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Questo è promettente: Alice Wu la regista-sceneggiatrice di “Saving Face” (“Salvare la faccia”, 2005) ha prodotto un nuovo film che sarà in onda su Netflix il 1° maggio prossimo.

Alice Wu è nata il 21 aprile 1970 negli Stati Uniti, figlia di migranti provenienti da Taiwan, e la sua prima opera autobiografica trattava del fare coming out come lesbica nella comunità cinese-americana. All’epoca, disse: “Mi auguro che il pubblico abbia la sensazione che, al di là di chi ciascuno è, che sia gay o etero, o qualsiasi sia il suo retroscena culturale, se c’è qualcosa che desidera in segreto, si tratti dell’avere il grande amore o altro, non è mai troppo tardi per averlo. Voglio che il pubblico esca dal cinema provando un senso di speranza e di possibilità.” E in effetti sono le caratteristiche che fanno di “Saving Face” un gran bel film e che gli hanno guadagnato una serie di premi.

Il prossimo si chiama “The Half of It”, che probabilmente – data la difficoltà di tradurre l’espressione in modo letterale – in italiano finirà per essere “L’altra metà”. E’ in pratica Cyrano de Bergerac ai nostri giorni la qual cosa, visto quanto amo la commedia di Rostand, già mi delizia di suo.

the half of it

Ellie Chu (l’attrice cinese-americana Leah Lewis, in immagine) è una liceale timida, solitaria e occasionalmente oggetto di stupidi sfottò razzisti. Ellie è eccellente negli studi e arrotonda le entrate familiari scrivendo per i compagni di scuola i saggi assegnati ad essi dagli insegnanti. La sua arcinota bravura nello scrivere fa sì che un altro studente, disperatamente innamorato e senza quasi speranza di riuscire a impressionare la ragazza dei suoi sogni, le chieda di creare lettere d’amore per costei. Purtroppo, o per fortuna, si tratta della ragazza di cui è innamorata anche Ellie…

Il tratto autobiografico, qui, riguarda il miglior amico della regista, un coetaneo eterosessuale che, grazie alla profondità emotiva del loro rapporto, la aiutò a venire a patti con la propria identità. “Così eccomi qua, – ha scritto Alice Wu presentando il suo lavoro – che procedo verso la mezza età e ho appena fatto un film sugli adolescenti. Ora che è finito, vedo alcune cose più chiaramente. La principale: ero solita pensare che ci fosse un solo modo di amare. Che A + B – C equivalessero all’Amore. Ora che sono più vecchia, so che ci sono più modi di amare. Così tanti, più di quanti avessi mai immaginato.”

Date un’occhiata al trailer, è fantastico:

https://www.youtube.com/watch?v=B-yhF7IScUE

Maria G. Di Rienzo

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jenny

Jenny Lu, taiwanese (in immagine qui sopra) all’epoca studente d’arte a Londra, incontrò una giovane donna chiamata Anna durante un pranzo comunitario a Chinatown. “Veniva da un piccolo villaggio cinese e sembrava del tutto normale. – ricorda Jenny – Mi disse di essersi trasferita a Londra perché voleva una vita migliore.”

Poco dopo, nel 2009, Anna si suicidò nei pressi dell’aeroporto di Heathrow. Nessuno dei suoi amici e conoscenti, compresa Jenny, sapeva che Anna in Gran Bretagna c’era arrivata con un finto matrimonio – per cui la sua famiglia aveva pagato un prezzo salato – e che il suo lavoro consisteva nel prostituirsi in un salone per massaggi. E’ stata proprio Jenny a scoprirlo: devastata dal dolore per la morte di Anna ha intrapreso un difficile viaggio per tracciarne la storia e quel viaggio è divenuto il film “The Receptionist” (premiere a Taiwan venerdì prossimo e al Festival del Cinema di Edimburgo la settimana successiva).

Fra le donne che si prostituiscono nei saloni per massaggi, Jenny Lu ha trovato immigrate da tutta l’Asia; alcune sono arrivate a Londra tramite matrimoni pro-forma come quello di Anna, altre hanno falsi passaporti, altre ancora devono crescere figli da sole o erano arrivate per studiare e non hanno trovato il modo di mantenersi. Quelle che conoscevano Anna hanno raccontato a Jenny di come lavorasse duramente per ripagare il debito del finto matrimonio e sostenere la propria famiglia in Cina, compresi gli studi del fratello.

Nel film, la giovane regista ha messo tutto quel che ha visto e udito: donne che vivono come prigioniere, con le tende sempre tirate per paura di essere scoperte; donne che conoscono poco la lingua del paese in cui vivono e di Londra hanno visto a stento le strade più vicine al bordello; donne che sono sfruttate da ogni tipo di criminali e soggette a pestaggi, rapine e stupri se non pagano i soldi per la “protezione”: tanto i magnaccia sanno bene che non chiameranno mai la polizia a causa dei loro retroscena; donne soggette alle più incredibili brutalità da parte dei “clienti”… Questi ultimi pagano di media per una sessione di violenze (Nda: tale io considero il “sesso a pagamento”), sessuali e non, 120 euro: i proprietari del salone per massaggi trattengono dalla cifra – sempre di media – il 50/60%.

“Le attrici e gli attori non riuscivano a credere reale la sceneggiatura. – dice al proposito Jenny Lu – Così li ho portati a conoscere personalmente le donne di cui parlo.”

receptionist

Anna aveva 35 anni quando si è tolta la vita. Era in Gran Bretagna da due e veniva sfruttata dall’industria del sesso da uno. La sua famiglia continuava a chiedere danaro, il suo lavoro le risultava pesantissimo e inaccettabile, e quando tentò di farsi restituire i soldi che aveva prestato a una sedicente amica quest’ultima minacciò di far sapere ai familiari di Anna cosa lei faceva per vivere. Ogni sogno che Anna poteva aver nutrito lasciando il suo villaggio era finito in una discarica.

“Il messaggio che voglio mandare è questo. – attesta la regista – Anche quando ti allontani di molto dal sogno che hai nutrito per lungo tempo, voltati e guarda indietro da dove vieni, cos’era il tuo sogno iniziale. Molta gente dimentica. Molte delle donne di cui racconto le storie nel film non credono più di poter fare una vita diversa. Cercano persino di pensare il meno possibile.” Maria G. Di Rienzo

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(“Don’t You Feel the Morning Becomes Her?” di Hsia Yü – a volte trascritto come Xia Yu – poeta taiwanese. Trad. Maria G. Di Rienzo. Hsia Yü è nata nel 1956 e vive fra Taipei e Parigi. Nonostante abbia ormai raggiunto fama internazionale continua a confezionare personalmente i propri libri usando materiali riciclati e facendone delle opere d’arte anche a livello tattile e visivo. E’ co-editrice di “Xianzai Shi” – “Poesia ora”.)

hsia yu

NON SENTI CHE IL MATTINO DIVENTA LEI?

Non senti

che il mattino diventa lei?

Non senti che “esso” diventa lei?

Correre

per esempio

Aprire una vecchia scatola di biscotti diventa lei

Leggere tutte quelle lettere umide del passato diventa lei

Lei è la precisa immagine del tappo di sughero

in una bottiglia di vino. Non senti che

schizzare attraverso un cielo stellato diventa lei?

Avere la sua propria volontà diventa lei

e altre cose diventano pure lei. Per esempio

un autunno pieno di grazia diventa lei

Hai la sensazione che potresti cancellarla via

Lei è proprio quel tipo di inchiostro

Ma poi l’impronta del suo pollice riappare giusto sotto i tuoi occhi.

Non senti che

cancellare diventa lei?

Non senti che

arrivare al mattino diventa lei?

jeanne fry - sun goddess

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“Luoghi infranti, persone infrante, promesse infrante. Tutto ciò che è in pezzi fa spazio a nuove possibilità di creare e ri-creare quel luogo senza inganni.” Lily Yeh

Lily ridà vita alle cose infrante da 25 anni. Spesso usa frammenti di tegole o mattoni che come per magia diventano speranza, gioia, colore, ed il luogo in pezzi diventa intero, e bello. Nata in Cina nel 1941, cresciuta a Taiwan, emigrata negli Usa negli anni ’60 dello scorso secolo, Lily dice di sé: “Sono fiorita tardi. Ho risposto alla chiamata della mia vita solo quando avevo più di quarant’anni. Ma la stavo aspettando da molto, molto tempo. Nel 1986 ebbi l’opportunità di lavorare in un quartiere disastrato nel nord di Filadelfia, trasformando un’area abbandonata in un parco artistico con l’aiuto dei residenti locali, in stragrande maggioranza bambini. L’esperienza è stata una sfida ed è risultata assai profonda, veriteria, genuina. Mi ha condotto in un luogo interiore che non avevo mai visitato prima. Guidata da ciò, ho percepito una grande urgenza di muovermi in avanti. Sembra che, connettendomi a quanto è vero in me stessa, io aiuti altre persone a farlo.”
Con solo un po’ di cazzuole e di energia, la zona piena di detriti ed immondizia lasciò il posto ad un’oasi di brillanti mosaici e sculture. La vicenda si impresse in modo così forte fra chi vi aveva partecipato da trasformare ulteriormente il parco nel “Village of Arts and Humanities”, un’organizzazione con base nel vicinato che Lily Yeh contribuì a formare nel 1989. Convinti che l’arte sia un diritto umano e che gli artisti possano creare le basi per profondi cambiamenti sociali, Lily ed i suoi amici hanno da allora mutato 120 lotti abbandonati in altrettanti parchi e giardini; hanno rinnovato edifici, creato programmi educativi e seminari artistici, lavorato nelle scuole, fondato un teatro della gioventù.
Un tempo pittrice di successo e docente alla University of the Arts di Filadelfia, Lily Yeh divenne da quel momento “un’artista a piedi scalzi” ed una viaggiatrice instancabile: fondò l’associazione Barefoot Artists (Artisti scalzi) e si dedicò a rivitalizzare in tutto il mondo quartieri e persone che erano stati “infranti”. “Ho scoperto che quegli spazi spezzati erano le mie tele viventi. Nel mezzo dei frammenti, i nostri cuori cercano la bellezza.”
Lily è andata a crearla assieme ai residenti nello slum di Korogocho in Kenya, in Ghana, Ecuador, Costa d’Avorio, India, Repubblica della Georgia. Ha contribuito a trasformare un villaggio di sopravvissuti al genocidio del Ruanda in un luogo di serenità e speranza. “Quando vedo distruzione, povertà e crimine all’interno delle città vedo anche l’enorme potenziale dell’essere pronti alla trasformazione ed alla rinascita. Noi stiamo creando dell’arte che viene dal cuore e perciò riflette il dolore e le sofferenze nelle vite delle persone, ma esprime anche gioia, bellezza ed amore. In questo processo stanno le fondamenta della costruzione di una comunità reale, in cui le persone si riconnettono alle altre, sostenute da un lavoro che ha significato, nutrite dalla cura che si ha gli uni per gli altri, ed infine si esprimono ed educano a ciò i loro figli. Allora, noi testimoniamo il cambiamento sociale in azione.”
In Palestina, ha creato assieme agli abitanti un murales che è stato chiamato “L’albero della vita palestinese”. In Cina, ha trasformato una scuola per figli di migranti da qualcosa di simile ad una prigione in un luogo luminoso e brillante, creato dalle mani dei bambini che la frequentano.
Ora un documentario, “The Barefoot Artist”, racconta tutto questo, diretto da Glenn Holsten e Daniel Traub. Traccia l’evoluzione di Lily Yeh come artista, mostra la metodologia che ha creato per costruire comunità usando l’arte, illustra il suo talento ed il potere del suo lavoro nel toccare vite altrui e infine rivela la sorgente della sua ricerca, il suo viaggio interiore per ricostruire le sue stesse fratture emotive. “Essere un’artista non riguarda solo il produrre arte. Riguarda il portare alla luce la visione che ti è stata data ed il fare le cose giuste senza risparmiarti.”  Grazie Lily. Maria G. Di Rienzo
Il trailer – http://vimeo.com/25461978
Sul film – http://www.barefootartistmovie.com

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Millecinquecento templi attivi, oltre 100 milioni di devoti sparsi fra Cina, Taiwan, Vietnam e zone limitrofe. Decine di migliaia di persone compiono ogni anno il pellegrinaggio al suo tempio più antico, ed il giorno della sua nascita si tengono celebrazioni in tutte le regioni costiere asiatiche. Probabilmente, si tratta della dea più venerata oggi.

In genere è conosciuta come Mazu (o Matsu: “madre ancestrale”), ma in circa un millennio ha guadagnato una lunghissima serie di nomi e titoli. Sì, perché Mazu dea lo è diventata. In origine era Lin Moniang, una ragazza nata sulla piccola isola di Meizhou, di fronte alla costa sudest della Cina, nel 960 d.C.

Si tratta di uno dei rari casi in cui le vicende relative ad una divinità (miti e leggende) non giungono a noi tramite il lavoro degli antropologi, degli archeologi, dei poeti e dei teologi, ma tramite documenti ufficiali, editti governativi, scritture taoiste e diari di bordo di navi mercantili o da pesca. Mazu, infatti, è per i suoi fedeli la Dea del Mare, colei che calma le tempeste. E quella che segue è la sua storia.

La famiglia Lin, una famiglia di pescatori, aveva già 6 figli quando la futura dea venne al mondo, ma solo uno di essi era femmina. La madre pregò la dea della misericordia, Kuan Yin, di avere un’altra bambina, e fu esaudita. La piccola fu chiamata dapprima Niang. Era una creatura stranamente quieta, sebbene fosse sveglia e sana, e durante il suo primo mese di vita non pianse mai. Perciò i suoi genitori la soprannominarono “Mo” (silenziosa) e da allora il suo nome fu Lin Moniang (all’uso asiatico, il cognome di una persona viene prima).

I genitori si accorsero presto che Moniang era dotata di un’intelligenza profonda e precoce e di quella che viene chiamata “memoria eidetica”, e cioè fotografica. Dall’età di quattro anni cominciò anche a manifestare segni del possesso di una “seconda vista”, la capacità di sentire o sapere ciò che stava accadendo a grande distanza. A dieci cominciò a studiare il buddismo e la medicina tradizionale cinese, a quindici era già tenuta in grandissima stima come guaritrice: una guaritrice che non si limitava a trattare le infermità, ma insegnava come prevenirle ed evitarle. In questo periodo cominciò a far uso della sua “seconda vista” per proteggere i pescatori: prevedeva il buono ed il cattivo tempo, ed era in grado di indicare se era sicuro uscire per mare; stava sulla costa, vestita di rosso vivo per essere scorta anche a grande distanza, e guidava le barche in porto. Era, ovviamente, un’eccellente nuotatrice anche se questa era un’abilità che aveva appreso solo da adolescente. Marinai cinesi, giapponesi, tailandesi, malesi, vietnamiti – e persino americani ed europei – attualmente pregano ancora Mazu prima di prendere il largo, e la ringraziano quando tornano sani e salvi. Le leggende che si narrano sulle sue apparizioni mirate al soccorso dei marinai (vestita di rosso all’orizzonte, vestita di luce sul ponte della nave, a cavallo di una nuvola) sono innumerevoli.

Ma la principale riguarda ciò che avvenne quando era ancora Lin Moniang e i suoi fratelli e suo padre erano in mare. La ragazza stava tessendo quando entrò in trance e “vide” gli eventi che avrebbero portato i suoi parenti in una tomba d’acqua. La sua mente si trasportò al loro fianco e li soccorse, ma non riuscì a salvarli tutti (alcune leggende dicono che fu il padre a morire, altre un fratello o più fratelli) perché sua madre, vedendola accasciata sul telaio e credendola malata la svegliò.

Se osservate le raffigurazioni di Mazu, la noterete spesso in compagnia dei due cosiddetti “generali” (che sembrano però più due demoni), Chien Li Yen – Occhi che vedono a grande distanza, dotato di due corna, e Shung Feng Erh – Orecchie che odono il vento, dotato di un corno. Una versione vuole che si tratti effettivamente di due esseri soprannaturali soggiogati dalla dea, un’altra dice che erano due guerrieri di grande fama, pretendenti di Lin Moniang in due diversi momenti. In quest’ultima versione la ragazza, che non aveva nessuna intenzione di sposarsi e che non lo fece mai nonostante l’immensa pressione sociale, li sfidò entrambi in combattimento: sarebbe diventata la moglie di chi l’avesse sconfitta, ma se il suo avversario avesse perso avrebbe dovuto servirla per il resto della sua vita. Poiché gli studi di Moniang al tempio buddista includevano le arti marziali… e poiché sarebbe diventata una dea… potete immaginare come entrambi gli scontri andarono a finire. Da allora, i due generali le furono amici fidati.

La morte di Lin Moniang avvenne all’età di 28 anni, ed il mito narra che fu lei stessa a sceglierla. Un giorno, Moniang disse semplicemente alla sua famiglia che per lei era venuto il momento di andarsene, e che doveva andarsene da sola. Vicini e parenti la videro salire una montagna nei pressi della sua casa. In cima, fu avvolta da nebbie splendenti e canti e trasportata in cielo. Dietro di sé, lasciò un meraviglioso arcobaleno (nella tradizione cinese l’arcobaleno indica la presenza del drago, simbolo di grande benedizione e buona fortuna).

Subito dopo la sua scomparsa, Lin Moniang fu elevata al rango di divinità buddista dal governo cinese. Durante il millennio che seguì, corti imperiali di differenti dinastie innalzarono il suo status attribuendole sempre nuovi onori e titoli (22 “promozioni” totali, compresa quella che la rende Imperatrice del Cielo).

Pure, se abbiamo qualcosa da imparare dalla sciamana Lin Moniang, che poi divenne la dea Mazu, credo sia il grande amore che ha riversato sulle persone intorno a sé: guarendole, proteggendole, vegliando su di loro.

Maria G. Di Rienzo

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