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Posts Tagged ‘poesia’

(due composizioni senza titolo della poeta indiana contemporanea Sonia Motwani, in immagine sotto, trad. Maria G. Di Rienzo. Sonia è l’autrice del libro di poesia “Silent Defiance” – “Sfida Silenziosa”, si dichiara fermamente convinta del potere insito nell’amore di sé e nella capacità della poesia di dare sollievo e guarigione. Il suo account su Instagram si chiama “Poesie femministe”.)

Devi a te stessa

delle scuse.

Delle scuse per

esserti considerata

meno che magica.

sonia

La guerra

che fai contro la tua pelle

spezzerà

le tue stesse ossa.

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books

Care e cari,

spesso mi chiedete suggerimenti su come pubblicare, come contattare case editrici, eccetera. L’ultimo appello in questo senso è di ieri e qui rispondo a esso e a tutti gli altri: purtroppo non ho soluzioni, altrimenti le condividerei assai volentieri.

Le grandi casi editrici italiane hanno via via smesso di servirsi di lettori professionisti per giudicare se pubblicare un libro o meno, nella piccole/artigianali – che spesso esistono unicamente per rendere su carta le passioni dei loro proprietari – non li hanno mai avuti.

Il libro, in Italia, è ormai un prodotto secondario di un “successo” in altri campi.

Perciò nel nostro paese esistono solo queste opzioni:

– conoscere qualcuno in una casa editrice che dica “Sai, è la figlia / il nipote di Tizio e no, il testo non l’ho letto, ma insomma potremmo…” eccetera;

– avere una presentazione o una raccomandazione da persona nota: la fantasy e la fantascienza (e persino la poesia) di serie C pubblicate in Italia rispondono per un buon 90% a questo criterio: quando apro un libro di fantasy e le prime parole che leggo sono di Bruno Vespa che raccomanda chi l’ha scritto – perché ovviamente è un esperto anche di letteratura fantastica, no? – so già che il testo non ha speranza. Per essere il più obiettiva possibile sfoglio di solito anche l’incipit ma sino ad ora ho solo avuto conferma di valore zero incartato in curatissime copertine;

– essere una persona nota: sono numerosi i casi patetici di persone che nemmeno scrivono in italiano ma pubblicano e addirittura curano settori editoriali (Di Battista);

– pubblicare a pagamento, cosa che io non ho mai fatto ne’ farò in futuro. Scrivere è per me un immenso piacere ma non è diverso da qualsiasi altro lavoro: comporta impegno, attenzione, anche fatica, e se remuneriamo un bravo idraulico che ama la propria professione non capisco perché chi scrive invece di condividere questa sorte debba aprire lui/lei il portafoglio;

– autopubblicare online: molto probabilmente non diventerete famosi e sicuramente non ci guadagnerete granché, ma almeno creerete l’opportunità di ampliare la cerchia dei vostri lettori;

– tradurre i vostri testi in inglese e mandarli a case editrici britanniche / statunitensi: che ancora, in maggioranza, i lettori professionisti li hanno e che, sempre in maggioranza e a differenza delle case editrici italiane, in caso di rigetto hanno almeno la cortesia di rispondervi “Ci dispiace, ma il suo libro non risponde alle nostre esigenze editoriali”.

Infine, anche se è terribile, la verità è questa: in Italia non ha nessuna importanza il fatto che scriviate in modo corretto, scorrevole, creativo e appassionante per essere riconosciuti/e come scrittori/scrittrici. L’unica altra idea che mi viene in mente per superare l’ostacolo è metterci insieme e aprire noi una casa editrice. Vogliamo pensarci?

Maria G. Di Rienzo

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Sei fuggita dalla gabbia.

Le tue ali sono completamente distese.

Ora vola.

Rumi

free as a bird

“Una donna deve continuamente osservarsi. E’ quasi sempre accompagnata di continuo dalla sua propria immagine di se stessa. Mentre cammina attraversando una stanza o mentre sta piangendo la morte di suo padre, può a stento evitare di figurarsi mentre cammina o piange. Dalla più tenera infanzia è stata istruita e persuasa a ispezionarsi costantemente. E quindi arriva a considerare sorvegliante e sorvegliata dentro di sé come i due elementi costituenti seppure sempre distinti della sua identità di donna. Deve ispezionare tutto quel che è e tutto quel che fa perché il modo in cui appare agli uomini è di cruciale importanza per ciò che normalmente si intende come successo nella sua vita. La sua sensazione di essere in se stessa è soppiantata dalla sensazione di essere apprezzata come se stessa da un altro.”

John Berger in “Ways of Seeing” (in italiano “Questione di sguardi”, ma io ho tradotto direttamente dall’originale, che è online), 1^ edizione 1972.

Qualcuno giudica il vivere in questo modo desiderabile? Oppure “una libera scelta”? O, ancora, qualcosa di “naturale”? Per come la vedo io è galera – e nessuno riuscirà a convincermi che star dentro a una gabbia sia divertente, sano, sexy e così via.

Maria G. Di Rienzo

P.S. John Berger è un uomo, non lo pseudonimo di una femminista, il che dimostra una volta di più che anche voi schiumanti odiatori machisti potreste farcela e tornare a essere completamente e splendidamente umani. Vi aspettiamo a braccia aperte.

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“Ricorda cosa devi fare

quando ti svalutano,

quanto pensano

che la tua mitezza sia la tua debolezza,

quando trattano la tua cortesia

come se fosse un loro vantaggio.

Tu risvegli

ogni drago,

ogni lupo,

ogni mostro

che dorme dentro di te

e ricordi loro

che aspetto ha l’inferno

quando indossa la pelle

di un gentile essere umano.”

Nikita Gill, giovane poeta indiana-inglese contemporanea.

(Altri suoi versi e pensieri su:

https://lunanuvola.wordpress.com/2018/06/27/esistere-resistere/

https://lunanuvola.wordpress.com/2017/11/21/le-persone-non-nascono-tristi/ )

Questa è la mia dedica di ringraziamento e apprezzamento all’iniziativa “Odiare ti costa”, lanciata il 22 luglio u.s. dall’avvocata Cathy La Torre, dello studio WildSide, e dalla filosofa Maura Gancitano del collettivo Tlon, per perseguire in sede civile diffamazioni e minacce veicolate tramite web, in particolare usando i social media. Un gruppo di esperti esamina le segnalazioni inviate a odiareticosta@gmail.com, ne analizza l’autenticità e offre gratuitamente la propria consulenza per eventuali procedimenti legali.

“Se il diritto di critica – ha detto alla stampa Cathy La Torre – la libertà di opinione, la libertà di dissenso, anche aspro, duro, netto, schietto, sono diritti sacri e inviolabili, la diffamazione, l’ingiuria, la calunnia, l’offesa e la minaccia non lo sono. Sono delitti che arrecano danni che vanno risarciti. Fino a oggi le vittime di questi delitti sono state lasciate sole. Stiamo ricevendo migliaia di segnalazioni, 600 mail al giorno e il numero continua a crescere: l’ottanta per cento arriva da donne che hanno subito offese legate al loro aspetto fisico o insulti sessisti e auguri di morte e di stupro.”

not pass

Haters, you shall not pass! Ancora grazie, di cuore. Maria G. Di Rienzo

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(di Amanda Lovelace, poeta statunitense contemporanea – in immagine – autrice di raccolte di versi che hanno questo tipo di titoli: “Qui la strega non brucia”, “Qui la principessa si salva da sola” e “Qui la voce della sirenetta ritorna”. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

amanda

Le tue anche

tenteranno di scoppiare

fuori dalla tua pelle.

Le tue cosce

tenteranno di crescere insieme

come una coda di sirena.

Un soffice giardino

tenterà di germogliare

sulle tue gambe.

(& fra le tue gambe,

sul tuo labbro superiore,

sulle tue ascelle, ecc.)

Il mondo comincia

e finisce

quando lo dici tu.

– ciò che non vogliono farti sapere

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FORZA

Non permettere loro di dirti che il tuo dolore dovrebbe essere confinato al passato, che non riveste alcuna importanza nel presente. Il tuo dolore è parte di chi tu sei.

Loro non sanno quanto forte ciò ti rende.

(“Strenght”, di Lang Leav, scrittrice e poeta contemporanea. Lang è nata in cui campo profughi thailandese: la sua famiglia fuggiva dalla Cambogia e nello specifico dagli khmer rossi. E’ cresciuta in Australia e oggi vive in Nuova Zelanda.)

capitana

Carola Rackete, capitana della Sea Watch. La sua biografia professionale e da attivista è lunghissima nonostante la sua giovane età: ha frequentato tre università, è laureata in conservazione ambientale, parla cinque lingue, ha lavorato per uno dei maggiori istituti oceanografici tedeschi e per Greenpeace ecc.

A sentire i nostri poco letterati ma ostinatamente feroci politici è “una sbruffoncella che fa politica sulla pelle degli immigrati” (Salvini, che forse si stava guardando allo specchio), vuole solo farsi pubblicità (Di Maio, probabilmente osservando il proprio riflesso in una vetrina), dovrebbe essere arrestata e la sua imbarcazione colata a picco (Meloni in C-3: colpito e affondato) – ma più che di battaglia navale in quest’ultimo caso si è trattato del gioco “Se la crudeltà guadagna consenso elettorale, riusciamo a dire cose più disumane di quelle che dice e fa sotto forma di leggi il Ministro dell’Interno?”. Ok, brava, Meloni per il momento ha vinto: nessuno ha ancora proposto la tortura e il plotone d’esecuzione (ufficialmente: fra i seguaci dei tre sui social media è un’altra faccenda).

Nessuno dei politici che ha rovesciato su Carola Rackete i propri giudizi sommari e denigratori ha fatto lo sforzo di cercare di parlarle direttamente. Nessuno ha cercato di avere informazioni sullo stato psicofisico delle persone che si trovano a bordo. Risolvere la situazione in maniera civile non è alla loro portata. Al massimo sanno sputare insulti, intimare altolà, schierare carabinieri e lagnarsi dell’Europa (“Assente, come al solito!”, strilla il vero assente, il ministro che se n’è sbattuto di tutti gli appuntamenti europei in cui avrebbe potuto e dovuto discutere di politiche condivise sull’immigrazione – prima gli italiani e meglio un comizietto in più).

La capitana Rackete e il suo equipaggio hanno salvato esseri umani che senza il loro intervento ora potrebbero ornare come cadaveri le reti dei pescatori; secondo il diritto marittimo devono sbarcarli nel porto sicuro più vicino – e non c’è altro da dire.

Fateli scendere. FATELI SCENDERE e basta.

Maria G. Di Rienzo

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C’è una scuola statale, in Gran Bretagna, che si chiama “Oxford Spires Academy”, che non ha nulla di altisonante oltre il nome e dove gli/le studenti parlano fra loro più di 30 lingue. Ci lavora la professoressa e scrittrice Kate Clanchy (in immagine sotto questo paragrafo) che ha trascorso gli ultimi dieci anni insegnando poesia a bambini e ragazzi – in maggioranza rifugiati o migranti – per aiutarli a guadagnare fiducia in se stessi e a dar forma alle loro proprie narrazioni.

teacher kate

L’anno scorso, guidati da questa donna, gli alunni e le alunne hanno pubblicato un’antologia dal titolo “Inghilterra: Poesie da una scuola”, che ha ottenuto risonanza e lodi a livello nazionale. I due migliori studenti della scuola, una femmina e un maschio, sono anche vincitori di concorsi di poesia.

“Non c’era un grande piano al proposito. – ha spiegato Clanchy – Il successo è arrivato mentre andavamo avanti. E’ il modo in cui alcune scuole diventano famose per il cricket: noi siamo molto bravi a fare poesia.”

L’insegnante racconta di essersi trovata ad avere una scolaresca fatta di “rifugiati dalla guerra e rifugiati dalla povertà”, i cui retroscena di esperienze difficili e in cui avevano sperimentato o testimoniato violenza, davano origine a una serie di memorie e narrazioni taciute, spesso intrise di vergogna. Clanchy ha pensato giustamente che le ferite non curate si infettano – perciò, ha cominciato a guarirle con la poesia: “Penso sia particolarmente importante per i migranti raccontare le loro storie e avere il controllo su di esse. Le loro storie gli sono sottratte non appena arrivano, perché entrando nel paese devono attenersi a una versione precisa e da quella non possono deviare. Molto spesso le narrano in una lingua diversa, mentre hanno paura, e le loro storie finiscono per essere distorte in diversi modi. La poesia ha un’importanza speciale in moltissime tradizioni, per esempio in Afghanistan, soprattutto per le donne: si parlano l’una con l’altra in versi, fanno giochi e gare con la poesia. Perciò, se tu dai modo a queste persone di raccontare le loro storie con la poesia permetti loro di parlare e di essere ascoltate. I miei studenti rifugiati arrivano in una scuola accogliente in cui possono parlare, in cui la poesia permette loro di parlare e l’intera istruzione che ricevono li autorizza a parlare, a essere ascoltati, ad ascoltare gli altri. La scuola è la comunità, e la scuola è l’Inghilterra.”

Nel 2013, l’insegnante creò un club di poesia per un piccolo numero di “ragazze straniere molto riservate”, appena arrivate a scuola, che si riuniva al giovedì per parlare e scrivere. Nei successivi cinque anni, il gruppo produsse lavori che sono stati inondati da premi e riconoscimenti in tutta la nazione.

Da allora, racconta Clanchy, lei ha potuto vedere le ragazze fiorire. Una è avvocata; una si è diplomata con il massimo dei voti e ora studia lingue, inglese e scrittura creativa all’università; sempre all’università ce n’è un’altra che ha vinto una borsa di studio per rifugiati e un’altra ancora che si sta laureando in scienze politiche. Le restanti due stanno studiando per diventare insegnanti.

“Non c’è bisogno che la poesia sia il loro focus e non devono necessariamente diventare scrittrici: la poesia dà solo loro un diverso tipo di fiducia in se stesse. E’ nelle loro vite e ancora la leggono e la creano, le ha aiutate ad acquisire sicurezza e cambiamento. Penso sia semplicemente qualcosa che hanno il diritto di avere.”

Maria G. Di Rienzo

Quella che segue è una composizione di Amineh Abou Kerech, che è arrivata in Gran Bretagna e alla scuola suddetta dalla Siria, nel 2014. Oggi scrive poesia nella propria lingua e in inglese: in ciò che sto per tradurvi Amineh parla al Mediterraneo.

I giorni passano, ma il passato non si muove

In passato

andavo al mare

per camminare sulla sabbia dorata

per ricevere ciò che il mare mandava dalle acque profonde, fuori nello spazio vuoto: conchiglie, ostriche, ogni cosa bella che veniva dall’interno del suo cuore abissale,

e guardare tutto come fosse un dipinto appeso al muro.

Mare, come e perché hai cominciato a mandare pezzi

da dentro di te: barche rotte, gente morta, vestiti,

scarpe, giubbotti di salvataggio lacerati e rivoltati?

Ma il Mare non ha risposto. Io ho detto:

Tu hai rubato sogni. Giù sui fondali

hai rubato bambini, come se fossi affamato, hai continuato a mangiare

senza mai dire sono sazio.

Ma il Mare ancora non ha risposto. Io ho detto:

Mare, dimmi quanto grande è la tua terra,

quanto profonda è la tua acqua, quanto vasto è il fondale che

può sistemare milioni di esseri umani morti.

E ancora il Mare non ha risposto. Io ho detto:

Mare, spero che un giorno tornerai a questo mondo

come una madre che salva il suo piccolo dal pericolo.

E il Mare non aveva nulla da dire.

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