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la band

“Il nostro attivismo prende molte forme. Manifestiamo, danziamo, scriviamo, parliamo, cantiamo e non ci fermeremo sino a che non avremo creato un mondo di cui sentirci parte in sicurezza ed eguaglianza!”: così FRIDA (fondo per giovani femministe) descrive il suo sostegno alle donne in immagine.

Non sono riuscita a reperire i loro nomi, ma collettivamente queste giovani sono “Bnt Al Masarwa”, una band femminista egiziana.

Mentre promuovevano il loro album “Mazghouna” (“La donna imprigionata”) hanno tenuto seminari in tre diversi remoti villaggi del loro paese, in cui le donne hanno potuto narrare le loro storie e condividere le varie forme di oppressione che subiscono relative a religione, classe, etnia, famiglia, tradizione… Il gruppo ha scritto 18 canzoni su tali racconti.

In agosto, “Bnt Al Masarwa” ha lanciato una campagna allo scopo di raccogliere fondi per il prossimo lavoro in cui 10 dei pezzi succitati saranno registrati:

https://www.indiegogo.com/projects/feminists-singing-music-africa#/

Hanno raggiunto poco più di metà della somma che serve loro (12.000 dollari – circa 10.000 euro). Ci sono ancora 6 giorni per aiutarle. Dicono: “Siamo sicure di non poter realizzare una campagna di successo senza l’appoggio delle persone che credono nella nostra esperienza musicale femminista. Pensiamo tu sia una di esse.”

Bnt Al Masarwa

Maria G. Di Rienzo

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trinh t

Trinh T. Minh-ha (in immagine) è nata nel 1952 a Hanoi, in Vietnam. E’ regista, scrittrice, saggista, compositrice e docente. Il suo ultimo libro è del 2016 e si chiama “Lovecidal” (“Amoricida”): è una riflessione sullo stato perenne di guerra globale e spazia dagli interventi militari statunitensi in Iraq e Afghanistan all’occupazione cinese del Tibet, concentrandosi sulle dinamiche variabili della resistenza popolare al militarismo e alla sorveglianza e su capacità e implicazioni dell’uso dei social media per mobilitare la cittadinanza. Trinh sostiene che i conflitti generati dal militarismo sono per la maggior parte fumosi e indistinti, le vittorie mai nette ne’ oggettive e l’unica chiara vittoria del militarismo è la guerra in se stessa.

I concetti che Trinh ha coniato di “altrove” e di “altro inappropriato” continuano a intersecarsi e a comparire in ogni sua opera: sono le interazioni transculturali, la produzione e la percezione delle differenze, le intersezioni fra tecnologia e colonizzazione, la creazione e il disfacimento dell’identità.

Parlando del suo film “Forgetting Vietnam” (90 min., 2015), Trinh spiega: “Tutto comincia con Due, come una delle frasi di apertura del film dice. La baia di Ha Long, per esempio, non è solo il “gioiello dell’industria turistica vietnamita”, è il luogo di incontro di due forze fondatrici: Hạ Long, o “il drago calante”, e Thăng Long – l’antico nome della città di Hanoi – o “il drago crescente”. Piuttosto che far riferimento a opposizioni binarie, Due designa qui l’abilità di contenere entrambi. Montagna e fiume; solido e liquido; immobilità e movimento; maschile e femminile; essere stanziali e viaggiare; partire e tornare; Nord e Sud; bassa e alta tecnologia. Ci sono molti di questi “due”, attivi nel film, che regolano la nostra vita nella realtà concreta.

Le femministe da lungo tempo sfidano il dominante ordine patriarcale e la sua monocultura soggettiva di dominio, produzione e sfruttamento. Le femministe hanno propugnato, invece, un ordine di coesistenza, molteplicità e mutuo rispetto per le ricchezze sia naturali sia culturali. La democrazia sta in questa abilità di contenere entrambi, di spezzare il sistema delle opposizioni binarie, di far entrare l’Altro e mettere in discussione l’Uno imperiale e fallico.”

Maria G. Di Rienzo

i due draghi

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bridget everett performance

Di Bridget Everett, attrice di cabaret e non solo (in immagine qui sopra), vi avevo già parlato:

https://lunanuvola.wordpress.com/2017/04/04/bridget-e-poppy/

Il 1° agosto, partecipando per la prima volta al talk show di Jimmy Fallon, ha parlato della sua carriera e del motto della sua vita: “I sogni non hanno data di scadenza”.

L’intervista a Bridget è qui:

https://www.youtube.com/watch?v=K8Ab-PuF1DY

Ma quel che dovete assolutamente vedere di essa parte dal minuto 5.35 circa. Su richiesta del conduttore – “Ogni bella serata inizia con il karaoke e finisce con il karaoke” – Bridget interpreta un pezzo del brano di Janis Joplin “Piece of My Heart”. La sua voce e la sua attitudine sono semplicemente fantastiche.

Questa è la traduzione del brano:

Tu sei in giro per le strade e sembri stare benone

E piccolo, nel profondo del tuo cuore credo tu sappia che non è giusto

Mai, mai, mai mi senti quando piango la notte

E piccolo, piango tutto il tempo

Ma ogni volta in cui dico a me stessa che non posso sopportare il dolore

quando mi prendi fra le braccia io te lo canterò di nuovo

Dirò avanti, avanti, avanti, prendilo

Prendi un altro pezzo del mio cuore ora, piccolo

Oh, oh, spezzalo

Spezza un altro frammento del mio cuore ora, caro, sì

Oh, oh, prendi un altro pezzetto del mio cuore ora, piccolo

Sai che lo avrai, bambino, se ti fa sentire bene

Nell’originale la voce di Janis ha un tale rabbioso, doloroso orgoglio – Ti mostrerò quanto dura può essere una donna, dice un altro dei versi da indurmi in gioventù a cantare questo brano migliaia di volte e persino per strada, in bici o a piedi (ok, è vero, facevo spesso anche “Summertime”). Ehi, ragazze e donne là fuori, femmine di qualsiasi età, di qualsiasi aspetto, di qualsiasi colore e provenienza ecc. ecc.: i vostri sogni non hanno data di scadenza. E nemmeno una taglia specifica. A proposito, Bridget, dannazione: voglio anch’io quel vestito!

Maria G. Di Rienzo

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Se oggi avete quindici minuti di tempo vi suggerirei di dare un’occhiata al documentario che si trova qui:

https://vimeo.com/221782946

Si chiama “We’re Here, We’re Present: Women in Punk” e segue il recente tour di Alice Bag e del trio garage punk Leggy (Veronique Allaer – chitarra e voce, Kerstin Bladh – basso e voce, Chris Campbell – batteria). E’ diretto da Amanda Siberling e ha i sottotitoli in inglese, per cui anche chi non è troppo sicuro in materia dovrebbe riuscire a capire qualcosa.

alice

Alice – in immagine qui sopra – fondatrice della band Bags nella seconda metà degli anni ’70, nata nel 1958 come Alicia Armendariz, è innanzitutto ancora una musicista punk (alla sua età alle donne si consiglia di sparire dal palcoscenico): ma è anche una scrittrice, un’insegnante elementare bilingue, un’attivista femminista, una sopravvissuta alla violenza domestica, una donna latino-americana. Ha fatto irruzione nella scena punk di Los Angeles, all’epoca composta in maggioranza da maschi bianchi, traducendo ogni propria caratteristica e ogni propria differenza in un manifesto politico.

In questo mese Gabrielle Diekhoff ha realizzato un’intervista con la creatrice del documentario per Bust Magazine, in cui Amanda Siberling dice che pur conoscendo Alice Bag come “leggenda” del punk “Arrivare a conoscerla a un livello più personale è stato straordinario. Quando è sul palco, sono travolta dalla sua bravura, ma quando scende da là è impegnata ad assicurarsi che tutti stiano bene e siano a proprio agio. Penso che in qualche modo si ritragga quando qualcuno la definisce una leggenda, ma c’è definitivamente qualcosa di leggendario in una persona che passa più di trent’anni della sua vita a creare cambiamenti significativi tramite la sua musica, la sua scrittura e il suo attivismo.”

Maria G. Di Rienzo

leggy

(Leggy)

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Quando ricevo richieste di incontri pubblici, il 99% delle volte il tema che mi si chiede di trattare è (ovviamente) la violenza contro le donne: il restante 1% riguarda il concetto di violenza in sé, o storia e pratica della nonviolenza. Dopotutto, sono una trainer alla nonviolenza e anche questo è logico. Ogni volta, che io acconsenta o meno per le più svariate ragioni, mi salta in mente la stessa identica battuta: “Mai nessuno che mi chieda di parlare di Shakespeare!”

will

Sarei in grado di farlo, vi state chiedendo? Direi di sì. Al Bardo io riconosco di dovere molto: la lettura delle sue opere mi ha accompagnata sin da quando ero poco più che decenne – e oggi la mia biblioteca le contiene al completo (molti libri sono di terza mano a dir poco e sono stati acquistati su bancarelle, ma chi se ne frega, le parole ci sono tutte). Lavorando in passato per un paio di riviste sono riuscita a scrivere qualche articolo sul prediletto autore, e in questo blog l’ho nominato/citato abbastanza spesso, ma oggi è una nuova serie tv di produzione statunitense che mi fornisce l’opportunità di farlo: “Will”, la cui prima puntata è stata trasmessa dalla rete TNT il 10 luglio scorso.

A livello di immagine televisiva, William Shakespeare è da quasi quarant’anni – per me – l’attore Tim Curry, ovvero colui che lo impersonò splendidamente nello sceneggiato storico “Vita di Shakespeare” (1978 – l’anno successivo fu trasmesso dalla tv italiana). Perciò, mi sono avvicinata a “Will” in maniera curiosa ma segnata da un certo grado di scetticismo: probabilmente, pensavo, lo avrei giudicato inferiore all’ideale già presente nella mia testa. Sia detto per inciso che le recensioni di matrice britannica da me lette sino a questo momento lo stroncano (c’è un po’ di “veleno” nazionalista che trapela da ciascuna, avviluppato in frasi cesellate tutte traducibili con: Come osano questi americani del menga fare un simile scempio del NOSTRO Shakespeare?), quelle made in Usa sono ambivalenti e caute, “attendiste” nel migliore dei casi.

tim curry as shakespeare

Parte dell’imbarazzo è dovuto al fatto che lo sceneggiato non è una ricostruzione storica e non si preoccupa di essere strettamente fedele ai pochi dati noti sulla vita del drammaturgo, sebbene li usi, è vera e propria “fiction” o meglio: è Shakespeare visto attraverso la prima ondata punk (seconda metà anni settanta, prima metà anni ottanta). Il punk non è stato, e non è, solo musica. Politica, critica sociale, nuove forme in ogni tipo di arte grafica (fumetti, manifesti, volantini, murales), emozioni crudamente autentiche e rivolta contro gli standard “estetici”… quest’ultima espressa sino al punto di cercare di far apparire se stessi rivoltanti agli occhi altrui: poiché sappiamo già di farvi schifo, era uno dei significati, (perché giovani, perché privi di prospettive/aspettative dal vostro punto di vista, perché i nostri sogni vi sembrano patetici, perché siamo situati al fondo della scala gerarchica, perché non ci adattiamo, ecc.) ecco qua, siamo vestiti di stracci e abbiamo i capelli tinti in colori scioccanti e tenuti incollati per aria dal sapone, dozzine di orecchini persino sul naso e portiamo i tampax al collo come pendenti di collane, vi basta? E’ in tutto questo che lo sceneggiato immerge la storia del Bardo.

La scena iniziale vede Will (l’attore Laurie Davidson, nella foto all’inizio di questo articolo) salutare la sua famiglia – che non è proprio concorde e felice riguardo alla sua partenza – e dirigersi a Londra per mettere a frutto le sue capacità di attore e scrittore di teatro; mentre la scena si allarga al paesaggio esplode il giro iniziale di “London Calling” (The Clash): Londra sta chiamando le città più distanti / Ora la guerra è dichiarata e la battaglia sta arrivando / Londra sta chiamando il mondo sotterraneo / Uscite dagli armadietti, voi ragazzi e ragazze.

Similmente, The Jam (uno dei miei gruppi preferiti) segneranno la panoramica su Londra con “In the City” e l’approccio alla zona dei teatri con “That’s Entertainment”: Un’auto della polizia e una sirena urlante / Un martello pneumatico e cemento che va in pezzi / Un neonato che piange e un cane randagio che ulula / Lo stridore dei freni e la luce di un lampione che va a intermittenza / Questo è intrattenimento, questo è intrattenimento

Aver preso tali canzoni piuttosto che altre non è un caso. Sono specchi per la realtà delle cose e quando qualcuno chiede a Will “cosa fa” (cioè qual è il suo mestiere) lui risponde: Tengo uno specchio davanti alla natura.

Naturalmente siamo e restiamo alla fine del 1500: gli edifici, le piazze, gli attrezzi di scena e i costumi – a parte le tinte clamorose e un paio di braghe in pelle un po’ strano per l’epoca – non dicono niente di diverso, ma per esempio i poster che annunciano le rappresentazioni teatrali hanno lo stesso stile di quelli che annunciavano i concerti punk e il pubblico a teatro indossa simboli e colori che ne fanno l’audience “tipo” dei concerti suddetti. A un certo punto, l’attore-impresario Richard Burbage (Mattias Inwood) si lancia persino su di loro dal palco, come un perfetto punk rocker durante il “pogo”.

Vi dirò: non solo le modalità narrative scelte non mi disturbano per niente, le trovo al contrario intriganti e piacevoli. Recitazione e ritmo sono buoni e in alcune scene volano anche un po’ più in alto, come accade nella taverna in cui il novellino William è sfidato a un “duello di ingegni” dall’acclamato e dotto drammaturgo e scrittore Robert Greene: in pratica una sfida poetica in cui i due si insultano reciprocamente in versi. Nella realtà storica Greene si lamentò per iscritto in un pamphlet (postumo, per cui alcuni dubitano della sua autenticità) del “corvo parvenu che si fa bello con le nostre penne” e “crede di essere l’unico scuotiscena del paese” (gioco di parole fra Shakescene e Shakespeare – “scuotilancia”) rendendolo riconoscibile al lettore pur senza nominarlo direttamente. Nello sceneggiato Greene non è identificato in modo chiaro – e il personaggio storico era di sicuro troppo snob per attaccare qualcuno in una bettola dopo aver alzato il gomito – ma la cascata di rime con cui spara su Shakespeare, che proprio per le rime gli risponde azzittendolo, è composta dalla suddetta invettiva e i due attori rendono la scena assolutamente brillante.

Tuttavia non c’è solo luce all’intorno, nel momento in cui William Shakespeare va a vivere a Londra dalla natia e campagnola Stratford. Scelta rara e inaspettata per una serie televisiva di questo tipo, “Will” ha scelto di mostrare in modo verosimile la portata della persecuzione religiosa nell’Inghilterra elisabettiana. Shakespeare era di famiglia cattolica e l’essere cattolici in quel momento era illegale: il prezzo del reato si concretizzava più spesso che no nell’essere sbudellati vivi in piena piazza, sul palco pubblico delle esecuzioni. Per cui, alla fine della prima puntata abbiamo lasciato il nostro personaggio con una serie di problemi e minacce che gli pendono addosso e vanno dall’infatuazione per la figlia di Burbage (Will è sposato, ha tre figli e non si sente bene all’idea) alla possibilità di essere denunciato per la sua fede.

La cosa migliore di lui fino a questo momento è, come già citato, il modo in cui risponde alle domande: Chi sei? – Nessuno, per ora. Impagabile.

Maria G. Di Rienzo

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Visto che il caldo sembra arrivare abbastanza al galoppo e che i media presentano i primi accenni della consueta campagna stagionale diretta alle donne (“corpi da bikini”, “torna in forma per l’estate”, “nuova dieta xy”) non è troppo presto per prendere un controveleno.

bridget everett

Bridget Everett, nell’immagine qui sopra, è nata nel 1972 ed è attrice, comica, scrittrice, performer di cabaret (che lei definisce “alternativo”) e cantante – il tutto di successo.

Due piccoli brani da differenti interviste; nel primo Rebecca Varcoe per Junkee le chiede il 14 febbraio 2017: “Sono sicura che sarai stanca di sentire questo, perché so che è una domanda fatta di continuo alle donne, ma come fai ad avere tutta questa fiducia in te stessa? E’ qualcosa che hai dovuto lottare per conseguire, oppure sei confidente di natura, una performer naturale?”

Risposta dell’artista: “Nella mia vita personale vacillo, sai? Ci sono volte in cui mi sento sicura di me, ci sono volte in cui mi sento da schifo, ma la Bridget sul palcoscenico è la Bridget che ho sempre voluto essere. Quel che non ho mai capito, mentre tentavo di costruirmi una carriera era tipo: solo perché sono una ragazza grossa con seni larghi e grande energia – sono una specie di rullo compressore – come mai questo dovrebbe essere un problema? Più la gente tentava di disarcionarmi, con più determinazione mi spingevo avanti. Per me, quando sono sul palco è il momento più felice e in cui mi sento più a mio agio. Amo moltissimo cantare, è il metodo di comunicazione che funziona per me. Far sentire bene le persone rispetto a loro stesse, cantando per loro, è un’esperienza eccezionale. Mi sento bene perché mi sento potente e forte e bella e ho la voce di un angelo e nulla potrà fermarmi – e non c’è niente di sbagliato nel sentirsi così.”

Il secondo brano viene dall’articolo di Gail Eisenberg per StrausMedia, pubblicato il 2 marzo 2017 e riguarda un grande amore della vita di Bridget, la cagnetta Poppy (in immagine sotto) che era stata abbandonata e che lei ha adottato: “Mi ha conquistata immediatamente. Quando le ho fatto visita al rifugio mi ha accolto sulla porta, sembrava sorridere, mi ha leccata dappertutto e mi si è addormentata in grembo pochi minuti dopo. Poppy ha arricchito la mia vita in modo incommensurabile. L’ha rovesciata sottosopra e mi ha mostrato come accettare e dare amore incondizionatamente.” Maria G. Di Rienzo

poppy

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Dillo!

“Papà, papà, se sono stata stuprata vorresti sapere dove stavo passeggiando?

Vorresti sapere cosa avevo addosso?

Vorresti sapere chi era lui?

E’ differente se avevo trent’anni o dodici? O se avevo bevuto un bicchiere?

Se la vittima è tua figlia, a chi dare la colpa si complica?

Noi non taceremo più!

Parla, fai sentire la tua voce.

Chi è contrario annegherà in un mare di verità e la nostra guarigione coprirà la Terra.

Dillo! Dillo! Sono stata stuprata.”

war-on-women

Questo è il testo di “Say it” – “Dillo”, una canzone del gruppo punk hardcore “War on Women” – “Guerra contro le donne”. Il nome della band, spiega la cantante Shawna Potter, è stato scelto perché: “Non intendo girare intorno al fatto che una guerra contro le donne esiste. Non lo sto implicando o suggerendo, lo sto affermando.” Shawna è la principale autrice dei testi nei quali, si basino essi su esperienze sue o altrui, cerca di descrivere “la realtà dei modi in cui le persone sono colpite dalla violenza di genere”. E così scrive di diritto all’interruzione di gravidanza, di accesso alla contraccezione, del sopravvivere alla violenza sessuale, del femminicidio epidemico a Juárez in Messico, di diseguaglianze di genere: “Come? Il divario nei salari (fra donne e uomini, nda.) non è abbastanza grande per farci passare il tuo ego?”, dice uno dei suoi pezzi.

Il gruppo è misto (vi suonano donne e uomini che hanno alle spalle carriere soliste e non), è stato fondato nel 2010 e l’anno successivo è uscito l’EP del loro debutto “Improvised Weapons”, a cui è seguito l’album che porta il loro stesso nome. Le loro canzoni attaccano le attitudini sessiste e il patriarcato istituzionalizzato con umorismo, intelligenza, onestà e potenti riff di chitarra.

Sulla scena tipica del loro genere musicale, dominata da gruppi maschili sin dal suo formarsi negli anni ’80, spiccano non solo per la loro formazione e la loro dichiarata missione “Stiamo portando il nostro messaggio femminista attraverso il pianeta”, ma anche per l’attitudine con cui creano le loro performance assieme al pubblico: al microfono, Shawna chiama le donne e ogni persona LGBTI a farsi avanti, a stare sotto il palco e accanto alla band.

war on women concerto.jpg

“Stanotte è la vostra notte. – grida – Prendete spazio e voi altri uomini fate spazio, allargatevi, voglio che femmine e queer prendano spazio sapendo che stiamo facendo questo insieme, cooperando.” Se avete mai partecipato come spettatori a un concerto hardcore saprete che di solito sotto il palco c’è un simpatico scatenamento di entusiasti (“pogo”) di sesso maschile: se le donne e le ragazze ballano lo fanno in seconda fila e spesso si limitano a battere un piede a ritmo mentre reggono le borse e altri oggetti personali dei loro amici in prima fila. I “War on Women” desiderano che ci scateniamo tutti insieme, consapevoli che per farlo bisogna dare spazio gli uni agli altri.

Maria G. Di Rienzo

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