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(“All Together, We Can Create Miracles” di Martha Llano per World Pulse, 20 dicembre 2016, trad. Maria G. Di Rienzo. Martha è, nelle sue stesse parole, una narratrice – l’originale cuentista suona e spiega meglio, ma ahimè non ho trovato una traduzione migliore – fotografa, sognatrice, poeta e innamorata degli alberi. E’ anche una straordinaria e resistente attivista ambientalista. Martha è nata e vive in Colombia.)

martha

Se preservare le nostre specie viventi è una sfida, proteggere i nostri alberi è una sfida ancora più grande. Una terra protetta sembra un’utopia. La mia visione del proteggere gli alberi sostenendo nel contempo le nostre specie viventi è stata considerata una sorta di follia.

Ma io non sono una pazza.

Io credo che noi abbiamo bisogno degli alberi quanto abbiamo bisogno di acqua, aria e terra. Sapendo questo nel profondo del cuore, ho deciso più di vent’anni fa di proteggere la terra, di proteggere gli alberi, di proteggere l’aria, di proteggere l’acqua. Queste sono le risorse di cui abbiamo bisogno per proteggere tutte le specie viventi. Conservare il nostro pianeta mentre avanziamo richiede un delicato equilibrio.

Nei due decenni passati ho lavorato per proteggere la terra attorno a una città in espansione. Dove io posso vedere aria pura, altri vedono solo fumo. Dove io posso vedere acqua pura, altri vedono piscine. Dove io vedo alberi, altri vedono edifici. Quando cammino io vedo uccelli, mammiferi e farfalle: i fautori dello “sviluppo” vedono solo spazio per più edifici.

Ci sono molti che stanno tentando di arrivare a questi straordinari territori per conquistarli con lo scopo di aver più soldi nei loro conti bancari. Per molti anni, ho tentato di istruire le persone che vivono in città sul fatto che il miglior conto bancario è lasciare la natura intatta. In natura noi scopriamo la capacità di essere flessibili e recuperare come il principio più importante: può insegnarci tutto il resto.

Il mio progetto, che io chiamo “Resiliencias”, è lo sforzo di collegare le aree preservate private del mio paese. Nel mio sforzo ho incontrato moltissime difficoltà, ma almeno altrettanti miracoli. Sì, miracoli. I miracoli accadono ogni volta in cui fronteggio un ostacolo nel connettere terra, donne e alberi. Questi miracoli sono possibili solo quando noi crediamo profondamente in noi stesse e in ciò che i nostri corpi ci dicono.

Quando sono stata scelta come “guida influente” da World Pulse, il mio problema principale era dovermi concentrare su un solo soggetto. Vivere in Colombia, un paese in guerra, significa che non ti è concesso fare una cosa alla volta. Dobbiamo pensare velocemente e creare differenti e complesse strategie. E’ normale avere approcci multipli allo stesso problema, solo per precauzione.

Ma le cose stanno cambiando nel mio paese. Nella sezione centrale delle Ande, a 2.600 metri sul livello del mare, la vita sembra diversa ora. E’ un habitat più pacifico e mi ha dato la forza, il tempo e l’energia per cominciare a parlare alle donne di argomenti di cui non avevo mai parlato loro in precedenza. La sopravvivenza veniva sempre prima: cibo, rifugio, salute. Ora, stiamo facendo lavoro di conservazione e abbiamo creato una prima rete tramite WhatsApp per condividere idee su come preservare le nostre specie viventi, alcuni semi, alcuni alberi. Questa rete sarà connessa a una più vasta, prima in Colombia, poi nel resto del mondo.

Dobbiamo essere tutte collegate per poterci aiutare reciprocamente. Possiamo trovare soluzioni. Possiamo condividere esperienze. Possiamo educare la società civile sull’importanza degli alberi e della preservazione delle terre per la nostra stessa sopravvivenza.

L’altra mia difficoltà è stata il tempo. Ho avuto solo un breve periodo per raccogliere informazioni per un nuovo sito web e per disegnarlo. Sono stata in grado di comprare il dominio solo pochi giorni fa e presto riempirò il sito con tutte le informazioni necessarie a proteggere suolo e alberi e a collegare la gente “verde” ai verdi alberi in tutto il pianeta. Tutto questo in un unico spazio.

Insieme, se abbiamo le informazioni giuste e le connessioni adeguate, e se crediamo in noi stesse, noi possiamo creare miracoli.

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benerexa

Benerexa Marquez è un’Anziana del popolo Arhuaco (Sierra Nevada di Santa Marta, Colombia). E’ nota e stimata per il suo lavoro con le donne Arhuaco, un attivismo “spirituale” che ha lo scopo di ricollegarle alla Terra affinché agiscano in armonia con essa e per essa lottino. In special modo, Benerexa è preoccupata per l’acqua: “Abbiamo dimenticato come avere relazioni di reciprocità con la Terra. I nostri fiumi sono in pericolo. Il nostro governo ha venduto i nostri fiumi alla Coca Cola. Abbiamo bisogno di sapienza indigena tradizionale per difendere le nostre acque e i nostri territori.”

Attualmente l’Anziana siede al tavolo dei negoziati con il governo colombiano, quale rappresentante dei popoli indigeni, per le questioni che riguardano la salute legate alle politiche economiche e ambientali governative.

Capa Sisk

Caleen Sisk è la Capa della tribù Winnemem Wintu – che significa “Popolo dell’acqua di mezzo” – originariamente stanziale lungo il fiume McCloud in Californa: ora, sopra la diga Shasta. Quando quest’ultima fu costruita nel 1945 mandò sott’acqua la quasi la totalità dei territori della tribù e il 90% dei suoi luoghi sacri. Oggi, una legge vergata con lo scopo di far fronte alla siccità minaccia il poco che resta loro. “Noi siamo uno stato-salmone. Ciò che succede al salmone, succede a noi. – dice Capa Sisk – Il salmone è un sacro parente per i Winnemen: la diga Shasta ha distrutto i salmoni nei nostri territori tradizionali.” Caleen crede che molti dei problemi del mondo moderno siano legati alla perdita della connessione sacra con l’acqua e con le altre forme di vita.

Sacred Salmon di Julie Higgins

Sono solo delle vecchiette benintenzionate e altrettanto squinternate, dite? Però (dati stranoti reperibili su siti delle Nazioni Unite e agenzie internazionali per l’acqua):

1 persona su 10, al mondo, non ha accesso ad acqua potabile “sicura” e ogni 90 secondi un bimbo muore per malattie contratte dal consumo di acqua contaminata;

donne e bambine, al mondo, assommano giornalmente 125 milioni di ore cercando acqua e trasportando acqua: tutta l’acqua di cui le loro famiglie hanno bisogno per bere, lavarsi, cucinare, pulire. E’ un fardello posato interamente su spalle femminili.

Le crisi relative all’acqua potabile inchiodano donne e bambine in un ciclo di sofferenze e povertà (il lavoro è pesantissimo, a scuola non possono andare) e spesso sono messe di fronte a una scelta impossibile – morte certa senz’acqua, morte possibile con acqua contaminata.

Spero davvero che Benexa e Capa Sisk inculchino un po’ di buon senso ai loro governanti. Perché sovente l’attivismo spirituale e la magia delle donne sono solo questo, radiante e sacro e disperatamente necessario buon senso. Maria G. Di Rienzo

madre fiume

(La Madre Fiume sulla riva sud del Fiume Giallo nella città cinese di Lanzhou.)

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ali stone

“Essere una donna è essere una guerriera e sconfiggere i limiti e gli stereotipi che la società ci impone.” ALI STONE. DJ colombiana e produttrice discografica. E’ una delle più giovani compositrici mondiali di musica per il cinema.

“Mujeres Trabajando por Mujeres – Donne che lavorano per le Donne è un progetto per gli spazi pubblici che recupera la memoria storica tramite ritratti di personalità femminili che hanno forgiato cambiamento e lottato per migliorare la situazione del proprio genere. Ogni immagine è il risultato di un’indagine in svariati archivi; l’indagine racconta una storia di lotta che ha portato mutamenti importanti al modo in cui percepiamo il genere e, di conseguenza, alla storia dell’umanità. I disegni sono realizzati con penna digitale ed ispirati alla pop art, ai fumetti e ai poster politici degli anni ’70. Li ho stampati in grande formato su tela cerata come riferimento al linguaggio dei messaggi politici e commerciali che abbodano nelle città latinoamericane.” Il brano è tratto dalla presentazione scritta da María María Acha-Kutscher (non c’è errore, è proprio una… doppia Maria) per HECHA EN LATINOAMERICA – FATTO IN AMERICA LATINA.

http://www.acha-kutscher.com/mujerestrabajando/hecha%20en%20latino/hecha%20en%20latino.html

La serie di immagini – io ve ne ho ripostate due – ha occupato gli spazi per gli annunci pubblicitari nella metropolitana e nelle stazioni relative al trasporto passeggeri di Città del Messico dal novembre 2014 al gennaio 2015, grazie alla collaborazione fra il governo federale, l’Istituto delle Donne di Città del Messico e l’Antimuseo.

Mare Advertencia

Credere… vincere… avere… potere… Donna, non limitarti a ciò che ti chiedono di essere! MARE ADVERTENCIA LIRIKA. Rapper di Oaxaca (Messico). Fondatrice della band Advertencia Lirika.

Adesso non so se sto dicendo una stupidaggine, ma una cosa del genere è proprio impossibile in Italia? Donne che hanno fatto e stanno facendo la storia con l’impegno in favore del proprio genere non ci mancano. Artiste e fumettiste neppure: Pat Carra e Anarkikka, per esempio, in un progetto di questo tipo potrebbero essere sia disegnatrici sia soggetti. Qualcuna di noi è anche “infiltrata” (scherzo) o ha contatti in governi regionali, commissioni pari opportunità, consigli comunali eccetera.

HECHA EN LATINOAMERICA ha concentrato l’attenzione su giovani donne che si sono fatte spazio in ambiti considerati “maschili” ed è un’ottima idea – ehi, noi avremmo Samantha fra le stelle! – ma un progetto italiano potrebbe prendere qualsiasi altra direzione. Potrebbe persino essere ricorrente e onorare donne di generazioni diverse.

Sapete cosa vorrebbe dire per me, anche se solo per 3 mesi, vedere cartelloni con le immagini – cito a caso, la lista sarebbe lunghissima – di Lidia Menapace, Nicoletta Crocella o Ileana Montini (e leggere le loro parole) al posto dei “corpi da spiaggia” e delle chiappe / tette che pubblicizzano tutto, dal salame piccante all’ultimo modello di GPS? Soprattutto: sapete cosa vorrebbe dire per la mia nipotina tredicenne?

La butto là. Ma se qualcuna volesse provarci conti sul mio sostegno. Maria G. Di Rienzo

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(“Are Women Really Peaceful?”, di Sanam Naraghi Anderlini, 2014, trad. Maria G. Di Rienzo. Sanam Naraghi Anderlini è la co-fondatrice di International Civil Society Action Network (ICAN) – http://www.icanpeacework.org -, una rete internazionale della società civile. Esperta di genere e conflitto, Sanam fu una dei membri della società civile che parteciparono alla stesura della Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite su donne, pace e sicurezza.)

sanam

Sono davvero pacifiche, le donne?

Questa è la domanda che inevitabilmente sorge durante ogni discussione sull’inclusione o il contributo femminile alla costruzione di pace.

Per alcune donne occidentali l’assunto che le donne siano orientate alla pace implica l’essere troppo “soffici”. E’ spiacevole, perché il dialogo, la diplomazia e il compromesso sono faccende molto più dure e complesse dell’affidarsi alle opzioni militari.

Le persone mettono in discussione l’essere orientate alla pace delle donne puntando il dito su leader come Margaret Thatcher, Golda Meir ed altre che hanno guidato i loro paesi in guerra. Indicano le donne che si uniscono a ISIS o i membri femmine nei movimenti di ribelli armati, come Farc in Colombia o i maoisti in Nepal, per provare che le donne non sono pacifiche.

Questi esempi raccontano solo una piccola parte della storia. Metà dell’umanità non può essere omogenea nelle sue azioni. Anche il contesto va preso in considerazione.

Ci sono tre modi di rispondere alla domanda. Il primo potrebbe essere: no, le donne non sono pacifiche. Come individui, le donne possono essere violente o sostenere la violenza. Molte si uniscono ad eserciti, gruppi armati o altri movimenti che predicano e perpetrano violenza.

Per alcune donne il servizio militare è la strada verso l’eguaglianza, l’empowerment e fuori dall’oppressione. Numerose donne nepalesi nel movimento maoista si sono unite alla lotta per i principi di eguaglianza e giustizia sociale asseriti dal movimento. Si uniscono dopo aver testimoniato l’uccisione dei propri padri, mariti o fratelli da parte dell’esercito. Alcune fuggono dalla violenza nelle loro case o per vendicare il proprio stupro. Alcune sono forzate.

Ci sono situazioni in cui donne spingono i loro parenti maschi alla vendetta o a cercare retribuzione per la violenza da loro subita, ma globalmente le donne sono ancora una minoranza nei gruppi armati o negli eserciti.

Il secondo modo di rispondere alla domanda è: sì, se le azioni collettive delle donne, come movimenti organizzati per lottare per i propri diritti di base e l’autodeterminazione, sono prese in considerazione. Attraverso la Storia e il mondo, l’organizzarsi collettivo delle donne ha le sue radici nella nonviolenza e usa la resistenza civile e altre tattiche simili per arrivare ai suoi scopi.

Il movimento delle donne afgane è uno di questi casi. Nonostante trent’anni di guerra e di oppressione diretta, nonostante minacce di morte e aggressioni, le donne afgane continuano la loro lotta per i diritti e la pace in modo nonviolento.

Vi è inerente ironia e contraddizione, in questo. Martin Luther King e il Mahatma Gandhi sono onorati per la loro aderenza alla nonviolenza. Ma la maggior parte delle leader e delle attiviste nei movimenti per i diritti delle donne sono tipicamente ne’ celebrate ne’ onorate, mentre quelle che hanno usato violenza sono spesso ricordate nelle narrazioni storiche.

La risposta finale è considerare come le donne, collettivamente e individualmente, contribuiscono a metter fine alla violenza e alla costruzione di pace, durante le guerre e nei contesti interessati da conflitti.

Sovente, le esperienze personali hanno spinto le donne come singoli individui a sollevarsi come attiviste per la pace. In Sri Lanka, Visaka Dharmadasa ha incanalato il dolore seguito alla sparizione del figlio (che era nell’esercito) verso il cercare il leader dei ribelli e l’iniziare con lui un dialogo che ha contributo a un “cessate il fuoco”. Lei scelse di pensare ai ribelli, in maggioranza giovani uomini, attraverso la lente di una madre, anche se costoro erano responsabili della sua perdita.

Allo stesso modo negli Usa, donne che avevano perso figli e mariti l’11 settembre non solo istigarono la Commissione 11/9, ma stabilirono organizzazioni umanitarie che promuovono l’empatia per le vittime di violenza e celebrano la diversità religiosa.

Questa capacità di lavorare su un dolore profondo volgendolo in positivo è una qualità straordinaria.

In Somalia, un gruppo di donne anziane appartenenti all’elite usarono il proprio status per interagire con i clan guerreggianti e incoraggiarono la loro partecipazione ai colloqui di pace, e negoziarono la riapertura dell’aeroporto e dell’ospedale con i ribelli di al-Shabaab.

Non tutte le donne in un movimento per i diritti umani delle donne fanno attivismo pacifista.

Non tutte le donne pacifiste emergono dai movimenti per i diritti umani.

Sebbene siano una minoranza, le donne che combinano l’attivismo per la pace con l’attivismo per i diritti gettano ponti sui divari e attirano sostenitori da ambo le parti. I loro successi sono basati su tecniche che esse stesse hanno ideato, spesso specifiche per un dato contesto culturale, e radicate nel loro invisibile potere.

In molti paesi, le donne hanno usato scioperi del sesso come tattica all’interno del loro più ampio sforzo per metter fine agli scontri.

In Sierra Leone, donne anziane appartenenti alla chiesa chiesero un incontro con un leader del movimento ribelle. Furono insultate e come risposta si sfilarono le vesti e rimasero nude, conoscendo alla perfezione le conseguenze. La loro azione accese la mobilitazione degli uomini appartenenti alla chiesa e ciò portò alla fine della violenza.

In Liberia, donne si interposero direttamente durante le resistenze al processo di disarmo e convinsero i giovani uomini a consegnare loro le armi.

In numerosi scenari, le donne hanno portato informazioni e prospettive importanti ai processi di pace su istanze quali sicurezza, giustizia, governance e recupero economico. Mentre i belligeranti sono spesso concentrati sulla propria quota di potere, le donne sono concentrate sulle responsabilità verso le loro comunità, famiglie e bambini.

Persino donne anziane dei movimenti ribelli del Salvador e del Guatemala, che entravano nelle negoziazioni come combattenti stagionate e rappresentanti dei loro gruppi, diventarono subito consapevoli dei gruppi marginalizzati, fra cui le donne – e parlarono in loro favore.

Invariabilmente, la loro comprensione della pace e della proverbiale “tavola della pace” ha più sfumature ed è più complessa di quella dei partiti in guerra o dei mediatori. Le donne sanno che metter fine alla violenza è una priorità, ma riconoscono anche che ciò non può essere fatto in modo efficace senza affrontare le cause profonde della guerra ed articolare una visione condivisa di pace e società.

In nessun altro luogo questo è tanto visibile quanto nell’odierno Medio Oriente. Nella lotta contro gli estremismi insorgenti e il militarismo di stato, le donne in Siria, Libia, Iraq, Egitto ecc. osano contrapporsi e intervenire. Sono le prime a rispondere con soccorso, cura e “normalità” nel bel mezzo del caos. E nonostante tutta la violenza e le minacce di morte, sanno che le risposte militari non metteranno mai fine alla crisi. Si basano sulla loro propria storia e difendono diritti umani, pluralismo e pace. Esse sono l’unico movimento transnazionale che sta offrendo una visione condivisa e dei valori condivisi, in alternativa a visione e valori degli estremisti.

“Chiediamo al mondo: perché ci aiutate ad ucciderci l’un l’altro? – ha detto un’attivista siriana – Perché non ci aiutate a parlare l’uno all’altro?”

Le donne sono gli assetti chiave per la pace, eppure la comunità internazionale persiste nell’ignorarle o marginalizzarle. Forse è il momento di girare sottosopra la domanda iniziale.

Perché il mondo continua ad ignorare o indebolire donne che sono abbastanza coraggiose da lottare per la pace, pacificamente?

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Oggi Marcela Loaiza, colombiana, ha 35 anni ed è nota come attivista che dirige un’ong contro il traffico di esseri umani. Quando ne aveva 21 era una ragazza madre con una bimba di 3 anni e mezzo, e per mantenere se stessa e la figlia lavorava come cassiera di giorno e come ballerina in un club di sera.

marcela

“Al club un uomo mi si presentò come talent scout che cercava danzatrici disposte a lavorare all’estero. Io non accettai l’offerta ma presi il suo biglietto da visita. Qualche settimana dopo, la mia bimba ebbe un attacco di asma e io restai con lei in ospedale per due giorni mentre si riprendeva: ma non era previsto io potessi prendere permessi dai miei due impieghi, così li perdetti entrambi. Ero disperata. Non avevo i soldi per saldare il conto dell’ospedale. Mi misi in contatto con quell’uomo e lui si offrì di pagare per le cure di mia figlia. Mi disse anche che se volevo potevo essere una danzatrice professionista in Giappone e che il lavoro era assai remunerativo. Io pensai che avrei potuto finalmente provvedere alla mia bambina, e magari comprare una casa per mia madre, che era il mio sogno. Lasciai la piccola a lei e partii.”

Arrivata a Tokyo, Marcela fu accolta dai magnaccia della yakuza (mafia giapponese): costoro le sequestrarono il passaporto e la informarono che il suo debito nei loro confronti ammontava a 50.000 dollari. Una volta che lo avesse pagato, era libera di andarsene. Se ne fosse andata prima, o comunque senza il loro consenso, sua madre e sua figlia in Colombia non se la sarebbero passata bene.

“Mi diedero una parrucca bionda e lenti a contatto celesti. Mi prostituivo per strada, cambiando posto ogni dieci giorni circa. A volte mi prostituivo nei centri per massaggi. Un magnaccia era sempre nei paraggi a controllare quanto guadagnavo. Dividevo un appartamento con altre donne che lavoravano come prostitute per la mafia. Venivano dalle Filippine, dalla Russia, dal Venezuela, dalla Corea, dalla Cina, dal Perù e dal Messico. La casa aveva tre camere da letto e 6/7 di noi per camera. Dormivamo in sacchi a pelo o su materassi per terra. I nostri pasti erano fatti di tonno in scatola, uova bollite, riso e bibite energetiche. Non avevamo il diritto di parlare, di scegliere, di avere un’opinione. E poi ti facevano una specie di lavaggio del cervello: continuavano a ripeterti che quello era il prezzo da pagare per muoversi in avanti, era il sacrificio che dovevi fare per migliorare la tua esistenza.”

human trafficking

La vita da prostituta di Marcela è talmente sana che, dopo un anno e mezzo, è ridotta quasi senza capelli e con i denti che le cadono; ancora non lo sa, ma è diventata anche anemica: “Per 18 mesi ho lavorato giorno e notte, avevo dai 14 ai 20 clienti al giorno, sette giorni fu sette. A questo punto ero certa di aver ripagato quei 50.000 dollari e così cominciai a pensare di fuggire. Ho parlato con uno dei miei clienti, uno di quelli assidui: gli dissi che ero stata raggirata, rapita e intrappolata. Lui non voleva credermi. Mi rispose che ero lì perché volevo esserci, perché mi piaceva. Mi ci è voluta un’eternità per convincerlo del contrario, ma infine mi ha aiutata a scappare. Mi lasciò un cambio d’abiti e una parrucca nel bagno di un McDonald’s e non appena fui travestita mi aiutò a prendere il treno per raggiungere l’ambasciata colombiana a Tokyo. Quando ci arrivai piangevo senza riuscire a controllarmi. Ero terrorizzata all’idea che i magnaccia mi avessero seguita. Continuavo a ripetere fra i singhiozzi: Sono una prostituta, sono una prostituta… e il Console mi abbracciò e mi disse: Sei una vittima del traffico di esseri umani. Era la prima volta che sentivo quella definizione.”

La simpatia per Marcela, però, finì lì. Una volta tornata nel suo paese non le furono fornite l’assistenza medica e psicologica di cui aveva bisogno per guarire, e che le erano state promesse. “Ero traumatizzata. Non riuscivo a parlare con nessuno, mi vergognavo troppo. Mi sentivo disgustosa e colpevole per aver accettato di andare in Giappone. Volevo suicidarmi. A mia madre c’è voluto un bel po’ di tempo per capire cos’era accaduto davvero. Ho passato tre anni in terapia e la svolta è accaduta quando ho messo per iscritto i miei sentimenti. Ho pubblicato due libri sulla mia esperienza, per aiutare altre donne che sono state trafficate. Molte donne e ragazze in Colombia sono vulnerabili per via dell’alto tasso di disoccupazione e per la mancanza di istruzione. Lo stato non sta aiutando le sopravvissute come dovrebbe. Adesso io sono sposata e ho altri due bambini. La mia intera famiglia sostiene il mio lavoro di attivista contro il traffico di esseri umani: il mio scopo è mostrare che questo accade davvero, accade a persone vere, a persone che conoscete. Non mollerò mai. E’ importante che la verità sia conosciuta, perché parte del problema è proprio il silenzio.” Maria G. Di Rienzo

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Luz Maria Bernal

“Quindi, lei è la madre del comandante narco-guerrigliero.”, disse il procuratore generale del distretto di Ocaña all’inizio dell’interrogatorio.
“No, signore. Io sono la madre di Fair Leonardo Porras Bernal.”, rispose la donna.
“Giusto. Suo figlio guidava un gruppo armato.”, continuò il procuratore, “Il gruppo ha avuto uno scontro a fuoco con la 15^ Brigata Mobile e suo figlio è morto in combattimento. Aveva addosso una tuta mimetica e teneva una pistola 9 mm nella mano destra. Le prove indicano che ha sparato.”
Luz Maria Bernal, la madre in questione, spiegò che suo figlio Leonardo, 26enne, era disabile dalla nascita: una capacità cognitiva certificata al 53% di quella normale e un’età mentale di 8 anni circa. Inoltre, il lato destro del suo corpo era paralizzato, inclusa la mano con cui avrebbe dovuto sparare. Era scomparso da casa l’8 gennaio ed era stato ucciso il 12, a 700 chilometri da casa. Come poteva essere un comandante narco-guerrigliero?
“Non lo so, signora.”, replicò il procuratore, “Questo è quel che dice il rapporto dell’esercito.”
Dal 2002 al 2010, durante il governo di Alvaro Uribe, di rapporti su persone uccise dall’esercito durante azioni anti-guerriglia ne arrivarono all’ufficio del procuratore generale 4.716: 3.925 sono stati riconosciuti come “artificiati” e cioè creati ad arte per ottenere ricompense in nero dall’amministrazione. Ma non lo avremmo mai saputo, se Luz Maria Bernal non avesse puntato i piedi, portato simbolicamente il suo cuore – l’immagine del figlio – a tracolla affinché tutti potessero vederlo, e creato nel 2008, con una ventina di altre donne i cui figli erano scomparsi allo stesso modo del suo, il gruppo “Madri di Soacha” (dal nome del distretto in cui cominciarono i rapimenti).
Quando ottenne di far riesumare il corpo del giovane dalla sepoltura di massa, a Luz Maria non fu permesso di vederlo: le consegnarono una bara chiusa che riuscì a far aprire legalmente solo un anno e mezzo più tardi. Essa conteneva un torso umano, sei vertebre e un cranio riempito di una camicia. Le analisi confermarono che si trattava dei resti di Leonardo.
Il caso funse da catalizzatore per far saltare ogni copertura allo scandalo dei finti guerriglieri: membri dell’esercito colombiano rapivano giovani che vivevano nei bassifondi, li spostavano a centinaia di chilometri da casa e li assassinavano, camuffandoli poi da guerriglieri per ottenere i compensi segreti.
Come risultato della persistenza di Luz Maria e delle altre madri, il 31 luglio 2013 la Corte Suprema ha condannato i sei soldati responsabili della morte di suo figlio a 51 anni di prigione. Tuttavia, le Madri di Soacha continuano a lottare perché chiarezza sia fatta sugli altri casi e perché i mandanti che allungavano le mazzette, non solo gli esecutori materiali, siano portati davanti alla giustizia. Il 20 febbraio scorso erano di nuovo in Piazza Bolivar, a Bogotà, a chiedere le dimissioni del Ministro della Difesa Juan Carlos Pinzon. Maria G. Di Rienzo
(Fonti: El País, La Razón, Upside Down World)

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(“Without tits, no paradise in Colombia?”, di Anastasia Moloney, giornalista, 12.7.2013, trad. Maria G. Di Rienzo)

Mi disegnano così...

Mi disegnano così…

Quando sono arrivata a Bogotà, oltre dieci anni fa, vivevo di fronte ad un salone di parrucchiera che era affollato già dalle 6.30 del mattino. Le donne venivano a farsi mettere a posto capelli e unghie prima di andare al lavoro. Ho conosciuto studentesse che sono andate a scuola dirette dall’ospedale dopo essersi fatte rifare il naso: dono per il loro 16° compleanno.

Mi ha stupito sin dove le donne colombiane sono disposte a spingersi pur di apparire “perfette”. Ma non discuto su questo: il fatto è che le donne stanno pagando con la vita la ricerca di questa figura perfetta.

Circa ogni due settimane i media locali riportano il decesso di una donna in seguito ad interventi di chirurgia plastica: seni, natiche, liposuzione. Spesso queste morti sono dovute a dottori canaglie poco professionali e preoccupati solo di trarre il massimo profitto dal desiderio delle donne colombiane di apparire in un certo modo.

Cosa genera questo desiderio? In parte, il machismo prevalente nella società. Ma è anche la persistente eredità della “narco-cultura” colombiana, che data dagli anni ’80 e ’90, l’era dei grandi cartelli della cocaina nelle città di Medellin e Cali. Allora, il modo in cui una donna doveva apparire era dettato dai gusti dei “baroni” della droga. E ciò significa grossi seni e grosso sedere, vita stretta, capelli lunghi, abiti brillanti scollati e aderenti per mostrare il tutto.

La cultura della droga ha dato forma ad un’estetica a cui parecchie donne colombiane ancora aspirano. Forse il miglior esempio è una soap opera dal clamoroso successo che andò in onda nel 2006 su una televisione locale: si chiamava “Senza tette non c’è paradiso”. Basato su una storia vera, parla di ragazze in una città povera della Colombia che si fanno rifare i seni nella speranza di attirare qualche “barone”, perché pensano questo sia il modo migliore di arrivare alla felicità e la strada più rapida per raggiungere la ricchezza.

Dove altro al mondo trovereste una soap opera come questa? E il fatto è che un po’ di donne colombiane ancora credono sia vero.

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