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“Le bambine e i bambini non possono fare sesso con gli adulti. Il sesso richiede consenso e i bambini, per definizione, non possono dare consenso, perciò non si tratta di sesso. E’ stupro, è abuso sessuale, è qualsiasi numero di termini che accuratamente descrivono un crimine. Un atto perpetrato su vittime innocenti, impossibilitate a difendersi dalla violenza inflitta loro e che soffriranno per anni, persino per decenni, del trauma causato dalla scelta di un adulto di commettere quella violenza.

Nessuna bambina ha mai scelto di essere abusata. Nessuna bambina ha mai fatto nulla che abbia causato o incitato l’abuso. Nessuna bambina ha mai voluto essere abusata. Nessuna bambina ha mai partecipato volontariamente al proprio abuso. Nessuna bambina è mai stata in alcun modo responsabile degli abusi commessi contro di lei dagli adulti.

Il sesso è una scelta fatta da ogni persona coinvolta. Stupro e abuso sono una scelta fatta solo dal perpetratore. La vittima non ha scelta.

La tragedia dell’abuso, tuttavia, è che moltissime vittime si sentono responsabili per ciò che è stato fatto loro. La vergogna, che va riferita solo a chi abusa, è posta invece sulla bambina / sul bambino di cui si è abusato e viene incorporata nella visione a lungo termine che essi hanno di se stessi e del loro valore come persone. Le parole sono importanti.”

Jane Gilmore, agosto 2017 (trad. Maria G. Di Rienzo)

jane

Jane, in immagine, è una giornalista indipendente australiana. In aggiunta al suo lavoro, ogni giorno “corregge” pubblicamente gli articoli che riguardano la violenza di genere, sostituendo ai termini e alle frasi che la giustificano quelli di una cronaca corretta.

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La notizia in sé – presente sulla stampa estera il 20 giugno u.s. – non ha niente di clamoroso o di speciale: si potrebbe riassumere come sessismo e aggressione sessuale normalizzati. Tuttavia, si presta a un minimo di riflessione.

Siamo a Brisbane, Eaton Hill Hotel, durante lo spettacolo finale del tour australiano del rapper YG (statunitense, 27enne, al secolo Keenon Daequan Ray Jackson). A un certo punto, lui e i suoi compari “musicisti” cominciano un coro diretto alle femmine presenti: “Mostrate loro (agli uomini) le tettine”.

YG prende di mira in special modo le ragazze che per vedere meglio lui e la sua band sono a cavalcioni sulle spalle di maschi. “Vedo che delle signore stanno su spalle altrui. Non sedete su quelle spalle se non mostrate loro le tette.”

Una lo fa. E il rapper le urla: “Baby, baby, baby, sembra che tu abbia punture di zanzara, è meglio se tiri giù quel culo (e cioè che scendi, perché le tue tette non sono abbastanza “belle”).” Il lancio simbolico di merda sulla fan che ha obbedito alla richiesta è salutato con ululati di gioia e risate dal pubblico.

A questo punto, un membro del suo personale di scena lo avvisa che ci sono minori presenti fra il pubblico. “Oh cazzo, siete tutte minorenni. – si lamenta YG dal suo microfono – Non posso scopare con voi tutte.”

Immagino che dovremmo prenderla sul ridere, vero? Questo stronzo misogino dall’ego pompato e i suoi sodali stavano solo scherzando. L’audience ha semplicemente colto il loro finissimo umorismo, accordandosi a esso. Il fatto che una marea di uomini non riescano a divertirsi se non degradando l’altra metà del genere umano è qualcosa che sperimentiamo ogni singolo dannato giorno, ci basta accendere il computer o la televisione, ci basta sfogliare un giornale o prendere l’autobus o andare al cinema o andare al lavoro. Molte donne tentano di ballare a questa musica: vogliamo essere lasciate in pace, vogliamo non essere escluse, vogliamo rispondere al persistente comando sociale che ci impone di essere gradevoli, piacevoli, “belle” (scopabili) ecc. e siamo persino in grado di fare salti mortali di logica restando immerse nella melma di insulti in cui ci invischiano: E’ stata una libera scelta – Mi sono divertita – So stare allo scherzo – Non sono mica una di quelle noiose bacchettone femministe che non si depilano e odiano gli uomini!

Sì tesoro. Hai pianto unicamente quando eri sola. Ti sei guardata allo specchio e ti sei odiata per la centomillesima volta. Hai cercato su internet medicine, esercizi, diete, informazioni su interventi di chirurgia plastica per “migliorare”… perché quelle “tettine” non sono tue, sono del primo uomo che passa e giudica e un deficiente qualsiasi può chiederti dal palco di compiere la “libera scelta” di mostrargliele.

Glielo devi. Lo devi a tutti i maschi. Stai seduta sulle loro spalle non solo durante i concerti, sai. Sono loro che lavorano duro per mantenerti e proteggerti, pur sapendo che sei solo una zoccola e che prima o poi li tradirai e dovranno anche fare la fatica di rimetterti in riga.

Lo so, te l’hanno ripetuto sino allo sfinimento. Non c’è quasi nient’altro di diverso che tu possa sentire. Questo è il mondo in cui vivi. Ma, sorella, è sul serio il mondo in cui vuoi vivere? Maria G. Di Rienzo

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untameable s

Non hanno neppure un anno di vita (sono nate nel settembre 2016) ma c’è chi vorrebbe morissero di già: le Untameable Shrews – Bisbetiche Indomabili, collettivo artistico femminista, sono state aggredite online in ogni modo possibile e durante marce e manifestazioni quando sono state riconosciute. L’anonimato è la sola loro protezione.

Il motivo per cui gruppi e personaggi assai trasgressivi e liberati le assaltano, proprio allo stesso modo di misogini e sessisti, è che lavorano contro il traffico di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale, discutono dell’impatto che la pornografia ha sulla società e della sua relazione con la violenza di genere, chiedono la fine del commercio di sesso e dell’industria correlata, organizzano campagne contro pubblicità sessiste… cioè, fanno ciò che il modo in cui si sono definite richiede: femminismo.

Dalla nativa Australia le Bisbetiche si sono già diffuse in piccoli gruppi autonomi negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Germania, in Nuova Zelanda e in Perù. In questo articolo state infatti vedendo esempi dei loro graffiti in giro per il mondo, ma creano anche poster, stencil, striscioni ricamati, adesivi ecc.

untameable s. australia

(Così hanno “decorato” i muri esterni del bordello “Daily Planet” di Elsternwick, Melbourne, Australia)

Quando qualcuno strappa o cancella i loro lavori non si offendono. E’ la prova, dicono, che il messaggio sta passando e tutto quel che è necessario fare è appendere un nuovo manifesto o dipingere di nuovo il muro. Dopotutto il loro motto è: “Conquisteremo il mondo con un atto di disobbedienza civile dopo l’altro”. Maria G. Di Rienzo

untameable shrews

(Stop – alla richiesta di commercio sessuale)

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prostitution narratives

Ricordate questo libro?

Raccoglie testimonianze di ex prostitute e ne ho tradotto un brano lo scorso aprile:

https://lunanuvola.wordpress.com/2016/04/14/caro-acquirente-di-sesso

Un rifugio antiviolenza australiano (a Townsville, Queensland) decide di tenere una presentazione pubblica del testo il 21 agosto scorso. Ma all’industria del sesso a pagamento questo non piace: i loro rappresentanti locali (“Respect – Rispetto”: sarebbe tutto maiuscolo per urlarlo meglio, ma io sono sensibile ai rumori) telefonano per dire che “non sono d’accordo” e che è quindi necessario ci siano i loro volantini all’ingresso. Chi gestiva lo spazio destinato a fornire ospitalità all’evento ha con molta gentilezza acconsentito – e ha sbagliato, perché l’imposizione doveva essere educatamente e fermamente respinta. Non è che se mi metto a suonare Mozart è obbligatorio che dopo di me qualcuno suoni Salieri: intendo veicolare determinati contenuti tramite una musica specifica e se a qualcuno questo non garba può crearsi il suo spazio per dirlo o strimpellarlo, io non sono tenuta a lasciargli invadere il mio.

Questo andazzo (la cosiddetta “par condicio”, come se ogni soggetto avesse eguale posizionamento sociale, eguale potere e eguale capacità di diffusione sul territorio) è allucinante per me ma tipico della nostra epoca priva di principi etici, per cui tutto si equivale e di conseguenza tutto si annulla: se uccidere è in fondo uguale a non uccidere, allora c’è solo la tua “scelta” in ballo e il doveroso “respect” dovuto alla stessa. E’ veramente comodo – per il neoliberismo.

Comunque, dopo una settimana ai propagandisti della prostituzione i volantini non bastano più. Vanno direttamente al rifugio antiviolenza e dicono di avere informazioni da fornire e di volere appesi nella sala manifesti di donne nude che commerciano sesso e mostrano così tutto il loro “empowerment”. Le organizzatrici rispondono che possono partecipare come gli aggrada, ma che i manifesti non li permettono, in quanto potrebbero offendere le sopravvissute presenti. A questo punto i “rispettosi” replicano che non saranno responsabili di quel che i membri del loro gruppo potrebbero fare durante la presentazione del libro (come era già accaduto al suo lancio, quando le testimonianze delle sopravvissute sono state sistematicamente interrotte da una cafona urlante in piedi su una sedia). Il rifugio antiviolenza ha cambiato posto per l’evento, poiché non si sentiva più in grado di garantire la sicurezza delle relatrici e del pubblico.

In un recente articolo per “Feminist Current” – “The modern john got himself a queer nanny”, 24 agosto 2016, l’autrice svedese Kajsa Ekis Ekman

(https://lunanuvola.wordpress.com/2014/05/09/intervista-a-kajsa-ekis-ekman/)

scrive:

C’è qualcosa di molto strano nel dibattito sulla prostituzione. Mentre in assoluta maggioranza i compratori di sesso sono maschi, in maggioranza schiacciante gli intellettuali che difendono la prostituzione sono donne. (…) In prima linea sul discorso internazionale del “sesso-come-lavoro” generalmente non troviamo un acquirente di sesso, ma un accademico di sesso femminile. In ogni rivista, in ogni conferenza, in ogni evento dove il cliente può essere anche remotamente criticato un’accademica pro-prostituzione è lì per difenderlo. Di chi si tratta? Be’, lei chiama se stessa “sovversiva”, “rivoluzionaria”, persino “femminista”. Questa è esattamente la ragione per cui il cliente ne ha bisogno come ambasciatrice. Una difesa della prostituzione che venga da una donna fa sembrare la prostituzione queer, amichevole per le persone LGBT, moderna, commercio equo, socialista – l’epitome stessa della liberazione femminile. Ma, cosa più importante di tutte, quando lei parla noi dimentichiamo che il compratore di sesso esiste.

L’accordo tacito fra il cliente e l’accademica pro-prostituzione è che lei farà qualsiasi cosa per difendere le azioni di lui, assicurandosi nel contempo che lui resti in ombra. Lei parlerà incessantemente di prostituzione, ma senza mai menzionarlo. Il suo compito è assicurarsi che la prostituzione sembri qualcosa in cui tutto è al femminile. L’accademica queer userà la donna prostituita in ogni modo possibile: analizzandola, costruendola e decostruendola, mostrandola come modello e usandola come microfono (i.e. per migliorare la propria carriera), posizionandosi nel contempo come “buona” contro la “cattiva” femminista.

La mossa mima alla perfezione la prostituzione stessa: la prostituta è visibile, sulla strada o nel bar, mentre il compratore fa solo visita e se ne va, non c’è svergognamento che lo riguardi, ne’ miti che lo circondino. La funzione dell’accademica queer è fare in modo che le cose restino così. (…)

Questa accademica ha la sua propria definizione di dibattito intellettuale. Quando lei parla, lo chiama “ascolto”. Secondo lei, non sta effettivamente parlando in favore della prostituzione, sta solo “ascoltando le lavoratrici del sesso”. Più la sua voce è alta mentre parla, più questo è la prova che lei “ascolta”. Quando invece parla qualcuno che alla prostituzione si oppone, lei lo chiama “silenziare”. L’emergere del movimento delle sopravvissute ha tuttavia dimostrato che questo “ascolto” è tutto fuorché incondizionato. Quando le sopravvissute alla prostituzione parlano contro di essa, l’accademica queer o non le ascolta o le contrasta attivamente. E qui si rivela come le persone che lei sta davvero difendendo non sono le “lavoratrici del sesso”, ma i clienti. (…)

La verità è questa: la funzione di questa accademica non è quella di una rivoluzionaria o di una femminista – non sta tentando di difendere le donne – piuttosto, lei è la balia del compratore di sesso. Una delle più antiche funzioni patriarcali esistenti. Lei lo calma quando è preoccupato e va contro i suoi nemici. Lei si assicura che nessuno gli porti via i giocattoli, qualsiasi cosa lui ne faccia. Ricordate, la balia del passato che viveva in casa trattava sempre il figlio della famiglia, simultaneamente, come padrone e come bambino suo: obbedendogli, rimettendo in ordine i suoi pasticci e lasciandolo piangere nel suo grembo. La balia, più di ogni altro personaggio nel patriarcato, è la donna comprensiva. Non sopporta di veder affamato il suo giovane padrone – lui mangerà sempre prima di lei – ma non lo tratta come un uomo con delle responsabilità. Non importa che età abbia, lui rimarrà sempre un ragazzino che non ha colpe per quel che fa. (…)

Il cliente incarna con esattezza questa tipologia. E’ l’uomo che comanda e si aspetta che ogni suo capriccio sia soddisfatto, ma non si prenderà la responsabilità di quel che fa. Se rovina le vite altrui, se diffonde malattie a trasmissione sessuale alle donne nella prostituzione e a sua moglie, se contribuisce al traffico organizzato di schiave… e allora? Non è un problema suo. Il cliente odierno può non avere più una balia in senso letterale, ma ciò che ha trovato nella donna accademica pro-prostituzione è somigliante: una balia “queer” che allevia le sue preoccupazione, si fa carico dei suoi bisogni e lo difende contro il mondo esterno.

Il cliente può continuare a vantarsi dei suoi viaggi di lavoro e di tutte le “troie” che scoperà, sebbene non accetterebbe mai che sua figlia diventasse una di loro (ne’ vorrebbe, peraltro, sposarne una). Può guardare pornografia ma proibisce alla sua ragazza di “comportarsi da puttanella”, e mai la sua balia gliene chiederà conto. Lei non entrerà mai nei forum online dove i compratori di sesso discutono e “recensiscono” le donne e le ragazze che pagano per informarli che “In effetti il termine è lavoratrice del sesso non battona.” Non lo riprenderà mai per le stigmatizzazioni che opera e per i doppi standard che ha. Gli uomini sono uomini, dopotutto…

Be’, se è così, lasciateli crescere e parlare per se stessi. Se comprare sesso è proprio quella gran cosa, lasciate che gli uomini vengano avanti e dicano cosa fanno e perché: con le loro stesse parole, quelle medesime parole che usano quando vanno nei bordelli. E quando le sopravvissute li chiamano a risponderne, fatevi da parte.”

Maria G. Di Rienzo

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Finalmente. Non ha detto “Sono stressato – depresso – disoccupato”; non ha detto “Mia moglie mi ha lasciato – Sono devastato dalla separazione – Sono stato costretto a farlo, ne’ mia moglie ne’ altre donne vogliono fare sesso come/quanto voglio io” ; non ha detto “Lei mi provocava – dimostra più anni della sua età – si vestiva come una zoccola – è stata lei a cominciare – credevo fosse consenziente”.

Quando la polizia l’ha arrestato per aver stuprato la propria figlia per due anni (dagli 11 ai 13 di lei) il buon papà separato che l’aveva in custodia ha detto: “E’ stato divertente, finché è durato.”

Costui, 42enne australiano (il nome viene celato per tutelare la bambina), oltre a essere un uomo sincero è un uomo generoso: ha messo avvisi su Craigslist offrendo la figlia-giocattolo per il sollievo dei suoi simili. Così, a sette altri friend-zonati – lasciati – soli ecc. bisognosi di divertimento è stato permesso stuprarla mentre il padre partecipava o filmava.

In uno di questi filmati si vede la bambina incatenata al letto, con una maschera e un collare da cane su cui è scritto “puttana”, mentre lotta per liberarsi e implora il padre di smettere. Sì, era proprio “divertente”: peccato che una segnalazione dal vicinato abbia messo fine al party, mai che la gente si faccia gli affari propri!

Il Tribunale di Perth ha condannato il padre festaiolo a 22 anni e mezzo di prigione, e sta processando i magnifici sette suoi compari: fra i già condannati c’è un pastore cristiano sposato, David Volmer, che ci ricorda cose come la sacralità del matrimonio, “lasciate che i bambini vengano a me” e il gender che è fonte di tutti i mali… ha preso 8 anni e 6 mesi.

L’abuso avrà probabilmente conseguenze durature e irreparabili per la bambina. – ha detto il giudice Philip Eaton comunicando al padre la sentenza di condanna – Lei ha completamente ignorato il benessere di sua figlia. Non dubito che derivasse del perverso piacere sessuale nel farlo. In effetti, lei ha permesso a completi estranei di trattare sua figlia come un oggetto sessuale e l’ha trattata così lei stesso.”

Non ci piove. Dubito che il buon papà separato abbia capito qualcosa (oltre al fatto che il divertimento è finito) perché non è OVVIO che le femmine sono solo e semplicemente oggetti sessuali? Quando accendeva la tv, andava al cinema o al bar con gli amici, girava su internet, leggeva i quotidiani cosa vedeva, cosa sentiva? Il mainstream è tette – culo – cosce e più questa merce è “fresca” (giovane) più è pompata come il massimo dell’appetibilità sessuale per un uomo. Se mai avesse poi cercato un parere diverso, poteva imbattersi con più facilità nelle cretine e nei cretini integrali per cui essere oggetti sessuali è il massimo dell’empowerment femminile, che nella critica femminista.

Comunque diamogli atto di questo: ha rovinato la vita di sua figlia ed è adamantino nel dire che gli è piaciuto farlo. Almeno non si è messo a piangere alla centrale di polizia o in tribunale. Onesto come solo i veri farabutti sanno essere.

Maria G. Di Rienzo

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(“Strong Female Character”, di Kirstyn McDermott, trad. Maria G. Di Rienzo. Kirstyn è una scrittrice australiana di romanzi e racconti e, come lei stessa dice, “talvolta poeta”. Il suo ultimo libro, una raccolta di storie brevi, è “Caution: Contains Small Parts”.)

Wichita Woman

Shé-de-ah

e cioè Salvia Selvatica, una sciamana Wichita

ritratta da George Catlin

PERSONAGGIO FEMMINILE FORTE

Voi dite forte, intendendo:

che spacca tutto

vestita di cuoio

con l’ombelico nudo quale armatura

magra come un levriero

con gli occhi da manga

donna-bambina che sembra fragile, vulnerabile, debole mentre

– sorpresa! –

non è nulla di tutto ciò.

Io dico forte, intendendo:

come il caffè

intensa, complessa

sviluppata nel tempo

un migliaio di differenti aromi

da un migliaio di chicchi differenti

assaporata in tutte le sue forme

dalla botta di un doppio espresso

allo smaccato schiumoso caffè

con panna

non una sola cosa per ogni persona.

Voi dite forte, intendendo:

invincibile, infrangibile, impenetrabile

acciaio lucido

che ci dà dentro assieme ai ragazzi

solo una dei ragazzi

solo un altro ragazzo

in abbigliamento da ragazza

dandole qualsiasi altro nome odorerebbe ancora

di testosterone.

Io dico forte, intendendo:

una donna che si spezza

che permette a se stessa di spezzarsi

raccoglie i pezzi

permette ad altri di raccogliere i pezzi

si rimette insieme

con o senza aiuto

non allo stesso modo

mai allo stesso modo

la prospettiva risulta differente ogni volta

il suo acciaio è una catena

elastica

flessibile

riadattata per funzionare in ogni nuovo luogo

con ogni nuova persona

con ogni nuovo modo

di essere

se stessa.

Voi dite forte, intendendo:

indipendente

splendida nel suo isolamento

che diventa cinica

quando la pestano

che ha un bell’aspetto

quando sanguina

il trauma segreto indossato rigidamente dalla sua spina dorsale

si ammorbidisce

solo per il più meritevole

quel qualcuno speciale

che è solo un po’ più alto, un po’ più largo e ha un po’ più valore

di lei.

Io dico forte, intendendo:

come le equazioni

non falsificabile

la loro validità è svincolata dall’approvazione

motori matematici

che guiderebbero il mondo

se mai il mondo glielo lasciasse fare.

Io dico forte.

Voi state ascoltando?

gitana di luis ricardo falero

Gitana, dipinto di Luis Ricardo Falero

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Il 20 aprile scorso, The Guardian pubblica un articolo di Mary Barry (in immagine qui sotto) che riguarda il piano australiano di prevenzione della violenza di genere. Mary è la presidente di “Our Watch”, l’organizzazione nazionale stabilita allo scopo di monitorare e contrastare la violenza contro le donne e i loro bambini.

Mary Barry

La campagna, lanciata in questo fine settimana con uno stanziamento di 30 milioni di dollari australiani (20 milioni e 640mila euro) “fa parte di una strategia più ampia, che mette la diseguaglianza di genere al centro del programma di prevenzione della violenza”.

Per molti anni, – continua l’articolo – gli esperti hanno insistito sulla necessità di affrontare la diseguaglianza di genere come motivatore chiave della violenza contro le donne (…) Invece, miti e concetti errati – ad esempio che sia la gelosia incontrollabile a dirigere la violenza degli uomini contro le donne – sono regolarmente strombazzati in giro. (…) Per parecchie persone, la violenza sembra essere un problema individuale ed essere perpetrata solo da pochi uomini “cattivi”, il cui comportamento si discosta grandemente dalla norma sociale. Il suggerimento che le attitudini irrispettose verso le donne siano in effetti il sostrato di visioni popolari, dominanti e socialmente “normali” della mascolinità nella nostra cultura è stato “troppo sconvolgente” per molti. Ma ora, finalmente, australiani di tutti i tipi – inclusi molti dei nostri politici – stanno dando uno sguardo al contesto sociale e culturale in cui questa violenza sorge con occhi snebbiati. Collettivamente, stiamo tracciando le connessioni fra le più ampie condizioni di diseguaglianza di genere, evidenti nelle attitudini, nei comportamenti e nelle strutture sociali, e gli allarmanti livelli di violenza contro le donne in questo paese.”

Mary Barry dettaglia poi le varie iniziative e i relativi stanziamenti per ognuna di esse (che superano nettamente la cifra destinata alla campagna citata), in quella che si configura come una “strategia di prevenzione a lungo termine che richiede una nuova cornice mentale per ottenere cambiamenti generazionali e duraturi: un approccio che si concentra sul rafforzare le donne, stimolare il cambiamento fra gli uomini, sfidare le consuetudini comunitarie che sostengono la violenza e migliorare l’eguaglianza di genere”.

La campagna iniziale consiste nell’incoraggiare pubblicamente genitori, familiari, insegnanti, istruttori, colleghi a dare un’occhiata alle loro attitudini e ai loro comportamenti in relazione all’eguaglianza di genere e a relazioni basate sul rispetto, poiché anche inavvertitamente ciò influenza le attitudini e i comportamenti dei più giovani.

La ricerca in merito è solida – dice ancora Mary Barry – e il messaggio è chiaro e detto a voce alta: non possiamo arrestare il flagello della violenza contro le donne senza affrontare direttamente la diseguaglianza di genere. Ovviamente, ogni sfida allo status quo genera resistenza. Questo è vero in special modo quando si fa luce su qualcosa di così profondamente radicato come le norme su genere e mascolinità e sul posto, sullo status e sul ruolo di uomini e donne nella società. Ma quando si vive con tali livelli estremi di violenza, qualcosa deve cambiare.”

In Italia, invece, siamo fermamente decisi a non cambiare niente; i livelli di violenza di genere, che sono assai alti anche da noi, ci stanno proprio bene, ci piacciono, si ripetono con una rassicurante familiarità. Infatti, lo stesso 20 aprile in cui ho letto l’articolo citato sopra, ho letto anche queste profondissime analisi riferite a femminicidi sui quotidiani del mio paese (l’enfasi è mia):

1. “Motivi passionali all’origine di un omicidio in serata alla periferia di Roma. Un uomo, Augusto Nuccetelli, 51 anni, ha seguito la moglie in un bar e l’ha freddata con quattro colpi di pistola, davanti agli occhi increduli di clienti e passanti (…) Stando alle testimonianze di chi li conosceva, i due erano spesso protagonisti di litigi e probabilmente si stavano lasciando, forse per una relazione extraconiugale dell’uomo.

Dunque, fatemi capire. La situazione data come più probabile è che i due si stessero lasciando perché LUI aveva un’altra relazione… e la razionalizzazione dell’omicidio è fatta con i “motivi passionali”: quali sarebbero, la frustrazione del poligamo negato o la rabbia del furbetto per l’altarino scoperto? Come di certo gli insigni giornalisti autori di pezzi simili sapranno, i “motivi passionali” non derubricano il reato di omicidio volontario a qualcosa d’altro, ma costituiscono ancora un’attenuante. E per quanto ribrezzo ciò mi faccia, spetta comunque ai tribunali stabilirla come tale, NON a chi scrive sui quotidiani. NON siete obbligati, esimi professionisti, a trovare immediatamente scusanti per gli uomini che uccidono le donne, NON siete i loro avvocati.

2. Un uomo di 44 anni ha aggredito la convivente con un martello ferendola gravemente alla testa (Nda: l’ha colpita con una mazzetta da muratore, alla nuca, numerose volte. La donna, 39 anni, è in coma, gravissima) e poi si è tolto la vita gettandosi da un ponte a Briosco (Monza). Secondo i primi accertamenti la coppia (Nda: con due figli piccoli) era in via di separazione. L’uomo, Christian Radaelli di 44 anni, imprenditore brianzolo non aveva accettato la fine della sua relazione con la compagna e avrebbe perso la testa forse al culmine dell’ennesima discussione con la sua convivente.

I familiari dell’uomo hanno riferito di essere a conoscenza della separazione in corso, ma di non aver mai avuto sentore di violenze o aggressioni pregresse da parte del quarantaquattrenne.

Cristian Radaelli nel pomeriggio era al lavoro come sempre. “Tranquillo, come al solito”, dice un collega.”

Ripeto: signori giornalisti, fate per favore il vostro mestiere. “Non aveva accettato la fine della relazione” reiterata all’infinito come giustificazione e scusa non è nemmeno una frase razionale. Equivale a dire: “Non aveva accettato la valanga che gli ha sepolto il villino in montagna.” oppure “Non aveva accettato che un fulmine avesse abbattuto il suo pero preferito.” E allora cosa fa? Spara al primo meteorologo che incontra? Bastona il cielo? Se qualcuno in una relazione, uomo o donna che sia, dice: “E’ finita” la cosa è finita che all’altro/a piaccia o no. Per stare insieme bisogna volerlo in due, se la volontà di uno solo manca la relazione non esiste, punto. E’ doloroso, è difficile da gestire, quel che volete, ma è così e rispondere a una situazione simile con la violenza NON è automatico, NON ripristina la relazione e NON è una scusante. BASTAAAAAAAA!!!!

Poi: i familiari e i colleghi dell’aggressore non hanno mai avuto sentore di violenze e lo giudicano tranquillo come sempre? Be’, allora è tutto a posto. Avrà avuto un raptus, giusto? Anzi, andate a chiedere di lui anche alla sua maestra delle elementari, vi confermerà che era tenero come un pasticcino.

Ma se proprio invece della cronaca volete fare lo scavo psicologico: familiari, amici/amiche, colleghe/i della vittima li avete sentiti? Fate di tutto per presentarci in una luce amichevole o quantomeno di sconcertata simpatia l’assalitore (un uomo così tranquillo, mai violento, come avrà potuto?, deve aver perso la testa…), ma perché della vittima non ve frega una beata mazza? Chi è la donna macellata a mazzate che potrebbe morire nelle prossime ore?

Lo so, lo so. Lei è intercambiabile. Lei è la “figura immota adagiata nel lago di sangue”. Lei è un numero in una lista infinita. Potrebbe avere qualsiasi volto, qualsiasi storia. Era una donna – è per questo che le è capitato quel che capita alle donne, cosa potete farci voi miserabili? Magari imparare dall’Australia? Maria G. Di Rienzo

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