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Posts Tagged ‘poesia’

“Per una donna, il solo atto di scrivere o parlare in pubblico è un atto politico. Per lungo tempo la donna è stata confinata a un ruolo di procreazione e matrimonio, e null’altro. Esprimere se stessa tramite la scrittura è reclamare un ruolo che le è stato confiscato. Quest’atto è un mezzo di liberazione e un’arma che difende. Dare parola al suo dolore e al suo status sono modi di sconfiggere le sue drammatiche condizioni e di essere in carico del proprio destino. Essere consapevole della propria condizione, portare testimonianza, denunciare l’ingiustizia, concepire se stessa in altra maniera, cambiare le cose – tutto ciò può essere lo scopo di qualsiasi poeta, ma certamente è il mio.” Rachida Madani, scrittrice e poeta marocchina contemporanea, attivista femminista.

Anche le parole che seguono sono sue. Sono tratte dal suo libro “Tales of a Severed Head” (“Storie di una testa mozzata”), nello specifico da “The First Tale” (“La prima storia”) – le ho scelte per commemorare Fatima, che nel pomeriggio di domenica 25 novembre si è lanciata contro un treno in corsa a Pontedera. I giornali non la identificano con un cognome, era “una ragazza marocchina di 18 anni, incinta al terzo mese”. Fatima se n’era andata di casa per stare con un “fidanzato” – uso a maneggiar stupefacenti e con un divieto di dimora nel Comune di Pisa – che alla fine non voleva occuparsi del figlio in arrivo. Lei lo ha lasciato, ma pare che la famiglia non l’abbia riaccolta. Era sola. Ha cominciato a correre, ha corso sino all’impatto, violentissimo, che l’ha distrutta. Di lei resta una borsetta “con i documenti e pochi spiccioli”.

Lei è giovane, bella come un grappolo

primaverile

che tenta di fiorire per l’ultima volta

(…)

Ma il treno arriva

ma il ramo si spezza

ma di colpo sta piovendo nella stazione

nel mezzo della primavera.

E il treno emerge da tutte le direzioni

Fischia e attraversa direttamente la donna

per tutta la sua lunghezza.

Dove la donna sanguina, non ci sarà primavera

mai più.

Maria G. Di Rienzo

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(“Now it is fall”, di Edith Södergran (1892-1923), trad. Maria G. Di Rienzo. Edith, finno-svedese nata in Russia, contrasse la turbercolosi quando era adolescente e morì a soli 31 anni. Il suo impegno artistico, pienamente riconosciuto solo dopo la sua scomparsa, era attivamente incoraggiato dalla madre, con cui aveva un legame molto forte. Nell’immagine l’Autrice è con il suo gatto Totti.)

edith con totti

ORA E’ AUTUNNO

Quando tutti gli uccelli dorati

volano a casa al di sopra della profonda acqua azzurra,

sulla riva io siedo rapita dallo sparpagliato bagliore;

la partenza fruscia tra gli alberi.

Questo addio è immenso e la separazione si avvicina,

ma la riunione, quella è pure certa.

Con la testa sulle braccia mi addormento facilmente.

Sui miei occhi c’è l’alito di una madre,

dalla sua bocca al mio cuore:

dormi, bambina, e sogna ora che il sole se n’è andato.

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(“Say Grace”, di Emily Jungmin Yoon – in immagine- poeta contemporanea di origine coreana, trad. Maria G. Di Rienzo. E’ l’Autrice di due raccolte di versi, “Ordinary Misfortunes” (Tupelo Press 2017) e “A Cruelty Special to Our Species” (Ecco Books 2018). Sue poesie e traduzioni appaiono su varie riviste. Su “Say Grace” ha detto: “Ho scritto questa poesia pensando all’ipocrisia della fede – a come così spesso le dottrine religiose sono nate o sono centrate sulla sopravvivenza (survivalismo) ma sono diffuse e usate per uccidere e odiare – e al bisogno di mettere in discussione le nostre credenze, religiose o no, e la loro origine.”)

Emily Jungmin Yoon

RENDI GRAZIA

Nel mio paese le nostre sciamane erano donne

e i nostri dei molteplici sino a che la gente bianca portò

un’estasi di rosari e le nostre città oggi

scintillano di croci come cimiteri. Da bambina

alla scuola domenicale mi fu detto che sarei andata all’inferno (1)

se non avessi creduto in Dio. La nostra insegnante era una donna

le cui figlie volevano diventare suore e io chiesi

Che ne sarà dei bimbi e di Buddha, e lei disse

Sono all’inferno anche loro e così io mandai a memoria preghiere

e le recitavo di fronte a donne

in cui non credevo. Liberaci dal male.

O dolce Vergine Maria, amen. O dolce. O dolce.

In questo paese, che si dice cristiano,

cos’è più dolce dell’udire Abbi pietà

di noi. Da coloro che servono dei differenti. O

clemente, o amorevole, o Dio, o Dio, nel mezzo delle rovine,

nel mezzo delle acque, fuggente, fuggente. Liberaci dal male.

O dolce, O dolce. In questo paese,

indicate la luna, le stelle, indicate dove si trova il lago,

con una mano piena di piume,

e gli altri guarderanno le piume. E vi uccideranno per questo.

Se una parola per religione in cui non credono è magia

allora sia così, si abbia noi magia. Si abbia noi

le nostre proprie madri e sciarpe, i nostri spiriti,

le nostre sciamane e i nostri libri sacri. Teniamoci

le nostre stelle per noi e non pregheremo

nessuno. Mangiamo

ciò che ci rende sacre.

(1) Speravo che questa pratica, nel catechismo, si fosse attenuata, ma vedo che non è così. Avevo otto anni e facevo parte della platea di bambine/i aspiranti alla prima comunione quando il Vescovo in persona ci disse che se avessimo fatto la comunione in peccato l’ostia ci avrebbe tagliato la gola. Dopo aver partecipato forzatamente alla cerimonia non ho più messo piede in una chiesa se non da turista.

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Svelamento

“Sono una sopravvissuta al traffico sessuale e all’abuso organizzato. Scrivo, insegno e creo arte per onorare le bambine e i bambini che hanno perso la loro vita a causa di questo tipo di violenza. Ho scritto questa poesia per chi è sopravvissuto ed è in grado di raccontare la sua verità e per chi è sopravvissuto ma non è abbastanza al sicuro per raccontare la sua verità.”, Rachel Batya.

rachel

La poesia, la prima che Rachel ha pubblicato, è qui sotto (trad. Maria G. Di Rienzo)

Unveiling (Svelamento)

La verità ha cominciato a chiamarmi.

All’inizio, come un dolore muto,

si rigirava in me silenziosamente, premendo sulle mie viscere allo spuntar dell’alba.

La verità si è insediata negli angoli dei miei occhi.

La verità sta scorrendo sulle mie guance, senza parlare,

e cadendo nel ruscello del mio collo,

dentro le cavità che ho scavato sulle mie spalle.

La verità mi sta ricordando che la mia prima lingua

è stata sempre il pianto.

La verità sta implorando di essere ripescata da mani a coppa e tenuta vicina

così da non disperdersi attraverso gli spazi vuoti fra le mie dita

quando tu dici dubbio.

La verità è sempre in attesa

di essere invitata sulle mie labbra,

che le si chieda di uscire sulla mia lingua,

la verità aspettava di sussurrare

che questo corpo è stato usato come una necropoli,

come un piccolo cimitero per poveri

per il vostro retaggio di odio.

La verità si sta scavando fuori da sé ora,

dalle anche che avete aperto a strappo con tanta facilità,

dalla mascella che avete spezzato facendone una O, in una notte lontana.

Dalla curva di una spina dorsale, che ha potuto crescere solo piegata.

Benvenuti a questo sacro svelamento,

dove ciò che avete tentato di seppellire

rivela se stesso

sempre più chiaramente, ogni volta che piove.

Dove ciò che avete tentato di render parte di me

si erge fuori cantando – un reperto separato,

come un osso che forza se stesso fuori dalla terra

e supplica di essere conosciuto,

dopo una tempesta.

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Nomi collettivi

(“Collective Nouns for Humans in the Wild”, di Kathy Fish – in immagine – scrittrice e docente universitaria. Il suo prossimo libro “Wild Life: Collected Works from 2003-2018” uscirà nel 2019. Il presente testo ha ricevuto ampi riconoscimenti per il modo in cui coglie il fatto che la violenza relativa alle armi e agli omicidi di massa è diventata in qualche modo “comune”. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

kathy

NOMI COLLETTIVI PER UMANI IN LUOGHI SELVAGGI

Un gruppo di nonne è un affresco. Un gruppo di bimbi piccoli, è un giubilo (vedi anche: un coro di lamenti). Un gruppo di bibliotecari è un’illuminazione. Un gruppo di artisti figurativi è una bioluminescenza. Un gruppo di scrittori di storie brevi è un’apertura. (1) Un gruppo di musicisti è – una band.

Uno splendore di poeti.

Un segnale luminoso di scienziati.

Una zattera di salvataggio di assistenti sociali.

Un gruppo di paramedici soccorritori è ardimento. Un gruppo di dimostranti pacifici è sogno. Un gruppo di insegnanti per allievi dai bisogni speciali è trascendenza. Un gruppo di infermieri per terapia intensiva neonatale è divinità. Un gruppo di lavoratori per case di riposo, è grazia.

Umani in luoghi selvaggi, si riunivano e stavano bene, in precedenza un’euforia, ora: un bersaglio.

Un bersaglio quelli che vanno ai concerti.

Un bersaglio quelli che vanno al cinema.

Un bersaglio fatto di danzatori.

Un gruppo di scolaretti è un bersaglio.

(1) ndt.: Flannery nell’originale, un gioco di parole fra il termine che indica un’apertura a bridge e il nome della scrittrice statunitense Flannery O’Connor.

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“Siamo nate con le ali in un sistema patriarcale che si sforza di tracciare confini, costruire mura e forgiare gabbie.” – Guisela López

(trad. Maria G. Di Rienzo)

immagine di Laura Paris

Guisela López è nata nel 1960 in Guatemala. E’ femminista, laureata in Comunicazione Sociale, esperta in questioni di genere e poeta.

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Romanticismo

(“Romance” di Jessica J. Horowitz – in immagine – poeta contemporanea. Jessica è coreana di nascita e attualmente vive nel New England dove studia mitologia asiatica e scherma antica. Giudico la sua arguzia illuminante.)

jessica

“Romanticismo”

Tu dici di non credere ai fantasmi

ma sei più che disposto

a baciarmi sotto la luce

di stelle morte da lunghissimo tempo.

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