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Posts Tagged ‘ecologia’

(tratto da: “A Question of Aesthetics and Colonization”, di Maria Thereza Alves, artista multimediale brasiliana, 10 maggio 2017, trad. Maria G. Di Rienzo)

“Nel 1987, discutevo assieme a Domingos Fernandes e José Gaspar Ferraz de Campos del come fare politica nella nuova opportunità offerta dalla fine della dittatura militare e dagli inizi della democrazia in Brasile. All’epoca, c’era una celebrazione della libertà politica e più di cinquanta partiti si erano registrati per le incombenti elezioni e noi tentavamo di capire dove saremmo stati in grado di dare un contributo politico al Brasile.

Io avevo lavorato come rappresentante del Partido dos Trabalhadores (Partito dei Lavoratori – PT) ma non ero più attiva in esso a causa dell’ingresso di persone della classe sociale più elevata che avevano preso numerose posizioni all’interno del partito. Sia Domingos si José avevano fatto parte di un vasto raggio di formazioni politiche e movimenti. Pensammo che nessuno dei partiti rifletteva il nuovo potenziale nel lavorare in politica e fondammo il Partido Verde (Partito Verde) a San Paolo.

Nel mezzo fra questo e il mio impiego pagato da insegnante di inglese, lavoravo anche sulla mia arte. Il Museu da imagem e do som a San Paolo stava nel mio quartiere, Pinheiros. Presi il mio pesante e largo portfolio, che non era ammesso sull’autobus, e camminai per i due chilometri e 600 metri fino al Museo. Avevo precedentemente chiamato per prendere appuntamento con il direttore, il cui nome non ricordo più.

Arrivai proprio nel momento in cui Domingos del nostro nascente Partito Verde usciva dall’ufficio del direttore. Mi chiese cosa facevo lì e io chiesi di rimando a lui, a cui l’arte non piaceva, come mai era in un museo. Mi disse che aveva appena fatto un favore politico, uno grosso, al direttore e suggerì che andassimo insieme a parlargli e che io potevo chiedere una mostra personale e potevamo consultare il calendario e vedere quand’era il momento migliore per me.

Ero scioccata e dissi che non era quello il modo in cui le cose andavano nel mondo dell’arte. Mi ero diplomata alla scuola d’arte tre anni prima. Andai da sola nell’ufficio del direttore. Mi chiese il mio nome. Mi chiese a quale famiglia Alves appartenevo. Io risposi “A nessuna che lei possa conoscere.” Non poteva, infatti: la mia famiglia all’epoca era composta di contadini o fattori su piccola scala nella campagna dello stato di Parana. Il direttore allora rifiutò di guardare il mio portfolio. Era la prima volta che come artista stavo presentando il mio lavoro al direttore di un museo e avevo seguito tutti i passi che mi erano stati insegnati alla scuola d’arte. Perciò, misi il portfolio sul tavolo, ma lui non lo sfogliò. Allora lo aprii. Ancora non lo toccò. Girai io i fogli per lui. Mentre stavamo arrivando alla fine, e lui era stato zitto durante tutto il processo, spiegai che aveva l’obbligo di discutere con l’artista del lavoro – che lo trovasse interessante o no.

A questo punto, la mia frustrazione per il suo maleducato e arrogante silenzio era ovvia. Il direttore fu quindi costretto a spiegarmi che in realtà era dottore in medicina, che la sua famiglia era stata d’aiuto nel far eleggere il sindaco e che come favore di ritorno la posizione al museo era stata data a loro. Confessò che non sapeva nulla di arte.

Alcuni mesi più tardi, lasciai il mio portfolio a un rinomato centro culturale, il SESC di San Paolo. Anche loro non si presero la briga di guardarlo. Allora chiesi a Domingos di domandare il ritorno di un favore politico. Qualche altro mese dopo, ricevetti la chiamata dall’istituzione culturale che era ora entusiasta all’idea di organizzarmi una mostra in qualsiasi momento io avessi voluto. Declinai l’offerta di partecipare alla corruzione e spiegai che avevo solo voluto verificare se era così che le cose andavano in Brasile.

Passati alcuni anni, stavo lavorando a un numero della rivista Documents pubblicata a New York e incontrai del personale del dipartimento culturale di San Paolo. Fui trattata bene – intendo dire che fui presa sul serio come persona. Non fui interrogata sulla famiglia a cui appartenevo e sull’essere o no collegata a qualche famiglia importante che era il mio “padrino” politico. (Come giovane donna la cui famiglia all’epoca non aveva alcun peso politico o sociale, questo poteva solo voler dire essere l’amante di qualche persona potente. Tale opportunità mi è stata offerta parecchie volte – l’essere la compagnia sessuale di qualcuno – mentre cercavo lavoro in campi in cui ero qualificata ma non avevo relazioni sociali che mi assicurassero l’impiego. Alla fine mi sistemai a insegnare inglese in una piccola ditta guidata da una donna, la quale concordava con me sul fatto che non dovevo accettare proposte sessuali per mantenere un lavoro.)

Tornai una settimana più tardi a continuare la mia discussione con il dipartimento culturale e fui trattata come sono trattata normalmente, cioè come un’intrusione in un luogo dove non sono benvenuta poiché non vi appartengo, e mi chiesi cos’avessi fatto di sbagliato per meritare questo. Stavo per essere illuminata: mi spiegarono che originariamente avevano creduto io fossi parente del Segretario alla Cultura di Rio de Janeiro ed erano delusi dall’aver scoperto che non lo ero.”

il ritorno del lago

Il Ritorno del Lago di Maria Thereza Alves, 2012, Installazione:

Un lago si essiccò nella regione di Chalco vicino a Città del Messico all’inizio del 20° secolo. Un immigrato spagnolo voleva aggiungere la terra sotto il lago ai suoi possedimenti: sarebbe diventato il secondo uomo più ricco del Messico. Quest’evento catastrofico del 1908 causò il collasso del commercio nella regione ed ebbe impatto sulla sopravvivenza di 24 città e villaggi indigeni.

Gli effetti negativi del disastro continuano a piagare la regione con inondazioni, acqua contaminata, cedimenti di terreno e conseguente distruzione di infrastrutture, come le tubature fognarie e le abitazioni. Il lago, ora conosciuto come Tláhuac-Xico (dai nomi delle due comunità che hanno maneggiato l’area per far tornare il lago) si sta ora riformando grazie alle acque pluviali catturate dalla depressione che si è formata per i cedimenti di terreno e l’abbassamento del letto lagunare dovuto all’eccessivo pompaggio di acque sotterranee inviate a Città del Messico.

alves semi del cambiamento

Semi di cambiamento di Maria Thereza Alves (in immagine), Giardino portuale:

E’ stato coltivato interamente da semi contenuti nella zavorra delle navi mercantili: semi che datano dal 17° al 20° secolo. Alla fine degli anni ’90 dello scorso secolo, la botanica finlandese Heli Jutila scoprì che alcuni tipi di flora non nativa del suo paese avevano questa origine. Maria Theresa la incontrò a una conferenza e il loro progetto nacque allora. “Jutila mi disse che i semi possono dormire per centinaia di anni e che era possibile farli germinare oggi”, ricorda l’Artista, aggiungendo che il giardino non è un progetto scientifico, ma una metafora vivente della storia del commercio, della migrazione e del colonialismo: “Sono giunta a vedere questi semi come i testimoni di storie complicate avvenute fra noi persone.”

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(“We Communicate Earth” di Jannie Staffansson (in immagine), del Consiglio del popolo Sami, Norvegia. Cultural Survival, estate 2017, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Jannie Staffansson

Io vengo da una famiglia di allevatori di renne. Siamo pastori. Crediamo che se la renna ha una buona vita, avremo noi stessi una buona vita. Il mio sapere non viene dalla scienza, o dai sistemi occidentali, ma dalle nostre comunità.

Quando ero bambina, ho cominciato a sentir parlare del cambiamento climatico dagli anziani e nella comunità, perché noi parliamo costantemente del tempo atmosferico. Notavo dalle notizie e dai media che realmente non ne sapevano granché. Ho chiesto a mio padre: Perché non ne sanno niente? E mio padre rispose: Be’, noi non siamo istruiti con i loro sistemi, perciò non credono a quel che diciamo. Non danno valore alle cose in cui crediamo o ai nostri modi di conoscere.

Perciò, mi sono occupata di scienza. Ho studiato chimica ambientale e organica, e sono entrata in politica nel Consiglio del popolo Sami.

Lavoro principalmente con il Consiglio Artico, che è un forum internazionale. Collaboriamo con gli scienziati sugli agenti inquinanti, le tossine e l’atmosfera e produciamo moltissime perizie. Ma abbiamo anche gruppi diversi, nel Consiglio Artico, che si occupano di questioni culturali, sociali e relative al linguaggio nella zona artica. Da ciò, abbiamo capito di aver bisogno di orientamento quando si tratta di usare il sapere tradizionale all’interno della scienza occidentale. Quindi, abbiamo sviluppato dei principi fondamentali sull’uso appunto del sapere tradizionale, che è come i colonizzatori lo chiamano; noi potremmo chiamarlo “samu”, o sapere indigeno, per aiutare l’opera dei Sami nel Consiglio Artico.

Lo stato svedese ha una lunga storia di problemi correlati alle miniere e noi abbiamo avuto difficoltà con le dighe idroelettriche che ci hanno forzati a lasciare le nostre terre. Abbiamo anche a che fare con il cambiamento climatico, con ghiacci inaffidabili e valanghe che accadono continuamente, e con la deforestazione. C’è una comunità che sta maneggiando questioni relative a un’enorme area di mulini a vento e le persone sono dovute andare in tribunale per lottare per i loro diritti e i diritti delle renne alla terra. Grandi corporazioni entrano nella terra dei popoli indigeni e noi dobbiamo difendere quei diritti.

Un buon esempio è la Lapponia, designata come intangibile eredità culturale (ndt.: dall’Unesco). Oggi ha la forma di un’ong in cui le comunità Sami hanno membri e la maggioranza del consiglio d’amministrazione. I membri delle comunità hanno condotto ricerche sulla pesca basandosi sulle loro conoscenze tradizionali. Abbiamo anche movimenti che nascono a livello locale. Avevano costruito una miniera in una zona Sami chiamata Kallak, e allora i piccoli leader delle comunità hanno cominciato ad alzare le loro voci contro queste grandi compagnie commerciali. Abbiamo organizzato assemblee per arrivare al COP21 di Parigi (ndt.: la conferenza sul clima delle Nazioni Unite tenutasi nel 2015), per cui è anche stato creato un “joik”, una canzone che viene da una delle più grandi artiste fra noi (ndt.: Sara Marielle Gaup Beaska) e si chiama Gulahallat Eatnamiin – Noi comunichiamo la Terra. Perché parlare è a senso unico, ma comunicare è in ambo i sensi. Se la guida la fai insieme, allora puoi creare movimento. Noi siamo la natura che si ribella.

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Okja e Mija

Dopo essere riuscita a vederlo con qualche difficoltà – ed essere rimasta perplessa e un po’ delusa – ero incerta se recensire o meno “Okja” (sapete, il film che è stato al centro delle polemiche a Cannes perché è una produzione Netflix e non passa per i cinematografi). Poi ho pensato che dovevo dirlo: Ahn Seo-Hyeon, la ragazzina che regge l’intera storia sulle proprie spalle, è un’attrice straordinaria e nel mio cuore ha già vinto palme d’oro, leoni di diamante e… maialini di platino.

Il regista è quel Bong Joon-ho che aveva superato in modo magistrale la sfida di “Snowpiercer” e, per quanto riguarda i momenti “motivazionali” e d’azione del film, quando Seo-Hyeon è presente va tutto alla perfezione. Il problema è che gli altri personaggi sono francamente non verosimili e sembrano cartoni animati o immagini generate al computer ben più del super-maiale Okja.

La vicenda è questa: una corporazione economica con una brutta fama di sfruttamento dei lavoratori alle spalle, la Mirando, lancia tramite la nuova presidente (Tilda Swinton) il progetto propagandistico che deve salvarne le sorti. Fingendo di aver semplicemente “scoperto” i maiali giganti che ha creato in laboratorio modificandoli a livello genetico, ne consegna 26 alle altrettanti sedi che ha in giro per il mondo, affinché siano allevati “in modo naturale” in fattorie locali nei dieci anni necessari a raggiungere la maturità – e possano essere trasformati in salsicce per “combattere la fame nel mondo”. Quest’ultima è la giustificazione che i produttori di ogm hanno sempre dato per i loro esperimenti del menga – e dico “del menga” senza tema di smentita perché sono stati tutti fallimenti, dalle sementi modificate che hanno invaso e distrutto altre colture e non hanno dato resa superiore alle loro equivalenti naturali, al geniale progetto di far mangiare patate crude “potenziate” con vitamine alle popolazioni povere e afflitte da malattie relative a una nutrizione insufficiente. Se poi vogliamo parlare di quanti contadini sono stati ridotti in miseria da queste redditizie frodi e di quanti, soprattutto in India, si sono tolti la vita grazie ad esse, possiamo aggiungere a “frodi” una sola specificazione: esiziali per l’ecosistema terrestre, umanità compresa.

Ad ogni modo, tornando alla trama, in Corea del Sud la maialina Okja cresce assieme alla bambina Mija nella fattoria del nonno di quest’ultima, diventandone la migliore amica. Quando gli uomini della corporazione vengono a riprendere l’animale, dicendo che vogliono mostrarlo alla loro fiera in programma a New York, a Mija resta la statuetta d’oro di un maiale come dono compensatorio e la sensazione che qualcosa non stia funzionando: perciò decide di seguire Okja. Lo farà per tutto il resto del film, con tutto quel che ha, con una determinazione e una forza commoventi, rischiando la vita nello sfondare vetrate e nel saltare da terrazze sopra automezzi in movimento, resistendo o negoziando, ma senza un solo attimo di cedimento. I momenti in cui riesce a riunirsi a Okja e le due “si parlano”, con sussurri nell’orecchio e carezze da parte della bambina, e movimenti e occhiate inequivocabili da parte dell’animale (che nella fattoria aveva imparato ad alzarsi su due zampe per abbracciare l’amica) sono i più intensi e i più “veri”.

friends

Purtroppo, come ho già detto, il resto degli attori sembra fatto di compensato, “finto” persino nelle scelte di abbigliamento e nelle espressioni facciali: perciò non riusciamo ad interessarci alla competizione interna alla Mirando – la presidente ha una gemella ancora più carogna e bugiarda di lei – e non riusciamo ad avvicinarci alla comprensione di una squadra di militanti dell’Animal Liberation Front presentata in modo ridicolo, in cui per esempio uno dei membri ha smesso di mangiare “per lasciare minor impronta ecologica sul pianeta”… La parte finale, ambientata nell’allevamento intensivo dei super-maiali nel New Jersey che assomiglia in tutto e per tutto a un campo di concentramento, è invece assai verosimile e difficile da maneggiare perché mostra senza veli l’ammontare di inutile (e qualche volta compiaciuta) crudeltà diretta agli animali destinati a diventare cibo per gli esseri umani. Io non l’ho retta completamente e ho dovuto saltare qualche pezzetto.

La dichiarazione del regista – e sceneggiatore assieme al giornalista Jon Ronson – Bong Joon-ho non sembra essere “anti-carne”, infatti mostra Mija e il nonno che mangiano pesci e pollo senza porsi il problema, ma sicuramente mette all’indice un determinato modo di produrre carne da consumo umano privo di qualsiasi traccia di etica e di responsabilità. La ragazzina alla fine vince: comprerà la salvezza di Okja con la statuetta d’oro, ma la camminata che la porta fuori dal macello con la sua amica – resa nei toni di un grigio metallico con poche pennellate di colore – è una via crucis costellata dalle grida degli altri animali e dalla visione delle torture a loro inflitte. La scena finale del ritorno di Okja e Mija alla fattoria e alla vita precedente resta dolce-amara, macchiata dalla consapevolezza che tutto quel che abbiamo visto pochi secondi prima sta ancora accadendo. Maria G. Di Rienzo

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Non ho ancora finito, ma nel frattempo vi regalo l’introduzione del romanzo. Adesso potete cominciare a tenere rituali, accendere candele propiziatorie, indirizzare preghiere alle vostre divinità e fare scongiuri affinché io riesca a pubblicarlo (scherzo, ovviamente)…

Iota Virginis

Questa qui sopra è una stella della costellazione della Vergine, Syrma, che simbolicamente gioca uno dei ruoli principali nello svolgersi della vicenda. Come, lo apprenderete leggendo.

La Sottana della Vergine

(di Maria G. Di Rienzo)

“Il Cielo si muove, l’Umanità attende.” – Motto dei Santuari

PROLOGO

Sino alla fine dei suoi giorni, li avrebbe sempre visti così: una fila di goccioline splendenti e tremolanti, appese a un reticolato metallico dopo la pioggia, oppure come la trama di una stoffa fantastica, tessuta con piccole farfalle gemmate che vibravano al vento. Seginus li amava tutti. Era il loro custode e maestro nei primi anni di apprendimento, la loro guida nel periodo in cui prestavano servizio: come il titolo relativo al suo ruolo diceva, era il loro Indicatore. Sapeva molto bene di essere stato condizionato a quella funzione e che il suo indistruttibile affetto per ogni piccolo a lui affidato scorreva nel suo sangue assieme alla medicina celestiale chiamata Benevol – a cui era assuefatto come ogni altro Indicatore – ma che importanza avevano le fonti che sollecitavano il suo sentimento, quando esso lo riempiva di gioia perfetta? E persino di poesia? Il sottile ronzio dei finissimi tralci del Vitalizer, che correvano sulla pelle dei bambini nudi avvolgendoli come in bozzolo, per esempio, gli ispirava sempre nuovi versi; quel giorno, ancor prima di sedersi davanti al comando a tastiera, aveva creato una poesia su quel rumore quasi impercettibile: “Un suono bianco riempe l’aria / Nella rete d’argento / piume e fiocchi di neve danzano”.

I nomi delle piccole “piume” scorrevano davanti ai suoi occhi, evocati nell’aria dal comando del Vitalizer, assieme ai valori di controllo: livello di attenzione, benessere fisico, emozioni specifiche, umore generale… cose che lui avrebbe calibrato in modo opportuno durante la lezione, tramite altre medicine celestiali. Come il suo, (Gamma Bootis – Seginus, gigante bianca nella costellazione di Boote) erano tutti nomi di stelle – una consuetudine comune ai Santuari. In genere, quando madri o parenti in preda alla disperazione li consegnavano a un Santuario i bimbi erano poco più che neonati a cui non era stato dato un nome proprio, e anche quelli che arrivavano più grandicelli, di solito catturati da una banda di gangari, se non erano innominati cambiavano appellativo. Il compenso conferito dai Santuari per l’acquisto dei bambini era stabilito dal Consorzio degli Alveari e restava identico per chiunque li offrisse, comunque li avesse ottenuti.

I “fiocchi di neve” erano invece le lettere ornate color gesso che si levavano parimenti nel vuoto, componendo i messaggi dei suoi scolari resi temporaneamente ciechi e muti ma altamente ricettivi dalla macchina che li controllava: consci della sua presenza gli stavano inviando un silenzioso coro di “Buongiorno Seginus”.

Alpha Coronae Borealis – Gemma, Alpha Delphini – Sualocin, Alpha Vulpeculae – Lucida, Beta Crucis – Mimosa, Delta Centauri – Ma Wei, Delta Orionis – Meissa, Epsilon Corvi – Minkar, Gamma Geminorum – Alhena, Nu Hydrae – Sherasiph, Pi Herculis – Fudail, Zeta Arae – Korban… e il discolo per eccellenza, il peggiore della classe che Seginus sorvegliava con cura particolare e per cui, anche se non lo avrebbe mai ammesso, provava emozioni contrastanti e disturbanti: Iota Virginis – Syrma. Il Vitalizer gli mostrò che l’intera serie dei suoi valori era attorno alla media e l’Indicatore si rallegrò alla prospettiva di tenere una lezione in tranquillità.

Rispose ai saluti, regolò la sonnolenza di Alhena con due cc. di Vigilante, la propensione alla distrazione di Sualocin con un cc. di Cavevos e cercò di scuotere dall’apatia cronica Mimosa con la dose massima di Sollicitus. Lucida non sembrava aver l’intenzione di lasciar libero il proprio estro con battutine e sarcasmi, e per il momento l’Indicatore si astenne dall’ordinare al Vitalizer il rilascio di Gravitax nelle sue vene.

“Questa è l’ultima lezione del primo ciclo, un Riepilogo. – annunciò e dalle creature avviluppate si levarono candidi silenziosi assensi – Da domani cominceremo lo studio dell’accoglienza e di altre materie correlate come la personificazione. Oggi, invece, parleremo di tutto quello che avete già imparato. Dunque, dove ci troviamo… Meissa?”

– In classe. (una fioritura di hi-hi e ah-ah circondò la risposta levitante sopra il corpo di Meissa, che si corresse immediatamente) Volevo dire nel Santuario di Frassineta, che è una località del vivario dipendente dall’Alveare di Torrate, sede dell’Humanocorp.

“Benissimo. Ma anche la prima frase non era sbagliata, birbanti. Cos’è un Santuario, Korban?”

– E’ un luogo che ha acquisito carattere sacro per la sua connessione ai Doni Celesti. La terminologia “Doni Celesti” è usata oggi sia per i prodotti dei divini Silnuharuhr, sia per indicare loro stessi. (le lettere si stagliarono precise e senza esitazioni: Korban era uno dei migliori della classe) In origine, ogni Santuario era una zona delimitata da segnalazioni luminose in cui i mezzi di trasporto alieni lasciavano cadere la manna, cioè cibo, attrezzi, medicinali, eccetera per gli esseri umani.

“Infatti, – convenne Seginus – gli esseri umani non erano più in grado di produrre nulla di utile alla vita e si stavano lentamente e orribilmente estinguendo quando i divini simbionti apparvero con gli exaglobuli nel mezzo dei nostri cieli… ed è così che nacque il motto dei Santuari: il cielo si muove, l’umanità attende… Come sapete, i danni subiti dall’ecosistema del nostro pianeta erano troppo profondi per essere sanati ovunque: solo piccole aree protette e accuratamente separate dal resto, chiamate appunto “vivari”, conservano oggi parte della fauna e della flora originarie della Terra.” Lanciò di nuovo un’occhiata ai valori di Syrma e per un attimo aggrottò la fronte, perplesso: nessuno di essi era cambiato. Scosse le spalle: finché dura, pensò, meglio lasciarlo stare.

“Cosa accadde, quindi… Minkar?”, chiese invece. Il corpicino sembrò tendersi in uno spasmo fra i fili d’argento, ma nessuna lettera apparve. L’Indicatore inviò a Minkar un cc. di Vigilante e uno di Gravitax. Attese poco più di dieci secondi.

– I divini Silnuharuhr, la specie simbionte che soccorse gli umani, decisero per la Riformazione della Terra., rispose Minkar.

“Esatto. La Riformazione è stato un lungo e dettagliato processo portato avanti tramite invasione biologica, e cioè tramite l’ingresso in un ecosistema di organismi ad esso storicamente estranei. Naturalmente usiamo “invasione” in senso scientifico, senza alcuna connotazione negativa… Non ci sono Malcontenti, qui, vero?” Obbedienti risatine vennero vergate dagli scolari. Lucida vi aggiunse un Abbasso i terroristi che cadde nell’indifferenza generale.

“L’organismo invasore può essere un virus, un batterio, una pianta, un insetto o un animale di altra specie. – proseguì Seginus – Precedentemente all’arrivo dei divini simbionti, queste invasioni accadevano a causa di cambiamenti climatici su larga scala o crisi geologiche e hanno fatto parte del processo evolutivo. A volte non avevano successo e la specie esotica si estingueva, altre volte trovavano il nuovo ambiente di loro gradimento e si insediavano senza che il bilanciamento dell’ecosistema ne fosse troppo sconvolto, altre ancora alteravano invece quest’ultimo completamente, provocando l’estinzione delle specie native. Gli agenti della Riformazione hanno viaggiato nei fiumi e nelle correnti oceaniche, sono stati trasportati dal vento, sono stati trasferiti da animali da un luogo a un altro durante le migrazioni stagionali e l’operazione, necessaria al risanamento del pianeta e al suo adattamento per rendere possibile la vita su di esso dei divini Silnuharuhr, ha avuto successo nell’ibridare le varie specie – pochi organismi non hanno risposto al trattamento in modo positivo – conservandole così tramite il rinnovamento e la trasformazione.

L’ibridazione è il processo con cui si incrociano piante o animali geneticamente differenti e che dà come risultato una nuova creatura con un diverso, in questo caso preferibile, insieme di caratteristiche. All’interno della stessa specie l’ibridazione è facile e produce progenie fertile. Incroci fra specie diverse sono più difficili e generalmente producono progenie sterile a causa della difficoltà di appaiamento dei cromosomi durante la meiosi… e cioè quando dalla cellula madre si formano quattro cellule figlie…”

– Noi siamo la progenie sterile!, intervenne Gemma, iscrivendo le parole in un cuoricino.

Seginus sorrise, benigno: “Noi siamo geld, non abbiamo un sesso determinabile e siamo effettivamente infecondi, ma da quasi cinque secoli nasciamo in quella porzione di umanità che non ha accettato di sottoporsi ai trattamenti per l’ibridazione e abita nei vivari: siamo quindi una variazione genetica… più esattamente, 4 tipi di individui geneticamente diversi… della specie umana non determinata dall’intervento dei Doni Celesti. E’ ormai scientificamente dimostrato che la nostra comparsa è stata un sottoprodotto del multiforme inquinamento che in passato ha devastato il pianeta. La nostra percentuale è circa 1/25 e considerato l’alto tasso di sterilità presente anche negli abitanti dei vivari che non sono geld, si può con facilità ipotizzare che gli esseri umani non ibridati scompariranno nel giro di altri trecento o quattrocento anni.” E noi con loro pensò, ma prudentemente non aggiunse, l’Indicatore.

– Gli sta bene, tanto ci odiano., saltò fuori ancora Lucida, i cui valori stavano mostrando una preoccupante impennata di disappunto e disturbo. Seginus esitò, mentre la frase si completava a lettere sempre più grandi e imprecise, dagli orli sfaldati: – Ci abbandonano per soldi! Ce n’è di quelli che ci uccidono appena nati!, poi decise che era meglio somministrare Quietis all’intera classe riservando a Lucida la dose massima, tre cc., più un cc. di Gravitax.

I suoi scolari avevano fra gli 11 e i 12 anni: erano ancora emotivamente fragili e una discussione sui loro genitori sarebbe degenerata in rabbia e pianto collettivi nel giro di pochi minuti. Ma ora le sostanze celestiali scorrevano nei loro organismi, calmandoli e cullandoli come in un caldo abbraccio, rendendoli sereni e pacificati. Certo, per qualche minuto sarebbero stati anche troppo torpidi e refrattari agli stimoli esterni per replicare alle domande dell’Indicatore, tuttavia restavano abbastanza presenti a se stessi per ascoltarlo.

Seginus scorse in velocità i loro valori per assicurarsene… e quando arrivò a Syrma ebbe un sussulto. Boccheggiò, incredulo. Il Vitalizer continuava a mostrargli gli stessi identici livelli medi dell’inizio della lezione – e ciò era impossibile: Quietis rallentava i battiti cardiaci, inibiva l’adrenalina, induceva un certo grado di sonnolenza… Avviò con dita tremanti la scansione che rilevava gli eventuali, rarissimi, guasti o stalli del sistema e come aveva già intuito il Vitalizer stava funzionando alla perfezione. Si alzò in fretta dalla postazione al centro del mosaico sul pavimento, che raffigurava una stella a sei punte, e raggiunse la rete dei tralci argentei. Syrma vi fluttuava come tutti gli altri a occhi chiusi, le labbra atteggiate a un lieve sorriso, le gambe appena ripiegate all’altezza delle ginocchia. Seginus allungò una mano a toccarlo… e lo attraversò. L’immagine si aprì e si richiuse quando ebbe ritratto il braccio.

“Bastardo! – l’esclamazione dell’Indicatore non provocò nulla di più di qualche fronte aggrottata, dato lo stato degli scolari – Ha messo al suo posto un simulacro!” Un minuto dopo, le campane del Santuario presero a suonare con vivo dispetto.

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“Le donne sono voci molto forti nel lavoro per la protezione dell’ambiente. La conoscenza delle donne indigene in particolare come produttrici di cibo, come custodi del sapere, come prime insegnanti dei bambini, gioca un ruolo chiave e davvero centrale. Le pratiche culturali e le tradizioni che le donne indigene mantengono in vita e passano da una generazione all’altra nelle comunità hanno fatto tutta la strada sino a ricevere riconoscimento assai significativo dalle Nazioni Unite, ma anche nelle società e nei movimenti internazionali che affrontano il cambiamento climatico. L’importanza di questa conoscenza e di questo ruolo non sta solo nel maneggiare adattamenti e mitigazioni, ma anche nel vagliare le soluzioni proposte per il cambiamento climatico.”

andrea carmen

Andrea Carmen (in immagine), direttrice esecutiva dell’International Indian Treaty Council, trad. Maria G. Di Rienzo.

Andrea appartiene al popolo Yaqui – il loro nome originario sarebbe Yoeme, al plurale Yoemem, cioè esseri umani – e ha una considerevole esperienza nel lavorare con i gruppi indigeni in tutta l’America e nel Pacifico. E’ stata co-fondatrice dell’Iniziativa Indigena per la Pace assieme alla Premio Nobel Rigoberta Menchu, nonché osservatrice per i diritti umani e mediatrice in situazioni di crisi negli Usa, in Messico, in Canada, in Nuova Zelanda e Ecuador.

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(“Visionary and creative resistance: meet the women challenging extractivism – and patriarchy”, di Inna Michaeli e Semanur Karaman per Open Democracy, 3 maggio 2017, trad. Maria G. Di Rienzo.)

“Cos’è lo stato? Noi siamo lo stato! Lo stato è lo stato grazie a noi.” disse Havva Ana (Madre Eva), una donna di 63 anni che, nel luglio 2015, partecipò a una dimostrazione per bloccare la demolizione delle antiche foreste a Rize, in Turchia.

havva ana

Quel che Havva Ana (in immagine qui sopra) intendeva è che lo stato dipende dal popolo per la sua legittimazione – e che non deve dare priorità al profitto a breve termini rispetto ai diritti e al benessere. Le foreste di Çamlıhemşin hanno, per centinaia di anni, fornito mezzi di sussistenza e connessioni ancestrali nella regione del Mar Nero.

Messa di fronte alla distruzione, la donna ha resistito ai bulldozer e alle forze di sicurezza, formando una catena umana con altri dimostranti per arrestare la loro avanzata. Si è confrontata con la violenza con tutto quel che aveva: mettendo il suo corpo in prima linea. La polizia ha rimosso i manifestanti dal luogo con la forza, permettendo alla demolizione di continuare.

Havva Ana fa parte di un più vasto ecosistema di donne che lottano in prima fila per difendere terra, ambienti e modi di vivere dal violento modello di “sviluppo” basato sulle attività estrattive e sulla mercificazione senza limiti della natura. Questo è un lavoro pericoloso e le difensore dei diritti umani e dell’ambiente hanno dovuto fronteggiare attacchi sistematici. A livello globale, le élite economiche e politiche stanno distruggendo il pianeta, violando gli standard internazionali sui diritti umani e i trattati che proteggono i diritti dei popoli indigeni.

Nel 2015, 156 omicidi sono stati registrati dallo speciale rapporteur sullo stato dei diritti umani delle Nazioni Unite: il 45% era costituito da difensori/e di diritti ambientali, sulla terra e indigeni. Nello stesso anno, l’ong Global Witness documentò l’assassinio di 185 difensori/e dei diritti umani in 16 paesi, con Brasile, Filippine e Colombia in testa alla classifica per omicidi di attivisti indigeni.

L’assassino di Berta Cáceres, avvenuto l’anno scorso nella sua casa in Honduras, seguito ad anni di attivismo per proteggere il fiume Gualcarque dal progetto idroelettrico “Agua Zarca”, emblematico delle ritorsioni contro le donne che resistono alla distruzione dell’ambiente e a interessi potenti. Recente evidenza legale indica che il governo dell’Honduras possa aver collaborato con forze paramilitari addestrate negli Usa per ucciderla. Molte altri attacchi e omicidi non sono neppure denunciati.

Nel frattempo, una nuova ricerca di AWID e della Coalizione Internazionale delle Difensore dei Diritti Umani delle Donne, basata su consultazioni con donne che vivono in Africa, Asia e America Latina, rivela chiari schemi con specifiche di genere della violenza contro le donne che difendono terre e comunità – e guarda alle strategie delle donne per l’azione e la resistenza contro le industrie estrattive e il potere delle corporazioni.

“Quando mi minacciano, dicono che mi uccideranno ma che, prima di uccidermi, mi stupreranno. Non dicono questo ai miei colleghi maschi. Tali minacce sono dirette molto specificatamente alle donne indigene.”, dice Lolita Chavez (in immagine qui sotto), una difensora indigena dei diritti umani delle donne che vive in Guatemala, nella sua testimonianza raccolta come parte di questa ricerca.

lolita chavez

Molti difensori dei diritti umani in tutto il mondo fronteggiano criminalizzazione, stigmatizzazione e violenza, ma le donne fanno esperienza di minacce addizionali legate al genere. Per esempio, la stigmatizzazione può comprendere termini sessualmente degradanti o il mettere in discussione la donna come cattiva madre; la marginalizzazione economica delle donne può rendere difficile raccogliere il denaro per la cauzione se sono arrestate; forze di sicurezza private, forze paramilitari e membri della polizia che proteggono gli interessi corporativi hanno usato stupro, aggressione sessuale e intimidazione contro le donne difensore dei diritti umani. E’ importante sottolineare come le donne che si confrontano con le industrie estrattive sfidino non solo il potere delle corporazioni, ma anche il patriarcato e devono affrontare la repressione su ambo i fronti.

Mirtha Vázquez, una difensora dei diritti umani del Perù, dice: “Per noi, lo sviluppo ha a che fare con il benessere e la dignità delle persone e con la loro autodeterminazione su come vogliono vivere.” Nonostante il trattamento violento che fronteggiano troppo sesso, le donne difensore di terra, popolo e natura sono state visionarie e creative. La nostra ricerca sottolinea anche il loro lavoro di successo e ispirativo. Una delle storie di questo tipo è quella di Aleta Baun, una donna indonesiana che ha viaggiato di villaggio in villaggio per organizzare l’opposizione locale a una cava di marmo.

Ha dovuto subire arresti, pestaggi e minacce di morte. Ma con coraggio e determinazione ha raggiunto centinaia di persone e assieme ad altre donne ha passato un anno intero occupando l’ingresso a un sito di scavo, tessendo stoffe tradizionali. Nel 2010, dopo un anno di questa protesta pacifica, la pressione dell’opinione pubblica ha costretto le compagnie commerciali ad abbandonare le operazioni. Nel 2013, Baun ha vinto il Premio Goldman per l’Ambiente.

In tutto il mondo, le donne stanno chiedendo di mettere fine al potere delle corporazioni nel distruggere il pianeta per interessi a breve termine e avidità, e portano avanti visioni di sviluppo che hanno come interesse centrale le persone e la natura. Come spiega Bonita Meyersfeld, docente di diritto all’Università di Witwatersrand a Johannesburg: “Un progetto che genera benefici economici può essere chiamato “sviluppo” solo se tali profitti sono reinvestiti nella comunità. Altrimenti, stiamo parlando di sfruttamento, non di sviluppo.”

Molte altre migliaia di donne da ogni parte del mondo, oltre a quelle menzionate, stanno resistendo all’equazione sviluppo con investimenti stranieri e profitto per pochi. Invece, stanno offrendo una critica e progressista visione di uno sviluppo guidato dall’autodeterminazione, dalla dignità e dal rispetto e cura per la natura. Dobbiamo ascoltarle.

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(brano tratto da: “Climate change has created a new generation of sex-trafficking victims”, di Justine Calma per Quartz Media, 2 maggio 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

nock ten - evacuazione

Quando il tifone Haiyan colpì le Filippine nel novembre 2013 era, all’epoca, la più grossa tempesta nella storia che avesse colpito la terraferma. Con una velocità del vento che raggiunse le 196 miglia orarie, il “super tifone” rese sfollate più di 4 milioni di persone e quasi spazzo via la città costiera di Tacloban. I suoi residenti, come Kristine, ricordano ancora l’odore di morte che aleggiava nella brezza marina e permeava le strade. “Morirono troppe persone.”, dice Kristine tristemente. Ma la tempesta era solo l’inizio del viaggio doloroso che lei stava per intraprendere.

Dopo che i cieli si furono schiariti, un secondo disastro umanitario accadde nell’Astrodome di Tacloban, un’arena sportiva in cui migliaia di persone si rifugiarono. Un’economia sotterranea prese piedi mentre donne e bambine erano vendute in cambio di cibo e scarsi rifornimenti d’emergenza, o trafficate e forzate al lavoro o alla prostituzione da reclutatori che offrivano impieghi e borse di studio. Kristine racconta che lei fu venduta a uomini diversi ogni notte; crede che alcuni di essi fossero stranieri volontari dell’aiuto umanitario. Gli uomini la stupravano, prendevano di lei foto pornografiche e giravano video: Kristine aveva 13 anni.

Quando tempeste forti e l’innalzamento del livello del mare distruggono le regioni costiere, donne e bambini sono ovunque a maggior rischio. Il cambiamento climatico è il nuovo fattore di spinta per il traffico di esseri umani; i suoi effetti distruggono i mezzi di sopravvivenza e mettono donne e bambini in situazioni post-catastrofe che i trafficanti sfruttano. (…)

La destinazione per molte delle trafficate è Angeles City, la capitale del turismo sessuale nelle Filippine. Wendy, 25enne, ha lavorato come “ragazza da bar” al Club Atlantis nel distretto a luci rosse della città, che nacque per servire gli uomini in servizio alla base aerea statunitense Clark, operativa sino a metà degli anni ’90. Oggi il distretto – Fields Avenue – consiste di bar, luci al neon e stranieri, per lo più uomini americani, europei e australiani, e di ragazze che ballano su palchi in bikini o ancora meno. I clienti possono “pagar da bere alle signore” per passare il tempo con quella di loro scelta, o possono pagare una “tassa” al bar per portarla fuori e passarci la notte.

Dopo il tifone, ricorda Wendy, “Fields Ave sembrava Tacloban, c’erano tutti i miei paesani.” Le sue stesse cugine arrivarono in aereo, con biglietti che credevano gratuiti, forniti dall’assistenza umanitaria, ma come arrivarono furono piazzate a lavorare nei bar. “Ero così angosciata, perché non c’è nulla che tu puoi fare per aiutarle. Sei senza potere. – dice Wendy – Perché accade? Non si ferma mai, una tragedia dopo l’altra.” Dopo Hayan, infatti, un altro tifone chiamato Hagupit colpì Tacloban solo un anno dopo, quando i residenti stavano ancora ricostruendo e riprendendosi.

“Quando degradi l’ambiente, stai degradando lo status delle donne.”, afferma Emma Porio, docente di sociologia all’Università di Manila. Quando le famiglie perdono i mezzi di sussistenza e non riescono a riprendersi nel mezzo di disastri ambientali, la pressione su donne e bambini affinché provvedano all’intera famiglia – qualche volta ad ogni costo – aumenta. “Lo spazio domestico è il “regno” della donna – spiega Porio – ma è anche la fonte principale della sua oppressione.” La responsabilità del provvedere alla famiglia con ogni mezzo necessario rende le donne più vulnerabili alle false offerte dei trafficanti e meno in grado di lasciare un datore di lavoro che abusa di loro dopo essere state trafficate. Wendy oggi frequenta l’università dopo essere stata soccorso della Fondazione Renew, che aiuta le “ragazze da bar” a uscire dalla prostituzione fornendo loro alloggi e altri servizi. Il Global Slavery Index, una stima della moderna schiavitù riconosciuta a livello internazionale, calcola che circa 400.000 persone siano state trafficate nelle Filippine nel 2016. (…)

La soluzione sta nell’investire nelle donne, di modo che esse possano gettare le fondamenta per comunità più resistenti. Sino ad ora, dice l’attivista Antonia Loyzaga, gli sforzi del paese per l’assistenza post-disastro si sono concentrati sulla risposta a breve termine: il fornire cibo, rifugio, cure mediche alle vittime nell’immediato periodo successivo all’accaduto. Ma ciò non tiene in conto i problemi a lungo termine come il traffico di esseri umani.

Loyzaga è di recente andata in pensione dalla sua posizione di direttrice esecutiva dell’Osservatorio Manila, un istituto di ricerca meteorologica, per concentrasi sul promuovere l’eguaglianza di genere all’interno dell’intero contesto del cambiamento climatico. Ora sta lavorando per un approccio ai disastri ambientali che incorpori l’impegno per rafforzare le donne e le famiglie, di modo che siano meno vulnerabili durante una sciagura naturale. “La gente non ha ancora capito che essere resilienti significa ridurre il varco fra i vari settori.”, dice Loyzaga. Risolvere le disparità nell’accesso alle risorse e nei poteri economico e politico, sostiene, aiuterà le donne a maneggiare meglio le minacce poste da un pianeta che si surriscalda. Chi lavora negli ambiti di traffico e migrazione dice che sta diventando sempre più chiaro come il cambiamento climatico aumenti il rischio di violenza contro le donne. (…)

Dopo aver lasciato l’Astrodome di Tacloban, la 13enne Kristine fu trafficata a Manila da un amico di famiglia. Lavorò come domestica per pochi spiccioli e a volte veniva chiusa per giorni e giorni in una stanza. Scappò con l’aiuto di una vicina di casa e ora vive in un rifugio gestito dal Forum Visayan, un’ong che combatte il traffico di esseri umani nelle Filippine.

Ora 16enne, Kristine sta giocando nel rifugio a “Bahay, Bata, Baguio” – “Casa, Bambino, Tempesta”. Per giocare, le ragazze si mettono in gruppi di tre. Due alzano le braccia per costruire un tetto sopra la terza, che fa la “bambina”. Quando la facilitatrice dice “tempesta”, tutti i gruppi si sciolgono, le ragazze corrono in giro per la stanza e formano un nuovo trio, costruendo un’altra casa su una nuova “bambina”. Il gioco è un simbolo, per loro, del fatto che qualunque tempesta arrivi, ogni bambina / bambino merita di trovare un rifugio sicuro.

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