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(“Sustaining the Sisterhood After the March” di SanPatagonia, pseudonimo di una giovane argentina studente universitaria e attivista femminista: “una cercatrice, una pellegrina, un’anima… una donna”. 30 gennaio 2017, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Il 21 gennaio mi sono unita in spirito alla Marcia globale delle Donne dalla Patagonia, in Argentina. Tramite Twitter, ho marciato virtualmente in solidarietà con le marce fisiche che si tenevano in tutto il mondo.

Eravamo tutte unite sotto lo stesso cielo con la stessa convinzione che siamo eguali e meritiamo parità e rispetto. Non c’era paura nei nostri passi. Non c’era violenza nelle nostre azioni. Ho testimoniato forza, coraggio e migliaia di voci pronte ad alzarsi.

In quel giorno ci siamo sollevate come una sola persona. Ma c’è un vecchio proverbio che dice: “Dio è nei dettagli”. (Ndt.: io lo conoscevo come “Il diavolo è nei dettagli”)

Io sono un’attivista per l’eguaglianza da quando ho memoria e ogni vittoria che ho celebrato è stata breve e dolceamara – un piccolo passo che può sempre essere riportato indietro.

Sei giorni dopo la marcia ho saputo che una donna di 28 anni della mia città era morta. Suo marito l’ha picchiata a morte. La brutalità della nostra società e il profondo disprezzo per la vita di una donna restano intatti. Proprio l’anno scorso, avevamo marciato per un’altra donna assassinata dal marito.

Mi sorge la stessa domanda, allora e adesso: marciamo e siamo milioni – e poi? Come possiamo educare al cambiamento reale se non abbiamo la volontà di contribuire al cambiamento fra di noi su base giornaliera?

Per due anni di fila, il movimento NiUnaMenos si è sollevato nel mio paese come un urlo imponente per fermare il femicidio e la violenza di genere. L’anno scorso, la marcia nazionale di Ni Una Menos si tenne nello stesso giorno dedicato alla previdenza del cancro e le donne che vestivano di nero furono criticate perché in quel modo mandavano un messaggio negativo nel giorno dedicato al cancro.

Quanto perdute siamo in questi trucchi cosmetici per predarci l’un l’altra in tal modo? Come donne, spesso contribuiamo ai nostri passi indietro. Le critiche più dure, i più profondi e significativi silenzi e le più aspre opinioni tendono ad arrivarci dalle nostre sorelle nella lotta.

Troviamo oltraggiose le uscite dei politici, ma votiamo per loro – quando andiamo a votare del tutto. Condanniamo i picchiatori ma pure siamo disposte a chiamarci fuori se li conosciamo o se fanno parte delle nostre famiglie. Votiamo persino per i picchiatori, di tanto in tanto, anche se le accuse contro di loro sono pubbliche.

Lasciamo sapere ai ragazzi che possono fare qualsiasi cosa e alle ragazze che devono stare attente perché non sono ragazzi.

Usiamo i nostri social network per giudicare le donne che non si sposano o non hanno bambini.

Quando una donna si veste come le pare, senza badare all’età o al tipo di corpo, la chiamiamo pazza; quando una donna osa essere ambiziosa o compie un subitaneo cambiamento nella sua vita o nella sua carriera, la chiamiamo deviata.

Mentre scrivo, sono passati 9 giorni dalla Marcia delle Donne. Tre reporter della CNN spagnola se la stanno prendendo con Ariel Winter (Ndt.: attrice statunitense) per la scelta dell’abito che indossa alla serata dei SAG Awards (Ndt: SAG sta per Screen Actors Guild – Gilda attori dello schermo, conferisce premi per le migliori interpretazioni dei membri dell’associazione).

Posso sentire una donna che dice, sdegnata: “Non si adatta al suo corpo.”

Perché facciamo questo? Il segmento proposto dovrebbe essere divertente e spassoso, ma tutto quel che io vedo è una giovane donna che lavora come attrice e indossa una veste lunga verde. Tutto ciò le appartiene, è suo. Però i suoi detrattori agiscono come se lei appartenesse a loro, il suo corpo, le sue scelte, la sua immagine pubblica. La rete televisiva legittima l’abuso.

Non sento alcuna voce protestare dal pubblico.

Queste cose non accadono a causa di nessun nuovo presidente. Dobbiamo saper essere responsabili.

Il cambiamento non è garantito. Quando marciamo, compiamo i primi passi nella nostra lotta per l’equità. Ma dobbiamo continuare a fare passi in avanti. Dobbiamo sfidare noi stesse a compiere piccole azioni ogni giorno e a rendere la nostra visione realtà.

sciopero-internazionale-8-marzo-2017

P.S. della traduttrice: Ni Una Menos ha chiamato allo sciopero internazionale delle donne per l’8 marzo. A tutt’oggi, oltre che ovviamente dall’Argentina, hanno risposto positivamente coalizioni femministe da: Australia, Bolivia, Brasile, Cile, Corea del Sud, Costa Rica, Cecoslovacchia, Ecuador, Francia, Germania, Gran Bretagna, Guatemala, Honduras, Irlanda del Nord, Irlanda, Islanda, Israele, Italia, Messico, Nicaragua, Perù, Polonia, Russia, Salvador, Scozia, Stati Uniti, Svezia, Togo, Turchia e Uruguay. Ne riparleremo.

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a grandmother's love di holly angelique

Mie care sorelle e amiche, in questo giorno celebro tutti i nostri amori, sapendo che dall’amore scaturiscono conoscenza, perseveranza, coraggio, forza e futuro. Siete per me fonte di gioia, di continua ispirazione, ammirazione e meraviglia. Maria G. Di Rienzo

Saffo  e Erinna - dipinto di Simeon Solomon

GRAZIA

Spirito d’Amore,

c’è un posto

per tutti

all’interno della tua Grazia

(Babushka, scritto per la Giornata Internazionale della Donna l’8 marzo 2006)

eternal love di afelion

mis amores

La politica femminista mira a mettere fine al dominio, al renderci libere e liberi di essere chi siamo – al vivere vite in cui amiamo la giustizia e dove possiamo esistere in pace. Il femminismo è per tutti.” bell hooks

hyeop-bo e sayong

(Anche per voi piccioncini, sì.)

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A volte è utile ricordare che mentre noi, in prossimità dell’8 marzo, dobbiamo schivare mimose e spogliarelli (e un sacco di discorsi vieti, inutili, stantii e semplicemente stronzi), molte nostre simili quello stesso giorno cercano di schivare pallottole di gomma e manganelli.

Quest’anno, per fare solo due esempi, è successo in Palestina, al checkpoint di Qalandiya fra Gerusalemme e Ramallah, e ad Algiers in Algeria. Nel primo caso, circa 1.500 fra donne palestinesi e donne israeliane hanno manifestato in modo congiunto e pacifico da ambo le parti del muro che le divide, chiedendo la fine dell’occupazione israeliana e dell’assedio di Gaza e rivendicando i loro diritti, come donne, di sperimentare libertà e vivere in pace.

palestina 7 marzo 2015

La foto riprende un momento della manifestazione in Palestina, 7 marzo 2015. La donna con il megafono è Amal Khreishe, direttrice dell’Associazione Lavoratrici Palestinesi per lo Sviluppo.

Quando le donne di Ramallah hanno raggiunto il checkpoint, armate di voci sicuramente mortali e di pericolosissimi cartelli, i soldati israeliani hanno sparato loro addosso dapprima gas lacrimogeno e spray al peperoncino, per passare ai proiettili di gomma quando è stato chiaro che le donne non se ne sarebbero andate.

Amal Khreishe è stata colpita da una scarica di pallottole e ha dovuto essere trasportata all’ospedale. Sama Aweideh – direttrice del Centro Studi delle Donne, nell’immagine sottostante – ha invece perso i sensi per l’esposizione al gas lacrimogeno ed è stata soccorsa con somministrazione di ossigeno sul posto. (Entrambe si sono riprese e sono attualmente di nuovo al lavoro.)

Sama Aweideh

Le donne dall’altra parte del checkpoint non sono state attaccate, ma hanno espresso angoscia, frustrazione e rabbia nel dover essere testimoni dell’uso ingiustificato della forza contro le dimostranti palestinesi.

In Algeria, il giorno dopo, Cherifa Kheddar – Presidente di “Djazairouna”, l’Associazione delle Vittime del terrorismo islamico in Algeria – è stata assalita dalla polizia ed arrestata assieme a numerose altre donne. Le manifestanti reggevano cartelli con i nomi delle donne uccise dai gruppi armati fondamentalisti in Algeria negli anni ’90 (inclusa la sorella di Cherifa, l’avvocata Leila Kheddar). Rilasciata dopo alcune ore con un bel po’ di lividi che prima non aveva, Cherifa Kheddar è riuscita a scrivere il seguente comunicato l’11 marzo:

cherifa

“In occasione dell’8 marzo, sono stata arrestata per aver organizzato una dimostrazione pacifica in ricordo delle donne vittime del terrorismo (che furono stuprate e assassinate). Le autorità ora stanno negando persino il diritto alla memoria. Sono stata picchiata, insultata, chiamata con epiteti squallidi e volgari all’interno della stazione di polizia ad Algiers. Ho ricevuto il primo colpo mentre ero ancora davanti agli Uffici Centrali delle Poste, e l’ho ricevuto dal comandante della stazione di polizia in persona. Sono stata liberata la sera stessa. Tutto questo per aver semplicemente srotolato uno striscione che mostrava la lista delle vittime.”

Ci sono anche i casi in cui le donne non riescono neppure a raggiungerle, le strade e le piazze in cui intendono protestare: in Cina, il 6 marzo 2015, le hanno arrestate prima, andando a prenderle direttamente in casa senza alcun mandato legale. Le principali attiviste femministe del paese, tutte giovani fra i venti e i trent’anni, hanno passato il Giorno Internazionale della Donna in galera, dove si trovano a tutt’oggi (18 marzo, mentre scrivo). La loro intenzione – pubblica, dichiarata, non in contrasto con la legge – era di distribuire volantini anti-molestie sugli autobus in un’azione concertata.

Sono Li Tingting (conosciuta anche come Li Maizi), attivista per i diritti delle donne e delle persone LGBTQ che lavora per il Centro Yreinping di Pechino, un’ong dedita a promuovere giustizia sociale e salute pubblica; Wei Tingting (soprannominata “Waiting”) dell’Istituto per l’educazione al genere e alla salute di Pechino; Zheng Churan (conosciuta anche come Datu – coniglio gigante) di Guangzhou, attivista femminista antiviolenza a cui nel novembre 2014 le autorità cinesi hanno negato il permesso di viaggiare fuori dal paese per partecipare ad un forum di organizzazioni asiatiche della società civile: la giovane femminista che la sostituì partecipò con la gigantografia di Zheng Churan appesa alla schiena; Wu Rongrong, femminista che lavora in un gruppo di Hangzhou contro la violenza di genere; Wang Man, femminista di Pechino che lavora contro la discriminazione di genere e per il rafforzamento economico delle donne: il suo slogan personale è “Wang Man si dedica a sradicare la povertà”.

Li Tingting / Maizi. La scritta sulla maglietta dice: questo è l'aspetto di una femminista.

Li Tingting / Maizi. La scritta sulla maglietta dice: questo è l’aspetto di una femminista.

Dopo alcuni giorni di agghiacciante silenzio da parte delle autorità, i familiari delle giovani sono riusciti a sapere dove si trovano e ad inviare loro abiti, cibo e medicinali e gli avvocati hanno potuto vederle. Secondo altre femministe e alcune giornaliste cinesi, dovrebbero essere rilasciate a breve senza subire ulteriori danni… ovviamente non sempre le attiviste escono da queste situazioni ammaccate ma ancora vive e non sono sempre agenzie di stato a rispondere con la violenza alle richieste e al lavoro delle donne in materia di diritti umani. Il 24 febbraio scorso – a Tripoli, in Libia – abbiamo perso Intissar Al Hasairi, uccisa a colpi di arma da fuoco assieme a sua zia. I due cadaveri sono stati ritrovati nel bagagliaio dell’auto di proprietà dell’attivista. Intissar Al Hasairi era co-fondatrice del Movimento Tamweer, un gruppo che promuove pace e cultura in Libia ed aveva partecipato a manifestazioni che chiedevano uno stato democratico e il rispetto della legge.

Intissar

Tripoli è sotto il controllo di un’alleanza di gruppi islamisti armati, detta “Fajr Libya” (“L’alba della Libia”) dall’estate del 2014. L’alleanza ha creato un governo parallelo a Tripoli, forzando quello esistente a ritirarsi al confine con l’Egitto, ed ha una speciale “lista nera” per chi, sia donna o uomo, lavora per i diritti umani, promuove l’idea di uno stato democratico, chiede il rispetto delle leggi vigenti prima del loro arrivo, eccetera. Fra i bersagli in lista figurava ad esempio l’avvocata per i diritti umani Salwa Bugaighis, poi in effetti uccisa nella propria casa di Benghazi, il 26 giugno 2014, da un gruppo di uomini armati non identificati che indossavano uniformi militari.

Riguardate tutti i volti delle donne di questo articolo, prima di passare ad altro. Ecco che aspetto hanno le femministe, ecco cosa desiderano, cosa fanno, come vivono. Ecco come muoiono. Ecco perché continuano a lottare. Maria G. Di Rienzo

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(“A poem in honor of International Women’s Day”, di Matriz. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

feminist flowerSono stata una donna

che ha cercato troppo a lungo

modi per sfuggire a questo bozzolo,

per aprire completamente le ali, per non nascondere più

il mio essere, il mio cuore, la mia vita.

Struggendomi per trovare la strada verso casa

diretta a questo corpo, tramite questa voce

che non chiede più il permesso

di essere me, di conoscere me stessa

di essere un tutt’uno con il destino.

Oggi, Giorno Internazionale delle Donne

in onore delle donne nate prima

in gratitudine per le donne qui ora

io offro una preghiera, un divino mandala

che ha i colori delle libertà e dei sogni.

Benedite quest’atteso ritorno

alle radici della nostro sacro sapere

che anche se i nostri giorni sono fissati

la nostra presenza sarà valutata:

rivelata nel coraggio, condivisa nell’amore.

Perché quando ci ergiamo, vivendo a voce alta

soccorriamo le nostre anime calpestate,

guariamo lo spirito all’interno

che in umiltà si trasforma sino a dire con orgoglio

io sono una donna.

mandala

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bimba cinese - zona rurale

Tenendo conto che spesso non vi sono denunce formali, che molti governi chiudono volentieri un occhio sulla questione e che quindi i dati disponibili per la ricerca sono incompleti (e le cifre assai probabilmente più alte) in vista di un altro inutile, sorpassato, passatista e vetero-qualchecosa 8 marzo potrebbe essere utile dare un’occhiata a questo documento:

http://www.ohchr.org/Documents/HRBodies/CEDAW/Report_attacks_on_girls_Feb2015.pdf

E’ il più recente Rapporto delle Nazioni Unite sulle aggressioni alle ragazze/bambine che accedono all’istruzione. Registra i 3.600 attacchi contro istituzioni scolastiche, insegnanti e studenti del 2012.

Riporta che nel periodo 2009-2014 tali attacchi sono avvenuti in 70 differenti paesi, mirati particolarmente contro bambine, genitori e insegnanti attivi nel promuovere l’istruzione femminile. In aggiunta, segnala la violenza di routine (compresa quella sessuale) subita da molte più ragazze e bambine in tutto il mondo, violenza tesa a limitare o cancellare il loro diritto di andare a scuola.

Noorani - foto Unicef

“L’istruzione continua ad essere negata alle bambine come risultato di norme e pratiche sociali e culturali che perpetuano stereotipi dannosi sui ruoli appropriati per le donne, e rinforzano l’idea che l’istruzione sia “sprecata” per le ragazze. – si legge nel documento – Anche la violenza di genere e altre forme di discriminazione all’interno delle scuole contribuiscono all’alto tasso di abbandono scolastico delle bambine. Assieme ai fattori socio-culturali che aumentano le violazioni dei diritti umani delle bambine, ci sono ostacoli legali, politici ed economici che possono limitare la piena implementazione del loro diritto all’istruzione.”

Vi sarà tornato alla mente lo sparo in testa a Malala Yousafzai nel 2012, ma rinfreschiamo un altro po’ la memoria:

centinaia di studentesse rapite da Boko Haram in Nigeria; gli oltre cento bambini, maschi e femmine, morti durante un attacco talebano alla loro scuola di Peshawar, in Pakistan; gli avvelenamenti nelle scuole in Afghanistan; le ragazze somale prese dalle loro scuole, nel 2010, affinché diventassero “mogli” dei militanti di Al Shabaab; le ragazze rapite da una scuola di Delhi nel 2013 e stuprate; le cifre dei rapporti internazionali sullo status delle bambine/ragazze degli ultimi tre anni: 75 milioni di femmine mancanti dalle loro classi; i genitori ghanesi che non mandano a scuola le loro figlie perché andarci le mette a rischio di tornare incinte e gli/le studenti del Togo che nominano i loro insegnanti come responsabili delle gravidanze precoci delle compagne e del conseguente abbandono scolastico; le bambine tolte da scuola perché “vanno spose”, a volte quando non hanno più di sette anni e a uomini che hanno dieci volte la loro età: saranno 100 milioni entro la fine di quest’anno.

India - scolaresca

“Gli attacchi all’istruzione delle bambine hanno un effetto multiplo: – spiega ancora il Rapporto delle NU – non solo hanno un impatto diretto sulle vite delle bambine e delle comunità coinvolte, mandano anche il segnale, ad altri genitori e tutori, che le scuole non sono luoghi sicuri per le bambine. La rimozione delle bambine dall’istruzione, dovuta alla paura per la loro sicurezza e per l’effetto sulle loro possibilità matrimoniali, può risultare in violazioni aggiunte dei diritti umani, come matrimoni infantili e forzati, violenza domestica, gravidanza precoce, esposizione ad altre pratiche dannose, traffico e sfruttamento sessuale e lavorativo.”

Per la serie: la felice infanzia delle future detentrici di enooorme potere che certamente non sanno che farsene ne’ dell’8 marzo ne’ del femminismo… come dicono le persone sprovviste di neuroni funzionanti. Maria G. Di Rienzo

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Se un alieno volesse conoscere in modo velocissimo lo status delle donne in Italia – ad esempio, che gradi di partecipazione e rispetto godono nella sfera pubblica, quanto le si ascolta, quanto il loro lavoro è valutato, quanto si prendono sul serio le informazioni sull’allucinante tasso di violenza che subiscono – gli basterebbe dare un’occhiata al paese l’8 marzo.

Gestori di negozi, misogini incalliti per i restanti 364 giorni dell’anno, ti ficcano la mimosa nella borsa della spesa nel mentre si lamentano della mancanza di una “festa dell’uomo” – e mettono a repentaglio duri anni di training nonviolento, perché ti viene voglia di far loro la festa subito e in modo definitivo.

Comuni finanziano corsi di burlesque-spogliarello perché ciò “fa bene all’anima delle donne” e comunque i nudi “non sono integrali”: Assessora, e mi scusi se le ricordo che è femmina – so che lei chiama se stessa “Assessore” – il mio benessere spirituale non è competenza dell’amministrazione comunale. Inoltre, se lo spogliarello fa bene all’anima, perché non arrivare al “nudo integrale”? Si rischia per caso la santità?

Fondazioni lanciano il concorso, rivolto alle prime cento titolari della data polizza assicurativa che “clickeranno”, sta scritto così, sul loro sito web, per l’ambita “scatola rosa” con cui “chiedere soccorso premendo un apposito pulsante in auto”: ammettetelo, vi state chiedendo come siete riuscite a vivere senza, sino ad ora.

E i giornali, al solito, delirano: si va dalle “suffragette” di Repubblica (suffragiste, signori, suffragiste) alle simpatiche foto “Diamoci dei consigli” del Corriere – dove il sublime è raggiunto dal cartello retto da una signora imbronciata, in cui alla frase “Io sono una persona” è accoppiato il disegnino di una donna con una bella X sopra. Ecco, cancellarmi o cancellare le mie simili in occasione della Giornata Internazionale della Donna è un consiglio che non intendo seguire, e che con tale Giornata non ha proprio niente a che fare.

L’8 marzo dovrebbe servire a riflettere su a che punto siamo arrivate nella nostra ricerca di giustizia ed eguaglianza.

L’8 marzo dovrebbe servire a gettare un po’ più di luce sulle realtà in cui vivono le nostre sorelle ovunque, mentre lottano per veder riconosciuta la loro dignità.

L’8 marzo dovrebbe servire a guardarci intorno e a sentirci grate per le tutte le donne meravigliose che hanno fatto la differenza nella nostra vita e nel mondo.

Anche se i media vi daranno questo, forse, nel 2050, non importa: potete creare uno spazio in cui ciò accade ora nella vostra cerchia di amicizie, nella vostra famiglia, e persino da sole nella vostra mente.

sacred circle sisters

Il mio pensiero per voi amiche e lettrici, l’8 marzo, non è diverso da quello che vi rivolgo tutti gli altri giorni: amo la vostra unicità, che vi rende preziose, e la vostra somiglianza, che vi rende vicine a me. Vi immagino cantare, ridere, ballare. Immagino di coccolarvi quando siete giù di morale. Amo il fatto che voi siate qui, su questa Terra. E’ perché ci siete che amo esserci anch’io. Maria G. Di Rienzo

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I momenti più importanti del 2013, i migliori film del 2013, chi ci ha lasciato nel 2013, le foto più significative del 2013, le icone del web 2013… ecco, tutto questo lo avete già visto e presumibilmente già digerito. Allora, se pensassimo un attimo invece a cosa faremo nel 2014?

Il 14 febbraio, per esempio, non è troppo distante.

One billion rising 2014

http://www.onebillionrising.org/

L’anno scorso One Billion Rising (Un miliardo si solleva) ha dato una scossa al pianeta e centinaia di migliaia di donne hanno danzato in tutto il mondo per dire BASTA alla violenza di genere. Ma hanno anche argomentato e discusso: in particolar modo, sul bisogno di giustizia. Eve Ensler, l’ispiratrice e l’iniziatrice dell’evento, è intelligente e non è sorda, per cui quest’anno al nome One Billion Rising si aggiunge For Justice (Per la giustizia) e lo slogan diventa Rise, Release, Dance – non facilissimo da rendere in italiano, Sollevati e Danza rende ovviamente l’idea anche nel nostro idioma, ma Release (metti in libertà, sprigiona, svincola, rilascia) intende invitare alla liberazione delle nostre storie di ingiustizia, punta al fatto che noi le si comunichi e le si lasci uscire da gabbie di silenzio, paura, vergogna.

ONE BILLION RISING FOR JUSTICE è una chiamata globale alle donne sopravvissute alla violenza e a coloro che le amano a radunarsi nei luoghi esterni comunitari dove hanno diritto alla giustizia – tribunali, stazioni di polizia, uffici governativi, edifici dell’amministrazione scolastica, luoghi di lavoro, siti ove vi sia ingiustizia ambientale, tribunali militari, ambasciate, luoghi di culto, case, o semplicemente luoghi pubblici di raduno dove le donne dovrebbero sentirsi al sicuro e troppo spesso non lo sono. E’ una chiamata alle sopravvissute affinché rompano il silenzio e rilascino le loro storie – in modo politico, in modo spirituale, in modo oltraggioso – tramite l’arte, la danza, le marce, i rituali, le canzoni, le parole dette, le testimonianze e quant’altro si stimi appropriato. (…) La campagna è un riconoscimento che non possiamo mettere fine alla violenza contro le donne senza guardare all’intersezione fra povertà, razzismo, guerra, sfruttamento dell’ambiente, capitalismo, imperialismo e patriarcato. L’impunità vive al centro di queste forze intrecciate.”

E’ uno sviluppo importante e l’organizzazione meno facile da realizzare. Per cui, se la cosa vi interessa e vi piace, dovete cominciare a lavorarci il prima possibile. Il che significa raccogliere informazioni, creare “tavoli” di associazioni e gruppi, discutere, progettare, trovare risorse, fare pubblicità… Primo passo: si va a trovare le organizzatrici italiane (le stesse meravigliose creature che hanno sgobbato per l’happening precedente e hanno continuato a sgobbare sino ad oggi), le si ringrazia e si dà un’occhiata a come stanno andando le cose.

http://obritalia.livejournal.com

Il sentiero che porta alla giustizia comincia con il vedere e il riconoscere la violenza – fare in modo che sia conosciuta.” Eve Ensler

Poi naturalmente, a meno dell’improvvida collisione con un asteroide vagabondo e della nostra conseguente sparizione dall’universo, su tutto il pianeta Terra sarà di nuovo l’8 marzo, Giorno Internazionale della Donna. (Cadrà di sabato e la Luna sarà al primo quarto in Gemelli, se proprio volevate saperlo! Ma che domande mi fate???)

international

Più di cento paesi lo celebrano, e in 35 è festa nazionale. Dal 1975, quando le Nazioni Unite assunsero ufficialmente la ricorrenza, un tema è stato accoppiato alla giornata. Le NU danno il loro – l’anno scorso era “Ogni promessa è debito: è il momento di agire per mettere fine alla violenza contro le donne” – ma anche altre istituzioni o gruppi lo fanno. Il Parlamento Europeo diede ad esempio come tema per il 2013 “Il responso delle donne alla crisi”.

Il Comitato Internazionale per l’8 marzo ha scelto: ISPIRARE IL CAMBIAMENTO.

http://www.internationalwomensday.com/

Inspiring Change è il nostro tema del 2014, teso ad incoraggiare l’attivismo per l’avanzamento delle donne. (…) Chiama alla sfida dello status quo per l’eguaglianza delle donne e all’essere vigili ispirando cambiamenti positivi.”

A me piace. Potremmo ricordare donne che ci hanno ispirato e ci ispirano, potremmo documentare e celebrare cambiamenti positivi, potremmo narrare come i tali cambiamenti sono avvenuti dal punto di vista collettivo e in noi come persone, potremmo riflettere su nuovi metodi e nuove azioni che abbiano questa qualità ispirativa. E potremmo portare avanti le iniziative che abbiamo messo in moto il 14 febbraio.

Ma siamo schiette: “trovare risorse” vuol dire anche (non solo e non come prima necessità, ma anche) far saltar fuori pecunia. Non a tutto potrete provvedere con il volontariato. Volete un buon esempio? Ve lo dà il Consiglio comunale di Manchester, che ha deliberato di onorare l’8 marzo 2014 con il tema “Donne costruttrici di pace”: “Coincidendo con il 100° anniversario dell’inizio della prima guerra mondiale, il Giorno internazionale delle donne (GID) è l’opportunità perfetta di celebrare il ruolo che le donne hanno svolto e continuano a svolgere nella risoluzione dei conflitti e nella costruzione di pace. Come leader comunitarie, donne politiche, madri, mediche, poliziotte, insegnanti, avvocate, e nella miriade di ruoli che le donne ricoprono, le donne di Manchester ci hanno sempre guidato con il loro esempio. Il mese di marzo 2014 darà la possibilità di gettare luce sul lavoro di queste donne nel creare comunità sicure e stabili a Manchester e altrove. (…) Il Consiglio comunale di Manchester mette a disposizione finanziamenti sino ad un massimo di 500 sterline per creare eventi ed attività in relazione al GID, e i gruppi sono invitati a farne richiesta. Manchester incoraggia gli altri membri di Sindaci per la Pace a commemorare il Giorno internazionale delle donne in modo simile.”

Sindaci per la Pace http://www.mayorsforpeace.org/english/

è una meritoria associazione mondiale coordinata dal Sindaco di Hiroshima. Il focus principale dell’associazione è il bando delle armi atomiche tramite la ratifica di una Convenzione delle NU che ne proibisca la costruzione e il possesso (come è già avvenuto per altri tipi di armamenti, come le mine antiuomo), ma il più grande scopo di lavorare per la pace con ogni mezzo è ben illustrato dal documento di Manchester: il Sindaco della città è infatti un aderente a Mayors for Peace. (In Italia, la forza principale che cerca il coinvolgimento degli amministratori delle comunità locali nell’associazione è “Beati i costruttori di pace”. http://www.beati.eu/ )

Ma veniamo al sodo. Il vostro Sindaco è un Sindaco per la Pace? Perché non fargli presente che il suo collega britannico lo invita a non dimenticarsi dell’8 marzo e a metterci un po’ di svanziche?

Il vostro Sindaco non ha mai sentito parlare di Mayors for Peace? Sul sito dell’associazione, che ho riportato prima, c’è documentazione e lettera d’adesione in molte lingue, fra cui il nostro dolce stil novo: perché non dà un’occhiata e ci fa un pensierino, visto che gliel’avete stampata e gliela state tenendo sotto il naso? Nel frattempo, cosa il Comune intende fare per l’8 marzo?

Avete fatto un giro fra Assessorati alle Pari Opportunità, Consigliere con deleghe, ecc.? Se avete un progetto, e se la cosa vi sembra fattibile, perché non presentarlo a costoro e chiedere sostegno? Poi: ci sono Fondazioni culturali che vi sembrano sensibili alle tematiche dell’8 marzo? In caso positivo, tentate un approccio.

E’ una faticaccia, lo so, ma per rilassarci guarderemo un po’ il mega-concerto dal vivo WOMEN’S DAY LIVE  http://onedayunite.org/ che unirà palchi e artisti con link satellitari: musica delle donne e per le donne a Washington – Usa, Toronto – Canada, Rio de Janeiro – Brasile, Mumbai – India, Kigali – Ruanda… potrebbe esserci anche Roma, nella lista è data in predicato. In questo giorno – scrive il gruppo organizzatore – ci uniremo in tutto il mondo a sostegno di un movimento il cui tempo è venuto. Alcuni dei più grandi artisti e visionari si uniranno a noi dalle città in una trasmissione in diretta, mentre milioni di persone interverranno online e dalle varie località.”

donne

Be’, ho nominato solo due giorni del 2014 e ci sono già un bel mucchio di cose da fare. Ma pensateci, le faremo insieme, e già questo sarà un successo. Buon anno nuovo, mie care e miei cari: lo modelleremo, questo nuovo anno, sino a che sarà davvero buono. Maria G. Di Rienzo

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