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Posts Tagged ‘ecologia’

(“Cows come from the sea…”, di Kristiina Ehin, poeta e scrittrice contemporanea, trad. Maria G. Di Rienzo. L’Autrice è nata nel 1977 in Estonia e là vive con il marito, il musicista Silver Sepp, e il loro figlio. I suoi lavori sono stati tradotti in tredici lingue e hanno vinto riconoscimenti un po’ ovunque. La quarta raccolta di versi di Kristiina ha ricevuto il più prestigioso premio per la poesia del suo paese: è stata scritta durante l’anno che lei ha passato come guardiana ambientalista su un’isola deserta, al largo della costa nord dell’Estonia.)

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Le mucche vengono dal mare

in questa mattina all’inizio del tempo

mucche verdi-blu

mammelle piene di latte marino salato

e la Madre del Mare le guida a riva

con una frusta di alghe (1)

Fanciulle del Mare venite a curare le mucche

e tenetevi al sicuro

di notte dai lascivi mandriani

Possano in autunno cento mucche verdi-blu

tornare qui nella baia fra pietre chiazzate

Possano le loro corna brillare nella foschia

e possano scintillare i vostri occhi

Ma mantenete i vostri cuori chiari e freddi

come la rugiada del mattino

Non potreste mai abituarvi alla vita delle donne umane

mette catene al cuore

i sogni non si avverano mai

e i sentimenti danno solo la stura al dolore

Gli individui sono belli ma crudeli

Si tengono fra simili come insetti

raccolgono l’oro dei sogni la notte

e lo sperperano tutto la mattina

Diventare la persona giusta per qualcuno significa essere

pericolosamente vicine a una stella umana

Ma i vostri occhi sono come il mare del mondo

e le stelle annegano in esso

Fanciulle del Mare venite a curare le mucche

Ma mantenete i vostri cuori chiari e freddi

come la rugiada del mattino

(1) di angiosperme – nell’originale sea-grass più esattamente: “erbe marine” che si riproducono grazie ai fiori

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“Prendete la città di Puno, in Perù, ove abitano tribù indigene Aymara e Quechua. – spiega Majandra Rodriguez Acha (in immagine) – Usualmente gli inverni sono pesanti in quel luogo e stanno diventando sempre peggiori e anticipati a causa del cambiamento climatico. La mortalità materna è del 45% più alta della media del paese e in parte dovuta a questo freddo intenso. Sono le donne rurali impoverite e i loro bambini che soffrono di più, ma quel che si fa per loro è mandare in dono coperte ogni anno: chiaramente la loro situazione non è prioritaria per il governo.”

Per Majandra i danni provocati all’ambiente sono divenuti prioritari nel 2009, quando giungle e foreste furono invase dalle compagnie petrolifere causando lo spostamento forzato e assai violento di migliaia di persone indigene. Indignata da ciò che vedeva in televisione, andò a prendersi la prima dose di gas lacrimogeno in una manifestazione di protesta, mentre ripeteva lo slogan “La selva no se viende, la selva se difende” – “La giungla non si vende, la giungla va difesa”: aveva allora 19 anni e subito dopo fondò “TierrActiva Perù”, la propria organizzazione di attivisti.

Majandra è oggi consigliera di due gruppi internazionali che lavorano esplicitamente per contrastare il cambiamento climatico e le operazioni che lo favoriscono, “Global Greengrants’ Next Generation Climate Board” e “Women’s Environment and Development Organization”: in quest’ultimo il suo “titolo” è Giovane Femminista per la Giustizia Climatica.

Come lavora in tal campo una giovane femminista? “Ascoltando. Io sono un megafono per voci storicamente soffocate. Credo che le vere esperte delle situazioni siano le persone che le vivono. Nei miei seminari non mi porto dietro presentazioni e non tengo conferenze, mi porto dietro grandi fogli di carta bianca e matite, di modo che chi partecipa possa narrare la propria storia e lasciarne traccia.”

TierrActiva va direttamente nelle aree minacciate o devastate, decentralizza l’organizzazione delle azioni e usa per esse tutti i mezzi e i media a portata di mano: la Mobilitazione per i diritti della Madre Terra nacque dall’allestimento di una radio comunitaria, da laboratori tenuti dalle persone coinvolte a livello locale e dalla costruzione di centinaia e centinaia di enormi pupazzi che poi furono portati in manifestazione con clamoroso effetto visivo. Incontrare le persone sul loro territorio fornisce l’esatta percezione di cosa sta accadendo: chi vive nelle montagne sta affrontando le conseguenze dello scioglimento dei ghiacciai (riduzione della pioggia o scomparsa del suo ciclo), mentre chi vive presso o nelle foreste le vede distrutte da fuochi alimentati dalla siccità.

Majandra dice che far venire alla luce queste narrazioni è critico per parlare di cambiamento climatico: “Non si tratta di tabelle e numeri. Si tratta delle strutture di potere che sfruttano le risorse, danneggiando gli esseri viventi durante il processo.” Un’altra cosa che vede molto chiaramente è la connessione fra il degrado dell’ambiente e le donne: in Perù, dice, questo è particolarmente vero, giacché le donne sono in pratica assenti dai luoghi decisionali e nella sfera politica e tuttavia, la maggioranza delle persone che praticano agricoltura di sussistenza e subiscono i danni del cambiamento climatico sono donne.

La violenza contro la Terra, spiega Majandra, è simile alla violenza sessuale. “Il linguaggio usato è lo stesso, è quello che descrive lo stupro. I modi violenti in cui si estraggono le risorse, si saccheggiano le foreste, si inquinano i corsi d’acqua, hanno forti somiglianze con i modi in cui non si rispettano le donne. Pensano di stuprare la Madre Terra e di farla franca.” Majandra intende mettersi di mezzo. E’ quello che dovremmo fare tutte e tutti.

Maria G. Di Rienzo

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(“An Indonesian Village’s First Female Chief Ended Illegal Logging With Spies and Checkpoints”, di Carolyn Beeler per Public Radio International, 30 dicembre 2016, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Una strada maestra che attraversa il distretto di Sedahan Jaya nel Borneo occidentale è solo una striscia di terra marrone. Ma è meglio della pozza di fango in cui soleva mutarsi dopo intense piogge. “La strada era in condizioni così cattive quando i bambini andavano a scuola che tornavano a casa con le gambe coperte di fango. – dice Hamisah, una residente locale – Questo era davvero triste per me.”

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Hamisah (in immagine), 43enne, ha due figli maschi e vive in una delle piccole case annidate lungo tale strada. Dal suo cortile, si possono scorgere alcune delle colline del parco nazionale di circa 400 miglia quadrate Gunung Palung: è da là che venivano le inondazioni, a causare problemi maggiori delle gambe infangate. Molti dei circa 900 residenti del villaggio di Hamisah sono contadini e lavorano nelle risaie dal verde iridescente che si situano sotto il parco.

“C’erano sempre inondazioni quando i contadini stavano per mietere il riso, perciò perdevamo i nostri raccolti.”, dice Hamisah. Il problema, aggiunge, era peggiorato dal disboscamento illegale nel parco. “A causa del taglio illegale, alcune colline non hanno più molti alberi, perciò la terra non può assorbire l’acqua della pioggia. – spiega Hamisah – Perciò, ogni anno, c’erano grosse inondazioni.”

Ho parlato con Hamisah nella stanza d’ingresso della sua casetta di legno, dove lei aveva disteso uno spesso tappeto porpora perché ci sedessimo insieme. Discuteva enfaticamente e gesticolando, apparendo vivace e professionale pur nel soffocante caldo tropicale e anche se si alzava ogni pochi minuti per scacciare le galline dalla porta d’ingresso.

Hamisah non è mai andata alle superiori e la gente dice che era timida. Ma le inondazioni e i problemi che esse causavano alla usa comunità l’hanno spinta in avanti: “Ho pensato che per me era il momento di essere coraggiosa e di presentare la mia candidatura a capo del villaggio.”

Non c’era mai stato prima un capo di sesso femminile nella zona, ma Hamisah si era costruita del sostegno. Aveva conosciuto un bel po’ di persone tramite il suo lavoro di assistente sanitaria, lavorando in una clinica locale alla cura delle persone con tubercolosi.

“Forse perché sono una donna, una madre, molta gente veniva da me se aveva problemi. – dice Hamisah – Io ascoltavo e tentavo di suggerire soluzioni. Così, dopo un po’, alcuni hanno cominciato a dirmi che avrei dovuto presentare la mia candidatura.” Lei lo fece, nel 2013, e vinse diventando la leader di Sidorejo nel distretto di Sedahan Jaya.

Hamisah si mise subito al lavoro per fermare la deforestazione illegale e cominciò dalle donne del villaggio. All’epoca, fra i disboscatori illegali, ce n’era solo uno che effettivamente viveva nel villaggio e lei parlò alla moglie di costui dei pericoli che correva: e se si fosse tagliato con la sega, chiese, e se un albero gli fosse caduto addosso? “Feci in modo che sua moglie gli parlasse di questo e lo incitasse a smettere.” Funzionò. L’uomo appese la sega al chiodo e trovò lavoro nell’edilizia.

“Negli altri casi, chiesi alle donne che futuro volevano per i loro bambini, per le foreste e per alcuni tipi di flora e fauna di cui avevano cura. – prosegue Hamisah – Questa è la mia strategia: dire alle donne perché dobbiamo proteggere il villaggio.”

Tuttavia, quelli che tagliavano gli alberi nelle foreste che circondano il villaggio venivano in effetti da fuori di esso. Ma poiché Hamisah aveva i residenti locali dalla propria parte, ne reclutò alcuni affinché fermassero i disboscatori che attraversavano il villaggio per raggiungere le foreste. Hamisah chiama le/i suoi aiutanti “spie”. Una è una negoziante di nome Selamat, che lavora in un chiosco distante pochi minuti di strada dalla casa di Hamisah: “Mi chiese di prestare attenzione a chi guidava mezzi portando una sega. Io dissi di sì, perché volevo essere d’aiuto.” Quando Selamat individuava un disboscatore, doveva chiamare la “spia” successiva lungo la strada, un uomo di nome Ridwan, che avrebbe fermato l’automobile e tentato di convincere il guidatore a tornare indietro.”

Ridwan ha raccontato uno dei blocchi che ha effettuato nell’agosto 2014: “Il tipo era molto arrabbiato, mi disse che non avrebbe venduto il legno e che voleva solo costruire una casa. Ha tirato fuori ogni tipo di argomenti ma alla fine se n’è andato.”

La rete creata da Hamisah ha fermato cinque disboscatori illegali nel suo primo anno e mezzo da capo del villaggio. Ridwan dice che attorno al villaggio nessuno tenta più di tagliare alberi e attribuisce in larga parte il fatto alla guida di Hamisah: “Lei non è come un uomo che si arrabbia subito, lei ha più disciplina. E’ diretta e dura, ma è il tipo di leader che riesce a far cooperare chiunque con lei e a seguirla.”

Il villaggio ha ottenuto anche cure sanitarie meno costose nella clinica dove Hamisah lavora perché ha fermato il disboscamento illegale. La clinica infatti incentiva la conservazione delle foreste offrendo sconti agli abitanti dei villaggi che lo hanno impedito o diminuito.

Il villaggio di Hamisah è un piccolo luogo. Solo sei disboscatori sono stati fermati sino ad ora. Nel frattempo, le foreste indonesiane vengono ancora perdute su larga scala e molta di questa perdita avviene in modo legale. Tutta questa deforestazione ha reso il paese uno dei primi emissori di gas a effetto serra del mondo.

Hamisah sa questo, ma attesta di essere felice per quel che è riuscita ad ottenere: “E non solo io sono felice. Tutte le donne qui intorno si sentono vincitrici perché abbiamo fermato i disboscatori.”

Hamisah dice che la sua esperienza è la prova che se lei può fare la differenza nella sua comunità, chiunque altro può. E che tante piccole differenze possono sommarsi sino a diventare qualcosa di grande.

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(“All Together, We Can Create Miracles” di Martha Llano per World Pulse, 20 dicembre 2016, trad. Maria G. Di Rienzo. Martha è, nelle sue stesse parole, una narratrice – l’originale cuentista suona e spiega meglio, ma ahimè non ho trovato una traduzione migliore – fotografa, sognatrice, poeta e innamorata degli alberi. E’ anche una straordinaria e resistente attivista ambientalista. Martha è nata e vive in Colombia.)

martha

Se preservare le nostre specie viventi è una sfida, proteggere i nostri alberi è una sfida ancora più grande. Una terra protetta sembra un’utopia. La mia visione del proteggere gli alberi sostenendo nel contempo le nostre specie viventi è stata considerata una sorta di follia.

Ma io non sono una pazza.

Io credo che noi abbiamo bisogno degli alberi quanto abbiamo bisogno di acqua, aria e terra. Sapendo questo nel profondo del cuore, ho deciso più di vent’anni fa di proteggere la terra, di proteggere gli alberi, di proteggere l’aria, di proteggere l’acqua. Queste sono le risorse di cui abbiamo bisogno per proteggere tutte le specie viventi. Conservare il nostro pianeta mentre avanziamo richiede un delicato equilibrio.

Nei due decenni passati ho lavorato per proteggere la terra attorno a una città in espansione. Dove io posso vedere aria pura, altri vedono solo fumo. Dove io posso vedere acqua pura, altri vedono piscine. Dove io vedo alberi, altri vedono edifici. Quando cammino io vedo uccelli, mammiferi e farfalle: i fautori dello “sviluppo” vedono solo spazio per più edifici.

Ci sono molti che stanno tentando di arrivare a questi straordinari territori per conquistarli con lo scopo di aver più soldi nei loro conti bancari. Per molti anni, ho tentato di istruire le persone che vivono in città sul fatto che il miglior conto bancario è lasciare la natura intatta. In natura noi scopriamo la capacità di essere flessibili e recuperare come il principio più importante: può insegnarci tutto il resto.

Il mio progetto, che io chiamo “Resiliencias”, è lo sforzo di collegare le aree preservate private del mio paese. Nel mio sforzo ho incontrato moltissime difficoltà, ma almeno altrettanti miracoli. Sì, miracoli. I miracoli accadono ogni volta in cui fronteggio un ostacolo nel connettere terra, donne e alberi. Questi miracoli sono possibili solo quando noi crediamo profondamente in noi stesse e in ciò che i nostri corpi ci dicono.

Quando sono stata scelta come “guida influente” da World Pulse, il mio problema principale era dovermi concentrare su un solo soggetto. Vivere in Colombia, un paese in guerra, significa che non ti è concesso fare una cosa alla volta. Dobbiamo pensare velocemente e creare differenti e complesse strategie. E’ normale avere approcci multipli allo stesso problema, solo per precauzione.

Ma le cose stanno cambiando nel mio paese. Nella sezione centrale delle Ande, a 2.600 metri sul livello del mare, la vita sembra diversa ora. E’ un habitat più pacifico e mi ha dato la forza, il tempo e l’energia per cominciare a parlare alle donne di argomenti di cui non avevo mai parlato loro in precedenza. La sopravvivenza veniva sempre prima: cibo, rifugio, salute. Ora, stiamo facendo lavoro di conservazione e abbiamo creato una prima rete tramite WhatsApp per condividere idee su come preservare le nostre specie viventi, alcuni semi, alcuni alberi. Questa rete sarà connessa a una più vasta, prima in Colombia, poi nel resto del mondo.

Dobbiamo essere tutte collegate per poterci aiutare reciprocamente. Possiamo trovare soluzioni. Possiamo condividere esperienze. Possiamo educare la società civile sull’importanza degli alberi e della preservazione delle terre per la nostra stessa sopravvivenza.

L’altra mia difficoltà è stata il tempo. Ho avuto solo un breve periodo per raccogliere informazioni per un nuovo sito web e per disegnarlo. Sono stata in grado di comprare il dominio solo pochi giorni fa e presto riempirò il sito con tutte le informazioni necessarie a proteggere suolo e alberi e a collegare la gente “verde” ai verdi alberi in tutto il pianeta. Tutto questo in un unico spazio.

Insieme, se abbiamo le informazioni giuste e le connessioni adeguate, e se crediamo in noi stesse, noi possiamo creare miracoli.

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La comunità Ekuri, in Nigeria, amministra 336 chilometri quadrati di foresta comunitaria adiacente al Parco Nazionale di Cross River. Questo assetto ha avuto inizio negli anni ’80, quando i villaggi Ekuri si unirono per opporsi alla proposta di disboscamento commerciale della foresta stessa. Il progetto includeva la costruzione di una strada che avrebbe collegato i villaggi ai mercati locali: ma gli Ekuri decisero per un’amministrazione della foresta ecosostenibile e comunitaria, generando reddito, materiali di sussistenza e cibo senza tagliare un solo albero. I guadagni prodotti in questo modo finanziarono comunque la strada di cui la comunità aveva bisogno per raggiungere i mercati, resero possibile la costruzione di due scuole, di una clinica sanitaria e di un centro civico ove gli Ekuri si radunano per prendere decisioni su quella che è l’ultima foresta pluviale ancora esistente in Nigeria. Attualmente, la comunità si trova di fronte a una nuova minaccia: la costruzione di una superstrada che distruggerebbe gran parte del lavoro fatto sino ad ora.

Una delle organizzatrici chiave della resistenza, da più di vent’anni, è Caroline Olory (in immagine qui sotto):

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“Quando vennero a dirci “disboscheremo, ma vi faremo la strada, vi daremo acqua eccetera”, noi abbiamo riflettuto: se maneggiamo la foresta in modo ecosostenibile, essa diverrà la nostra economia. Abbiamo capito che se lavoriamo insieme per mantenere le nostre risorse possiamo farcela e le strade le abbiamo create da soli: se le percorrete, vedrete ponti costruiti dalle persone che abitano in quella zona e che hanno raccolto personalmente materiali naturali. Perciò è con la creatività e la generosità dei membri della comunità che amministriamo la foresta.

La cosa più importante in queste situazioni è trovare il modo di coinvolgere tutti, di modo che l’idea sia replicata anche altrove. Quando non coinvolgi tutti, entra il sospetto. Ogni persona deve sentirsi in posizione decisionale e condividere i benefici. In questo modo, è sostenibile. La chiave è l’essere insieme in modo trasparente. Controlli e bilanciamenti sono stati messi in opera da quella che oggi si chiama “Iniziativa Ekuri”.

La nuova proposta della superstrada ha portato ben 187 comunità a lottare contro il governo, perché non intendono farla passare nelle loro aree. Stanno dicendo: “No, non vogliamo la superstrada perché distruggere un’intera foresta non si chiama sviluppo.” Le comunità sanno ormai bene che conservare la foresta va a loro guadagno. Volete fare una nuova splendida superstrada? Non è in bilanciamento con la conservazione della foresta e non la vogliamo. Se volete fare una strada, facciamola in modo che sia amica dell’ambiente.” Maria G. Di Rienzo

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“Il mio nome è Ursula Rakova. Vivo in Papua Nuova Guinea, ma sono nata nelle Isole Carteret nel Pacifico del sudovest. Le anziane e gli anziani e la mia intera comunità mi hanno affidato questo grande compito, dire al mondo cosa sta accadendo nella mia isola e come il cambiamento climatico sta distruggendo le nostre vite. Il mio lavoro comprende l’organizzare la mia gente e spostarla dall’isola compromessa alla terraferma, dove dobbiamo reinsediarci su terreno che sia sicuro in ogni senso. Siamo costretti ad abbandonare la nostra isola, la nostra antica casa, per la provincia di Bougainville in Papua Nuova Guinea, dove dobbiamo cominciare nuove vite e trovare mezzi sostenibili per produrre il nostro cibo e sopravvivere.

Io voglio assicurarmi che il mio popolo abbia vita futura per le generazioni che verranno. E voglio dire a chi non crede che il cambiamento climatico stia accadendo: se avete cuore a sufficienza per sapere di essere fatti di carne e sangue, cominciate a pensare a noi sull’isola. Quella che per voi è una scelta relativa allo stile di vita, per noi è una questione di vita o morte. Dovreste mettervi nei nostri panni, e magari fare una visita alle nostre isole. Vi invitiamo a venire a vedere con i vostri occhi.” Ursula Rakova – trad. Maria G. Di Rienzo

(Ursula – nell’immagine sopra – è la direttrice dell’ong “Tulele Peisa”, che significa “Navigare le onde da noi stessi”. Nel 2014, il suo lavoro di reinsediamento degli abitanti delle Isole Carteret, alcuni dei primi rifugiati ambientali al mondo, è stato premiato dalle Nazioni Unite con l’Equator Prize. Sulle isole, a causa dell’innalzamento del livello delle acque, la terra coltivabile è scomparsa, le zanzare degli acquitrini si sono moltiplicate esponenzialmente diffondendo la malaria, e così via. Le iniziative di successo che Ursula continua a organizzare per l’autonomia economica delle donne sono state presentate in numerosi incontri e convegni internazionali.)

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Molto probabilmente, ormai avrete sentito parlare dei mesi di resistenza all’oleodotto (Dakota Access Pipeline) da parte della tribù Sioux Standing Rock, fiancheggiata da membri di circa 100 altri gruppi nativi statunitensi e canadesi. L’oleodotto attraverserebbe i fiumi Mississippi e Missouri e il lago Oahe con circa mezzo milione di barili al giorno. Il Missouri è la fonte principale di acqua potabile per la gente di Standing Rock.

La risposta a questa resistenza nonviolenta, fatta di presenza, preghiere e cerimonie tradizionali, si è rapidamente militarizzata e gli attacchi ai dimostranti sono diventati molto duri. Tuttavia, le donne hanno dato inizio alla protesta, e le donne sono ancora lì.

Emily Arasim e Osprey Orielle Lake di WECAN – Women’s Earth and Climate Action Network, hanno intervistato e fotografato 15 di queste leader, per EcoWatch, il 29 ottobre scorso. Ecco i loro volti e alcune delle loro parole. (Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

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LADONNA BRAVE BULL ALLARD

(Standing Rock Sioux di Fort Yates, North Dakota; fondatrice del Campo delle Pietre Sacre.)

In primo luogo e principalmente siamo protettrici dell’acqua, siamo donne che si ergono perché l’acqua è donna e noi dobbiamo stare al suo fianco. Se vogliamo vivere come esseri umani dobbiamo avere acqua, senza acqua moriamo. Perciò quel che facciamo è restare qui, in preghiera, in disobbedienza civile. Lo facciamo con gentilezza, ma resistiamo.

L’abuso nei confronti delle donne è ben noto nella storia americana, nella storia del mondo: e questo ti dice molto di quel che sta accadendo alla nostra Terra. Se rispetti le donne, rispetti la Terra e rispetti l’acqua.

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JASLYN CHARGER

(Cheyenne River Sioux di Eagle Butte, South Dakota; fondatrice del Consiglio Internazionale della Gioventù Indigena.)

Sento la sofferenza di quel che il governo sta facendo alla nostra Madre Terra. La stanno violando, in tutto il mondo le aprono il ventre e tirano fuori i suoi intestini e questo non è giusto. Noi come donne possiamo sentire il suo dolore, siamo connesse a lei. Possiamo sentire le sue grida anche se non ha una voce, la vediamo.

Se avete paura, trovate coraggio, perché c’è qualcuno là fuori che ha bisogno di voi, c’è qualcuno là fuori il cui futuro dipende da voi, e questo è tutto quello che dobbiamo ricordare a noi stesse: perché dobbiamo trovare forza nel nostro dolore, perché non importa quel che ci fanno, se ci lanciano addosso i cani, se ci schiacciano, se ci picchiano a morte – noi continueremo a essere qui.

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CHAMPA SEYBOYE

(Spirit Lake Sioux che vive a Mandan, North Dakota)

Sono qui per dar sostegno all’acqua pulita, a Madre Terra. Ho una figlia e sono qui con mia nonna, i miei zii, le mie sorelle e quel che spero di ottenere è più consapevolezza sulla necessità di avere acqua pulita, è un nostro diritto. Tutti abbiamo diritto ad acqua pulita, non dovremmo essere costretti a lottare con le unghie e con i denti costantemente per avere qualcosa che Madre Terra ci provvede.

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KANDI MOSSETT

(Mandan, Hidatsa, Arikara di New Town, North Dakota)

Voglio aiutare a fermare quest’avida industria petrolifera; l’oleodotto misura 11.000 miglia di lunghezza (oltre 17.700 chilometri, ndt.) e sta danneggiando tutti lungo il corridoio d’acqua sino al Golfo del Messico. Immediatamente, in questa zona, avremo milioni di persone che soffriranno un impatto diretto: non si tratta solo di noi ma di chiunque viva lungo i corsi d’acqua. Questo paese ha detto di voler ridurre le emissioni, be’ se il Dakota Access Pipeline viene costruito produrrà emissioni annue equivalenti a quelle di 30 centrali a carbone.

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PHYLLIS YOUNG

(Standing Rock Sioux)

Io sono la “Donna che si erge accanto all’acqua” e l’altro mio nome è “Donna che ama l’acqua”. La mia gente mi ha dato questi nomi perché proteggere l’acqua è la lotta della mia vita. Io sono cresciuta accanto a questo fiume: quando avevo 10 anni ci hanno fatto spostare e reinsediare altrove e i miei nonni non sono mai stati compensati per la terra che avevano perso. Sono tornata qui, sto vivendo di nuovo lungo il fiume e sto dicendo all’esercito delle corporazioni: “Non mi farete spostare di nuovo. Non mi metterete in un posto a cui non appartengo.”

Noi non vogliamo oleodotti. Non vogliamo petrolio lungo il nostro fiume e attraverso la nostra terra. Vogliamo energie alternative – il sole è nostro fratello. Il sole è il nostro mondo naturale e dobbiamo utilizzare le energie solari e naturali: probabilmente il mondo capitalista sarà devastato da questo, ma è così che dev’essere. Non si tratta solo di noi. Si tratta del mondo intero. Si tratta di Madre Terra che ha sopportato e sofferto così a lungo: ora ha bisogno del nostro aiuto e della nostra protezione.

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LAUREN HOWLAND

(Jicarilla Apache di Dulce, New Mexico; membro del Consiglio Internazionale della Gioventù Indigena)

Sono qui per difendere l’acqua. Sono qui per lottare per i miei figli e i figli dei miei figli – per le generazioni a venire. Sono qui per proteggere queste persone tutt’intorno a noi, questa terra, questa terra sacra.

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SHRISE WADSWORTH

(Hopi del Bear Strap Clan, Shungopavi Village, Second Mesa, Arizona)

Sono qui per mostrare il mio sostegno ai miei fratelli e sorelle, e per accendere ispirazione e motivazione nella mia generazione, affinché esca allo scoperto e abbracci la propria eredità, affinché ognuno di loro abbracci chi è come persona, per mostrare alla mia comunità che anch’essa ha una voce e che tale voce è udita.

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JOYE BRAUN

(Cheyenne River Sioux di Eagle Butte, South Dakota – rappresentante dell’Indigenous Environmental Network e organizzatrice della protesta.)

Mentre stavamo protestando mia figlia ebbe un grave attacco epilettico. Quando venne al campo dopo l’accaduto ci disse cosa aveva visto: serpenti neri che attraversavano la terra e quando a uno era mozzato il capo ne spuntava subito fuori un altro. Disse che le donne si sarebbero fatte avanti in questa lotta, che le donne sarebbero state in prima linea con i loro scialli rossi – e vedete, è quanto sta accadendo ora qui. Dobbiamo essere pronte a lottare e pronte a portare altrove tutto quanto impariamo e insegniamo.

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MICHELLE COOK

(Diné del Walk Around Clan, Oak Springs, Arizona – consigliera legale di Standing Rock)

Stiamo lottando contro l’oleodotto, ma stiamo lottando anche contro l’intero sistema della violenza. L’intero sistema che ci ha chiamati selvaggi, che ha negato la nostra umanità e noi stiamo rispondendo creando una comunità che ha i suoi propri valori. Una comunità che rispetta le donne. Che dà la priorità ai bambini. Che insegnerà ai bambini la conoscenza tradizionale della vita, e questa conoscenza darà vita a loro.

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TARA HOUSKA

(Ojibwe, Couchiching First Nation di International Falls, Minnesota; direttrice nazionale della campagna “Onora la Terra”.)

Quando è troppo è troppo. I popoli indigeni sono stati presi a bersaglio per troppo a lungo e abbiamo dovuto dar via tutto. Siamo stati bersagliati per le nostre terre, per i nostri figli, per le nostre lingue, per la nostra cultura e quel poco che ci resta ora è minacciato dalla contaminazione e dalle distruzione. Ho la speranza che quando fermeremo questo progetto ci sarà un momento in cui la gente capirà che le nazioni indigene sono qui, sovrane, e che non tollereremo più la conversazione così com’è oggi.

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ERYN WISE

(Jicarilla Apache e Laguna Pueblo, New Mexico; membro del Consiglio Internazionale della Gioventù Indigena e coordinatrice media)

Ho fatto un sogno, circa due mesi prima di venire qui: c’era la mia nonna, che è morta, e mi chiedeva un bicchier d’acqua. Quando glielo portavo era pieno di terriccio e petrolio. E lei continuava a tentare di bere da quel bicchiere e io diventavo disperata perché volevo darle dell’acqua e non riuscivo a trovarla. Se non facciamo qualcosa per proteggere l’acqua, allora non ne avremo più.

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WINONA KASTO

(Cheyenne River Sioux, cuoca del Campo di Oceti Sakowin)

Sono una cuoca tradizionale per la gente Lakota, cucino da circa trent’anni. E’ sempre stato importante per me esserci, esserci per le persone, le persone che dobbiamo nutrire affinché restino forti, così potranno restare qui e fare il lavoro che stanno facendo per tutti noi.

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MORNING STAR GALI

(Achomawi Band di Pitt River, California del nordest)

Eccoci qui, a difendere in prima linea, con le donne che tengono questa linea… con una donna che sta fronteggiando accuse di reato, solo perché è stata qui con i suoi bambini, che sono rimasti al campo. Tutte noi siamo qui per le generazioni future, affinché abbiano acqua pulita.

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LEANNE GUY

(Diné, da Navajo, New Mexico; direttrice esecutiva della Southwest Indigenous Women’s Coalition)

Come donne, noi siamo datrici di vita e abbiamo un forte legame con la Madre Terra. La violenza contro di lei è violenza contro le donne. E questa è una parte della nostra lotta: tentare di fermare la violenza, la violenza sessuale e domestica, e la violenza contro l’acqua, contro le nostre terre, contro di noi come popoli.

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DEEZBAA O’HARE

(Diné/irlandese/svedese che risiede a Oakland, California)

Come popoli indigeni noi sappiamo che l’acqua è vita, sappiamo di venire dall’acqua, sappiamo che l’acqua è l’ambiente primario e le donne la portano. Noi portiamo l’acqua dentro noi stesse. Dobbiamo ascoltare il nostro nucleo centrale, il nostro nucleo centrale di responsabilità come umanità, onoriamo noi stessi, onoriamoci l’un l’altro, prendiamoci cura di noi stessi come del mondo attorno a noi. Questa è una preghiera che è stata creata qui e non è solo per la nostra generazione, è per le prossime, e perciò la portiamo con noi, la portiamo avanti per la guarigione e il benessere della Terra. E non dobbiamo fare questo da soli. È tempo che gente di tutte le nazioni si risvegli e ascolti l’acqua. L’acqua è vita.

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