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(“Meet Mariamah Achmad, Indonesia” – Nobel Women’s Initiative 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

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Mariamah “Mayi” Achmad, indonesiana del Kalimantan occidentale, è la Coordinatrice per l’istruzione alla consapevolezza ambientale della Fondazione Palung e dirige l’organizzazione ecologista “Sekolah Lahan Gambut”. Ha un diploma in gestione forestale e lavora per educare i villaggi rurali alla protezione della biodiversità.

Cosa ti ha spinta a diventare un’attivista?

Sono cresciuta in un bellissimo villaggio rurale con un lungo fiume e molte mangrovie. La foresta forniva alla mia famiglia e alle persone nel mio villaggio legno, lavoro e acqua potabile. All’epoca mio fratello lavorava come disboscatore. Quando il governo mise fuorilegge il disboscamento io mi sentivo arrabbiata, perché pensavo che i nostri mezzi di sussistenza ci fossero stati tolti. Ma ho capito che il vero problema erano le compagnie multinazionali a cui era permesso di controllare larghe aree e di usare la terra a proprio beneficio. Mio fratello non poteva tagliare un albero, ma una di queste compagnie venne al mio villaggio, tagliò il legno delle mangrovie per fare carbone e distrusse i loro acquitrini per produrre gamberetti. Ho preso il diploma in gestione forestale perché sapevo che non c’era abbastanza consapevolezza su come maneggiare la foresta e le nostre risorse naturale. E’ stato come se la foresta mi avesse chiamata.

Quanto grave è l’attuale problema di deforestazione dell’Indonesia?

L’Indonesia soffre degli effetti del surriscaldamento globale, ma allo stesso tempo siamo diventati uno dei paesi che producono più emissioni di anidride carbonica. Centinaia di migliaia di incendi nelle foreste accadono qui ogni anno, molti sono iniziati deliberatamente per aver terra da coltivare, in particolare per le piantagioni che producono olio di palma.

Le nostre umide foreste torbiere sono state prosciugate e disboscate e la torba è molto infiammabile, specialmente nella stagione secca. Quando la torba prende fuoco può bruciare invisibile sotto il terreno e solo la pioggia può spegnerla. L’uso di pesticidi e fertilizzanti e le attività minerarie – sia legali sia illegali – hanno inquinato i fiumi. Nel 2013, l’intera regione del Kalimantan è finita nella lista dei 10 luoghi più inquinati del mondo.

Che impatto ha questo sulle persone?

Il fumo denso delle foreste che bruciano può causare asma, bronchite, malattie cardiache e cancro ai polmoni, e interessa specialmente gli agricoltori che vivono vicini alle piantagioni di palma da olio. A queste comunità manca anche l’accesso a servizi sanitari e istruzione. Nelle zone urbane fanno campagne per insegnare alla gente come maneggiare lo smog, ma la mia squadra e io siamo state in aree rurali piene di fumi dove i membri delle comunità, inclusi i bambini, continuavano a svolgere le attività quotidiane senza usare neppure mascherine.

Ho colleghe che hanno documentato problemi di salute riproduttiva per le donne come risultato dell’uso di acqua inquinata. C’è un costo sociale, pure. Con la perdita della foresta, la comunità perde i suoi mezzi di sussistenza. In passato, la foresta forniva tutto ciò di cui le persone avevano bisogno gratuitamente. Ora devono pagare, il che significa trovarsi un lavoro e usualmente il lavoro lo trovano alle piantagioni per l’olio di palma: dove l’orario è lunghissimo e la paga irrisoria.

In che modo la tua organizzazione “Sekolah Lahan Gambut”, contrasta tale realtà?

Molti dei nostri membri sono giovani donne. Le istruiamo affinché vadano nelle zone rurali a ricordare alle persone quanto importanti sono le foreste, perché le stiamo perdendo e cosa loro possono fare per dare una mano. Lavoriamo nelle scuole, usando le tecniche del racconto e dello spettacolo di marionette per educare gli studenti sull’importanza delle foreste pluviali e torbiere e della biodiversità in generale. Io porto gli studenti nelle foreste in uscite didattiche nelle foreste, che sono anche habitat per specie animali in pericolo. Facciamo anche campagne sui media e abbiamo creato un sito web e programmi radio per diffondere il messaggio.

Cosa dovrebbe accadere?

Dobbiamo far pressione sul governo affinché mantenga la decisione di revocare alle compagnie multinazionali i permessi di bruciare le foreste. Dobbiamo far pressione affinché smettano di aprire queste aree e assicurare le loro riforestazione ove siano state disboscate o bruciate. Le politiche del governo devono sostenere le comunità, non le compagnie commerciali. Io spero di fare in modo che le persone ricordino tutto ciò che le foreste ci hanno dato e che è nostra responsabilità proteggerle.

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(“Cows come from the sea…”, di Kristiina Ehin, poeta e scrittrice contemporanea, trad. Maria G. Di Rienzo. L’Autrice è nata nel 1977 in Estonia e là vive con il marito, il musicista Silver Sepp, e il loro figlio. I suoi lavori sono stati tradotti in tredici lingue e hanno vinto riconoscimenti un po’ ovunque. La quarta raccolta di versi di Kristiina ha ricevuto il più prestigioso premio per la poesia del suo paese: è stata scritta durante l’anno che lei ha passato come guardiana ambientalista su un’isola deserta, al largo della costa nord dell’Estonia.)

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Le mucche vengono dal mare

in questa mattina all’inizio del tempo

mucche verdi-blu

mammelle piene di latte marino salato

e la Madre del Mare le guida a riva

con una frusta di alghe (1)

Fanciulle del Mare venite a curare le mucche

e tenetevi al sicuro

di notte dai lascivi mandriani

Possano in autunno cento mucche verdi-blu

tornare qui nella baia fra pietre chiazzate

Possano le loro corna brillare nella foschia

e possano scintillare i vostri occhi

Ma mantenete i vostri cuori chiari e freddi

come la rugiada del mattino

Non potreste mai abituarvi alla vita delle donne umane

mette catene al cuore

i sogni non si avverano mai

e i sentimenti danno solo la stura al dolore

Gli individui sono belli ma crudeli

Si tengono fra simili come insetti

raccolgono l’oro dei sogni la notte

e lo sperperano tutto la mattina

Diventare la persona giusta per qualcuno significa essere

pericolosamente vicine a una stella umana

Ma i vostri occhi sono come il mare del mondo

e le stelle annegano in esso

Fanciulle del Mare venite a curare le mucche

Ma mantenete i vostri cuori chiari e freddi

come la rugiada del mattino

(1) di angiosperme – nell’originale sea-grass più esattamente: “erbe marine” che si riproducono grazie ai fiori

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“Prendete la città di Puno, in Perù, ove abitano tribù indigene Aymara e Quechua. – spiega Majandra Rodriguez Acha (in immagine) – Usualmente gli inverni sono pesanti in quel luogo e stanno diventando sempre peggiori e anticipati a causa del cambiamento climatico. La mortalità materna è del 45% più alta della media del paese e in parte dovuta a questo freddo intenso. Sono le donne rurali impoverite e i loro bambini che soffrono di più, ma quel che si fa per loro è mandare in dono coperte ogni anno: chiaramente la loro situazione non è prioritaria per il governo.”

Per Majandra i danni provocati all’ambiente sono divenuti prioritari nel 2009, quando giungle e foreste furono invase dalle compagnie petrolifere causando lo spostamento forzato e assai violento di migliaia di persone indigene. Indignata da ciò che vedeva in televisione, andò a prendersi la prima dose di gas lacrimogeno in una manifestazione di protesta, mentre ripeteva lo slogan “La selva no se viende, la selva se difende” – “La giungla non si vende, la giungla va difesa”: aveva allora 19 anni e subito dopo fondò “TierrActiva Perù”, la propria organizzazione di attivisti.

Majandra è oggi consigliera di due gruppi internazionali che lavorano esplicitamente per contrastare il cambiamento climatico e le operazioni che lo favoriscono, “Global Greengrants’ Next Generation Climate Board” e “Women’s Environment and Development Organization”: in quest’ultimo il suo “titolo” è Giovane Femminista per la Giustizia Climatica.

Come lavora in tal campo una giovane femminista? “Ascoltando. Io sono un megafono per voci storicamente soffocate. Credo che le vere esperte delle situazioni siano le persone che le vivono. Nei miei seminari non mi porto dietro presentazioni e non tengo conferenze, mi porto dietro grandi fogli di carta bianca e matite, di modo che chi partecipa possa narrare la propria storia e lasciarne traccia.”

TierrActiva va direttamente nelle aree minacciate o devastate, decentralizza l’organizzazione delle azioni e usa per esse tutti i mezzi e i media a portata di mano: la Mobilitazione per i diritti della Madre Terra nacque dall’allestimento di una radio comunitaria, da laboratori tenuti dalle persone coinvolte a livello locale e dalla costruzione di centinaia e centinaia di enormi pupazzi che poi furono portati in manifestazione con clamoroso effetto visivo. Incontrare le persone sul loro territorio fornisce l’esatta percezione di cosa sta accadendo: chi vive nelle montagne sta affrontando le conseguenze dello scioglimento dei ghiacciai (riduzione della pioggia o scomparsa del suo ciclo), mentre chi vive presso o nelle foreste le vede distrutte da fuochi alimentati dalla siccità.

Majandra dice che far venire alla luce queste narrazioni è critico per parlare di cambiamento climatico: “Non si tratta di tabelle e numeri. Si tratta delle strutture di potere che sfruttano le risorse, danneggiando gli esseri viventi durante il processo.” Un’altra cosa che vede molto chiaramente è la connessione fra il degrado dell’ambiente e le donne: in Perù, dice, questo è particolarmente vero, giacché le donne sono in pratica assenti dai luoghi decisionali e nella sfera politica e tuttavia, la maggioranza delle persone che praticano agricoltura di sussistenza e subiscono i danni del cambiamento climatico sono donne.

La violenza contro la Terra, spiega Majandra, è simile alla violenza sessuale. “Il linguaggio usato è lo stesso, è quello che descrive lo stupro. I modi violenti in cui si estraggono le risorse, si saccheggiano le foreste, si inquinano i corsi d’acqua, hanno forti somiglianze con i modi in cui non si rispettano le donne. Pensano di stuprare la Madre Terra e di farla franca.” Majandra intende mettersi di mezzo. E’ quello che dovremmo fare tutte e tutti.

Maria G. Di Rienzo

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(“An Indonesian Village’s First Female Chief Ended Illegal Logging With Spies and Checkpoints”, di Carolyn Beeler per Public Radio International, 30 dicembre 2016, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Una strada maestra che attraversa il distretto di Sedahan Jaya nel Borneo occidentale è solo una striscia di terra marrone. Ma è meglio della pozza di fango in cui soleva mutarsi dopo intense piogge. “La strada era in condizioni così cattive quando i bambini andavano a scuola che tornavano a casa con le gambe coperte di fango. – dice Hamisah, una residente locale – Questo era davvero triste per me.”

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Hamisah (in immagine), 43enne, ha due figli maschi e vive in una delle piccole case annidate lungo tale strada. Dal suo cortile, si possono scorgere alcune delle colline del parco nazionale di circa 400 miglia quadrate Gunung Palung: è da là che venivano le inondazioni, a causare problemi maggiori delle gambe infangate. Molti dei circa 900 residenti del villaggio di Hamisah sono contadini e lavorano nelle risaie dal verde iridescente che si situano sotto il parco.

“C’erano sempre inondazioni quando i contadini stavano per mietere il riso, perciò perdevamo i nostri raccolti.”, dice Hamisah. Il problema, aggiunge, era peggiorato dal disboscamento illegale nel parco. “A causa del taglio illegale, alcune colline non hanno più molti alberi, perciò la terra non può assorbire l’acqua della pioggia. – spiega Hamisah – Perciò, ogni anno, c’erano grosse inondazioni.”

Ho parlato con Hamisah nella stanza d’ingresso della sua casetta di legno, dove lei aveva disteso uno spesso tappeto porpora perché ci sedessimo insieme. Discuteva enfaticamente e gesticolando, apparendo vivace e professionale pur nel soffocante caldo tropicale e anche se si alzava ogni pochi minuti per scacciare le galline dalla porta d’ingresso.

Hamisah non è mai andata alle superiori e la gente dice che era timida. Ma le inondazioni e i problemi che esse causavano alla usa comunità l’hanno spinta in avanti: “Ho pensato che per me era il momento di essere coraggiosa e di presentare la mia candidatura a capo del villaggio.”

Non c’era mai stato prima un capo di sesso femminile nella zona, ma Hamisah si era costruita del sostegno. Aveva conosciuto un bel po’ di persone tramite il suo lavoro di assistente sanitaria, lavorando in una clinica locale alla cura delle persone con tubercolosi.

“Forse perché sono una donna, una madre, molta gente veniva da me se aveva problemi. – dice Hamisah – Io ascoltavo e tentavo di suggerire soluzioni. Così, dopo un po’, alcuni hanno cominciato a dirmi che avrei dovuto presentare la mia candidatura.” Lei lo fece, nel 2013, e vinse diventando la leader di Sidorejo nel distretto di Sedahan Jaya.

Hamisah si mise subito al lavoro per fermare la deforestazione illegale e cominciò dalle donne del villaggio. All’epoca, fra i disboscatori illegali, ce n’era solo uno che effettivamente viveva nel villaggio e lei parlò alla moglie di costui dei pericoli che correva: e se si fosse tagliato con la sega, chiese, e se un albero gli fosse caduto addosso? “Feci in modo che sua moglie gli parlasse di questo e lo incitasse a smettere.” Funzionò. L’uomo appese la sega al chiodo e trovò lavoro nell’edilizia.

“Negli altri casi, chiesi alle donne che futuro volevano per i loro bambini, per le foreste e per alcuni tipi di flora e fauna di cui avevano cura. – prosegue Hamisah – Questa è la mia strategia: dire alle donne perché dobbiamo proteggere il villaggio.”

Tuttavia, quelli che tagliavano gli alberi nelle foreste che circondano il villaggio venivano in effetti da fuori di esso. Ma poiché Hamisah aveva i residenti locali dalla propria parte, ne reclutò alcuni affinché fermassero i disboscatori che attraversavano il villaggio per raggiungere le foreste. Hamisah chiama le/i suoi aiutanti “spie”. Una è una negoziante di nome Selamat, che lavora in un chiosco distante pochi minuti di strada dalla casa di Hamisah: “Mi chiese di prestare attenzione a chi guidava mezzi portando una sega. Io dissi di sì, perché volevo essere d’aiuto.” Quando Selamat individuava un disboscatore, doveva chiamare la “spia” successiva lungo la strada, un uomo di nome Ridwan, che avrebbe fermato l’automobile e tentato di convincere il guidatore a tornare indietro.”

Ridwan ha raccontato uno dei blocchi che ha effettuato nell’agosto 2014: “Il tipo era molto arrabbiato, mi disse che non avrebbe venduto il legno e che voleva solo costruire una casa. Ha tirato fuori ogni tipo di argomenti ma alla fine se n’è andato.”

La rete creata da Hamisah ha fermato cinque disboscatori illegali nel suo primo anno e mezzo da capo del villaggio. Ridwan dice che attorno al villaggio nessuno tenta più di tagliare alberi e attribuisce in larga parte il fatto alla guida di Hamisah: “Lei non è come un uomo che si arrabbia subito, lei ha più disciplina. E’ diretta e dura, ma è il tipo di leader che riesce a far cooperare chiunque con lei e a seguirla.”

Il villaggio ha ottenuto anche cure sanitarie meno costose nella clinica dove Hamisah lavora perché ha fermato il disboscamento illegale. La clinica infatti incentiva la conservazione delle foreste offrendo sconti agli abitanti dei villaggi che lo hanno impedito o diminuito.

Il villaggio di Hamisah è un piccolo luogo. Solo sei disboscatori sono stati fermati sino ad ora. Nel frattempo, le foreste indonesiane vengono ancora perdute su larga scala e molta di questa perdita avviene in modo legale. Tutta questa deforestazione ha reso il paese uno dei primi emissori di gas a effetto serra del mondo.

Hamisah sa questo, ma attesta di essere felice per quel che è riuscita ad ottenere: “E non solo io sono felice. Tutte le donne qui intorno si sentono vincitrici perché abbiamo fermato i disboscatori.”

Hamisah dice che la sua esperienza è la prova che se lei può fare la differenza nella sua comunità, chiunque altro può. E che tante piccole differenze possono sommarsi sino a diventare qualcosa di grande.

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(“All Together, We Can Create Miracles” di Martha Llano per World Pulse, 20 dicembre 2016, trad. Maria G. Di Rienzo. Martha è, nelle sue stesse parole, una narratrice – l’originale cuentista suona e spiega meglio, ma ahimè non ho trovato una traduzione migliore – fotografa, sognatrice, poeta e innamorata degli alberi. E’ anche una straordinaria e resistente attivista ambientalista. Martha è nata e vive in Colombia.)

martha

Se preservare le nostre specie viventi è una sfida, proteggere i nostri alberi è una sfida ancora più grande. Una terra protetta sembra un’utopia. La mia visione del proteggere gli alberi sostenendo nel contempo le nostre specie viventi è stata considerata una sorta di follia.

Ma io non sono una pazza.

Io credo che noi abbiamo bisogno degli alberi quanto abbiamo bisogno di acqua, aria e terra. Sapendo questo nel profondo del cuore, ho deciso più di vent’anni fa di proteggere la terra, di proteggere gli alberi, di proteggere l’aria, di proteggere l’acqua. Queste sono le risorse di cui abbiamo bisogno per proteggere tutte le specie viventi. Conservare il nostro pianeta mentre avanziamo richiede un delicato equilibrio.

Nei due decenni passati ho lavorato per proteggere la terra attorno a una città in espansione. Dove io posso vedere aria pura, altri vedono solo fumo. Dove io posso vedere acqua pura, altri vedono piscine. Dove io vedo alberi, altri vedono edifici. Quando cammino io vedo uccelli, mammiferi e farfalle: i fautori dello “sviluppo” vedono solo spazio per più edifici.

Ci sono molti che stanno tentando di arrivare a questi straordinari territori per conquistarli con lo scopo di aver più soldi nei loro conti bancari. Per molti anni, ho tentato di istruire le persone che vivono in città sul fatto che il miglior conto bancario è lasciare la natura intatta. In natura noi scopriamo la capacità di essere flessibili e recuperare come il principio più importante: può insegnarci tutto il resto.

Il mio progetto, che io chiamo “Resiliencias”, è lo sforzo di collegare le aree preservate private del mio paese. Nel mio sforzo ho incontrato moltissime difficoltà, ma almeno altrettanti miracoli. Sì, miracoli. I miracoli accadono ogni volta in cui fronteggio un ostacolo nel connettere terra, donne e alberi. Questi miracoli sono possibili solo quando noi crediamo profondamente in noi stesse e in ciò che i nostri corpi ci dicono.

Quando sono stata scelta come “guida influente” da World Pulse, il mio problema principale era dovermi concentrare su un solo soggetto. Vivere in Colombia, un paese in guerra, significa che non ti è concesso fare una cosa alla volta. Dobbiamo pensare velocemente e creare differenti e complesse strategie. E’ normale avere approcci multipli allo stesso problema, solo per precauzione.

Ma le cose stanno cambiando nel mio paese. Nella sezione centrale delle Ande, a 2.600 metri sul livello del mare, la vita sembra diversa ora. E’ un habitat più pacifico e mi ha dato la forza, il tempo e l’energia per cominciare a parlare alle donne di argomenti di cui non avevo mai parlato loro in precedenza. La sopravvivenza veniva sempre prima: cibo, rifugio, salute. Ora, stiamo facendo lavoro di conservazione e abbiamo creato una prima rete tramite WhatsApp per condividere idee su come preservare le nostre specie viventi, alcuni semi, alcuni alberi. Questa rete sarà connessa a una più vasta, prima in Colombia, poi nel resto del mondo.

Dobbiamo essere tutte collegate per poterci aiutare reciprocamente. Possiamo trovare soluzioni. Possiamo condividere esperienze. Possiamo educare la società civile sull’importanza degli alberi e della preservazione delle terre per la nostra stessa sopravvivenza.

L’altra mia difficoltà è stata il tempo. Ho avuto solo un breve periodo per raccogliere informazioni per un nuovo sito web e per disegnarlo. Sono stata in grado di comprare il dominio solo pochi giorni fa e presto riempirò il sito con tutte le informazioni necessarie a proteggere suolo e alberi e a collegare la gente “verde” ai verdi alberi in tutto il pianeta. Tutto questo in un unico spazio.

Insieme, se abbiamo le informazioni giuste e le connessioni adeguate, e se crediamo in noi stesse, noi possiamo creare miracoli.

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La comunità Ekuri, in Nigeria, amministra 336 chilometri quadrati di foresta comunitaria adiacente al Parco Nazionale di Cross River. Questo assetto ha avuto inizio negli anni ’80, quando i villaggi Ekuri si unirono per opporsi alla proposta di disboscamento commerciale della foresta stessa. Il progetto includeva la costruzione di una strada che avrebbe collegato i villaggi ai mercati locali: ma gli Ekuri decisero per un’amministrazione della foresta ecosostenibile e comunitaria, generando reddito, materiali di sussistenza e cibo senza tagliare un solo albero. I guadagni prodotti in questo modo finanziarono comunque la strada di cui la comunità aveva bisogno per raggiungere i mercati, resero possibile la costruzione di due scuole, di una clinica sanitaria e di un centro civico ove gli Ekuri si radunano per prendere decisioni su quella che è l’ultima foresta pluviale ancora esistente in Nigeria. Attualmente, la comunità si trova di fronte a una nuova minaccia: la costruzione di una superstrada che distruggerebbe gran parte del lavoro fatto sino ad ora.

Una delle organizzatrici chiave della resistenza, da più di vent’anni, è Caroline Olory (in immagine qui sotto):

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“Quando vennero a dirci “disboscheremo, ma vi faremo la strada, vi daremo acqua eccetera”, noi abbiamo riflettuto: se maneggiamo la foresta in modo ecosostenibile, essa diverrà la nostra economia. Abbiamo capito che se lavoriamo insieme per mantenere le nostre risorse possiamo farcela e le strade le abbiamo create da soli: se le percorrete, vedrete ponti costruiti dalle persone che abitano in quella zona e che hanno raccolto personalmente materiali naturali. Perciò è con la creatività e la generosità dei membri della comunità che amministriamo la foresta.

La cosa più importante in queste situazioni è trovare il modo di coinvolgere tutti, di modo che l’idea sia replicata anche altrove. Quando non coinvolgi tutti, entra il sospetto. Ogni persona deve sentirsi in posizione decisionale e condividere i benefici. In questo modo, è sostenibile. La chiave è l’essere insieme in modo trasparente. Controlli e bilanciamenti sono stati messi in opera da quella che oggi si chiama “Iniziativa Ekuri”.

La nuova proposta della superstrada ha portato ben 187 comunità a lottare contro il governo, perché non intendono farla passare nelle loro aree. Stanno dicendo: “No, non vogliamo la superstrada perché distruggere un’intera foresta non si chiama sviluppo.” Le comunità sanno ormai bene che conservare la foresta va a loro guadagno. Volete fare una nuova splendida superstrada? Non è in bilanciamento con la conservazione della foresta e non la vogliamo. Se volete fare una strada, facciamola in modo che sia amica dell’ambiente.” Maria G. Di Rienzo

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“Il mio nome è Ursula Rakova. Vivo in Papua Nuova Guinea, ma sono nata nelle Isole Carteret nel Pacifico del sudovest. Le anziane e gli anziani e la mia intera comunità mi hanno affidato questo grande compito, dire al mondo cosa sta accadendo nella mia isola e come il cambiamento climatico sta distruggendo le nostre vite. Il mio lavoro comprende l’organizzare la mia gente e spostarla dall’isola compromessa alla terraferma, dove dobbiamo reinsediarci su terreno che sia sicuro in ogni senso. Siamo costretti ad abbandonare la nostra isola, la nostra antica casa, per la provincia di Bougainville in Papua Nuova Guinea, dove dobbiamo cominciare nuove vite e trovare mezzi sostenibili per produrre il nostro cibo e sopravvivere.

Io voglio assicurarmi che il mio popolo abbia vita futura per le generazioni che verranno. E voglio dire a chi non crede che il cambiamento climatico stia accadendo: se avete cuore a sufficienza per sapere di essere fatti di carne e sangue, cominciate a pensare a noi sull’isola. Quella che per voi è una scelta relativa allo stile di vita, per noi è una questione di vita o morte. Dovreste mettervi nei nostri panni, e magari fare una visita alle nostre isole. Vi invitiamo a venire a vedere con i vostri occhi.” Ursula Rakova – trad. Maria G. Di Rienzo

(Ursula – nell’immagine sopra – è la direttrice dell’ong “Tulele Peisa”, che significa “Navigare le onde da noi stessi”. Nel 2014, il suo lavoro di reinsediamento degli abitanti delle Isole Carteret, alcuni dei primi rifugiati ambientali al mondo, è stato premiato dalle Nazioni Unite con l’Equator Prize. Sulle isole, a causa dell’innalzamento del livello delle acque, la terra coltivabile è scomparsa, le zanzare degli acquitrini si sono moltiplicate esponenzialmente diffondendo la malaria, e così via. Le iniziative di successo che Ursula continua a organizzare per l’autonomia economica delle donne sono state presentate in numerosi incontri e convegni internazionali.)

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