Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘ecologia’

Tempi duri? Le bussole politiche sono tutte impazzite e vi sembra che l’Italia vada alla deriva? Più che battere moneta con i “minibot” vorreste battere la testa di qualcuno o la vostra sul muro? Vi capisco, ma non c’è bisogno di disperarsi, ne’ di ferire o ferirsi.

Possiamo ripartire anche subito, con tre piccoli passi iniziali e rispettando i nostri tempi e le nostre necessità: assemblate le vostre analisi, figuratevi un orizzonte, caricatevi di quel che vi rende felici. La strada è lunga, faticosa e bellissima come voi. Buona giornata, “complici” miei, Maria G. Di Rienzo

ANALISI

“C’è una relazione intrinseca fra il modo in cui trattiamo il mondo naturale e il modo in ci trattiamo gli uni con gli altri. Dualismo e gerarchia sono i tratti del patriarcato, che implica l’oppressione delle donne e la distruzione dei sistemi naturali. Colonialismo, razzismo, disparità economica sono gli altri tragici risultati della gerarchia patriarcale. Razzismo e povertà servono a mantenere in essere il sistema patriarcale politicamente, economicamente e psicologicamente – nonché per giustificare e amplificare la distruzione dei sistemi naturali.” – Madronna Holden

ORIZZONTE

Tutte le specie, i popoli e le culture hanno valore connaturato.

La comunità della Terra è una democrazia di tutto ciò che vive.

Le culture, in una democrazia della Terra, nutrono la vita.

La democrazia della Terra globalizza pace, cura e compassione. – Vandana Shiva (“Earth democracy” / “Il bene comune della Terra”)

GIOIA

totoro

“A più di trent’anni dalla sua uscita, “Il mio vicino Totoro” è uno dei film più amati e celebrati di Miyazaki. Totoro entra in risonanza con noi perché trasforma situazioni paurose in situazioni leggere. Rappresenta lo spirito che possiamo evocare per sollevarci e uscire dai periodi bui.

Il suggerimento del film è che essere coraggiosi non significa avere la faccia dura, ma canalizzare l’immaginazione, l’umorismo e la speranza di uno spirito della foresta (molto buffo, peloso e adorabile). Totoro incoraggia le bambine protagoniste del film a parlare a voce alta e a rendere palesi i propri sentimenti.

Come spirito della foresta Totoro rappresenta anche la magia della natura. Insegna alle bambine che possono appoggiarsi alla natura per avere conforto. Abbiamo bisogno della natura per avere rifugio e protezione, ma non possiamo dare la relazione con la natura per scontata: è come un’amicizia da tesoreggiare e di cui avere cura.” – Brano tratto da: “My Neighbor Totoro: Why We Need Totoro”, di Susannah e Debra, youtubers.

Annunci

Read Full Post »

Siamo membri di gruppi di minoranza razziale, etnica, e religiosa. Siamo immigrate. Siamo persone diversamente abili. Siamo LGBTQIA. Siamo scienziate. Siamo donne.

500 women scientists

Nel 2016 erano abbastanza frustrate – dalla mancanza di rappresentazione, dal maneggiare continuamente pregiudizi e dalla cascata di bufale antiscientifiche veicolate da politici – da tentare di creare una banca dati per le donne nella loro professione, la scienza. Hanno lanciato il messaggio chiamandolo “500 scienziate” perché questa era la cifra delle firme che aspiravano ad ottenere: ne hanno rapidamente ottenute 20.000.

Oggi il gruppo conta 9.000 aderenti, ha creato più di 300 sezioni in tutto il mondo, offre sostegno alle madri scienziate e strumenti e strategie per assicurarsi che le donne siano rappresentate in incontri, conferenze, dibattiti che riguardano la scienza, organizza i “Wikipedia Edit-a-thons” per combattere gli stereotipi (e le vere e proprie sciocchezze) sulle donne e sulla scienza che si trovano sulle pagine dell’enciclopedia online, e ha lanciato un settore gemello che si chiama “500 donne mediche”.

Potete leggere, in italiano – e eventualmente in altre nove lingue – la loro originale dichiarazione d’intenti qui:

https://500womenscientists.org/italiano

Le due co-fondatrici sono Kelly Ramirez-Donders (specializzata in ecologia microbica e ricercatrice all’Istituto Olandese per l’Ecologia) e Jane Zelikova (ecologa, biologa, regista cinematografica). Le loro citazioni riportate di seguito provengono dall’intervista televisiva che hanno rilasciato di recente al programma “Good Morning America”.

Kelly Ramirez-Donders: “Dire che non si è riusciti a trovare una donna (ndt. scienziata, esperta per il dato ruolo) è solo pigro, perché ci sono un mucchio di donne eccezionalmente qualificate che possono parlare con voi del loro lavoro. (…) Noi vogliamo unirci e prendere posizione nelle nostre comunità per dire: siamo per l’equità e l’integrazione nella scienza.”

Jane Zelikova: “Nella nostra esperienza e negli studi che abbiamo visto non c’è meritocrazia nella scienza. C’è un sistema gerarchico strutturato in cui la gente al potere beneficia della propria posizione e gli uomini bianchi continuano a beneficiare delle strutture che hanno creato. Il sistema lavora nel senso per cui è stato prodotto: semplicemente non funziona per noi (ndt. donne, persone di colore, gruppi poco rappresentati). Desidero dirvi (ndt. a costoro) che la scienza vi vuole e ha bisogno di voi. La vostra prospettiva è importante e la scienza è migliore quando tutti partecipano. Abbiamo bisogno di ciascuna voce.”

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

want you to panic

L’installazione che vedete sopra è dell’artista Sophie Thomas. Su ambo i pannelli campeggia in rosso la frase di Greta Thunberg “Voglio che andiate in panico” e sullo sfondo si intrecciano i commenti sul cambiamento climatico di “scettici” famosi.

“Facendo le mie ricerche per creare il pezzo – ha detto Sophie alla stampa – ho esaminato alcune delle voci che durante il passato decennio abbiamo udito negare il cambiamento climatico in modo assai chiassoso: sono molto maschili.”

Attualmente l’opera fa parte della mostra organizzata a Londra presso Protein Studios dal gruppo ambientalista “Do The Green Thing” (“Fai la cosa verde”) ed è costruita sulla loro convinzione che “il cambiamento climatico sia una crisi creata dall’uomo in ogni senso, con la cultura dominata dagli uomini che alimenta i comportamenti dannosi mentre donne e bambine ne pagano sproporzionatamente il prezzo”.

“Il cambiamento climatico è sessista: colpisce molto di più le donne e le bambine proprio perché esse sono già marginalizzate nelle nostre società. – ha spiegato Ashley Johnson, membro di “Do The Green Thing” – Ci sono conseguenze di genere, ci sono cause di genere e ci sono soluzioni di genere. Volevamo esplorare questa idea e offrire all’arte una possibilità di rispondervi.”

Perché è presto detto:

* Le Nazioni Unite hanno calcolato che l’80% degli sfollati durante disastri climatici sono donne, tuttavia le donne sono una minoranza in ogni commissione del maggior gruppo decisionale NU sul clima, la Framework Convention on Climate Change. “Le donne spesso non sono affatto coinvolte nelle decisioni sulle risposte al cambiamento climatico, – ha detto alla BBC la scienziata ambientalista Diana Liverman – così il denaro relativo arriva agli uomini piuttosto che alle donne.”

E in effetti le iniziative guidate dalle donne su base comunitaria di frequente non ottengono finanziamenti perché i loro progetti sono considerati non abbastanza “grandi”: nonostante le piccole coltivatrici abbiano dimostrato che quando è garantito loro l’accesso allo stesso credito e alla stessa attrezzatura forniti agli uomini sono in grado di coltivare il 20/30% in più di cibo sullo stesso ammontare di terreno e di tagliare le emissioni di due milioni di tonnellate entro il 2050.

* Le donne muoiono in disastri “naturali” 14 volte di più degli uomini per una serie di cause legate al sessismo: ad esempio non ricevono gli avvisi e gli allarmi, giacché le informazioni sono sovente trasmesse da uomini ad altri uomini in spazi pubblici, mentre le donne sono a casa (dove la “cultura” e le “tradizioni” le vogliono), oppure non hanno imparato a nuotare non per propria volontà, ma perché sarebbe stato indecoroso per una femmina il farlo.

* Mano a mano che siccità e stagioni secche aumentano e fonti di acqua potabile scompaiono o si esauriscono, sono le donne delle comunità rurali che sono costrette a percorrere lunghe distanze per fornire acqua alle loro famiglie, mettendo a rischio la loro incolumità e la loro salute.

* Poiché le donne sono anche la maggioranza dei poveri al mondo, è per esse più difficile riprendersi dopo un disastro: sono quelle che hanno più possibilità di non riavere i propri impieghi, sono sovraccariche di responsabilità domestiche e la situazione le rende maggiormente vulnerabili a forme di schiavitù sessuale e sfruttamento.

“In un mondo patriarcale – dicono le donne di “Do The Green Thing” – il cambiamento climatico semplicemente ingigantisce le diseguaglianze esistenti nella nostra società.”

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

nonna e juliet

Juliet Acom (in immagine a destra, con la nonna), ugandese, è la fondatrice e presidente di R.E.S.T.O.R.E, un centro che risponde alle emergenze create nelle comunità dall’anemia falciforme e fornisce assistenza alle persone che vivono con questa condizione e a chi si prende cura di loro.

Fra le proprie passioni cita i diritti umani, la risoluzione dei conflitti, la sicurezza alimentare, la tutela dell’ambiente, l’istruzione: sono istanze, spiega, di cui discuteva con sua nonna da bambina. L’istruzione informale, sostiene Juliet, è vera e propria ricchezza: “Le lezioni che la mia nonna analfabeta mi ha impartito mi hanno permesso di dar forza alle donne e alle comunità e di contribuire agli obiettivi internazionali di sviluppo.”

Ecco alcuni esempi di “nonnesca” saggezza che anche noi potremmo trovare utili:

– Conservazione dell’ambiente: Quando mangi un frutto da un albero che cresce abbastanza grande da fare ombra, porta il seme con te. Quando giungi in un posto privo di alberi simili, mettilo nella terra così che persone e animali possano avere gli stessi frutti e la stessa ombra. (Ancora oggi Juliet viaggia con le tasche piene di semi.)

– Cibo per tutti: Non andare mai a letto sazia mentre i tuoi vicini di casa stanno morendo di fame. Se sono troppo orgogliosi per accettare la carità, proponi loro di coltivare il tuo giardino in cambio di cibo o denaro. E mentre lavorano la tua terra, unisciti a loro.

– Acqua e igiene: Non scaricare immondizia e non urinare nei pressi di una fonte d’acqua. Se trovi immondizia accanto alla sorgente non vergognarti di raccoglierla e di portarla altrove. E quando vieni a sapere di attività comunitarie per pulire il villaggio, sii la prima ad arrivare al punto di ritrovo.

– Risoluzione dei conflitti: Non prendere mai le parti di qualcuno che è chiaramente in torto – le lacrime degli oppressi sono la ragione per cui molte persone un tempo agiate hanno avuto una fine straziante. (Secondo la nonna, ottimista, i farabutti la pagano sempre: o devono rispondere della loro corruzione o si beccano ogni sorta di terribili disgrazie.)

– Sviluppo comunitario: Non sei stata benedetta con la conoscenza, l’abilità o le risorse per tenere tutto questo in magazzino. L’altruista condivide queste benedizioni con coloro che sono meno fortunati. Se condividi, il tuo cuore sarà sempre disposto alla felicità.

– Potenziamento economico femminile: Buon cibo, begli abiti, gioielli, un marito ricco? Ok, tutto questo può andar bene per una donna, ma per farcela nella vita, una donna deve leggere libri, imparare un mestiere, risparmiare soldi e unirsi a gruppi di risparmiatori e, soprattutto, ascoltare sua nonna!

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

greta

Per quando Greta Thunberg compirà 45 anni, i profughi ambientali saranno decine di milioni: il cambiamento climatico avrà distrutto la loro possibilità di continuare a vivere sulla loro terra con temperature estreme, raccolti avvizziti, incendi di foreste ecc. E’ la sua generazione che porterà l’intero fardello creato dall’avidità, dal disinteresse e dall’ignoranza di quelle precedenti.

Ogni cosa che Greta ha detto pubblicamente finora a proposito del cambiamento climatico è scientificamente corretta: chi non credesse a me, può chiederlo a due eminenti scienziati finlandesi, Christian Breyer – docente di Economia solare all’Università di Tecnologia di Lappeenranta e Markku Ollikainen – docente di Ambiente e Risorse economiche all’Università di Helsinki, che hanno esaminato punto per punto il suo discorso del 21 febbraio 2019 a Bruxelles trovandolo del tutto attendibile, o a qualcuno degli oltre 25.000 scienziati tedeschi, svizzeri e austriaci che hanno aderito a Friday for Future. (La data del prossimo venerdì di sciopero è il 12 aprile.)

Le motivazioni di Greta e degli/delle studenti che le condividono sono semplici e cristalline:

Agli scolari si chiede di frequentare la scuola. Ma con il peggioramento della distruzione climatica questo scopo dell’andare a scuola comincia a non avere senso.

Perché studiare per il futuro, se il futuro potrebbe non esserci?

Perché mettere tanto impegno nel diventare istruiti, quando i nostri governi non ascoltano chi è istruito?

Intelligente, preparata, resistente, determinata, Greta Thunberg ha espresso le proprie preoccupazioni in modo così efficace da schiudere le voci dei suoi coetanei (e non solo) e da motivarne all’impegno ecologista, nel primo Friday for Future del 15 marzo scorso, più di un milione e seicentomila in 125 diversi paesi.

Il contesto sono le azioni che questa ragazza ha intrapreso e le ricadute delle stesse – e nessuno dei suoi detrattori è in grado di demolire le premesse scientifiche che stanno alla base di dette azioni. Perciò, continuano ad aggredire la sua persona (le sue trecce, il suo viso, la sua età, la sindrome di Asperger, i suoi genitori) e a prodursi in battute squallide del tipo “metterla sotto con la macchina”: uno scenario patetico in cui perfette/i ignoranti sbavano per un posto sotto i riflettori sgomitando la figura di Greta, che probabilmente a loro parere sta ricevendo troppa luce.

Visto lo stato del pianeta Terra, le tre cose che noi “vecchi” possiamo e dobbiamo dire, a questa 16enne come alle sue simili in tutto il mondo, giovani attiviste meno note ma non meno capaci o ostinate, sono: Scusa, grazie e sono al tuo fianco.

Una quarta è facoltativa ma personalmente, oggi, sento il bisogno di dirla: Felice Equinozio di Primavera, ti giuro che continuerò a fare del mio meglio perché la tua generazione e quelle future godano di tutte le primavere a venire.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

(brano tratto da: “Breaking Out of the Domination Trance”, di Riane Eisler per Kosmos – inverno 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Si tratta della trascrizione dell’intervento di Eisler al Summit 2018 sulla Sicurezza in Irlanda. Riane Eisler è presidente del “Center for Partnership Studies”, femminista, avvocata per i diritti umani di donne e bambine/i, autrice di libri tradotti in tutto il mondo: l’immagine la ritrae con uno di essi. Il suo sito è rianeeiesler.com )

riane

(…) In numero sostanziale stiamo cominciando a emergere da quella che io chiamo la “trance del dominio”, una trance perpetuata da tutte le nostre istituzioni, i nostri sistemi di credenze, da ambo le nostre narrative – popolare e scientifica, e persino dal nostro linguaggio, perciò stiamo solo cominciando a vedere qualcosa che, una volta articolato, può apparire ovvio: che i modi in cui una società costruisce i ruoli e le relazioni fra le due forme base della sua specie – maschile e femminile – così come costruisce le relazioni durante la prima infanzia, sono in effetti istanze sociali che hanno impatto diretto sul fatto che tutte le nostre istituzioni sociali (dalla famiglia all’istruzione, dalla religione alla politica e all’economia) siano egualitarie o diseguali, autoritarie o democratiche, violente o nonviolente. (…)

Nessuna società è un sistema di assoluto dominio o assoluta cooperazione; si tratta di un continuum cooperazione-dominio. Ma voglio darvi brevemente qualche esempio di società contemporanee che sono vicine all’estremità del dominio della bilancia sociale. Sono società molto differenti se le osserviamo solo attraverso le lenti delle categorie sociali convenzionali: la Germania nazista di Hitler, un società di destra occidentale e laica; la Corea del Nord di Kim Jong-un, una società di sinistra orientale e laica; i Talibani dell’Afghanistan, una società orientale religiosa; i regimi teocratici a cui aspirano i fondamentalisti religiosi occidentali.

Nonostante tutte le loro differenze, queste società condividono la configurazione chiave del dominio:

* Consistono di gerarchie di dominio, non solo nello Stato ma anche nella famiglia e in tutte le istituzioni che stanno nel mezzo.

* Sostengono un sistema di valori basato sul genere. Danno un rango superiore al maschile sul femminile, con rigidi stereotipi su femminilità e mascolinità e, tramite questi, svalutano qualsiasi cosa considerata “tenera” o femminile a livello culturale, come l’avere cura, il prestare assistenza e la nonviolenza, che sono considerate cose totalmente non appropriate per i “veri uomini”, vanno bene solo per gli “effeminati” o per le deboli sorelle, e non sono parte del sistema di valori guida in ambito sociale ed economico.

* La terza componente chiave delle configurazioni sociali del dominio – e queste componenti si sostengono l’una con l’altra – è la violenza condonata e idealizzata socialmente. Dal pestaggio di figli e moglie ai pogrom allo stato di guerra cronico, mantenere i rigidi ordinamenti superiore-inferiore del dominio (uomo sopra donna, uomo sopra uomo, razza sopra razza, religione sopra religione e così via) richiede un alto grado di violenza incorporata, inclusa la violenza contro donne e bambini che, qui, stiamo lavorando per lasciare indietro.

Al contrario, la configurazione chiave del sistema di cooperazione consiste di:

* Una struttura democratica ed egualitaria sia nella famiglia che nello Stato o tribù, e in tutte le istituzioni che stanno nel mezzo.

* Relazione paritaria d’eguaglianza fra donne e uomini e, con questo, alta valutazione delle caratteristiche e delle attività cosiddette “tenere” o femminili sia nelle donne sia negli uomini, così come nelle politiche sociali ed economiche.

* Un basso livello di violenza incorporata; c’è qualche forma di violenza, ma non è necessaria a mantenere gerarchie di dominio. I sistemi orientati alla cooperazione hanno anche gerarchie, ma sono gerarchie relative alla concretizzazione, dove il potere – come vediamo sempre di più mentre tentiamo di muoverci verso la cooperazione – non è potere sugli altri, ma potere di fare e potere con gli altri.

Di nuovo, le culture che si orientano verso il lato della cooperazione possono per altri aspetti essere molto diverse. Possono essere società tribali, come per i Teduray delle Filippine; società agrarie, come per i Minangkabau di Sumatra; possono essere società tecnologicamente avanzate come Svezia, Finlandia e Norvegia.

Voglio sottolineare che l’archeologia, lo studio delle mitologie, gli studi sul DNA, la linguistica e altre discipline stanno documentando ora che per la maggior parte dell’evoluzione culturale umana le società sembrano essersi orientate primariamente sulla bilancia sociale verso la cooperazione.

Non sto parlando solo delle migliaia di anni in cui gli esseri umani hanno vissuto in società che raccoglievano-cacciavano cibo, il che è ormai documentato assai scrupolosamente, sto parlando delle nostre primissime società agricole.

Per esempio, la città turca di Çatalhöyük, dove andando a ritroso di 8.000 anni non vi sono segni di distruzione dovuta a guerre; non vi sono segni di grosse disparità fra abbienti e meno abbienti negli oggetti rinvenuti nelle case e nelle tombe e, come ha notato Ian Hodder (l’archeologo che attualmente sta scavando a Çatalhöyük), questa era una società in cui le differenze sessuali non si traducevano in differenze di status o di potere. (…)

Il nostro compito è inaugurare un’intera nuova visione del mondo in cui le questioni che direttamente hanno effetto sulle vite, e troppo spesso sulle morti, della maggioranza dell’umanità – donne e bambini – siano riconosciute come fattori chiave per costruire un futuro più equo, più sostenibile e più sicuro.

La prima pietra angolare: Relazioni nell’infanzia

Sappiamo dalla neuroscienza che quel che i bambini sperimentano e osservano nelle loro famiglie e nelle altre relazioni precoci interessa niente di meno che il modo in cui il nostro cervello si sviluppa e queste esperienze e osservazione sono direttamente modellata dal grado in cui un ambiente culturale si orienta verso la cooperazione o verso il dominio.

Considerate che quando relazioni familiari basate su violazioni croniche dei diritti umani sono considerate normali e morali, esse forniscono modelli per condonare violazioni simili in altre relazioni. E se queste relazioni sono violente, i bambini apprendono che la violenza di chi ha potere su chi ne ha meno è accettabile nel maneggio dei conflitti o problemi e per mantenere o imporre controllo. Non apprendono questo solo a livello emotivo e mentale, ma a livello neurale.

Questo è il motivo per cui le relazioni nell’infanzia sono così importanti e il motivo per cui abbiamo bisogno di una campagna globale per mettere fine alla pandemia di tradizioni di abuso e violenza nei confronti dei bambini.

La seconda pietra angolare: Relazioni di genere.

Come una società costruisce i ruoli e le relazioni delle due forme base dell’umanità – donne e uomini – non ha effetto solo sulle individuali opzioni di vita per donne e uomini, ha effetto sulle famiglie, sull’istruzione, sulla religione, sulla politica, sull’economia: ciò che consideriamo di valore o non di valore e ciò che crediamo sia morale o sia immorale.

Mentre il movimento globale delle donne si diffonde, più uomini hanno cura dei piccoli, più donne entrano in posizioni guida economiche e politiche, ma è tutto troppo lento. Ci stiamo mettendo troppo anche a cancellare la pandemia globale di discriminazione, abuso e violenza contro le donne che ho documentato in molti miei lavori.

Ciò di cui abbiamo urgentemente bisogno – e, di nuovo, ciò accadrà solo se lo faremo accadere – è una campagna globale per relazioni di genere eque e nonviolente. Ciò ci porta alla terza pietra angolare per costruire una società di cooperazione.

La terza pietra angolare: Relazioni economiche.

Le quattro fondamenta sono interconnesse e si rinforzano reciprocamente, perciò voglio cominciare con i nostri sistemi di valori sul genere e su come la svalutazione delle donne e del “femminile” abbia impatto diretto sulla generale qualità della vita in una società. C’è evidenza empirica di ciò in numerosi studi, i quali confermano come i Paesi che hanno un basso divario di genere sono anche i Paesi che hanno più successo economico.

Una ragione ovvia è che le donne sono metà della popolazione. Ma ce n’è un altra: sino a che metà dell’umanità a cui sono associati valori come cura, compassione e nonviolenza resta subordinata e esclusa dall’amministrazione sociale, così lo saranno questi valori.

Di conseguenza, gli attuali sistemi economici – siano capitalisti o socialisti – non sono capaci di affrontare le sfide senza precedenti che abbiamo di fronte a livello economico, ambientale e sociale. Sia il capitalismo sia il socialismo non solo vengono dall’era industriale, e noi siamo ormai ben avanti nell’era post-industriale, ma entrambi sono emersi in epoche che li hanno orientati notevolmente di più, nel continuum, verso il lato del dominio

Perciò, mentre possiamo voler conservare qualsiasi elemento di cooperazione vi sia nelle teorie capitaliste e socialiste, dobbiamo andare oltre entrambe verso quella che io chiamo “economia di cura”. Capisco che la gente resta allibita nel sentire “cura” e “economia” nella stessa frase, ma non è questo un terribile commento su come siamo stati socializzati ad accettare che i sistemi economici debbano essere diretti da valori insensibili?

Questo deve cambiare e un primo passo per il cambiamento è come misuriamo la salute economica. Perché ora sappiamo che se il valore del lavoro di cura nelle case fosse incluso nel PIL costituirebbe non meno del 30/50% di esso. In effetti, investire nella cura è molto redditizio, non solo in termini umani e ambientali ma puramente finanziari. Le nazioni nordiche erano così povere all’inizio del ventesimo secolo da soffrire di carestie, ma le loro successive politiche di cura furono un investimento chiave: oggi queste nazioni non solo hanno i più bassi tassi di divario di genere, ma regolarmente hanno alti posti in classifica nei rapporti sulla competitività economica del World Economic Forum.

Svezia, Norvegia e Finlandia hanno ora generalmente alti standard di vita per tutti, senza divari enormi fra abbienti e meno abbienti; hanno molta più equità di genere sia nella famiglia che nella società, perciò le donne sono circa metà del Parlamento nazionale. Per quel che riguarda la violenza, sono state pioniere sugli studi di pace e hanno emesso le prime leggi che proibiscono le punizioni fisiche ai bambini nelle famiglie.

Quel che vediamo qui è un forte movimento verso la configurazione della cooperazione – e una grossa parte di questa configurazione avviene perché avendo le donne status più alto queste nazioni danno maggior valore a caratteristiche e attività stereotipicamente femminili come sostegno, nonviolenza, cura; hanno congedi di maternità/paternità pagati generosamente, servizi per l’infanzia di alta qualità e universalmente accessibili; assistenza dignitosa agli anziani e altre politiche di cura. E questa configurazione sociale di cooperazione sostiene uno stile di vita più equo, pacifico, prosperoso e sostenibile. Ciò mi porta alla quarta pietra angolare: perché avreste mai saputo qualcosa di tutto questo dalle nostre narrazioni convenzionali?

La quarta pietra angolare: Narrative e linguaggio.

Le vecchie storie che abbiamo ereditato da tempi di dominio più rigido idealizzano la conquista e la dominazione – di persone o della natura – come mascoline, desiderabili e inevitabili. Queste storie non sono solo incapaci di adattamento, sono inaccurate. Noi esseri umani abbiamo un’enorme capacità di consapevolezza, cura e creatività, ma esse sono inibite o distorte in ambienti che privilegiano il dominio sulla cooperazione.

Per cui sta a noi, a voi, cambiare queste vecchie storie e questo è un tema portante in tutti i miei libri, perché noi umani viviamo di storie!

Dobbiamo anche operare cambiamenti nel linguaggio. Stante la nostra eredità culturale di dominio, non dovrebbe sorprenderci che le sole categorie in cui la nostra lingua descrive le relazioni di genere siano patriarcato e matriarcato. E questo cosa ci dice? Che le nostre uniche alternative sono: o comandano gli uomini o comandano le donne. La lingua che abbiamo ereditato da epoche di dominio più rigido non ha parole per descrivere relazioni di genere egualitarie, e questa è la ragione per cui il nuovo linguaggio della cooperazione è così essenziale.

(Ndt. Quel che io ho tradotto come “cooperazione” si poteva anche rendere come “mutualità”.)

Read Full Post »

(“What to Do About Climate Change? Ask Women – They Have the Most to Lose”, di Winnie Byanyima – in immagine – direttrice esecutiva di Oxfam International, 18 dicembre 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

winnie byanyima

Il cambiamento climatico è sempre stato una questione politica. Alle sue radici vi sono enormi sbilanciamenti di potere e diseguaglianza, che si sono mostrati durante le recenti discussioni sul clima delle Nazioni Unite in Polonia. Questi sbilanciamenti definiscono chi è maggiormente vulnerabile agli impatti del cambiamento climatico, quali vite e mezzi di sostentamento saranno o sono già sottosopra. In nulla ciò è più palese che nel divario di genere: la lotta per la giustizia climatica e la giustizia di genere devono andare mano nella mano.

Il cambiamento climatico colpisce le donne in modi profondamente differenti dagli uomini. Cultura e tradizione in molti luoghi assegnano il ruolo di cura delle famiglie alle donne. Sono le donne, per esempio, a essere responsabili del raccogliere legna, dell’andare a prendere acqua e del coltivare cibo per nutrire bocche affamate. Perciò, mentre gli impatti del cambiamento climatico prendono controllo, sono le donne a dover stare sulla prima linea dell’adattarsi e trovare soluzioni: nuove fonti d’acqua; nuovi modi per sfamare le loro famiglie; nuove coltivazioni da far crescere e nuovi modi per farle crescere; nuovi modi di cucinare.

Nel mio paese, l’Uganda, le donne camminano già fino a sei ore al giorno per raccogliere acqua. Con le stagioni secche che stanno diventando più lunghe, le donne saranno costrette a camminare ancora di più. Come ho detto ai leader (in maggioranza uomini) del G7 a nome del Comitato consultivo sul genere quest’anno, chiunque dubiti delle fondamenta scientifiche che accertano il cambiamento climatico dovrebbe tentare di discuterne con le donne che camminano sempre più lontano ogni anno per andare a prendere l’acqua.

Le nazioni ricche sono state svergognate ai dibattiti sul clima perché hanno mancato di riconoscere l’urgenza del limitare gli impatti del cambiamento climatico. Mentre i paesi vulnerabili ad esso hanno chiesto un responso d’emergenza, una manciata di paesi ricchi principalmente esportatori di petrolio – inclusi il Kuwait, la Russia, l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti – ha negato la ragione scientifica che sta dietro a queste richieste di azioni urgenti.

Il cambiamento climatico ha effetti su tutti, ma le persone povere che vivono già ai margini ecologici sono colpite nel modo più duro. Spesso contano sulla pioggia per le loro coltivazioni, vivono in strutture fatiscenti e non hanno risparmi o assicurazioni su cui contare quando il disastro arriva.

Quando il disastro colpisce, come la carestia nel Sahel proprio ora, sono le bambine a essere tolte da scuola per aiutare le famiglie in difficoltà a far quadrare i conti. Sono le donne che restano senza niente quando non c’è abbastanza cibo per tutti. Le donne hanno meno beni su cui contare e sono largamente assenti dal processo decisionale, il che aggrava la loro vulnerabilità.

Quanto vulnerabile sei già per cominciare – quale è il tuo status nella nostra società diseguale – ha una grandissima influenza sul modo in cui il cambiamento climatico avrà impatto su di te. Per le donne, già vulnerabili, il cambiamento climatico inasprisce i loro fardelli già esistenti relativi alla cura.

Pochi negano che le donne siano le più colpite dal cambiamento climatico, ma vi è scarso accordo su cosa fare al proposito. C’è voluta una lunga lotta per aumentare l’importanza del genere nei dibattiti sul clima. L’anno scorso un Piano d’azione di genere fu approvato dopo un decennio di pressioni da parte di impegnate attiviste. Eppure, l’idea che la comunità internazionale debba prestare attenzione alle dinamiche di genere mentre sviluppa e implementa politiche sul cambiamento climatico resta assai delicata. I ripetuti sforzi, durante la prima settimana di negoziazioni in Polonia, di affrontare l’impatto sproporzionato della migrazione forzata sulle donne sono falliti, bloccati da un negoziatore del gruppo di paesi arabi. Sembra che menzionare i diritti umani, in particolare i diritti delle donne, sia troppo da tollerare per alcuni paesi: l’argomento è stato escluso dall’accordo.

Se vogliamo impedire al cambiamento climatico di calpestare i diritti delle donne e delle persone maggiormente vulnerabili, allora dobbiamo lottare per società più egualitarie. Ciò significa mettere in discussione i ruoli di genere, condividere più equamente il lavoro fra uomini e donne e aumentare la partecipazione delle donne al processo decisionale.

Significa anche che dobbiamo guardare alle nostre economie, che non danno valore ai contributi delle donne. Le nostre economie ignorano l’invisibile e non pagato lavoro di cura svolto da milioni di donne in tutto il mondo. C’è un’impressionante similitudine su come la nostra economia ignora il costo del cambiamento climatico fuori controllo: mancando di far pagare gli inquinatori. Queste sono entrambe conseguenze di un’economia corrotta. E’ un’economia che conta le cose sbagliate, cercando la crescita del PIL a ogni costo.

Le persone nei consigli d’amministrazione e nei governi che prendono le decisioni che alimentano il disastro climatico e la diseguaglianza sono in maggioranza uomini bianchi benestanti. I miliardari sono ricompensati a spese dei salari da fame per molti e a spese di un pianeta abitabile.

Ricordatelo, su 10 miliardari 8 sono maschi; la maggioranza dei poveri del mondo sono femmine. E’ un periodo favorevole per i miliardari e la loro sproporzionata quota di emissioni! A mia zia – contadina nell’Uganda rurale – ci vorrebbero 175 anni per produrre lo stesso tasso di emissioni di quelli che stanno nell’1%!

A Oxfam, e nel più vasto settore umanitario, crediamo in un mondo libero dall’ingiustizia della povertà, una lotta che non può essere separata da quella per la giustizia climatica e per l’eguaglianza di genere. Per arrivarci, abbiamo necessità di cambiamenti su vasta scala al nostro modello economico dominante e nel modo in cui conduciamo la politica. Dobbiamo riconoscere gli oneri e le discriminazioni poste sulle donne nelle case, nelle situazioni di crisi e nella nostra struttura economica e cominciare a considerare il genere quando affrontiamo gli impatti del cambiamento climatico. E poiché la comunità scientifica ci sta dicendo che abbiamo solo 12 anni per prevenire l’innalzamento globale fuori controllo delle temperature, abbiamo bisogno di cambiare velocemente.

Nei prossimi mesi, i governi devono seguire le indicazioni delle nazioni maggiormente vulnerabili e cominciare immediatamente a rafforzare i loro impegni all’azione incluso l’aggiungere le voci delle donne al processo.

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: