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Posts Tagged ‘militarismo’

le nonne protestano

Forse pensavano che piazzandolo in un villaggio agricolo con poco più di 80 residenti non avrebbero incontrato alcuna resistenza: sto parlando del THAAD – Terminal High Altitude Area Defense, una sistema antimissilistico messo a punto contro gli Scud nel lontano 1991, durante la guerra del Golfo, che oggi ha ovviamente un’efficacia limitata. Tuttavia, ogni THAAD costa 800 milioni di dollari e la sua costruzione, in carico alla Lockheed Martin Space Systems, prevede subappalti a ditte come Aerojet, BAE Systems, Boeing, Honeywell, MiltonCAT, Oliver Capital Consortium, Raytheon, Rocketdyne… bisognerà pure far funzionare l’economia statunitense: facendolo pagare ai governi “alleati”, ovviamente.

Così, la decisione di installare il sistema a Soseong-ri in Corea del Sud, presa dalla deposta Presidente precedente, è oggi avallata dal Presidente in carica (che durante la campagna elettorale aveva detto al proposito di avere tutt’altra intenzione). L’unico fattore che nessuno aveva preso in considerazione studiando il progetto sono le vecchiette. Non sono tante, sapete, una dozzina circa. Hanno dai 60 agli oltre 80 anni e bloccano l’unica strada che porta all’area dell’installazione 24 ore su 24, costringendo l’esercito Usa a trasportare in loco i materiali tramite elicotteri.

soseong-ri

Affrontano la polizia faccia a faccia. Agitano ombrelli e bastoni da passeggio contro gli elicotteri che passano sulle loro teste, urlando loro di andarsene. Sono pronte, dicono, a continuare la lotta ad oltranza. Sono delle feroci comunarde altamente politicizzate? No, vogliono la tranquillità che avevano prima, e che considerano giustamente un loro diritto.

“Non posso dormire. – racconta ai giornalisti l’87enne Na Wi-bun, che vive a un chilometro dall’installazione – Prendo sonniferi, ma riesco a dormire solo due ore. Il rumore del generatore non si ferma mai.”

“Prima, di giorno eravamo nei campi e negli orti e la sera andavamo al centro civico comunale dove noi nonne passavamo il tempo insieme. – conferma l’81enne Do Geum-ryeon – Ora per noi non esistono più giorno e notte.” Lo scorso aprile la polizia ha malmenano quest’anziana, mentre con altre cercava di contrastare il passaggio dei camion militari statunitensi attraverso il villaggio. I lividi non l’hanno dissuasa: “Anche con il mio ultimo respiro intendo dire a queste persone che il THAAD devono portarselo via.”

“Sì, se ne deve andare. – dice la 67enne Kim Jeom-sook, una coltivatrice di meloni il cui nonno morì nella guerra di Corea (1950-1953) – A volte guardo in alto e sono terrorizzata all’idea che quelle casse appese agli elicotteri ci cadano in testa. Inoltre, il sistema non serve a niente: se la Corea del Nord volesse bombardarci potrebbe colpire ovunque e creare un mare di fuoco.”

Pace, ripetono instancabili le vecchiette. Pace nel nostro villaggio e pace fra le Coree e pace nel mondo intero. Maria G. Di Rienzo

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Bimba Lumad

Bimba Lumad

Viviamo in pace e liberi. Rispettiamo la Terra, le montagne e i fiumi. Ci danno il nostro cibo, i nostri rifugi e le nostre medicine. La nostra terra è la nostra vita.” Bai Ellen Manlimbaas, 55 anni, leader della tribù Lumad dei Matigsalog sull’isola di Mindanao nelle Filippine, attivista per i diritti dei popoli indigeni e dei contadini, ecologista. Come conseguenza della sua strenua difesa dell’ambiente e dei diritti umani, Bai Ellen vive sotto costante minaccia.

Ricordando il suo arresto (illegale poiché privo di mandato) il 13 agosto 2015, racconta: “Erano le cinque del mattino ed era ancora buio. Io ero già in piedi e stavo preparando il fuoco per cucinare la nostra colazione. Mia figlia e i suoi due bambini erano rimasti con noi per la notte, perché uno dei due piccoli stava male. La nostra casa è fatta di bambù e imperata cilindrica (una graminacea) e non ha porte, perciò notai gli uomini che si avvicinavano quando erano ancora a qualche decina di metri dalla casa. Sono uscita e ho visto che erano militari. Quando mi hanno raggiunta ho chiesto: “Di cosa avete bisogno?” Uno degli uomini ha detto: “Tu sei Bai Ellen?” Io ho risposto di sì. E di colpo mi hanno afferrata e hanno legato le mie mani con la corda.”

Assieme a lei altri 16 abitanti del villaggio di White Culaman, inclusi tre minorenni, furono arrestati quel giorno perché sospettati di essere “ribelli”. Per i primi quattro giorni di detenzione nessuno diede loro da mangiare. Bai Ellen dice di non aver quasi provato fame o paura “perché non avevo fatto nulla di male”. La sua prigionia è durata circa un mese: i soldati la interrogavano ripetutamente per forzarla a una confessione. “Ci tiravano fuori dalla cella fra mezzanotte e le due del mattino. Continuavano a chiedermi: dove sono le tue armi da fuoco? E io rispondevo che la mia sola arma è la mia voce, e la mia sola volontà è proteggere la terra ancestrale che è inestricabilmente legata alla nostra identità di Lumad.”

lumad leaders - protest in davao city

L’organizzazione di attivisti del villaggio, di cui Bai Ellen è presidente e che si chiama “Nagkahiusang Mag-uuma sa Barangay White Culaman”, ha resistito e sta resistendo alle invasioni delle corporazioni economiche (agricoltura industriale, estrazioni minerarie) con mezzi assolutamente pacifici e nonviolenti e ha più volte aperto il dialogo con le autorità locali.

Lumad significa “nati dalla Terra” ed è un’identità collettiva adottata alla fine degli anni ’80 dello scorso secolo dai popoli indigeni non islamizzati di Mindanao: sono il 63% del totale di popolazione indigena nelle Filippine, che è stimata attorno ai 14 milioni di persone. I Lumad vivono secondo i principi che hanno ereditato dai loro antenati, i cui pilastri sono panaghiusa – solidarietà e paghinatagay – condivisione (fra gli individui e con la Terra). Praticano un uso sostenibile delle risorse naturali, basato sul rispetto dell’ambiente e si considerano i “guardiani” della Terra: rituali di ringraziamento sono tenuti a ogni semina e a ogni raccolto.

Lumad i guardiani della Terra

Le donne Lumad come Bai Ellen lavorano nei campi e portano anche il peso dell’occuparsi del benessere delle loro famiglie, ma nessuno storce il naso se assumono ruoli guida, poiché era normale che le donne filippine li assumessero prima della colonizzazione spagnola (seconda metà del 1.500). La storia dei Lumad è costellata di lotte e discriminazioni sin da quel periodo, quando i coloni cominciarono a spingerli fuori dai loro territori, costringendoli a ritirarsi sempre più in profondità nelle foreste. Attualmente le zone in cui dimorano sono teatro di scontri fra guerriglieri e esercito regolare e poiché si tratta di aree remote nessun servizio sociale li raggiunge più. Se si chiede a Bai Ellen quanto dista dal suo villaggio il più vicino ospedale, lei non sa dirlo con esattezza: ma sa quanto costa viaggiare per arrivarci ed è una cifra che pochi a White Culaman possono permettersi.

Siamo sempre stati considerati inferiori. – dice ancora Bai Ellen – Ci disprezzano perché pensano che siamo ignoranti. Sono solo Lumad, dicono. Ma noi siamo umani quanto chiunque altro. Abbiamo ancora speranza di ritornare alle nostre terre ancestrali. Speriamo che altre persone, anche quelle che Lumad non sono, ci sosterranno nel difendere la nostra terra che per noi significa la vita.” Maria G. Di Rienzo

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(“I was a child soldier. Now I’m pushing for more support for survivors like me”, di Polline Akello per The Guardian, 12 febbraio 2016, trad. Maria G. Di Rienzo. Si tratta di una versione condensata della testimonianza di Polline di fronte a una Commissione del Parlamento inglese.)

polline

Ho trascorso sette anni nella boscaglia in Uganda, una bambina-soldato, tenuta prigioniera da un gruppo armato e costretta a diventare la “moglie” di un comandante ribelle. La mia migliore amica è stata uccisa davanti a me. Il mio bambino è morto prima di nascere. Ma mi sono salvata e credo che parlare apertamente delle mie esperienze sia il miglior modo di aiutare altri che stanno soffrendo allo stesso modo.

Ci sono bambini in guerra proprio in questo momento, gente che è stata rapita e forzata a combattere per una causa che non comprende: è perciò che oggi, 12 febbraio, è il Giorno della Mano Rossa, una commemorazione annuale che vuole attirare attenzione sul fato dei bambini-soldati.

Molte bambine sono nella stessa situazione che ho attraversato io ed è doloroso vederla ripetersi. Paura e vergogna spesso rendono i bambini che tornano dal conflitto incapaci di parlare delle loro esperienze. A me è stato detto, da membri della mia comunità, di restare zitta. Ma se i sopravvissuti fanno questo nessuno li aiuterà. E’ molto importante portare le cose alla luce del sole, solo parlando i sopravvissuti potranno ottenere l’aiuto di cui hanno bisogno.

Io avevo 12 anni quando fui rapita. Nel campo le ragazze ci sono per essere usate da qualsiasi uomo le voglia. Ai soldati non è permesso innamorarsi. Se uno di loro è scoperto mentre corteggia una ragazza viene ucciso.

Io sono rimasta incinta a 16 anni. Durante il travaglio sono stata costretta a camminare per miglia e miglia perché i ribelli stavano tentando di evitare l’esercito ugandese. Mio figlio è morto prima di nascere e ho dovuto subire un’operazione per rimuoverlo, senza anestesia. Se il tuo bimbo muore, non si suppone che tu sia in lutto per lui. Se ti vedono piangerlo, ti uccidono. Quando torni, devi far finta che nulla sia accaduto. Ma io non ho mai perso la speranza.

La mia salute peggiorò dopo l’operazione e loro mi permisero di essere curata in un ospedale del Kenya, dove un’infermiera mi aiutò a scappare. Mentre facevo i bagagli non provavo paura. Tutto quel che sapevo è che non sarei tornata in quel posto.

Troppo spesso, quando le ragazze tornano a casa le loro famiglie le abbandonano, specialmente se tornano con dei figli. I parenti non sono preparati a prendersi la responsabilità per quel bambino quando non non ne conoscono il padre. Ciò lascia le sopravvissute alla violenza sessuale per le strade.

Quando sono tornata io, l’unico sostegno che mi è stato dato consisteva di un materasso e una coperta. Una coperta ti può tenere calda, ma l’istruzione è una costruzione per la vita. Le comunità devono sostenere i loro figli quando costoro tornano dalla guerra e incoraggiarli a parlarne. Quando una mia amica tornò fu buttata fuori di casa dalla sua famiglia. Io andai da loro e spiegai le mie esperienze, dissi che non era stata una scelta della loro figlia avere quei bambini e che era stata presa con la forza. Le famiglie necessitano aiuto per dare il benvenuto ai loro figli che tornano nel modo in cui sono dopo essere stati rilasciati o essere fuggiti dai gruppi armati. La famiglia si riprese la mia amica e ora vivono felicemente insieme.

L’assistenza locale è invece più importante dell’intervento intenzionale a breve termine, per aiutare a lungo termine la guarigione, la stabilità e il cambiamento dei bambini-soldati. La gente ha bisogno che il suo governo si faccia avanti e aiuti in modo visibile. A volte, prima che una comunità si renda conto che qualcosa sta accadendo, quel qualcosa è già accaduto. I ribelli sono abili nel ridurre al silenzio le comunità, ma se si agisce per aumentare la consapevolezza è possibile diminuire questo danno.

Alcune persone che sono state rilasciate o sono fuggite da gruppi armati hanno paura di intraprendere azioni, perché ciò causa loro troppo dolore. Non riescono a prendere decisioni giuste. Ma la comunità può operare cambiamenti positivi se le persone comunicano. Mentre parlavo con un altro ex bambino-soldato, lui mi disse che la cosa peggiore che poteva fare era discutere della sua esperienza. Voglio essere un’avvocata per gli altri sopravvissuti, affinché parlino apertamente.

Non appena sono arrivata a casa, volevo davvero tornare a scuola. Avevo perso sette anni, ma con l’aiuto dell’organizzazione War Child – http://www.warchild.org/sono stata in grado di rimettermi in pari. Ora sono all’università e ho viaggiato sino ad arrivare in Downing Street e ho parlato a David Cameron, William Hague e Angelina Jolie Pitt per ottenere aiuto per i sopravvissuti come me. Questo mostra che qualcosa di positivo può venire persino da qualcosa di terribile.

rebirth di moonshine90(Rinascita)

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Steph Cha potrebbe essere, al momento, l’unica femminista coreana-americana autrice di gialli: ma sta riscuotendo successo e non è affatto una scrittrice di nicchia. Il mese scorso è uscito il terzo libro della sua serie che ha come protagonista l’investigatrice privata Juniper Song (“Dead Soon Enough”). Juniper condivide il retaggio etnico della sua creatrice, ha alle spalle un’irrisolta tragedia familiare e qualche illusione in frantumi e si muove fra le diverse comunità di immigrati e outsider a Los Angeles. Il ritratto della città che ne esce è ben diverso dall’ambientazione solita delle “detective stories” e assume particolari colorazioni umane, politiche e sociali.

steph

Di recente (agosto 2015), Steph ha concesso un’intervista a Ivy Pochoda del Los Angeles Times e ha detto alcune cose interessanti:

Cosa ti ha spinto a scrivere delle esperienze degli immigrati armeni e del genocidio armeno?

Due dei miei amici intimi sono armeni-americani, e mio marito ed io abbiamo avuto una lunga conversazione con loro sul genocidio durante un fine settimana sul lago Arrowhead. Il genocidio è accaduto un centinaio di anni fa, ma il governo turco non l’ha ancora riconosciuto ne’, per ragioni politiche che nulla hanno a che fare con verità o giustizia, è stato riconosciuto dagli Stati Uniti.

Io sono coreana-americana e sebbene sia nata ben dopo la seconda guerra mondiale e non abbia mai vissuto in Corea, ogni tanto mi arrabbio terribilmente per la negazione che il Giappone fa dei suoi crimini di guerra. Conosco questo sentimento di furia che corre nel sangue e credo che quella conversazione abbia tirato fuori qualcosa da me.

Più tardi, quando ho intervistato i miei amici sulle loro esperienze di vita in famiglie armene migranti, sono rimasta colpita dai parallelismi nel modo in cui siamo stati cresciuti: l’enfasi sull’istruzione e sulla famiglia, l’ossessione per il cibo, le nostre madri davvero esemplari.

Tu ti sei laureata alla Yale Law School e hai sposato un avvocato, pure gli avvocati non se la passano bene nei tuoi libri.

Sono tecnicamente un’avvocata, ma a dire il vero non pratico molto di questi tempi. Ho grande rispetto per la professione e penso sia davvero importante e carica di potere: forse è per questo che un paio di “cattivi” nei miei libri sono avvocati. Uno dei fili narrativi in “Dead Soon Enough” mi è stato ispirato dal caso dello studio legale Mayer Brown, che rappresentava un gruppo il cui scopo era costringere la città di Glendale a rimuovere una statua che onora le “donne di conforto” coreane.

statua glendale

Questa è la statua menzionata, dedicata alle “donne di conforto” e cioè alle vittime della schiavitù sessuale pro soldati giapponesi durante la seconda guerra mondiale. Accanto ad essa c’è una di loro, la sopravvissuta sudcoreana Lee Yong-soo. La statua è una replica di quella presente di fronte all’Ambasciata giapponese a Seul – Corea del Sud.

Ma non si è trattato solo di coreane: l’esercito imperiale giapponese ridusse in schiavitù sessuale donne cinesi, malesi, birmane, thailandesi, taiwanesi ecc. – in maggioranza provenienti dai paesi occupati dal Giappone – ed anche un piccolo numero di donne di origini europee.

O erano rapite direttamente dalle proprie case e villaggi, o erano ingannate dalle promesse di lavorare in fabbriche e ristoranti e cliniche ospedaliere: una volta in mano all’esercito, erano imprigionate nelle “stazioni di conforto” in paesi diversi dal loro. Molte di quelle che sono sopravvissute non sono tornate a casa. Temevano lo stigma che società e famiglia avrebbero posto su di loro, in quanto donne “usate”.

comfort women

Io ho visto due documentari e letto un bel numero di testimonianze al proposito. Una volta superato lo strazio – perché non c’è modo di evitarlo mentre emerge dalle parole, dagli sguardi, dalla memoria fisica di corpi femminili resistenti, piccoli, solidi, radianti che si contorcono al ricordo di quel che hanno subito – il “sentimento di furia” di cui Steph Cha parla è corso anche nel mio, di sangue. E non lo provavo solo per chi i crimini di guerra ha perpetrato e per chi i crimini di guerra li nega: era diretto, ed è diretto, a ogni connivente idiota che parla dell’inesistente “diritto umano a fare sesso”, intendendo sempre e comunque l’abuso dei corpi delle donne da parte degli uomini. Maria G. Di Rienzo

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Digna ricorda ancora. Ogni assalto, ogni indegnità, nel corso di anni. Quando ne aveva cinque i soldati arrivarono a casa sua sparando, minacciarono di morte lei e la sua famiglia: semplicemente perché i familiari di Digna non volevano andarsene dalla terra in cui erano fittavoli per far spazio ai progetti delle multinazionali. Le altre famiglie di coltivatori fronteggiavano la stessa violenza, indifese dagli assalti di potenti proprietari terrieri spalleggiati dall’esercito e da un sistema politico-giudiziario corrotto.

digna e famiglia(Digna, al centro, e la sua famiglia)

Stiamo parlando dell’Hondurars, più precisamente della comunità agricola “La Confianza” nella valle di Bajo Aguan. Le 227 famiglie che ne facevano parte finirono a vivere sotto tende fatte di sacchetti di plastica, ma grazie alla loro forza di volontà nello stare e nel lottare insieme e al sostegno della comunità internazionale degli attivisti, nel 2011 riuscirono ad acquistare 4.000 ettari di terra in proprietà collettiva: oggi li lavorano come cooperativa, ripagando a poco a poco il debito che hanno contratto con lo stato. La sicurezza continua ad essere una delle loro principali preoccupazioni – le molestie nei loro confronti, sebbene meno eclatanti, continuano – ma ora che la loro storia ha varcato i confini dell’Honduras sono più difficili da aggredire e spaventare.

Digna ha attualmente 10 anni e frequenta la quarta elementare della scuola che la cooperativa agricola ha messo in piedi come primo progetto a partire dal suo insediamento. La sua mamma è un’assistente sanitaria volontaria che fa lavoro di istruzione e di cura nel Centro per la salute che è stato il secondo progetto portato a termine. A Digna piace aiutarla, in casa e fuori, e le piace studiare, ma compiti a parte ha anche il suo lavoro da fare, un lavoro che si è scelta lei stessa e che sognava da tempo: crescere un giardino pieno di fiori.

digna

(Ed eccola qui, con i primi risultati color rosa intenso)

Maria G. Di Rienzo

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Comunicato tratto da: https://www.womencrossdmz.org/

(trad. Maria G. Di Rienzo)

guerra di corea

“Il 24 maggio 2015, una trentina di attiviste per la pace provenienti da tutto il mondo cammineranno con le donne della Corea, del Nord e del Sud, per chiedere la fine della guerra coreana ed un nuovo inizio per una Corea riunificata. Terremo simposi di pace a Pyongyang e Seul dove ascoltare le donne coreane e condividere le nostre esperienze e idee sul mobilitare le donne per mettere fine a conflitti violenti.

La nostra speranza è attraversare l’area della zona de-militarizzata (DMZ), dell’ampiezza di circa due miglia, che separa milioni di famiglie coreane, come atto simbolico di pace. Il 2015 segna il 70° anniversario della divisione della Corea, da parte delle potenze della Guerra Fredda, in due stati separati il che precipitò nella guerra coreana del 1950-1953.

Dopo l’uccisione di quasi 4 milioni di persone, in maggioranza civili coreani, i combattimenti cessarono quando la Corea del Nord, la Cina e gli Usa in rappresentanza del Comando delle Nazioni Unite firmarono il cessate il fuoco. Promisero che entro tre mesi avrebbero firmato un trattato di pace: oltre sessant’anni più tardi, lo stiamo ancora aspettando.

Nel frattempo, migliaia di anziani coreani muoiono ogni anno aspettando in una lista d’attesa governativa di poter vedere i loro figli o parenti dopo essere stati separati dalla DMZ. In Corea del Nord, sanzioni paralizzanti contro il suo governo rendono difficile alla gente comune accedere alle risorse base per la sopravvivenza.

L’irrisolto conflitto coreano dà a tutti i governi della regione la giustificazione per l’aumento della militarizzazione e per i preparativi di guerra, privando di fondi le scuole, gli ospedali e il benessere di persone e ambiente.

Ecco perché le donne cammineranno per la pace: per riunire le famiglie e mettere fine allo stato di guerra in Corea.”

women cross dmz

Ndt. 1) I governi di entrambe le Coree hanno dato il loro permesso per l’attraversamento della zona.

2) Nell’immagine qui sopra appaiono anche organizzatrici dell’evento che non saranno fisicamente in Corea il 24 maggio, come Eve Ensler.

3) Alcune delle attiviste internazionali coinvolte sono presenti su questo blog con articoli, interviste, biografie e citazioni: se vi va, provate a dare un’occhiata. Ecco comunque la lista – tenete conto che le poche parole esplicative dopo i loro nomi sono assolutamente non esaustive dei loro titoli, del loro impegno e dei risultati da esso conseguiti:

Mairead Maguire – Premio Nobel per la Pace 1976

Gloria Steinem – Attivista femminista e per la pace

Christine Ahn – Attivista femminista e per la pace

Medea Benjamin – Co-fondatrice di CodePink e Global Exchange

Chung Hyun-kyung – Ecofemminista, attivista per il dialogo fra le fedi religiose

Gay Dillingham – Ambientalista, regista, “bioniera” (vedi Bioneers)

Suzy Kim – Storica, attivista per i diritti umani

Vana Kim Hansen – Rifugiata della guerra coreana, leader spirituale pacifista, guaritrice

Gwyn Kirk – Scrittrice ed organizzatrice antimilitarista

Lee Sung-ok – Leader pacifista delle donne metodiste (8.000 socie)

Cora Weiss – Presidente dell’ Appello de l’Aja per la Pace (http://www.haguepeace.org/)

Ann Wright – Attivista pacifista, ex colonnello dell’esercito statunitense

Jean Chung – Attivista per il cambiamento sociale, organizzatrice coreani espatriati

Abigail Disney – Documentarista, autrice televisiva, attivista femminista e per la pace

Jodie Evans – Attivista ecologista e femminista, co-fondatrice di CodePink

Leymah Gbowee – Premio Nobel per la Pace 2011

Erika Guevara – Avvocata femminista per i diritti umani, dirigente di Amnesty International

Patricia Guerrero – Avvocata femminista per i diritti umani, fondatrice della Liga de Mujeres Desplazadas (rifugiate colombiane)

Jane Jin Kaisen – Artista video, documentarista, attivista antimilitarista

Deann Borshay Liem – Regista, produttrice e distributrice di documentari indipendenti

M. Brinton Lykes – Psicologa, Direttrice del Centro per i diritti umani e la giustizia internazionale

Liza Maza – Ex deputata filippina co-autrice di leggi antiviolenza, presidente dell’Alleanza di Donne “Gabriela” e dell’International Women’s Alliance

Ann Patterson – Attivista pacifista nordirlandese, membro di Peace People

Suzuyo Takazato – Fondatrice dell’associazione “Okinawa Women Act Against Military Violence”, attivista contro la violenza di genere

Kozue Akibayashi – Docente universitaria, ricercatrice femminista, membro della Women’s International League for Peace and Freedom

Lisa Linda Natividad – Docente universitaria, presidente della Guahan Coalition for Peace and Justice

Ewa Eriksson Fortier – Attivista per l’aiuto umanitario da 40 anni

Choi Ai-young – Attivista per l’equità di genere e per la pace, artista

Meri Joyce – Membro di Peace Boat, funzionaria di collegamento per il nord-est asiatico di “Partnership globale per la prevenzione del conflitto armato”

Netsai Mushonga – Attivista per i diritti delle donne, la nonviolenza e la costruzione di pace, membro del Women Peacemakers Program

Janis Alton – Attivista antimilitarista e pacifista

Park Hye-jung – Regista, attivista pacifista e per la riunificazione della Corea, co-fondatrice del Rainbow Women’s Center

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(tratto da: “Preventing violence against women: a sluggish cascade?”, un più ampio intervento di Anne Marie Goetz per Open Democracy, 25 novembre 2014, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Anne Marie Goetz è docente universitaria e capo-consigliera su pace e sicurezza per l’Agenzia Donne delle Nazioni Unite.)

labirinto sacro di lyssanda

La violenza contro le donne fa notizia a livello internazionale. Joyti Singh Pandey fu stuprata e torturata da un gruppo di persone su un autobus di Delhi e morì qualche settimana dopo nel dicembre 2012. Anene Booysen, in Sudafrica, fu stuprata e torturata da un gruppo di persone e morì nel febbraio 2013. Questi casi innescarono locali proteste di massa che collegavano la violenza contro le donne ai grotteschi fallimenti dei governi. La veemenza delle proteste e le richieste di giustizia e cambiamento sociale furono udite in tutto il mondo.

La violenza contro le donne in situazioni di conflitto, dal Sudan del sud al Congo orientale all’Ucraina, fino alle atrocità commesse dall’ISIS, non è più ignorata come inevitabile danno collaterale e resa invisibile alla Storia come nel passato. L’eliminazione di questa violenza è inserita nella bozza “Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile – i successori degli Obiettivi per lo Sviluppo del Millennio 2000/2015. Ma la violenza continua ad avvenire.

Condanne chiare, formulazione di nuove leggi e dichiarazioni internazionali, addestramento di polizia e personale giudiziario, coalizioni di uomini contro la violenza: cosa manca? Che noi si sappia i nomi delle vittime, che noi si abbia una consapevolezza maggiore dell’estensione e degli schemi della violenza contro le donne, che partiti politici promettano di mettervi fine, che i peacekeeper internazionali abbiano mandato di prevenire la violenza sessuale: questi sono tutti segni della “cascata” di impegni nazionali e globali per cancellare questo pervasivo abuso dei diritti umani.

Le teoriche delle relazioni internazionali identificano tre stadi nei cambiamenti normativi ove istanze che erano in precedenza considerate intrattabili prendono il centro dello scenario: si va dall’emergere della norma alla sua “cascata” e infine alla sua interiorizzazione. La “cascata” di condanne della violenza contro le donne è uno dei passaggi normativi più clamorosi della nostra epoca. Ma il terribile fatto che la violenza continua suggerisce il nostro essere bloccati alla fase della “cascata”. Qualcosa sta bloccando la fase successiva che vedrebbe di routine: interventi di efficace prevenzione della violenza, processi decisivi e condanne legali e ovunque alternative significative per le donne alla dipendenza economica da specifici uomini.

Io ritengo ci siano tre ragioni per il blocco. Primo, la vasta condanna pubblica del problema ha spesso portato a soluzioni prive del contenuto femminista: e perciò tali soluzioni falliscono nell’affrontare le cause che stanno alle radici del problema stesso. Secondo, le più forti agenti del cambiamento – le organizzazioni femministe – non riescono a fare il loro essenziale lavoro in contesti di sempre più grave diseguaglianza sociale e insicurezza. Terzo, c’è stata di recente un’interruzione della solidarietà internazionale che può essere assai potente nell’affrontare questa violenza.

Le femministe hanno sempre detto che la violenza contro le donne è mossa da profonde diseguaglianze fra uomini e donne, diseguaglianze che celebrano mascolinità violente. Nulla di meno di una drastica trasformazione sociale per eliminare le basi legislative, economiche e politiche dei culti del privilegio maschile metterà fine alla violenza. Ma i cambiamenti sociali profondi non “vendono” politicamente e investono orizzonti temporali che vanno oltre il ciclo elettorale: perciò, invece di proporre cambiamenti a lungo termine, colleghiamo la prevenzione della violenza alla riduzione del crimine. Invece di investire seriamente nella smilitarizzazione e nel pacifismo per contrastare la violenza sessuale negli scenari di conflitto, riasseriamo che si tratta di un metodo di combattimento illegale e chiediamo per esso responso militare/giudiziario. Ci concentriamo nell’acciuffare i perpetratori e mettere fine all’impunità, ma non sulla discriminazione che la alimenta. Senza una trasformazione sociale in mente, i provvedimenti sono come il tentare di fermare una fuoriuscita di petrolio da un pozzo danneggiato spargendoci sopra una colata di cemento. L’abuso continua semplicemente ad arrivare. Togliere il progetto di cambiamento sociale femminista dalla definizione della violenza contro le donne e dalle soluzioni prospettate per essa rende le soluzioni stesse paternalistiche e inefficaci.

Ciò ci conduce al secondo punto: il futuro incerto delle organizzazioni femministe nella lotta alla violenza contro le donne. Noi sappiamo che movimenti di donne diversificati e consistenti, con autonomi gruppi femministi (autonomi sta per non controllati dallo stato, da partiti, da interessi tradizionali o privati), sono la chiave per fermare la violenza contro le donne. Le organizzazioni femministe in primo luogo politicizzano l’istanza, portandola fuori dalla vergogna personale e verso un crimine serio che richiede pubblica risposta. Le organizzazioni femministe continuano a fornire rifugio, aiuto legale e risorse alle donne affinché costoro possano costruirsi vite migliori. Il finanziamento alle organizzazioni femministe è cruciale.

Integrare le organizzazioni femministe negli sforzi pubblici di affrontare il problema – come consigliere, esperte, fornitrici di servizi antiviolenza – dovrebbe essere un elemento irrinunciabile di ogni piano di prevenzione nazionale. Ma le organizzazioni femministe continuano nella maggioranza dei contesti ad avere scarse finanze e ad essere escluse dalla formazione delle politiche in materia. Questo è il terzo punto: le ricerche sul finanziamento laico dei gruppi di donne indicano che esso sta da tempo declinando. Il sostegno finanziario è disperatamente necessario soprattutto nelle situazioni di conflitto, ma in quei casi le organizzazioni di donne raramente soddisfano gli standard richiesti dai donatori esterni. A questo proposito, il fondo stabilito dall’Olanda nel 2013 per sostenere le organizzazioni di donne in Medioriente – “Donne in prima linea” – è un’eccezione, costituito com’è non per portare avanti attività decise dal donatore, ma semplicemente per aiutare le donne a costruire capacità e gruppi di consenso. Perché una base di sostenitori è quello di cui c’è bisogno, una base in grado non solo di protestare nelle strade, ma di sostenere e poi monitorare rappresentanti politici affidabili. L’evaporazione delle donne nelle proteste pro-democrazia, dalla Primavera Araba all’Ucraina, ove la lotta si è spostata sul piano parlamentare o sul confitto armato, mostra la fragilità della base di sostegno femminista, almeno se confrontata con la capacità di forze conservatrici ben strutturate di diffondersi nel vuoto politico.

Il fattore che distingue l’azione di massa a breve termine dalla continua azione collettiva per far avanzare agende progressiste, è l’impegno della classe media e l’assorbimento delle agende da parte di partiti politici e sindacati. Ma in moltissimi paesi la classe media si sta riducendo a causa del velocissimo aumento della diseguaglianza economica. La drammatica polarizzazione fra ricchi e poveri lascia nel mezzo scarso spazio. La politica confiscata dalle élite e la loro capacità di fuggire o di isolarsi dagli orrori sociali indebolisce gravemente la democrazia, così come le idee sulla comune dignità di base di tutti gli esseri umani.

Tempi difficili e povertà incombente impediscono alle azioni collettive delle donne di raggiungere qualcosa di più di una solidarietà tesa alla sopravvivenza. Senza risorse la mobilitazione femminista e il suo progetto di cambiamento sociale per mettere fine alla violenza contro le donne entrano in stallo. Gli approcci femministi per fermare la violenza contro le donne sono sempre partiti da una posizione minoritaria. Le loro sfide ai privilegi maschili incontrano un contrattacco spesso violento. Le loro proposte di cambiare la suddivisione del lavoro e i valori sociali incontrano incredulità ed obiezioni dottrinali. Perciò non è un caso che gli approcci femministi abbiano ottenuto visibilità senza precedenti attraverso il networking internazionale: leader femministe isolate e assediate sono state capaci di usare la “rete” non solo per ottenere solidarietà e per raccogliere fondi, ma per far avanzare le norme internazionali sui diritti delle donne, rafforzando in tal modo le loro posizioni nelle lotte politiche “domestiche”.

pechino 1995

La solidarietà internazionale ha fornito influenza e ascendente ai gruppi femministi. Dal 1975 il meccanismo più potente per ottenere ciò è stata la periodica Conferenza sulle Donne delle Nazioni Unite. Il prossimo anno segnerà il 20° anniversario della Conferenza di Pechino e della sua Piattaforma d’Azione: in settembre, l’Assemblea Generale passerà una giornata a riflettere sui progressi da Pechino in poi, un evento in cui sono garantite le affermazioni ipocrite e false su quanto i singoli governi stanno facendo per migliorare le vite di donne e bambine. Ma almeno la “cascata” sarà messa alla prova.

Una quinta Conferenza sui diritti delle donne non fermerà la violenza contro le donne. Però potrebbe dare una spintarella alla “cascata” di impegni presi su carta affinché diventino interventi di prevenzione più normalizzati e di routine. Per il 2015 è tardi. Ma la lotta per mettere fine all’aspetto più persistente della diseguaglianza di genere – la violenza contro le donne – dovrebbe ora far sua la richiesta di una Quinta Conferenza Mondiale sulle Donne da tenersi al più presto possibile. Potrebbe spingere il movimento della “cascata” all’interiorizzazione degli sforzi per porre fine alla violenza.

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