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Women's Work

Una mostra completamente gratuita e pubblica, da osservare mentre si passeggia in città sino a dicembre prossimo, che onora i talenti delle donne artiste ed è organizzata da un’associazione pure di artiste che si chiama BAM! (in effetti fanno un bel colpo con l’acronimo, le “Matriarche dell’Arte di Brisbane”)… è Women’s Work – Lavoro di Donne e come avete capito si trova a Brisbane in Australia. La municipalità sponsorizza assieme all’Università Griffith e alla locale agenzia per l’arte di strada: quando una cosa del genere accadrà in Italia venite a stappare una bottiglia da me.

Una delle organizzatrici, la “matriarca” Rae Cooper ha spiegato alla stampa che “Uno dei nostri scopi principali era utilizzare questa piattaforma per creare opportunità dirette alle artiste e alle disegnatrici della nostra comunità. C’è un gruppo strabiliante di creative piene di talento a Brisbane. E’ una benedizione poter condividere il loro lavoro con la città.”

Ce n’era bisogno, in effetti, ribadiscono le artiste che partecipano alla mostra: il Consiglio australiano per le arti rilasciò nel 2017 i risultati di una ricerca che, fra le altre cose, attestava come nel mondo dell’arte il divario salariale fra uomini e donne raggiungesse il 25% (contro il già orribile 16% di media nazionale).

Women's Work exhibition Brisbane

“Non sono sicura che l’opinione pubblica australiana sia totalmente consapevole di quanto sia dominato dagli uomini il settore commerciale dell’arte. – ha detto Zoe Porter, espositrice alla mostra – Ho visto miei colleghi maschi ricevere rappresentazione e apprezzamento assai più in fretta delle donne. E’ importante per me essere parte dell’iniziativa, perché dà riconoscimento alle artiste locali e perché è bellissimo avere il sostegno di un collettivo femminile per esporre opere su scala così grande nello spazio pubblico, permettendo ad esse di avere un’audience maggiore.”

Alla mostra partecipano artiste Aborigene e Isolane di Torres Strait: l’illustratrice Tori-Jay Mordey è una di queste ultime. “La mia opera raffigura i ritratti di mio fratello e di me con parti del nostro volto fuse con i volti dei nostri genitori. Sono cresciuta come una bambina bi-razziale, giacché mia madre era un’Isolana e mio padre era Inglese. Volevo creare un’opera che esplorasse le nostre identità etniche mentre enfatizzava il legame con i nostri genitori, perché la faccenda non è così semplice da poter essere spiegata con ‘siamo differenti a causa del colore della nostra pelle’. Il mio desiderio è che le persone si sentano più aperte rispetto alla loro identità. Questa mostra ci dà una piattaforma in cui le nostre voci sono ascoltate e il nostro lavoro è riconosciuto pubblicamente.”

Maria G. Di Rienzo

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ragazza impavida

La Ragazza Impavida parte per l’Australia.

https://lunanuvola.wordpress.com/2017/03/16/la-ragazza-impavida/

https://lunanuvola.wordpress.com/2017/06/01/non-ce-la-fanno-proprio/

https://lunanuvola.wordpress.com/2018/04/20/una-nuova-casa-per-la-ragazza-impavida/

In occasione del prossimo 8 marzo, la statua sarà posizionata nella zona di Federation Square a Melbourne: poiché l’area copre tre ettari e qualcosa gli australiani stanno ancora discutendo il posto preciso, ma l’entusiasmo che circonda l’evento è già palpabile.

A pagare il biglietto, per così dire, alla nostra amica sono due Fondi pensionistici di investimento (Cbus e Hesta, quest’ultimo a maggioranza di clientela femminile) e lo studio legale Maurice Blackburn, attivo dal 1919 e il cui motto è “Lottiamo per ciò che è giusto”: lo studio ha in effetti vinto cause fondamentali per i diritti umani in Australia, fra cui quella per la riduzione dell’orario di lavoro a 40 ore settimanali.

Lo fanno perché:

“Sebbene stia in piedi in silenzio e sia alta poco più di un metro, la richiesta di cambiamento della Ragazza Impavida è stata udita in tutto il mondo.” David Atkin, Presidente Cbus.

“Avere l’iconica Ragazza Impavida in Australia è un meraviglioso e permanente richiamo all’audace e coraggioso perseguimento del cambiamento necessario per ottenere eguaglianza e salari eguali per le donne in Australia ora e per le generazioni a venire.” Debby Blakey, Presidente Hesta.

“La Ragazza Impavida sarà un promemoria per i luoghi di lavoro australiani del fatto che dobbiamo continuare la lotta per l’eguaglianza di genere, creando in essi cambiamenti per l’eguaglianza che tendano al meglio, e che dobbiamo agire su questo subito per le future generazioni di donne, incluso l’affrontare i divari radicati sui salari, l’aumentare il numero di donne nelle posizioni guida e il fornire ambienti di lavoro flessibili.” Jacob Varghese, Presidente “Maurice Blackburn”.

(Il divario sui salari in Australia vede ancora un 21,3% in più a favore degli uomini: a parità di qualifica e orario.)

con mamma kristen

La “mamma” della Ragazza Impavida, la scultrice Kristen Visbal – in immagine qui sopra – è ovviamente felice, ritenendo la sua creazione un “simbolo di cui c’è molto bisogno”: “Lei rappresenta ciò che ogni bambina può diventare. Il messaggio può essere iniziato come una dichiarazione su Wall Street, ma la statua vive ormai di vita propria.”

Maria G. Di Rienzo

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Da articoli sulla stampa internazionale il 12 dicembre (e loro versioni rivedute e corrette dalla stampa italiana il giorno successivo) ho appreso che Bergoglio ha “congedato” in ottobre tre suoi consiglieri del C-9, un gruppo di nove persone organizzato dal papa stesso nel 2013 con lo scopo di riorganizzare la burocrazia vaticana, ringraziandoli per i “cinque anni di servizio”. I tre sono il cardinale australiano George Pell, il cardinale cileno Javier Errazuriz e il cardinale congolese Laurent Monsengwo Pasinya, rispettivamente di 77, 85 e 79 anni.

Il primo è a processo nella natia Australia per annose denunce di abusi sessuali (lui nega) e formalmente ha ancora una carica in Vaticano nel segretariato economico.

Il secondo è accusato dai sopravvissuti / dalle sopravvissute agli abusi sessuali da parte di sacerdoti del suo paese di aver coperto questi ultimi (lui nega).

Il terzo è semplicemente andato in pensione (mi auguro non vi sia nessuna sorpresa al proposito).

Sullo scandalo che è scoppiato da un paio di mesi attorno al caso di Pell, l’Osservatore Romano ha intervistato il gesuita Hans Zollner il 26 novembre scorso, il quale non ha detto molto di più di “analisi, consapevolezza, vergogna, pentimento, preghiera” eccetera, però sappiamo che la Pontificia Università Gregoriana dal 2012, con il Centro per la protezione del bambino “fornisce educazione e formazione per la prevenzione degli abusi sessuali su minori – dalla formazione di base a quella specialistica – per tutti coloro che lavorano nel campo della tutela dei minori”. Peccato che manchi di fornirla ai sacerdoti semplici e agli augusti cardinali. O, se in realtà li ha invece “formati”, sarebbe interessante sapere cosa i suoi membri / insegnanti / esperti pensano dei risultati.

Solo alcune cose, per finire, sull’abuso sessuale di minori.

Non esiste un predatore “tipo”. Chi abusa di bambine/i può appartenere a qualsiasi classe economica e stile di vita; può essere un familiare e può essere persona stimata e apprezzata a livello sociale.

Nella stragrande maggioranza dei casi chi abusa di un bambino è una persona che il piccolo conosce.

L’abuso sessuale di minori non è limitato a situazioni che includono l’uso di forza fisica. Esporre le bambine / i bambini alla pornografia, per esempio, ha su di loro un significativo impatto emotivo e psicologico.

Qualsiasi sia il tipo di comportamento della bambina / del bambino vittima di abuso sessuale, quest’ultimo non è MAI colpa sua. Ripetiamolo: MAI. Anche se non ha detto “no”, non ha urlato, ha accettato il giocattolo o le caramelle o i complimenti.

Di fatto, la risposta più comune del/della minore all’abuso è il silenzio (gli studi danno cifre attorno al 93%). Bambine e bambini sono confusi rispetto a quel che è accaduto loro, sono spaventati all’idea di non essere creduti e si preoccupano di cosa potrà accadere alla loro famiglia se parlano.

Perché, pensateci: come riesco a riportare – diciamo a 8/10 anni – che Padre Tizio, riverito sacerdote della comunità, amico di mamma e papà, sempre affettuoso e allegro, mio insegnante di catechismo ecc. ecc. mi ha tolto le mutande in canonica? Non è un estraneo ad avermi assalito, è (come la maggioranza delle persone che abusano di bimbe/i) un manipolatore che io conosco e che tutti attorno a me conoscono. Può aver speso tempo e impegno nel costruire una connessione emotiva con me, facendomi sentire “speciale”, e star usando la mia fiducia in lui per usarmi e controllarmi…

I sopravvissuti e le sopravvissute agli abusi testimoniano spesso come il tradimento della loro fiducia sia la parte più devastante di quel che hanno subìto. Per cui: quando trovano il sostegno necessario, l’energia e la forza necessarie a parlare, quando denunciano, abbiamo il solo dovere di ascoltare e di collaborare alla loro ricerca di riparazione e giustizia – non importa quante onorate e finemente orlate sottane sacerdotali finiscano a brandelli, perché non vi è ammontare di stracci equiparabile ai danni che i possessori di sottane hanno fatto a vite altrui.

Maria G. Di Rienzo

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Malala Yousafzai, Premio Nobel per la Pace, attivista pakistana per l’istruzione e l’eguaglianza di genere, sopravvissuta alla pallottola sparatale in testa da un talebano, ha oggi 21 anni e studia filosofia e economia a Oxford.

malala australia

Il 10 e 11 dicembre 2018 era in Australia (dopo essere passata da Canada, Libano e Brasile) per parlare agli/alle studenti di Sydney e Melbourne, incoraggiandoli a usare i loro studi come mezzo per trovare e seguire le loro passioni e abilità. Ha ringraziato una volta di più suo padre per aver rigettato il bando imposto dai talebani sull’istruzione femminile e per averla sempre incoraggiata a usare la propria voce; ha ringraziato il movimento #MeToo per aver sollevato le questioni relative al sessismo nei paesi occidentali: “In occidente la faccenda non era mai stata menzionata prima in tale modo. Spero che renderà le persone consapevoli che si tratta di un’istanza globale e metterà in luce la discriminazione che le donne affrontano. La minor rappresentanza politica (delle donne) e le diseguaglianze sono globali.”

E ha detto anche: “Io prendo posizione per i 130 milioni di bambine che non hanno istruzione perché sono stata una di loro. E’ l’istruzione che permette alle bambine di fuggire dalla trappola della povertà e di guadagnare indipendenza e uguaglianza.

Ho cominciato a farmi sentire quando avevo 11 anni. Voi potete cambiare il mondo, quali che siano la vostra età, il vostro retroscena, la vostra religione. Credete in voi stessi e potete cambiare il mondo.

Maria G. Di Rienzo

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cuor di cibo

Il mese scorso sono stati resi pubblici i risultati di una ricerca dell’Istituto australiano per la salute e il benessere, dal titolo “La nutrizione nei diversi stadi della vita”. Per quel che riguarda le donne, il rapporto nota che la loro necessità di ferro e calcio non è soddisfatta:

– nel gruppo di età fra i 14 e i 18 anni, nove ragazze su dieci non consumano abbastanza calcio e due su cinque non consumano abbastanza ferro;

– nel gruppo di età fra i 19 e i 50 anni, circa una donna su sette è carente di calcio e circa due su cinque sono carenti di ferro.

La mancanza di calcio si evolve spesso in osteoporosi e quella di ferro in anemia – malattie che colpiscono le femmine più dei maschi. Sembra che una grossa responsabilità la abbiano le diete che si consiglia assiduamente alle donne di seguire per perdere peso.

La professoressa Clare Collins, docente di Scienze della salute all’Università di Newcastle, dice che le donne più giovani possono non essere consapevoli di avere necessità di livelli di ferro più alti in quel che mangiano: “Una delle prime cose da sapere che è la richiesta di ferro è davvero molto alta (fra i 14 e i 50 anni) a causa delle perdite mestruali e perché si tratta degli anni in cui si può concepire. Le giovani soprattutto sono interessate a perdere peso e se guardano unicamente alla lista delle chilocalorie fanno ragionamenti del tipo Guarda quante chilocalorie nella carne, non la mangio più e riduco le mie.” Ma i corpi non funzionano come ci suggerisce la pubblicità, con calorie immesse / calorie bruciate.

Collins riconosce che la scelta di non consumare carne può essere etica per le donne vegetariane e vegane, a cui suggerisce di fortificare la propria dieta con calcio e di consumare legumi e lenticchie assieme alla vitamina C, che aumenta l’assorbimento del ferro contenuto in tali alimenti.

Un secondo commento viene dalla psicologa Leanne Cooper, fondatrice del “Cadence College of Nutrition and Health Coaching” di Sidney, che dopo aver sottolineato il ruolo giocato da media e social media nella faccenda dice: “La nutrizione è diventata molto di moda. Le donne tendono a consumare i cibi “leggeri” (ndt. nel senso che creano carenze) e ciò è direttamente collegato all’immagine corporea, dove avere qualche chilo in più va bene per gli uomini, ma non per le donne.” Come volevasi dimostrare. L’altra carenza, per le donne, è quella di opzioni diverse dal tentare di somigliare ai manichini anoressici che vedono nelle vetrine.

Maria G. Di Rienzo

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Mimetica

(“Camouflage”, di Helen Thurloe – in immagine – scrittrice e poeta australiana contemporanea. E’ l’Autrice di “Promising Azra”, un romanzo sui matrimoni di bambine basato su ampie ricerche e interviste. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

helen thurloe

MIMETICA

La gente vestita a strisce afferma

che ci sono due chiari modi

di vedere il mondo ed entrambi –

sì entrambi – allo stesso tempo.

La gente vestita a pallini è ambigua

sul tempo atmosferico.

Incerta se

portare l’ombrello, o no.

La gente vestita a fiori effonde

un fragrante desiderio – restare

brillante e fresca come

un giardino al mattino presto.

La gente vestita di nero finge

che non gliene importi più nulla.

Ma gliene importa. Gliene importa veramente.

Gliene importa più di tutti.

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Nel 1999, con la risoluzione 54/120, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite accolse la raccomandazione fatta dalla Conferenza mondiale dei ministri responsabile per la gioventù (Lisbona, Portogallo, 8-12 agosto 1998) e dichiarò il 12 agosto Giorno Internazionale della Gioventù. Dedicato ogni anno a un tema differente – costruzione di pace, dialogo, sostenibilità, lavoro, cambiamento climatico ecc. – incoraggia i giovani a costruirvi intorno eventi e a narrare pubblicamente le loro storie al proposito. Il tema del 2018 è stato “Spazi sicuri per la gioventù”: “I giovani hanno bisogno di spazi sicuri dove poter radunarsi, impegnarsi in attività relative ai loro diversi bisogni e interessi, partecipare al processo decisionale ed esprimere liberamente se stessi. Ci sono molti tipi di spazi, ma quelli sicuri sono quelli che garantiscono la dignità e la sicurezza della gioventù.”

Il brano che segue è tratto dalla testimonianza di Kania Mamonto (in immagine), 25enne indonesiana, resa a Angela Singh e Valeriia Voshchevska in occasione del Giorno Internazionale della Gioventù del 2018, per Amnesty International.

kania

“Almeno mezzo milione di persone furono massacrate durante la tragedia del 1965 (1) in Indonesia e il mio lavoro è documentare le storie dei sopravvissuti. Organizzo gruppi comunitari di sopravvissuti e faccio da ponte fra le generazioni. E’ importante che le persone giovani comprendano il passato del nostro paese. Come attivista per i diritti umani, io non voglio vedere ingiustizie. Voglio lavorare con altri, condividere conoscenza e intraprendere azioni, ma essere un’attivista per i diritti umani in Indonesia non è facile.

Lo scorso aprile, partecipavo a un evento culturale assieme a numerosi altri difensori dei diritti umani. Ero la Maestra di Cerimonie (ndt. presentava e conduceva le attività). Un gruppo violento ci ha costretti a barricarci nell’edificio per otto ore di seguito. E’ stato terrificante.

Più di 200 persone erano intrappolate, bambini inclusi. Gli assalitori hanno usato sassi per spaccare le finestre, ci hanno sparato contro e abbiamo rischiato di essere battuti. Dopo il nostro rilascio, la mia faccia era spalmata su tutti i media.

L’intero incidente è stato assai traumatico. Lavoro molto duramente per rendere possibile il cambiamento, ma non è così che la cosa viene percepita all’esterno. Ho imparato a maneggiare quel che è accaduto e voglio istruire la gente sul lavoro che faccio. Se per alcune persone il mio lavoro è un problema, voglio che ne parlino con me in una discussione aperta.

Lottare per ciò in cui credi non ti rende una cattiva persona. Noi vogliamo giustizia ed eguaglianza.”

Maria G. Di Rienzo

(1) Si tratta dell’operato delle “squadre della morte” dell’esercito durante la dittatura di Suharto: omicidi di massa, torture, stupri, lavoro forzato – il tutto diretto a quanti fossero sospettati di essere comunisti o comunque dissidenti. Nel 2016 il Tribunale internazionale dell’Aja non solo ha condannato gli eventi del 1965 come “crimini contro l’umanità”, ma ha indicato con chiarezza i complici esterni di tali crimini: i governi dell’epoca di Stati Uniti d’America, Gran Bretagna e Australia. Secondo i giudici, gli Usa sostennero l’esercito indonesiano “ben sapendo che era impegnato in un programma di omicidi di massa” e la Gran Bretagna e l’Australia ripeterono e diffusero la propaganda di tale esercito, persino dopo che “era palesemente evidente come omicidi e altri crimini contro l’umanità fossero in corso”.

Se all’annuncio del pronunciamento del Tribunale l’Indonesia fece sapere tramite il suo Ministro per la Sicurezza che nessuno poteva interferire negli affari del paese e che tale paese si sarebbe occupato della questione a modo suo, le tre nazioni summenzionate non commentarono: inoltre, sebbene invitate in precedenza a partecipare alle indagini, snobbarono semplicemente i giudici e non si presentarono.

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