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Posts Tagged ‘guarigione’

Distacco

(“Dissociation” – “Distacco” di Rachel Lichtman per Persephone’s Daughters, 2017, trad. Maria G. Di Rienzo. Rachel è una giovanissima poeta e scrittrice che frequenta l’ultimo anno di liceo. Scrivere la sta aiutando a dare un nome alle sue esperienze, sebbene stia ancora lottando per definire con chiarezza quel che le è accaduto. Questa sua poesia parla esplicitamente di violenza sessuale – perciò, se pensate possa disturbarvi non leggete oltre.)

floating girl di coralineyb

Sono in una stanza con te. Tu sei Senzavolto,

non so perché. Solo che c’è questa sfocatura

nella mia memoria. Non stavo guardano

la tua faccia quando è successo. Io sono la ragazza

che guardava dall’alto la ragazza. Fluttuo sopra di te. Fluttuo

sul soffitto. Io penso,

tu hai unghie. Tu hai dita. Tu tenevi le mani

attorno al mio braccio, sulla mia felpa, sulla cerniera

di metallo.

Le tue dita. Dove sono le mie dita

in questa faccenda? Mi stupri? Tu hai stuprato

chi io ero. Mi hai spinta

nell’angolo della stanza. Io mi curvo per allontanarmi da te. Io mi curvo

per allontanarmi da questo scenario, guardando giù,

il mio corpo che crolla sul pavimento. Non so perché

è così. Sto lasciando colare muco

su tutta me stessa. Tu dici,

santo dio, si sta sporcando tutta di muco. Tu apri di forza

i miei vestiti. Io emetto gemiti. Lamenti. Da qualche parte,

le mie mani ti spingono via. Dico per favore

per favore smetti. Tu non ti fermi. Questo è quel che sento.

Non so perché, se è reale, se è una tormentosa

colonna sonora che continua a fare

No no no per favore smetti. Tu non smetti. Io fluttuo. Io sono

un lenzuolo. Io sono uno scudo per la Bambina nell’angolo. No no no

per favore smetti. La colonna sonora

urla. La colonna sonora urla più forte e

io sono un serpente.

Non posso mutare pelle.

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(tratto da: “How I Came To Love My Fat, Beautiful Body”, un più lungo articolo di Sarah Blohm – pseudonimo – per Role Reboot, 4 gennaio 2017. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

carol-rossetti-marina

Ci sono giorni in cui celebro il mio corpo come il contenitore della Dea che è ed altri in cui mi sento tradita da esso, vorrei dargli fuoco e passarci sopra con l’auto nel mezzo della strada.

Vivere con una serie di malattie croniche, soffrire gli effetti della manipolazione ormonale – l’uso di steroidi per controllare stati infiammatori – e dover maneggiare le fluttuazioni di peso relative hanno creato questo grande varco fra ciò che io penso essere vero e la realtà.

Negli ultimi anni ho lavorato duro per costruire un ponte sul varco. Alle volte fallisco in modo clamoroso, altre volte mi muovo nella vita con un sorriso soddisfatto, fiduciosa e allegra. Chiunque abbia mai avuto a che fare con le precisazioni poste davanti ai complimenti sa esattamente di che sto parlando.

“Per essere una ragazza grossa sei davvero carina.”

“Per qualcuno della tua taglia sei in forma splendida.”

“Anche se sei larga, piaci ai ragazzi.”

“Mi sorprende che pur essendo una ragazza grassa tu abbia lo stomaco piatto.”

Nonostante, anche se, sebbene… parole e frasi dette prima di complimenti ambigui che invece di rinforzarti ti schiantano.

La faccenda è questa: le cose dette sopra possono essere tutte vere, ma il mio corpo e io siamo di più della somma delle nostre parti. Il mio peso non è la cosa più interessante di me. E il mio corpo, questo mio largo corpo, ha attraversato tutto.

Non mi ha abbandonata quando mi è stato diagnosticato il cancro. Mi ha sostenuta attraverso operazioni chirurgiche dolorose, biopsie, colposcopie, laparoscopie e un numero apparentemente infinito di medicine (ognuna delle quali con il proprio orrendo effetto collaterale, fra cui il mio preferito, si fa per dire, è stato perdere i capelli).

Il mio corpo è rimasto risoluto di fronte all’abuso coniugale, ad ogni parola odiosa e ogni minaccia in esso contenute. Il mio corpo mi ha portata nell’esercito e nei giorni precedenti il mio 19° compleanno, quando sono stata assalita mentre tornavo a casa da una festa. Mi ha portata su piedi veloci quando ero in grado di correre per un miglio (Ndt.: circa un chilometro e 600 metri) in sei minuti, salire su una corda in meno di trenta secondi e sollevare 300 libbre (Ndt.: poco più di 226 kg.)

Mi ha tenuta in piedi attraverso ogni scazzottata. Attraverso l’abuso sessuale infantile e il trauma che ne è seguito: il mio corpo ha bruciato di rabbia e mi ha aiutata ad aggrapparmi alla mia vita.

Mi ha portata avanti dopo che sono stata stuprata durante un appuntamento, un momento in cui ho preso in seria considerazione l’idea di farla finita. Il mio corpo ha guarito se stesso. Il mio corpo ha guarito me.

Non è perfetto: ha gonfiori, cicatrici, segni. E’ quasi sempre dolorante. Ma il mio corpo è capace di straordinarie prove di forza. E il mio corpo è sexy.

Questo è qualcosa che devo ricordare a me stessa ogni qualvolta le precisazioni fanno capolino nei mie stessi discorsi. “Per essere una ragazza grassa, ho un bel sorriso.”, “Nonostante sia grossa, sembro gradevole oggi.”, oppure “Uh… anche se sono così, quel tizio ha appena flirtato con me.”

No. Io ho un bel sorriso. Io sono gradevole. I ragazzi mi chiedono di uscire con loro (la mia agenda al proposito è spettacolare).

Mi ci sono voluti otto anni per capire che la bellezza e la percentuale di grasso corporeo non si escludono l’una con l’altro. Vi invito a fare altrettanto. Senza aggiungere precisazioni.

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Probabilmente conoscete la storia del centauro Chirone, il quale ha dato nome nel 1977 all’oggetto cosmico (cometa periodica, o asteroide centauro) che si muove fra le orbite di Saturno e Urano ed è il simbolo archetipico del “guaritore ferito”. Nel mito, Chirone è un’eccezione fra i centauri poiché amichevole nei confronti degli esseri umani e disposto a condividere con loro le sue conoscenze che eccellevano in vari campi, ma in particolar modo nella medicina.

chirone

Ferito accidentalmente da Eracle, che era suo amico, con una freccia avvelenata dal sangue dell’Idra, Chirone non può guarire e – poiché è immortale – non può porre termine alla sua sofferenza. Zeus accetterà infine che scambi la sua immortalità con Prometeo e Chirone diverrà la costellazione del Centauro.

Io non intendo l’archetipo in senso junghiano (in sintesi un terapeuta spinto a occuparsi dei suoi pazienti a causa delle sue stesse “ferite”), ma ho conosciuto (e letto di) un buon numero di persone – soprattutto donne – le quali, avendo alle spalle storie pesanti di abusi e violenze, trasformano le loro esperienze in attivismo, anche solo e semplicemente “relazionale” risolvendo dispute familiari o essendo di immenso sostegno a parenti e amici.

Di solito sono persone dotate di intuito e sensibilità non comuni (tratti che possono essere caratteriali o sviluppati come strategie di sopravvivenza), e nonostante siano spesso considerate “diverse”, capri espiatori o le pecore nere nei gruppi di cui fanno parte, la loro empatia umana è profonda: sono abilissime nell’aiutare altri esseri umani a volgere il dolore fisico o emotivo in un processo di guarigione.

Ascoltano davvero le storie che raccontate loro. La vostra sofferenza le colpisce direttamente. Infondono in voi energia e speranza. Desiderano che la vostra vita sia per voi un dono di crescita evolutiva da godere ogni singolo giorno. In qualche modo, percepiscono la loro esistenza come “servizio” al resto dell’umanità e persino le loro professioni sono sovente dirette in tal senso: riparano corpi, spiriti, oggetti, situazioni.

Voi potreste avere la sensazione che queste persone stiano controllando tutto quel che fanno alla perfezione, che nessun aiuto o conforto serva loro e, infine, darle per scontate. E’ possibile persino che esse consapevolmente proiettino tale immagine di solida e invulnerabile autosufficienza – e che in qualche misura la credano reale. Ma la guaritrice ferita (o il guaritore ferito) è un essere umano che come ognuno/a dei suoi simili ha bisogno di ricevere, oltre che di dare.

Questa persona ha costruito molto di quel che è ora su enormi cicatrici e alcune, se sfiorate, sanguinano ancora; può rivolgere contro di sé il dolore che percepisce intorno in comportamenti autodistruttivi; può negarsi riposo, pausa, gioie, soddisfazioni pur dando o consigliando tutto questo ad altri.

Perciò, se vi siete riconosciute/i nella descrizione, o se avete riconosciuto una donna o un uomo a voi vicini… non vampirizzatevi e non vampirizzate costoro. Sorprendeteli e sorprendete voi stessi con l’affetto e la cura e l’apprezzamento e il sostegno.

Per mettere veramente a frutto la sua saggezza, la centaura – o il centauro – deve anche poter tirare la sua freccia alle stelle. La sua, per il suo piacere e il suo orgoglio e la sua abilità. Per la sua vittoria: la merita.

Maria G. Di Rienzo

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quattro elementi

Vorrei essere forte, indipendente, sicura di me, aver fiducia in me stessa, essere felice di essere me stessa ma…

Dopo il “ma”, per una donna, possono venire tante cose e persino tutte (o quasi) insieme: traumi, pressione sociale, discriminazione, lutti, disagio economico, abusi psicologici, violenza di ogni tipo…

La lotta perché nessuna singola donna soffra delle numerose ricadute di una persistente diseguaglianza di genere fondata su sessismo e misoginia è politica e collettiva, ma singolarmente si può sempre dare a se stesse una mano (sulla spalla) o due (abbracciandosi).

Perciò, oggi vi suggerisco una delle piccole cose che propongo alle partecipanti ai miei seminari. Chiamiamola “I quattro elementi”. Per farla, vi servono un foglio di carta abbastanza grande, una matita normale e quattro matite colorate o pennarelli: marrone, blu, verde e rosso.

Mettete il foglio sul tavolo. Con la matita normale disegnate un cerchio che ne occupi la maggior parte. E’ il mondo. Dite a voce alta: “Io entro in questo mondo di mia volontà e creerò il mio proprio mondo all’interno di esso.”

Adesso tracciate una croce sul cerchio, dividendolo in quattro parti, ognuna per uno dei quattro elementi: Terra, Aria, Acqua e Fuoco.

Nella sezione della Terra, con la matita marrone, scrivete le parti del vostro corpo che amate di più e perché: “Amo le mie mani, perché sono abili e gentili e versatili.”, “Amo le mie gambe, perché sono forti e mi hanno portata ovunque.”, “Amo le mie spalle, perché accarezzandole sembra di toccare una stoffa soffice e preziosa.”, e così via.

Nella sezione dell’Aria, usate la matita blu per scrivere le vostre specifiche capacità e conoscenze: “Sono un genio nel risolvere i problemi di matematica.”, “So moltissime cose su – fiabe, arti marziali, cinema, fumetti, astronomia, piante, motociclette, insetti, erboristeria…”, “Sono molto brava a spiegare ad altre persone come…”

Per l’Acqua, prendete la matita verde e pensate un attimo ai bruschi cambiamenti e alle sfide emotive che avete affrontato nella vostra esistenza, poi scrivete un tratto che ammirate nel modo in cui avete superato quei momenti, adattandovi e/o trasformandoli: pazienza, ascolto, sveltezza, riflessione, rispetto di voi stesse, determinazione, capacità organizzativa, intuito, intelligenza…

Per il Fuoco, con la matita rossa, scrivete ciò che avete ottenuto nella vostra vita sino ad ora: istruzione, carriera, successi creativi, successi relazionali, soddisfazioni personali.

Fatto? Ehi, vi ricordate quella donna forte, indipendente, sicura di , che ha fiducia in se stessa ed è felice di essere se stessa? La state guardando sul foglio. Maria G. Di Rienzo

woman and wind

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rupi

(tre poesie di Rupi Kaur, in immagine, dal libro “Milk and Honey”, trad. Maria G. Di Rienzo. Rupi vive in Canada ma viaggia in tutto il mondo non solo come poeta: è una conferenziera e una trainer su traumi e guarigione. “Condivido la mia scrittura con il mondo come mezzo per creare uno spazio sicuro dove guarire progressivamente e muoversi in avanti.” Ndt.: i titoli delle poesie sono alla fine delle composizioni, come lei li ha posizionati.)

le nostre schiene

1.

le nostre schiene

raccontano storie

che nessun libro

ha la spina dorsale per

portare

(women of colour)

2.

non capirò mai

perché mi hai stretta

se avevi paura del calore

avresti dovuto sapere che io sono un fuoco

(you should have known i was a fire)

3.

le parole più gentili che mio padre mi ha detto

donne come te annegano oceani

(women like you drown oceans)

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Per le donne che sono “difficili” da amare (di Warsan Shire, trad. Maria G. Di Rienzo)

Warsan

Tu sei una cavalla che corre da sola

e lui tenta di domarti.

Ti paragona ad un’impossibile strada maestra

dice che lo stai accecando

che non potrebbe mai lasciarti

dimenticarti

volere null’altro che te.

Gli dai le vertigini, sei insostenibile.

Ogni donna prima o dopo di te

si scioglie nell’acqua del tuo nome.

Tu riempi la sua bocca

i denti gli dolgono dal ricordo del gusto

il suo corpo solo un’ombra lunga che segue il tuo.

Ma tu sei sempre troppo intensa

spaventandolo nel modo in cui lo vuoi

senza vergogna e come in un’offerta propiziatoria.

Lui dice che nessun uomo può diventare

quello che vive nella tua testa.

E tu hai tentato di cambiare, non è vero?

Hai chiuso di più la bocca

tentato di essere più tenera

più carina

meno incostante, meno conscia.

Ma persino quando dormi puoi sentirlo

viaggiare lontano da te nei suoi sogni.

Perciò che vuoi fare, amore,

aprirgli la testa?

Non puoi fare case degli esseri umani

qualcuno deve avertelo già detto

e se lui vuole andarsene

allora lascialo andare.

Tu sei terribile

e strana e bellissima:

qualcosa che non tutti sanno come amare.

(Warsan Shire, di origine kenyota ma nata in Somalia nel 1988, vive a Londra. Warsan è una poeta-guaritrice, nel senso che usa i versi e la narrazione per documentare esperienze e traumi, e aiutare chi l’ascolta ad intraprendere il viaggio verso la guarigione. Nel 2010 ha letto pubblicamente le sue poesie in Italia, a Roma, ma hanno avuto il piacere di ascoltarla dal vivo anche in Germania e in Sudafrica.)

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Initiation under the orange tree

La Collezione Fuoco dell’Anima è la dichiarazione di 42 donne pittrici che la guarigione e la trasformazione sono possibili attraverso la creatività intenzionale.

Solo due anni fa nessuno di questi dipinti esisteva. La tela ci è servita da portale per accedere alle nostre menti e ai nostri cuori. 8 su 10 di noi non si identificano come artiste.

Questi lavori sono una testimonianza del potere della bellezza e della storia come antidoti alle immagini negative di sé e alla sofferenza.

In molte di noi abbiamo passato le nostre vite tentando di nascondere chi siamo e di ridurre al silenzio le nostre voci e le nostre immagini per essere al sicuro.

Il rischio dell’espressione di sé è il rischio dell’essere completamente vive.

Questa esibizione è dedicata all’accensione dei fuochi dell’anima negli esseri umani.

Stiamo radunando una tribù di esseri creativi… Siamo la Nazione del Filo Rosso.”

La collezione è visibile all’indirizzo: www.redthreadnation.com

Il 4 marzo u.s. i 126 dipinti sono stati presentati alle Nazioni Unite, come parte dell’intervento di Shiloh Sophia McCloud alla 57^ Commissione NU sullo Status delle Donne. Sophia, che vi ho già fatto conoscere in un paio di articoli, ha fatto parte del gruppo di discussione “Donne e violenza: attivismo pro-diritti umani tramite l’arte e i film”.

Queen of my Heart

Le immagini in questo pezzo provengono dalla collezione di cui si parla, sono “Initiation under the orange tree” di Flora Aube e “Queen of my Heart” di Annette Wagner.

Di quest’ultimo quadro l’autrice dice: “Chi è Queen of my heart, la Regina del mio cuore? Porta una corona segnata dai simboli dei templi neolitici. Ha una porta che si sta aprendo sopra la sua testa, la porta del suo cuore. Poiché è contemplativa sembra vulnerabile, pure è immensamente intrisa di potere nel suo stesso essere. La Regina è venuta da un luogo profondo dentro di me che è ben protetto dal mondo esterno. E’ tempo che la sua presenza si faccia avanti nella mia vita.” E nella nostra, io credo. Maria G. Di Rienzo

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