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Posts Tagged ‘nobel per la pace’

betty

“La paura è contagiosa, ma così lo è il coraggio.” E’ una delle frasi più celebri di Betty Williams, Premio Nobel per la Pace nel 1976 assieme a Mairead Maguire per lo straordinario lavoro delle due in contrasto alla violenza in Irlanda del Nord, il quale in una prima clamorosa mossa portò a marciare insieme decine – e poi centinaia – di migliaia di donne protestanti e cattoliche. Betty è morta a Belfast, all’età di 76 anni, il 18 marzo scorso.

Di ciò che Betty ha continuato a creare per la pace, nei trent’anni successivi al Nobel, restano “Peace People”, un’organizzazione dedicata alla diffusione della nonviolenza, i “World Centers of Compassion for Children International” (centri per la protezione dei diritti dei bambini fondati nel 1997 con il Dalai Lama) e le innumerevoli iniziative che ha portato avanti in tutto il mondo, Italia compresa.

Sulla sua storia, che comincia come testimone della morte di tre bambini (Mairead Maguire era la loro zia), esiste un bel documentario del 2018: “Betty Williams: Contagious Courage”. E’ il racconto della “rivoluzione quieta” con cui due donne comuni scossero il loro paese e il mondo intero.

Saluto Betty Williams in ritardo, ma con profondo rispetto e infinita gratitudine: ci ha mostrato, una volta di più, che ognuna/o di noi può fare la differenza.

Maria G. Di Rienzo

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Malala Yousafzai, Premio Nobel per la Pace, attivista pakistana per l’istruzione e l’eguaglianza di genere, sopravvissuta alla pallottola sparatale in testa da un talebano, ha oggi 21 anni e studia filosofia e economia a Oxford.

malala australia

Il 10 e 11 dicembre 2018 era in Australia (dopo essere passata da Canada, Libano e Brasile) per parlare agli/alle studenti di Sydney e Melbourne, incoraggiandoli a usare i loro studi come mezzo per trovare e seguire le loro passioni e abilità. Ha ringraziato una volta di più suo padre per aver rigettato il bando imposto dai talebani sull’istruzione femminile e per averla sempre incoraggiata a usare la propria voce; ha ringraziato il movimento #MeToo per aver sollevato le questioni relative al sessismo nei paesi occidentali: “In occidente la faccenda non era mai stata menzionata prima in tale modo. Spero che renderà le persone consapevoli che si tratta di un’istanza globale e metterà in luce la discriminazione che le donne affrontano. La minor rappresentanza politica (delle donne) e le diseguaglianze sono globali.”

E ha detto anche: “Io prendo posizione per i 130 milioni di bambine che non hanno istruzione perché sono stata una di loro. E’ l’istruzione che permette alle bambine di fuggire dalla trappola della povertà e di guadagnare indipendenza e uguaglianza.

Ho cominciato a farmi sentire quando avevo 11 anni. Voi potete cambiare il mondo, quali che siano la vostra età, il vostro retroscena, la vostra religione. Credete in voi stessi e potete cambiare il mondo.

Maria G. Di Rienzo

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(“Yazidi women seek to join case against French company accused of funding Islamic State”, di Lin Taylor per Thomson Reuters Foundation, 30 novembre 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Un gruppo di donne Yazidi, rapite e tenute in schiavitù sessuale dallo Stato Islamico in Iraq e Siria, hanno richiesto venerdì di unirsi alla denuncia contro il produttore di cemento francese Lafarge, che è sotto indagine per l’accusa di aver finanziato i militanti.

Lafarge è sotto indagine ufficiale in Francia con il capo d’imputazione di aver pagato l’IS, noto anche come ISIS, per tener aperto uno stabilimento che operava nel nord della Siria dal 2011 al 2014.

Gli avvocati attestano di aver presentato la richiesta delle donne di diventare parte civile nel caso, che dicono segni la prima volta in cui una multinazionale è accusata di complicità nei crimini internazionale dell’IS.

“Fornisce un’opportunità per stabilire che l’ISIS, e tutti coloro che assistono i suoi membri, saranno tenuti responsabili per i loro crimini e che alle vittime sarà garantita una giusta compensazione. – ha detto Amal Clooney in una dichiarazione – E manda un importante messaggio alle corporazioni complici nella commissione di reati internazionali che affronteranno le conseguenze legali delle loro azioni.”, ha aggiunto.

amal clooney e nadia murad

(da sinistra: Amal Clooney e Nadia Murad)

Gli Yazidi, un gruppo religioso la cui fede combina elementi delle antiche religioni mediorientali, sono ritenuti dallo Stato Islamico degli adoratori del demonio.

Circa 7.000 donne e bambine furono catturate nel nordovest dell’Iraq nell’agosto 2014 e tenute prigioniere dallo Stato Islamico a Mosul, dove furono torturate e stuprate. Sebbene i militanti siano stati cacciati un anno fa, molti Yazidi vivono ancora nei campi profughi perché temono il ritorno a casa, dicono i gruppi di aiuto umanitario.

Lafarge, che si è fusa con la ditta svizzera di materiali da costruzione Holcim, ha riconosciuto i propri fallimenti nell’affare siriano.

“LafargeHolcim rimpiange profondamente gli inaccettabili errori commessi in Siria. La compagnia continuerà a cooperare pienamente con le autorità francesi.”, ha detto un portavoce via e-mail a Thomson Reuters Foundation.

Le traversie degli Yazidi hanno attirato attenzione in anni recenti, in special modo da quando l’avvocata di alto profilo Clooney ha cominciato a rappresentare il gruppo di minoranza ed è diventata consigliera legale dell’attivista Nadia Murad, che ha vinto il Premio Nobel per la Pace nel 2018.

Un gruppo d’indagine delle Nazioni Unite ha cominciato a lavorare in agosto – circa un anno dopo essere stato creato dal Consiglio di Sicurezza – per raccogliere e preservare le prove delle azioni dello Stato Islamico in Iraq che potrebbero essere rubricate come crimini di guerra, crimini contro l’umanità o genocidio.

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malala wef

“Non intendiamo chiedere agli uomini di cambiare il mondo. Intendiamo farlo da noi stesse. Intendiamo prendere posizione per noi stesse. Alzeremo le nostre voci e cambieremo il mondo.”

Malala Yousafzai, Premio Nobel per la Pace, al World Economic Forum di Davos, Svizzera, 25 gennaio 2018 (trad. Maria G. Di Rienzo).

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(tratto da “Guatemala women defenders defy Canadian mines and plead for help”, di Kara Andrade e Ruth Warner, marzo 2012, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Canzone delle donne di San Miguel Ixtahuacan

Violano il ventre di Madre Terra.

Prendono l’oro, distruggono le colline.

Ma un grammo di sangue vale più di tonnellate d’oro.

Che sta accadendo alla mia gente?

E tu, mio Dio, dove ti stai nascondendo?

Siamo paralizzati dalla paura.

La mia gente viene venduta e non lo sa.

L’acqua sta diventando scarsa ed ha il colore dell’inferno.

I fumi inquinanti arrivano sino al cielo.

Siamo alla fine e cerchiamo i miracoli,

cerchiamo di guarire i malati ed il danno mortale.

La povera gente si compra facilmente.

Regali, silenzi, sospetti e dubbi.

I salari finiscono nei bar della città,

lasciandosi dietro case oscurate e la mia gente divisa.

Tu hai creato un giardino, non un deserto.

Vogliamo progresso nel rispetto dell’ambiente.

La fame di oro mangia sempre più terra.

E tu, mio Dio, devi chiederti:

“Cosa sta facendo la mia gente?”

http://www.youtube.com/watch?v=LCXgBvxqpkU

“Luoghi come San Miguel Ixtahuacán e Sipacapa hanno subito cambiamenti drastici a partire dal 2004, con l’arrivo della compagnia mineraria “Montana Exploradora”, una sussidiaria del gruppo canadese “Goldcorp”. Avendo ricevuto le testimonianze delle residenti, siamo qui per raccogliere informazioni per conto di Nobel Women’s Initiative (NWI). L’organizzazione, con sede ad Ottawa, è stata fondata da sei donne Premio Nobel per la Pace ed è presieduta da Jody Williams, che vinse il Nobel nel 1997 per il suo lavoro contro le mine antiuomo. (…) Nella luminosa sala comune della piccola città di San Miguel Ixtahuacán, le donne siedono in un largo cerchio mentre il suono della marimba riempie la stanza. Sul pavimento c’è un altro cerchio fatto di foglie secche di granoturco, con le punte rivolte verso l’interno, ed altre foglie che puntano nelle quattro direzioni. Ci sono candele ancora spente, ed il silenzio dell’attesa. Quando anche noi siamo sedute, le donne cominciano a cantare: “Violano il ventre di Madre Terra. Prendono l’oro, distruggono le colline…” al termine del canto ci inginocchiamo con loro condividendo una preghiera ed una benedizione Maya. Poi cominciano a raccontarci le loro storie.

“La compagnia mineraria”, dice Maria Elena, “E’ la nostra peggior ferita. Ha sventrato nostra Madre Terra, che ci nutre, e noi sentiamo il suo dolore. Non abbiamo pace. Le nostre comunità sono divise e distrutte.”

“Non vogliamo che l’acqua scompaia e che gli alberi inaridiscano.”, dice Francisca Pastoran in tono disperato, “Noi donne vogliamo essere ascoltate. Non vogliamo rapimenti, violenza ed odio. I nostri antenati ci hanno lasciato un’eredità che era completa. Cosa lasceremo noi ai nostri discendenti, la schiavitù?”

Ci descrivono nel dettaglio i rapimenti, le violenze contro le loro famiglie, la morte delle coltivazioni, le strane malattie che colpiscono i bambini, l’acqua contaminata. Ci dicono come le antiche comunità si stiano frantumando. Per la maggior parte delle donne lo spagnolo è la seconda lingua e molte ci parlano in Mam, la lingua indigena, che altre traducono per noi. Nessuna emozione va perduta. Un intero libro potrebbe essere riempito delle loro storie. Le ringraziamo e promettiamo che le porteremo nel mondo e che non ritorneremo da loro a mani vuote. (…)

Hernández Cinto, a San José Nueva Esperanza, è stata contraria alla miniera sin dall’inizio. Oggi vive praticamente assediata da essa. Nel luglio 2010 due assalitori le hanno sparato in faccia. E’ stata in ospedale per tre mesi ed è sopravvissuta, ma ha perduto un occhio. Ci sono state indagini, ma nessun arresto. Successivamente Hernández Cinto è stata aggredita da un uomo armato di machete e intimidita da colpi d’arma da fuoco diretti alla sua casa. Ma rifiuta di vendere la terra alla compagnia mineraria, perché lei, i suoi figli ed i suoi nipoti non hanno altro luogo dove andare. “Penso sempre, perché la compagnia mineraria non mi lascia stare? Io sono in pace, qui. Siamo stati in pace qui per lungo tempo.”, dice Hernández Cinto fra le lacrime, “Ma ora non più. Vogliono mandarci via.” (…)

A San Marcos incontriamo Crisanta Pérez, sulla cui testa pende l’ennesimo mandato d’arresto per le attività anti-miniera. Era stata aggredita così spesso da lasciare la sua comunità per sei mesi, ma non appena è tornata è stata arrestata di nuovo. Vive fra minacce continue, ma quando le chiediamo perché continua a rischiare la vita e la prigione ci risponde con un timido sorriso. Poi dice: “Abbiamo bisogno che voi portiate le nostre voci in altri luoghi, in altri paesi, dove ci ascolti chi può darci sostegno. Siamo molto vessati da questa situazione. Speriamo, attraverso di voi, che altra gente ascolti le nostre storie e ci aiuti.”

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Amica mia, me stessa, sciocca:

sei rimasta in piedi

con una candela accesa

per cinque anni

nella pioggia?

A che pro?

Credo per dimostrare

che una candela può continuare ad ardere

in mezzo alla pioggia.

Ursula K. Le Guin (“Candle vigil”)

Ho aspettato. Ho letto tutto, ma era come rileggere un libro vecchio: “non dobbiamo dividerci/dividerli in buoni e cattivi”, “la giusta rabbia dei proletari” (sì, fra cui il figlio di un funzionario della Banca d’Italia che frequenta un’università privata e i cui eroi sono Hitler e Cicciolina), penosissimi distinguo fra le sfumature e i gradi della violenza, l’estetica che prevede il guerriero spaccavetrine e la dolce fanciulla in lacrime. Ho riflettuto. Ho aspettato un altro poco. Ed ecco cosa penso: si continui pure a non vedere, a non ascoltare e a non imparare niente. Si continui, a macerie fatte, a discutere in toni aulici e sprezzanti, e a prescriversi reciprocamente letture impegnate: come mi disse un “compagno” negli anni ’70, che parlavo a fare se non avevo letto Foucault? (In realtà lo avevo letto, ma non c’entrava un beato piffero).

Nessuno cambierà una virgola di questo mondo se non vuole per primo cambiare di una virgola egli stesso o ella stessa. Perché lasciare che la realtà intacchi degli ottimi pregiudizi? Se hanno funzionato da Genova 2001 a Roma 2011 vedrete che funzioneranno per  l’eventuale Torino, Milano, ecc. 2021. Perché aprire gli occhi quando la cecità del non fare attenzione permette così facilmente di essere concentrati e risoluti, e rispettati e riveriti – e ossessivamente ripostati – nei gruppi di riferimento? Quindi, andate avanti e crogiolatevi nei vostri cinque minuti di fama: il flash oggi dura meno di quanto Warhol avesse previsto. A voi non ho niente da dire.

Ma per chi dubita o per chi riesce a vedere un po’ più lontano del proprio naso, o del proprio ombelico, vorrei condividere quanto Roi Ben-Yehuda e Peter T. Coleman scrivono sull’Huffington Post del 20 ottobre scorso.

“La vicenda di Gbowee (la donna liberiana insignita del Premio Nobel per la Pace, ndt.) ci fornisce un gran numero di indizi su cosa un’efficace costruzione di pace necessiti. Abbiamo infine messo insieme alcune “lezioni chiave” che crediamo abbiano valore generale e possano essere applicate ad altri conflitti distruttivi presenti nel mondo.

Lezione numero 1: Le donne sono la parte mancante della storia.

Prima del film “Pray The Devil Back To Hell” – che documenta il ruolo di Gbowee e del movimento  delle donne liberiane per la pace – i media in genere affrontavano il soggetto donne nella guerra liberiana dalla prospettiva della vittima: era la storia delle donne stuprate ed abusate da ambo le parti in conflitto. Da questo punto di vista, l’agire delle donne era registrato solo come l’equivalente dell’avere il coraggio di testimoniare gli abusi. Mancante dalla narrazione era il modo in cui le donne diventavano attrici significative dando forma alla direzione in cui la storia frantumata del loro paese doveva andare; il modo in cui le liberiane si sono mobilitate, hanno attraversato confini religiosi, ed hanno detto la verità al potere in modo nonviolento. Gbowee era alla guida, ma non era da sola. Che i media internazionali non raccontassero questa storia era un fatto curioso: soprattutto perché in Liberia è assai ben conosciuta. I reportage erano congruenti con la percezione che il conflitto e la costruzione di pace siano dominio degli uomini. Coloro che detengono il cosiddetto “potere duro” – autorità politica, benessere economico, armi e forza fisica – devono prendere le decisioni importanti che riguardano la guerra e la pace. E ottengono copertura mediatica e seguaci. Pure, la storia del movimento delle donne in Liberia ci mostra come tale prospettiva inganni la nostra percezione e la nostra comprensione del mondo, ci ricorda di controllare ciò che diamo per scontato e di ampliare le nostre prospettive.

Lezione numero 2: Impiegare il “potere soffice”.

Nell’esaminare i successi del movimento delle donne per la pace, dobbiamo anche chiederci: “Perché ha funzionato?” In che modo queste donne, armate solo di magliette bianche e convinzione, sono state capaci di effettuare il cambiamento? Parte della risposta sta nell’uso non minaccioso del potere detenuto da Gbowee e dal suo movimento: ciò che gli studiosi chiamano “potere soffice”.
Si tratta della capacità di influenzare i risultati basandosi sull’autorità morale delle persone, sul loro intelletto, sulla fiducia che si può avere in loro, sul loro carisma, sulla loro saggezza, sul loro calore umano e sulla loro gentilezza. A differenza del “potere duro”, il “potere soffice” tende a crescere ed espandersi quando è condiviso e spesso si sviluppa cooperando con altri. Quelle che venivano dalle chiese e dalle moschee, rappresentando archetipi di nutrimento spirituale ed emotivo, si sono impresse nella coscienza di tutti coloro che erano coinvolti.

Un altro fattore di successo è stato il modo in cui il movimento delle donne ha iniettato un elemento sorpresa in un sistema rigido. I tempi di guerra, anche se caotici, sono sovente tempi prevedibili: i pensieri, le emozioni ed i comportamenti delle persone sono spinti in particolari direzioni distruttive, si formano schemi di aggressione e vittimizzazione. Ogni senso di complessità ed ogni diversità collassano nell’ultra coerente “noi contro di loro” di una narrazione polarizzante. E spesso i pacifisti diventano solo un’altra componente del discorso di guerra. Gbowee ed il movimento delle donne hanno rotto questo schema. Lo hanno fatto portando nella sfera pubblica e politica persone – madri, nonne, zie – che rappresentavano in se stesse valori di connessione e cura. Lo hanno fatto unendo cristiane e musulmane, capendo che per una pallottola la tua fede non fa differenza. Lo hanno fatto organizzando proteste nonviolente dirette allo stesso tempo a svergognare ed a raggiungere i cuori di quelli che erano responsabili della guerra. Lo hanno fatto orchestrando uno sciopero del sesso ed usando i loro corpi per barricare i signori della guerra e i rappresentanti del governo nello stesso edificio fino a che non avessero negoziato la fine del conflitto.

Nulla di tutto ciò ha senso nel discorso di guerra. Le donne hanno invece prodotto una rottura in esso. Per esempio, quando si accamparono nell’edificio in cui si tenevano i negoziati, Gbowee e le altre furono minacciate di arresto dalla polizia e di violenza fisica dai signori della guerra. In risposta, la futura Premio Nobel per la Pace cominciò a togliersi i vestiti, sfidando chiunque a metterle una mano addosso: in molte culture africane è considerata una maledizione vedere una donna sposata o anziana che intenzionalmente si scopre. Come un signore della guerra ha riflettuto poi: “Cerchi di immaginare cosa condurrebbe tua madre a fare una cosa del genere, spogliarsi, offrirsi di gettar via financo l’ultima briciola della sua dignità in questo modo. Quando le donne fecero così, non ci fu uomo nella stanza che non chiedesse a se stesso, al di là di quel che aveva fatto durante il conflitto: Come siamo arrivati a questo punto?

Lezione numero tre: Adattamento = sostenibilità.

Un’altra lezione che si impara da Gbowee e dal suo movimento è l’importanza dell’adattamento. Le donne imparavano e si adattavano, riformando la loro presenza e le loro tecniche mano a mano che procedevano. Si sono mosse dal chiedere i colloqui al chiedere negoziazioni e intese. Hanno assistito i peacekeepers delle Nazioni Unite. Hanno organizzato l’implementazione degli accordi in ogni singolo villaggio. Persino oggi, sono pronte a mobilitarsi presentandosene la necessità.

Lezione numero quattro: Date una possibilità alle donne.

E’ impossibile guardare a questa storia e non chiedersi se le donne siano il fattore mancante per la costruzione di pace in tutto il mondo. Sebbene sia vero che molte volte le donne entrano nei centri del potere tradizionale imitando e perpetuando il discorso militaristico dominante, la storia sta cominciando a mostrarci che quando possono entrarvi con i propri termini, le donne parlano ed agiscono per la pace con voce differente. La decisione del Comitato per il Nobel di celebrare il ruolo delle donne nel costruire la pace fa quindi molto di più che onorare queste straordinarie eroine: ci risveglia rispetto al potere delle donne ovunque di trasformare e sostenere un pianeta pacifico.” (trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

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L’11 ottobre scorso, commentando l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace, Abigail Disney ha presentato il suo nuovo lavoro. Il testo che segue è un estratto dal suo articolo. Abigail è l’autrice del film “Pray the devil back to hell” che documenta la lotta per la pace delle donne liberiane. Ora ha creato “Women, War and Peace”, una serie televisiva in cinque puntate che narra i ruoli delle donne nei contesti di conflitto armato, in onda dall’11 ottobre all’8 novembre.

http://video.pbs.org/video/2074770753/

Cinque anni fa, quando andai in Liberia, non avevo idea che il mio ruolo successivo sarebbe stato documentare e celebrare le donne che costruiscono la pace. Ma una storia di lotta e trionfo dopo l’altra, una storia di guida e sopravvivenza dopo l’altra, seppi che c’era qualcosa sotto la superficie della liberazione del paese che necessitava di essere portato alla luce.

Due anni più tardi, uscì il documentario “Pray the Devil Back to Hell”: parla di un gruppo di donne coraggiose ed ispirate – in semplici magliette bianche – che uniscono le loro forze attraversando regioni e religioni, per chiedere la pace. La loro leader, Leymah Gbowee, era  intuitiva e innovativa. I suoi piani brillanti, le sue tecniche semplici ed efficaci, ed il messaggio diretto: le donne liberiane vogliono la pace.

Oggi è un giorno di cui tener nota, che celebra donne notevoli. L’attivista e giornalista Tawakkul Karman è la prima donna araba a vincere il Premio Nobel per la Pace. E’ stata detenuta in Yemen all’inizio di quest’anno e ha detto che il riconoscimento a lei conferito è una vittoria per il suo paese e per l’intera “primavera araba”. Ellen Johnson Sirleaf è stata premiata con il Nobel per aver condotto in avanti un paese devastato. Leymah Gbowee ha vinto in nome di tutte le sue sorelle nei movimenti pacifisti dell’Africa occidentale.

Ci sono delle Leymah, delle Ellen e delle Tawakkul in tutto il mondo. Ed è sperabile che questo primo riconoscimento farà vedere quanto trasformative sono le donne per la pace e la democrazia. Dopo il documentario, ho capito quale era il mio compito: raccontare le storie delle donne che costruiscono la pace. Il risultato è “Women, War e Peace”, che va in onda sulla rete PBS. Nel costruire la serie televisiva con le co-creatrici Pamela Hogan e Gini Reticker, ho avuto il privilegio di conoscere alcune di queste costruttrici di pace.

Tramite loro, e tramite anni di ricerche, ho finito per comprendere cosa significa costruire la pace. Cosa connette le costruttrici nella decisione collettiva del creare la pace nei loro rispettivi paesi. Come individui sono tutte speciali ed uniche, ma come costruttrici di pace mettono radici nella somiglianza con le altre. Sono orientate all’azione, “fattrici”, creatrici. Coloro che costruiscono la pace si guardano intorno e non solo credono ci si possa muovere fuori dalla guerra e dal caos, ma prendono decisioni per portarci là. La pace è la scelta attiva di vivere in comunione con gli altri.

So che tutti noi possiamo svolgere un ruolo nei movimenti che costruiscono la pace. Possiamo essere tutti costruttori di pace: di taglia piccola, media o grande. Possiamo respingere l’estetica della violenza e l’infinita romanticizzazione del combattimento che sta alle fondamenta del complesso industriale hollywoodiano. Possiamo scegliere di agire. Imparare di più. Fare di più. Possiamo scegliere di vivere nella comunità globale costruendo pace.

Oggi è un giorno straordinario per le donne costruttrici di pace. Facciamo in modo che non sia l’ultimo. (Trad. Maria G. Di Rienzo)

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Dr. Mahmoud Ahmadi Nejad

President, Islamic Republic of Iran

Pasteur Avenue

Tehran, Iran 13168-43311

21 gennaio 2010

Al Presidente Ahmadi Nejad:

Siamo profondamente preoccupate nell’apprendere delle recenti azioni rivolte contro la nostra sorella, Nobel per la Pace, la dott. Shirin Ebadi. Chiediamo con urgenza alla Repubblica islamica dell’Iran di sbloccare immediatamente i fondi appartenenti alla dott. Ebadi e a suo marito e di smettere di perseguitare lei e la sua famiglia.

La dott. Ebadi è stata il bersaglio di una lunga campagna di intimidazione. In passato, la sua casa è stata semidistrutta, i suoi uffici perquisiti e chiusi, i suoi documenti ed il suo computer sequestrati. Alla dott. Ebadi si è negato l’accesso al suo conto bancario ed il pagamento della pensione. Sia lei sia i membri della sua famiglia hanno ricevuto minacce di morte. I beni di suo marito sono stati congelati e confiscati, ed egli è stato aggredito e imprigionato. Più di recente la sorella, la dott. Nooshin Ebadi è stata arrestata e imprigionata. (…)

Nel 2003, la dott. Ebadi fu la prima iraniana a vincere il Premio Nobel per la Pace, e ciò portò onore al popolo iraniano. La dott. Ebadi è l’avvocata degli attivisti politici, delle minoranze religiose ed etniche, delle donne e dei bambini, ed il suo lavoro è svolto con mezzi pacifici. I continui tentativi di intimidirla e di arrestarne l’impegno non sono solo futili, ma dipingono il vostro regime come ingiusto e irragionevole.

Queste azioni recenti contro la dott. Ebadi appaiono come parte di una strategia montante per ridurre al silenzio la società civile ed i difensori dei diritti umani. Ciò ha incluso la persecuzione, l’arresto, l’imprigionamento, la tortura e l’esecuzione dei difensori dei diritti umani; le reazioni violente a proteste pacifiche e la stretta censoria sull’accesso ad internet e la libertà di stampa. Abbiamo appreso di recente dell’ulteriore arresto di 16 donne attiviste per i diritti umani, e della condanna a morte di altri cinque attivisti.

Sappiamo che questa strategia non funzionerà. Migliaia di iraniani continueranno ad esprimere le loro idee su come vogliono vivere, e su come credono l’Iran dovrebbe essere e noi, assieme al resto del mondo, continueremo a sostenerli.

Vi chiediamo con urgenza di smettere le politiche di intimidazione di persecuzione dei cittadini iraniani che esercitano i loro diritti. E’ da un pezzo l’ora di ascoltare la gente dell’Iran e di lavorare con essa, invece di soggiogarla con la violenza.

Restiamo in rispettosa attesa delle vostre preoccupazioni e richieste.

Firmato:

Mairead Maguire, Premio Nobel per la Pace (1976)

 Betty Williams, Premio Nobel per la Paceb (1976)

 Arcivescovo Desmond Tutu, Premio Nobel per la Pace (1984)

 Elie Wiesel, Premio Nobel per la Pace (1986)

 Dalai Lama, Premio Nobel per la Pace (1989)

 Rigoberta Menchu Tum, Premio Nobel per la Pace (1992)

 F.W. de Klerk, Premio Nobel per la Pace (1993)

 President Jose Ramos-Horta, Premio Nobel per la Pace (1996)

 Jody Williams, Premio Nobel per la Pace (1997)

 John Hume, Premio Nobel per la Pace (1998)

 David Trimble, Premio Nobel per la Pace(1998)

 Shirin Ebadi, Premio Nobel per la Pace (2003)

 Wangari Maathai, Premio Nobel per la Pace (2004)

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