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(“Communiqué of the Indigenous Revolutionary Clandestine Committee, General Command of the Zapatista National Liberation Army”, 29 dicembre 2017, trad. Maria G. Di Rienzo.)

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Alle donne del Messico e del Mondo:

Alle donne originarie del Messico e del Mondo:

Alle donne dei Consigli di governo indigeni:

Alle donne del Congresso nazionale indigeno:

Alle donne nazionali e internazionali dei Sei continenti:

Compañeras, sorelle:

Vi salutiamo con rispetto e affetto da quelle donne che siamo – donne che lottano, che resistono e si ribellano contro lo stato sciovinista e patriarcale.

Sappiamo bene che un brutto sistema non solo ci sfrutta, ci reprime, ci deruba e non ci rispetta come esseri umani, ma ci sfrutta, ci reprime, ci deruba e non ci rispetta di nuovo come donne.

E sappiamo che le cose ora vanno peggio, perché siamo assassinate in tutto il mondo. E gli assassini non pagano alcun prezzo – il vero omicida è sempre il sistema che sta dietro la faccia di un uomo – perché le loro azioni sono occultate, loro sono protetti e persino ricompensati dalla polizia, dai tribunali, dai media, dai cattivi governi e da tutti quelli che vogliono mantenere le loro posizioni stando sulle schiene della nostra sofferenza.

Tuttavia non siamo terrorizzate, o se lo siamo controlliamo la nostra paura e non ci arrendiamo, non ci fermiamo e non ci vendiamo.

Perciò, se sei una donna in lotta che è contro quel che ci fanno perché donne; se non sei spaventata (o se lo sei, ma controlli la tua paura), allora ti invitiamo a un incontro con noi, per parlarci e ascoltarci come le donne che siamo.

Pertanto invitiamo tutte le donne ribelli del mondo al:

Primo incontro internazionale di politica, arte, sport e culture per le donne in lotta, che sarà tenuto a Caracol di Morelia, zona Tzotz Choj del Chiapas, Messico, l’8 – 9 – 10 marzo 2018.

Gli arrivi sono previsti per il 7 marzo e la partenza per l’11 marzo.

Se sei un uomo, stai ascoltando o leggendo questo invano, perché non sei invitato.

Per quel che riguarda gli uomini zapatisti, li metteremo al lavoro in tutte le faccende necessarie, di modo che noi si possa suonare, parlare, cantare, danzare, recitare poesie e impegnarci in ogni altra forma di arte e cultura che desideriamo condividere senza imbarazzo. Gli uomini si occuperanno di tutte le mansioni necessarie in cucina e alle pulizie.

Si può partecipare come singole o come collettivi. Potete registrarvi a questa e-mail:

encuentromujeresqueluchan@ezln.org.mx

Includete il vostro nome, da dove venite, se partecipate da sole o in collettivo, e come volete partecipare o se volete semplicemente festeggiare con noi.

La tua età, il tuo colore, la tua taglia, la tua fede religiosa, la tua razza e il tuo modo di essere non importano; quel che solo importa è che tu sia una donna e che tu stia lottando contro il sistema capitalista, sciovinista e patriarcale.

Se vuoi venire con i tuoi figli maschi ancora piccolini, va bene, puoi portarli. L’esperienza servirà a iniziare a mettere nelle loro teste che le donne non accetteranno più violenza, umiliazione, scorno o o altre stronzate dagli uomini o dal sistema.

E se un maschio dall’età superiore ai 16 anni vuol venire con te, è una scelta tua, ma qui non andrà oltre la cucina. Potrebbe a ogni modo essere in grado di ascoltare alcune delle attività e di imparare qualcosa.

Riassumendo, gli uomini non possono venire a meno che una donna li accompagni.

Per il momento è tutto, vi aspettiamo qui, compañeras e sorelle.

Dalle montagne del sudest messicano, per il Comitato clandestino indigeno rivoluzionario – Comando generale dell’esercito zapatista di liberazione nazionale, e in nome di tutte le ragazze, le giovani donne, le donne adulte e le donne anziane, vive e morte, le consigliere, le rappresentanti donne del Consiglio del buon governo, le donne promotrici, le miliziane, le insorgenti, e la base di sostegno zapatista,

le Comandanti Jessica, Esmeralda, Lucía, Zenaida e la bambina Defensa Zapatista

Messico, 29 dicembre 2017

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Rebeca Lane - foto di Cynthia Vance

Rebeca Eunice Vargas, in arte Rebeca Lane (in immagine), è nata a Città del Guatemala il 6 dicembre 1984, nel pieno della guerra civile che stava devastando il suo paese. Il nome Rebeca le è stato dato in memoria di una zia, rapita da agenti del governo militare nel 1981 per la sua attività politica e conseguentemente “scomparsa”.

Sin da giovanissima, Rebeca è stata un’attivista nelle organizzazioni che investigavano sui loro familiari rapiti o uccisi dall’esercito e nei movimenti per il cambiamento sociale, movimento femminista compreso. Ha deciso che le sue capacità artistiche potevano essere usate per esporre e condannare la violenza e così è diventata una “artivista”: teatro, cabaret, musica, programmi radiofonici, poesia, graffiti, danza… Rebeca partecipa a gruppi o ha fondato gruppi in tutti questi campi, ma è maggiormente nota come artista hip hop.

La settimana scorsa era in tour in Canada. Jackie McVicar, che lavora con i difensori dei diritti umani in Guatemala dal 2004, ha coordinato le date delle performance di Rebeca e in un lungo articolo del 14 novembre u.s. ha descritto il suo lavoro e l’ha intervistata:

“In ognuno dei suoi spettacoli sulla costa orientale del Canada, durante il suo primo tour nel paese, Lane ha dedicato un brano alle 56 ragazze che bruciarono in un incendio mentre erano chiuse a chiave in “rifugio” statale l’8 marzo 2017. Quarantuno di esse morirono immediatamente tra le fiamme per l’inalazione di fumo e le ustioni, le altre morirono nelle ore e nei giorni seguenti. Lane racconta la storia di come i giovani – ragazzi e ragazze – presi in carico dallo stato abbiano denunciato torture, abusi sessuali, prostituzione coatta e violenze subite nei rifugi.

“Nove delle 56 ragazze erano incinte nel momento in cui sono state uccise. – ha detto Lane – E nessuna di esse era arrivata incinta al rifugio.” (…) Erano rinchiuse da 12 ore in una piccola aula con 22 materassi, senza cibo e senza il permesso di andare in bagno quando diedero fuoco a un materasso per attirare l’attenzione della polizia affinché le porte fossero aperte. Ma la polizia non rispose. Invece, secondo i resoconti delle sopravvissute, i poliziotti schernirono le ragazze chiamandole “puttane” e dicendo che se erano state tanto coraggiose da cercare di scappare la notte prima, avrebbero dovuto essere abbastanza coraggiose da sopportare le fiamme. Successivamente, i poliziotti hanno dichiarato di non aver aperto le porte perché non riuscivano a trovare le chiavi. (…)”

Rebeca ha spiegato che ciò ha cambiato completamente il significato dell’8 marzo per il Guatemala. E pur ritenendo lo stato responsabile per il massacro delle ragazze, ci tiene a sottolineare che la maggioranza delle aggressioni le donne le ricevono per mano dei loro fidanzati, compagni, mariti, padri, fratelli: “Ogni mese (in Guatemala) 62 donne muoiono di morte violenta. Ciò significa 15 donne a settimana. L’anno scorso ci sono 739 morti violente. Quest’anno, contando solo sino alla fine di settembre, le donne uccise sono state 588: 373 per colpi d’arma da fuoco, 144 strangolate, 63 uccise a coltellate. Otto donne sono state smembrate e 1.034 ragazzine minori di 14 anni sono state stuprate e lasciate incinte, impossibilitate a ottenere un aborto legale.”

Rebeca Lane è una femminista visibile e molto attiva in un ambiente ostile verso le donne e verso chi difende i diritti umani. Sa che rischia la vita, ma non vede altra opzione se non continuare: “Mi sento in pericolo, certo. Ma in Guatemala è facilissimo essere uccise in qualunque modo. Preferisco almeno testimoniare, piuttosto che non fare niente.” E lo mette in musica con queste parole: “Io voglio vivere, non sopravvivere. Voglio uscire per le strade senza aver la sensazione di dovermi difendere, voglio sentire che le tue parole non possono offendermi e le tue armi non possono attaccarmi. Voglio costruire un paese che mi permetta di ridere, sorridere, sognare, cantare, ballare, vivere.”

Maria G. Di Rienzo

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(“How we learn to accept art that hates woman”, di Sarah Ditum per The Newstatesman, 26 ottobre 2017, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Le accuse sono sempre “scioccanti”. Due parole sposate eternamente fra loro in “giornalistese” ogniqualvolta è riportato un resoconto di violenza contro le donne da parte di un uomo famoso, sebbene “shock” sia difficilmente la parola giusta nella maggior parte dei casi. E’ di più una solida conferma dei sospetti a cui non ti sei mai permessa di dar riconoscimento. Perché non te lo aspettavi, in un certo qual modo?

Nel boato post-Hefner, post-Weinstein, di donne che parlano apertamente, io mi trovo a pensare di continuo: “Oh, quel tipo? Be’, ovvio.” Nella maggior parte dei casi c’era già qualcosa. Non abbastanza per essere certa, forse, ma abbastanza per avere i miei dubbi. Forse avevo notato in precedenza che il tal uomo sembrava sicuramente apprezzare immagini di donne picchiate e malmenate, o che mostrava notevole piacere nel rimettere le donne al loro dannato posto, o forse avevo sentito dire che aveva relazioni “difficili” con le donne con cui lavorava. Forse era un vero e proprio pornografo il che, siamo onesti, è un campanello d’allarme che suona a tutto spiano. Ma qualsiasi cosa fosse, io la ignoravo; trovavo un modo per mettere quel qualcosa nel ristretto ambiente del giudizio sospeso.

In questo fine settimana, Janice Turner ha scritto della strana facilità con cui è possibile allo stesso tempo “sapere eppure non sapere” cose orribili: dal caso di Miramax a quello dei rifugi di Rotherham (1), la gente ha fatto in modo di adattare il proprio lavoro e le proprie vite agli abusi di cui non avrebbe mai ammesso l’esistenza. Questo sapere-non-sapendo è tossico a livello istituzionale, ma non accade solo nelle istituzioni e ci vuole un’intera vita di pratica per diventare bravi a farlo. Io ci lavoro su almeno da quando avevo dieci anni – e di sicuro anche da prima. Dieci anni era l’età che avevo quando mio padre tornò a casa con una emozionante scatola grigia chiamata “Back to Mono”, che conteneva una serie di CD su cui stavano un decennio di pregiati prodotti del produttore Phil Spector.

Ciò significa che io avevo dieci anni quando ho sentito per la prima volta “Mi ha picchiata (E sembrava un bacio)”, l’inno disturbante, marziale, prodotto da Spector, delle Crystals (2) sulle gioie dell’essere battute dal proprio ragazzo. “E poi mi ha presa fra le braccia / con tutta la tenerezza possibile / e quando mi ha baciata / mi ha fatta sua” trilla la band di ragazze, adolescenti all’epoca della registrazione, a cui Spector ordina di cantare sul tema con degradante dedizione.

Questa era un’informazione con cui dovevo fare qualcosa, ma cosa? A dieci anni ero grande abbastanza per sapere che gli uomini che picchiano le donne sono davvero cattivi, ma non grande a sufficienza per sapere che uomini che celebrano il pestare le donne creano anche canzoni pop molto ben fatte. Accettare che quella canzone mi disturbava (e lo faceva davvero, abbastanza da indurmi ad ascoltarla di nascosto in cuffia, nello stesso modo furtivo con cui leggevo raccapriccianti storie di crimini sul giornale della domenica, causando incubi a me stessa) avrebbe significato gettare a mare l’intera scatola grigia di voci di ragazze che facevano risuonare i loro magnifici melodrammi, e io non potevo farlo.

Perciò trovai un sistema per isolare le mie paure su “Mi ha picchiata”, di incartarle per bene di modo che non contaminassero tutto il resto contenuto nella scatola. Magari è uno scherzo da persone adulte, ho pensato. Magari negli anni ’60 la gente non sapeva far meglio. Quando di anni ne avevo 21, Spector uccise a colpi di pistola l’attrice Lana Clarkson, il culmine di una storia quindicennale del puntare pistole contro donne che respingevano le sue proposte sessuali.

Dopo di ciò, lessi di Ronnie Spector (3), la cantante delle Ronettes e moglie di Spector: la tenne isolata con il terrore per quattro anni, nascondendole le scarpe di modo che non potesse scappare. Ero scioccata? Non proprio, sebbene mi sentissi come se mi fossi abbindolata da sola. Avevo ragione a temere quella canzone, dopo tutto.

Pure, nei miei vent’anni, ho esercitato le mie abilità di repressione sino a renderle una vernice istintiva. Le scene di stupro nei romanzi che avevo imparato a mandar giù, la meschina misoginia dei film di Polanski che avevo in qualche modo separato dalla meschina misoginia del suo aver probabilmente stuprato una tredicenne, e la strombazzata crudezza dell’estetica pornografica che avevo insegnato a me stessa a tollerare nelle foto di moda di Terry Richardson: rendeva l’immagine veritiera della minaccia sessuale minacciando sessualmente in effetti le modelle. Sapevo tutto quel che andava dicendo delle donne, eppure non sapevo. Perché sapere – sapere veramente – mi avrebbe messa al di fuori di tutto ciò che sembrava aver valore, al di fuori del mondo intero di cui volevo far parte.

Ne “Il dono della paura”, Gavin de Becker scrisse del modo in cui le persone (specialmente le donne) apprendono a seppellire il loro naturale senso di paura, spesso per semplice cortesia. Prese fra un’innominabile senso di minaccia proveniente da un individuo e il possibile disagio sociale causato dall’agire in base a esso, in maggioranza le persone preferiscono l’azzardo del trattare con un individuo che le spaventa piuttosto del rischiare di essere scortesi. Le donne imparano a mettere da parte il loro intero ragionevole disagio che riguarda gli uomini, per poter operare in un mondo in cui gli uomini hanno la maggior parte del potere e fanno la maggior parte dell’arte (comunque sia, giacché conta il credito dato loro di cui veniamo a conoscenza).

Una delle cose che possiamo sperare dopo Weinstein, dopo Hefner, è che le donne siano ascoltate. Un’altra è questa: che noi donne ci si senta in grado di ascoltare noi stesse. Non speculare su noi stesse o tentare di convincere noi stesse a comportarci “ragionevolmente”, ma prestare attenzione alle sensazioni viscerali di sconforto quando le sentiamo provenire da qualcuno o qualcosa. In maggioranza noi, per la maggior parte delle nostre vite, tentiamo di incastrarci in un contesto culturale che, più o meno, ci odia.

Una delle cose che mi piacciono di più delle interviste che Ronnie Spector rilascia ora, è quanto ama spudoratamente il suono della sua propria voce che canta. Ci si sente bene quando le donne buttano lo sguardo maschile giù dal piedistallo e riempiamo le nostre orecchie delle nostre stesse voci.

(1) Riferimento a un vasto giro criminale di traffico di minorenni – bambine prepubescenti e ragazzine – che ha cominciato a venire alla luce nel 2010. A tutt’oggi si parla di 1.400 bambine abusate.

(2) Gruppo vocale degli anni ’60 composto da tre ragazze.

(3) Nome d’arte di Veronica Yvette Bennett, cantante rock nata nel 1943. Dall’imprigionamento a cui Phil Spector la sottopose fuggì in effetti scalza, con l’aiuto della propria madre.

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la band

“Il nostro attivismo prende molte forme. Manifestiamo, danziamo, scriviamo, parliamo, cantiamo e non ci fermeremo sino a che non avremo creato un mondo di cui sentirci parte in sicurezza ed eguaglianza!”: così FRIDA (fondo per giovani femministe) descrive il suo sostegno alle donne in immagine.

Non sono riuscita a reperire i loro nomi, ma collettivamente queste giovani sono “Bnt Al Masarwa”, una band femminista egiziana.

Mentre promuovevano il loro album “Mazghouna” (“La donna imprigionata”) hanno tenuto seminari in tre diversi remoti villaggi del loro paese, in cui le donne hanno potuto narrare le loro storie e condividere le varie forme di oppressione che subiscono relative a religione, classe, etnia, famiglia, tradizione… Il gruppo ha scritto 18 canzoni su tali racconti.

In agosto, “Bnt Al Masarwa” ha lanciato una campagna allo scopo di raccogliere fondi per il prossimo lavoro in cui 10 dei pezzi succitati saranno registrati:

https://www.indiegogo.com/projects/feminists-singing-music-africa#/

Hanno raggiunto poco più di metà della somma che serve loro (12.000 dollari – circa 10.000 euro). Ci sono ancora 6 giorni per aiutarle. Dicono: “Siamo sicure di non poter realizzare una campagna di successo senza l’appoggio delle persone che credono nella nostra esperienza musicale femminista. Pensiamo tu sia una di esse.”

Bnt Al Masarwa

Maria G. Di Rienzo

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Trinh T. Minh-ha (in immagine) è nata nel 1952 a Hanoi, in Vietnam. E’ regista, scrittrice, saggista, compositrice e docente. Il suo ultimo libro è del 2016 e si chiama “Lovecidal” (“Amoricida”): è una riflessione sullo stato perenne di guerra globale e spazia dagli interventi militari statunitensi in Iraq e Afghanistan all’occupazione cinese del Tibet, concentrandosi sulle dinamiche variabili della resistenza popolare al militarismo e alla sorveglianza e su capacità e implicazioni dell’uso dei social media per mobilitare la cittadinanza. Trinh sostiene che i conflitti generati dal militarismo sono per la maggior parte fumosi e indistinti, le vittorie mai nette ne’ oggettive e l’unica chiara vittoria del militarismo è la guerra in se stessa.

I concetti che Trinh ha coniato di “altrove” e di “altro inappropriato” continuano a intersecarsi e a comparire in ogni sua opera: sono le interazioni transculturali, la produzione e la percezione delle differenze, le intersezioni fra tecnologia e colonizzazione, la creazione e il disfacimento dell’identità.

Parlando del suo film “Forgetting Vietnam” (90 min., 2015), Trinh spiega: “Tutto comincia con Due, come una delle frasi di apertura del film dice. La baia di Ha Long, per esempio, non è solo il “gioiello dell’industria turistica vietnamita”, è il luogo di incontro di due forze fondatrici: Hạ Long, o “il drago calante”, e Thăng Long – l’antico nome della città di Hanoi – o “il drago crescente”. Piuttosto che far riferimento a opposizioni binarie, Due designa qui l’abilità di contenere entrambi. Montagna e fiume; solido e liquido; immobilità e movimento; maschile e femminile; essere stanziali e viaggiare; partire e tornare; Nord e Sud; bassa e alta tecnologia. Ci sono molti di questi “due”, attivi nel film, che regolano la nostra vita nella realtà concreta.

Le femministe da lungo tempo sfidano il dominante ordine patriarcale e la sua monocultura soggettiva di dominio, produzione e sfruttamento. Le femministe hanno propugnato, invece, un ordine di coesistenza, molteplicità e mutuo rispetto per le ricchezze sia naturali sia culturali. La democrazia sta in questa abilità di contenere entrambi, di spezzare il sistema delle opposizioni binarie, di far entrare l’Altro e mettere in discussione l’Uno imperiale e fallico.”

Maria G. Di Rienzo

i due draghi

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bridget everett performance

Di Bridget Everett, attrice di cabaret e non solo (in immagine qui sopra), vi avevo già parlato:

https://lunanuvola.wordpress.com/2017/04/04/bridget-e-poppy/

Il 1° agosto, partecipando per la prima volta al talk show di Jimmy Fallon, ha parlato della sua carriera e del motto della sua vita: “I sogni non hanno data di scadenza”.

L’intervista a Bridget è qui:

https://www.youtube.com/watch?v=K8Ab-PuF1DY

Ma quel che dovete assolutamente vedere di essa parte dal minuto 5.35 circa. Su richiesta del conduttore – “Ogni bella serata inizia con il karaoke e finisce con il karaoke” – Bridget interpreta un pezzo del brano di Janis Joplin “Piece of My Heart”. La sua voce e la sua attitudine sono semplicemente fantastiche.

Questa è la traduzione del brano:

Tu sei in giro per le strade e sembri stare benone

E piccolo, nel profondo del tuo cuore credo tu sappia che non è giusto

Mai, mai, mai mi senti quando piango la notte

E piccolo, piango tutto il tempo

Ma ogni volta in cui dico a me stessa che non posso sopportare il dolore

quando mi prendi fra le braccia io te lo canterò di nuovo

Dirò avanti, avanti, avanti, prendilo

Prendi un altro pezzo del mio cuore ora, piccolo

Oh, oh, spezzalo

Spezza un altro frammento del mio cuore ora, caro, sì

Oh, oh, prendi un altro pezzetto del mio cuore ora, piccolo

Sai che lo avrai, bambino, se ti fa sentire bene

Nell’originale la voce di Janis ha un tale rabbioso, doloroso orgoglio – Ti mostrerò quanto dura può essere una donna, dice un altro dei versi da indurmi in gioventù a cantare questo brano migliaia di volte e persino per strada, in bici o a piedi (ok, è vero, facevo spesso anche “Summertime”). Ehi, ragazze e donne là fuori, femmine di qualsiasi età, di qualsiasi aspetto, di qualsiasi colore e provenienza ecc. ecc.: i vostri sogni non hanno data di scadenza. E nemmeno una taglia specifica. A proposito, Bridget, dannazione: voglio anch’io quel vestito!

Maria G. Di Rienzo

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Se oggi avete quindici minuti di tempo vi suggerirei di dare un’occhiata al documentario che si trova qui:

https://vimeo.com/221782946

Si chiama “We’re Here, We’re Present: Women in Punk” e segue il recente tour di Alice Bag e del trio garage punk Leggy (Veronique Allaer – chitarra e voce, Kerstin Bladh – basso e voce, Chris Campbell – batteria). E’ diretto da Amanda Siberling e ha i sottotitoli in inglese, per cui anche chi non è troppo sicuro in materia dovrebbe riuscire a capire qualcosa.

alice

Alice – in immagine qui sopra – fondatrice della band Bags nella seconda metà degli anni ’70, nata nel 1958 come Alicia Armendariz, è innanzitutto ancora una musicista punk (alla sua età alle donne si consiglia di sparire dal palcoscenico): ma è anche una scrittrice, un’insegnante elementare bilingue, un’attivista femminista, una sopravvissuta alla violenza domestica, una donna latino-americana. Ha fatto irruzione nella scena punk di Los Angeles, all’epoca composta in maggioranza da maschi bianchi, traducendo ogni propria caratteristica e ogni propria differenza in un manifesto politico.

In questo mese Gabrielle Diekhoff ha realizzato un’intervista con la creatrice del documentario per Bust Magazine, in cui Amanda Siberling dice che pur conoscendo Alice Bag come “leggenda” del punk “Arrivare a conoscerla a un livello più personale è stato straordinario. Quando è sul palco, sono travolta dalla sua bravura, ma quando scende da là è impegnata ad assicurarsi che tutti stiano bene e siano a proprio agio. Penso che in qualche modo si ritragga quando qualcuno la definisce una leggenda, ma c’è definitivamente qualcosa di leggendario in una persona che passa più di trent’anni della sua vita a creare cambiamenti significativi tramite la sua musica, la sua scrittura e il suo attivismo.”

Maria G. Di Rienzo

leggy

(Leggy)

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