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Posts Tagged ‘poesia’

C’è una scuola statale, in Gran Bretagna, che si chiama “Oxford Spires Academy”, che non ha nulla di altisonante oltre il nome e dove gli/le studenti parlano fra loro più di 30 lingue. Ci lavora la professoressa e scrittrice Kate Clanchy (in immagine sotto questo paragrafo) che ha trascorso gli ultimi dieci anni insegnando poesia a bambini e ragazzi – in maggioranza rifugiati o migranti – per aiutarli a guadagnare fiducia in se stessi e a dar forma alle loro proprie narrazioni.

teacher kate

L’anno scorso, guidati da questa donna, gli alunni e le alunne hanno pubblicato un’antologia dal titolo “Inghilterra: Poesie da una scuola”, che ha ottenuto risonanza e lodi a livello nazionale. I due migliori studenti della scuola, una femmina e un maschio, sono anche vincitori di concorsi di poesia.

“Non c’era un grande piano al proposito. – ha spiegato Clanchy – Il successo è arrivato mentre andavamo avanti. E’ il modo in cui alcune scuole diventano famose per il cricket: noi siamo molto bravi a fare poesia.”

L’insegnante racconta di essersi trovata ad avere una scolaresca fatta di “rifugiati dalla guerra e rifugiati dalla povertà”, i cui retroscena di esperienze difficili e in cui avevano sperimentato o testimoniato violenza, davano origine a una serie di memorie e narrazioni taciute, spesso intrise di vergogna. Clanchy ha pensato giustamente che le ferite non curate si infettano – perciò, ha cominciato a guarirle con la poesia: “Penso sia particolarmente importante per i migranti raccontare le loro storie e avere il controllo su di esse. Le loro storie gli sono sottratte non appena arrivano, perché entrando nel paese devono attenersi a una versione precisa e da quella non possono deviare. Molto spesso le narrano in una lingua diversa, mentre hanno paura, e le loro storie finiscono per essere distorte in diversi modi. La poesia ha un’importanza speciale in moltissime tradizioni, per esempio in Afghanistan, soprattutto per le donne: si parlano l’una con l’altra in versi, fanno giochi e gare con la poesia. Perciò, se tu dai modo a queste persone di raccontare le loro storie con la poesia permetti loro di parlare e di essere ascoltate. I miei studenti rifugiati arrivano in una scuola accogliente in cui possono parlare, in cui la poesia permette loro di parlare e l’intera istruzione che ricevono li autorizza a parlare, a essere ascoltati, ad ascoltare gli altri. La scuola è la comunità, e la scuola è l’Inghilterra.”

Nel 2013, l’insegnante creò un club di poesia per un piccolo numero di “ragazze straniere molto riservate”, appena arrivate a scuola, che si riuniva al giovedì per parlare e scrivere. Nei successivi cinque anni, il gruppo produsse lavori che sono stati inondati da premi e riconoscimenti in tutta la nazione.

Da allora, racconta Clanchy, lei ha potuto vedere le ragazze fiorire. Una è avvocata; una si è diplomata con il massimo dei voti e ora studia lingue, inglese e scrittura creativa all’università; sempre all’università ce n’è un’altra che ha vinto una borsa di studio per rifugiati e un’altra ancora che si sta laureando in scienze politiche. Le restanti due stanno studiando per diventare insegnanti.

“Non c’è bisogno che la poesia sia il loro focus e non devono necessariamente diventare scrittrici: la poesia dà solo loro un diverso tipo di fiducia in se stesse. E’ nelle loro vite e ancora la leggono e la creano, le ha aiutate ad acquisire sicurezza e cambiamento. Penso sia semplicemente qualcosa che hanno il diritto di avere.”

Maria G. Di Rienzo

Quella che segue è una composizione di Amineh Abou Kerech, che è arrivata in Gran Bretagna e alla scuola suddetta dalla Siria, nel 2014. Oggi scrive poesia nella propria lingua e in inglese: in ciò che sto per tradurvi Amineh parla al Mediterraneo.

I giorni passano, ma il passato non si muove

In passato

andavo al mare

per camminare sulla sabbia dorata

per ricevere ciò che il mare mandava dalle acque profonde, fuori nello spazio vuoto: conchiglie, ostriche, ogni cosa bella che veniva dall’interno del suo cuore abissale,

e guardare tutto come fosse un dipinto appeso al muro.

Mare, come e perché hai cominciato a mandare pezzi

da dentro di te: barche rotte, gente morta, vestiti,

scarpe, giubbotti di salvataggio lacerati e rivoltati?

Ma il Mare non ha risposto. Io ho detto:

Tu hai rubato sogni. Giù sui fondali

hai rubato bambini, come se fossi affamato, hai continuato a mangiare

senza mai dire sono sazio.

Ma il Mare ancora non ha risposto. Io ho detto:

Mare, dimmi quanto grande è la tua terra,

quanto profonda è la tua acqua, quanto vasto è il fondale che

può sistemare milioni di esseri umani morti.

E ancora il Mare non ha risposto. Io ho detto:

Mare, spero che un giorno tornerai a questo mondo

come una madre che salva il suo piccolo dal pericolo.

E il Mare non aveva nulla da dire.

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Benzina

(“The Girl Becomes Gasoline” – “La ragazza diventa benzina”, di Reagan Myers, poeta contemporanea. Con questo pezzo ha vinto il Grand Slam di poesia un paio di anni fa: è la persona più giovane ad aver conseguito il titolo. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

reagan

Una serie di cose che mi sono successe sugli aeroplani:

come bambina con la chinetosi (1), ho vomitato durante i primi otto voli intrapresi.

In viaggio per Amarillo, ho vomitato sul mio sedile.

In viaggio per la California, ho vomitato su mia sorella.

In viaggio per New York, ho vomitato di fronte alla porta del bagno.

L’anno scorso, ero seduta accanto a un uomo in un abito a tre pezzi che rimproverava a voce alta le assistenti di volo perché le sigarette elettroniche non dovevano essere considerate come fumare.

Perché avevi un abito formale su un aeroplano?

A sentirti eri uno stronzo!

E sembravi starci scomodo.

Durante i miei ultimi tre voli, ero seduta di fronte all’obbligatorio bimbo urlante dell’aereo.

Forse è un bimbo stanco.

Forse sono io quella che davvero sta urlando.

Forse è mia sorella coperta di vomito che viaggia nel tempo per perseguitarmi.

Sull’ultimo volo, mi sono addormentata vicino a un uomo che somigliava a mio padre e ciò significa che non ero preoccupata.

Mi sono svegliata al suo anulare che scavava nel mio girovita.

Le sue mani sulla mia coscia come ospiti indesiderate.

In momenti come questi mi viene più da sputare che da fare una bufera.

Mi sento più candela che falò.

Il mio amico Greg dorme indisturbato dietro di me.

Ben sta parlando con la donna accanto dei nipotini di lei.

E io, al centro di questo aeroplano, sto prendendo troppo spazio con il solo esistere.

Mi sto scusando con l’uomo vicino a me nella speranza che questo sia tutto.

Che tu non mi segua fuori dall’aereo sino alla mia prossima uscita, come fece l’uomo mentre ero in viaggio per Denver

O mentre ero in viaggio per Minneapolis

O mentre stavo tornando a casa

O mentre viaggiavo per il paese.

Un uomo sta reclinando il suo sedile sul grembo di mia sorella 14enne

Le sta urlando contro per le sue gambe

Per il fatto che ha un corpo.

Oppure il modo in cui il ragazzo nella mia classe di geologia mi segue di sedile in sedile

Ignora le file vuote

Mette il suo braccio sul mio

Scambia il mio raggrinzirmi per un permesso –

che è come dire che il mio corpo è troppo donna per significare davvero qualcosa

E’ troppo donna per essere considerato una minaccia

E’ troppo donna per aver io diritti sul mio proprio spazio

O per aver diritti del tutto.

Non so quando sono diventata uno spazio da riempire

La mia coscia, locazione aperta

Il mio collo, pozzo dei desideri

Il suo respiro caldo, una moneta

Una pretesa gettata dentro di me.

Perciò sappiate questo:

Ogni mano indesiderata, benzina

Ogni mano che tocca, pietra focaia

Ogni volta in cui un uomo si prende il mio spazio, sta giusto attizzando la fiamma

E una scintilla attizzata abbastanza brucerà al suolo l’intera casa.

(1) mal d’auto, mal di mare e in questo caso mal d’aereo.

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Queste parole sono dedicate a coloro che sono sopravvissuti

perché la vita è natura selvaggia e loro erano selvatici

perché la vita è un risveglio e loro erano allerta

perché la vita è una fioritura e loro sono sbocciati

perché la vita è una lotta e loro hanno lottato

perché la vita è un dono e loro erano liberi di accettarla

Queste parole sono dedicate a coloro che sono sopravvissuti

irena

Brano tratto da “Bashert” (“ba-shert”, in yiddish “inevitabile” o “pre-destinato”), di Irena Klepfisz. Irena (in immagine qui sopra) è un’Autrice lesbica ebrea e un’attivista. E’ nata il 17 aprile 1941 nel Ghetto di Varsavia, da cui suo padre la fece uscire clandestinamente assieme alla madre all’inizio del 1943: Irena finì in un orfanotrofio cattolico, mentre la madre, grazie a documenti contraffatti, lavorava come domestica per una famiglia polacca. Il padre di Irena morì quello stesso anno durante la Rivolta del Ghetto di Varsavia. Madre e figlia si riunirono subito dopo e si nascosero in campagna, aiutate da contadini locali; a guerra finita si trasferirono prima in Svezia nel 1946 e poi negli Stati Uniti nel 1949.

chris e melania

Queste due giovani donne sono una coppia, Chris e Melania, e vivono a Londra. Il 30 maggio scorso hanno preso un autobus notturno diretto a Camden Town dove abita Chris. Melania affida al web il resoconto di quella serata: “Dobbiamo esserci scambiate un bacio o qualcosa del genere, perché questi tipi hanno cominciato a darci addosso. Ce n’erano almeno quattro. Hanno cominciato a comportarsi da hooligans, chiedendoci di baciarci così che loro potessero godersi la vista, ci chiamavano lesbiche e descrivevano posizioni sessuali. Non ricordo esattamente l’intero episodio, ma la parola “forbici” mi si è impressa in mente. C’eravamo solo noi e loro a bordo. Nel tentativo di sdrammatizzare la situazione ho cominciato a scherzare. Ho pensato che così avrebbero finito per andarsene. Chris ha anche finto di stare male, ma loro hanno continuato a molestarci, a lanciarci monetine e a diventare sempre più entusiasti della faccenda. Di colpo, Chris era nel mezzo dell’autobus a difendersi da loro. D’impulso l’ho raggiunta e l’ho vista con la faccia sanguinante mentre tre di loro la picchiavano. L’ultima cosa che ricordo è di essere stata presa a pugni. Sono rimasta stordita alla vista del mio sangue e sono caduta all’indietro. Non ricordo se ho perso i sensi o no. Improvvisamente l’autobus si è fermato, c’era la polizia e io sanguinavo dappertutto. Le nostre cose sono state rubate. Non so ancora se il mio naso è rotto e non sono stata in grado di andare al lavoro (1), ma quello che mi disturba di più è che LA VIOLENZA E’ DIVENTATA UNA COSA NORMALE, che a volte è necessario vedere una donna che sanguina dopo essere stata presa a pugni per sentire di aver fatto impressione. Io sono stanca di essere presa per un OGGETTO SESSUALE, o di scoprire che queste situazioni sono comuni, degli amici gay che sono stati picchiati senza motivo. Noi dobbiamo sopportare molestie verbali e VIOLENZA SCIOVINISTA, MISOGINA E OMOFOBICA perché quando ti difendi succedono schifezze come questa. Tra l’altro, sono grata a tutte le donne e gli uomini nella mia vita che comprendono come AVERE LE PALLE SIGNIFICHI QUALCOSA DI TOTALMENTE DIVERSO. Spero solo che in giugno, il mese del Pride, cose come queste siano raccontate ad alta voce di modo che SMETTANO DI ACCADERE.”

Quando la violenza diventa il modo usuale e normalizzato di esistere nel mondo, il passo successivo sono i Ghetti. Non possiamo restare a guardare e aspettarlo passivamente. Maria G. Di Rienzo

(1) Melania Geymonat, di origine uruguayana, ha 28 anni ed è assistente di volo. Le maiuscole del testo sono sue.

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Sto per andare a votare. Insegnanti e studenti censurati, giornalisti picchiati dalla polizia, diritti negati, corruzione imperante; crescono morti sul lavoro, crescono violenza contro le donne, violenza nella società e violenza nelle relazioni interpersonali. Sto per andare a votare perché voglio un’altra Italia e un’altra Europa.

I Love Europe

Sto per andare a votare perché vedo i segnali d’allarme e non posso sottovalutarli. Voglio avere il coraggio di guardare negli occhi la paura di un nuovo totalitarismo – e sconfiggerla. Spero che voi facciate altrettanto. Maria G. Di Rienzo

Quando danzavamo insieme

eravamo angeli

le nostre ali erano argento

le nostre ali erano madreperla

e danzavamo

Parlavamo in molte lingue

e danzando cantavamo

cantavamo del miele sulla strada

cantavamo della gioia del popolo

cantavamo di pace

Ora chiudiamo i confini

escludiamo lo straniero

rifiutiamo i nostri fratelli

puniamo le nostre sorelle

scuotiamo le teste

C’è ghiaia nelle nostre bocche

non diciamo alcuna cosa gentile

non abbiamo ali

non danziamo

Cosa siamo diventati?

(Peter Ulric Kennedy, “After the Fall” – “Dopo la caduta”, trad. M.G. Di Rienzo.)

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birthday of the world

“Al compleanno del mondo

comincio a considerare

ciò che ho fatto e lasciato

da fare, ma quest’anno

non molta ricostruzione

della mia perennemente danneggiata

psiche, il puntellare amicizie

consumate, lo smaltimento

di monconi di vecchi risentimenti

che rifiutano di marcire per conto proprio.

No, quest’anno voglio chiamare

me stessa alla sfida su quanto

ho fatto e non ho fatto

per la pace. Quanto ho

osato nell’oppormi?

Quanto ho rischiato

per la libertà?

Per la mia e quella altrui?

Mentre queste libertà sono sbucciate,

affettate e fatte a dadini, dove

ho parlato apertamente? Chi

ho tentato di convincere? In

questa sacra stagione, io dichiaro

me stessa colpevole di ignavia

in un periodo in cui le bugie strozzano

la mente e la retorica

piega la ragione in striscianti

pitoni strangolatori. Qui

io mi ergo davanti ai cancelli

che si stanno aprendo, con il fuoco che abbaglia

i miei occhi, e mentre avvicino

ciò che mi giudica, giudico

me stessa. Datemi armi

di distruzione minima. Fate che

le mie parole si mutino in scintille.”

(Marge Piercy, “The Birthday of the World”, tratto da The Crooked Inheritance, 2006. https://margepiercy.com/ Trad. Maria G. Di Rienzo)

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Liberazione,

guidaci in avanti.

Attraverso le sabbie del tempo e della polvere.

Bella Crow (poeta contemporanea inglese, trad. Maria G. Di Rienzo)

Buon 25 aprile, che (promemoria per ministri) non è la “festa dei comunisti” o una sfida a bandierine, ma il giorno in cui ci siamo liberati dall’infamia del nazifascismo

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Update serale: “(…) se non ti piace il Natale, la cattedrale, Gesù bambino, il crocifisso, torna a casa tua…”. – Salvini, Monreale, 25 aprile 2019.
Quindi, queste sono le nuove “regole” secondo il Ministro dell’Interno.
Il problema è che io sono nata in Italia. E non mi interessano natali, cattedrali, cristo infante o cristo adulto torturato: spesso il loro uso (come in questo caso) non mi piace proprio. Credo sia del tutto legittimo, giacché la mia libera espressione è parte delle garanzie date ai cittadini italiani dalla Costituzione repubblicana.
Sono ancora cittadina italiana? Qual è casa mia? Dove dovrei “tornare”? Se confrontiamo positività e negatività dell’impatto socioculturale mio e di questo tizio, per quanto poco rilevante io sia, credo sarebbe meglio se le valigie le facesse lui.

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Eva e Lilith

(di Michelene Wandor, trad. Maria G. Di Rienzo. Michelene Wandor è una drammaturga, poeta, scrittrice, storica, saggista, insegnante e musicista nata nel 1940. Figlia di immigrati ebrei russi, vive in Gran Bretagna. E’, fra l’altro, la curatrice della prima antologia britannica sul Movimento di Liberazione delle Donne “Body Politic” (1972) e di “Once a Feminist” (1990). Il gruppo con cui suona musica barocca e rinascimentale si chiama “The Siena Ensemble”.)

Lilith And Eve In Eden di Karla Gudeon

Eva a Lilith

non mi fraintendere – non ho nulla contro le prime mogli

bene, allora lo hai portato a letto

per prima; questo è semplicemente

un fatto della vita

che ti ha portato a conoscere

tutte le sue piccole abitudini, come

il mettersi le dita nel naso

quando legge a letto

ma con te questo non lo fa?

capisco

non sono gelosa. io non credo

nella gelosia e ciò in cui non credo

non mi ferisce. Ma dimmi

onestamente, cos’hai fatto al pover’uomo?

E’ un disastro da quanto è nervoso.

Non riesce a confrontarsi con il suo capo, ha

dolori persistenti al fianco –

voglio dire, qualcosa dev’essere accaduto

per lasciare su un uomo

così tante cicatrici.

Mi ha raccontato quanto eri bella.

Il tipo scuro, drammatico.

Di solito non parla di te

ma quando noi – be’, molto tempo fa –

quando – di notte –

noi – al buio, sempre –

lui era solito chiamare il tuo nome

in un determinato momento

Non sono affari miei ma devi aver fatto qualcosa di davvero speciale

perché un uomo ti ricordi così

Lilith a Eva

Gli ho solo detto “no”.

E’ stato allora che mi ha dato

la sua attenzione

per la prima volta.

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