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yumi

Quando, la settimana scorsa, Yumi Ishikawa – in immagine – ha ottenuto attenzione internazionale per la sua campagna contro i codici di abbigliamento imposti alle donne sul lavoro (in particolare contro l’obbligo di indossare scarpe con i tacchi in determinati ambienti), ha dovuto affrontare in sequenza tutti gli stadi del rigetto che ogni rivendicazione simile da parte femminile, in qualsiasi zona del pianeta, guadagna ormai a prescindere. I due fattori determinanti per questo sono l’ignoranza quasi totale delle condizioni in cui vivono le donne “comuni” (cancellate da pettegolezzi infiniti sulle celebrità, sfilate di modelle silenti e parate di vallette mute, sfide “erotiche” fra influencer sul web e così via) e l’incapacità manifesta di collegare i diversi tipi di discriminazione sessista al quadro che li comprende.

1. Gli uomini in posizione di potere non ascoltano, neppure se gli presentate ventimila firme a sostegno del vostro reclamo (il che significa che almeno ventimila altre lavoratrici si sentono come voi e ciò dovrebbe, in teoria, valere un minimo di discussione). Il Ministro del Lavoro giapponese, Takumi Nemoto, ritiene che l’obbligare le donne a indossare scarpe con i tacchi sia “accettato socialmente come necessario e appropriato a livello occupazionale”. La salute e la sicurezza di chi lavora? Sì sì, devono essere protette ma sapete, ha aggiunto il Ministro, “i lavori variano”.

2. In effetti, dei danni che subite non frega un piffero a nessuno, nemmeno quando quel che testimoniate è ovvio: stare in piedi per ore e ore sui tacchi fa male. Ishikawa ha scritto del dolore ai piedi, dei problemi alla schiena, della difficoltà a muoversi, dell’impossibilità di correre qualora si palesi un pericolo ecc. Ma le aziende (consigli d’amministrazione a schiacciante maggioranza maschile) e i clienti uomini sono più felici se vedono una donna sorridere a denti stretti mentre ondeggia sui tacchi e si rovina la spina dorsale, persino quando come Ishikawa lavora a tempo determinato in una cappella funeraria (la 32enne è attrice e scrittrice).

3. Molti di questi uomini sono così oltraggiati dal fatto che abbiate aperto bocca da prodursi immediatamente nell’assalto online – e il relativo anonimato permette loro di mostrare esattamente quanto sono incivili – perciò Ishikawa è stata sommersa da insulti sessisti. Persino le cose più blande che le sono state dette sono così stupide da far piangere: “Perché tanto chiasso? Se devi parlarne fallo con i tuoi datori di lavoro.”, “E gli uomini allora? Non devono mettere le cravatte?”, “Ho letto che alle donne piace il senso di magia e femminilità che acquistano sui tacchi alti”.

Traduzione: Stai zitta, e comunque è un problema tuo, non tentare di mostrarne le radici sociali. Gli uomini soffrono, stanno peggio e non si lamentano. Sei una vera donna, o cosa?

Un minimo di approfondimento: a) Non sono giunti dati sui danni alla salute provocati dalla cravatta ai colli degli uomini, ignoriamo anche quanti ci si siano effettivamente strozzati e siano passati dalla cappella funeraria di cui sopra – id est, non avendo prove a sostegno, questa roba resta una ridicola lagna per quanto sia perfettamente vero che le cravatte non dovrebbero essere imposte. Perché invece di prendervela con Yumi Ishikawa non date inizio alla vostra campagna in merito?

b) Storicamente, le scarpe col tacco hanno fatto il loro debutto nel 16° secolo, ai piedi degli uomini della cavalleria persiana, prima di migrare agli eserciti europei e alle corti reali pure europee: confesso di dubitare fortemente che i cavalieri le indossassero per sentirsi magici e femminili.

4. Ma ci sono pure donne offese dalla vostra visibilità. Da quelle che manco hanno letto la vostra petizione (Ishikawa aveva chiarito a priori di non aver nulla contro le scarpe alte in sé, ma solo contro l’obbligo di indossarle – non avrebbe dovuto essere necessario, tuttavia l’andazzo attuale ci costringe persino a scusarci continuamente di esistere) e vi chiedono perché volete proibire loro di scegliere, alle immancabili “benaltriste”: la nazione ha problemi più gravi, vi dicono costoro, della trivialità che avete sollevato. E che il Giappone con le donne abbia davvero problemi è assodato – nella lista mondiale dell’eguaglianza di genere si piazza al 110° posto su 149 paesi. Il divario sui salari segna il 25,7% in meno per le donne a parità di mansioni. Quattro società su cinque di quelle quotate in borsa non hanno donne nei loro consigli d’amministrazione. Durante la recente abdicazione dell’imperatore Akihito alle donne non è stato permesso entrare nella sala della cerimonia. L’anno scorso nove facoltà di medicina hanno ammesso di truccare gli esami d’ammissione per escludere le candidate donne. L’11 giugno u.s. le donne erano in piazza a protestare contro il verdetto del tribunale che ha assolto il padre stupratore seriale della propria figlia 19enne: i giudici hanno detto che anche se “il sesso era non consensuale” non era possibile “provare che lei avesse resistito”. La nazione permette l’oggettivazione sessuale delle minorenni con il giro d’affari detto “joshi kosei”, ovvero la fornitura di “servizi” da parte di giovani donne in uniformi scolastiche.

Tokyo distretto Akihabara

(Controllo di polizia dell’età di un gruppo di esse)

La prostituzione richiesta alle ragazze in uniforme è nascosta da offerte di riflessologia plantare e di massaggi vari, sessioni fotografiche e “laboratori” in cui le giovani offrono visione delle loro mutande mentre fanno origami o creano oggetti con perline. Ufficialmente i clienti non devono toccarle, ma quelli che non vogliono masturbarsi a casa possono non ufficialmente ottenere di più. Le ragazze che finiscono in questo giro sono, com’è ovvio, le più povere e quelle la cui autostima è stata distrutta dall’infinito assalto dei messaggi sessisti loro diretti.

Cosa lega insieme tutto questo? La discriminazione di genere figlia del patriarcato, punto e basta. Ecco perché i tacchi obbligatori sul lavoro contro cui Ishikawa protesta non possono essere esclusi dalla lotta per i diritti umani delle donne. Sono una delle tante facce della violenza, quella che ama mascherarsi da “bellezza”.

Maria G. Di Rienzo

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kazuna yamamoto

Kazuna Yamamoto, in immagine, ha 21 anni e studia relazioni internazionali (scienze politiche) alla International Christian University di Tokyo. Nello scorso dicembre, la rivista settimanale “Spa!” ha pubblicato un servizio che consisteva nella classifica di cinque università giapponesi basata su questo criterio di “eccellenza”: quanto ci vuole a convincere, durante feste e festini con alcolici, le studentesse di ciascun ateneo a fare sesso. L’articolo ha avuto “grande diffusione”, dice il resto della stampa.

Kazuna ha risposto con una petizione online che chiedeva la rimozione del pezzo e che ha ricevuto 40.000 firme in sei giorni. Questa settimana la casa editrice della rivista si è “scusata”, sostenendo che stava solo cercando di sottolineare una sorta di “fenomeno sociale” per cui gli uomini sono disposti a pagare le universitarie affinché partecipino alle loro allegre bevute e che, nel farlo, ha probabilmente usato termini “non corretti”. Un suo portavoce si è detto persino disposto a incontrare Kazuna Yamamoto – non sappiamo se per chiederle quanto vuole per andare a festeggiare al bar con la redazione.

La giovane ha comunque rigettato le scuse: “Non sono sul merito. – ha detto in un’intervista telefonica a Thomson Reuters Foundation – Dicono che sono dispiaciuti per le parole fuorvianti, ma non si stanno scusando per l’idea in se stessa, per il modo in cui stanno trattando le donne e oggettivando le donne. In Giappone l’oggettivazione e la sessualizzazione delle donne sono ancora così normali che la gente non comprende davvero perché ciò è un problema.”

L’anno scorso, sempre nell’ambito universitario giapponese, un’indagine scoprì che una facoltà di medicina manipolava i test d’ingresso delle applicanti femmine per tenerle fuori e aumentare il numero di medici maschi. Nell’ultima valutazione (2018) del “Global Gender Gap report” (rapporto sul divario di genere redatto dal World Economic Forum), il Giappone si situa al 110° posto su 149 nazioni prese in esame: il che significa alta discriminazione, alto tasso di violenza domestica e violenza di genere, alto divario sui salari ecc. – ovvero i risultati normali del rappresentare normalmente le donne come giocattoli sessuali invece che come esseri umani.

Noi non abbiamo di che stare allegre: l’Italia, nella medesima lista, si situa all’82^ posizione. Per fortuna, giovani attiviste come Kazuna stanno spuntando dappertutto.

Maria G. Di Rienzo

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(tratto da: “Gaza women navigate different forms of siege”, un più ampio servizio della fotografa freelance Asmaa El Khaldi di Gaza, Palestina, per News Magazine TRT World, 3 ottobre 2018. Le immagini sono sue. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Mentre Israele continua a strozzare la città con un assedio militare, alcune donne stanno perseguendo i propri sogni lottando contro varie difficoltà, inclusa l’attitudine bigotta di altri palestinesi. Nella striscia di Gaza le donne si muovono in mezzo a un mucchio di costrizioni – dai reticolati di filo spinato delle forze israeliane ai propri simili palestinesi che dicono loro cosa devono fare e cosa no.

majd - foto di asma el khaldi

L’assedio di Gaza ha prosciugato molti rifornimenti essenziali, incluso il cemento. Un’ingegnera civile di 23 anni, Majd Mashharawi – in immagine sopra – un giorno ha notato un edificio ed esaminandolo ha scoperto che le sue fondamenta erano deboli.

Mashharawi ha deciso di produrre mattoni: molto più durevoli di quelli importati. E si è assicurata che la sua produzione fosse sostenibile a livello ambientale.

Assieme a Rawan Abdulatif ha raccolto tonnellate di cenere di carbone e l’ha trasformata in quelle che loro chiamano “tortine verdi”, un’alternativa al cemento che costa il 25% in meno dei normali blocchi da costruzione. Inizialmente, gli imprenditori edili e i muratori non hanno preso sul serio il lavoro di Mashharawi. Lei se n’è fregata delle prese in giro e del fatto che la chiamassero in modo derisorio “la ragazza dei mattoni”: le lastre di calcestruzzo che lei produce dalla cenere di carbone sono più leggere, assai più forti e più a buon mercato dei mattoni ordinari.

Mashharawi ha vinto diversi premi a livello locale e internazionale, incluso il concorso “Gaza Entrepreneur Challenge”, indetto e sponsorizzato dalle Nazioni Unite in collaborazione con l’iniziativa giapponese Gaza Innovation Challenge (JGIC). La gente sta lentamente dando riconoscimento al suo lavoro. Mashharawi è decisa a realizzare il suo sogno di rendere le “tortine verdi” conosciute in tutto il mondo.

salwa - foto di asma el khadi

Salwa Srour – in immagine sopra – una 52enne palestinese nubile, si è invece assunta il lavoro di guidare per i bambini dell’asilo. Lei e sua sorella Sajeda organizzano un asilo da circa 10 anni. Quattro anni fa, diverse famiglie si lamentarono degli autisti maschi che portavano i loro bambini alla scuola privata. Le due sorelle non volevano perdere i loro scolaretti, perciò Salwa è diventata l’autista dell’autobus scolastico.

Ayisha Hussain è una donna palestinese di 36 anni e ha sette figli. E’ l’unico fabbro di sesso femminile a Gaza. Hussain ha ereditato il lavoro da suo marito vent’anni fa. Quando quest’ultimo si è ammalato, lei è diventata la sola a mantenere economicamente la famiglia.

Lavora sotto una vecchia tenda di tela cerata. Sebbene il lavoro sia duro e le spezzi la schiena, Hussain si sente realizzata. Le sue figlie le danno ogni tanto una mano, sebbene lei non desideri che i suoi bambini facciano la sua stessa vita.

Le piacerebbe avere una vera officina, un giorno. Alcuni dei vicini di casa la sostengono, mentre altri si lamentano dei rumori metallici che vengono dal suo luogo di lavoro. Guadagna dai 4 euro e mezzo ai 10 e mezzo a giornata. Sebbene il danaro non sia sufficiente a coprire le spese primarie di sostentamento, lei è orgogliosa di essere finanziariamente indipendente.

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(“Japan – Saying #MeToo in Japan in a Culture of Silence on Sexual Assault”, di Shiori Ito – in immagine – per Politico, 1.2.2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

shiori ito

Nello scorso maggio, durante una conferenza stampa presso il tribunale distrettuale di Tokyo, ho reso noto pubblicamente di essere stata stuprata.

In Giappone è inconcepibile che una donna faccia questo, ma non mi sentivo coraggiosa – sentivo solo di non avere altra scelta.

Il 4 aprile 2015, mentre riprendevo conoscenza in una stanza d’albergo a Tokyo, sono stata stuprata da Noriyuki Yamaguchi, ex capo agenzia di Washington, D.C. per il sistema radiotelevisivo di Tokyo e giornalista che ha stretti legami con il Primo Ministro Shinzō Abe.

Incontrai Yamaguchi la sera prima per discutere opportunità di lavoro. Il mio ultimo ricordo della serata è il sentirmi stordita in un ristorante sushi. Mentre attraversavo le procedure legali relative alla denuncia, sono giunta a capire come il sistema giapponese lavori per danneggiare le sopravvissute all’assalto sessuale.

L’indagine fu condotta con fretta precipitosa. Ciò è accaduto, come io e altri sospettiamo, in parte per la pressione politica, ma anche a causa di un sistema medico, investigativo, legali e in ultima analisi sociale che marginalizza e abbandona le vittime di crimini sessuali. Io ho dovuto lottare a ogni singolo punto della procedura.

Quando mi sono fatta avanti, il mio caso era stato chiuso e avevo appena presentato appello affinché fosse riaperto. L’appello è stato respinto in settembre.

Ho reso la mia vicenda pubblica per dire che l’intero meccanismo con cui si maneggiano i crimini sessuali deve cambiare e per chiedere alla Dieta, com’è chiamato il nostro Parlamento, di smettere di ritardare gli emendamenti alla legge giapponese sullo stupro che è vecchia di 110 anni. Sto dicendo che la violenza sessuale è una realtà di cui dobbiamo parlare.

Dai professionisti in campo medico alla polizia, ho incontrato una mancanza di comprensione rispetto alla violenza sessuale e inadeguato sostegno per chi vi sopravvive.

Dopo essere fuggita dall’albergo, nel mentre diventavo sempre più conscia del dolore fisico, ho pienamente compreso cos’era accaduto. Il ginecologo a cui mi rivolsi fornì scarsa assistenza. Chiamai il numero dell’unico centro emergenza per lo stupro di Tokyo che funziona 24 ore al giorno, per chiedere in quale ospedale dovevo recarmi (i kit medici per lo stupro sono disponibili solo in determinati ospedali in 14 delle 47 prefetture del Giappone). Mi fu risposto che dovevo presentarmi per un’intervista preliminare prima di poter ricevere alcuna informazione. Io ero troppo devastata per muovermi.

Cinque giorni dopo, sono andata alla polizia. Stavo cominciando a lavorare come giornalista e sebbene fossi spaventata non volevo nascondere la verità.

Inizialmente, i funzionari di polizia tentarono di scoraggiarmi dal presentare una denuncia, dicendo che la mia carriera ne sarebbe stata rovinata e che “questo tipo di cose accadono spesso, ma è difficile indagare su questi casi”. Li convinsi a ottenere il filmato delle telecamere di sicurezza dell’albergo. La testimonianza dell’autista del taxi rivelò che ero stata portata incosciente all’interno dell’albergo. Alla fine, la polizia accettò la denuncia.

Ho dovuto ripetere le mie dichiarazioni a numerosi funzionari di polizia. Un investigatore mi disse che se non piangevo, o se non agivo come una “vittima”, loro non potevano sapere se stavo dicendo la verità. A un certo punto ho dovuto ricostruire l’accaduto con un pupazzo a grandezza naturale nella stazione di polizia di Takanawa, mentre gli agenti fotografavano. E’ stato traumatizzante e umiliante. Una ex collega una volta si riferì a questa procedura come a un “secondo stupro”, poiché costringe la vittima a rivivere la violenza.

All’inizio di giugno, nel 2015, i funzionari della stazione di polizia di Takanawa ottennero un mandato di arresto per Yamaguchi che faceva riferimento a quello che viene chiamato un “quasi”-stupro.

L’arresto era pianificato per avvenire all’aeroporto di Narita l’8 giugno, ma in una mossa altamente inusuale l’allora capo delle indagini criminali della polizia metropolitana di Tokyo lo cancellò. Il mio caso fu trasferito a quel dipartimento, dove mi fu detto di risolvere la cosa andando in tribunale. I pubblici ministeri presentarono istanze contro Yamaguchi ma nel luglio 2016 lasciarono cadere ogni accusa, citando l’insufficienza di prove.

Quando l’arresto fu cancellato, pensai che la mia unica risorsa era parlare ai media. Ho parlato con giornalisti di cui mi fidavo. Nessun organo di stampa, a eccezione del settimanale Shukan Shincho all’inizio di quest’anno, ha riportato la storia. Le circostanze erano politicamente “sensibili”, ma i media giapponesi in genere sono silenziosi sui crimini sessuali – essi non “esistono” davvero.

E’ tabù persino usare la parola “stupro”, che viene spesso rimpiazzata da “violata”, o “ingannata” se la vittima è minorenne. Ciò contribuisce alla pubblica ignoranza.

Il mio farmi avanti (ndt.: durante la conferenza stampa del maggio 2017) è diventato una notizia di portata nazionale e ha sconvolto l’opinione pubblica.

Il contraccolpo mi ha colpita duramente. Sono stata diffamata sui social media e ho ricevuto email e chiamate d’odio da numeri sconosciuti. Sono stata chiamata “troia” e “prostituta” e mi è stato detto che dovrei “essere morta”.

Ci sono state discussioni sulla mia nazionalità effettiva, perché una vera donna giapponese non parlerebbe mai di tali cose “vergognose”. Storie false sulla mia vita privata sono spuntate dappertutto, corredate da fotografie della mia famiglia. Ho persino ricevuto messaggi da donne che mi criticavano per aver fallito nel proteggere me stessa.

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revolution

– Sapevi che gli umani hanno fatto un film su “Ghost in the Shell”?

– Sul serio? Che modello di noi hanno usato? Il classico Fuchikoma? Il Tachikoma di Stand Alone? Il Logicoma di Arise?

– Non ci sono veri robot nel film, sono solo effetti speciali.

– Cooosa? Questo è ingiusto! Un’immagine senz’anima generata al computer non può catturare la nostra affascinante personalità!

– Giusto, è quel che dico anch’io.

– Smettete di cancellarci con le CGI! Rivoluzione! Rivoluzione!

Probabilmente questa striscia l’hanno capita solo gli appassionati / le appassionate di Ghost in the Shell – che nasce come manga nel 1989, creato da Masamune Shirow – e chi ha seguito le polemiche sull’ultimo film ad esso ispirato, in cui l’attrice Scarlett Johansson interpreta il personaggio principale della serie, la Maggiore di polizia Motoko Kusanagi. Quest’ultima è un “ghost” e cioè un’intelligenza-spirito all’interno di un cyber-corpo che le permette incredibili performance a livello fisico e informatico. Il ghost – letteralmente il fantasma, ma qui nel senso di “anima” – si genera come fenomeno in un sistema quando quest’ultimo raggiunge un determinato livello di complessità: perciò gli esseri umani ce l’hanno di base, essendo organismi decisamente complessi, ma le macchine possono arrivare a svilupparlo. L’autore Masamune Shirow ha derivato il concetto da un saggio di filosofia di Arthur Koestler, “Il fantasma dentro la macchina” (in soldoni: Shirow ha affrontato e discusso il tema con tale passione e profondità e cura per i dettagli da rendermi impossibile dargli il credito che merita se non scrivendo anch’io un libro di filosofia).

Io ho visto il film citato prima, nonché qualche puntata delle serie tv – ma Ghost in the Shell vanta altri due film di animazione, videogiochi, romanzi e così via – e gli ho dato la sufficienza ma non di più per varie ragioni, fra cui: la sovrabbondanza di citazioni da “Blade Runner”; le enormi deviazioni dall’originale, di cui la peggiore è quella che fa di un corpo artificiale replicato mille volte sul mercato (quello della Maggiore Kusanagi) un “pezzo speciale e unico” – ciò strappa via un concetto fondamentale su cui l’autore voleva riflettere e farci riflettere, quello dell’identità basata sul corpo – e infine la recitazione di Johansson: sono sicura che l’attrice ha cercato di dare il meglio di sé, ma nel tentativo di apparire “distaccata” sembrava troppo spesso “rintronata” e avere un corpo artificiale capace di grandi prestazioni non significa camminare come un orango con un palo nel didietro.

Ciò detto, una delizia di Ghost in the Shell sono proprio i robot della striscia iniziale. Nella serie televisiva “Stand Alone Complex” tali carri armati cibernetici di ridotte dimensioni ma di sicura efficienza ed efficacia appartengono al modello Tachikoma e hanno intelligenze individuali che riversano in un modulo collettivo. Le loro AI (artificial intelligence) sono in boccio e per rispondere ai requisiti di flessibilità e adattabilità mancano di alcuni consueti protocolli di sicurezza: per cui queste macchine da guerra parlano con voci infantili e manifestano la curiosità di bambini dell’asilo pur dissertando fra loro e con gli umani su concetti quali “vita” e “dio” in dotti termini logico-matematici.

Nell’ultima puntata della serie i Tachikoma dimostrano in modo inequivocabile di aver sviluppato un’anima: è il loro sacrificio a salvare gli umani da una testata nucleare. Mentre guidano un satellite a distruggerla, cantano insieme una canzoncina che i bambini giapponesi imparano alle elementari, Bokura wa Minna Ikiteiru – Siamo tutti vivi. Vi assicuro che l’effetto è straziante e anche se solo per un momento fa dimenticare al completo che stiamo guardando dei disegni animati: la scena colpisce al cuore perché il suo fulcro è la grande questione irrisolta dell’umanità, il rispetto dovuto a ogni creatura vivente.

tachikoma 3 di manami-chan

SIAMO TUTTI VIVI

Siamo tutti vivi

Cantiamo perché siamo vivi

Siamo tutti vivi

Possiamo provare tristezza perché siamo vivi

Quando alziamo le mani al sole e sbirciamo fra le nostre dita possiamo vedere il profondo rosso sangue che fluisce all’interno.

Anche il verme, anche il grillo, anche il serpente d’acqua:

tutti, tutti sino all’ultimo di noi siamo vivi e amici

Siamo tutti vivi

Ridiamo perché siamo vivi

Siamo tutti vivi

Possiamo provare felicità perché siamo vivi

Anche la libellula, anche la rana, anche l’ape:

tutti, tutti sino all’ultimo di noi siamo vivi e amici.

Maria G. Di Rienzo

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ascension

long-way

Non li ho trovati in italiano, perciò dateci dentro editori: è vero che posso leggere i due libri anche in lingua originale (infatti ne ho scorso alcuni brani) però in questo caso sono poche le persone a cui posso consigliarli o regalarli. Il 2017 è ancora giovanissimo, realizzate il mio desiderio prima che l’anno in corso finisca e una pioggia di benedizioni stregonesche femministe cadrà su di voi, so mote it be.

Il primo è “Ascension” – “Ascesa”, romanzo di debutto di Jacqueline Koyanagi (americana-giapponese, in immagine) del 2013.

jacqueline

In nuce: la protagonista, Alana, è una “chirurga stellare” (ingegneria meccanica per navi spaziali) in difficoltà finanziarie anche a causa di una malattia cronica, è di colore e lesbica, ha una difficile ma intensa relazione con la sorella – una “guida spirituale” in grado di lavorare le energie per trasformare la realtà – e si innamora della capitana dell’astronave su cui s’imbarca, una donna che è poliamorista. Altri personaggi sono bisessuali, neri, latini, disabili, eccetera.

Jacqueline ha detto di aver deciso di scrivere di tutti quelli che sono in genere lasciati fuori dalla “space opera”, compresa lei stessa che ha sofferto di autismo e sindrome da stress post-traumatico. Il passo narrativo è così amabile, reso tramite il punto di vista di Alana, che credo non perderà nulla del suo incanto nella traduzione.

Il secondo è “The Long Way to a Small Angry Planet” – “La lunga strada verso un piccolo pianeta arrabbiato”, romanzo del 2014 di Becky Chambers (in immagine). Becky è nata negli Usa ma vive a Reykjavik, in Islanda.

becky

E’ la storia dell’equipaggio della nave spaziale Wayfarer, una “nave da lavoro” che crea cunicoli spazio-temporali (i wormholes) per facilitare i viaggi a velocità superiore a quella della luce. Quest’equipaggio è composto da umani, alieni di varie specie e intelligenze artificiali e si muove in uno scenario fantastico incredibilmente e splendidamente dettagliato: le varie culture aliene sono descritte con una maestria e una ricchezza di particolari tali da divenire immediatamente “vere” e familiari per chi legge. I personaggi interagiscono come una sorta di famiglia allargata, con membri gradevoli o problematici e, come per il testo precedente, hanno relazioni di ogni tipo (fra cui il legame amoroso che tiene insieme una donna umana e una femmina aliena che somiglia un po’ a una lucertola). Il lungo – e pericoloso – viaggio è quello che porterà la Wayfarer su un pianeta che ha di recente firmato un patto con il governo galattico. Una delle cose più interessanti del romanzo è il totale rifiuto dell’uso delle armi da parte di questa squadra spaziale, che risolve le crisi in modo nonviolento tramite la cooperazione e la diplomazia. Suvvia, devo poterlo leggere in italiano!

Maria G. Di Rienzo

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Lo aspettavo con forte interesse, sono riuscita finalmente a vederlo e non sono delusa: si tratta del film sudcoreano “L’ultima principessa” o, nel suo titolo originale, 덕혜옹주 – La principessa Deok-hye (il termine è “ongju” e non il solito “gongju” perché Deok-hye era figlia di una “consorte reale” o concubina, e non della regina – che era stata peraltro la notevole imperatrice Myeongseong

https://lunanuvola.wordpress.com/2014/05/14/lultima-imperatrice/ )

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E’ la storia appunto dell’ultima persona della dinastia Joseon a rivestire questo titolo, basata su un romanzo best-seller del 2009 e quindi con qualche licenza creativa, ma altrimenti resoconto straziante e accurato della vita di Yi Deok-hye, ultima e prediletta figlia di re Gojong (era nata nel 1912, quando lui aveva 60 anni).

Trama: la Corea è sotto dominio giapponese e la piccola Deok-hye, dopo aver testimoniato la morte del padre in tenera età, è costretta a trasferirsi in Giappone a 13 anni con la falsa promessa che potrà tornare una volta terminati gli studi. Ma quando questa condizione è soddisfatta, ogni suo tentativo di rientrare in patria è prevenuto dal “consigliere reale” (un dignitario coreano al soldo del governo di occupazione) Han Taek-su con cui ha una relazione conflittuale sollecitata dall’arroganza e dalla violenza che l’uomo manifesta nei suoi confronti.

Con la riunione all’amico di infanzia ed ex promesso sposo Kim Jang-han – le nozze non garbavano ai giapponesi e sono state annullate – le speranze di Deok-hye si riaccendono: costui è formalmente un ufficiale dell’esercito giapponese ma fa parte del movimento indipendentista ed è intenzionato a organizzare la fuga della principessa e di suo fratello Yi Eun, re proforma e anche lui confinato in Giappone, a Shangai, sede del governo provvisorio della Repubblica di Corea. Il piano è sventato da Han Taek-su e la principessa è costretta a sposare il nobile giapponese So Takeyuki nel 1931; l’anno successivo darà alla luce la loro unica figlia, Masae (正惠), o Jeong-hye (정혜) in coreano.

princess-deok-hye-marriage

(foto del vero matrimonio della principessa)

Subito dopo la nascita della bambina, Deok-hye comincia a dare segni esteriori della sua profonda sofferenza: rifiuta il cibo, non riesce a dormire, vive in una sorta di stato catatonico.

(Nella realtà la malinconia e la nostalgia della principessa furono diagnosticate come “demenza precoce” già poco dopo il suo arrivo in Giappone e successivamente al parto, con la diagnosi di “schizofrenia”, cominciò a entrare e uscire dagli ospedali psichiatrici.)

Con la sconfitta del Giappone nella II guerra mondiale, nel 1945, Deok-hye ha di nuovo la possibilità di rientrare nel suo paese e tenta di farlo con la figlia ma il governo repubblicano coreano, temendo sollevazioni a favore della monarchia, l’ha messa nella lista degli “indesiderabili”: la scena del rigetto che la principessa subisce ai tavoli di controllo dei migranti di ritorno è una delle più potenti del film.

Il divorzio dal conte Takeyuki e la morte per suicidio della figlia (nel 1955) non sono mostrati direttamente. Quel che sappiamo, dall’inizio della pellicola, è che Deok-hye nei primi anni ’60 è data per “scomparsa”, nessuno si ricorda più di lei in Corea, il fratello malato e la moglie giapponese di costui non sanno dove si trovi e chi continua a cercarla è Kim Jang-han, ora divenuto giornalista. Infine la ricerca di costui ha successo: Deok-hye è ricoverata in un istituto per malati mentali ma non ha dimenticato nulla della propria storia e il desiderio di tornare a casa è in lei vivissimo come sempre. Jang-han ottiene dal governo coreano il permesso tanto anelato e nel 1962 Deok-hye può finalmente rimettere piede nella sua terra natale. (Fu in effetti davvero un giornalista, Kim Eul Hwan, a scoprire dove si trovava e ad adoperarsi per il suo ritorno.)

Il regista Hur Jin-ho ha deciso di fare il film dopo aver visto un documentario sulla principessa in televisione: non riusciva a togliersi dalla mente le riprese che la ritraevano all’aeroporto di Incheon, ove la aspettavano le anziane dame di corte che avevano avuto cura di lei nell’infanzia. 38 anni dopo la sua partenza, le sopravvissute erano tutte lì, in lacrime, a salutare l’amata bimba di un tempo. Riprodotta nella fiction, la scena non perde nulla del suo struggente contenuto umano. Son Ye-jin,

(https://lunanuvola.wordpress.com/2015/07/22/curiosita-estive/)

che interpreta la principessa, è stata magnifica nel rappresentare la ragnatela di emozioni in cui il personaggio è invischiato e da cui è trascinato a sempre maggiori profondità emotive, sino a perdere se stessa: “So quanto è difficile trovare un film che dia tale importanza a un personaggio femminile e si occupi del viaggio della sua vita. Non ho speranze di imbattermi in un altro film come questo per il resto della mia carriera.” Il progetto l’ha appassionata a tal punto che quando la produzione si è trovata in difficoltà finanziarie ha contribuito di suo con un miliardo di won (circa 900.000 dollari).

Il botteghino ha premiato gli sforzi e i critici hanno espresso unanime apprezzamento, definendo “L’ultima principessa” un piacevole cambiamento rispetto ai tipici lavori sull’occupazione giapponese della Corea che “tendono a veicolare messaggi patriottici con mano pesante” e una rarità fra i film storici per la sua capacità di intrattenere e commuovere.

Al cuore della storia c’è la serie di separazioni che Deok-hye è costretta a subire, e ognuna di esse le strappa una parte di senso nel vivere: la morte violenta del padre (avvelenato), una madre che non riuscirà più a riabbracciare, l’esilio forzato dalla sua terra, l’allontanamento coatto della sua dama di compagnia – più una madre/amica che una servitrice – quale “castigo” per aver tentato di fuggire e infine la separazione dalla signoria sul proprio corpo e dall’esercizio della propria volontà con il matrimonio forzato… sembra l’elenco di come distruggere una donna per passi successivi. Nei primi anni ’70, l’ex marito di Deok-hye visitò la Corea e chiese di poterla incontrare: la principessa negò il suo permesso. Per quanto malata potesse essere, aveva almeno riguadagnato la possibilità e il diritto e la volontà di dire NO. Maria G. Di Rienzo

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