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Posts Tagged ‘poesia’

Guaritrice

(“Medicine Woman”, di Molly Remer – poeta, femminista e sacerdotessa contemporanea. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

Woman healer

Colei che guarisce

Tendendo all’esterno

forti mani

duttili polsi

tocco purificante

mette la tua mano nelle sue

e tu la senti…

Energia

che passa dall’una all’altra

canale di grazia

e riparazione.

Reintegrazione

La Donna Medicina ti ricorda

di dormire quando sei stanca

di mangiare quando hai fame

di bere quando hai sete

e di danzare

senza ragione alcuna.

La Donna Medicina

Lascia che fasci le tue ferite

che applichi balsamo alla tua anima

che ti tenga stretta

contro la sua spalla

quando hai bisogno di piangere.

La Donna Medicina

guaritrice della Terra

Lei è pronta ad abbracciarti.

(Ndt. La gente comune, in tutto il mondo, ha fatto affidamento per lunghissimo tempo sulle capacità delle guaritrici popolari. Erano spesso chiamate “donne sapienti” o “sagge” e possedevano una conoscenza medica basata essenzialmente sull’erboristeria, passata di generazione in generazione. Trattavano ogni tipo di malattia o disagio, in uomini e donne e animali, e il loro metodo diagnostico era basato sulla convinzione che l’esistenza umana fosse inestricabilmente collegata al resto della natura e delle creature viventi. Purtroppo ne abbiamo bruciate un po’ troppe sui roghi, ma alcune delle loro “ricette” sopravvissute includono gli esatti ingredienti naturali che compongono numerosi medicinali moderni.)

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Le anime delle donne

(“The Memory of Snow”, di Wren Tuatha, poeta contemporanea. Trad. Maria G. Di Rienzo. Wren ci tiene a far sapere che vive su una montagna in California, “seguita da capre scettiche”.)

dipinto di elizabeth catlett

IL RICORDO DELLA NEVE

Le anime delle donne fluttuano proprio a livello del terreno

come se camminassero sul ricordo della neve.

Pronte a essere aria se colpite, acqua se prese a calci,

pietra se insultate, fuoco se ignorate.

Le anime delle donne ridono leggermente nella maggior parte dei momenti,

illuminando punti precisi sulla pelle. Ti fa

venir voglia di toccare. Sacerdotesse e vestiti da festa.

E così tocchi. Scioccata dal trovare carne, tu

noti un brutto ricordo. Presto ogni donna diventa

la stessa donna e la sua anima è amara luce di lampada,

amara, insaziabile luce di lampada.

Le anime delle donne hanno le vertigini e vanno in estasi

con l’arte e la luna e gli incontri d’affari. Esse

circondano le sorelle amareggiate e fluttuano proprio a livello del terreno

come se camminassero sul ricordo della neve.

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Il mio sangue

pride flags

abominio.

perversione.

satanica.

meglio morire che essere gay.

e la mia personale favorita,

“per favore ucciditi, disgustosa fica lesbica”.

io porto queste frustate sulla schiena,

ma il sangue che da esse spilla è più puro

di qualsiasi fiala d’acqua santa dei preti.

perché il vostro “dio” è un falso fuoco, che ruggisce per distruggere.

(tratto da: “This Isn’t Me Anymore”, di Bailey Workman, poeta contemporanea e studente universitaria, trad. Maria G. Di Rienzo. Il testo è privo di maiuscole nell’originale.)

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Siete stati avvisati

(“Warning”, di Jenny Joseph, poeta inglese nata il 7 maggio 1932. Questa è la sua poesia più famosa e la scrisse nel 1961. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

warning

AVVERTIMENTO

Quando sarò una vecchia donna vestirò di viola

con un cappello rosso non adatto e che non fa per me.

E spenderò la pensione in brandy e guanti estivi

e sandali di seta, e dirò che non ci sono soldi per il burro.

Mi siederò sul marciapiede quando sarò stanca

e mi ingozzerò degli assaggi nei negozi e suonerò segnali d’allarme

e farò scorrere il mio bastone fra le pubbliche rotaie

e andrò in pari per la moderazione della mia gioventù.

Uscirò in ciabatte nella pioggia

e prenderò fiori da giardini altrui

e imparerò a sputare.

Puoi indossare camicie terribili e aver attorno un po’ più di grasso

e mangiare tre libbre di salsicce in una volta

o solo pane e sottaceti per una settimana

e accumulare penne e matite e sottobicchieri e altre cose nelle scatole.

Ma ora dobbiamo avere vestiti che ci tengano asciutti

e pagare l’affitto e non bestemmiare in strada

e dare un buon esempio ai bambini.

Dobbiamo avere amici a cena e leggere i giornali.

Ma forse dovrei fare un po’ di pratica già adesso?

Così la gente che mi conosce non sarà troppo sconcertata e sorpresa

quando di colpo sarò vecchia, e inizierò a vestire di viola.

detto e fatto

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Dal primo giorno

great lesson

Qual è la più grande lezione che una donna dovrebbe apprendere?

Che sin dal primo giorno, lei aveva già tutto

ciò di cui necessitava dentro di sé. E’ il mondo ad averla

convinta che non lo aveva.

– Rupi Kaur (trad. Maria G. Di Rienzo)

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Nelle scorse settimane, mentre “infuriava il dibattito” – leggi: mentre i politici si insultavano reciprocamente – sulla legge elettorale italiana mi è tornata in mente questa poesia. E’ del 1992 e la scrisse la scultrice e fotografa Zoe Leonard (nata nel 1961) ispirata dalla corsa alla presidenza degli Usa di un’altra artista, la poeta Eileen Myles (nata nel 1949). La poesia circolava così come la vedete nell’immagine qui sotto, in manifesti appiccicati ai muri e fotocopie distribuite a mano e recitata come un passaparola. Eileen all’epoca non diventò Presidente: la persona descritta da Zoe è ancora la persona che io non ho mai visto raggiungere una posizione di potere in ambito politico, è ancora la persona che le liste elettorali non presentano mai e che non mi si permette di votare.

Una persona che conosce abbastanza la vita, la mia vita e la vostra, da non permettersi di sputarci in faccia ogni volta in cui apre bocca, di trattarci come sudditi imbecilli ogni volta in cui vara un provvedimento, di salire la scala sociale schiacciando sempre altri nel fango. Maria G. Di Rienzo

zoe leonard poem

Voglio una lesbica come presidente. Voglio una persona

con l’aids come presidente e voglio un finocchio come

vice presidente e voglio qualcuno privo

di assistenza sanitaria e voglio qualcuno che sia cresciuto

in un posto dove la terra è così satura

di rifiuti tossici che non ha avuto

scelta se non prendersi la leucemia. Io voglio

un presidente che abbia abortito a sedici anni e

voglio un candidato che non sia il minore fra due

mali e voglio un presidente che abbia perso il suo

ultimo amore per l’aids, che ancora lo vede

nei propri occhi ogni volta in cui si stende per riposare,

che abbia tenuto il suo amore fra le braccia sapendo

che stava per morire. Voglio un presidente senza

aria condizionata, un presidente che ha fatto

la fila all’ospedale, alla motorizzazione, all’ufficio

assistenza e sia stato disoccupato e licenziato e

molestato sessualmente e assalito perché gay e deportato.

Voglio qualcuno che abbia passato la notte

in un cimitero e a cui sia stata messa una croce in fiamme sul prato e

che sia sopravvissuto allo stupro. Voglio qualcuno che sia stato

innamorato e ferito, che rispetti il sesso, che abbia

fatto errori e imparato da essi. Voglio una

donna nera come presidente. Voglio qualcuno con

denti malmessi e carattere, qualcuno che

abbia mangiato il cibo fetente dell’ospedale, qualcuno

che abbia indossato abiti dell’altro sesso e assunto stupefacenti e

sia stato in terapia. Voglio qualcuno che abbia commesso

disobbedienza civile. E voglio sapere perché questo

non è possibile. Voglio sapere quando abbiamo cominciato

ad apprendere da qualche parte lungo la strada che un presidente

è sempre un pagliaccio: sempre un puttaniere e mai

una puttana. Sempre un capo e mai un lavoratore,

sempre un bugiardo, sempre un ladro e mai arrestato.

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cosima 1 e 2

Cosima Herter (a destra nell’immagine) è la persona reale a cui si ispira il personaggio di Cosima (Tatiana Maslany, a sinistra) nello sceneggiato Orphan Black, nonché consulente scientifica di quest’ultimo. Quest’anno, i titoli della quinta e ultima stagione delle serie Cosima Herter li ha scelti a partire da una poesia di Ella Wheeler Wilcox (1850 – 1919), “Protest” – “Protesta”.

Il 10 giugno u.s., in un lungo e appassionato articolo per il sito ufficiale della rete televisiva BBC America, ha spiegato il perché. Dopo aver raccontato che ogni volta in cui come scrittrice prova scarsa di fiducia in se stessa o mancanza di ispirazione si rivolge abitualmente alla poesia e che quella citata in particolare la commuove da quando era adolescente, Cosima Herter dice:

“Sentivo che, per la stagione conclusiva di Orphan Black, i titoli dovevano essere meno specificatamente scientifici o teorici (…) ma inclusivi di alcuni dei temi più importanti – almeno per me – che fanno da sottotesto all’intero show: l’autonomia corporea, l’avere una propria agenda politica e personale, la resistenza continuata all’oppressione e all’autorità ideologica, il coraggio, la speranza e il cambiamento. (…)

Io sono stata la prima e l’unica figlia della mia famiglia a essere nata in Canada. I miei genitori, nati in America e figli loro stessi di immigrati della classe lavoratrice, si trasferirono in Canada come obiettori di coscienza poco prima che mia madre mi mettesse al mondo nel 1970. Mi è stato insegnato a mettere in discussione l’autorità, sono stata guidata a pensare in modo critico, spinta ad aprire cuore e mente a idee che stavano fuori dal convenzionale e generalizzato sistema educativo. “Volevo qualcosa di meglio per i miei figli.”, mi diceva spesso mia madre, ora deceduta. Si lamentava del fatto che avrebbe voluto altri bambini “Ma tu, Cosima, sei stata l’ultima.” Mi raccontò che io ero nata con un parto cesareo e che mentre lei era anestetizzata era stata sterilizzata senza che ne fosse consapevole o che avesse dato il proprio consenso. Quando fu conscia di cos’era accaduto, la spiegazione che le diedero fu che aveva “già troppi bambini e a stento poteva dar loro sostentamento nelle sue condizioni” (economiche, ndt.) Io ero la quarta figlia. Nonostante la faccenda fosse illegale, mia madre ebbe la sensazione di non potersi opporre, che non vi fosse luogo ove presentare una lamentela e nessuno a cui appellarsi per avere aiuto. Non poteva protestare.

La donna con cui vivo è immigrata in Canada da bambina; l’inglese è la sua seconda lingua e proviene da una fede con una lunga e violenta storia di persecuzione. (…) Abbiamo passato più di una notte tentando di riconciliare le storie delle nostre famiglie con i nostri attuali privilegi dell’avere la possibilità di vivere in un luogo relativamente sicuro, dell’avere il diritto civile di amare una compagna che abbiamo scelto, dell’avere autonomia corporea, diritto di voto, di possedere cose, di accedere all’istruzione, di essere donne indipendenti, di riunirci in dimostrazioni pubbliche contro la tirannia e l’avidità.

Questi sono privilegi nati dalle schiene di coloro che hanno protestato prima di noi – e di quelli che continuano a protestare – che si sono riuniti in dimostrazioni e ancora si riuniscono sotto la minaccia del carcere e della morte, che si sono sollevati insieme nel convincimento che la protesta è importante, che hanno rifiutato di rimanere in silenzio, che hanno osato parlare contro le ingiustizie.

“La protesta – mi ha sussurrato una sera (la donna di cui sopra, ndt.) non riguarda semplicemente il presente. La protesta riguarda l’avere fiducia in un futuro diverso, meno oppressivo, che dev’essere ancora immaginato.” E’ la ragione per cui lei e io abbiamo le opportunità che abbiamo. E’ la ragione per cui lei e io ci uniamo a manifestazioni pubbliche per lottare al fianco delle nostre sorelle e fratelli. E’ la voce della nostra angoscia e la voce della nostra speranza. La protesta non è solo il tentativo di frantumare le strutture esistenti di diseguaglianza, ma la perseveranza verso un futuro differente.” Maria G. Di Rienzo

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