel locale in cui si allenava con i suoi quattro amici e si china, per sfiorare con la mano il pavimento di legno su cui le claquettes delle scarpe da tip-tap risuonavano così bene. Lo schermo si fa scuro e parte “Free as a bird” – “Libero come un uccello” (Beatles, 1995) che ci accompagnerà per tutti i titoli di coda. Al di là delle mie perplessità sulla pellicola nel suo complesso, credo sia un buon messaggio di chiusura:

Free as a bird

It’s the next best thing to be

Free as a bird

(Libero come un uccello / E’ prossima cosa migliore da essere / Libero come un uccello)

swing kids

Maria G. Di Rienzo

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Romanticismo

(“Romance” di Jessica J. Horowitz – in immagine – poeta contemporanea. Jessica è coreana di nascita e attualmente vive nel New England dove studia mitologia asiatica e scherma antica. Giudico la sua arguzia illuminante.)

jessica

“Romanticismo”

Tu dici di non credere ai fantasmi

ma sei più che disposto

a baciarmi sotto la luce

di stelle morte da lunghissimo tempo.

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Il motto che accompagna la rivolta è “scappa dal bustino” (o corsetto). Migliaia di video e post in cui le donne equiparano il “regime della bellezza” loro imposto a una forma di lavoro coatto per cui non ricevono compenso alcuno stanno sciamando lungo i social media. Le ribelli stanno distruggendo i cosmetici che hanno e si rifiutano di comprarne ancora; contestano gli standard per cui, per essere “carine”, devono avere pelle chiara, grandi occhi, naso all’insù, labbra siliconate, faccia piccola, lunghi stuzzicadenti al posto delle gambe e magrezza da campo di concentramento – sono gli standard che nel loro paese mettono un terzo delle giovani donne sotto i ferri del chirurgo plastico.

Il paese è la Corea del Sud e questa qui sotto è Cha Ji-won nel classico prima e dopo.

cha ji-won

Ji-won ha cominciato a truccarsi a 12 anni nel tentativo di somigliare all’irreale figurina proposta dai media e dalle industrie di cosmesi e moda e quando ha raggiunto i vent’anni spendeva ormai 100.000 won (circa 78 euro) al mese in prodotti per il trucco e si ossigenava i capelli. Adesso ha ventidue anni e nel mezzo del risveglio femminista in Corea, ha raccontato ai giornalisti del Guardian, ha deciso di buttare via tutto: “Mi sono sentita come se fossi rinata. C’è un limite all’energia mentale che una persona può usare in una giornata e io ne spendevo la maggior parte preoccupandomi di essere carina. Adesso uso quel tempo per leggere e per fare esercizio.”

L’iniziativa è del tutto coerente con la spallata che il movimento femminista ha dato alla società sudcoreana negli ultimi tempi, con le donne che sono scese più volte in strada chiedendo maggior eguaglianza e la fine delle molestie e delle aggressioni sessuali.

“Il movimento non solo mira a sfidare l’oggettivazione sessuale delle donne, ma anche a cambiare il loro status che ora le vede subordinate agli uomini. – ha spiegato Lee Na-young, docente di studi sulle donne all’Università Chung-An di Seul – Come risultato, non c’è solo il cambiamento di attitudine rispetto ai cosmetici, ma anche un cambiamento nel modo in cui le donne scelgono di vestirsi. Queste donne stanno facendo esperienza della liberazione e una volta che ne fai esperienza non torni più indietro.”

Sebbene non ci sia ancora modo di quantificare l’impatto della rivolta sui produttori coreani di cosmetici, già alcune ditte stanno progettando di aumentare le vendite di prodotti diretti agli uomini: credo sia la cosa giusta da fare – gli uomini hanno inventato gli standard, gli uomini li impongono e gli uomini ci guadagnano. Se i soldi finiscono per sborsarli loro, piuttosto che siano estorti alle donne strozzando le loro esistenze, tanto meglio.

Maria G. Di Rienzo

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