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(“Repression Against Mapuche Hortaliceras by Chilean Police Continues”, di Aljoscha Karg per Cultural Survival, 14 maggio 2020. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

hortaliceras temuco

Il 4 maggio scorso le misure di isolamento per prevenire la diffusione del Covid-19 sono state tolte nella città cilena di Temuco, collocata nei territori ancestrali della gente Mapuche. Quella che, in effetti, doveva essere una facilitazione affinché segmenti della popolazione potessero giornalmente guadagnarsi da vivere, si è trasformata in una violenta repressione delle forze speciali della polizia cilena contro le hortaliceras (in immagine sopra). Le hortaliceras sono donne Mapuche che per tradizione, da molte generazioni, vendono frutta e vegetali coltivati in orti domestici nelle strade di Temuco. Come dice Rosa Martínez, presidente del gruppo di hortaliceras “Folil Mapu”: “Lavoriamo per tutta la nostra vita nel centro di Temuco, come le nostre madri e le nostre nonne.”

Non è stata la prima volta in cui la polizia cilena ha impiegato violenza contro le venditrici. “La repressione continua ormai da molto tempo – racconta Martínez – ed è il sindaco di Temuco Miguel Becker (del partito di centro-destra Chile Vamos) a darne mandato. Le forze speciali ci maltrattano e ci picchiano mentre gettano i nostri ortaggi nella spazzatura. Noi vogliamo mantenere la nostra cultura, la cultura Mapuche. Siamo piccole coltivatrici, che lavorano la terra seguendo la conoscenza ancestrale. Ora la violenza è peggiorata, le forze speciali ci hanno assalite anche la settimana scorsa.”

Nel mentre il sindaco Becker nega ogni opportunità di dialogo, alcune delle hortaliceras sono paradossalmente accusate di violenza contro la polizia cilena. Allo stesso tempo, non hanno le risorse economiche per assumere avvocati o denunciare gli agenti di polizia che usano forza eccessiva. Perciò, ricapitola Martínez, “Dobbiamo continuare a resistere con quel che abbiamo. Quel che vogliamo è che il nostro lavoro non vada perduto e che la nostra cultura continui a esistere, che si capisca la necessità di una forza lavoro come le hortaliceras o come i piccoli coltivatori che producono frutta e vegetali freschi e organici, e che l’opportunità di continuare a lavorare per noi non si sta avvicinando.”

rosa

(Rosa Martínez)

Alla domanda su cosa può essere fatto per aiutare la causa delle venditrici Martínez chiarisce che le hortaliceras chiedono “sostegno, sostegno morale, sostegno nel senso di comprensione di ciò che vogliamo, nel senso di non essere lasciate sole in questa lotta e che essa è una lotta mondiale.”

Gli atti repressivi della polizia cilena sono in netto contrasto con il fatto che il Cile è firmatario sia della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani sia della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Popoli Indigeni, in special modo perché quest’ultima asserisce i diritti dei popoli indigeni di proteggere sia le loro culture sia la loro autodeterminazione.

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Ayleen Diaz - Nuestro Cuerpo

“Tu sei bella proprio con tutte le tue curve, con tutte le tue forme e colori. Non c’è bisogno di fare standard di bellezza. In realtà, la bellezza arriva in milioni di modi diversi, tutto dipende da come tu vedi le cose. Puoi mettere in luce la tua propria bellezza. Disegnando tipi di corpi differenti e differenti tipi di capigliature, voglio che la gente impari come tutto è bello.”

Ayleen Díaz, architetta e illustratrice, Perù (l’immagine sopra “Nostro corpo – nostro potere” è di un suo dipinto).

Specchiatevi. L’immagine seguente è di Carla Llanos, illustratrice cilena che vive in Gran Bretagna. La scritta sul dorso della ragazza con in mano un disco di Janis Joplin dice: “Ho bisogno di soldi, non di ragazzi”.

carla llanos

Donne insieme, corpi veri anche per Alja Horvet, illustratrice 22enne slovena.

alja horvat

E qui c’è un’opera della brasiliana Brunna Mancuso (non è un errore, il nome ha proprio due “enne”).

brunna mancuso

Mi avete detto, in sintesi, che avete difficoltà a uscire dagli stereotipi imposti su di voi, a vedervi con altri occhi. Oggi potete usare quelli pieni di passione di queste giovani artiste. Ricordate: proprio come dice Ayleen Díaz il vostro corpo è il vostro potere. Non cedetelo. Non riducetelo. Non minate la sua forza. Celebratelo.

Maria G. Di Rienzo

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omofobia

In Italia non si fa più giornalismo: si fa sensazionalismo, propaganda, polemica e “click-bait” (esca per click), per cui il titolo in immagine sopra – anche se sembra uscito da un consumo eccessivo di grappa da parte della redazione – è del tutto in linea con le tendenze attuali.

Nell’ambito del settore “polemica” Vittorio Feltri, il direttore di “Libero”, dichiara: “L’omofobia ce l’ha in testa chi ci critica. Chi ci spara addosso ha letto solo il titolo ma non il testo, in caso contrario avrebbe scoperto che quei dati ci sono stati forniti dalle stesse associazioni gay. Di cosa ci si offende? Se calano fatturato e PIL c’è qualcuno che se ne rallegra? (…) E’ un dato di fatto abbiamo citato delle cifre, cosa c’è da indignarsi? Dov’è il problema, non si può dire che aumentano i gay? Siamo forse in Iran?”.

1. L’omosessualità è una variante statistica sugli spettri della sessualità e dell’affettività umane (e non, altre numerose specie animali ne sono interessate), che sono fluidi. Non si può indurla ne’ inibirla in una persona e il suo tasso è stabile (circa 1/20), quindi non “cresce” e non “cala”: ciò che può aumentare o diminuire è il numero di persone che decide di dichiararsi omosessuale – e quest’ultimo è il solo dato che le organizzazioni gay menzionate da Feltri possono fornire, in forme del tipo “Dal 2017 al 2018 i nostri iscritti e le nostre iscritte sono passate dal numero x al numero z”.

2. L’omosessualità non ha nulla a che fare con il fatturato e il PIL di una nazione, perciò infilarla in un testo che dovrebbe commentare la condizione critica di questi due fattori ha il solo effetto di associarla in maniera insensata a un contesto di negatività.

3. In Iran, Feltri avrebbe potuto tranquillamente dare alle stampe lo stesso pezzo: gli sarebbe bastato aggiungere un “Non c’è abbastanza fede” o “La nostra devozione sta vacillando” o “Sotto attacco dalle diaboliche influenze occidentali” prima di “Calano fatturato e PIL ecc.”, o meglio ancora “Le donne rifiutano il velo”. Dopotutto, non molto tempo fa, gli imam iraniani sono riusciti a dare la colpa dei terremoti alle donne non abbastanza “pie”.

4. La vita di gay e lesbiche, in tutto il mondo, è ancora purtroppo molto difficile a causa dell’odio ignorante che viene loro sparato addosso in centomila modi diversi, titoli come quello di “Libero” compresi. A meno che non siano personaggi famosi, a cui i riflettori e le finanze personali fanno da scudo (ma anche costoro si portano dietro un bagaglio di offese ricevute), le persone omosessuali sono costrette ad attraversare un inferno – di dimensioni variabili – per attestare semplicemente la propria esistenza.

Il 22 gennaio u.s. la stampa internazionale riportava la storia di una ragazza cilena che riassumo di seguito:

– a 14 anni, è il 2017, costei dichiara alla famiglia di essere lesbica.

Potete chiederlo a qualsiasi persona omosessuale di vostra conoscenza: il momento del “coming out” segue anni di riflessioni, di paure, di autoflagellamento, di tentativi di negare o almeno annacquare quel che si è (“forse sono solo bisessuale”, “mi succede perché l’adolescenza è un periodo di confusione”), giacché nella stragrande maggioranza dei casi ci si accorge dei propri sentimenti “diversi” fin dall’infanzia.

L’uscire allo scoperto comporta lo sconfiggere i propri timori più oscuri e profondi ed è un momento di grande vulnerabilità per la persona che si espone, ma allo stesso tempo è un momento “sacro”, uno spartiacque sulla strada della liberazione dalla sofferenza.

A questo, il patrigno della quattordicenne risponde stuprandola. Il padre biologico, che è un’evangelista separato dalla madre, risponde con un’aggressione fisica.

– Nel dicembre 2018, la ragazza confida quel che è accaduto alla sua compagna 16enne.

Quest’ultima la convince a confrontarsi con la madre e le due parlano effettivamente con costei il 14 gennaio 2019, chiedendole di sporgere denuncia. La risposta della madre è il mandare la figlia a vivere con il padre biologico.

– Da quel momento la ragazza è tenuta prigioniera in incommunicado: non può uscire di casa e non può avere contatti con nessuno.

Nel frattempo il padre la prende a calci, pugni e cinghiate (per “far uscire il male da lei”) e le dice che ha meritato di essere stuprata. (E’ sempre bello notare la virile e affettuosa e cameratesca fratellanza fra uomini che odiano le donne.)

– Per fortuna la compagna della ragazza non tace e a denunciare la cosa è il Movimento cileno per l’integrazione e la liberazione omosessuale (Movilh).

La fanciulla è stata soccorsa in questi giorni e un tribunale dovrà decidere dove risiederà in futuro. Il Movilh ha dichiarato alla stampa: “Non ci fermeremo sino a che la ragazza sarà tolta dalla casa del padre biologico in modo permanente e sino a che il suo patrigno sarà portato in giudizio. In parallelo, lavoreremo sulla possibilità che la fanciulla vada a vivere con la sua compagna e con la madre di costei, poiché si tratta delle uniche due persone che le hanno dato protezione e affetto.”

Adesso, sig. Feltri, sapendo come sappiamo che storie simili accadono costantemente e dappertutto: non le sembra che l’omosessualità sia un soggetto su cui lei ha bisogno di informarsi prima di usarlo (a sproposito) nei titoli e negli articoli del suo giornale? Lei ha chiesto pubblicamente per cosa ci riteniamo offesi. Temo sia il modo in cui l’ignoranza umilia, soffoca, ferisce e persino uccide esseri umani.

Maria G. Di Rienzo

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Da articoli sulla stampa internazionale il 12 dicembre (e loro versioni rivedute e corrette dalla stampa italiana il giorno successivo) ho appreso che Bergoglio ha “congedato” in ottobre tre suoi consiglieri del C-9, un gruppo di nove persone organizzato dal papa stesso nel 2013 con lo scopo di riorganizzare la burocrazia vaticana, ringraziandoli per i “cinque anni di servizio”. I tre sono il cardinale australiano George Pell, il cardinale cileno Javier Errazuriz e il cardinale congolese Laurent Monsengwo Pasinya, rispettivamente di 77, 85 e 79 anni.

Il primo è a processo nella natia Australia per annose denunce di abusi sessuali (lui nega) e formalmente ha ancora una carica in Vaticano nel segretariato economico.

Il secondo è accusato dai sopravvissuti / dalle sopravvissute agli abusi sessuali da parte di sacerdoti del suo paese di aver coperto questi ultimi (lui nega).

Il terzo è semplicemente andato in pensione (mi auguro non vi sia nessuna sorpresa al proposito).

Sullo scandalo che è scoppiato da un paio di mesi attorno al caso di Pell, l’Osservatore Romano ha intervistato il gesuita Hans Zollner il 26 novembre scorso, il quale non ha detto molto di più di “analisi, consapevolezza, vergogna, pentimento, preghiera” eccetera, però sappiamo che la Pontificia Università Gregoriana dal 2012, con il Centro per la protezione del bambino “fornisce educazione e formazione per la prevenzione degli abusi sessuali su minori – dalla formazione di base a quella specialistica – per tutti coloro che lavorano nel campo della tutela dei minori”. Peccato che manchi di fornirla ai sacerdoti semplici e agli augusti cardinali. O, se in realtà li ha invece “formati”, sarebbe interessante sapere cosa i suoi membri / insegnanti / esperti pensano dei risultati.

Solo alcune cose, per finire, sull’abuso sessuale di minori.

Non esiste un predatore “tipo”. Chi abusa di bambine/i può appartenere a qualsiasi classe economica e stile di vita; può essere un familiare e può essere persona stimata e apprezzata a livello sociale.

Nella stragrande maggioranza dei casi chi abusa di un bambino è una persona che il piccolo conosce.

L’abuso sessuale di minori non è limitato a situazioni che includono l’uso di forza fisica. Esporre le bambine / i bambini alla pornografia, per esempio, ha su di loro un significativo impatto emotivo e psicologico.

Qualsiasi sia il tipo di comportamento della bambina / del bambino vittima di abuso sessuale, quest’ultimo non è MAI colpa sua. Ripetiamolo: MAI. Anche se non ha detto “no”, non ha urlato, ha accettato il giocattolo o le caramelle o i complimenti.

Di fatto, la risposta più comune del/della minore all’abuso è il silenzio (gli studi danno cifre attorno al 93%). Bambine e bambini sono confusi rispetto a quel che è accaduto loro, sono spaventati all’idea di non essere creduti e si preoccupano di cosa potrà accadere alla loro famiglia se parlano.

Perché, pensateci: come riesco a riportare – diciamo a 8/10 anni – che Padre Tizio, riverito sacerdote della comunità, amico di mamma e papà, sempre affettuoso e allegro, mio insegnante di catechismo ecc. ecc. mi ha tolto le mutande in canonica? Non è un estraneo ad avermi assalito, è (come la maggioranza delle persone che abusano di bimbe/i) un manipolatore che io conosco e che tutti attorno a me conoscono. Può aver speso tempo e impegno nel costruire una connessione emotiva con me, facendomi sentire “speciale”, e star usando la mia fiducia in lui per usarmi e controllarmi…

I sopravvissuti e le sopravvissute agli abusi testimoniano spesso come il tradimento della loro fiducia sia la parte più devastante di quel che hanno subìto. Per cui: quando trovano il sostegno necessario, l’energia e la forza necessarie a parlare, quando denunciano, abbiamo il solo dovere di ascoltare e di collaborare alla loro ricerca di riparazione e giustizia – non importa quante onorate e finemente orlate sottane sacerdotali finiscano a brandelli, perché non vi è ammontare di stracci equiparabile ai danni che i possessori di sottane hanno fatto a vite altrui.

Maria G. Di Rienzo

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no

Decine di migliaia di dimostranti, giovani e giovanissime, sono scese per le strade in tutto il Cile, il 6 giugno scorso, per chiedere la fine del “sessismo istituzionalizzato”, degli abusi sessuali nelle università e nelle scuole, della violenza sulle donne. Dal governo vogliono azioni più decise contro la violenza di genere, il rispetto dei diritti umani delle donne, la fine del divario di genere (che riguarda i salari e le discriminazioni) e un’istruzione non sessista.

Alla luce dei casi di violenza sessuale nelle istituzioni scolastiche, trattati con leggerezza o passati sotto silenzio, chiedono formazione obbligatoria al genere per il corpo studentesco e i docenti.

santiago girotondo

Nella capitale, Santiago, e città come Valparaiso, Concepcion, Chillan, Arica ecc. è fluita questa ondata femminista in quella che è solo l’ultima protesta dall’aprile scorso: venti università cilene sono tuttora occupate. Le dimostrazioni, organizzate dalla Coordinadora Feminista Universitaria (Cofeu), dalla Confederazione degli/delle studenti del Cile (Confech) e da gruppi femministi, hanno tutte un messaggio molto chiaro per il governo e lo ripetono nei cartelli e negli striscioni – il machismo uccide.

Il numero delle donne uccise dalla violenza dei partner, nel paese, è aumentato del 21% dal 2016 al 2017. Altri cartelli retti dalle studenti lo ricordavano dicendo: “Lo dobbiamo a quelle che non torneranno più.”

Maria G. Di Rienzo

performance contro l'abuso sessuale

(foto di Luis Hidalgo/AP – Santiago, 6 giugno 2018: Un gruppo di donne mette in scena una performance sotto il messaggio: Perché hai paura di me quando apro la bocca, ma non quando apro le gambe?)

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María Aparicio Puentes

Costei è María Aparicio Puentes, nata a Santiago in Cile nel 1981. Le immagini che vedrete di seguito appartengono a una serie di sue opere del 2014 – in collaborazione con le fotografe Tatjana Radičević e Ksenija Jovišević e il fotografo Lukasz Wierzbowski – che vanno sotto il titolo “Sii brillante”. L’Artista allestisce mostre dal 2011 ma di recente sta ottenendo consensi e grande popolarità soprattutto sul web.

María “ricama” le immagini con filo metallico dopo averle analizzate per “geometrie, ritmi, tensioni… per ogni cosa” con il desiderio di descrivere “le persone e la loro relazione con l’ambiente”. E come per magia, le persone diventano costellazioni, gli spazi sottolineati dal filo raccontano storie diverse e profonde, e ogni figura umana sembra respirare libertà su scala cosmica.

Non è bello iniziare la giornata con queste sensazioni? Siate brillanti!

Maria G. Di Rienzo

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Antipatriarca

Ana Maria Merino Tijoux, meglio conosciuta come Ana Tijoux, è una musicista nata in Francia nel 1977, figlia di due espatriati cileni che fuggivano dal colpo di stato del 1973. Ana ha potuto conoscere il resto della sua famiglia, che era rimasta in Cile, solo dieci anni dopo. Questo “Antipatriarca” è uno dei suoi pezzi più recenti e mi sono goduta sinceramente ogni nota, ogni rima, ogni secondo del video: ci sono persone comuni, normali, impegnate nei gesti quotidiani della vita, non in posa, all’interno del rettangolo – per cui respiravo, a mio agio, fra gente che mi somiglia. Per una volta. Non è mica poco. Maria G. Di Rienzo

Antipatriarca

Posso essere tua sorella, tua figlia, Tamara, Pamela o Valentina

Posso essere la tua buona amica e persino la tua compagna di vita

Posso essere la tua alleata, che consiglia e aggiusta

Posso essere qualsiasi cosa di tutte le cose, dipende da come mi chiami

Ma non sarò quella che obbedisce, perché il mio corpo mi appartiene

Io decido del mio tempo come voglio e dove voglio

Indipendente sono nata, indipendente ho deciso

Io non cammino dietro di te, io cammino qui a fianco

Tu non mi umilierai, tu non griderai contro di me

Tu non mi sottometterai, tu non mi picchierai

Tu non mi denigrerai, tu non mi forzerai

Tu non mi silenzierai, tu non mi rinchiuderai

CORO

Ne’ sottomessa ne’ obbediente

Forte donna ribelle

Indipendente e coraggiosa

rompi le catene dell’indifferenza

Ne’ passiva ne’ oppressa

Donna bella che dai la vita

Emancipata in autonomia

Antipatriarca e allegria

A liberare...

Io posso essere capofamiglia, lavoratrice, o intellettuale

Io posso essere la protagonista della nostra storia e quella che incita

la gente, la comunità, quella che sveglia il vicinato

Quella che organizza l’economia della propria casa, della propria famiglia

Donna bella che si erge

e spezza le catene della pelle

CORO

Ne’ sottomessa ne’ obbediente

Forte donna ribelle

Indipendente e coraggiosa

rompi le catene dell’indifferenza

Ne’ passiva ne’ oppressa

Donna bella che dai la vita

Emancipata in autonomia

Antipatriarca e allegria

A liberare…

Libere libere libere

music

Pronte per il karaoke? Ecco il testo originale.

Yo puedo ser tu hermana tu hija, Tamara Pamela o Valentina

Yo puedo ser tu gran amiga incluso tu compañera de vida

Yo puedo ser tu aliada la que aconseja y la que apaña

Yo puedo ser cualquiera de todas depende de como tu me apodas

Pero no voy a ser la que obedece porque mi cuerpo me pertenece

yo decido de mi tiempo como quiero y donde quiero

Independiente yo nací, independiente decidí

Yo no camino detrás de ti, yo camino de la par aquí

Tu no me vas a humillar, tu no me vas a gritar

Tu no me vas someter tu no me vas a golpear

Tu no me vas denigrar, tu no me vas obligar

Tu no me vas a silenciar tu no me vas a callar

CORO

No sumisa ni obediente

mujer fuerte insurgente

independiente y valiente

romper las cadenas de lo indiferente

no pasiva ni oprimida

mujer linda que das vida

emancipada en autonomía

antipatriarca y alegría

A liberar….

Yo puedo ser jefa de hogar, empleada o intelectual

Yo puedo ser protagonista de nuestra historia y la que agita

La gente la comunidad, la que despierta la vecindad

La que organiza la economía de su casa de su familia

Mujer linda se pone de pie

Y a romper las cadenas de la piel

CORO

No sumisa ni obediente

mujer fuerte insurgente

independiente y valiente

romper las cadenas de lo indiferente

no pasiva ni oprimida

mujer linda que das vida

emancipada en autonomía

antipatriarca y alegría

A liberar….

Libere libere libere

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(tratto da: “Women Farmers In Chile To Teach The Region Agroecology”, un più ampio articolo di Marianela Jarroud, per Tierramérica Network, 10 gennaio 2014, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Per anni, l’Associazione nazionale delle donne rurali ed indigene (ANAMURI) ha addestrato migliaia di persone tramite La Vía Campesina, il movimento contadino internazionale, basandosi sulla sovranità alimentare, che afferma il diritto del popolo di definire il proprio sistema alimentare. Ma oggi sta lavorando al suo progetto più ambizioso.

L’Istituto di Agroecologia per le donne rurali (IALA) sarà il primo in America Latina a rivolgersi solo alle donne. Sta prendendo forma nella città di Auquinco – che si può rozzamente tradurre come “Il suono dell’acqua” – nel distretto di Chépica, 180 km a sud di Santiago. Le sessioni di addestramento sono già cominciate, anche se l’edificio non è ancora pronto.

Non stiamo lavorando ad un sogno, ma a una sfida.”, ha detto la direttrice internazionale di ANAMURI, Francisca Rodríguez, che dirigerà IALA, a Tierramérica. Il progetto ha un cuore politico: “produzione di cibo per risolvere il problema della fame.”

francisca rodriguez

E’ essenziale trovare modi che rendano possibile, per noi, il continuare a sopravvivere ed esistere come importante segmento dell’agricoltura nel mezzo del forte attacco ai campesinos, il che riguarda i settori produttivi ma anche i modelli di consumo. IALA si concentra sul difendere l’agricoltura familiare dei campesinos.”, ha aggiunto Francisca Rodríguez: è uno sforzo per unirsi al “grande scopo” degli Istituti di Agroecologia dell’America Latina, da cui prende il suo acronimo.

Questi progetti hanno avuto inizio in Venezuela, dove si sono diplomati i primi agronomi, tutti figli di famiglie di campesinos. Gli istituti IALA si sono poi replicati in Brasile e Paraguay, così come in Ecuador e nel resto della regione andina. L’ultimo loro grande successo è stata l’apertura in Argentina, nell’aprile 2013, dell’Università SURI Campesino.

E’ importante per noi avere professionisti nel campo dell’agricoltura, come aiuto per raggiungere la sovranità alimentare, e per continuare su questa strada che richiede specialisti provenienti dalla terra stessa. Nessuno meglio dei campesinos può sentire la necessità di continuare a sviluppare l’agricoltura, che è al servizio dell’umanità.”, dice Rodríguez. Aggiunge anche che in ANAMURI “noi capiamo di che tipo di sfida si tratta” e che mentre l’istituto si concentrerà all’inizio sulle donne del cono sud del Sudamerica, più tardi potrebbe espandersi per includere uomini.

Ad Auquinco, l’Associazione nazionale delle donne rurali e indigene ha appena un ettaro di terra e una grande casa dove staranno le studentesse, comprata per soli 23.000 dollari. Il prezzo era basso, spiegano, perché una coppia di esiliati durante la dittatura cilena del 1973 – 1990, una volta tornata nel paese ha deciso di vendere la la propria casa e la propria terra alle donne, di modo che potessero fare un buon lavoro. A causa dei danni che la proprietà ha sofferto durante il terremoto del febbraio 2010, la grande casa rurale necessità di riparazioni estese, che cominceranno prima possibile, dice la direttrice dell’organizzazione per ANAMURI Alicia Muñoz: “Durante quest’estate (emisfero sud del pianeta), organizzeremo gruppi di volontari per aiutarci e mettere a posto edificio e terreni, così entrambi non perderanno il loro carattere originario. Il nostro sogno è avere un Istituto per la conservazione di quel tipo di agricoltura che le donne sanno fare, che è davvero affidabile dal punto di vista della salute e della nutrizione.”

alicia

Nella storia dell’agricoltura cilena, gli uomini hanno sempre dominato la scena, “con le donne relegate alla sfera domestica, alla lavorazione del cibo, alla cura della casa e all’allevamento di piccoli animali”, ha detto a Tierramérica l’antropologo Juan Carlos Skewes, “Ma il loro contributo, a mio avviso fondamentale, al lavoro agricolo e al progetto di sviluppo alternativo, che è l’orto, è stato dimenticato. Ogni appezzamento di vegetali, ogni pratica agricola delle famiglie campesine comprende la biodiversità, la conservazione del materiale genetico, la possibilità di riprodurre sementi e l’uso migliore delle risorse locali.” Skewes, direttore della Scuola di Antropologia all’Università Alberto Hurtado, ha aggiunto che: “C’è anche la questione del miglior coordinamento delle risorse, l’autosufficienza e il rafforzamento delle economie locali. Per cui, facendo il riassunto, ci sono progetti autonomi, capacità di auto-organizzazione, produzione autonoma sostenibile, maneggio di materiali non modificati geneticamente, e c’è la possibilità di rispondere, resistere e sfidare i processi industriali nell’agrobusiness e nell’industria che lavora il cibo. Le giocatrici chiavi sono le povere donne rurali, organizzate nella protezione dei semi per loro proprio uso e l’uso sostenibile dell’agricoltura.”

Per le donne di ANAMURI, il nuovo anno è pieno di speranza. Le partecipanti hanno fiducia che il nuovo governo, con a capo una donna socialista, la presidente Michelle Bachelet, aprirà loro le porte e rafforzerà il loro lavoro. Hanno anche fiducia di ricevere il sostegno delle Nazioni Unite, che hanno dichiarato il 2014 l’Anno Internazionale dell’Agricoltura Familiare.

Molte persone stanno tornando in campagna”, dice Francisca Rodríguez, “perciò c’è speranza. Noi sappiamo di star aiutando a rafforzare il paese, qui, sul nostro piccolo pezzo di terra ad Auquinco.”

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A lei i media si riferiscono come al “caso Belén”. Ha 11 anni. E’ cilena, vive in una remota cittadina del sud, Puerto Montt. Frequenta la quinta elementare. E’ anche incinta (14^ settimana di gravidanza): il compagno di sua madre ha ammesso con la polizia di aver cominciato a stuprarla quando di anni ne aveva 9.

bambola cilena

I medici attestano che la gravidanza rischia di ucciderla, ma la bambina non può abortire: l’interruzione di gravidanza, in Cile, è diventata totalmente illegale, anche per ragioni mediche, nel 1973 per gentile intercessione del generale Augusto Pinochet (un uomo notoriamente devoto alla sacralità della vita). L’attuale presidente Sebastian Pinera si è opposto ad ogni emendamento della proibizione; solo l’anno scorso il senato cileno ha respinto tre progetti di legge in materia: uno di essi avrebbe permesso l’aborto in caso di rischio per la vita della donna, e un altro anche nei casi di stupro. Ma purtroppo per “Belén”, dall’altra parte della bilancia su cui si pesa la sua esistenza sta la chiesa cattolica con tutta la sua influenza politica, anche se la sua credibilità è andata un po’ scemando dal 2010, quando alcuni dei reverendi più stimati del paese sono stati riconosciuti colpevoli di abusi sessuali su ragazzini la cui età andava dai 14 ai 17 anni.

D’altronde, dicono gli opinionisti, il Cile è lento nei suoi cambiamenti. Ha permesso il divorzio nel 2004. Una legge antidiscriminazione è rimasta bloccata per sette anni ed è passata solo nel 2012, quando un uomo gay è stato picchiato a morte dai suoi assalitori, che hanno anche inciso svastiche sul suo cadavere. Probabilmente, quando la bimba sarà cadavere, modificheranno anche la legislazione sull’aborto. Ma la “lentezza” riguarda solo l’élite al potere: la società civile sta invece rispondendo alla vicenda velocemente e senza ambiguità. I cileni vorrebbero fosse salvata la vita di una bambina che ha già sofferto troppo. Non mi sembra una richiesta così assurda, signor presidente Pinera, è assurdo essere ancora costrette/i a farla. Maria G. Di Rienzo

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Il 25 dicembre 1989, la fotografa Paula Allen si inoltra nel Deserto di Atacama, in Cile, per riprendere le immagini di un gruppo di donne che scavano. Le donne stanno cercando resti umani di ventisei uomini, loro parenti, giustiziati sommariamente più di quindici anni prima. “Ero venuta a fotografarle,” racconta Paula, “ma mi sono scoperta a scavare anch’io. Il legame fra noi si è stretto velocemente, come donne e come amiche, e ormai trascende la relazione fra fotografa e soggetti da riprendere. Ho visto le loro speranze andare in pezzi un centinaio di volte, le ho viste tornare dalla Valle della Luna con la pelle bruciata, l’emicrania e le scarpe piene di sabbia, e le ho viste ripartire ostinatamente il giorno dopo, con zappe e pile elettriche, seguendo brandelli di informazioni e il loro intuito.”

Flowers in the Desert: The Search for Chile’s Disappeared” (“Fiori nel Deserto: la ricerca degli scomparsi del Cile”) è il libro bilingue – inglese e spagnolo – in cui Paula e le sue amiche cilene raccontano con immagini e parole tutto questo. Uscirà nella primavera del 2013.

Le vicende che porteranno le donne di Calama nel deserto hanno inizio invece nel 1973, quando il generale Augusto Pinochet sale al potere in Cile, rovesciando con un colpo di stato il governo socialista di Salvador Allende. Da quel momento migliaia di persone cominciano a svanire dalle città e dai villaggi, in quello che sarà poi conosciuto come l’orrido fenomeno dei “desaparecidos”. Un mese dopo il colpo di stato, un elicottero militare intraprende un viaggio chiamato “La carovana della morte”. I soldati che si trovano a bordo si fermano in cinque città, giusto il tempo necessario per assassinare 75 persone. Il 19 ottobre 1973 l’elicottero atterra nella sua ultima destinazione, la cittadina di Calama: qui ventisei uomini sono uccisi e i loro corpi seppelliti segretamente nel deserto.

Durante il primo periodo susseguente le sparizioni, molte delle mogli, madri, nonne, sorelle e figlie di questi ventisei uomini si incontravano di nascosto. Frustrate dal non riuscire ad ottenere nessuna informazione ufficiale si armarono di pale e si avventurarono nel deserto, in cerca dei corpi dei loro cari. Hanno scavato per 17 anni, sino al giugno 1990 quando hanno rinvenuto la tomba comune piena di resti umani frantumati: era a quindici chilometri dalla loro città. Dolorosamente e lentamente, si sono forzate ad abbandonare il sogno di ritrovare corpi interi, ed hanno riempito di ossa spezzate borse e borse di plastica. Ci sono voluti cinque anni di analisi per identificare 13 delle persone uccise. Nel novembre 2011, le donne si sono riunite in un’aula di tribunale per ricevere nuove identificazioni per altri otto cadaveri: i progressi nell’analisi del DNA ora permettono di identificare un corpo a partire dal più minuscolo frammento di osso. Le donne si sono avvicendate alla scrivania del giudice per firmare i documenti in cui attestavano di accettare i resti ed i risultati delle analisi, ma per tre famiglie non c’è stato nulla da firmare: le piccole tracce fisiche lasciate dai loro amati scomparsi sono andate distrutte durante i test di laboratorio. “I resti sono svaniti,” dice ancora Paula Allen, “come gli uomini. Ma l’impegno di queste donne no, ne’ il mio nei loro confronti. Ritorno sempre nel deserto con loro. Non scaviamo più, ma mettiamo fiori freschi alla lapide memoriale e puliamo dalla sabbia l’originaria croce di pietre che ancora oggi segna il punto in cui la tomba fu trovata.” Maria G. Di Rienzo

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