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(“In rural Paraguay, women are on the frontlines of a ‘race against time’ to save native seeds”, di Maria Sanz Dominguez – che ha anche scattato la foto di Ceferina Guerrero riprodotta qui – per Awid e Open Democracy 50.50, 11.9.2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

ceferina guerrero - immagine di maria sanz dominguez

A Chacore, a circa 200 chilometri di distanza dalla capitale del Paraguay Asunción, la 68enne Ceferina Guerrero cammina accanto a scaffali pieni di bottiglie di plastica e lattine accuratamente etichettate. Ognuna di esse contiene una varietà nativa di semi essenziali per la dieta delle comunità rurali.

Le etichette riportano i nomi in guarani, lingua indigena e seconda lingua ufficiale del Paraguay, così come in spagnolo. Guerrero presenta i semi con calore, come farebbe una madre con i propri figli: questo è un fagiolo, questa è una nocciolina, questo è mais.

Conosciuta come Ña Cefe nella sua comunità, Guerrero dice che il suo cognome (“guerriero” in spagnolo) le calza come un guanto. E’ una delle fondatrici del Coordinamento delle donne rurali e indigene in Paraguay (Conamuri).

Conamuri ha avuto inizio negli anni ’90 come piccolo gruppo. Oggi i suoi membri includono donne da più di 200 comunità rurali in Paraguay e l’associazione è anche collegata ai propri alleati in tutto il mondo come parte del movimento internazionale contadino La Via Campesina.

Pure, dice Guerrero, “non dobbiamo dimenticare il nostro principale obiettivo”: raccogliere e preservare semi nativi nell’intero paese. Lei descrive ciò come una corsa contro il tempo – e contro l’espansione dell’agricoltura industriale su larga scala.

“Attualmente abbiamo perso almeno il 60% delle varietà native. – mi ha detto – Ci sono persino comunità che non ne hanno affatto.”

Secondo l’organizzazione per il cibo e l’agricoltura delle Nazioni Unite (FAO), a livello globale il 60-80% del cibo nella maggioranza dei paesi in via di sviluppo, e metà del rifornimento mondiale di cibo, è piantato dalle donne.

Nel frattempo, il mondo ha perso il 75% del suo differente campionario di semi durante il ventesimo secolo. Ora, nove sole colture comprendono il 66% della produzione agricola globale. Unicamente tre di queste – grano, riso e mais – rappresentano circa la metà delle calorie giornaliere della popolazione mondiale.

Queste tendenze hanno allarmato ong, organizzazioni rurali e istituzioni internazionali. Mantenere la biodiversità, insiste la FAO, è “fondamentale” per la sicurezza alimentare e la capacità di adattarsi alla crescita della popolazione e al cambiamento climatico.

La perdita di biodiversità ha anche un “impatto specifico” sulle donne che “sono state per tradizione le custodi di una profonda conoscenza su piante, animali e processi ecologici”, hanno aggiunto nel 2016 gli esperti del comitato internazionale dell’IPES sui sistemi alimentari sostenibili.

In Paraguay, il mero 5% della popolazione possiede il 90% della terra. La maggioranza di quest’ultima è usata da grossi agribusiness per coltivare solo una manciata di varietà (incluse la soia, il grano, il riso e il mais) su vaste piantagioni a scopo di esporto internazionale.

L’anno scorso, il paese ha importato almeno 24.000 tonnellate di semi. La maggior parte era diretta a queste coltivazioni da esporto. Meno dell’1% erano semi di frutta o vegetali, per lo più patate. Il resto includeva il frutto nazionale del Paraguay: mburucuya (maracuja o frutto della passione).

Intanto, 28 coltivazioni geneticamente modificate (in gran parte varietà di soia, mais e cotone) sono state approvate dal governo dal 2001 in poi, quando la Monsanto ha cominciato a produrre qui la sua sua soia resistente al pesticida Roundup. Nel mezzo della pressione esercitata dalle corporazioni sull’agricoltura e la produzione di cibo, le donne che preservano le varietà native, come Guerrero a Chacore, sono “rare, come aghi nel pagliaio” dice Inés Franceschelli, una ricercatrice per l’ong Heñoi (‘germinare’). “E se il Paraguay è cosi dipendente (dalle compagnie straniere) per una faccenda così di base come il cibo – ha aggiunto – significa che questo è un paese subordinato.”

A seguito di un’intensa campagna di mega-fusioni partita nel 2016, un piccolo gruppo composto di tre corporazioni giganti (Bayer-Monsanto, DowDuPont e Chemchina-Syngenta) ora controlla più della metà del mercato mondiale dei semi. Questi semi e i giganti dell’agrochimica sono attivi anche in Paraguay, dove è stato loro permesso di piantare mais, cotone e soia transgenici.

Guerrero mi ha detto che i semi nativi crescono senza insetticidi, mentre alcuni semi transgenici possono “produrre una bella pianta, con bei frutti, ma se tu raccogli i semi e li pianti di nuovo, non germineranno. Non puoi riusare i loro semi e sei costretta a comprarli ancora e ancora.” Ciò che lei descrive suona come l’effetto di una controversa modifica genetica che produce semi sterili una volta che la pianta abbia dato i suoi frutti.

Alcuni li chiamano i “semi terminator”, alcune ong e organizzazioni rurali mettono in guardia sul fatto che l’uso delle Genetic Use Restriction Technologies (GURT) può rimpiazzare le varietà native e minacciare la sicurezza alimentare locale. Il Paraguay è anche uno dei paesi firmatari della Convenzione sulla diversità biologica delle Nazioni Unite, che nel 2000 raccomandava una moratoria de facto dei test sui campi e della vendita dei semi “terminator”.

Si crede che le maggiori compagnie mondiali abbiano brevetti per tali tecnologie, sebbene esse neghino di usarli. La Monsanto, per esempio, ha detto di “non aver mai commercializzato una biotecnologia che risultasse in semi sterili – o terminator” per i raccolti di cibo e di “non avere piani o ricerche che violerebbero questo impegno.”

In questo momento si sta anche facendo pressione affinché il Paraguay adotti il controverso accordo sui semi “UPOV 91”, come parte del trattato sul libero commercio che viene negoziato fra l’Unione Europea e il blocco commerciale sudamericano Mercosur.

Le organizzazioni rurali temono che questo renderebbe possibili azioni legali contro i contadini per la condivisione e lo scambio di semi nativi, poiché essi non sarebbero in grado di soddisfare i requisiti richiesti per la registrazione all’interno dell’accordo.

Durante l’ultimo decennio, Conamuri ha sviluppato le sue proprie proposte di legge per proteggere i semi nativi e “creoli” (che non sono nativi, ma si sono adattati nei secoli alle condizioni locali). Queste proposte sono state respinte nel 2012, dopo l’impeachment del Presidente Fernando Lugo (visto come qualcuno disponibile ad accettarle). “Abbiamo capito allora che il potere politico era instabile e che perciò dare al governo il controllo sui nostri semi non era una garanzia per la sovranità e la sicurezza alimentare.” – mi ha detto Perla Álvarez di Conamuri – I semi devono stare nelle mani della gente di campagna.”

“La gente di campagna ha potere nel proprio stile di vita tradizionale.”, aggiunge Franceschelli dell’ong Heñoi, dal potere di un’alimentazione sana e di una gestione sostenibile della terra a quello di “vivere senza essere dipendenti dalla corporazioni. La resistenza è situata nelle comunità rurali e indigene in tutto il mondo. E questa resistenza è più forte nelle donne.” In Paraguay, nel mezzo del diffondersi dell’agricoltura industriale, delle coltivazioni transgeniche e dei brevetti sui semi, donne come Guerrero sono in prima linea nella battaglia per salvare le varietà native, prima che sia troppo tardi.

Queste donne stanno producendo “fertilizzanti verdi” che aiutano la terra coltivabile a rinvigorirsi per la prossima stagione e insegnano ad altre persone la coltivazione agro-ecologica che tiene conto degli ecosistemi naturali e incoraggia a piantare una varietà di semi. Stanno accuratamente etichettando recipienti in cui immagazzinano le stesse varietà di mais che le loro nonne usavano per cucinare, molto tempo fa. Stanno anche riscoprendo e preservando i semi nativi che non sono stati usati per molti anni.

A Chacore, la Semilla Róga (la casa dei semi) è un progetto di Conamuri che ospita ogni mese contadini provenienti da tutto il Paraguay per lo scambio dei semi e per l’apprendimento alla preservazione di varietà native e creole. Qui, Guerrero insegna come far crescere cibo senza pesticidi o insetticidi. Ha anche il suo magazzino di semi a casa, in cui preserva 60 varietà di semi e li condivide con i suoi vicini. “Sin dall’inizio dell’agricoltura – dice – i semi nativi sono stati collegati alle donne, che sono state le prime a raccogliere, conservare e piantare semi.”

Il progetto Semilla Róga mira pure a preservare la conoscenza e le tradizioni delle comunità che usano i semi nativi. “Ciascuna varietà di mais è adatta a diversi tipi di cibo e appartiene a differenti gruppi di persone. – ha spiegato Álvarez – Per esempio, le genti indigene come gli avá gli mbya guaraní usano il mais colorato per i rituali, perciò questa pianta ha anche valore culturale.”

Le medicine naturali derivate dai semi crudi sono pure popolari in Paraguay, dove sono spesso usate come alternative meno costose alle medicine convenzionali. Il seme di coriandolo, per esempio, è usato per aumentare le difese naturali dopo una malattia.

“Se perdiamo il kuratu (coriandolo), se perdiamo l’andai (varietà locale di zucca), noi stiamo perdendo la medicina e stiamo perdendo il nostro cibo, una parte delle nostre tradizioni come gente di campagna e una parte della nostra cultura e della nostra identità.”, mi ha detto Guerrero. Tenendo in mano una grande foglia di mais rosso nativo, Guerrero spiega che dovrebbe essere raccolto durante la luna piena, quando l’atmosfera è meno umida. Mi mostra come raccogliere i piccoli semi da ambo le estremità per il cibo: quelli nel mezzo saranno immagazzinati per la semina della prossima stagione.

“Alcuni mi chiedono quanti dollari spendo al giorno. Io non capisco la domanda, perché produco quel di cui ho bisogno e per settimane intere non spendo un dollaro. – dice – Quando hai semi in casa, non avrai mai fame.”

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impunity for violence

“Impunity for violence against women defenders of territory, common goods, and nature in Latin America” – “Impunità per la violenza contro le donne difensore del territorio, dei beni comuni e della natura in America Latina”, del Fondo Urgente per l’America Latina e i Caraibi (UAF – LAC).

Rapporto completo, pagg. 61:

http://docs.wixstatic.com/ugd/b81245_c0178ea8a0ea4db3b6de6629dea7c6db.pdf

Rapporto, sommario, infografica:

http://www.urgentactionfund-latinamerica.org/publicaciones

Introduzione (trad. Maria G. Di Rienzo)

Il Rapporto regionale sull’impunità per la violenza contro le donne difensore del territorio, dei beni comuni e della natura in America Latina riflette lo sforzo collettivo di UAF – LAC e di quattordici organizzazioni (1) impegnate nella promozione e nella difesa dei diritti umani e ambientali delle donne e nella protezione integrale delle attiviste e delle comunità che si confrontano con il modello economico estrattivo in America Latina.

Nel mentre affrontano non solo potenti interessi economici e politici, ma la sistematica e specifica violenza contro di esse, le attiviste ambientaliste corrono rischi particolari, minacce e aggressioni, come la violenza sessuale e altri crimini relativi al genere. Tuttavia, la documentazione su tale istanza è insufficiente e manca di approccio femminista e intersezionale.

Per questa ragione, abbiamo documentato la situazione di tredici attiviste (2) in nove diversi paesi, soggette a denunce, minacce, attacchi e altre forme di aggressione, sino all’estrema repressione / sterminio fisico in forma di femminicidio.

Questi casi mostrano l’allarmante situazione in cui si trovano le difensore, la loro lotta contro l’impunità per gli attacchi che ricevono e la mancanza, da parte degli operatori di giustizia, del riconoscimento degli standard da usare contro l’impunità.

L’impunità comporta molto di più dell’assenza di punizione per gli atti criminali. Implica che non c’è il dovuto processo legale, o che la legge non è stata applicata in modo consistente, che le vittime non sanno la verità sugli assalti che hanno subito e non hanno accesso a risarcimenti. Quindi, significa che lo Stato non adotta misura per prevenire il ripetersi di tali assalti. Ciò impianta terrore e disperazione nelle comunità e nelle organizzazioni e assicura la riproduzione di privilegio e ingiustizia in tutte le loro dimensioni, nonché la continuità dello status quo.

Da una prospettiva femminista, nella nostra regione il perpetuarsi di questo fenomeno è dovuto alle seguenti condizioni: a) la collusione fra lo Stato e le compagnie commerciali (3); b) il continuum e le spirali della violenza di genere; c) il razzismo strutturale, che implica doppia discriminazione contro le attiviste indigene e di origine africana; d) l’assenza di riconoscimento per il lavoro delle donne difensore, il che diminuisce l’importanza dell’identificazione del contesto in cui questi crimini occorrono e di chi li progetta; d) la mancanza di meccanismi di protezione efficaci per le difensore, meccanismi che tengano presenti le loro specifiche vulnerabilità, inclusa la violenza all’interno delle loro comunità e gruppi.

Basandoci sui casi, sottolineiamo alcuni fatti allarmanti. Per le attiviste ambientaliste la giustizia ha due lati: da una parte c’è l’assenza sistematica di indagini diligenti – di solito, le denunce presentate dalle donne difensore sono trascurate e non procedono; dall’altra parte, la giustizia opera con diligenza per criminalizzarle e neutralizzarle. Inoltre, c’è una preoccupante incompetenza da parte dei funzionari nel maneggiare le denunce di violenze sessuali delle donne attiviste, che stride contro la frequenza con cui questo tipo di violenza è esercitato da differenti agenti statali sulle difensore. Infine, diamo l’allarme sulla mancanza di indagini e sul fatto che, quando esse si danno, sono usualmente condotte sulla base di stereotipi misogini e razzisti.

Con questo lavoro congiunto vogliamo onorare e dare dignità all’eredità di resistenza di queste donne che si curano di territorio e natura e li proteggono in America Latina. Vogliamo amplificare le loro voci e le loro richieste e aumentare il sostegno e l’impegno di stati, regioni, corpi internazionali per la protezione dei diritti umani e società civili per la sicurezza delle vite delle difensore e l’integrità e la sostenibilità del loro attivismo.

(1) Questo rapporto è stato preparato tramite lo sforzo comune di: Fondo Urgente per l’America Latina e i Caraibi, Associazione per i diritti delle donne nello sviluppo (AWID), JASS – Just Associates, Iniziativa delle donne mesoamericane difensore dei diritti umani, Movimento delle persone investite dalle dighe in Brasile (MAB); Consiglio Civico delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras (COPINH); Commissione dei parenti delle vittime del Massacro di Curuguaty in Paraguay; Movimento delle Donne di Santo Tomás in Salvador; Movimento fiumi vivi Antioquia della Colombia; Commissione inter-ecclesiale per la giustizia e la pace in Colombia; Centro per la giustizia e i diritti umani della costa atlantica del Nicaragua; Fondo per le Donne del Sud; Comunità ancestrale Mapuche di Quillempám; Gruppo di lavoro lesbofemminista antirazzista Terra e Territorio, che hanno fornito suggerimenti e la documentazioni sui casi che mostrano schemi di impunità in differenti paesi.

(2) I casi documentati sono quelli di: Sonia Sánchez – Movimento delle Donne di Santo Tomás in Salvador; Isabel Cristina Zuleta – Movimento fiumi vivi Antioquia della Colombia; Lucia Aguero, María Fani Olmedo e Dolores López – Paraguay; Luisa Lozano e Karina Montero – Difesa dei diritti sulla terra e dei diritti collettivi dei popoli indigeni in Ecuador; Yolanda Oquelí – Resistenza alle miniere in Guatemala; Juana Bilbano e Lottie Cunningham – Centro per la giustizia e i diritti umani della costa atlantica del Nicaragua; Berta Cáceres, Consiglio Civico delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras; Nilce de Souza – Movimento delle persone investite dalle dighe in Brasile; “La Negra” Macarena Valdés – Comunità Newen-Tranguil del Cile.

(Ndt.: Berta Cáceres, Nilce de Souza e “La Negra” Macarena Valdés sono state assassinate.)

(3) La collusione si riflette sulle cornici legali e sulle politiche che incoraggiano gli investimenti stranieri a prescindere dal rispetto dei diritti umani, nonostante la violazione del diritto a un consenso libero, precedente e informato, la militarizzazione e le azioni di giudici e avvocati basate su pregiudizi.

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(di Zoe Tabary per Thomson Reuters Foundation, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Londra, 18 giugno 2018 – Le donne devono stare al cuore dell’azione sul clima, se il mondo vuole limitare l’impatto mortale di disastri come inondazioni e bufere, ha detto lunedì l’ex presidente irlandese e commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani Mary Robinson.

mary robinson

Robinson, che è stata in precedenza incaricata per il clima dalle NU, ha detto che le donne sono le più investite negativamente dai disastri eppure raramente sono “messe al fronte e al centro” degli sforzi per proteggere i più vulnerabili.

“Il cambiamento climatico è un problema creato dall’uomo e deve avere una soluzione femminista. – ha detto all’incontro di esperti di clima al “London’s Marshall Institute for Philanthropy and Entrepreneurship” – Il femminismo non significa escludere gli uomini, si tratta di essere più inclusivi rispetto alle donne e, in questo caso, significa riconoscere il ruolo che esse giocano nel contrastare il cambiamento climatico.”

La ricerca ha dimostrato come le vulnerabilità delle donne siano esposte durante il caos creato dai cicloni, dai terremoti e dalle inondazioni, secondo il gruppo di esperti che compone l’Istituto britannico “Overseas Development”.

In molti paesi in via di sviluppo, per esempio, le donne sono impegnate nella produzione di cibo, ma non è loro permesso maneggiare il denaro guadagnato dalla vendita dei raccolti, ha detto Robinson.

La mancanza di accesso alle risorse finanziarie può ostacolare la loro capacità di resistere e reagire a condizioni atmosferiche estreme, ha aggiunto parlando con noi alla fine dell’evento.

“Le donne in tutto il mondo sono in prima linea per quel che riguarda le ricadute del cambiamento climatico e perciò in prima linea nelle azioni per contrastarlo. – ha detto Natalie Samarasinghe, socia direttrice delle Associazioni delle Nazioni Unite per la Gran Bretagna, durante l’incontro – Ciò che noi, la comunità internazionale, dobbiamo fare è parlare con loro, imparare da loro e sostenerle nell’aumentare ciò che esse sanno funzionare meglio nelle loro comunità.”

Mary Robinson è stata presidente dell’Irlanda dal 1990 al 1997 prima di assumere l’incarico di Alta Commissaria delle NU per i Diritti Umani, e ora dirige una fondazione che si occupa di giustizia climatica.

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“Sono cresciuta sotto la mia materna montagna ancestrale, Tararua, e ho passato gran parte dell’infanzia esplorando i nostri fiumi, le nostre spiagge e le nostre foreste. Mi è stato dato il nome Tui perché quando sono nata il “tui”, un uccello che pianta piccoli semi nella foresta, si stava estinguendo. Questo, io credo, non è stato solo un indicatore culturale rispetto al mio ambiente, ma mi ha messa sul sentiero del proteggere la Terra e del promuovere il vivere in armonia con essa.”

Tui Shortland

Tui Shortland (in immagine) vive a Aotearoa in Nuova Zelanda.

Fedele alla chiamata del suo nome, fa parte del Forum Indigeno sulla Biodiversità; è riconosciuta dalle Nazioni Unite come rappresentante regionale per il Pacifico su sviluppo eco-sostenibile e biodiversità, si concentra sull’uso tradizionale di quest’ultima come direttrice di varie associazioni indigene (fa ad esempio incontrare e lavorare insieme scienziati/e e popolazioni indigene usando la medicina tradizionale Maori e i valori culturali legati alla condivisione della conoscenza ambientale); è persino finita per un periodo in Thailandia, a sviluppare una mappa di lavoro per il popolo Karen, che ha descritto il loro territorio in base alle loro medicine e alle loro pratiche… dar conto di tutti i suoi impegni e successi diventerebbe probabilmente lungo come uno dei fiumi che Tui studia e ama, per cui riassumiamoli nelle sue stesse parole: “Organizzo comunità che comprendono portatori d’interesse primario e specialisti e che usano indicatori di politiche ambientali e conoscenza tradizionale per monitorare programmi.”

Come parte di questo sforzo, ha creato un database delle località sacre per la sua Tribù (Ngati Hine, Ngati Raukawa ki te tonga), assieme a protocolli comunitari bio-culturali che stabiliscono una cornice di autorità condivisa con i ricercatori che entrano nei territori della Tribù.

Tui ritiene il cambiamento climatico la questione maggiore che le comunità indigene si trovano a dover fronteggiare, assieme alle violazioni che l’industria estrattiva dei combustibili fossili ha inflitto alle terre e ai mezzi di sostentamento indigeni: “Una larga parte del lavoro si concentra sull’ampliare la visibilità delle istanze relative alle comunità indigene marginalizzate e nel promuovere i loro diritti e la loro sapienza tradizionale. – la quale, spiega l’attivista, non è assolutamente un blocco statico che si aspetta semplicemente di essere onorato – Le conoscenze tradizionali creano innovazioni, pratiche e soluzioni per la gestione del cambiamento climatico.”

Così, a somiglianza del volatile di cui porta il nome, Tui pianta i suoi semi e alza la sua voce: i tui sono uccelli canori dotati di due laringi e in grado di emettere suoni altamente diversificati e specifici (i Maori insegnavano loro a “parlare”, come noi facciamo con i pappagalli) – cantano anche di notte, specialmente se la Luna è piena.

Tui

Maria G. Di Rienzo

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dorothy

Dorothy Nabakooza – in immagine – è una femminista e un’attivista ecologista, tra le altre cose fondatrice di Climate Change Fighters (“Combattenti contro il cambiamento climatico”) e tutor certificata per i corsi universitari gratuiti forniti online da Coursera (piattaforma creata da docenti di informatica dell’Università di Stanford, coinvolge centinaia di altre università e organizzazioni).

Come moltissime di noi – comprese quelle che si feriscono, si affamano, si ammalano e si uccidono per questo – non assomiglia a Barbie e gliel’hanno fatto notare abbastanza spesso:

“La violenza di genere prende molte forme. Nel contesto di cui parlo, è stata brutale nei miei confronti come donna larga. Secondo mia madre, sono nata minuscola e ho cominciato a prendere peso mentre crescevo. Ero l’unica paffuta in una famiglia con quattro bambini ma la cosa non mi ha mai preoccupato perché la mia famiglia mi amava com’ero.

Poi sono andata alle elementari, dove sono diventata più conscia del mio aspetto. Mi isolavo spesso dagli altri scolaretti, non mi sentivo a mio agio nella mia stessa pelle. Questo mi ha fatto davvero male, non avevo molti amici. Nessuno voleva diventare amico di una “ragazza grossa”. Ero molto sola e a volte odiavo me stessa perché ero grassa. C’è stato un periodo in cui non vedevo l’ora che le lezioni terminassero per scappare via da tutto quell’odio.

Ci sono ancora oggi persone maleducate che mi chiamano “grassa” (ndt.: a guisa di insulto) ma la cosa non mi dà lo stesso fastidio del passato. Alcune persone si riferiscono a me in questo modo quando stanno descrivendo ad altra gente chi sono io: per esempio, durante la conversazione dicono “Oh, intendi Dorothy, quella grassa!”.

C’è segregazionismo nei confronti delle persone larghe ovunque, persino nei trasporti pubblici; la gente non vuol sedersi vicina a me spiegando che essendo grassa li strizzerei. Una volta non ho ottenuto un impiego perché il direttore del personale disse che ero troppo grossa per rappresentare la sua azienda.

Nonostante le difficoltà, io continuo a sensibilizzare ogni ragazza larga in giro per il mondo a non prendersela a cuore. So che fa male, ma io ho raggiunto un punto in cui sono orgogliosa di me stessa e letteralmente non presto attenzione agli svergognatori. Incoraggio le ragazze a amare se stesse: “Smetti di odiarti per quel che non sei e comincia ad amarti per chi sei.”

Spesso resti grossa nonostante la ginnastica e le diete e tutto il duro impegno che ci metti, perciò, continuerai a disprezzare te stessa? Cambia mentalità, perché l’amarti comincia da te. E ci sono persone che ti ameranno per chi tu sei.

Ognuno è bello nella sua propria pelle, nel suo proprio modo; tu non hai bisogno della convalida di nessuno su chi sei e su quel che puoi fare. La vita è troppo breve.”

Maria G. Di Rienzo

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libia grueso

Libia Grueso (in immagine) è un’assistente sociale, un’ambientalista e un’attivista per i diritti umani colombiana. Finora, difendendo le comunità rurali afro-colombiane dagli espropri e dagli sfratti ha messo al sicuro 14.912 miglia – circa 24.000 chilometri – di territorio sulle rive del fiume Yurumangui. Sta inoltre proteggendo la foresta pluviale del Pacifico, una delle aree del nostro pianeta maggiormente segnata dalla biodiversità. Ogni tanto le chiedono perché lo fa:

“E’ una storia lunga e personale, ma molte persone sono come me consapevoli che se non ci assumiamo in prima persona la difesa della nostra cultura, la difesa del nostro territorio, la difesa della natura e dell’ambiente, non solo la nostra cultura sparirà ma anche la natura ad essa associata. Ho avuto numerose esperienze che mi hanno resa conscia dell’importanza della nostra regione e di come quest’ultima sia minacciata dal cosiddetto sviluppo.”

Maria G. Di Rienzo

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(“For the mamas on the frontlines” – “Per le mamme in prima linea”, di Helen Knott, trad. Maria G. Di Rienzo. Helen – in immagine – è una poeta, scrittrice, guaritrice, ambientalista, organizzatrice e attivista indigena canadese. “Ho scritto questa poesia – ha detto l’anno scorso – mentre mi trovavo in un difficile spazio oscuro. E’ uno spazio in cui credo molte di noi si trovino quando sono impegnate nell’attivismo e perciò le mie parole sono venute da un luogo di necessità ma anche da un forte convincimento sul potere dell’azione intrapresa dagli individui.”)

Knott

Siamo state nelle prime linee

con i nostri pugni levati in alto

abbiamo inondato le strade cittadine

in un flusso collettivo

cuore a cuore e fianco a fianco

abbiamo fatto di noi stesse delle alleate

offrendo il nostro sacrificio personale

abbiamo riempito i moduli delle petizioni

continuamente… continuamente.

Abbiamo visto movimenti

sorgere, aumentare, declinare, ritirarsi e crescere.

Ci siamo trascinate dietro i bambini

o qualche volta li abbiamo lasciati a casa

spiegando, piegate sulle ginocchia,

il perché la mamma doveva andare:

perché se le mamme non lottano per i bambini, allora chi lo farà?

Ho detto, se le mamme non lottano per i bambini, allora chi lo farà?

Abbiamo imparato a navigare fra le correnti politiche

a far pressione su pubblici ministeri, deputati e senatori

ministri di gabinetto, e delegati di qualsiasi dipartimento continui a sbagliare.

Alcune di noi hanno infranto le leggi fatte dagli uomini e si sono fatte arrestare.

Siamo rimaste sedute tenendo le nostre veglie:

a volte le candele tremolanti che reggiamo… sono l’unica luce che vediamo.

Pure, manteniamo la convinzione che un giorno l’oscurità non avrà altra scelta che recedere.

Ci siamo sollevate in difesa di terre, di acque,

per i nostri figli,

per le nostre figlie,

per qualcosa di più grande di noi.

Non importa da quale lotta storica veniamo

molte di noi hanno capito

che ci siamo dentro insieme, e che quando collettivamente sfidiamo

noi attivamente ridefiniamo… l’amore.

A volte quell’amore ci dà la capacità di muovere montagne

e altre volte ci dà abbastanza vigore da farci persistere per un giorno di più.

Di fronte a ogni rivoluzione

ci sono molte pause, blocchi e inizi,

ci sono molte lacrime, paure non dette e spezzarsi di cuori.

Se ascolti con sufficiente attenzione potrai in effetti sentire tutto…

Perché siamo onesti, tesoro,

a volte lottare per il cambiamento equivale a sottoporsi a un inferno.

Quindi, cos’è che ci fa insistere,

quand’è chiaro che l’ignoranza cammina mano nella mano con la beatitudine?

E’ perché

è perché

qualche volta non far nulla non si accorda all’anima?

O il fatto che crediamo il potere non sia assoluto

e non c’è sottomissione possibile nei confronti di coloro che sembrano avere il controllo?

Difendiamo trattati e promesse fatte e spezzate molto tempo fa?

E’ per chi non ha voce? Per chi non ha scelta?

O perché siamo radicate in scienza e dati di fatto?

Forse la nostra fede ci chiede di muoverci e reagire?

Comunque sia, c’è forza nella nostra scelta di stare insieme

Una cosa che so per certo essere vera

è che io non mi ergerei ne’ parlerai liberamente come faccio

se non fosse per quelle che sono venute prima di me.

Perché non hanno accettato sconfitte.

Hanno continuato a basarsi su ciò in cui credevano.

Hanno lottato, hanno sanguinato, hanno compiuto sacrifici

ed è per questo che io posso dormire la notte

sapendo che tutte queste azioni non sono state compiute invano,

perché sto sulle spalle di queste giganti

e la prossima generazione un giorno dirà la stessa cosa

e le giganti di cui parleranno, be’ mia cara, saremo noi.

Perciò non sottovalutare mai

il potere della tua voce

o della forza in una collettiva e trascinante forma d’amore.

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