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posto di blocco

Per recensirlo mi basterebbe una frase: “E’ uno dei film più belli che io abbia mai visto.”, ma non gli renderebbe giustizia e riconoscimento: cose che le vittime del massacro di Gwanju (Corea del Sud, 18-27 maggio 1980) di cui il film tratta non hanno ancora pienamente ricevuto. Ma la pellicola, da quando è uscita nel paese d’origine il 2 agosto 2017, ha superato tutte le aspettative in brevissimo tempo, per tre settimane consecutive è stata in testa al box office diventando il 10° film più visto in Corea ed è la produzione che concorrerà agli Oscar nella sezione “Miglior film in lingua straniera”.

Si tratta di “Un tassista” (택시운전사), del regista Jang Hoon, che ora è online con sottotitoli in inglese e il titolo “A taxi driver”. Si basa sulla vera storia del giornalista tedesco Jürgen Hinzpeter, scomparso l’anno scorso a 79 anni, e del tassista Kim Sa-bok (morto di cancro nel 1984) che lo portò a Gwanju durante le sollevazioni per la democrazia.

All’epoca il governo della Corea del Sud era una dittatura militare con a capo Chun Doo-hwan, che aveva preso il potere nel 1979. Chun dichiarò la legge marziale per l’intera nazione, chiuse le università e il Parlamento, fece arrestare i leader dell’opposizione e operò una stretta censura sui mezzi di comunicazione. Le proteste contro il regime, per lo più organizzate e guidate dagli studenti universitari e liceali, erano soffocate con estrema violenza. Il 18 maggio la popolazione di Gwanju scese in massa nelle strade e i soldati aprirono il fuoco. La cittadina fu circondata da posti di blocco e resa irraggiungibile: persino le linee telefoniche furono tagliate. Nessuno all’esterno sapeva cosa stesse accadendo. Le voci sulla sollevazione e sull’impossibilità di documentarla raggiunsero il giornalista Hinzpeter a Tokyo: il giorno dopo prese un volo per Seul e fra mille pericoli condivisi con il tassista che guidava per lui filmò ciò che è visibile ancora oggi in strazianti montaggi documentari. In effetti, la pellicola ha ricreato fedelmente alcune delle sequenze riprese da Hinzpeter (che mi sono tornate in mente durante la visione con effetto “colpo al cuore”).

gwanju maggio 1980

(Gwanju, maggio 1980)

Il film si apre presentandoci il sig. Kim di Seul – l’attore Song Kang-ho in una delle sue migliori performance – tassista indipendente, vedovo con una figlioletta 11enne e poco propenso a occuparsi di altro che non sia il racimolare i soldi per l’affitto arretrato. Quando apprende per caso che uno straniero pagherebbe una cifra considerevole per un viaggio di andata e ritorno prima del coprifuoco a Gwanju, “ruba” l’incarico al tassista designato giungendo all’appuntamento prima di lui. Il ruolo del giornalista che lo ingaggia è ricoperto in modo altrettanto superbo dall’attore tedesco Thomas Kretschmann, ma nessuno dei co-protagonisti fallisce nel renderci i propri personaggi e parte del merito va senz’altro alla sceneggiatrice Um Yoo-na, che ha saputo disegnare umanità a tutto tondo anche per quelli che incontriamo di sfuggita o per poche battute.

Una volta a Gwanju, il tassista è costretto a riconsiderare il proprio disinteresse per la politica: non è solo la telecamera di Jürgen Hinzpeter, sono i suoi occhi a vedere i soldati massacrare giovani e vecchi a bastonate, sparare su una folla inerme e poi prendere di mira chi tenta di soccorrere i feriti (la cifra finale degli assassinati non è ufficiale, le stime arrivano a circa 2.000 persone). Sebbene, scosso in ogni fibra e preoccupato per la figlia rimasta sola, dapprima abbandoni la situazione, una volta tornato a Seul da solo non riuscirà a restarci. Non passerà neppure da casa prima di dirigersi di nuovo a Gwanju. Il film ha molte scene memorabili, ma a me resterà impressa per sempre quella apparentemente banale della telefonata che il tassista fa alla sua bambina prima di tornare al fianco di Hinzpeter: “Papà ha lasciato indietro un cliente. – le dice cercando di trattenere le lacrime – Qualcuno che ha davvero bisogno di prendere il mio taxi.”

Ne ha davvero bisogno perché il filmato delle atrocità perpetrate a Gwanju deve raggiungere l’esterno, come promesso allo studente che i due là incontrano e che poi ritroveranno cadavere all’ospedale, come promesso ai tassisti della cittadina che – fatto storico – si mettono di mezzo fra la linea di fuoco e i dimostranti per permettere la rimozione dei feriti, come promesso alla folla di cittadini che li ha accolti e festeggiati e ha offerto loro cibo, sorrisi, ringraziamenti e applausi.

“Dietro a un ospedale – ebbe a scrivere il vero Jürgen Hinzpeter – parenti e amici mi mostravano le loro persone care, aprendo parecchie delle bare che giacevano là in file e file. Mai nella mia vita, neppure filmando in Vietnam, avevo visto una cosa del genere.”

E alla fine, nella realtà e nella fiction, il filmato riesce a passare l’ispezione doganale: è nascosto in una grossa scatola di biscotti avvolta in carta dorata e addobbata con fiocchi verdi come in uso per i regali di nozze. Un oggetto così vistoso da passare inosservato, una delle piccole efficaci commoventi astuzie che i protagonisti usano durante tutto il film per sfuggire a una violenza feroce e persistente, per sopravvivere e testimoniare. Maria G. Di Rienzo

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Okja e Mija

Dopo essere riuscita a vederlo con qualche difficoltà – ed essere rimasta perplessa e un po’ delusa – ero incerta se recensire o meno “Okja” (sapete, il film che è stato al centro delle polemiche a Cannes perché è una produzione Netflix e non passa per i cinematografi). Poi ho pensato che dovevo dirlo: Ahn Seo-Hyeon, la ragazzina che regge l’intera storia sulle proprie spalle, è un’attrice straordinaria e nel mio cuore ha già vinto palme d’oro, leoni di diamante e… maialini di platino.

Il regista è quel Bong Joon-ho che aveva superato in modo magistrale la sfida di “Snowpiercer” e, per quanto riguarda i momenti “motivazionali” e d’azione del film, quando Seo-Hyeon è presente va tutto alla perfezione. Il problema è che gli altri personaggi sono francamente non verosimili e sembrano cartoni animati o immagini generate al computer ben più del super-maiale Okja.

La vicenda è questa: una corporazione economica con una brutta fama di sfruttamento dei lavoratori alle spalle, la Mirando, lancia tramite la nuova presidente (Tilda Swinton) il progetto propagandistico che deve salvarne le sorti. Fingendo di aver semplicemente “scoperto” i maiali giganti che ha creato in laboratorio modificandoli a livello genetico, ne consegna 26 alle altrettanti sedi che ha in giro per il mondo, affinché siano allevati “in modo naturale” in fattorie locali nei dieci anni necessari a raggiungere la maturità – e possano essere trasformati in salsicce per “combattere la fame nel mondo”. Quest’ultima è la giustificazione che i produttori di ogm hanno sempre dato per i loro esperimenti del menga – e dico “del menga” senza tema di smentita perché sono stati tutti fallimenti, dalle sementi modificate che hanno invaso e distrutto altre colture e non hanno dato resa superiore alle loro equivalenti naturali, al geniale progetto di far mangiare patate crude “potenziate” con vitamine alle popolazioni povere e afflitte da malattie relative a una nutrizione insufficiente. Se poi vogliamo parlare di quanti contadini sono stati ridotti in miseria da queste redditizie frodi e di quanti, soprattutto in India, si sono tolti la vita grazie ad esse, possiamo aggiungere a “frodi” una sola specificazione: esiziali per l’ecosistema terrestre, umanità compresa.

Ad ogni modo, tornando alla trama, in Corea del Sud la maialina Okja cresce assieme alla bambina Mija nella fattoria del nonno di quest’ultima, diventandone la migliore amica. Quando gli uomini della corporazione vengono a riprendere l’animale, dicendo che vogliono mostrarlo alla loro fiera in programma a New York, a Mija resta la statuetta d’oro di un maiale come dono compensatorio e la sensazione che qualcosa non stia funzionando: perciò decide di seguire Okja. Lo farà per tutto il resto del film, con tutto quel che ha, con una determinazione e una forza commoventi, rischiando la vita nello sfondare vetrate e nel saltare da terrazze sopra automezzi in movimento, resistendo o negoziando, ma senza un solo attimo di cedimento. I momenti in cui riesce a riunirsi a Okja e le due “si parlano”, con sussurri nell’orecchio e carezze da parte della bambina, e movimenti e occhiate inequivocabili da parte dell’animale (che nella fattoria aveva imparato ad alzarsi su due zampe per abbracciare l’amica) sono i più intensi e i più “veri”.

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Purtroppo, come ho già detto, il resto degli attori sembra fatto di compensato, “finto” persino nelle scelte di abbigliamento e nelle espressioni facciali: perciò non riusciamo ad interessarci alla competizione interna alla Mirando – la presidente ha una gemella ancora più carogna e bugiarda di lei – e non riusciamo ad avvicinarci alla comprensione di una squadra di militanti dell’Animal Liberation Front presentata in modo ridicolo, in cui per esempio uno dei membri ha smesso di mangiare “per lasciare minor impronta ecologica sul pianeta”… La parte finale, ambientata nell’allevamento intensivo dei super-maiali nel New Jersey che assomiglia in tutto e per tutto a un campo di concentramento, è invece assai verosimile e difficile da maneggiare perché mostra senza veli l’ammontare di inutile (e qualche volta compiaciuta) crudeltà diretta agli animali destinati a diventare cibo per gli esseri umani. Io non l’ho retta completamente e ho dovuto saltare qualche pezzetto.

La dichiarazione del regista – e sceneggiatore assieme al giornalista Jon Ronson – Bong Joon-ho non sembra essere “anti-carne”, infatti mostra Mija e il nonno che mangiano pesci e pollo senza porsi il problema, ma sicuramente mette all’indice un determinato modo di produrre carne da consumo umano privo di qualsiasi traccia di etica e di responsabilità. La ragazzina alla fine vince: comprerà la salvezza di Okja con la statuetta d’oro, ma la camminata che la porta fuori dal macello con la sua amica – resa nei toni di un grigio metallico con poche pennellate di colore – è una via crucis costellata dalle grida degli altri animali e dalla visione delle torture a loro inflitte. La scena finale del ritorno di Okja e Mija alla fattoria e alla vita precedente resta dolce-amara, macchiata dalla consapevolezza che tutto quel che abbiamo visto pochi secondi prima sta ancora accadendo. Maria G. Di Rienzo

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le nonne protestano

Forse pensavano che piazzandolo in un villaggio agricolo con poco più di 80 residenti non avrebbero incontrato alcuna resistenza: sto parlando del THAAD – Terminal High Altitude Area Defense, una sistema antimissilistico messo a punto contro gli Scud nel lontano 1991, durante la guerra del Golfo, che oggi ha ovviamente un’efficacia limitata. Tuttavia, ogni THAAD costa 800 milioni di dollari e la sua costruzione, in carico alla Lockheed Martin Space Systems, prevede subappalti a ditte come Aerojet, BAE Systems, Boeing, Honeywell, MiltonCAT, Oliver Capital Consortium, Raytheon, Rocketdyne… bisognerà pure far funzionare l’economia statunitense: facendolo pagare ai governi “alleati”, ovviamente.

Così, la decisione di installare il sistema a Soseong-ri in Corea del Sud, presa dalla deposta Presidente precedente, è oggi avallata dal Presidente in carica (che durante la campagna elettorale aveva detto al proposito di avere tutt’altra intenzione). L’unico fattore che nessuno aveva preso in considerazione studiando il progetto sono le vecchiette. Non sono tante, sapete, una dozzina circa. Hanno dai 60 agli oltre 80 anni e bloccano l’unica strada che porta all’area dell’installazione 24 ore su 24, costringendo l’esercito Usa a trasportare in loco i materiali tramite elicotteri.

soseong-ri

Affrontano la polizia faccia a faccia. Agitano ombrelli e bastoni da passeggio contro gli elicotteri che passano sulle loro teste, urlando loro di andarsene. Sono pronte, dicono, a continuare la lotta ad oltranza. Sono delle feroci comunarde altamente politicizzate? No, vogliono la tranquillità che avevano prima, e che considerano giustamente un loro diritto.

“Non posso dormire. – racconta ai giornalisti l’87enne Na Wi-bun, che vive a un chilometro dall’installazione – Prendo sonniferi, ma riesco a dormire solo due ore. Il rumore del generatore non si ferma mai.”

“Prima, di giorno eravamo nei campi e negli orti e la sera andavamo al centro civico comunale dove noi nonne passavamo il tempo insieme. – conferma l’81enne Do Geum-ryeon – Ora per noi non esistono più giorno e notte.” Lo scorso aprile la polizia ha malmenano quest’anziana, mentre con altre cercava di contrastare il passaggio dei camion militari statunitensi attraverso il villaggio. I lividi non l’hanno dissuasa: “Anche con il mio ultimo respiro intendo dire a queste persone che il THAAD devono portarselo via.”

“Sì, se ne deve andare. – dice la 67enne Kim Jeom-sook, una coltivatrice di meloni il cui nonno morì nella guerra di Corea (1950-1953) – A volte guardo in alto e sono terrorizzata all’idea che quelle casse appese agli elicotteri ci cadano in testa. Inoltre, il sistema non serve a niente: se la Corea del Nord volesse bombardarci potrebbe colpire ovunque e creare un mare di fuoco.”

Pace, ripetono instancabili le vecchiette. Pace nel nostro villaggio e pace fra le Coree e pace nel mondo intero. Maria G. Di Rienzo

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Credevo che Biancaneve avesse mangiato mele avvelenate a sufficienza, nella fiaba originale e nelle sue migliaia di riletture/riscritture, nei cinema e nei teatri eccetera. Mi sbagliavo. Mancava questa:

poster del menga

Il testo dice: “E se Biancaneve non fosse più bella e i sette nani fossero non così bassi?” Si tratta del poster promozionale per la parodia a cartoni animati dal titolo “Scarpette Rosse e i Sette Nani”. Il film è di produzione sudcoreana, definito dai suoi creatori “una commedia per famiglie” e narra la storia di “una principessa che non rientra nel mondo di celebrità delle principesse – e nemmeno nelle loro taglie”. Infatti, non riesce neppure a infilarsi le scarpette da bambolina Barbie ovviamente di 20 numeri più piccole: è una tragedia, altro che commedia!

Naturalmente la “bella” Biancaneve è quella a sinistra, il grissino con le gambe a stuzzicadenti allungate dalla bioingegneria o da un’altra magica macchinazione della Cattiva Regina – per renderle verosimili, la figura dovrebbe essere più alta di un terzo. Perciò la Biancaneve di destra è ancora una che potete incontrare per strada, ma Miss Sottiletta è come dev’essere: irraggiungibile per chiunque di noi sia umana.

L’attrice che dà voce alla protagonista di questa pacchianata, Chloë Grace Moretz, si è dissociata dalla campagna pubblicitaria e si è scusata perché “non aveva controllo su di essa”. Una valanga di proteste è venuta, oltre che da squisiti “nessuno” come me, da altri attori e personaggi pubblici, fra cui la modella Tess Hollyday (in immagine dopo questo paragrafo): “Come ha fatto una cosa del genere ad essere approvata da un’intera squadra di marketing? Perché dovrebbe andar bene dire ai bambini che essere grassi è uguale a essere brutti?”

tess

Dopo di che, si è scusata anche la produttrice Sujin Hwang e ha ritirato i poster. Ma ci ha tenuto a farci sapere che il film vuole “sfidare gli standard della bellezza fisica nella società enfatizzando – udite, udite! – la bellezza interiore.”

Una genialata MAI sentita prima. Infatti, dopo la visione della pellicola, ogni bambina o ragazzina bullizzata per il suo aspetto fisico uscirà dal coro di “cicciona” “grassona” “cesso” e “schifosa” che la circonda trillando: Sono bella dentro! Sono bella dentro!, cosa che avrà meno valore di un fico secco per i suoi tormentatori. E poi considererà di affamarsi – persino sino alla morte, di ferirsi o di buttarsi allegramente dal quarto piano: come tantissime fanno già senza aver visto la parodia di Biancaneve ma migliaia di annunci pubblicitari, sfilate di moda, sceneggiati e programmi tv, prodotti cinematografici che hanno ribadito loro quel che valgono se i loro corpi non rispondono agli standard di scopabilità vigenti – NIENTE.

Sveglia, Sujin, non esiste un dentro-fuori tagliabile con l’accetta nelle persone. Il nostro corpo è una spugna imbevuta di sensazioni, di emozioni, di desideri che non sono separabili da noi. Il nostro stato psichico influisce su quello fisico e viceversa. Il mio sangue irrora le mie mani che scrivono romanzi, non potrei farcela ne’ senza di esso ne’ senza la mia immaginazione. Chi io sono fuori e chi io sono dentro sono sempre io. Sempre abbondantemente splendida anche se recente 58enne, tra l’altro. Fottiti. Maria G. Di Rienzo

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Joongang Daily, April 15th 2017: ” ‘Saimdang’ to end series earlier than planned. The SBS series “Saimdang, Memoir of Colors” will end earlier than originally planned, its distributor said Thursday, as the fantasy period drama suffered from low ratings. The Wednesday-Thursday drama starring actress Lee Young-ae premiered on Jan. 26 on SBS as a 30-episode series. SBS said it will end on May 3 or May 4, a week earlier than scheduled.”

saimdang poster

I don’t want to boast or claim anything, but it took me just the two first episodes to say “This is gonna be a flop”. I thought I would have been touched by Saimdang’s history: the documentary I had previously seen about her was promising – with a mother that encouraged her daughter’s studies – but the drama disappointed me even if the female lead is a great actress (I don’t think the same of the male lead Song Seung-heon…) and even if we could see, at last, a supporting character wearing a size larger than zero while doing a meaningful job…. but the italian footage in present day sucked too much and said too much about the shallowness of the script.

The following notes are dedicated to all those k-drama fans’ sites where users wrote really incorrect (and even stupid) things about Italy as they were commenting “Saimdang”:

a) The lines of the italian “actors” do not match the english translation so I guess they don’t match the korean translation either;

b) The subtitles say the villa is in Tuscany and the city is Bologna, but Bologna belongs to another region (Emilia Romagna) and the scene of the “crazy korean woman” has been clearly shot in Florence (Ponte Vecchio and surroundings);

c) The villa’s name, “Siesta di luna”, is not italian, let alone the italian spoken in the year 1551: siesta is the spanish word for nap (it would be “sonnellino” for us), and it is a word that has been absorbed by our language much later. Besides, no owner would have named his/her villa “Sonnellino della Luna” in that age – the surname of the family or something picked by topography or mythology would have been chosen;

d) Obviously our country has laws about the so called “beni culturali” – historical buildings and artefacts such as paintings, etc. No guardian or civil servant or estate agent (the man in the drama states in italian “I’m not the owner”) is allowed to give what can be found in an ancient villa as a gift to a visitor but even so, the korean lady wouldn’t have been able to carry those objects out of Italy lawfully due to the strict control measures at the airport;

e) Yes, our country has a great burden of misogyny, domestic violence, femicide and street harassment: but it’s unbelievable that every single stranger Lee Young-ae meets in Italy speaks to her in what we can call “banmal” (we usually speak in the third person to adult people we don’t know: lei – not tu) and calls her “bella” (beautiful): that made me feel like shouting “are you mad or what” and “have you done proper research” to the scriptwriter.

I remember two similar huge missteps: a drama where a young woman, boasting her fresh studies in Italy, states that “pasta” (spaghetti etc.) is made with tomatoes and can trigger allergies – it’s the common sauce or gravy for pasta that uses them, pasta is made with flour, water and salt; and a documentary about traditional garments where was asked to an italian stylist about hanbok while she was wearing one: she said more or less “Yes the fabric it’s beautiful but I will have to modify the dress if I really want to use it, because now I cannot walk”: the korean translation and the english translation of it were fakes like “OMG it’s really great!”

Finally, for the historical part of drama: 1) it was boring beyond expectations and its pace so predictable I guessed almost every scene coming; 2) hardly explored what art meant to Saimdang, what she was trying to express and leave behind, who she really was, because most of the time the focus was on a fictional and broken and crossed and impossible love story – and triangles and even quadrangles added no flavour to it. Maria G. Di Rienzo.

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Na Hye-seok

Na Hye-seok (나혜석, 1896 – 1948, in immagine) è stata la prima artista femminista coreana: poeta, scrittrice, insegnante, giornalista e pittrice i cui quadri sono oggi valutati a prezzi da capogiro, sebbene l’Autrice sia morta in miseria in un ospedale per vagabondi e non si sappia neppure dov’è sepolta – poiché la famiglia l’aveva rigettata e nessuno si curò del suo funerale, è probabile si trovi in una fossa comune. Stranamente, ma forse non poi tanto, cinema e televisione del suo paese non si sono ancora interessati alla sua storia (esiste un breve documentario in francese di Han Kyung-mi, visibile su: https://vimeo.com/113225651) e il suo nome è stato usato sino a tempi recenti come spauracchio per le donne che avevano ambizioni artistiche: “Vuoi diventare un’altra Na Hye-seok?” ammonivano padri e fratelli. La prima retrospettiva del suo lavoro, al Centro per le Arti di Seul, è del 2000. Il suo racconto più famoso, “Kyonghui”, pubblicato nel 1918, è dal 2009 disponibile in inglese nella raccolta “Questioning Minds: Short Stories by Modern Korean Women Writers”: tratta di una donna che scopre se stessa come irriducibile alla prescritta cornice confuciana di “buona moglie e buona madre” e cerca significato e validazione come “nuova donna”. Per tutta la vita, Hye-seok tenterà di negoziare questo concetto all’interno della società coreana.

Nata in una famiglia benestante durante l’occupazione giapponese della Corea, dimostrò il suo talento artistico sin dall’infanzia e studiò anche in Giappone dove, nel 1915, era la principale organizzatrice dell’associazione delle studenti coreane. Qui visse il suo primo amore con un compatriota studente universitario, scrittore e editore di una rivista letteraria; questa coppia intellettuale e ribelle divenne assai famosa fra i coetanei, ma nel 1916 Choe Sung-gu morì di tubercolosi e Hye-seok ebbe un crollo nervoso che per qualche tempo le impedì di proseguire gli studi. Nel 1919 la giovane partecipò alla sollevazione contro l’occupazione coloniale del 1° marzo (che oggi è il Giorno del Movimento per l’Indipendenza), fu arrestata e imprigionata. L’avvocato assunto dalla sua famiglia per tirarla fuori di galera, Kim Woo-young, sarebbe di lì a poco diventato suo marito. Il loro fu un matrimonio d’amore, il che era raro all’epoca in Corea, e non avrebbe dovuto divenire un impedimento alle ambizioni artistiche della giovane donna, ma se durante il primo anno da sposata Hye-seok fondò con altri un giornale letterario e nell’anno successivo, 1921, tenne la sua prima mostra di quadri – che era la prima mostra in assoluto nel paese per i dipinti di una donna – già nel 1923 aveva scritto “Riflessioni sul diventare madre” dove rimproverava aspramente il marito perché delegava per intero a lei la cura dei figli.

na hye-seok autoritratto

(Na Hye-seok, autoritratto)

Nel 1927, Na Hye-seok e suo marito andarono a stare per tre anni in Europa. Hye-seok si fermò a Parigi per studiare pittura mentre Kim Woo-young, che era diventato un diplomatico per conto giapponese, portava avanti i suoi affari altrove. A Parigi la donna incontrò un altro uomo coreano, Choi Rin, che era il leader della (oggi quasi scomparsa) fede Cheondo-gyo: nata dalle lotte contadine del secolo precedente era inestricabilmente legata all’attivismo politico, poiché dichiarava come suo scopo principale il creare un “paradiso” di armonia sociale sulla Terra. Non è chiaro che tipo di relazione i due abbiano avuto, poiché nel suo diario Hye-seok dà conto del tentativo di restare leale nonostante le frustrazioni e le umiliazioni che riceve dal matrimonio, ma è abbastanza chiacchierata da fornire al marito la scusa per bollarla come adultera e divorziare da lei nel 1931. Lo stesso anno il supposto amante Choi Rin dà alle stampe in Francia un articolo “piccante” (leggi “volgare e osceno”) sulla sua storia con Hye-seok e lei lo denuncia per diffamazione. Nonostante il divorzio le abbia addossato una reputazione da sgualdrina in Corea, dove è tornata, Hye-seok continua a dipingere e vince un premio speciale alla 10^ Mostra dell’Arte di Joseon.

Nel 1934 pubblica sulla rivista Samcheolli il saggio che sarà allo stesso tempo il suo testamento politico, la più chiara esposizione delle indegnità che le donne coreane subiscono fatta sino ad allora, una sfida rovente al sistema patriarcale, e la sua rovina. Si chiama “La mia dichiarazione sul divorzio” e in esso, tra l’altro, Hye-seok critica la repressione della sessualità femminile, attesta che il marito non era in grado di soddisfarla sessualmente e rifiutava di discuterne, propone “matrimoni di prova” ove le coppie vivono insieme prima di sposarsi effettivamente di modo da non cadere in unioni infelici come la sua.

A questo punto non solo la sua famiglia d’origine la abbandona del tutto, ma non riesce più a vendere quadri, racconti o articoli. I critici d’arte hanno finalmente l’occasione di disprezzarne i dipinti come “scimmiottamenti dell’arte occidentale” e dichiarano il suo impegno artistico la squallida facciata con cui una donna dissoluta ha tentato di coprire la propria lussuria. Na Hye-seok vivrà gli ultimi anni grazie alla carità dei monasteri buddisti, ma non abbandonerà uno solo dei suoi convincimenti sui diritti e la libertà delle donne sino alla morte. Maria G. Di Rienzo

P.S. Oggi, 8 aprile, è l’anniversario del giorno in cui la prima persona coreana (non la prima femmina, la prima in assoluto) è andata nello spazio a bordo della Soyuz TMA-12, con due cosmonauti russi. Ascolta, Hye-seok, era il 2008 e questa tua connazionale si chiama Yi So-yeon e ha operato esperimenti scientifici a bordo della navicella. Lo deve anche a te. Non smettere di ispirarci.

Yi So-yeon

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