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Legami familiari

(“Family Ties Unlaced”, di Kamilah Aisha Moon – in immagine – poeta e docente di scrittura creativa statunitense, nata nel 1973. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

Kamilah

LEGAMI FAMILIARI SLEGATI

Sono andata al Museo Smithsoniano di Arte Africana

per provare una connessione

Ho imparato un po’ di cultura

& visto manufatti ancestrali

La mia distante parentela

di là dall’acqua

Sento invece il baratro del negozio da articoli da regalo

dove cassieri neri fanno larghi sorrisi e chiacchierano

con clienti bianchi ma si trasformano

in figure di pietra

mentre battono alla cassa

i miei poster

portachiavi

& segnalibro

La mia distante parentela

di là dal bancone

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Qualche anno fa, qui abbiamo visto online un film giapponese di cui, purtroppo, non riesco a ricordare il titolo. (1) Trattava di un gruppo di adolescenti e della loro stagione di follie, messe in atto a scuola e fuori, nel 1969. Sebbene il registro sia dichiaratamente leggero – si ride parecchio – il film innesca spunti di riflessione sul rapporto che nel contesto i ragazzi avevano con le autorità e con la società in generale. Ovviamente, vista l’età dei protagonisti, la storia ha anche a che fare con la scoperta del sesso e il desiderio.

C’è una scena che è entrata nel nostro lessico familiare, nel senso che la usiamo come paragone per persone / casi somiglianti: vede uno dei ragazzi tenere banco fra gli amici con il clamoroso racconto di un rapporto sessuale con una donna adulta.

Costei – una perfetta sconosciuta per il narratore – arriva su un’auto sportiva, adocchia il fanciullo, se lo porta in albergo, gli pratica una fellatio ed è così straordinariamente soddisfatta da ciò da lanciargli sul letto le chiavi dell’automobile, come premio. A questo punto gli altri ragazzi saltano addosso al narratore per malmenarlo un po’: la bugia è andata troppo oltre.

Ora, date uno sguardo a questo sublime parto letterario (è dell’anno scorso, ma ancora a maggio 2020 c’è chi lo recensisce così, con pensoso profluvio di puntini di sospensione: Bel libro… il primo è più profondo …. questo un po’ meno …. però da leggere):

tutto vero

Già dal titolo del capitolo la mia impressione è che il libro non sia solo uno spreco di carta e inchiostro, ma proprio un danno per il modo in cui esprime allegramente sessismo e oggettivazione. Tuttavia, come ho detto altre volte, se l’autore è già famoso di suo (e non importa perchéqui si tratta di un individuo che fra truffe, estorsioni, tentate corruzioni di funzionari di polizia ecc. ha una fedina penale sicuramente clamorosa) vogliamo negargli la pubblicazione di libri? Che sappia scrivere o no e di che cosa scriva è assolutamente irrilevante.

Il preclaro autore è infatti Fabrizio Corona, la casa editrice è Mondadori – in mano al gruppo Fininvest, presidente Marina Berlusconi – e il titolo dell’opera è “Non mi avete fatto niente”, che è quel che dicono i bambini petulanti quando ricevono un castigo.

C’è qualcuno che, in buona fede, crede al resoconto in immagine? Dopo la quinta elementare è davvero difficile cascarci. All’asilo Mondadori, infatti, responsabili e lettori non fanno una piega e la casa editrice presenta il libro sul proprio sito web con questo estratto:

“E ricordatevelo: non mi avete fatto niente, mi avete solo reso più ricco umanamente e culturalemente. Decidete voi se la mia vita è quella di un ragazzo fortunato o di un uomo che la fortuna l’ha dovuta rincorrere per non cadere. Non è stato facile ma… non mi avete fatto niente”

Così, “culturalemente” e senza punto che chiuda l’ultima frase.

Quindi, quando la suddetta casa editrice propone “iniziative per la scuola italiana” (Mondadori Education) e si dichiara “al fianco di insegnanti e studenti”, io mi domando legittimamente di che diamine siano fatti i “materiali e supporti (sic)” propinati agli/alle studenti e quanto vantaggio trarranno i/le docenti dall’ “aggiornamento” offerto loro:

“Mondadori Education promuove l’apprendimento permanente dei docenti, nella consapevolezza che il ruolo del docente sia un processo di consolidamento e di aggiornamento continuo delle singole competenze disciplinari ma soprattutto dei modelli di insegnamento.”

Mi dispiace, ma qui il verbo essere doveva essere declinato al presente indicativo, terza persona singolare: è.

Lo so. Imparare “è un processo continuo”: tieni duro, Mondadori, perché sembra che fino a questo momento tu non abbia imparato niente.

Maria G. Di Rienzo

(1) Mi è appena venuto in soccorso l’altro spettatore: il film si chiama proprio “69” ed è uscito nel 2004.

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alice wu foto di kc bailey

“Credo mi piaccia pensare che, come esseri umani, siamo più simili di quanto siamo differenti. Metto alla prova questa teoria creando storie che abbiano potenziale commerciale e poi le popolo di personaggi che di solito non si vedono sullo schermo. E, finora, la teoria ha tenuto. Ho visto questo in effetti con entrambi i miei film. Li ho fatti con un mucchio di specificità culturali… eppure sono sempre meravigliata da quanta gente, proveniente dai più disparati retroscena socio-economici, si sente di dire che è “la sua storia”. E credo che, almeno per me, ciò dia speranza. Se posso indurre un cinquantenne bianco e conservatore a identificarsi con un’immigrata cinese diciassettenne, lesbica non dichiarata – o con il suo depresso padre migrante vedovo – ho fatto il mio lavoro. Ogni volta in cui aumenti la capacità umana di provare empatia, hai vinto.”

Alice Wu, regista, intervistata da “Angry Asian Man”, 1° maggio 2020 (trad. Maria G. Di Rienzo).

https://lunanuvola.wordpress.com/2020/04/16/i-mille-volti-dellamore/

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(tratto da: “We Contribute to Diversity”, di Olowaili “Madre de las estrellas” – “Madre delle stelle” Green Santacruz, per Cultural Survival, dicembre 2019, trad. Maria G. Di Rienzo. L’Autrice è ritratta qui sotto.)

madre delle stelle

Noi Guna siamo un popolo dalla doppia nazionalità con una comunità a Panama e due in Colombia – una in campagna e l’altra in città.

Io vivo nella regione Guna di Abya Yala. Ho vissuto a Medellín da quando avevo 7 anni e ora ne ho 26. Sto terminando l’ultimo semestre di studi sulla comunicazione audiovisiva e sono una produttrice di audiovisivi e una direttrice culturale: la mia compagnia, che si chiama sentARTE, lavora per promuovere la diversità etnica e di genere.

Nella nostra tradizionale spirituale Guna, gli dei hanno mandato un uomo e una donna, ma poi hanno mandato anche una terza persona, un essere non definito per genere.

Dall’età di 12 anni sapevo che la mia preferenza sessuale era diretta verso le donne. E’ stato molto difficile per me, perché in numerose comunità indigene c’è un bel po’ di machismo e si richiede alle donne di assumere ruoli determinati. All’inizio è stata dura, perché le mie preferenze non erano accettate. A 15 anni avevo una partner che mi ha aiutato molto e fu allora che decisi di parlare ai miei genitori di lei. I miei genitori mi hanno accettata, ma è stata dura anche per loro.

Dopo aver discusso la faccenda con la mia famiglia, non mi sono più preoccupata di quel che pensava la gente, anche se esercito discrezione per sostenere i miei parenti.

Definire me stessa è un atto politico e con esso è arrivato il desiderio di essere un’attivista. Questo non è facile per una donna perché i testi che definiscono l’identità culturale, e che ci sono imposti, contengono troppe oppressioni di genere. Sarà una lunga lotta, ma io sento di avere il compito di aiutare altre donne, in special modo le donne indigene, i cui ruoli prescritti le opprimono doppiamente. Io non ho problemi nell’identificarmi dentro il termine LGBTQIA+. Al di là di tutto, io sono un essere umano che vuole amare un altro essere umano.

Dobbiamo istruire la società affinché essa sia informata, perché noi non siamo gente “stramba”. Siamo uguali. I miti per cui saremmo i portatori dell’AIDS devono essere banditi. Tale istruzione deve cominciare a scuola, con i bambini. Bisogna instillare educazione per suscitare consapevolezza nella società. Gli uomini gay in Colombia sono raffigurati molto male, le lesbiche meno ma ad esse si appiccica la falsa aura della bisessualità, tipica delle fantasie sessiste.

La mia professione si adatta perfettamente alle lotte dei popoli indigeni. Il fatto che vivo in città, separata dalla comunità, è disprezzato però partecipo ancora agli incontri comunitari guidati dai caciques (capi). Come persona indigena urbanizzata ho incontrato grande ignoranza rispetto ai popoli indigeni: la mia compagnia è stata creata proprio per salvaguardarli e renderli visibili. Ho realizzato un documentario per la televisione che sarà trasmesso in gennaio e che parla del potere femminile nelle comunità.

Il mio lavoro contribuisce alla costruzione di una società maggiormente egualitaria. Contribuiamo alla visibilità delle nostre culture indigene e della diversità in generale.

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join the dots

Molto probabilmente da bambine/i avete fatto questo gioco: unendo in ordine i puntini numerati (o segnati da lettere dell’alfabeto) una figura emerge sulla pagina. Si tratta di semplice logica ed è strano – per non dire inquietante – che una volta divenuti adulti molti individui sembrino perdere la capacità di unire i puntini e vedano la realtà come una serie di eventi scollegati l’uno dall’altro e privi di caratteristiche quali causa/effetto.

Ogni giorno, sulle pagine dei quotidiani italiani, si riversa una colata di violenza di genere. Ciascun episodio è trattato come un isolato fulmine a ciel sereno (“nessuno avrebbe mai immaginato che la coppia felice…”) e le rare pseudo-spiegazioni vanno da “delitto maturato in un contesto di degrado”, a “delitto originato da raptus del perpetratore, il quale a sua volta è innescato da svariate colpe della vittima”. L’atmosfera in cui le notizie sono immerse prende la forma di un grande punto interrogativo: vedete, trattiamo le donne come carne da macello e poi le macellano sul serio, com’è potuto accadere? Per saperlo, basterebbe unire una manciata di puntini:

Sistemica oppressione di genere

La violenza contro le donne mantiene le medesime strutture che sia agita da individui nella sfera privata o da istituzioni nella sfera pubblica. Famiglie, comunità, stati possono avallarla apertamente o condonarla con le scuse più svariate: la violenza di genere inghiotte le vite delle donne che ne sono investite spostando tutta la loro attenzione sulla mera sopravvivenza e sulla gestione della paura, nel mentre il sessismo e la misoginia danno forma “razionale” alla diseguaglianza, definendo e mantenendo in essere norme di genere inflessibili e restrittive.

Patriarcato

Il patriarcato concerne le relazioni sociali di potere fra individui – donne e uomini, ma non solo. E’ un sistema atto a mantenere lo status quo del potere e con esso le diseguaglianze relative a sesso, classe, etnia, orientamento sessuale, che si sostiene con la violenza: fisica, psicologica e strutturale (leggi, religioni, pratiche sociali). Alla radice di ogni forma della violenza patriarcale, dalle molestie allo stupro al femicidio, c’è il convincimento della superiorità del maschio eterosessuale, titolato in quanto tale al dominio di donne / bambini / uomini diversi da lui e perciò “inferiori”.

Cultura

La cultura è usata per giustificare la diseguaglianza di genere e la violenza con le “tradizioni” che prescriverebbero trattamenti abominevoli delle donne. La difesa di una cultura di un dato luogo, o relativa a una data religione o a un dato costrutto identitario, è in effetti la difesa della cultura del patriarcato e della sua violenza nel tal luogo, nella tal religione e nella tale identità.

Ma non è tutto: strumenti culturali sono usati costantemente per creare un ambiente favorevole alla violenza di genere (l’oggettivazione sistematica delle donne è un buon esempio) e le responsabilità dei media in questo settore sono pesantissime.

Razzismo

Il Giano bifronte del razzismo, se è voltato a destra, enfatizza la violenza contro le donne perpetrata da uomini di colore e la descrive come una componente intrinseca dell’etnia coinvolta, sorvolando – fintamente ignaro – su tutte le atrocità identiche o persino peggiori commesse dall’etnia a cui lui appartiene; se è voltato a sinistra giustifica la violenza contro le donne con l’oppressione subita dagli uomini di colore, di nuovo fintamente ignaro che donne e uomini non violenti con le stesse radici etniche condividono quella storia di oppressione e non la scaricano a botte su coniugi e figli ne’ la considerano un lasciapassare per lo stupro.

Adesso vedete il disegno che i puntini uniti hanno creato? Bene. Il nostro compito è disfarlo sfidando la struttura di potere che lo ha generato.

Maria G. Di Rienzo

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(brano tratto da un’intervista di Brigid Schulte, per Slate – 20 febbraio 2018, a Angela Saini, giornalista scientifica inglese. Angela Saini, in immagine, è l’autrice di un libro appena uscito che si chiama “Inferior: How Science Got Women Wrong – And the New Research that’s Rewriting the Story”, ovvero “Inferiore: come la scienza si è sbagliata sulle donne e le nuove ricerche che stanno riscrivendo la Storia” e l’intervista fa principalmente riferimento a esso. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

angela saini

Noi presumiamo che tutto quel che vediamo sia biologico, quando in effetti le immissioni sociali e culturali sono enormi. Non dico che esse diano conto di tutto, in termini di differenza di genere. Ma per quanto ne sappiamo sino a ora contano molto di più di quanto pensassimo. L’ammontare della socializzazione che abbiamo ricevuto, l’ammontare dell’impatto avuto su di noi dagli insegnamenti e dall’istruzione e dal modo in cui siamo stati cresciuti nel corso delle nostre vite, significano che mostreremo differenze da adulti, ovviamente, poiché viviamo in una società assai segnata dal genere. Perciò è molto difficile districare la biologia dagli effetti della società, della cultura e dell’ambiente, quando studiamo le differenze sessuali.

Una delle cose importanti che la biologia ci ha insegnato negli ultimi cinquant’anni è che la natura e la cultura non restano necessariamente separate. E c’è un ritorno biologico che avviene come risultato dell’ambiente circostante. Quindi, per esempio, se tu dai a un bambino / a una bambina in tenera età giocattoli meccanici con cui divertirsi, materiale tramite il quale esercita la sua capacità di costruire e fare cose, lui / lei sarà migliore, biologicamente migliore, nel costruire e fare oggetti a causa dell’esperienza che ha avuto. Per cui, un’interferenza sociale produce un effetto biologico.

C’è questo problema con alcuni ricercatori che vogliono vedere le differenze come basate sul sesso e si danno da fare sino a che non le vedono. Ciò avviene nell’ambito delle congetture. Perciò, anche se hanno uno studio che gli dimostra, per dire, piccole differenze strutturali fra i cervelli di uomini e donne, quella è un cosa: desumere da ciò che le donne siano migliori nel fare più cose contemporaneamente, o che siano più empatiche, o che gli uomini siano più razionali, è un’altra cosa. Non possiamo farlo. La scienza più recente non è arrivata ancora a questi livelli. Il cervello è un organo decisamente complesso. Questo tipo di ipotesi è pericoloso, tutto ciò che fa è costruirsi su stereotipi, il che è antiscientifico. Hai bisogno di molti più dati per essere in grado di arrivare a tali grandi, imponenti, indiscriminate asserzioni.

Dove io penso la scienza sia importante, e la ragione per cui ho scritto “Inferior”, è che ancora c’è chi sostiene che ciò per cui stiamo lottando, l’eguaglianza, è impossibile. Che non la vedremo mai e che non dovremmo spingere per essa, perché a causa della nostra costituzione, della nostra natura, siamo cognitivamente e psicologicamente differenti. Ciò implica che dovremmo abbandonare campagne e politiche che aiutano a far avanzare l’eguaglianza.

E qui è dove io penso avere della buona scienza sia importante. Perché la scienza, in effetti, non sta dicendo questo. E se dobbiamo leggere tutto attraverso la scienza, quel che essa sta dicendo è che in realtà attualmente non ne sappiamo granché: e quel che abbiamo suggerisce che le differenze psicologiche fra i sessi siano minori mentre quelle cognitive, in termini di intelligenza, non esistano proprio. La biologia certamente non può giustificare le enormi disparità di genere che vediamo in molte società.

Dimentichiamo anche che nelle società di cacciatori-raccoglitori, storicamente, le persone tendevano a vivere vite relativamente egualitarie, dove le donne erano in grado di fare tutto ciò che gli uomini facevano; la netta divisione di ruoli che noi sperimentiamo non c’è sempre stata. E fino a quando ad alcune donne sarà negata la possibilità di fare tutto quel che gli uomini possono fare, ci saranno ancora lotte in cui impegnarsi.

Perciò, il messaggio del mio libro non è che dovremmo avere eguaglianza perché la scienza dice che è possibile. No. Il messaggio è che non c’è ragione per cui non possiamo avere eguaglianza se la vogliamo. La scienza non dice che l’eguaglianza è impossibile. Come specie umana noi siamo adattabili e flessibili. Possiamo creare qualsiasi società vogliamo.

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Non sei tu, sono io, è quel che abbiamo imparato a dire. Non sei tu che devi lasciarmi passare / non stuprarmi / darmi un aumento di stipendio, sono io che non avrei dovuto essere qui, che non avrei dovuto salire in auto con te, che non avrei dovuto chiederlo. L’adattamento alla subordinazione è ancora considerato qualcosa a cui aspirare. (…) Le compagnie aeree si fanno ancora pubblicità presentando lo staff femminile come geishe volanti. Gli ultra-istruttori di Instagram e YouTube controllano la femminilità, insegnando cortesia, pulizia e “solarità” come le maggiori virtù femminili.

Tutto questo nega la realtà del discorso sulla “sicurezza” che le giovani donne devono interiorizzare. Non andate da quella parte, non rispondete, restate insieme, sono cose che continuo a dire alle mie figlie. Alcune giovani donne imparano l’autodifesa, così quando l’attacco arriva possono tirar calci e forse fuggire. La mia figlia maggiore mi ha fatto vedere una lista che circola nella sua università su quel che gli stupratori cercano. Sembra che piacciano loro le code di cavallo, perché possono essere afferrate. (…)

Le donne morte, dopotutto, non sono solo materia di incubi, ma il fulcro centrale di molta fiction di successo. C’è, in effetti, un’acquiescenza culturale che considera intrattenimento lo stupro e l’omicidio di donne.

Suzanne Moore, The Guardian, 22 gennaio 2018 (trad. Maria G. Di Rienzo)

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catcall

“Come possiamo dichiarare di essere “scioccati” da una cultura in cui tutti viviamo, a cui tutti partecipiamo e di cui siamo complici?

La realtà sull’abuso sessuale è che esso accade perché gli uomini sono in una posizione di potere nella nostra società. Sono socializzati a credere di avere il diritto d’accesso ai corpi delle donne e sanno anche che i loro amici maschi li proteggeranno e persino scherzeranno insieme sul loro comportamento predatorio e continueranno ad essere “in fratellanza” con loro al di là di come trattano le donne. C’è una cultura fra gli uomini che incoraggia questo comportamento – riti di passaggio come andare nei locali in cui si fa spogliarello, il pagare per il sesso, il far pressione su giovani donne affinché eseguano vari atti sessuali copiati dalla pornografia e poi vantarsi di ciò o condividere le fotografie: tutto esiste per rinforzare l’idea che essere un uomo consista nell’oggettivare le donne.”

Meghan Murphy, 13 ottobre 2017 (trad. Maria G. Di Rienzo)

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suzan

La parola “impossibile” non c’è, sul mio vocabolario.

“Sono cresciuta in una famiglia istruita e di mente aperta”, dice Suzan Aref Maroof, “ma la cultura è quel che è.” Rimasta vedova all’età di 27 anni, con tre figli, ha dovuto apprendere di prima mano come alle donne sia impedito di partecipare alla vita economica o politica. Per proteggere l’onore e la reputazione della famiglia Suzan è stata costretta a rimanere nascosta nella casa dei suoi genitori per otto anni. Ha pensato seriamente al suicidio, ma ha convinto il padre che sarebbe stata meglio libera, piuttosto che morta. Dopo di ciò, Suzan ha fondato un’organizzazione con lo scopo di sostenere le donne come lei. “Voglio un paese (ndt. l’Iraq) forte che abbia le sue fondamenta nei contributi di donne e uomini.”, dice. Sino ad ora, ha aiutato più di 50.000 donne a trovare impieghi e a sfuggire alla violenza, e ha fatto campagna con successo per alzare l’età legale per il matrimonio dai 16 anni ai 18.

(tratto da: “16 Women Who Are Standing Up to Violence” di Kristin Williams, trad. Maria G. Di Rienzo.)

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(“We Communicate Earth” di Jannie Staffansson (in immagine), del Consiglio del popolo Sami, Norvegia. Cultural Survival, estate 2017, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Jannie Staffansson

Io vengo da una famiglia di allevatori di renne. Siamo pastori. Crediamo che se la renna ha una buona vita, avremo noi stessi una buona vita. Il mio sapere non viene dalla scienza, o dai sistemi occidentali, ma dalle nostre comunità.

Quando ero bambina, ho cominciato a sentir parlare del cambiamento climatico dagli anziani e nella comunità, perché noi parliamo costantemente del tempo atmosferico. Notavo dalle notizie e dai media che realmente non ne sapevano granché. Ho chiesto a mio padre: Perché non ne sanno niente? E mio padre rispose: Be’, noi non siamo istruiti con i loro sistemi, perciò non credono a quel che diciamo. Non danno valore alle cose in cui crediamo o ai nostri modi di conoscere.

Perciò, mi sono occupata di scienza. Ho studiato chimica ambientale e organica, e sono entrata in politica nel Consiglio del popolo Sami.

Lavoro principalmente con il Consiglio Artico, che è un forum internazionale. Collaboriamo con gli scienziati sugli agenti inquinanti, le tossine e l’atmosfera e produciamo moltissime perizie. Ma abbiamo anche gruppi diversi, nel Consiglio Artico, che si occupano di questioni culturali, sociali e relative al linguaggio nella zona artica. Da ciò, abbiamo capito di aver bisogno di orientamento quando si tratta di usare il sapere tradizionale all’interno della scienza occidentale. Quindi, abbiamo sviluppato dei principi fondamentali sull’uso appunto del sapere tradizionale, che è come i colonizzatori lo chiamano; noi potremmo chiamarlo “samu”, o sapere indigeno, per aiutare l’opera dei Sami nel Consiglio Artico.

Lo stato svedese ha una lunga storia di problemi correlati alle miniere e noi abbiamo avuto difficoltà con le dighe idroelettriche che ci hanno forzati a lasciare le nostre terre. Abbiamo anche a che fare con il cambiamento climatico, con ghiacci inaffidabili e valanghe che accadono continuamente, e con la deforestazione. C’è una comunità che sta maneggiando questioni relative a un’enorme area di mulini a vento e le persone sono dovute andare in tribunale per lottare per i loro diritti e i diritti delle renne alla terra. Grandi corporazioni entrano nella terra dei popoli indigeni e noi dobbiamo difendere quei diritti.

Un buon esempio è la Lapponia, designata come intangibile eredità culturale (ndt.: dall’Unesco). Oggi ha la forma di un’ong in cui le comunità Sami hanno membri e la maggioranza del consiglio d’amministrazione. I membri delle comunità hanno condotto ricerche sulla pesca basandosi sulle loro conoscenze tradizionali. Abbiamo anche movimenti che nascono a livello locale. Avevano costruito una miniera in una zona Sami chiamata Kallak, e allora i piccoli leader delle comunità hanno cominciato ad alzare le loro voci contro queste grandi compagnie commerciali. Abbiamo organizzato assemblee per arrivare al COP21 di Parigi (ndt.: la conferenza sul clima delle Nazioni Unite tenutasi nel 2015), per cui è anche stato creato un “joik”, una canzone che viene da una delle più grandi artiste fra noi (ndt.: Sara Marielle Gaup Beaska) e si chiama Gulahallat Eatnamiin – Noi comunichiamo la Terra. Perché parlare è a senso unico, ma comunicare è in ambo i sensi. Se la guida la fai insieme, allora puoi creare movimento. Noi siamo la natura che si ribella.

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