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Posts Tagged ‘poesia’

emma

(“Hope”, di Emma Wright – in immagine – poeta inglese di origine asiatica. Trad. Maria G. Di Rienzo. L’Autrice, che ora ha 33 anni, ha fondato la propria casa editrice “The Emma Press” quando ne aveva 25, dopo aver preso nota che le maggiori case editrici e le riviste di poesia erano dirette da uomini e che determinati stili di poesia non erano pubblicati: “Non si trattava del fatto che un tipo di poesia non andasse bene. Solo del non rappresentarla. Non era di moda. Ma la forma, il soggetto e lo stile entravano in risonanza con me. Ho pensato: chi è che decide i trend? Tendevano a essere questi uomini più vecchi di me.” Emma sceglie di pubblicare solo lavori che la interessano personalmente: “Sto facendo questo per una ragione che ovviamente non è il denaro. Il mio guadagno è pubblicare poesia che voglio leggere. E’ il motivo per cui ho cominciato e il motivo per cui continuo.”)

Speranza.

Una maledizione, un sogno,

una luce nell’oscurità,

quando tutto dovrebbe essere inchiostro;

un rigonfiarsi di vita,

quando tutto dovrebbe essere immobile;

un tepore vicino a te,

quando tutto dovrebbe essere freddo

e morto e andato.

Speranza.

Un amore, un amico,

una risata felice

anche quando vuoi piangere;

un sorriso al tuo riflesso,

anche quando stai annegando;

fluttuare su una nuvola,

anche quando il peso delle

aspettative del mondo ti sta

schiacciando giù e giù

e giù.

Speranza.

Vivere attraverso i tempi peggiori;

tentare la sorte su qualcuno;

credere nel paradiso anche quando tutto quel che vedi è inferno.

Speranza.

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Da qualche giorno, care/i passanti, vi vedo far visita alle poesie di Mary Oliver che ho tradotto. So perché: purtroppo Mary è morta a causa di un linfoma la settimana scorsa.

Statunitense, era nata il 10 settembre 1935 in quella che definì in un’intervista “una famiglia assai disfunzionale” in cui subì abusi sessuali. “La mia infanzia fu molto difficile – disse ancora – e perciò creai un mondo fatto di parole. E’ stata la mia salvezza.”

La sua principale ispiratrice a livello poetico fu Edna St. Vincent Millay (1892 – 1950). A 17 anni, mentre frequentava il liceo, Mary scrisse alla sorella di Edna, che era ormai deceduta, se poteva visitarne la casa ad Austerlitz, New York. Norma Millay acconsentì e Mary finì per passare là diversi anni a ordinare documenti e lavori della sua musa.

Mentre si trovava ad Austerlitz incontrò la fotografa Molly Malone Cook, l’amore della sua vita. Le due rimasero insieme sino alla morte di Molly, avvenuta nel 2005. Molti lavori di Mary sono esplicitamente dedicati a lei.

erba

Ciò che ha fatto di Mary un “caso” nel mondo della poesia, dicono molti artisti e critici, è che le sue opere sono completamente accessibili a chiunque: “Non hai l’impressione di dover frequentare un seminario, per capire le poesie di Mary Oliver. Lei parla direttamente a te come essere umano.”, è l’opinione della scrittrice Ruth Franklin, che mi trova del tutto concorde.

Mi resta da spiegarvi titolo e immagine, vero? Mary poteva passare ore “a quattro zampe”, nei boschi, per “osservare il mondo a livello dell’erba”. Prestare attenzione a ciò che la circondava era il fulcro della sua reverente meraviglia per tutto ciò che esiste. Nel saggio “Restare Viva” ebbe a scrivere: “Questo è ciò che ho imparato: che la diversità del mondo è un antidoto alla confusione, che lo stare nel mezzo della diversità – la bellezza e il mistero del mondo, fuori nei campi o profondamente dentro ai libri – può ridare dignità al cuore peggio ferito.”

Maria G. Di Rienzo

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“Sono una giardiniera organica, la nipote di una contadina originaria di Praga, Maria Nedvedova, che crebbe tredici figli e vendeva verdura alla gente che viveva nei pressi del fiume Hudson negli anni ’90. Spingeva un carretto con sopra gli ortaggi e suonava una campanella mentre camminava. Io sono una giardiniera e un’ambientalista grazie a lei e da lei ho appreso che la terra è importante e che la natura dev’essere rispettata.

Pratico il buddismo tibetano da decenni e sono una poeta gay e femminista che ha cominciato a scrivere e pubblicare nel 1970. Il mio lavoro è apparso accanto alle poesie di Audre Lorde e sedevo sul divano accanto a Adrienne Rich la notte di Capodanno, nell’anno in cui si dichiarò lesbica. Lei è una maestra per me e il suo lavoro ancora mi guida in molti modi.

A settant’anni, sono un’ecologista radicale. Due anni fa mi sono rotta il femore e ora sono zoppa ma continuo a fare giardinaggio e a lottare per quel che è giusto nel mondo. Se non lo facessi, sarei travolta. Non ha importanza quanto sia stata marginalizzata nella mia vita, ho sempre sentito il bisogno di tentare di fare la cosa giusta.” Charlene Langfur (trad. Maria G. Di Rienzo – quella che segue è una sua poesia)

buddhist garden statue

“Un buon posto per un piccolo giardino”

Chi non vuole più entroterra?

Fiori porpora sul muro e non è tutto,

spruzzate di campanule anche, azzurro

che salta fuori dal nulla, sorprese

in un mondo piatto

Sì, grandi idee sull’eternità

nel giardino, il sollevarsi, i fiori

a forma di stella, semi diretti dal vento,

nuovi germogli dopo un inverno con molta neve,

uccellini nella luce della luna,

scriccioli, piccolini e sì, tutto ciò

è palpabile, il mondo, la terra, mappe degli appezzamenti

centinaia di loro come risultato dell’umana sottigliezza

sì e ciò ci cambia, le rose,

il senso che tutto è possibile

persino in un mondo spezzato,

ambizioni in cucina, progettare i letti delle piantagioni,

numeri su carta, le misure

del suolo entroterra,

file ordinate di alti

girasoli, gialli, giganti,

petali grandi come mani, semi commestibili

in una brocca di vetro nel sole,

i piselli odorosi sui pali da giardino,

chiari fiori bianchi del colore delle perle,

verdi viticci su cui arrampicarsi con

nettare nei fiori per accendere l’anima.

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Non morire, ti dico

(“The Leash”, di Ada Limón, poeta statunitense contemporanea – in immagine – trad. Maria G. Di Rienzo.)

ada

IL GUINZAGLIO

Dopo la nascita di bombe di divisioni e paura

le frenetiche armi automatiche scatenate

uno spruzzo di pallottole in una folla che si tiene per mano,

il cielo brutale che si apre in fauci di ardesia metallica

che inghiotte solo l’indicibile in ognuno di noi, cosa

resta? Persino il fiume nascosto nel deserto è avvelenato

reso arancione e acido da una miniera di carbone. Come puoi

non temere l’umanità, non voler leccare il letto

del torrente sino a che si secca, succhiare l’acqua mortale nei

tuoi stessi polmoni, come veleno? Lettore, io voglio

dirti: Non morire. Neppure quando pesce argenteo dopo pesce

viene a galla con la pancia in alto, e il paese precipita

in un crepitante cratere di odio, non c’è ancora

qualcosa che canta? La verità è: non lo so.

Ma qualche volta, giuro di sentirla, la ferita che si chiude

come un’assai arrugginita porta di garage, e posso ancora muovere

le mie membra viventi nel mondo senza troppo

dolore, posso ancora meravigliarmi di come la cagna corra diritta

verso i camioncini a rotta di collo giù

per la strada, perché lei pensa di amarli,

perché è sicura, senza alcun dubbio, che le chiassose

ruggenti cose la ameranno a loro volta, il suo piccolo soffice sé

vivificato dal desiderio di condividere il suo dannato entusiasmo,

sino a che io strattono il guinzaglio per salvarla perché

voglio che sopravviva per sempre. Non morire, dico,

e decidiamo di camminare un altro po’, gli storni

alti e frenetici sopra di noi, l’inverno che arriva per mettere

a giacere il suo cadavere freddo su questa piccola porzione di Terra.

Forse facciamo sempre sfrecciare il nostro corpo verso

la cosa che ci annienterà, implorando amore

dal frettoloso passare del tempo, e perciò forse,

come l’obbediente cagna alle mie calcagna, possiamo camminare insieme

pacificamente, almeno sino a che non arriva il prossimo camion.

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“Per una donna, il solo atto di scrivere o parlare in pubblico è un atto politico. Per lungo tempo la donna è stata confinata a un ruolo di procreazione e matrimonio, e null’altro. Esprimere se stessa tramite la scrittura è reclamare un ruolo che le è stato confiscato. Quest’atto è un mezzo di liberazione e un’arma che difende. Dare parola al suo dolore e al suo status sono modi di sconfiggere le sue drammatiche condizioni e di essere in carico del proprio destino. Essere consapevole della propria condizione, portare testimonianza, denunciare l’ingiustizia, concepire se stessa in altra maniera, cambiare le cose – tutto ciò può essere lo scopo di qualsiasi poeta, ma certamente è il mio.” Rachida Madani, scrittrice e poeta marocchina contemporanea, attivista femminista.

Anche le parole che seguono sono sue. Sono tratte dal suo libro “Tales of a Severed Head” (“Storie di una testa mozzata”), nello specifico da “The First Tale” (“La prima storia”) – le ho scelte per commemorare Fatima, che nel pomeriggio di domenica 25 novembre si è lanciata contro un treno in corsa a Pontedera. I giornali non la identificano con un cognome, era “una ragazza marocchina di 18 anni, incinta al terzo mese”. Fatima se n’era andata di casa per stare con un “fidanzato” – uso a maneggiar stupefacenti e con un divieto di dimora nel Comune di Pisa – che alla fine non voleva occuparsi del figlio in arrivo. Lei lo ha lasciato, ma pare che la famiglia non l’abbia riaccolta. Era sola. Ha cominciato a correre, ha corso sino all’impatto, violentissimo, che l’ha distrutta. Di lei resta una borsetta “con i documenti e pochi spiccioli”.

Lei è giovane, bella come un grappolo

primaverile

che tenta di fiorire per l’ultima volta

(…)

Ma il treno arriva

ma il ramo si spezza

ma di colpo sta piovendo nella stazione

nel mezzo della primavera.

E il treno emerge da tutte le direzioni

Fischia e attraversa direttamente la donna

per tutta la sua lunghezza.

Dove la donna sanguina, non ci sarà primavera

mai più.

Maria G. Di Rienzo

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(“Now it is fall”, di Edith Södergran (1892-1923), trad. Maria G. Di Rienzo. Edith, finno-svedese nata in Russia, contrasse la turbercolosi quando era adolescente e morì a soli 31 anni. Il suo impegno artistico, pienamente riconosciuto solo dopo la sua scomparsa, era attivamente incoraggiato dalla madre, con cui aveva un legame molto forte. Nell’immagine l’Autrice è con il suo gatto Totti.)

edith con totti

ORA E’ AUTUNNO

Quando tutti gli uccelli dorati

volano a casa al di sopra della profonda acqua azzurra,

sulla riva io siedo rapita dallo sparpagliato bagliore;

la partenza fruscia tra gli alberi.

Questo addio è immenso e la separazione si avvicina,

ma la riunione, quella è pure certa.

Con la testa sulle braccia mi addormento facilmente.

Sui miei occhi c’è l’alito di una madre,

dalla sua bocca al mio cuore:

dormi, bambina, e sogna ora che il sole se n’è andato.

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(“Say Grace”, di Emily Jungmin Yoon – in immagine- poeta contemporanea di origine coreana, trad. Maria G. Di Rienzo. E’ l’Autrice di due raccolte di versi, “Ordinary Misfortunes” (Tupelo Press 2017) e “A Cruelty Special to Our Species” (Ecco Books 2018). Sue poesie e traduzioni appaiono su varie riviste. Su “Say Grace” ha detto: “Ho scritto questa poesia pensando all’ipocrisia della fede – a come così spesso le dottrine religiose sono nate o sono centrate sulla sopravvivenza (survivalismo) ma sono diffuse e usate per uccidere e odiare – e al bisogno di mettere in discussione le nostre credenze, religiose o no, e la loro origine.”)

Emily Jungmin Yoon

RENDI GRAZIA

Nel mio paese le nostre sciamane erano donne

e i nostri dei molteplici sino a che la gente bianca portò

un’estasi di rosari e le nostre città oggi

scintillano di croci come cimiteri. Da bambina

alla scuola domenicale mi fu detto che sarei andata all’inferno (1)

se non avessi creduto in Dio. La nostra insegnante era una donna

le cui figlie volevano diventare suore e io chiesi

Che ne sarà dei bimbi e di Buddha, e lei disse

Sono all’inferno anche loro e così io mandai a memoria preghiere

e le recitavo di fronte a donne

in cui non credevo. Liberaci dal male.

O dolce Vergine Maria, amen. O dolce. O dolce.

In questo paese, che si dice cristiano,

cos’è più dolce dell’udire Abbi pietà

di noi. Da coloro che servono dei differenti. O

clemente, o amorevole, o Dio, o Dio, nel mezzo delle rovine,

nel mezzo delle acque, fuggente, fuggente. Liberaci dal male.

O dolce, O dolce. In questo paese,

indicate la luna, le stelle, indicate dove si trova il lago,

con una mano piena di piume,

e gli altri guarderanno le piume. E vi uccideranno per questo.

Se una parola per religione in cui non credono è magia

allora sia così, si abbia noi magia. Si abbia noi

le nostre proprie madri e sciarpe, i nostri spiriti,

le nostre sciamane e i nostri libri sacri. Teniamoci

le nostre stelle per noi e non pregheremo

nessuno. Mangiamo

ciò che ci rende sacre.

(1) Speravo che questa pratica, nel catechismo, si fosse attenuata, ma vedo che non è così. Avevo otto anni e facevo parte della platea di bambine/i aspiranti alla prima comunione quando il Vescovo in persona ci disse che se avessimo fatto la comunione in peccato l’ostia ci avrebbe tagliato la gola. Dopo aver partecipato forzatamente alla cerimonia non ho più messo piede in una chiesa se non da turista.

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