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Posts Tagged ‘pittura’

portrait of a lady on fire

Ancora oggi, per molti critici e opinionisti e sedicenti studiosi è difficile accettare che le persone omosessuali siano sempre esistite. Quando le vicende relative a un personaggio storico rivelano senz’ombra di dubbio una relazione con un individuo del suo stesso sesso, costoro fanno salti mortali per descriverla come “amicizia” con l’aggiunta di precisazioni che dovrebbero escludere vi sia implicato l’amore – riservato alle coppie eterosessuali – per cui saltano fuori descrizioni del tipo amicizia “romantica”, “forte”, “stretta”, “esclusiva” ecc.

Stracciare questo fondale è uno dei motivi che rendono importante il film francese “Portrait de la jeune fille en feu” – “Ritratto della giovane in fiamme”, vincitore della “Palma Queer” a Cannes e che in Italia sarà nelle sale il 19 dicembre 2019.

Diretto da Céline Sciamma, ha come protagoniste Noémie Merlant nel ruolo della pittrice Marianne e Adèle Haenel nel ruolo di Héloïse, la giovane del titolo (in immagine sopra). Siamo in Bretagna, nel 1760, ove Marianne è ingaggiata dalla madre di una giovane nobile appena uscita dal convento affinché dipinga segretamente un ritratto di costei: il quadro sarà poi inviato al suo pretendente a Milano. La realizzazione del dipinto era stata commissionata in precedenza a un altro artista che aveva rinunciato a causa della inflessibile resistenza di Héloïse, che non vuol essere ritratta e soprattutto non vuole sposarsi. Perciò, Marianne le è presentata ufficialmente come dama di compagnia: deve osservarla durante il giorno e dipingerla la notte.

Nel mentre la loro intimità cresce, cresce anche l’attrazione reciproca. Marianne, dapprima mera spettatrice degli slanci della giovane verso la libertà, gradualmente li condivide e ne diventa partecipe e complice. Una volta conosciuta la verità sul lavoro affidato all’artista, Héloïse accetta di posare ma quel quadro è anche una sorta di data di scadenza imposta alla relazione fra le due.

Il fuoco simbolico del titolo si concretizza più volte nella vicenda: per esempio quando la gonna di Héloïse si incendia durante una danza notturna con altre donne attorno a un falò, o quando Marianne brucia la prima versione del dipinto dopo aver ascoltato le critiche di Héloïse, ma è dall’ardore con cui quest’ultima vuol essere padrona della propria vita che scaturisce la decisione dell’artista di nominare il quadro come “Ritratto della giovane in fiamme”.

Maria G. Di Rienzo

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Women's Work

Una mostra completamente gratuita e pubblica, da osservare mentre si passeggia in città sino a dicembre prossimo, che onora i talenti delle donne artiste ed è organizzata da un’associazione pure di artiste che si chiama BAM! (in effetti fanno un bel colpo con l’acronimo, le “Matriarche dell’Arte di Brisbane”)… è Women’s Work – Lavoro di Donne e come avete capito si trova a Brisbane in Australia. La municipalità sponsorizza assieme all’Università Griffith e alla locale agenzia per l’arte di strada: quando una cosa del genere accadrà in Italia venite a stappare una bottiglia da me.

Una delle organizzatrici, la “matriarca” Rae Cooper ha spiegato alla stampa che “Uno dei nostri scopi principali era utilizzare questa piattaforma per creare opportunità dirette alle artiste e alle disegnatrici della nostra comunità. C’è un gruppo strabiliante di creative piene di talento a Brisbane. E’ una benedizione poter condividere il loro lavoro con la città.”

Ce n’era bisogno, in effetti, ribadiscono le artiste che partecipano alla mostra: il Consiglio australiano per le arti rilasciò nel 2017 i risultati di una ricerca che, fra le altre cose, attestava come nel mondo dell’arte il divario salariale fra uomini e donne raggiungesse il 25% (contro il già orribile 16% di media nazionale).

Women's Work exhibition Brisbane

“Non sono sicura che l’opinione pubblica australiana sia totalmente consapevole di quanto sia dominato dagli uomini il settore commerciale dell’arte. – ha detto Zoe Porter, espositrice alla mostra – Ho visto miei colleghi maschi ricevere rappresentazione e apprezzamento assai più in fretta delle donne. E’ importante per me essere parte dell’iniziativa, perché dà riconoscimento alle artiste locali e perché è bellissimo avere il sostegno di un collettivo femminile per esporre opere su scala così grande nello spazio pubblico, permettendo ad esse di avere un’audience maggiore.”

Alla mostra partecipano artiste Aborigene e Isolane di Torres Strait: l’illustratrice Tori-Jay Mordey è una di queste ultime. “La mia opera raffigura i ritratti di mio fratello e di me con parti del nostro volto fuse con i volti dei nostri genitori. Sono cresciuta come una bambina bi-razziale, giacché mia madre era un’Isolana e mio padre era Inglese. Volevo creare un’opera che esplorasse le nostre identità etniche mentre enfatizzava il legame con i nostri genitori, perché la faccenda non è così semplice da poter essere spiegata con ‘siamo differenti a causa del colore della nostra pelle’. Il mio desiderio è che le persone si sentano più aperte rispetto alla loro identità. Questa mostra ci dà una piattaforma in cui le nostre voci sono ascoltate e il nostro lavoro è riconosciuto pubblicamente.”

Maria G. Di Rienzo

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Ayleen Diaz - Nuestro Cuerpo

“Tu sei bella proprio con tutte le tue curve, con tutte le tue forme e colori. Non c’è bisogno di fare standard di bellezza. In realtà, la bellezza arriva in milioni di modi diversi, tutto dipende da come tu vedi le cose. Puoi mettere in luce la tua propria bellezza. Disegnando tipi di corpi differenti e differenti tipi di capigliature, voglio che la gente impari come tutto è bello.”

Ayleen Díaz, architetta e illustratrice, Perù (l’immagine sopra “Nostro corpo – nostro potere” è di un suo dipinto).

Specchiatevi. L’immagine seguente è di Carla Llanos, illustratrice cilena che vive in Gran Bretagna. La scritta sul dorso della ragazza con in mano un disco di Janis Joplin dice: “Ho bisogno di soldi, non di ragazzi”.

carla llanos

Donne insieme, corpi veri anche per Alja Horvet, illustratrice 22enne slovena.

alja horvat

E qui c’è un’opera della brasiliana Brunna Mancuso (non è un errore, il nome ha proprio due “enne”).

brunna mancuso

Mi avete detto, in sintesi, che avete difficoltà a uscire dagli stereotipi imposti su di voi, a vedervi con altri occhi. Oggi potete usare quelli pieni di passione di queste giovani artiste. Ricordate: proprio come dice Ayleen Díaz il vostro corpo è il vostro potere. Non cedetelo. Non riducetelo. Non minate la sua forza. Celebratelo.

Maria G. Di Rienzo

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anna quon

(“sitting with” – minuscolo nell’originale – di Anna Quon, in immagine con uno dei suoi quadri. Trad. Maria G. Di Rienzo. Anna è un’artista a 360° che vive in Canada. Oltre alle poesie e ai quadri ha al suo attivo romanzi e brevi film d’animazione e tiene seminari di scrittura.

Di recente, il 28 marzo scorso, ha fatto scalpore la sua poesia “Cliff” – “Precipizio”, che parla del suo disagio mentale, del tempo che ha trascorso in una clinica psichiatrica e della reazione delle persone quando lei dà loro tali informazioni. “Il precipizio di ciò che significa essere umani è uno dal quale è facile cadere, se rifiuti o neghi riconoscimento all’umanità di qualcuno, inclusa la tua.”, ha spiegato Anna al proposito.)

Se siedi con la sofferenza

e tieni le sue mani

nelle tue, esse saranno fredde,

è vero, ma non

ti ruberanno da te stessa.

Se siedi con la tristezza,

e la tieni stretta sul cuore,

proverai dolore

ma non ti porterà via con sé

quando ti lascerà andare.

Se siedi con la speranza

lei fluttua sopra di te

sino a che la scegli

afferrando la sua coda e tirandola

sulla tua spalla.

E poi è tua,

per la vita intera, sino a che questa dura.

Nutrila, grattala sotto il mento

e lascia che vaghi libera.

Potrebbe portarti un ciottolo,

un tesoro, un frutto

e quando tristezza e sofferenza

arriveranno gridando,

siederà sulla tua spalla

mangiando pistacchi

guardandole con i suoi occhi luminosi

sino a che loro sapranno

che è ora di andare.

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(tratto da: “Art can influence political action for women’s liberation”, intervista all’artista femminista Emilia de Sousa – in immagine sotto – di Brenda Campos per FES Connect, 28 marzo 2018. Trad. Maria G. Di Rienzo. FES è l’acronimo della fondazione non-profit tedesca Friedrich-Ebert-Stiftung, che promuove la democrazia sociale e i diritti umani. Il mese scorso ha organizzato un incontro di donne a Maputo, in Mozambico, per discutere modi innovativi di analizzare e raddrizzare le ingiustizie politiche, economiche e sociali.)

emilia de sousa

Studiose femministe, sindacaliste, blogger e attiviste per i diritti umani hanno fatto parte del Laboratorio Idea per trovare approcci unitari alla creazione di conoscenza femminista, mutuo sostegno e azione politica, per trasformare le narrative neoliberiste e conservatrici che giustificano lo sfruttamento economico e la strumentalizzazione politica delle donne in molte odierne società africane.

Emilia de Sousa, un’artista mozambicana multidisciplinare, i cui dipinti e disegni sfidano l’immagine della donna in una società capitalista e patriarcale, ha partecipato al dibattito e ha fatto del “potere femminista per il cambiamento” un’opera d’arte.

Hai accettato di contribuire al Laboratorio Idea per la riflessione e l’azione femministe africane in un modo unico e da art-ivista. (ndt.: con il dipinto visibile nell’immagine sopra) Com’è stata questa partecipazione per te?

Partecipare al Laboratorio Idea è stato un viaggio emotivo. E’ stato molto eccitante, difficile da descrivere con parole esatte in tutte le sfumature delle sensazioni. Essere nella stessa stanza con tutte quelle donne meravigliose che lottano per i diritti e il benessere delle donne è stata la concretizzazione di un sogno, mi ha aperto la mente.

I temi affrontati, le discussioni, i piani, l’unione delle menti, il potere di costruire ponti fra le diverse esperienze individuali per formare qualcosa di più grande, un collettivo inarrestabile, è stato davvero ispirativo ma anche una sfida per me.

Sono rimasta colpita dalle presentazioni personali, dalla forza delle donne nella stanza e dalla connessione delle nostre lotte che sembrano assai simili in un certo modo. Ciò mi ha fatto pensare, piangere e ridere. Ho raccolto un sacco di energia dal gruppo e ho cercato di metterla nel dipinto, che raffigura lo sbloccarsi del potere delle donne tramite l’azione collettiva e la solidarietà.

Cosa ti motiva nel creare arte femminista?

Non ricordo quando esattamente mi sono definita una femminista / artista / attivista negli anni della mia adolescenza. Ma ricordo che il momento in cui mi sono sentita completa e potenziata è stato quello in cui ho cominciato a esprimere i miei convincimenti e le mie frustrazioni di donna nera tramite l’arte. Ha funzionato come auto-terapia.

Mi sono sempre concentrata sull’esperienza dell’essere una donna, anche in modo inconscio. Il tema ricorrente nei miei dipinti e disegni sono i corpi delle donne, la nostra lotta per riconciliarci con la nostra realtà corporea al di là delle false immagini femminili che la società capitalista e patriarcale tenta di imporre.

Le donne sono costantemente strumentalizzate. Le nostre insicurezze e i nostri dubbi diventano pubblicità per vendere prodotti commerciali che alla fine ci mantengono nelle prigioni dei nostri complessi e alimentano competizioni separate per la bellezza, le incertezze, l’anoressia, la vergogna, i disturbi. L’amore di sé, la compassione collettiva, l’empatia, la solidarietà di altre donne e l’esprimere te stessa coraggiosamente sono rimedi per queste influenze negative a cui siamo esposte sin dalla nascita. Ma per comprendere la confortevole forza di un’espressione collettiva e dell’auto-accettazione, dobbiamo spesso compiere un viaggio lungo, solitario e duro. Tale esperienza ispira i miei dipinti: la sofferenza delle donne e l’evento che apre gli occhi e la mente, l’accettare le tue debolezze e le tue imperfezioni e l’aiutare altre ad arrivare allo stesso punto di liberazione.

Che ruolo può giocare l’arte nella nostra lotta per espandere i diritti delle donne e ridurre la discriminazione?

L’arte è inseparabile dalle società e ha una grande influenza sull’azione politica, in particolare nel combattere la discriminazione contro le donne. L’artista parte dalla sua prospettiva e dalla sua esperienza soggettive. Permette l’accesso ai suoi sentimenti e riflessioni, alla sua rabbia e alle sue paure – può farlo con la musica, la pittura, le illustrazioni, la scrittura – e in questo modo crea messaggi in un linguaggio multidimensionale, colorato e potente, che va oltre le argomentazioni razionali e induce le persone a capire l’essenza dei problemi sociali, politici o economici.

Io credo che le esibizioni artistiche che toccano i temi del femminismo, della discriminazione e dell’abuso perpetrati contro le donne diano voce a chi è oppresso e possano toccare le persone in modi svariati. Dobbiamo portare l’arte nei vicinati e nelle scuole, dobbiamo parlarne e farne fare esperienza alle generazioni più giovani, così che possano trovare i loro propri modi di esprimere se stesse, di definirsi e raccogliere forza per trasformare il loro ambiente in qualcosa di più amichevole, più giusto e più libero di quello in cui viviamo attualmente.

Quale cambiamento desideri per la società mozambicana, da un punto di vista femminista?

I dibattiti femministi stanno lentamente crescendo in Mozambico. C’è ancora il cancro delle donne copertina. Dobbiamo essere belle, sexy, ma non volgari. I nostri corpi devono essere “perfetti”. A seconda di dove i peli si trovano sul tuo corpo, da una parte devono essere rimossi e dall’altra devono essere stirati (ndt.: i capelli). Dobbiamo essere sveglie e capaci di divertire, ma non dobbiamo fronteggiare padri, insegnanti e mariti. Lavoriamo il doppio e siamo pagate meno della metà, ma una brava donna non si lamenta, ne’ urla contro le ingiustizie o contro la violenza strutturale e fisica.

Facciamo di tutto per assumere su di noi una personalità e una vita che non sono nostre. Viviamo nella paura di esprimere la nostra propria voce, i nostri pensieri, i nostri sogni, perché non vogliamo essere giudicate. Siamo state educate a essere quel che non siamo e a cambiarci costantemente per compiacere gli altri. Essere te stessa, amare te stessa e rispettare te stessa, nella nostra società è in pratica un atto di ribellione.

L’arte non può restare silenziosa su questo. Dobbiamo far riflettere le donne, dobbiamo far riflettere la società, dobbiamo aiutare questa nuova generazione di donne e uomini a trovare la propria espressione e la propria narrativa su cos’è la vita. Una narrativa di compassione, di rispetto, di accettazione e umanità. Dobbiamo spingere per la trasformazione che vogliamo.

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mary's monster

Questo libro è uscito nello scorso gennaio e Lita Judge che l’ha scritto l’ha presentato così: “Mary Shelley non è stata solo l’autrice di Frankenstein, è stata una giovane radicale che ha contribuito a mettere in moto il movimento femminista definendo le restrizioni che la società imponeva alle donne. Osò sfidare, nel suo libro, il potere tirannico, le guerre ingiuste, la schiavitù e l’abbandono dei poveri. Ha cambiato il corso della letteratura inventando il romanzo di fantascienza dell’era industriale e ha dato alla luce il più emblematico mostro mai creato. Ho scritto “Mary’s Monster” per onorare la sua forza e la sua passione.”

L’ha fatto in parole e immagini corredando il testo con bellissimi acquerelli in bianco e nero. Il 21 marzo 2018 è uscita una sua lunga intervista (realizzata da Princess Weekes, per The Mary Sue) da cui ho tratto e tradotto questo pezzo:

Quali sono stati i miti sull’essere donna che hai dovuto spezzare durante la tua vita? Quale è stato lo shock più grande?

Amavo la scienza quando ero piccola. Ma mi si ripeteva costantemente che le bambine non sono brave in matematica e scienze quanto i maschi. Io sapevo di voler diventare geologa e paleontologa ma mi si diceva di continuo che “ne sarei uscita, come la maggior parte delle ragazze”, implicando che siamo noi ragazze a mollare i nostri interessi. La verità è che ci scoraggiano sino a che non lo facciamo. Io pensai che se avessi dato prova di me stessa nelle scienze come brava e appassionata ciò avrebbe sedato ogni spinta contraria. Ciò che mi ha sconvolta di più è stato che persino dopo essermi fatta strada attraverso l’università, essermi laureata con il voto più alto del mio corso, ed essere approdata al lavoro di geologa, i miei colleghi maschi mi chiamavano “l’assunta per pari opportunità” anziché con il mio nome.

Il femminismo significa molte cose per donne differenti. Cosa significa il femminismo per te? Dove pensi abbia bisogno di miglioramenti? Dove pensi stia funzionando come movimento?

Per me, il femminismo significa lottare per il diritto di vivere la vita che io concepisco per me stessa, invece della vita che altri concepiscono per me. E’ il diritto di mantenere qualsiasi lavoro io abbia scelto – di avere le stesse possibilità, responsabilità, compensi e ruoli guida in un ambiente non tossico.

Mentre lavoravo come geologa sono stata molestata sessualmente da più di un collega. Sono stata minacciata, intimidita, sminuita, trattata brutalmente, toccata e infine assalita sessualmente. L’aggressione comportò danni gravi, ma quel che peggiorò il dolore fu che la maggioranza dei miei colleghi maschi pensava io non dovessi parlarne. Mi fu detto più di una volta che avrei dovuto aspettarmelo se intendevo lavorare “in una professione per uomini”.

Stiamo ora iniziando ad affrontare l’ubiquità delle molestie e delle aggressioni sessuali. Le donne stanno imparando a darsi forza l’un l’altra su questo fronte, invece di indietreggiare nel silenzio. Questa è la prima volta in cui scrivo pubblicamente del mio essere stata assalita. E’ stato il coraggio che ho acquisito dalle altre donne che parlano apertamente a permettermi di farlo. Dobbiamo creare consapevolezza su questo tema in modo incessante per cambiare il clima dei nostri ambienti lavorativi.

Ci sono un mucchio di problemi su scala istituzionale che oggi fronteggiamo come donne, ma quali sono alcune delle cose che potremmo fare subito per migliorare le nostre vite e le vite delle donne che verranno dopo di noi?

Dobbiamo condividere le nostre storie. Io provavo troppa vergogna dopo aver subito l’aggressione mentre facevo la geologa per parlarne. Me ne sono andata da una professione in cui ero estremamente brava, che amavo e per il cui ottenimento avevo lavorato duro, perché non mi sentivo più al sicuro a livello fisico ed emotivo.

Svergognate, cediamo il nostro potere. Silenziose, limitiamo la nostra arma migliore: la nostra capacità di provare empatia l’una per l’altra e di lavorare insieme. Dobbiamo raccontare le nostre storie. Io scrivo di donne che hanno lottato per l’eguaglianza nella speranza che altre sarebbero state ispirate dalla loro forza. Scrivo pure per onorare la loro forza e il loro coraggio. Ma ho anche bisogno di trovare il coraggio per dar voce alla mia propria storia. Noi, come donne, possiamo sostenerci reciprocamente e costruire un mondo più sicuro e più sano, se non permettiamo di essere ridotte al silenzio dallo svergognamento.

lita

(Lita Judge)

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Stanza sospesa

The Suspended Room - Roxana Halls

Questo è un dipinto di Roxana Halls, “The Suspended Room” – 2012, artista femminista londinese nata nel 1974. Al di là delle intenzioni della sua autrice, ovviamente, sembra rappresentare molto bene (con un pizzico di humor) come mi sento e come vivo in questo periodo. Per questo lo lascio qui, informandovi che per qualche giorno questa stanza è “sospesa”. Maria G. Di Rienzo

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