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(tratto da: “Being a female scientist: marine biologist and computer scientist Laura Uusitalo”, una più lunga intervista di Vvaitkeviciene alla Dott. Uusitalo per Ocean Blogs, 23 ottobre 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Laura Uusitalo, in immagine, lavora all’Istituto per l’Ambiente Finlandese come direttrice e capo-ricercatrice.)

laura

Cosa ti ha ispirata a perseguire una carriera nelle scienze e nelle tecnologie marine?

Quando ero adolescente ho desiderato, per un po’, diventare una sociologa. Più tardi, mi sono interessata sempre di più alle scienze naturali e ho scelto di studiare limnologia (ndt. settore dell’idrologia relativo alle acque continentali) all’università a causa del suo ampio scopo che include tutto: dall’idrologia e dalla fisica acquatica, passando per la chimica e l’ecologia, sino ad arrivare agli aspetti sociali dell’uso delle acque naturali. Ho trovato tale diversità altamente ispirante e non mi sono mai pentita di aver scelto questa carriera.

Quali sono le cose che ti piacciono di più dell’essere una scienziata/ingegnera marina?

Moltissime cose mi piacciono del mio lavoro: poter fare scienza; la varietà del campo che va dall’ecologia d’avanguardia alle questioni sociali; poter lavorare con colleghe/i brillanti sia nel mio Istituto sia a livello internazionale; avere un alto grado di libertà nel definire il mio proprio lavoro e sapere che sto facendo la mia parte per la protezione dei mari.

Pensi ci sia necessità di sostenere in modo speciale le ragazze affinché studino scienze/tecnologie marine?

Io penso ci sia la generale necessità di liberarci dai ruoli di genere nella società e lasciar scegliere a chiunque la carriera e lo stile di vita che meglio si confà a costei o costui. Uno dei passi per arrivarci è incoraggiare le persone a far scelte relative alla carriera che non sarebbero tipiche per il loro genere; ciò può includere il sostenere le donne nella scelta delle scienze marine. In Finlandia, tuttavia, la mia impressione è fra gli studenti di scienze marine tutti i generi siano rappresentati in modo bilanciato. Le scienze tecnologiche sono ancora però un dominio maschile e incoraggiare le ragazze a entrare in tali campi è un compito che gli insegnanti di scuole e università dovrebbero prendere seriamente.

Pensi ci sia bisogno di un sostegno speciale per trattenere le donne nella scienza?

Ci sono ricerche che mostrano come le donne “abbandonino” la scienza più degli uomini in particolar modo nello stadio post-dottorato, perciò sarebbe importante capire quali sono le cause e come possono essere evitate. Probabilmente le ragioni sono molteplici, incluse le possibilità di ottenere fondi per continuare il lavoro, l’attitudine dei colleghi e della comunità scientifica in generale, e il fatto che lo stadio post-dottorato è spesso anche l’età in cui hai bambini, e combinare carriera e famiglia può essere difficile.

Come possiamo superare le istanze che spingono le donne fuori dalle carriere scientifiche?

Alcune misure che sarebbero d’aiuto consistono nel migliorare la sensibilità al genere nei processi di selezione e valutazione (per evitare i pregiudizi culturali profondamente radicati e largamente subconsci contro le donne), nel migliorare le possibilità di combinare lavoro e famiglia (inclusi buoni servizi per l’infanzia, congedi familiari, il tornare al lavoro in modo agevole dopo i congedi) e dar sostegno a una cultura che permetta ad ambo i genitori in una famiglia di lavorare (servizi per l’infanzia accessibili e di alta qualità, politica delle tasse che preveda benefici ecc.).

Che consigli daresti a una donna che sta considerando l’idea di intraprendere una carriera nella scienza?

Vai! La scienza è fantastica! Ricordati che non devi compiacere nessuno: è sufficiente fare un buon lavoro. E controlla la bilancia vita/lavoro, non lavorare tutte le notti e nei fine settimana, non solo perché non è buono per il tuo benessere: non è neppure buono per la tua creatività. Avrai bisogno di permettere alla tua mente di rinfrescarsi e ricaricarsi per poter avere buone idee e lavorare in maniera efficiente.

Qual è il modo più efficace, per te, di mantenere il bilanciamento fra la vita professionale e quella personale?

Non ho mai fatto molti straordinari. A volte mi è risultato difficile, ma è valsa anche la pena di provare a me stessa che quel che potevo fare in 40 ore settimanali era abbastanza.

Mi piace ballare – ho fatto tip tap, danza irlandese, balletto, danze orientali, tribal fusioni, danze folk e swing, tra l’altro; per me è un gran modo per scollegarmi dal lavoro e concentrarmi su qualcosa che è sia fisico sia mentale, intellettuale e intuitivo allo stesso tempo.

Anche i miei figli mi rendono necessario lasciare l’ufficio di buon ora; a volte, quando il flusso delle idee mi trascina, mi piacerebbe restare semplicemente in ufficio e lavorare sino a notte.

Quali sono i tuoi sogni professionali e personali?

Mi piace proprio fare ricerca e amerei avere l’opportunità di continuare. Mi piacerebbe che tale ricerca facesse la differenza su come capiamo e maneggiamo i mari. Mi piacerebbe anche essere in grado di ispirare le giovani scienziate e i giovani scienziati a trovare il meglio in se stesse/i e a raggiungere i loro sogni.

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Per il loro libro “200 Women”- ed. Chronicle Books, prezzo 35 sterline (ma se lo ordinate tramite The Guardian, da cui ho ricavato la notizia, la cifra scende a 29.75) – Geoff Blackwell e Ruth Hobday hanno appunto posto a duecento donne influenti la medesima domanda: “Cos’è importante per te?” Qui sotto, assieme alla foto fattale da Kieran E. Scott, c’è la risposta di Jane Goodall (1):

jane

“Il futuro del nostro pianeta è importante per me. Dovremmo chiederci – come erano soliti fare i popoli indigeni – “In che modo questa decisione sarà di beneficio alle future generazioni?”.

Quando avevo 10 anni lessi “Tarzan delle Scimmie” e decisi che sarei andata in Africa, una volta cresciuta, per vivere con gli animali selvatici e scrivere libri su di essi. Tutti intorno ridevano, ma mia madre mi aveva imbevuta con il messaggio che, se vuoi qualcosa, non devi mai mollare.

La gente mi chiede: “Perché non rallenti un poco? Hai 83 anni!” Be’, c’è così tanta consapevolezza da risvegliare. A me sono stati dati determinati doni e uno è stato la comunicazione. Devo usare tale dono sino a che sono in grado di farlo. Spero ci sia ancora tempo per rovesciare la situazione. Tuttavia ciò dipende dal nostro agire. E’ importante ricordare che ogni individuo ha importanza e che noi possiamo scegliere quale tipo di impatto avremo.” (trad. Maria G. Di Rienzo)

(1) Dubito che non la conosciate, comunque è un’etologa, primatologa e antropologa inglese, nata nel 1934, famosa soprattutto per le sue ricerche sugli scimpanzé.

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Sono solo quindici minuti di documentario, ma potremmo definirli un quarto d’ora di premi:

Miglior Film e Premio del pubblico all’International Cycling Film Festival (2016);

Premio della giuria al Bike Shorts Film Festival (2017);

Premio per il Messaggio Ispiratore all’Ektopfilm International Festival per i film sullo sviluppo sostenibile (2017);

Premio per il miglior “corto” al London Feminist Film Festival (2017)…

Si tratta di “Cycologic”, prodotto dall’abilità e dalla passione di tre registe/produttrici svedesi (Emilia Stålhammar, Veronica Pålsson e Elsa Löwdin) e della protagonista: la ciclo-attivista ugandese Amanda Ngabirano (in immagine).

amanda cycologic

Il documentario segue in particolare la campagna di Amanda per avere piste ciclabili nella sua città, Kampala, dove il traffico è caotico, pericoloso e altamente inquinante, mostrando allo stesso tempo – una volta di più – come in determinati luoghi il solo andare in bicicletta, per le donne, equivalga a rompere stereotipi e a rinegoziare il loro ruolo nella società. Anche queste cicliste sono seguite dalle registe. Potete dare un’occhiata a che succede qui:

https://vimeo.com/185684431

“La bicicletta non è roba da poveri. – dice Amanda nel trailer summenzionato – E’ per le persone indipendenti, libere, liberate. Tu scegli come e dove muoverti.” E notando l’assenza delle sue simili nel via vai di automobili, motociclette e motorini aggiunge ironicamente: “Dove sono le donne? Non hanno piedi, non hanno gambe, non hanno energia?” Li hanno eccome. Nel poco tempo trascorso dall’uscita del film, Amanda ha convinto a pedalare persino la polizia: si è fatta tramite con le forze dell’ordine olandesi, che hanno donato le biciclette “da ronda” ai loro colleghi. Maria G. Di Rienzo

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“Non permettere che nessuno ti derubi della tua immaginazione, della tua creatività, della tua curiosità. Si tratta del tuo posto nel mondo, si tratta della tua vita. Vai avanti e fai con esse tutto quel che puoi, fai di esse la vita che tu vuoi vivere.” Mae Jemison.

mae

Mae, nata nel 1956, è stata la prima astronauta afroamericana. La sua vita meriterebbe un romanzo per essere raccontata adeguatamente, ma qualche informazione non guasterà. Da bambina era una fan di “Star Trek” e la Tenente Uhura era la sua eroina (Mae inizierà in seguito tutte le sue missioni spaziali con la battuta tipica di quest’ultima ‘Hailing frequencies open’ – ‘Frequenze di contatto aperte’). “Durante l’infanzia ero come tutti gli altri bambini. Amavo lo spazio, le stelle e i dinosauri. Ho sempre saputo di voler esplorare. All’epoca della trasmissione sull’Apollo tutti erano eccitati rispetto allo spazio, ma io ricordo di essermi sentita irritata dal fatto che non c’erano donne astronaute. La gente tentò di darmi spiegazioni, ma io non ne accettai nessuna.”

Il suo dilemma su quale passione seguire negli studi, la scienza o la danza, fu risolto da sua madre: “Se sei un medico puoi ballare comunque, ma non puoi curare nessuno se sei una ballerina.”

Così, Mae si laureò in medicina e si unì ai Corpi di Pace (Peace Corps, organizzazione di volontariato internazionale) servendo come ufficiale medico per Liberia e Sierra Leone dal 1983 al 1985. Al suo ritorno entrò nella Nasa e nel 1992 era a bordo della navetta Endeavour.

Durante gli anni le sono state conferite nove lauree onorarie in scienze, ingegneria, lettere e studi umanistici. E’ apparsa in televisione più volte e persino in un episodio di Star Trek: The Next Generation.

Dopo aver lasciato la Nasa ha fondato il Jemison Group, che sviluppa progetti scientifici e tecnologici per gli usi quotidiani, ma è anche la direttrice del “100 Year Starship”, progetto che mirando a un futuro viaggio attraverso il sistema solare si impegna a migliorare i metodi di riciclo e a creare carburanti “verdi” e più efficienti.

Per lei il famoso “sogno” di Martin Luther King Jr. non è un’inafferrabile fantasia, bensì una chiamata all’azione, poiché il movimento per i diritti civili voleva rompere le barriere poste al potenziale umano e Mae rende il concetto così: “Il miglior modo per rendere i sogni realtà è svegliarsi.” Maria G. Di Rienzo

mae oggi

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(“Interview with Azeb Girmai of Environmental Development Action (ENDA)”, Wedo, 23 agosto 2017, trad. Maria G. Di Rienzo.)

azeb

WEDO: Cosa ti ha spinto a essere coinvolta nel lavoro che fai?

Azeb: Ho lavorato in Etiopia con un’organizzazione per lo sviluppo, l’Environmental Development Action (ENDA), partecipando ad azioni sul clima e sulla giustizia climatica. Il mio retroscena è quello ambientalista e la mia esperienza professionale si è data nel lavoro con le comunità etiopi sulla giustizia climatica, particolarmente nel contesto di donne e ambiente. E’ importante esaminare il nesso fra le donne e l’ambiente, poiché è un’intersezione largamente ignorata. Le donne stanno portando il peso del cambiamento climatico e della degradazione ambientale, e lo stanno portando da lungo tempo.

Nulla è cambiato; le donne sul territorio stanno lottando dal basso, specialmente nelle aree di disparità economica, accesso all’acqua e a servizi sanitari, istruzione e cambiamento climatico. Tutte queste istanze si intersecano nel contesto dei diritti delle donne. La gente di frequente prende le iniziative per il potenziamento delle donne come cambiamento sostanziale (per i diritti delle donne), ma non molti passi sono stati in effetti compiuti in termini di cambiamento strutturale.

WEDO: Puoi parlarci un po’ delle intersezioni fra genere, povertà e cambiamento climatico? Perché è importante fare queste connessioni?

Azeb: Perché stanno al cuore del problema. Le istanze relative alle donne sono al cuore delle istanze climatiche e ambientali, in particolar modo in Africa. L’ambiente è la loro sopravvivenza e non hanno niente di cui vivere. Le donne sono tipicamente quelle che usano la terra per scopi agricoli che alimentano l’economia, e le donne rurali povere sono il tipico segmento demografico assunto per tali ruoli. Se il loro ambiente non è integro, a causa delle siccità dovute al cambiamento climatico o agli egualmente devastanti disastri ambientali, le loro vite e i loro mezzi di sostentamento sono cancellati con facilità e non vi è nulla a cui possano appoggiarsi.

Questo specifico sistema di vita dove le donne dipendono dall’ambiente per la loro sopravvivenza è già reso vulnerabile dai sistemi politici, sociali ed economici all’interno dei loro paesi. Quando ci aggiungi gli effetti del cambiamento climatico, ciò non fa che aumentare i problemi già esistenti. Ci sono numerosi programmi, politiche e convenzioni delle Nazioni Unite che hanno come bersaglio questa crisi, ma niente di tutto ciò si sta traducendo in un cambiamento efficace per le donne sul territorio.

Diamo un’occhiata alla Dichiarazione di Pechino del 1995 che fu un formale tentativo verso il miglioramento delle vite delle donne e dei loro diritti. Quanti anni sono ormai passati? Dall’epoca della sua implementazione, la vita nelle zone rurali è rimasta in pratica identica. Forse l’istruzione ha avuto un avanzamento sotto certi aspetti e delle bambine hanno l’opportunità di andare a scuola, ma anche considerando questo è importante affrontare le divisioni di classe e sottolineare che queste opportunità non sono equamente disponibili. Mio padre è stato fortunato a ricevere un’istruzione e perciò io mi trovo dove sono oggi. Ma ho ancora zie e cugine nelle aree rurali a cui mancano tali risorse e opportunità.

WEDO: Quali sono le implicazioni del non utilizzare i termini “giustizia climatica e ambientale” quando si definiscono le istanze ambientali?

Azeb: Il modo in cui la comunità internazionale può affrontare il cambiamento climatico, tramite discorso o convenzione, è usando la lente della giustizia. Se manchiamo di essere intenzionali nel chiedere giustizia climatica e ambientale, nel riconoscere su chi / dove i suoi impatti sono avvertiti più duramente da coloro che hanno pochissime risorse, le donne sul territorio continueranno a pagare ogni giorno perché non hanno abbastanza acqua, cibo, energia, eccetera. Circa l’80% delle donne vive nelle zone rurali, perciò l’ambiente è la loro casa e l’ambiente è scosso. Fallire nel contestualizzare adeguatamente le istanze ambientali all’interno della cornice della giustizia riduce l’urgenza al mitigare il problema, perché permette la cancellazione del collegamento fra vita umana e ambiente. Permette ai paesi responsabili del frenare rispetto a questo problema di restare soddisfatti. E’ impossibile per loro immaginare. Sono così tanto distanti.

Respingiamo ogni responsabilità per l’ingiustizia climatica e ambientale anche quando educhiamo male i nostri figli. Scuole e Università altamente stimate, nelle nazioni sviluppate, perpetuano materiali in cui si dice che la gente povera e i paesi in via di sviluppo soffrono non a causa del cambiamento climatico ma perché le nostre strutture politiche sono difettose – il che è altamente problematico. Questa retorica mantiene le nazioni sviluppate soddisfatte, perché passa strategicamente il biasimo e la responsabilità ai sistemi e alle strutture sociali esistenti nelle nazioni africane. I governi occidentali la usano come scusa e biasimano i nostri governi. Non sto tentando di giustificare i nostri leader o di dire che non hanno responsabilità, ma l’onere sta anche sulle nazioni sviluppate che hanno compromesso le risorse della Terra e hanno contribuito immensamente a creare questi problemi per favorire il loro sviluppo industriale e i loro agi personali.

WEDO: Qual è la tua prospettiva femminista sulla giustizia/ingiustizia climatica? Cosa vedi come responso alternativo femminista all’ingiustizia climatica?

Azeb: Onestamente, credo sia il momento di rivedere le nostre strategie. In qualche modo siamo diventate intorpidite; continuiamo a pensare che una soluzione si presenterà e non sta accadendo. Dobbiamo impegnarci e creare strategie a livello di base. Chiari piani d’azione tratti dalle convenzioni hanno tentato di affrontare queste istanze per parecchi anni ma per la maggioranza della comunità internazionale la loro narrativa non è riuscita a creare collegamento o è svanita. Per fare un esempio, ENDA compilò una revisione della piattaforma d’azione su donne e ambiente della Convenzione di Pechino, in cui scoprì che per quanto riguarda il governo etiope le questioni tendono a fermarsi a livello federale. Le convenzioni vanno e vengono. Le autorità locali non sanno nulla di esse. A livello internazionale usciamo e teniamo incontri, ma parliamo solo fra di noi e non c’è collaborazione a livello locale. Le comunità locali sono interamente escluse da questo processo e raramente sanno cosa stiamo facendo.

Il mio messaggio a chi prende decisioni a livello internazionale è questo: includete le donne locali nei processi decisionali e impegnatevi con loro. Non devono dover aspettare noi. Sono perfettamente in grado di impiegare strategie per contrastare i problemi, ma è necessario che siano rispettate, sostenute e riconosciute per il lavoro che stanno già facendo.

WEDO: Cosa vuoi veder cambiare o accadere in futuro? Come appare a te un futuro di giustizia climatica?

Azeb: E’ facile da dire, ma alla fine di tutto vorrei vedere le donne usare la loro autonomia per risolvere collettivamente queste istanze. Voglio che prendano la loro vita nelle loro proprie mani. Attualmente, alle donne non è data la piattaforma per prendere queste importanti decisioni e sono dipendenti da politiche di poca efficacia o che non hanno impatto sostanziale. C’è stata Parigi e abbiamo urlato che non è abbastanza, non sta facendo nulla per queste donne. Persino il trattato non vincolante che ne è uscito era troppo per gli Stati Uniti, che si sono chiamati fuori. Ne prendiamo atto e continuiamo sulla nostra strada.

Molti programmi locali sono in sofferenza e pochissimi hanno fondi sufficienti perché il denaro raramente è destinato a organizzazioni locali. Naturalmente, le donne in un modo o nell’altro sopravviveranno. Sono sicuramente delle sopravvissute, ma ciò non basta. Anche queste piccole iniziative non hanno la capacità sufficiente a cambiare quel che vogliamo cambiare.

WEDO: Perché è importante per le donne essere incluse nel discorso delle soluzioni sul clima? Le organizzazioni ambientalisti e i decisori come possono rendere gli spazi/i discorsi più intenzionali e inclusivi?

Azeb: Si tratta di diritti umani. In generale, tutte le donne dovrebbero essere coinvolte, anche le donne americane. Essere inclusivi è molto importante. Perché, come ho detto, il cambiamento climatico riguarda l’ambiente e le donne sono le più collegate a quest’ultimo. E’ la loro sopravvivenza. Devono essere coinvolte. Dovrebbero essere preparate a quel che dovranno affrontare e su come attraversare queste situazioni. Gli antiquati meccanismi di sopportazione non sono più sufficienti. Le donne conoscono la soluzione, ma hanno bisogno di sostegno e legittimazione da parte delle nostre istituzioni e da chi crea le politiche.

Tutti noi, in special modo le organizzazioni ambientali e i decisori, dobbiamo dedicarci in modo realistico al lavoro che abbiamo davanti. Colleghiamo le ovvie istanze climatiche al cambiamento climatico e ai nostri popoli, e accettiamo la nostra responsabilità collettiva di fare meglio.

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(tratto da: “A Question of Aesthetics and Colonization”, di Maria Thereza Alves, artista multimediale brasiliana, 10 maggio 2017, trad. Maria G. Di Rienzo)

“Nel 1987, discutevo assieme a Domingos Fernandes e José Gaspar Ferraz de Campos del come fare politica nella nuova opportunità offerta dalla fine della dittatura militare e dagli inizi della democrazia in Brasile. All’epoca, c’era una celebrazione della libertà politica e più di cinquanta partiti si erano registrati per le incombenti elezioni e noi tentavamo di capire dove saremmo stati in grado di dare un contributo politico al Brasile.

Io avevo lavorato come rappresentante del Partido dos Trabalhadores (Partito dei Lavoratori – PT) ma non ero più attiva in esso a causa dell’ingresso di persone della classe sociale più elevata che avevano preso numerose posizioni all’interno del partito. Sia Domingos si José avevano fatto parte di un vasto raggio di formazioni politiche e movimenti. Pensammo che nessuno dei partiti rifletteva il nuovo potenziale nel lavorare in politica e fondammo il Partido Verde (Partito Verde) a San Paolo.

Nel mezzo fra questo e il mio impiego pagato da insegnante di inglese, lavoravo anche sulla mia arte. Il Museu da imagem e do som a San Paolo stava nel mio quartiere, Pinheiros. Presi il mio pesante e largo portfolio, che non era ammesso sull’autobus, e camminai per i due chilometri e 600 metri fino al Museo. Avevo precedentemente chiamato per prendere appuntamento con il direttore, il cui nome non ricordo più.

Arrivai proprio nel momento in cui Domingos del nostro nascente Partito Verde usciva dall’ufficio del direttore. Mi chiese cosa facevo lì e io chiesi di rimando a lui, a cui l’arte non piaceva, come mai era in un museo. Mi disse che aveva appena fatto un favore politico, uno grosso, al direttore e suggerì che andassimo insieme a parlargli e che io potevo chiedere una mostra personale e potevamo consultare il calendario e vedere quand’era il momento migliore per me.

Ero scioccata e dissi che non era quello il modo in cui le cose andavano nel mondo dell’arte. Mi ero diplomata alla scuola d’arte tre anni prima. Andai da sola nell’ufficio del direttore. Mi chiese il mio nome. Mi chiese a quale famiglia Alves appartenevo. Io risposi “A nessuna che lei possa conoscere.” Non poteva, infatti: la mia famiglia all’epoca era composta di contadini o fattori su piccola scala nella campagna dello stato di Parana. Il direttore allora rifiutò di guardare il mio portfolio. Era la prima volta che come artista stavo presentando il mio lavoro al direttore di un museo e avevo seguito tutti i passi che mi erano stati insegnati alla scuola d’arte. Perciò, misi il portfolio sul tavolo, ma lui non lo sfogliò. Allora lo aprii. Ancora non lo toccò. Girai io i fogli per lui. Mentre stavamo arrivando alla fine, e lui era stato zitto durante tutto il processo, spiegai che aveva l’obbligo di discutere con l’artista del lavoro – che lo trovasse interessante o no.

A questo punto, la mia frustrazione per il suo maleducato e arrogante silenzio era ovvia. Il direttore fu quindi costretto a spiegarmi che in realtà era dottore in medicina, che la sua famiglia era stata d’aiuto nel far eleggere il sindaco e che come favore di ritorno la posizione al museo era stata data a loro. Confessò che non sapeva nulla di arte.

Alcuni mesi più tardi, lasciai il mio portfolio a un rinomato centro culturale, il SESC di San Paolo. Anche loro non si presero la briga di guardarlo. Allora chiesi a Domingos di domandare il ritorno di un favore politico. Qualche altro mese dopo, ricevetti la chiamata dall’istituzione culturale che era ora entusiasta all’idea di organizzarmi una mostra in qualsiasi momento io avessi voluto. Declinai l’offerta di partecipare alla corruzione e spiegai che avevo solo voluto verificare se era così che le cose andavano in Brasile.

Passati alcuni anni, stavo lavorando a un numero della rivista Documents pubblicata a New York e incontrai del personale del dipartimento culturale di San Paolo. Fui trattata bene – intendo dire che fui presa sul serio come persona. Non fui interrogata sulla famiglia a cui appartenevo e sull’essere o no collegata a qualche famiglia importante che era il mio “padrino” politico. (Come giovane donna la cui famiglia all’epoca non aveva alcun peso politico o sociale, questo poteva solo voler dire essere l’amante di qualche persona potente. Tale opportunità mi è stata offerta parecchie volte – l’essere la compagnia sessuale di qualcuno – mentre cercavo lavoro in campi in cui ero qualificata ma non avevo relazioni sociali che mi assicurassero l’impiego. Alla fine mi sistemai a insegnare inglese in una piccola ditta guidata da una donna, la quale concordava con me sul fatto che non dovevo accettare proposte sessuali per mantenere un lavoro.)

Tornai una settimana più tardi a continuare la mia discussione con il dipartimento culturale e fui trattata come sono trattata normalmente, cioè come un’intrusione in un luogo dove non sono benvenuta poiché non vi appartengo, e mi chiesi cos’avessi fatto di sbagliato per meritare questo. Stavo per essere illuminata: mi spiegarono che originariamente avevano creduto io fossi parente del Segretario alla Cultura di Rio de Janeiro ed erano delusi dall’aver scoperto che non lo ero.”

il ritorno del lago

Il Ritorno del Lago di Maria Thereza Alves, 2012, Installazione:

Un lago si essiccò nella regione di Chalco vicino a Città del Messico all’inizio del 20° secolo. Un immigrato spagnolo voleva aggiungere la terra sotto il lago ai suoi possedimenti: sarebbe diventato il secondo uomo più ricco del Messico. Quest’evento catastrofico del 1908 causò il collasso del commercio nella regione ed ebbe impatto sulla sopravvivenza di 24 città e villaggi indigeni.

Gli effetti negativi del disastro continuano a piagare la regione con inondazioni, acqua contaminata, cedimenti di terreno e conseguente distruzione di infrastrutture, come le tubature fognarie e le abitazioni. Il lago, ora conosciuto come Tláhuac-Xico (dai nomi delle due comunità che hanno maneggiato l’area per far tornare il lago) si sta ora riformando grazie alle acque pluviali catturate dalla depressione che si è formata per i cedimenti di terreno e l’abbassamento del letto lagunare dovuto all’eccessivo pompaggio di acque sotterranee inviate a Città del Messico.

alves semi del cambiamento

Semi di cambiamento di Maria Thereza Alves (in immagine), Giardino portuale:

E’ stato coltivato interamente da semi contenuti nella zavorra delle navi mercantili: semi che datano dal 17° al 20° secolo. Alla fine degli anni ’90 dello scorso secolo, la botanica finlandese Heli Jutila scoprì che alcuni tipi di flora non nativa del suo paese avevano questa origine. Maria Theresa la incontrò a una conferenza e il loro progetto nacque allora. “Jutila mi disse che i semi possono dormire per centinaia di anni e che era possibile farli germinare oggi”, ricorda l’Artista, aggiungendo che il giardino non è un progetto scientifico, ma una metafora vivente della storia del commercio, della migrazione e del colonialismo: “Sono giunta a vedere questi semi come i testimoni di storie complicate avvenute fra noi persone.”

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(“We Communicate Earth” di Jannie Staffansson (in immagine), del Consiglio del popolo Sami, Norvegia. Cultural Survival, estate 2017, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Jannie Staffansson

Io vengo da una famiglia di allevatori di renne. Siamo pastori. Crediamo che se la renna ha una buona vita, avremo noi stessi una buona vita. Il mio sapere non viene dalla scienza, o dai sistemi occidentali, ma dalle nostre comunità.

Quando ero bambina, ho cominciato a sentir parlare del cambiamento climatico dagli anziani e nella comunità, perché noi parliamo costantemente del tempo atmosferico. Notavo dalle notizie e dai media che realmente non ne sapevano granché. Ho chiesto a mio padre: Perché non ne sanno niente? E mio padre rispose: Be’, noi non siamo istruiti con i loro sistemi, perciò non credono a quel che diciamo. Non danno valore alle cose in cui crediamo o ai nostri modi di conoscere.

Perciò, mi sono occupata di scienza. Ho studiato chimica ambientale e organica, e sono entrata in politica nel Consiglio del popolo Sami.

Lavoro principalmente con il Consiglio Artico, che è un forum internazionale. Collaboriamo con gli scienziati sugli agenti inquinanti, le tossine e l’atmosfera e produciamo moltissime perizie. Ma abbiamo anche gruppi diversi, nel Consiglio Artico, che si occupano di questioni culturali, sociali e relative al linguaggio nella zona artica. Da ciò, abbiamo capito di aver bisogno di orientamento quando si tratta di usare il sapere tradizionale all’interno della scienza occidentale. Quindi, abbiamo sviluppato dei principi fondamentali sull’uso appunto del sapere tradizionale, che è come i colonizzatori lo chiamano; noi potremmo chiamarlo “samu”, o sapere indigeno, per aiutare l’opera dei Sami nel Consiglio Artico.

Lo stato svedese ha una lunga storia di problemi correlati alle miniere e noi abbiamo avuto difficoltà con le dighe idroelettriche che ci hanno forzati a lasciare le nostre terre. Abbiamo anche a che fare con il cambiamento climatico, con ghiacci inaffidabili e valanghe che accadono continuamente, e con la deforestazione. C’è una comunità che sta maneggiando questioni relative a un’enorme area di mulini a vento e le persone sono dovute andare in tribunale per lottare per i loro diritti e i diritti delle renne alla terra. Grandi corporazioni entrano nella terra dei popoli indigeni e noi dobbiamo difendere quei diritti.

Un buon esempio è la Lapponia, designata come intangibile eredità culturale (ndt.: dall’Unesco). Oggi ha la forma di un’ong in cui le comunità Sami hanno membri e la maggioranza del consiglio d’amministrazione. I membri delle comunità hanno condotto ricerche sulla pesca basandosi sulle loro conoscenze tradizionali. Abbiamo anche movimenti che nascono a livello locale. Avevano costruito una miniera in una zona Sami chiamata Kallak, e allora i piccoli leader delle comunità hanno cominciato ad alzare le loro voci contro queste grandi compagnie commerciali. Abbiamo organizzato assemblee per arrivare al COP21 di Parigi (ndt.: la conferenza sul clima delle Nazioni Unite tenutasi nel 2015), per cui è anche stato creato un “joik”, una canzone che viene da una delle più grandi artiste fra noi (ndt.: Sara Marielle Gaup Beaska) e si chiama Gulahallat Eatnamiin – Noi comunichiamo la Terra. Perché parlare è a senso unico, ma comunicare è in ambo i sensi. Se la guida la fai insieme, allora puoi creare movimento. Noi siamo la natura che si ribella.

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