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Posts Tagged ‘rock’

Poiché lei è la causa per cui pensiamo e creiamo.

Poiché lei è la causa per cui componiamo canzoni.

Poiché lei è la causa per cui i disegni appaiono mentre tessiamo.

Poiché lei è la causa per cui raccontiamo storie e ridiamo.

Noi crediamo in antichi valori e nuove idee.

da “This is how they were placed for us”, di Luci Tapahonso, poeta Navajo, docente universitaria di lingua e letteratura inglese.

La “lei” di cui parla vi è probabilmente già nota per averne letto qui o altrove, è “Changing Woman”, la “Donna Cangiante” che ha un posto assai elevato nel pantheon tribale.

Ne cantano anche

https://www.youtube.com/watch?v=e01OQWOeaVw

le Nizhóní Girls (“nizhóní” significa “belle”), gruppo rock femminile Navajo e Pueblo, composto da Becki Jones alla chitarra, Lisa Lorenzo alla batteria e Liz McKenzie al basso. Le tre trentenni chiamano il loro sound “desert surf”.

Nizhoni Girls

Sono attiviste per i diritti delle donne e dei popoli indigeni, nel 2018 hanno organizzato l’Asdzáá Warrior Fest – un festival per le donne a cui queste ultime hanno partecipato in massa non solo per ascoltare la band ma per discutere di istanze relative alle loro comunità, offrono seminari in cui insegnano gratuitamente musica a bambine/i e ragazze/i, tengono concerti nelle scuole della riserva. Altro? Hanno magliette strepitose (non solo quelle che vedete nell’immagine: la mia preferita è quella con su scritto “Femminista radicale indigena”) e sono indicate come “role models” dalle giovani Navajo e Pueblo.

Antichi valori, nuove idee. Belle, bellissime davvero.

Maria G. Di Rienzo

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beatrice offor

“I sentieri che si incrociano

si incroceranno di nuovo.

Quel che filo dall’arcolaio

è niente di niente

salvo il bisogno,

il bisogno di filare

della seta di anime

che sussurrano, sussurrano,

della seta di anime

che sussurrano a me.

Parlami, cuore.

Tutte le cose si rinnovano.

I cuori guariranno

oltre la curva.

I sentieri che si incrociano

si incroceranno di nuovo.”

(dal testo di “Paths that cross”, Patti Smith, trad. Maria G. Di Rienzo)

Oltre quattromila morti e la fila dei mezzi dell’esercito che trasporta le bare. Era scontato che mi sarei chiesta cosa diamine faccio qui. Poi ho ricordato che qualcuna aveva già trovato la risposta da tempo.

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Recensione lampo

Visto “Bohemian Rapsody”. Per chi non lo sapesse, ma credo siano pochi, è un film biografico che racconta lo storia del gruppo musicale “Queen” e soprattutto del suo frontman, il cantante e autore Freddy Mercury.

we will rock you

Posto che:

– odio il brano che dà il titolo al film (ma non quanto “Radio Gaga”);

– alcune parti sono troppo romanzate (soprattutto rispetto alla personalità di Freddy, un po’ meno ingenuo e “vittima” di come viene presentato);

– vi sono errori nella timeline degli eventi (rilasci di album, la dichiarazione del suo stato di salute alla band, che in realtà avvenne anni dopo il Live Aid, ecc.);

– gli attori sono tutti all’altezza della parte e il ritmo è buono (ma non ottimo, alcune lungaggini potrebbero essere tagliate senza compromettere la trama);

– la faccia più bella e vera dell’intero film compare fra i minuti 2.01/2.02, per forse due secondi, ed è il volto di una spettatrice al Live Aid;

– l’unica canzone dei Queen che mi piace è “We will rock you” e per fortuna la fanno sentire per intero…

no, il Golden Globe come miglior film drammatico non ci sta;

sì, Rami Malek (l’attore che interpreta Freddy) meritava un riconoscimento;

e ancora sì, la pellicola riesce efficacemente a rendere l’atmosfera di soffocante panico che si era creata negli anni ’80 rispetto all’Aids, in poche precise sequenze.

Voto finale, severo ma giusto (scherzo): 6.5. Maria G. Di Rienzo

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Solo una canzone

Bad Religion – Punk Rock Song (dall’album “The Gray Race”, 1996)

https://www.youtube.com/watch?v=S_Xm9BzpwPc

 

bad religion

Sei stato nel deserto?

Hai camminato con i morti?

Ci sono centomila bambini che sono uccisi per il loro pane

E i dati non mentono, parlano di un morbo umano,

ma noi facciamo quel che ci pare e pensiamo quel che vogliamo

Hai vissuto l’esperienza?

Hai testimoniato la piaga?

Gente che fa figli a volte solo per fuggire

In questa terra di competizione la compassione è scomparsa

Pure noi ignoriamo chi versa nel bisogno e continuiamo a spingerci avanti

Continuiamo a spingerci avanti

Questa è solo una canzone punk rock

scritta per le persone che riescono a vedere che qualcosa non funziona

Come formiche in una colonia facciamo la nostra parte

ma ci sono un sacco di altri fottuti insetti là fuori

E questa è solo una canzone punk rock

Come operai in fabbrica facciamo la nostra parte

ma ci sono un sacco di altri fottuti robot là fuori

Hai visitato il pantano?

Hai nuotato nella merda?

Le riunioni dei partiti e la real politik

Le facce sempre differenti, la retorica identica

Ma noi la ingoiamo e non vediamo nessun cambiamento

Nulla è cambiato

Dieci milioni di dollari per una campagna elettorale perdente

Venti milioni di persone fanno la fame e si contorcono per il dolore

Persone grandi e potenti non hanno la volontà di dare

Sono minuscole per visione e prospettiva

Un bambino su cinque vive sotto la soglia di povertà

Un’intera popolazione non ha più tempo a disposizione

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Felice nella mia pelle

(“Being a woman in rock was me against the world”, di Liisa Ladouceur per Globe and Mail, giugno 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Serena Ryder

Quando Serena Ryder suona a un festival musicale, si accorge sempre se ci sono donne nello staff. “Mettono i cestini per l’immondizia nei bagni. – dice ridendo – E’ una delle molte piccole cose a cui gli uomini non pensano.”

Vincitrice di un Juno Award (ndt.: premi conferiti a musicisti canadesi per i loro avanzamenti artistici e tecnici), la cantante e autrice di “Stompa e ““What I Wouldn’t Do”, è stata in tournée in lungo in e in largo sin dagli anni dell’adolescenza e ha testimoniato molti cambiamenti nell’industria durante gli ultimi tre anni.

“La cosa che trovo completamente diversa, proprio ora, è che c’è maggior senso di comunità. – dice – Quando ho cominciato a fare tournée, sentivo che essere una donna nel mondo rock equivaleva a essere sola contro il mondo intero. La mia strategia di sopravvivenza era diventare “uno dei ragazzi”. Ero brava a bere. Pensavo di dover essere dura tutto il tempo e di non dover mai esprimere le mie emozioni. E’ stato solo quando ho cominciato ad avere più relazioni con altre donne della mia età nella comunità artistica che la mia vita è migliorata molto.”

Una delle alleate di lungo corso di Ryder è la sua manager, Sandy Pandya, che lei descrive come “una regina guerriera, così potente e allo stesso tempo così capace di empatia.” Le due donne lavorano insieme da 15 anni e stanno per imbarcarsi in un nuovo progetto: un collettivo artistico chiamato “Art House”.

“Abbiamo comprato quest’edificio insieme, nella parte occidentale di Toronto, – spiega Ryder – per raggruppare artisti: pittori, cantastorie, musicisti, quanti più possibile, in uno spazio dove possono creare insieme con persone che fanno già quel lavoro da lungo tempo e possono offrir loro scorciatoie che aggirano le stronzate. Sono impaziente di veder tutte/i fiorire.”

“Art House” avrà uno studio di registrazione sul retro, dove Ryder registrerà il suo prossimo album. Il mese scorso il disco del 2006 con cui ha sfondato,”If Your Memory Serves You Well”, è stato ristampato su vinile e lei si sta preparando per la stagione estiva dei festival – bagni accoglienti per le donne inclusi.

“Mi sento fortunata a essere nata nella pelle in cui sono. – dice – Essere una donna in una comunità crescente di donne forti mi ha dato la forza e il bilanciamento di cui sono assai grata.”

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Niente nomi, perché la povera signora protagonista del classico “quarto d’ora di fama” è disperata: una celebrità ha criticato il suo comportamento (social media), centinaia di fan / seguaci della stessa hanno commentato e il cielo si è spalancato in una tormenta: i figli della signora non vogliono andare a scuola, il marito ha persino problemi sul lavoro (dice lei) ecc. ecc.

Lo scenario è proprio l’istituto che i figli frequentano: la signora è andata a una festa scolastica, ha fotografato di spalle tre altre madri i cui corpi non somigliano al suo con lei stessa in primo piano, una smorfia di disgusto in volto e la didascalia in cui invitava a comprare un prodotto / programma dimagrante… perché i mariti, diceva la scritta, “si girano a guardare” le donne “molto più ben curate” (la prosa di Scanzi dev’essere il suo modello di scrittura).

La celebrità si indigna per la “stupidità” della tipa, le assicura che neppure lei è Belen (ma chi vi ha detto che TUTTE desideriamo somigliare a questa produzione televisiva, la quale in quanto a stupidità – se tale vogliamo definirla – non ha niente da invidiare alla signora dell’improvvido selfie?) e afferma che “il grasso si sconfigge con la dieta” dimostrando di non sapere dei corpi umani più di quanto sappia la donna da lei criticata. (Non siamo macchine che funzionano a calorie introdotte / calorie consumate, ma non mi ripeterò su questo, chi vuol saperne di più studi, io sono stanca e nessuno mi paga.)

Ho letto questa roba ieri, che era il mio compleanno. E pensavo: è questa la faccia che perfetti estranei fanno alle mie spalle, mentre sono in coda alla cassa del supermercato, mentre sono per strada, in autobus, al bar, in libreria? Mentre altri perfetti estranei non si producono in smorfie, ma basta loro uno sguardo per essere sicuri che io dovrei “combattere” me stessa cercando di diventare accettabile o “normale” ai loro occhi?

Ho letto anche cose diverse, ieri. Per esempio, un articolo sul cambiamento climatico che citava un’intervista della BBC alla scienziata, docente universitaria, attivista e esperta del settore ambientale Diana Liverman. Questa donna sta svolgendo un lavoro prezioso e urgente, a livello di ricerca e a livello di coinvolgimento di decisori politici e istituzioni internazionali, è affascinante, sicura di sé, ispira fiducia con il solo sorriso – e il suo corpo somiglia al mio, non a quello della signora schifata ne’ a quello della celebrità indignata ne’ a quello dell’intrattenitrice in topless.

Cosa sapete di noi, fottuti imbecilli? I nostri corpi non sono proprietà pubbliche. Giudicateli pure in privato, guardandovi allo specchio e chiedendo alle vostre costole sporgenti chi è la più bella del reame e quante mutande maschili avete gonfiato oggi – e magari chi vivrà più a lungo fra voi e quelle che ricoprite delle vostre bave di disprezzo, perché le ricerche non pendono in vostro favore.

I nostri corpi sono appunto nostri. Non avete il diritto di usarli per vendere le vostre cazzate dimagranti. Non avete il diritto di usarli per sentirvi moralmente / fisicamente superiori e sbattere quest’arroganza sulle nostre facce. Non avete il diritto di aggredirci, diffamarci, insultarci. Non avete il diritto di passare la linea del rispetto che ci è dovuto in quanto esseri umani titolari di diritti umani perché non vi piace la forma, il peso, l’apparenza dei nostri corpi. Non avete il diritto di spingere ragazzine sotto il treno o giù dal balcone, perché è questo il risultato dei vostri disgustosi sforzi.

E se proprio devo “combattere”, Miss Famosa, non è certo contro me stessa – preferisco combattere il trend che affama, svergogna, umilia e infine uccide. La informo inoltre che il mio corpo non è un bagaglio, da fare e disfare a seconda del cambio delle mode, il mio corpo SONO IO: e ne’ lei ne’ la tizia smorfiosa avete titolo a mettere bocca in chi io sono.

Maria G. Di Rienzo

P.S. Suggerisco come colonna sonora per questo pezzo “We’re not gonna take it” – Twisted Sister. Nel testo, tra l’altro, si legge:

Non scegliere il nostro destino perché

tu non ci conosci, non fai parte di noi.

Oh, non lo accetteremo

No, non lo accetteremo

Non lo accetteremo più!

Tu sei così condiscendente,

il tuo rancore è senza fine.

Non vogliamo niente, neanche una sola cosa da te.

La tua vita è banale e stanca,

noiosa e confiscata.

Se questo è il meglio che sai fare,

il tuo meglio non funziona.

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tracey thorn

Tracey Thorn (in immagine), nata nel 1962, è una musicista, cantautrice e scrittrice inglese. Ex membro del duo “Everything But The Girl”, è una solista dal 2000 e tiene una rubrica per The New Statesman dal 2014.

Nello scorso aprile avrebbe voluto rispondere alla richiesta “descrivi te stessa come farebbe un autore maschio” (1): “C’erano migliaia di risposte esilaranti (ndt.: su Twitter), con donne che immaginavano quanto male sarebbero state descritte. Ho pensato di mandare un mio esempio, ma poi ho capito che non avevo bisogno di immaginare questa cosa: sono stata descritta da giornalisti maschi per più di 35 anni.”

Come? Così:

“Non convenzionalmente carina Thorn tuttavia, in qualche modo, riesce a essere curiosamente attraente.”

“La sua faccia può non essere tecnicamente bella, ma ha una risata affascinante.”

“La sua intelligenza brilla attraverso le sue fattezze bizzarre.”

A volte, spiega Tracey, ad essere irritante non è l’insulto sotteso ma l’aver completamente mancato il bersaglio:

“E’ senza trucco.” (Non lo era.)

“Ha addosso una sorta di sottoveste informe.” (Era un abito del marchio Comme des Garçons.)

Qualche settimana prima di scrivere il pezzo da cui sono tratte le citazioni, Tracey si è recata a Bruxelles e a Parigi per rilasciare interviste “e sono stata di nuovo spiazzata dall’assenza di giornaliste che mi intervistassero sul mio nuovo album (2), il quale è stato descritto ovunque come “nove fuochi d’artificio femministi”. Quando il quattordicesimo uomo è entrato dalla porta ho avuto una piccola stretta al cuore. Mi sembra di essere una noiosa che si ripete, ogni tanto, ma mi lascia attonita il fatto che alcuni aspetti di questa industria (ndt.: musicale) restino così dominati dagli uomini. Persino i giornalisti di sesso maschile hanno la buona grazia di notarlo, qualche volta. Uno dei più giovani (anche se non giovanissimo) mi ha detto che ero la terza donna da lui mai intervistata, il che mi ha tolto il fiato.” Perché ovviamente donne musiciste da intervistare, di cui molte di successo, non mancano affatto. Ma persino i loro lavori non sfuggono a un’interpretazione stereotipata:

“Una delle canzoni del mio ultimo disco si chiama “Chitarra”, si tratta di una canzone d’amore per la mia prima Les Paul. C’è incidentalmente la parola “ragazzo” nel testo e il fatto si è impresso nelle teste di un paio di recensori maschi, per cui tutto quel che hanno visto era una canzone su un ragazzo. Questo è il problema, non vero? – conclude Tracey – Ti perdi delle cose quando lasci le donne fuori dal quadro, o vedi i personaggi femminili attraverso il prisma della loro avvenenza, o quando dai per scontato di essere al centro di ogni storia, di ogni testo. Ci scommetto, stai pensando che questo articolo parla di te.”

Maria G. Di Rienzo

(1) https://lunanuvola.wordpress.com/2018/04/04/molta-strada-da-fare/

https://lunanuvola.wordpress.com/2018/04/13/marlowe-era-un-bel-moretto/

(2) “Record”, uscito nel marzo 2018.

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Null’altro importa

Nothing else matters (Null’altro importa), Metallica, 1991 (trad. Maria G. Di Rienzo)

metallica

Così vicino, non importa quanto lontano

non potrebbe venire di più dal cuore

avendo fiducia per sempre in chi siamo

e null’altro importa

Non mi sono mai aperto/a in questo modo

la vita è nostra, la viviamo a modo nostro

tutte queste parole che proprio non dico

e null’altro importa

Cerco fiducia e la trovo in te

ogni giorno per noi qualcosa di nuovo

mente aperta per una visione diversa

e null’altro importa

Non mi è mai importato di ciò che fanno

Non mi è mai importato di quel che sanno

ma io so

Così vicino, non importa quanto lontano

non potrebbe venire di più dal cuore

avendo fiducia per sempre in chi siamo

e null’altro importa

Non mi sono mai aperto/a in questo modo

la vita è nostra, la viviamo a modo nostro

tutte queste parole che proprio non dico

e null’altro importa

Cerco fiducia e la trovo in te

ogni giorno per noi qualcosa di nuovo

mente aperta per una visione diversa

e null’altro importa

Non mi è mai importato di quel che dicono

Non mi è mai importato dei giochi a cui giocano

Non mi è mai importato di quel che fanno

Non mi è mai importato di quel che sanno

e io so

P.S. a) Ho cominciato un altro romanzo – un po’ presto, ma non so quanto tempo ho ancora: chi lo sa, in effetti? b) Continuo ad aspettare che la Coop mi faccia sapere se sono indegna di essere socia da più di vent’anni perché sguazzo nel mio corpo come un pesciaccio felice, alla faccia dei suoi insultatori con laurea; c) Dal mio ultimo “revival” sono passati cinque mesi: quello qui sopra è un ringraziamento ai 909 iscritti a questo blog – ho fiducia in voi.

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village rockstars

“Village Rockstars” (“Le rock star di villaggio”) è stato presentato al Toronto International Film Festival (TIFF), di recente concluso, e alla New Directors Competition a San Sebastian, dove è stato il film che ha ricevuto più applausi dal pubblico al termine della proiezione. Si svolge appunto in un villaggio – Chhaygaon nello stato indiano di Assam – che è il luogo di nascita della regista Rima Das e racconta la storia di Dhunu (recitata da Bhanita Das), una ragazzina ribelle, resistente e ambiziosa il cui sogno è possedere un giorno una vera chitarra elettrica.

Rima Das è una regista e sceneggiatrice, indipendente e autodidatta, che ha creato a Mumbai la compagnia “Flying River Films” per sostenere altre/i nella produzione di prodotti cinematografici locali e liberi dalle richieste commerciali del mercato dell’intrattenimento. Il suo primo film, che ha ugualmente ottenuto grandi consensi, è del 2016 e si chiama “L’uomo con il binocolo” (Antardrishti).

“Village Rockstars, – ha detto alla stampa – è nato spontaneamente mentre ero tornata al mio villaggio. Un giorno mi sono imbattuta in un gruppo di bambini che giocavano a suonare in uno spiazzo, con falsi strumenti. Il mio viaggio è cominciato in quel momento. Passando tempo con loro ho cominciato a conoscerli, il che mi ha aiutato ad aggiungere livelli a Village Rockstars. Ho continuato a scrivere e riscrivere. L’intero processo è durato tre anni e mezzo, ho filmato per circa 130 giorni durante questo periodo. I bambini per natura sono in uno stato di costante apprendimento e questo aiuta: quando chiedi loro di fare qualcosa cercheranno di darti il massimo.”

village rockstars2

Sulla sua protagonista, la decenne aspirante rocker Dhunu che lotta contro stereotipi e povertà e persino disastri ambientali per arrivare a realizzare il suo sogno, ha spiegato: “Durante la mia infanzia, ero la sola bambina nei dintorni che si arrampicava sugli alberi. In genere la gente ha questo costrutto mentale per cui le bambine non fanno tali cose. Non è che siano proibite. Ma se le fai, ti mettono in una scatola (Ndt.: ti chiudono in uno stereotipo) e ti chiamano maschiaccio. A Dhunu piace fare proprio tutte queste cose.”

Dal 12 al 18 ottobre prossimi sarà possibile vedere “Village Rockstars” al Mumbai Film Festival. Speriamo che riesca ad arrivare anche in Italia. Maria G. Di Rienzo

rima das

(Rima Das)

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tappeto sangue

Benvenute/i. Questo è il crash course che vi ho promesso ieri. Che ne dite se lo intitoliamo: “E così vuoi occuparti di violenza contro le donne.”?

“So You Want to Be a Rock ‘n’ Roll Star” – “E così vuoi essere una stella del rock’n’roll” – è una canzone del gruppo statunitense “The Byrds” che risale al 1967 ed è stata rifatta numerose volte (Patti Smith, Pearl Jam, Nazareth, Tom Petty and the Heartbreakers, ecc.).

Il pezzo fu ispirato dal grande clamore che all’epoca circondava un “gruppo rock” creato a tavolino, appositamente per gli schermi televisivi: The Monkees (finiranno anche sulla tv italiana), i quali come musicisti/artisti erano pura “immagine” e zero sostanza.

Chris Hillman e Jim McGuinn dei Byrds descrissero la cosa in questo modo:

E così vuoi essere una stella del rock’n’roll

Allora ascolta ciò che ti dico ora

Basta che ti compri una chitarra elettrica

e passi un po’ di tempo a imparare a suonare

E quando avrai i capelli pettinati al modo giusto

e i pantaloni belli stretti

tutto andrà bene…

Cioè: anche se non hai niente da dire in testo e in musica, avrai le sembianze del rocker e, prosegue il pezzo, gli agenti non ti mancheranno, la compagnia a cui hai consegnato l’anima venderà le sue merci di plastica, entrerai nelle classifiche ecc. – senza neppure sapere qual è il costo dei tuoi soldi e della tua fama. Tenete a mente quest’ultima frase, è importante.

Che gliene fregava a The Byrds, si chiederà qualcuno/a, il rock non è in fondo riducibile a due chitarre, basso e batteria? (Senza entrare nel merito, che so, delle tastiere dei Genesis o del flauto dei Jethro Tull…) No, perché quelli erano gli strumenti con cui erano costruite narrative. La musica rock è stata rappresentazione e veicolo per movimenti culturali e sociali, dando vita durante gli anni a innumerevoli “sottoculture” e “controculture” – mods, hippies, punks sono solo tre esempi; inoltre, ereditando la tradizione folk della canzone di protesta, è stata per lungo tempo associata all’attivismo politico e alla rivolta giovanile contro i conformismi e le ipocrisie degli adulti. Perciò nel 1967, creare una band “artificiale” che assumeva gli aspetti esteriori di un gruppo rock, senza trarre nulla dalle radici e dalla storia di questa musica, equivaleva ad annacquarla sino a farne del mero divertimento prefabbricato, privandola delle potenzialità dirette al cambiamento sociale che aveva già dimostrato di saper sfruttare.

Allo stesso modo, creare un’associazione per combattere la violenza contro le donne (ma vale anche per un’associazione ambientalista, antirazzista e così via) non può prescindere da questi quattro pilasti: radicamento storico, conoscenza come processo continuo, coinvolgimento delle portatrici di interesse primario (le vittime di violenza), orizzonte. Significa che dovete sapere da dove venite, essere curiosi e critici delle strade che incontrate, scegliere i vostri compagni di viaggio e sapere dove volete andare.

Potete non essere femministe, ma non potete prescindere dal fatto che il femminismo ha sollevato per primo la questione della violenza di genere, l’ha affrontata e analizzata e contrastata a 360°, ha creato al proposito movimento, legislazioni e strutture, lo sta ancora facendo in tutto il mondo, e se pensate di poter saltare a piè pari tutto questo ed essere al contempo efficaci vi state sbagliando di grosso. La laurea in legge o in psicologia, il lavorare al pronto soccorso o alla stazione di polizia, l’occuparvi di cronaca e indagine per un giornale possono darvi alcuni strumenti in settori specifici, ma non fanno in alcun modo di voi degli “esperti” di violenza sulle donne. Per vedere la questione nelle sue reali dimensioni è più importante ascoltare le attiviste della rete antiviolenza e le vittime di violenza, che organizzare conferenze patrocinate dal Comune dove voi parlate della vostra tesi su Lombroso e dei miti greci. Quel che fate dev’essere teso ad avere un impatto, per quanto minimo, sulla situazione in cui avete scelto di intervenire – la gratificazione del vostro ego viene dopo, non è motivo di stigma, però neppure conditio sine qua non. Ultimo, ma assolutamente non minore, dovete avere in mente una visione condivisa; prima, molto prima, di andare a registrarvi come onlus sedetevi insieme e cercate di dare una risposta collettiva a queste domande: che aspetto avrebbe un mondo privo di violenza contro le donne e come intendete crearlo?

In sintesi, la violenza di genere è un sistema di violazioni dei diritti umani che tocca globalmente una donna su tre. Esiste in un continuum che va dalle molestie in strada al femicidio / femminicidio, passando per abusi domestici, mutilazioni genitali, aggressioni sessuali, stupro, prostituzione e di recente per le “vendette pornografiche” su internet. Ha dimensioni politiche, sociali, economiche, che condividono la stessa radice: la diseguaglianza di genere. La violenza è da essa generata e al contempo da essa alimentata. Gli stereotipi di genere incoraggiano e normalizzano la violenza e gli abusi. Perciò, dovete avere ben chiaro che lavorando contro la violenza non state chiedendo agli uomini di essere gentili con le donne, state chiedendo la piena e completa eguaglianza sociale, economica e politica fra donne e uomini.

Ha senso creare un nuovo gruppo solo se, oltre ad essere ben consapevoli di quanto sopra, il vostro lavoro intende fondarsi sulle esperienze delle vittime e sulla ricerca; intendete promuovere soluzioni pratiche e realistiche; volete essere inclusive e lavorare con persone / gruppi diversi, sapendo che vi sono donne vittime di violenza che sperimentano forme multiple di oppressione; siete in grado sfidare la tolleranza sociale che circonda la violenza di genere e di cercare di prevenire quest’ultima, non solo di proporre metodi d’intervento dopo che essa è già accaduta.

Cosa succede se queste semplici basi non sono presenti? Certo, nessuno vi impedisce di diventare una onlus e, se ci sono fra voi nomi famosi o vostro zio ha gli agganci giusti, neppure di finire in televisione la prossima volta in cui un uomo squarta una donna (caso efferato e clamoroso, perciò “coperto” dai media) o quando ci sono 6 femminicidi in una settimana (troppi casi perché i media possano evitare di occuparsene), ma non avrete niente di utile da dire… e neppure, come dicevano i Byrds, avrete sentore del costo della vostra fama.

Occupare con stereotipizzazioni, osservazioni superficiali e magari vere e proprie stupidaggini quello che potrebbe essere uno spazio di denuncia e aumentata consapevolezza, un richiamo per attiviste/i e l’inizio per altre persone di una diversa percezione sociale sui ruoli di genere, ha un costo – per le vittime di violenza che dite di voler “aiutare”. Le avete appena riaffondate nella stessa melma da cui dite di impegnarvi a farle uscire, però avete scattato un bellissimo selfie con il Ministro Pincopallo, volete mettere?

Tra l’altro, quando condite con citazioni sulla violenza i vostri siti e l’unica frase che riuscite a recuperare da una donna è un verso di canzone in cui la vittima di violenza depreca se stessa… be’, è il momento in cui dovreste capire che qualcosa non sta funzionando. Non vi state nemmeno avvicinando a capire cos’è la violenza di genere, se apertamente o sotto sotto disprezzate e biasimate le sue vittime. E se non volete fare lo sforzo di imparare, prendete una decisione difficile ma giusta e coraggiosa e tornate a occuparvi di gossip. Qua il red carpet è rosso perché è inzuppato di sangue, e se in qualsiasi modo giustificate tale sangue questo – l’attivismo antiviolenza – non è posto per voi. Maria G. Di Rienzo

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La vita è piena di scelte difficili, non è vero?

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