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Posts Tagged ‘bullismo’

Credevo che Biancaneve avesse mangiato mele avvelenate a sufficienza, nella fiaba originale e nelle sue migliaia di riletture/riscritture, nei cinema e nei teatri eccetera. Mi sbagliavo. Mancava questa:

poster del menga

Il testo dice: “E se Biancaneve non fosse più bella e i sette nani fossero non così bassi?” Si tratta del poster promozionale per la parodia a cartoni animati dal titolo “Scarpette Rosse e i Sette Nani”. Il film è di produzione sudcoreana, definito dai suoi creatori “una commedia per famiglie” e narra la storia di “una principessa che non rientra nel mondo di celebrità delle principesse – e nemmeno nelle loro taglie”. Infatti, non riesce neppure a infilarsi le scarpette da bambolina Barbie ovviamente di 20 numeri più piccole: è una tragedia, altro che commedia!

Naturalmente la “bella” Biancaneve è quella a sinistra, il grissino con le gambe a stuzzicadenti allungate dalla bioingegneria o da un’altra magica macchinazione della Cattiva Regina – per renderle verosimili, la figura dovrebbe essere più alta di un terzo. Perciò la Biancaneve di destra è ancora una che potete incontrare per strada, ma Miss Sottiletta è come dev’essere: irraggiungibile per chiunque di noi sia umana.

L’attrice che dà voce alla protagonista di questa pacchianata, Chloë Grace Moretz, si è dissociata dalla campagna pubblicitaria e si è scusata perché “non aveva controllo su di essa”. Una valanga di proteste è venuta, oltre che da squisiti “nessuno” come me, da altri attori e personaggi pubblici, fra cui la modella Tess Hollyday (in immagine dopo questo paragrafo): “Come ha fatto una cosa del genere ad essere approvata da un’intera squadra di marketing? Perché dovrebbe andar bene dire ai bambini che essere grassi è uguale a essere brutti?”

tess

Dopo di che, si è scusata anche la produttrice Sujin Hwang e ha ritirato i poster. Ma ci ha tenuto a farci sapere che il film vuole “sfidare gli standard della bellezza fisica nella società enfatizzando – udite, udite! – la bellezza interiore.”

Una genialata MAI sentita prima. Infatti, dopo la visione della pellicola, ogni bambina o ragazzina bullizzata per il suo aspetto fisico uscirà dal coro di “cicciona” “grassona” “cesso” e “schifosa” che la circonda trillando: Sono bella dentro! Sono bella dentro!, cosa che avrà meno valore di un fico secco per i suoi tormentatori. E poi considererà di affamarsi – persino sino alla morte, di ferirsi o di buttarsi allegramente dal quarto piano: come tantissime fanno già senza aver visto la parodia di Biancaneve ma migliaia di annunci pubblicitari, sfilate di moda, sceneggiati e programmi tv, prodotti cinematografici che hanno ribadito loro quel che valgono se i loro corpi non rispondono agli standard di scopabilità vigenti – NIENTE.

Sveglia, Sujin, non esiste un dentro-fuori tagliabile con l’accetta nelle persone. Il nostro corpo è una spugna imbevuta di sensazioni, di emozioni, di desideri che non sono separabili da noi. Il nostro stato psichico influisce su quello fisico e viceversa. Il mio sangue irrora le mie mani che scrivono romanzi, non potrei farcela ne’ senza di esso ne’ senza la mia immaginazione. Chi io sono fuori e chi io sono dentro sono sempre io. Sempre abbondantemente splendida anche se recente 58enne, tra l’altro. Fottiti. Maria G. Di Rienzo

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Amore fatto a mano

(“Handmade Love”, di Julie R. Enszer – in immagine – poeta, scrittrice, editrice contemporanea, femminista e lesbica: “Ho cominciato a scrivere quando sono arrivata a vedere, a capire, la necessità di un cambiamento radicale e trasformativo nel mondo in cui vivo. Sono diventata una poeta perché sono diventata una rivoluzionaria.” Trad. Maria G. Di Rienzo.)

julie

AMORE FATTO A MANO

All’asilo, portavo con me una cartella

che mia madre aveva fatto di stoffa, con scene di fiabe.

Per tre anni, fu la cosa mia che valutavo di più.

Quando ero spaventata, guardavo la mia borsa e mi raccontavo

fiabe. Riccioli d’Oro, Cappuccetto Rosso,

il Cigno Dorato. Quelle ragazze avevano affrontato la paura ed erano sopravvissute.

Nella mia borsa accuratamente abbottonata, portavo libri, sassi, matite

e altri tesori d’infanzia. A sette anni, presa in giro dai bambini

per la mia borsa fatta a mano e il mio vestito della stessa stoffa, chiesi

abiti comprati in negozio e uno zainetto. Ora la mia valigetta

è di pelle e stracolma di documenti, ma bramo la mia borsa d’infanzia

che è ancora nel mio armadio. A volte quando sono sola

la tiro fuori e la porto in giro per casa piena di oggetti diversi:

carte, penne, pietre e libri, oggetti non così diversi

da quando ero piccola. Io dò valore alle cose fatte a mano.

Credo ci siano due tipi di amore in questo mondo:

ereditato e fatto a mano. Sì, noi ereditiamo l’amore

ma la mia gente, la mia gente fa l’amore a mano.

borsetta

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Little Red di Beatriz M. Vidal

Tanto per ripeterci: c’è una relazione diretta fra l’oggettivazione sessuale delle ragazze / bambine e le aggressioni dirette contro di esse. L’ultima conferma viene da una ricerca dell’Università del Kent pubblicata nel gennaio scorso: Eduardo A. Vasquez, Kolawole Osinnowo, Afroditi Pina, Louisa Ball, Cheyra Bell. “The sexual objectification of girls and aggression towards them in gang and non-gang affiliated youth.” Psychology, Crime & Law, 2017.

Dal sommario: “I risultati sono congruenti con l’affermazione che, fra altri effetti negativi, la percezione delle donne come null’altro che oggetti sessuali evoca aggressioni nei loro confronti. La ricerca ha anche dimostrato che il sessismo nei media è collegato direttamente sia all’oggettivazione sessuale delle ragazze sia agli assalti contro di esse. Il collegamento oggettivazione – aggressione si manifesta nei comportamenti già all’inizio dell’adolescenza e c’è la consistente possibilità, dato il rinforzo che riceve nel corso degli anni, che diventi maggiormente forte e difficile da cambiare”.

Il rinforzo consiste nel trattamento riservato alle donne da una cultura sessista e misogina: immagini sessualmente oggettivate di donne, adolescenti e bambine possono essere regolarmente viste su ogni tipo di media e in ogni tipo di pubblicità. Fanno persino parte dei programmi televisivi, dei film, dei video musicali ecc. diretti specificatamente alle / agli adolescenti; in questo modo le ragazze imparano a pensare ai loro corpi come oggetti del desiderio di altri e a trattarli da tali, i ragazzi imparano a pensare alle ragazze come a “cose” che esistono per il loro utilizzo e la loro gratificazione.

E’ questo lo scenario che sta dietro alla notizia pubblicata da alcuni quotidiani il 4 marzo 2017: “Ricattata a 12 anni con le foto osé: i compagni le pubblicano su Instagram ma non sono imputabili”. Ma è uno scenario che nella narrazione giornalistica svanisce, nonostante l’accenno alle “pose provocanti” mimate dalla ragazzina su quel che “aveva visto fare in televisione”.

Il focus è sul suo comportamento – ingenua, innamorata “come solo a 12 anni si può essere”, si è messa davanti allo specchio con il telefonino perché voleva “accontentare il suo fidanzatino” e “tenerlo legato a lei per sempre”. Poverina, sembra dire tale quadro, non sapeva che i maschi sono inafferrabili come il vento, sono api impollinatrici che vagano da un fiore all’altro e per “natura” hanno assoluto bisogno di schiacciare nel fango le femmine che dicono di amare. Quest’ultima non è una metafora: dopo aver pubblicato le immagini su internet, il “fidanzatino” e i suoi amici ricattano la ragazzina con la minaccia di mandarle ai genitori di lei e perciò la 12enne si sottopone a torture pubbliche nei giardinetti, dove deve leccare i piedi a questo branco di stronzetti/e (ci sono anche due sue coetanee) o mettere il viso nelle pozzanghere.

“Prima era ammirata e invidiata da tutte le sue compagne – assicura uno degli articoli al proposito – e all’improvviso è diventata lo zimbello dell’intero istituto.” Lasciando perdere il “tutte”, una generalizzazione a cui non credo, per cosa l’articolista pensa fosse ammirata e invidiata? Perché aveva l’attenzione del “figo” della scuola e avere l’attenzione di un uomo è il principale e solo traguardo a cui una donna deve tendere, con tutto quel che ha e sa, con ogni mezzo necessario (direbbe Malcom X), a qualsiasi costo. Per questa ragazzina il costo è stato altissimo ed è andato vicino a prendersi la sua stessa vita: faccio schifo, non valgo nulla, mi sento brutta, voglio ammazzarmi scriveva sui bigliettini che poi nascondeva nel cuscino. Per fortuna si è confidata con un’amica più grande che l’ha convinta a raccontare la vicenda alla madre e poi alla polizia e così si conclude l’articolo succitato: “Partono le indagini, i tre bulli vengono facilmente identificati e ascoltati. Al comando arrivano anche le loro famiglie, disperate, ma i ragazzi hanno meno di 14 anni e per la legge non sono imputabili. I loro nominativi sono stati segnalati ai servizi sociali e adesso dovranno cominciare un percorso di recupero, ma la cosa più importante è che L., che nel frattempo ha cambiato scuola, ha ricominciato a vivere la sua vita. Il profilo di Instagram è stato oscurato, i suoi voti sono tornati a salire e quelle foto sono solo un brutto ricordo che, prima o poi, sparirà per sempre. Ma ci vorrà ancora del tempo.”

Come no. Tradita, umiliata, tormentata, costretta poiché vittima di violenza a cambiare lei scuola – mentre sono certa che i bulli maschi e le bulle-serve femmine sono ancora tutti/e là… ogni ferita diventerà una sbiadita cicatrice, basta lasciar passare il tempo. Ma le cicatrici di ingiurie così profonde non scompaiono. Infatti, la società che sta attorno alla ragazzina continuerà a insegnarle che essere sexy per lo sguardo maschile è molto più importante dei suoi desideri, della sua salute, della sua soddisfazione, del suo benessere, dei suoi risultati scolastici, delle sue passioni e delle sue competenze. Quel che è peggio, continuerà a insegnarlo al suo “fidanzatino” e a centinaia di migliaia di altri “fidanzatini” e altre ragazze. E’ troppo presto, signor giornalista, per finire una brutta fiaba con “e tutti vissero felici e contenti.” Maria G. Di Rienzo

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(Questo è un esempio di come una valanga di uomini discutono con le donne sui social media. So che vi risulterà immediatamente familiare. E’ stato ripostato da Feminist Current il 17  febbraio scorso. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

THOMAS: Ciao Clementine,

io sono il ragazzo che ha ti ha lasciato il commento sul cagarti in bocca. Era inappropriato e mi scuso. Stavo semplicemente scherzando con una persona che ha opinioni controverse. Io amo le donne e non intendevo essere preso per un sessista. Sostengo l’eguaglianza di diritti per tutte le brave persone.

Per favore cancella i post su instagram e facebook o almeno rimuovi la mia identità e io non userò le mie opzioni legali. Non mi aspetto delle scuse.

Mia madre e la mia partner hanno già ricevuto messaggi molte volte dai tuoi fan e sicuramente io ho pagato abbastanza. Ad ogni modo, ti auguro il meglio.

Saluti, Thomas.

CLEMENTINE: Ecco dieci riflessioni per il giovane Thomas:

1. Non sono delle scuse se tenti di includervi una vaga minaccia di azione legale, in special modo quando è ovvio che la legge non la conosci.

2. Tu non hai alcuna possibilità di ricorrere alla legge quando qualcuno riposta un commento che tu hai fatto pubblicamente in cui hai espresso il desiderio di vedere della gente “farsi una cagata” nella bocca di una persona. Tu sei dispiaciuto solo perché sei stato costretto a rispondere delle tue azioni.

3. Tu non “ami le donne”. Tu ami le donne che fingono di trovare divertenti le tue stronzate sessiste e rinforzano la tua convinzione di essere migliore di loro. E’ molto diverso e ne fornisce prova ulteriore il tuo sostegno all’ “eguaglianza di diritti per le brave persone”. Brave persone? Immagino che tu non sia incluso, allora.

4. Se pensi che parlare di cagare in bocca a qualcuno sia “solo scherzare”, devi avere un ben povero senso dell’umorismo.

5. Tu ti stai lagnando perché sei stato smascherato come uno stronzetto volgare, aggressivo e sessista. E’ chiaro che non sei abituato alle donne che rispondono alle aggressioni. Be’, è meglio che ci fai l’abitudine, figliolo. Tu non entri nel mio territorio a dettare le regole. La fottuta sceriffa, qua, sono io.

6. Io non cancellerò nulla. Se non sei preparato a stare al passo con le parole che scrivi e le cose che dici, dovresti pensarci due volte prima di scriverle o dirle.

7. Io non credo che tua madre o la tua ragazza debbano essere bombardate di commenti. Non è colpa loro se tu sei un buffone sessista con un’enorme paura delle donne che non sono compiacenti verso il tuo falso senso di superiorità. Tuttavia, sono lieta abbiano visto che lo sei, perché un giorno potrebbero essere loro i bersagli di commenti di questo tipo da parte di un altro piccolo uomo incline al vomitare insulti.

8. Quando dici “non intendevo essere preso per un sessista” stai suggerendo che la colpa è mia perché sono ipersensibile e immune alle straordinarie vette del tuo umorismo. Ma tu non hai il diritto di dirmi cosa dovrei o non dovrei trovare divertente. Inoltre, io non ho preso per sessista il tuo commento. L’ho preso come prova del tuo pensare che le donne a te non gradite meritino di essere degradate e umiliate in modi disgustosi e violenti mentre tu ti fai una risata. Questa è misoginia pura e semplice, il che è assai peggio del sessismo di base che senza dubbio tu metti in mostra ogni giorno della tua piccola, miserabile vita.

9. Quando ti trovi a iniziare una e-mail con la frase “io sono il ragazzo che ha ti ha lasciato il commento sul cagarti in bocca”, allora hai davvero bisogno di dare allo specchio una lunga, profonda occhiata e cercare di capire perché sei un così assoluto perdente.

10. E’ bene che tu non ti aspetti scuse, perché io non ti devo un fico secco.

Vaffanculo per sempre e poi di nuovo.

Ad ogni modo, ti auguro il meglio.

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(“I clean up the messes of the porn industry. Why are we still questioning whether pornography is oppressive?” – “Io ripulisco i casini combinati dell’industria del porno. Perché stiamo ancora dibattendo se la pornografia sia oppressiva o no?”, di Ann Olivarius, avvocata – in immagine – per Culture Reframed, novembre 2016. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

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Quando ho sostenuto che la pornografia è intrinsecamente oppressiva, al dibattito della Cambridge Union (Ndt: società per la libertà di parola dell’Università omonima), onestamente non mi aspettavo che la mia squadra vincesse il sostegno del pubblico. Lo speravo. Ma sapevo anche che chi è cresciuto nell’odierno mondo pornificato comprensibilmente trova difficile vederne i danni.

Io li vedo. Io sono un’avvocata e pratico la mia professione negli Stati Uniti e nel Regno Unito, e ho passato un po’ dei miei giorni – più di quanti desiderassi – a ripulire i disastri causati dall’industria della pornografia.

Ammetto che non avevo prestato troppa attenzione agli enormi cambiamenti occorsi nel mondo della pornografia durante l’ultimo decennio. Ma un paio d’anni fa, ho ricevuto una chiamata telefonica da parte di una donna del Midwest, negli Usa. Era sabato notte, a Londra. Io ero sola nell’ufficio, così ho risposto: la madre disperata di una studente liceale mi disse che gli amici di sua figlia, la 16enne Sallie, avevano abusato di lei mentre era ubriaca e avevano filmato gli abusi sui loro cellulari.

La ragazza si era svegliata la mattina dopo non ricordando cos’era accaduto. Quando venne a sapere dei filmati, i clip erano già stati distribuiti per tutta la scuola. Due giorni più tardi, tornando da scuola, Sallie disse a sua madre che non aveva avuto una giornata granché buona, andò nella propria stanza e si uccise. Io feci tutto il possibile per aiutare la madre in lutto, ma le opzioni legali erano limitate. Il mondo era ancora nella fase di apprendimento rispetto alla cosiddetta “pornografia per vendetta” e lo è a tutt’oggi. Da allora, questo tipo di chiamate al mio ufficio sono diventate regolari.

Alcune vittime della “pornografia per vendetta” si ribellano, altre entrano in clandestinità o in qualche istituto, e altre finiscono nella propria tomba. Ma le immagini continuano a vivere, in maggioranza sui siti pornografici.

E perché su questi ultimi? Perché non solo l’industria del porno ha inventato la “pornografia per vendetta” (le prime immagini di questo tipo furono pubblicate da Hustler nel 1980), è anche interessata a mantenere questa redditizia pratica, proprio come continua a trovare nuovi modi di abusare delle donne, e qualche volta degli uomini, per creare nuova domanda. Nei rari casi di una critica, i portavoce dell’industria sosterranno che è solo un affare come un altro, solo un lavoro come un altro, o che loro sono le avanguardie della libertà di parola.

Una delle nostre clienti, un’attrice porno, si rivolse a noi il giorno seguente alle sue dimissioni dall’ospedale, dove aveva dovuto farsi suturare il retto dopo essere stata filmata in una scena brutale. Non avrebbe potuto lavorare per qualche tempo e si chiedeva che protezioni le leggi sul lavoro potessero fornirle. Ce n’erano molto poche. Lei era stata “in affari” per tre anni, che è in pratica il periodo più lungo di resistenza per la maggioranza delle donne nella pornografia che io ho conosciuto. Non aveva una pensione, non aveva mai sentito la parola “promozione” e non aveva idea di come procedere. L’industria si era presa tre anni della sua vita e le aveva lasciato solo un prolasso rettale che, per la cronaca, è qualcosa che l’industria porno si vanta di produrre: c’è un mercato in crescita per il “bocciolo di rosa” nei film pornografi – il quale si dà quando le pareti interne del retto dell’attrice collassano e il tessuto rosso interno “sboccia” fuori dall’ano.

Non si tratta di un’industria in cui le maestranze possono invecchiare, avere una pensione, ferie garantite o sicurezza sul lavoro. E’ un’industria in cui le donne sono abusate per la gratificazione sessuale di chi le guarda. L’oppressione delle donne è inerente alle storie che sono fatte circolare.

Le performer non sono le sole a essere oppresse. Alcuni dei consumatori vogliono mettere in pratica quel che hanno visto con le loro compagne. Ho avuto un buon numero di casi di divorzio al cui centro c’era la pornografia e coppie le cui vite sessuali erano state distorte e distrutte.

Ci sono anche quelli che forzano atti pornografici su altre persone, spesso credendo di avere il diritto di farlo. Dopotutto, nella pornografia le donne rispondono con piacere all’essere costrette e ferite. Anna aveva 8 anni quando disse a sua madre che il cugino, 14enne, le faceva cose che non le piacevano. Quando le si chiese se il cugino facesse sempre le stesse cose, Anna replicò: “Qualche volta, ma se vede qualcosa di nuovo sul telefonino cambia.”

Abbiamo anche maneggiato casi di adulti che usano la pornografia per abituare i bambini al sesso, o che la usano come giustificazione per le loro violenze sessuali contro minori e donne. E alcune delle persone più traumatizzate che io abbia mai conosciuto sono prostitute (spesso trafficate) a cui i clienti insistevano – a volte usando la forza e sempre credendo che il consenso sia qualcosa che potevano comprare – nel chiedere di replicare azioni viste nei film pornografici.

Le donne non sono le sole a subire danni. Abbiamo incontrato attori porno che hanno subito danni gravi e alcuni di loro potrebbero morire giovani a causa dell’HIV o di altre malattie. E abbiamo visto quelli che diventano porno-dipendenti in giovane età come Henry, uno studente di Oxford che prima dei vent’anni si innamorò e fu abbastanza fortunato da essere ricambiato. Ma per quanti sforzi facesse non riusciva a godere del sesso con questa ragazza. Non era come pensava dovesse essere e non aveva erezioni. Il suo cervello era intossicato dalla gratificazione istantanea ricevuta dalla pornografia. Henry chiese il nostro aiuto per sapere se una sua eventuale denuncia dell’industria della pornografia, per avergli sottratto il piacere di avere rapporti sessuali, avrebbe avuto basi legali. Henry oggi è un attivista che lotta contro i danni fatti agli uomini dalla pornografia.

La pornografia è intrinsecamente oppressiva? La maggioranza dei partecipanti al dibattito della Cambridge Union ha detto di sì. E lo dico anch’io.

Spero questo significhi l’inizio di un vero respingimento dell’industria pornografica, che i giovani non le permettano di distorcere e degradare la loro sessualità e le loro preferenze sessuali, mai più.

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(“Far away from the epicentre, the seismic waves are terrible aftershocks”, di Kirthi Jayakumar per World Pulse, 11 novembre 2016, trad. Maria G. Di Rienzo. Kirthi – in immagine mentre indica un suo libro sullo scaffale – è un’avvocata specializzata in diritto internazionale e diritti umani, una scrittrice, una sostenitrice dei diritti delle donne, una volontaria per le Nazioni Unite che compie ricerche in Africa, India, Asia Centrale e Medio Oriente. Inoltre, dirige la “Red Elephant Foundation”, un’iniziativa di costruzione di pace che parte dalla società civile.)

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Brutta.”, “Ritardata.”, “Secchiona.”, “Cancella la tua faccia dalla Terra con l’acido, te lo pago io se vuoi.”, “Sfigata:”, “Maiala grassa.”.

Questo sentivo tutto il tempo: che io stessi camminando nei corridoi, o fossi seduta in classe, che stessi scorrendo un libro di testo o mangiando una merenda, o persino mentre me ne stavo seduta quieta ad aspettare l’autobus per tornare a casa. Ciò è solo la punta dell’iceberg: l’enorme, glaciale mole di ostilità e scaltro odio andava molto più in profondità, attraverso il liceo e l’università.

Non importava quel che facevo – o non facevo – ero me stessa, e ciò era immensamente difficile da accettare per moltissime persone attorno a me. Attestavo le mie ambizioni, avevo i miei sogni. Ma per loro, io non ero nulla di più di una barzelletta, uno stimolo per risate crudeli e insulti. Per loro, la mia ambizione non doveva andare oltre il tentare di essere invisibile, se il suolo sotto di me non mi faceva il favore di aprire un baratro e inghiottirmi interamente.

E in tempi più recenti, ci sono state un mucchio di cose che hanno innescato un ritorno al trauma emotivo che questi ricordi mi hanno lasciato. E’ facile lanciare quegli aggettivi. E’ molto facile stare da quella parte e sfornare giudizi. E’ facilissimo dire a qualcuno che è brutto, o che è scemo o che è un perdente. Molto, molto facile. E’ molto facile mettere insieme due insulti e stamparli sulla fronte degli altri, marchiandoli per sempre.

Ma quel che non è facile è stare dalla parte che gli insulti li riceve. Per chi è chiamato con questi appellativi sgradevoli, chi cresce tentando di nascondersi o di mimetizzarsi fra la folla nell’atrio di una scuola superiore o di un’università, chi prova a fondersi con lo scenario sperando di non attrarre più attenzione di quanta ne attragga la tappezzeria, per costoro la strada è sempre in salita.

Per anni, sentono le stesse cose. E queste cose sono gettate loro addosso come grumi di crema densa, sino a che non diventano un tutt’uno con la loro pelle. Quando vogliono provare a fare qualcosa di cui sentono di essere capaci, le parole che gli sono state lanciate contro gireranno come una brodaglia nelle loro teste. E perciò se ne staranno fermi finché il desiderio di voler tentare qualcosa scomparirà. Gli amici fidati sembreranno creature mitiche, quando le persone sono gentili sembrerà che ti stiano facendo un piacere – o peggio ancora, che siano gentili perché vogliono ottenere qualcosa da te.

Le cicatrici del bullismo. E durano a tempo indeterminato. Cosa dà a qualcuno il diritto di marchiare un’altra persona? Cosa gli dà l’autorità per far sentire un’altra persona una nullità? Perché, sul serio? Cosa permette a qualcuno di decidere che l’altro “non è normale”? Un momento – cos’è normale, ad ogni modo? Se loro sono la “norma”, io sono assai felice di essere l’eccezione.

Le parole possono essere distruttive, così terribilmente distruttive da lasciarti in briciole sotto il loro potere. Dimentichiamo che le parole non sono solo un mezzo di comunicazione: sono anche la verbalizzazione dei nostri pensieri. Dimentichiamo che le parole non sono delle espressioni insensibili che uno dimentica come le notizie di ieri, ma sono incise nei cuori e nelle menti di chi le ascolta. Parole. Vedete il potere che queste sei lettere hanno, messe insieme?

Vi lascio con un’ultima riflessione: noi stiamo contrastando un sistema che ha legittimato uno dei più grandi bulli dell’epoca attuale. Uno che pensa vada bene prendere una donna per la f***, che vuole bloccare i migranti costruendo un muro, uno che è abbastanza provinciale da pensare che il bigottismo è allo stesso tempo accettabile e normale. Uno che pensa vada perfettamente bene essere furtivi, favorire la crescita della paura e idee piene di pregiudizi. Uno che ha scelto di agire sulla base di tali pregiudizi e di dividere le persone in base alle esistenti linee di problemi, anziché guarirle.

Che ci si trovi al liceo o che si guardi allo scenario politico, i bulli non sono i benvenuti. Se la nostra capacità di dissentire è legata alla quintessenza della democrazia, facciamola contare.

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(tratto da: “Activist, poet, prison abolitionist, human rights advocate, incest and rape survivor”, un più lungo testo di Thea Matthews per Feminist Wire, 26 ottobre 2016, trad. Maria G. Di Rienzo. L’articolo fa parte del forum “Love with accountability” – quest’ultima parola è di difficile traduzione: la renderò di seguito con “responsabilità” senza sbagliare, ma in effetti indica il “rispondere per il risultato ottenuto” e il “rendere conto dell’azione compiuta” con un unico termine che in italiano non ha equivalente preciso. Thea, che come dice il titolo è attivista, poeta, abolizionista del sistema carcerario, sostenitrice dei diritti umani, sopravvissuta all’incesto e allo stupro, attualmente sta studiando sociologia all’Università di Berkeley in California.)

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L’amore è un’espressione enigmatica, una forza innegabile che riverbera dall’interno e di cui si fa esperienza dall’esterno. L’amore simultaneamente dà potere al sé e a chi con tale sé interagisce. Io ricordo con precisione, durante la mia adolescenza, la decisione di odiare me stessa, biasimare me stessa, negare a me stessa l’amore e l’amore per me stessa, a causa di quel che ero stata costretta a subire in giovanissima età.

In modo subconscio ho detto: sì, sono disposta a odiare me stessa, dare la colpa a me stessa, rovinare me stessa e uccidere me stessa perché mio nonno e mio zio mi hanno ripetutamente aggredita sessualmente, e perché sono stata costretta a giocare a “casetta” con uno dei miei cugini. Il dolore era a volte insopportabile e la sofferenza sembrava non avere fine. Il mio rito di passaggio è stato l’incesto. Il bullismo di cui ero oggetto a scuola ha solo versato libbre di sale su ferite aperte e infette.

La mia esistenza era una voragine priva di un modello di cosa fosse l’amore sano, figuriamoci la responsabilità. Dopo aver detto apertamente che mio nonno mi molestava, mi trovavo comunque nella sua casa seduta accanto a lui durante il pranzo familiare del Ringraziamento. Non so se mio nonno, mio zio e mio cugino molestassero anche altre persone. Io so di essere una sopravvissuta all’abuso infantile di terza generazione.

Si è abusato di mia nonna, si è abusato di mia madre e si è abusato di me. Non so molto della mia bisnonna, perché morì attorno ai trent’anni di cancro alla cervice quando la nonna aveva solo cinque anni. Presumo che ulteriori generazioni materne siano state violate e abusate in qualche modo.

Mio nonno morì mentre io ero al liceo e mio zio e mio cugino sparirono dalla mia vita. L’ultima volta in cui ho visto mio cugino, ho rifiutato di abbracciarlo e lui si è sentito così insultato da cominciare un atipico litigio da famiglia disfunzionale con mia nonna. Lei è quasi novantenne e morirà senza sapere che l’amore della sua vita era un molestatore di bambine e che uno dei suoi figli e uno dei suoi nipoti erano pure molestatori di bambine. Dov’è la responsabilità in questo?

Be’, io mi sono ripresa da un tentativo di suicidio nel 2011 e mentre continuo a guarire da assuefazioni attive e comportamenti distruttivi, ho capito presto che la responsabilità deve venire prima e soprattutto dall’interno.

Inizialmente, ho cominciato a domandare responsabilità dalla polizia della nostra nazione quando sono stata coinvolta nelle proteste studentesche con il movimento Black Lives Matter (Le vite nere hanno importanza). Gli omicidi in massa di gente disarmata, il grado di violenza sistemica che si raggiunge quando nessuno viene ritenuto responsabile, hanno provocato rabbia e mi hanno diretta all’azione. Pure, ho compreso: se sono quella che vuole responsabilità dalle persone attorno a me, devo assicurarmi di essere io stessa responsabile per le mie azioni. Cosa devo fare per tener pulito il mio lato della strada?

Sì, ero di sicuro una vittima. L’abuso è cominciato quando non sapevo ancora parlare ed è finito che avevo 9 anni; il bullismo è continuato sino a che ne avevo 13. Gli anni fondamentali del mio sviluppo emotivo e cerebrale sono stati rubati. Sono stata derubata dell’infanzia.

Come persona che si identifica quale lottatrice per la libertà, come attivista, le mie fondamenta devono essere e possono solo essere ristabilite mediante atti consapevoli di amore con responsabilità.

Non ho bisogno di “scuse” da coloro che mi hanno danneggiata durante la mia vita per guarire effettivamente. Non ho bisogno di un riconoscimento pieno di pietà per liberare me stessa. Fare ammenda serve a chi ha fatto del male e al suo karma, non a me.

Io ho bisogno di amare me stessa. Io ho bisogno di essere responsabile delle mie azioni. Io ho bisogno di assicurarmi che il mio comportamento e le mie azioni si trasformino. La verità assoluta è questa: io non posso forzare la trasformazione di nessuno. La rivoluzione è già accaduta dentro di me quando sono quasi saltata dal Golden Gate Bridge.

Per poter fieramente amare e radicalmente accettare ciò che esiste nel momento presente, io sono la sola responsabile dell’apprendimento e della pratica di varie forme di comunicazione nonviolenta. Perciò: atti continuati di amore con responsabilità assicurano infine la trasformazione personale / sociale / culturale.

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