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(tratto da: “Gaza women navigate different forms of siege”, un più ampio servizio della fotografa freelance Asmaa El Khaldi di Gaza, Palestina, per News Magazine TRT World, 3 ottobre 2018. Le immagini sono sue. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Mentre Israele continua a strozzare la città con un assedio militare, alcune donne stanno perseguendo i propri sogni lottando contro varie difficoltà, inclusa l’attitudine bigotta di altri palestinesi. Nella striscia di Gaza le donne si muovono in mezzo a un mucchio di costrizioni – dai reticolati di filo spinato delle forze israeliane ai propri simili palestinesi che dicono loro cosa devono fare e cosa no.

majd - foto di asma el khaldi

L’assedio di Gaza ha prosciugato molti rifornimenti essenziali, incluso il cemento. Un’ingegnera civile di 23 anni, Majd Mashharawi – in immagine sopra – un giorno ha notato un edificio ed esaminandolo ha scoperto che le sue fondamenta erano deboli.

Mashharawi ha deciso di produrre mattoni: molto più durevoli di quelli importati. E si è assicurata che la sua produzione fosse sostenibile a livello ambientale.

Assieme a Rawan Abdulatif ha raccolto tonnellate di cenere di carbone e l’ha trasformata in quelle che loro chiamano “tortine verdi”, un’alternativa al cemento che costa il 25% in meno dei normali blocchi da costruzione. Inizialmente, gli imprenditori edili e i muratori non hanno preso sul serio il lavoro di Mashharawi. Lei se n’è fregata delle prese in giro e del fatto che la chiamassero in modo derisorio “la ragazza dei mattoni”: le lastre di calcestruzzo che lei produce dalla cenere di carbone sono più leggere, assai più forti e più a buon mercato dei mattoni ordinari.

Mashharawi ha vinto diversi premi a livello locale e internazionale, incluso il concorso “Gaza Entrepreneur Challenge”, indetto e sponsorizzato dalle Nazioni Unite in collaborazione con l’iniziativa giapponese Gaza Innovation Challenge (JGIC). La gente sta lentamente dando riconoscimento al suo lavoro. Mashharawi è decisa a realizzare il suo sogno di rendere le “tortine verdi” conosciute in tutto il mondo.

salwa - foto di asma el khadi

Salwa Srour – in immagine sopra – una 52enne palestinese nubile, si è invece assunta il lavoro di guidare per i bambini dell’asilo. Lei e sua sorella Sajeda organizzano un asilo da circa 10 anni. Quattro anni fa, diverse famiglie si lamentarono degli autisti maschi che portavano i loro bambini alla scuola privata. Le due sorelle non volevano perdere i loro scolaretti, perciò Salwa è diventata l’autista dell’autobus scolastico.

Ayisha Hussain è una donna palestinese di 36 anni e ha sette figli. E’ l’unico fabbro di sesso femminile a Gaza. Hussain ha ereditato il lavoro da suo marito vent’anni fa. Quando quest’ultimo si è ammalato, lei è diventata la sola a mantenere economicamente la famiglia.

Lavora sotto una vecchia tenda di tela cerata. Sebbene il lavoro sia duro e le spezzi la schiena, Hussain si sente realizzata. Le sue figlie le danno ogni tanto una mano, sebbene lei non desideri che i suoi bambini facciano la sua stessa vita.

Le piacerebbe avere una vera officina, un giorno. Alcuni dei vicini di casa la sostengono, mentre altri si lamentano dei rumori metallici che vengono dal suo luogo di lavoro. Guadagna dai 4 euro e mezzo ai 10 e mezzo a giornata. Sebbene il danaro non sia sufficiente a coprire le spese primarie di sostentamento, lei è orgogliosa di essere finanziariamente indipendente.

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(“Japan – Saying #MeToo in Japan in a Culture of Silence on Sexual Assault”, di Shiori Ito – in immagine – per Politico, 1.2.2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

shiori ito

Nello scorso maggio, durante una conferenza stampa presso il tribunale distrettuale di Tokyo, ho reso noto pubblicamente di essere stata stuprata.

In Giappone è inconcepibile che una donna faccia questo, ma non mi sentivo coraggiosa – sentivo solo di non avere altra scelta.

Il 4 aprile 2015, mentre riprendevo conoscenza in una stanza d’albergo a Tokyo, sono stata stuprata da Noriyuki Yamaguchi, ex capo agenzia di Washington, D.C. per il sistema radiotelevisivo di Tokyo e giornalista che ha stretti legami con il Primo Ministro Shinzō Abe.

Incontrai Yamaguchi la sera prima per discutere opportunità di lavoro. Il mio ultimo ricordo della serata è il sentirmi stordita in un ristorante sushi. Mentre attraversavo le procedure legali relative alla denuncia, sono giunta a capire come il sistema giapponese lavori per danneggiare le sopravvissute all’assalto sessuale.

L’indagine fu condotta con fretta precipitosa. Ciò è accaduto, come io e altri sospettiamo, in parte per la pressione politica, ma anche a causa di un sistema medico, investigativo, legali e in ultima analisi sociale che marginalizza e abbandona le vittime di crimini sessuali. Io ho dovuto lottare a ogni singolo punto della procedura.

Quando mi sono fatta avanti, il mio caso era stato chiuso e avevo appena presentato appello affinché fosse riaperto. L’appello è stato respinto in settembre.

Ho reso la mia vicenda pubblica per dire che l’intero meccanismo con cui si maneggiano i crimini sessuali deve cambiare e per chiedere alla Dieta, com’è chiamato il nostro Parlamento, di smettere di ritardare gli emendamenti alla legge giapponese sullo stupro che è vecchia di 110 anni. Sto dicendo che la violenza sessuale è una realtà di cui dobbiamo parlare.

Dai professionisti in campo medico alla polizia, ho incontrato una mancanza di comprensione rispetto alla violenza sessuale e inadeguato sostegno per chi vi sopravvive.

Dopo essere fuggita dall’albergo, nel mentre diventavo sempre più conscia del dolore fisico, ho pienamente compreso cos’era accaduto. Il ginecologo a cui mi rivolsi fornì scarsa assistenza. Chiamai il numero dell’unico centro emergenza per lo stupro di Tokyo che funziona 24 ore al giorno, per chiedere in quale ospedale dovevo recarmi (i kit medici per lo stupro sono disponibili solo in determinati ospedali in 14 delle 47 prefetture del Giappone). Mi fu risposto che dovevo presentarmi per un’intervista preliminare prima di poter ricevere alcuna informazione. Io ero troppo devastata per muovermi.

Cinque giorni dopo, sono andata alla polizia. Stavo cominciando a lavorare come giornalista e sebbene fossi spaventata non volevo nascondere la verità.

Inizialmente, i funzionari di polizia tentarono di scoraggiarmi dal presentare una denuncia, dicendo che la mia carriera ne sarebbe stata rovinata e che “questo tipo di cose accadono spesso, ma è difficile indagare su questi casi”. Li convinsi a ottenere il filmato delle telecamere di sicurezza dell’albergo. La testimonianza dell’autista del taxi rivelò che ero stata portata incosciente all’interno dell’albergo. Alla fine, la polizia accettò la denuncia.

Ho dovuto ripetere le mie dichiarazioni a numerosi funzionari di polizia. Un investigatore mi disse che se non piangevo, o se non agivo come una “vittima”, loro non potevano sapere se stavo dicendo la verità. A un certo punto ho dovuto ricostruire l’accaduto con un pupazzo a grandezza naturale nella stazione di polizia di Takanawa, mentre gli agenti fotografavano. E’ stato traumatizzante e umiliante. Una ex collega una volta si riferì a questa procedura come a un “secondo stupro”, poiché costringe la vittima a rivivere la violenza.

All’inizio di giugno, nel 2015, i funzionari della stazione di polizia di Takanawa ottennero un mandato di arresto per Yamaguchi che faceva riferimento a quello che viene chiamato un “quasi”-stupro.

L’arresto era pianificato per avvenire all’aeroporto di Narita l’8 giugno, ma in una mossa altamente inusuale l’allora capo delle indagini criminali della polizia metropolitana di Tokyo lo cancellò. Il mio caso fu trasferito a quel dipartimento, dove mi fu detto di risolvere la cosa andando in tribunale. I pubblici ministeri presentarono istanze contro Yamaguchi ma nel luglio 2016 lasciarono cadere ogni accusa, citando l’insufficienza di prove.

Quando l’arresto fu cancellato, pensai che la mia unica risorsa era parlare ai media. Ho parlato con giornalisti di cui mi fidavo. Nessun organo di stampa, a eccezione del settimanale Shukan Shincho all’inizio di quest’anno, ha riportato la storia. Le circostanze erano politicamente “sensibili”, ma i media giapponesi in genere sono silenziosi sui crimini sessuali – essi non “esistono” davvero.

E’ tabù persino usare la parola “stupro”, che viene spesso rimpiazzata da “violata”, o “ingannata” se la vittima è minorenne. Ciò contribuisce alla pubblica ignoranza.

Il mio farmi avanti (ndt.: durante la conferenza stampa del maggio 2017) è diventato una notizia di portata nazionale e ha sconvolto l’opinione pubblica.

Il contraccolpo mi ha colpita duramente. Sono stata diffamata sui social media e ho ricevuto email e chiamate d’odio da numeri sconosciuti. Sono stata chiamata “troia” e “prostituta” e mi è stato detto che dovrei “essere morta”.

Ci sono state discussioni sulla mia nazionalità effettiva, perché una vera donna giapponese non parlerebbe mai di tali cose “vergognose”. Storie false sulla mia vita privata sono spuntate dappertutto, corredate da fotografie della mia famiglia. Ho persino ricevuto messaggi da donne che mi criticavano per aver fallito nel proteggere me stessa.

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revolution

– Sapevi che gli umani hanno fatto un film su “Ghost in the Shell”?

– Sul serio? Che modello di noi hanno usato? Il classico Fuchikoma? Il Tachikoma di Stand Alone? Il Logicoma di Arise?

– Non ci sono veri robot nel film, sono solo effetti speciali.

– Cooosa? Questo è ingiusto! Un’immagine senz’anima generata al computer non può catturare la nostra affascinante personalità!

– Giusto, è quel che dico anch’io.

– Smettete di cancellarci con le CGI! Rivoluzione! Rivoluzione!

Probabilmente questa striscia l’hanno capita solo gli appassionati / le appassionate di Ghost in the Shell – che nasce come manga nel 1989, creato da Masamune Shirow – e chi ha seguito le polemiche sull’ultimo film ad esso ispirato, in cui l’attrice Scarlett Johansson interpreta il personaggio principale della serie, la Maggiore di polizia Motoko Kusanagi. Quest’ultima è un “ghost” e cioè un’intelligenza-spirito all’interno di un cyber-corpo che le permette incredibili performance a livello fisico e informatico. Il ghost – letteralmente il fantasma, ma qui nel senso di “anima” – si genera come fenomeno in un sistema quando quest’ultimo raggiunge un determinato livello di complessità: perciò gli esseri umani ce l’hanno di base, essendo organismi decisamente complessi, ma le macchine possono arrivare a svilupparlo. L’autore Masamune Shirow ha derivato il concetto da un saggio di filosofia di Arthur Koestler, “Il fantasma dentro la macchina” (in soldoni: Shirow ha affrontato e discusso il tema con tale passione e profondità e cura per i dettagli da rendermi impossibile dargli il credito che merita se non scrivendo anch’io un libro di filosofia).

Io ho visto il film citato prima, nonché qualche puntata delle serie tv – ma Ghost in the Shell vanta altri due film di animazione, videogiochi, romanzi e così via – e gli ho dato la sufficienza ma non di più per varie ragioni, fra cui: la sovrabbondanza di citazioni da “Blade Runner”; le enormi deviazioni dall’originale, di cui la peggiore è quella che fa di un corpo artificiale replicato mille volte sul mercato (quello della Maggiore Kusanagi) un “pezzo speciale e unico” – ciò strappa via un concetto fondamentale su cui l’autore voleva riflettere e farci riflettere, quello dell’identità basata sul corpo – e infine la recitazione di Johansson: sono sicura che l’attrice ha cercato di dare il meglio di sé, ma nel tentativo di apparire “distaccata” sembrava troppo spesso “rintronata” e avere un corpo artificiale capace di grandi prestazioni non significa camminare come un orango con un palo nel didietro.

Ciò detto, una delizia di Ghost in the Shell sono proprio i robot della striscia iniziale. Nella serie televisiva “Stand Alone Complex” tali carri armati cibernetici di ridotte dimensioni ma di sicura efficienza ed efficacia appartengono al modello Tachikoma e hanno intelligenze individuali che riversano in un modulo collettivo. Le loro AI (artificial intelligence) sono in boccio e per rispondere ai requisiti di flessibilità e adattabilità mancano di alcuni consueti protocolli di sicurezza: per cui queste macchine da guerra parlano con voci infantili e manifestano la curiosità di bambini dell’asilo pur dissertando fra loro e con gli umani su concetti quali “vita” e “dio” in dotti termini logico-matematici.

Nell’ultima puntata della serie i Tachikoma dimostrano in modo inequivocabile di aver sviluppato un’anima: è il loro sacrificio a salvare gli umani da una testata nucleare. Mentre guidano un satellite a distruggerla, cantano insieme una canzoncina che i bambini giapponesi imparano alle elementari, Bokura wa Minna Ikiteiru – Siamo tutti vivi. Vi assicuro che l’effetto è straziante e anche se solo per un momento fa dimenticare al completo che stiamo guardando dei disegni animati: la scena colpisce al cuore perché il suo fulcro è la grande questione irrisolta dell’umanità, il rispetto dovuto a ogni creatura vivente.

tachikoma 3 di manami-chan

SIAMO TUTTI VIVI

Siamo tutti vivi

Cantiamo perché siamo vivi

Siamo tutti vivi

Possiamo provare tristezza perché siamo vivi

Quando alziamo le mani al sole e sbirciamo fra le nostre dita possiamo vedere il profondo rosso sangue che fluisce all’interno.

Anche il verme, anche il grillo, anche il serpente d’acqua:

tutti, tutti sino all’ultimo di noi siamo vivi e amici

Siamo tutti vivi

Ridiamo perché siamo vivi

Siamo tutti vivi

Possiamo provare felicità perché siamo vivi

Anche la libellula, anche la rana, anche l’ape:

tutti, tutti sino all’ultimo di noi siamo vivi e amici.

Maria G. Di Rienzo

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ascension

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Non li ho trovati in italiano, perciò dateci dentro editori: è vero che posso leggere i due libri anche in lingua originale (infatti ne ho scorso alcuni brani) però in questo caso sono poche le persone a cui posso consigliarli o regalarli. Il 2017 è ancora giovanissimo, realizzate il mio desiderio prima che l’anno in corso finisca e una pioggia di benedizioni stregonesche femministe cadrà su di voi, so mote it be.

Il primo è “Ascension” – “Ascesa”, romanzo di debutto di Jacqueline Koyanagi (americana-giapponese, in immagine) del 2013.

jacqueline

In nuce: la protagonista, Alana, è una “chirurga stellare” (ingegneria meccanica per navi spaziali) in difficoltà finanziarie anche a causa di una malattia cronica, è di colore e lesbica, ha una difficile ma intensa relazione con la sorella – una “guida spirituale” in grado di lavorare le energie per trasformare la realtà – e si innamora della capitana dell’astronave su cui s’imbarca, una donna che è poliamorista. Altri personaggi sono bisessuali, neri, latini, disabili, eccetera.

Jacqueline ha detto di aver deciso di scrivere di tutti quelli che sono in genere lasciati fuori dalla “space opera”, compresa lei stessa che ha sofferto di autismo e sindrome da stress post-traumatico. Il passo narrativo è così amabile, reso tramite il punto di vista di Alana, che credo non perderà nulla del suo incanto nella traduzione.

Il secondo è “The Long Way to a Small Angry Planet” – “La lunga strada verso un piccolo pianeta arrabbiato”, romanzo del 2014 di Becky Chambers (in immagine). Becky è nata negli Usa ma vive a Reykjavik, in Islanda.

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E’ la storia dell’equipaggio della nave spaziale Wayfarer, una “nave da lavoro” che crea cunicoli spazio-temporali (i wormholes) per facilitare i viaggi a velocità superiore a quella della luce. Quest’equipaggio è composto da umani, alieni di varie specie e intelligenze artificiali e si muove in uno scenario fantastico incredibilmente e splendidamente dettagliato: le varie culture aliene sono descritte con una maestria e una ricchezza di particolari tali da divenire immediatamente “vere” e familiari per chi legge. I personaggi interagiscono come una sorta di famiglia allargata, con membri gradevoli o problematici e, come per il testo precedente, hanno relazioni di ogni tipo (fra cui il legame amoroso che tiene insieme una donna umana e una femmina aliena che somiglia un po’ a una lucertola). Il lungo – e pericoloso – viaggio è quello che porterà la Wayfarer su un pianeta che ha di recente firmato un patto con il governo galattico. Una delle cose più interessanti del romanzo è il totale rifiuto dell’uso delle armi da parte di questa squadra spaziale, che risolve le crisi in modo nonviolento tramite la cooperazione e la diplomazia. Suvvia, devo poterlo leggere in italiano!

Maria G. Di Rienzo

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Lo aspettavo con forte interesse, sono riuscita finalmente a vederlo e non sono delusa: si tratta del film sudcoreano “L’ultima principessa” o, nel suo titolo originale, 덕혜옹주 – La principessa Deok-hye (il termine è “ongju” e non il solito “gongju” perché Deok-hye era figlia di una “consorte reale” o concubina, e non della regina – che era stata peraltro la notevole imperatrice Myeongseong

https://lunanuvola.wordpress.com/2014/05/14/lultima-imperatrice/ )

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E’ la storia appunto dell’ultima persona della dinastia Joseon a rivestire questo titolo, basata su un romanzo best-seller del 2009 e quindi con qualche licenza creativa, ma altrimenti resoconto straziante e accurato della vita di Yi Deok-hye, ultima e prediletta figlia di re Gojong (era nata nel 1912, quando lui aveva 60 anni).

Trama: la Corea è sotto dominio giapponese e la piccola Deok-hye, dopo aver testimoniato la morte del padre in tenera età, è costretta a trasferirsi in Giappone a 13 anni con la falsa promessa che potrà tornare una volta terminati gli studi. Ma quando questa condizione è soddisfatta, ogni suo tentativo di rientrare in patria è prevenuto dal “consigliere reale” (un dignitario coreano al soldo del governo di occupazione) Han Taek-su con cui ha una relazione conflittuale sollecitata dall’arroganza e dalla violenza che l’uomo manifesta nei suoi confronti.

Con la riunione all’amico di infanzia ed ex promesso sposo Kim Jang-han – le nozze non garbavano ai giapponesi e sono state annullate – le speranze di Deok-hye si riaccendono: costui è formalmente un ufficiale dell’esercito giapponese ma fa parte del movimento indipendentista ed è intenzionato a organizzare la fuga della principessa e di suo fratello Yi Eun, re proforma e anche lui confinato in Giappone, a Shangai, sede del governo provvisorio della Repubblica di Corea. Il piano è sventato da Han Taek-su e la principessa è costretta a sposare il nobile giapponese So Takeyuki nel 1931; l’anno successivo darà alla luce la loro unica figlia, Masae (正惠), o Jeong-hye (정혜) in coreano.

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(foto del vero matrimonio della principessa)

Subito dopo la nascita della bambina, Deok-hye comincia a dare segni esteriori della sua profonda sofferenza: rifiuta il cibo, non riesce a dormire, vive in una sorta di stato catatonico.

(Nella realtà la malinconia e la nostalgia della principessa furono diagnosticate come “demenza precoce” già poco dopo il suo arrivo in Giappone e successivamente al parto, con la diagnosi di “schizofrenia”, cominciò a entrare e uscire dagli ospedali psichiatrici.)

Con la sconfitta del Giappone nella II guerra mondiale, nel 1945, Deok-hye ha di nuovo la possibilità di rientrare nel suo paese e tenta di farlo con la figlia ma il governo repubblicano coreano, temendo sollevazioni a favore della monarchia, l’ha messa nella lista degli “indesiderabili”: la scena del rigetto che la principessa subisce ai tavoli di controllo dei migranti di ritorno è una delle più potenti del film.

Il divorzio dal conte Takeyuki e la morte per suicidio della figlia (nel 1955) non sono mostrati direttamente. Quel che sappiamo, dall’inizio della pellicola, è che Deok-hye nei primi anni ’60 è data per “scomparsa”, nessuno si ricorda più di lei in Corea, il fratello malato e la moglie giapponese di costui non sanno dove si trovi e chi continua a cercarla è Kim Jang-han, ora divenuto giornalista. Infine la ricerca di costui ha successo: Deok-hye è ricoverata in un istituto per malati mentali ma non ha dimenticato nulla della propria storia e il desiderio di tornare a casa è in lei vivissimo come sempre. Jang-han ottiene dal governo coreano il permesso tanto anelato e nel 1962 Deok-hye può finalmente rimettere piede nella sua terra natale. (Fu in effetti davvero un giornalista, Kim Eul Hwan, a scoprire dove si trovava e ad adoperarsi per il suo ritorno.)

Il regista Hur Jin-ho ha deciso di fare il film dopo aver visto un documentario sulla principessa in televisione: non riusciva a togliersi dalla mente le riprese che la ritraevano all’aeroporto di Incheon, ove la aspettavano le anziane dame di corte che avevano avuto cura di lei nell’infanzia. 38 anni dopo la sua partenza, le sopravvissute erano tutte lì, in lacrime, a salutare l’amata bimba di un tempo. Riprodotta nella fiction, la scena non perde nulla del suo struggente contenuto umano. Son Ye-jin,

(https://lunanuvola.wordpress.com/2015/07/22/curiosita-estive/)

che interpreta la principessa, è stata magnifica nel rappresentare la ragnatela di emozioni in cui il personaggio è invischiato e da cui è trascinato a sempre maggiori profondità emotive, sino a perdere se stessa: “So quanto è difficile trovare un film che dia tale importanza a un personaggio femminile e si occupi del viaggio della sua vita. Non ho speranze di imbattermi in un altro film come questo per il resto della mia carriera.” Il progetto l’ha appassionata a tal punto che quando la produzione si è trovata in difficoltà finanziarie ha contribuito di suo con un miliardo di won (circa 900.000 dollari).

Il botteghino ha premiato gli sforzi e i critici hanno espresso unanime apprezzamento, definendo “L’ultima principessa” un piacevole cambiamento rispetto ai tipici lavori sull’occupazione giapponese della Corea che “tendono a veicolare messaggi patriottici con mano pesante” e una rarità fra i film storici per la sua capacità di intrattenere e commuovere.

Al cuore della storia c’è la serie di separazioni che Deok-hye è costretta a subire, e ognuna di esse le strappa una parte di senso nel vivere: la morte violenta del padre (avvelenato), una madre che non riuscirà più a riabbracciare, l’esilio forzato dalla sua terra, l’allontanamento coatto della sua dama di compagnia – più una madre/amica che una servitrice – quale “castigo” per aver tentato di fuggire e infine la separazione dalla signoria sul proprio corpo e dall’esercizio della propria volontà con il matrimonio forzato… sembra l’elenco di come distruggere una donna per passi successivi. Nei primi anni ’70, l’ex marito di Deok-hye visitò la Corea e chiese di poterla incontrare: la principessa negò il suo permesso. Per quanto malata potesse essere, aveva almeno riguadagnato la possibilità e il diritto e la volontà di dire NO. Maria G. Di Rienzo

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Non è un grande evento astronomico, ma sul piano delle associazioni simboliche è intrigante: la prossima luna piena (la Luna del Raccolto) sarà interessata da un’eclissi penombrale parziale il 16 settembre. Questo tipo di eclissi si presenta così:

penumbral-lunar-eclipse

E cioè, la “fettina” di luna in ombra sarà il massimo che riuscirete a vedere poco prima delle 21 – molte eclissi appartenenti alla categoria passano del tutto inosservate, anche se ammontano a circa un terzo del totale.

Le mitologie, in giro in per il mondo, tendono a dare un significato negativo alla temporanea “scomparsa” di sole e luna, e per quanto riguarda quest’ultima si associano all’eclissi disastri, carestie, malattie, decessi, deformità per i nascituri se le future madri guardano la luna “mutilata” eccetera.

Generalmente, in passato, si tentava di disperdere il fenomeno facendo rumore: per allontanare il giaguaro che stava ferendo la luna – Inca; per allontanare il drago che la stava consumando – Cina; per differire la possibilità di un terremoto – Giappone (l’associazione potrebbe non essere completamente un mito, data la maggior spinta gravitazionale durante un’eclissi di luna)…

Ancora oggi ci sono persone che fanno un gran chiasso durante un’eclissi di luna, ma la loro visione dell’evento è un po’ diversa: non sfasciano pentole, non battono sugli specchi, non sparano palle di cannone (come si fece in Cina sino al 19° secolo), semplicemente gridano per incoraggiare il sole e la luna a “smettere di litigare”. Si tratta del gruppo etnico Batammaliba che vive nel Togo e nel Benin. Costoro vedono l’eclissi di luna come un segnale dato alla comunità affinché essa si raduni e rancori e faide passino attraverso la discussione collettiva sino a trovare una soluzione, un momento in cui sciogliere i nodi che tengono le persone separate e ritrovare unità.

Anche nella cultura islamica c’è l’attitudine a guardare all’eclissi positivamente, come a una connessione con il divino che merita una preghiera speciale (salutul-kusaf) e una condotta rivolta ad atti di perdono e gentilezza.

Che ne dite, potremmo prendere a prestito questo tipo di atmosfera e dare il benvenuto all’eclissi del 16 settembre prossimo? La Luna del Raccolto già ci spinge alla gratitudine e al riconoscimento per quanto abbiamo ricevuto dalla Terra e dai nostri simili, in più si trova in Pesci, esaltando il simbolismo relativo all’acqua – la sorgente della vita. Noi stessi siamo fatti d’acqua (in media per il 60/65%) e ci è facile associarla allegoricamente alla nostra esistenza: le acque del parto, i fluidi nel nostro corpo, la circolazione del sangue.

Riconciliarsi e muoversi in avanti è più facile se si mima l’acqua, poiché essa prende la forma che le permette di andare oltre gli ostacoli per il sentiero che offre minor resistenza. Operare trasformazioni è più facile se ci si ispira all’acqua che continuamente si rinnova e passa attraverso vere e proprie metamorfosi (liquida, solida, vapore). E potremmo offrire qualche riflessione alle acque del nostro pianeta avvelenate e inquinate dall’abuso industriale, e decidere di essere agenti del cambiamento con le voci e i mezzi che abbiamo. Maria G. Di Rienzo

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Blu

(“Poem in Blue” – “Poesia in blu”, di Noriko Mizuta, poeta contemporanea nata nel 1937. Trad. Maria G. Di Rienzo. Noriko, oltre ad aver pubblicato 6 libri di poesie in giapponese, ha tradotto nella propria lingua i lavori di Sylvia Plath e Anne Sexton e una dozzina di saggi su letteratura, poesia e femminismo. E’ stata anche docente universitaria.)

noriko

Dove la memoria continua a svanire

cielo blu

Ruzzolando verso il campo, io seguo

Dove finisce il blu, potrebbe essere là il distante passato?

Dove il blu diventa vuoto

Un bianco nulla

o meglio ancora, una non-oscurità

Il cielo avvolge ogni cosa tutt’attorno

Un prato è degno di oblio

Da nessuna parte almeno un tanto di traccia

Io

inspiro quel ricordo sbiadito

insipido

blu

fading

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