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Guaritrice

(“Medicine Woman”, di Molly Remer – poeta, femminista e sacerdotessa contemporanea. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

Woman healer

Colei che guarisce

Tendendo all’esterno

forti mani

duttili polsi

tocco purificante

mette la tua mano nelle sue

e tu la senti…

Energia

che passa dall’una all’altra

canale di grazia

e riparazione.

Reintegrazione

La Donna Medicina ti ricorda

di dormire quando sei stanca

di mangiare quando hai fame

di bere quando hai sete

e di danzare

senza ragione alcuna.

La Donna Medicina

Lascia che fasci le tue ferite

che applichi balsamo alla tua anima

che ti tenga stretta

contro la sua spalla

quando hai bisogno di piangere.

La Donna Medicina

guaritrice della Terra

Lei è pronta ad abbracciarti.

(Ndt. La gente comune, in tutto il mondo, ha fatto affidamento per lunghissimo tempo sulle capacità delle guaritrici popolari. Erano spesso chiamate “donne sapienti” o “sagge” e possedevano una conoscenza medica basata essenzialmente sull’erboristeria, passata di generazione in generazione. Trattavano ogni tipo di malattia o disagio, in uomini e donne e animali, e il loro metodo diagnostico era basato sulla convinzione che l’esistenza umana fosse inestricabilmente collegata al resto della natura e delle creature viventi. Purtroppo ne abbiamo bruciate un po’ troppe sui roghi, ma alcune delle loro “ricette” sopravvissute includono gli esatti ingredienti naturali che compongono numerosi medicinali moderni.)

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Giorno d’estate

(“The Summer Day”, di Mary Oliver, poeta contemporanea. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

summer field

Chi ha fatto il mondo?

Chi ha fatto il cigno, e l’orso nero?

Chi ha fatto la cavalletta?

Questa cavalletta, intendo –

quella che si è lanciata fuori dall’erba,

quella che sta mangiando zucchero dalla mia mano,

che sta muovendo le mascelle avanti e indietro invece che su e giù –

che sta osservando in giro con i suoi enormi e complicati occhi.

Ora solleva i suoi pallidi avambracci e si lava meticolosamente la faccia.

Ora apre di scatto le sue ali, e fluttua via.

Io non so esattamente cos’è una preghiera.

Io so come prestare attenzione, come cadere giù

nell’erba, come inginocchiarmi nell’erba,

come essere indolente e beata, come andare a passeggio per i campi,

che è quel che ho fatto tutto il giorno.

Dimmi, cos’altro avrei dovuto fare?

Non muore ogni cosa alla fine, e troppo presto?

Dimmi, cosa intendi fare

della tua unica selvaggia e preziosa vita?

osservazione reciproca

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(“The Last Scene”, di Wangchuk per World Pulse, 13 gennaio 2014, trad. Maria G. Di Rienzo. La giovane Autrice, originaria del Bhutan, sta attualmente studiando alla Asian University for Women di Chittagong, in Bangladesh, per laurearsi in Scienze Ambientali. Dice che il suo sogno è “diventare una donna indipendente” e che spera di sconfiggere in se stessa “la timidezza e il silenzio”.)

bhutan rododendri

Mentre l’occhio del cielo azzurro si alzava nel suo dorato aspetto e penetrava da un varco fra i bambù secchi, i miei occhi pieni di sonno furono costretti ad aprirsi. Dovevo svegliarmi per andare a scuola. Mi gettai la borsa blu scuro sulla spalla e mi preparai alla marcia. Nel tempo che ci misi ad infilare i miei piccoli piedi nelle scarpe di gomma, le nuvole cominciarono a brontolare, oscurarono le splendore del sole, ed io sentii il vento gentile rimpiazzare l’aria stantia. Il cielo gridava forte e le sue lacrime pesanti scorrevano giù, sulla Terra.

Aprii un ombrello rosa della mia misura e uscii dalla mia casa calda. Cominciai il tragitto giornaliero verso la scuola attraverso i boschi, sul suolo fangoso, timorosa di scivolare da quella che sembrava una collina di crema di cioccolato appena spuntata dal terreno. Usai tutta l’energia che potevo trarre da una ciotola di riso, curry di patate e tè al burro per raccogliere la sfida del riuscire a camminare normalmente, con scarpette dai tacchi di fango, attraverso lunghi prati verdi. Risalii l’altura dove c’era la mia scuola, nascosta in mezzo ai boschi.

Tenendo con una mano l’ombrello e con l’altra la mia uniforme, mi affrettai per arrivare in tempo all’appello del mattino. Mentre avanzavo i miei piedi non riuscivano a muoversi in avanti, slittavano di continuo. Stava piovendo, ma il sudore gocciolava dalla mia fronte come se stessi lavorando nei campi. Una stilla di sudore entrò nella mia bocca. Sapeva di sale.

bhutan

Nonostante il cammino fosse difficoltoso, l’atmosfera era molto fresca. Rovesci di pioggia cancellavano la sete dei grandi boschi, delle sottili lame d’erba, dei cespugli nani. Tutto sembrava così verde e naturale, come se non potesse svanire mai. L’aria fresca e pulita che entrava nelle mie narici rinnovava il mio respiro, portava via la stanchezza. Avrei voluto rimanere di più a godermi la rugiada che gocciolava dalle foglie e andava a colpire i passanti, e guardare le nubi color del fumo danzare attorno a me, ma dovevo affrettarmi verso la scuola. Mi mossi ancora in avanti, cercando di evitare di ruzzolare da qualche parte scivolando.

Quando finalmente arrivai a destinazione, alzai l’ombrello e girai la testa per assaporare l’ultimo scorcio di bellezza, chiedendomi se in futuro l’atmosfera sarebbe stata la stessa. Perché la bellezza non è mai uguale, non rimane la stessa ogni volta.

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