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Posts Tagged ‘olanda’

Non è difficile scrivere di Noa. Dal giorno della sua morte una colata di articoli imprecisi e sensazionalistici, sedicenti approfondimenti (per lo più sul generico “disagio” degli adolescenti e parecchi concentrati sul benessere maschile – quando si dice stare sul merito), commenti francamente inutili hanno invaso media e social media.

“Rivivo la paura, il dolore, ogni giorno. Sempre spaventata, sempre in guardia. E il mio corpo si sente ancora sporco. Si è forzato l’ingresso nella mia casa, il mio corpo: questo non potrà mai essere cancellato.”

Così raccontava Noa: assalita sessualmente a 11 e 12 anni e infine stuprata da due uomini a 14 – una violenza, quest’ultima, che non aveva denunciato per “paura e vergogna”. La sua vita è diventata un’insopportabile tortura, passata a entrare e uscire da ospedali, istituzioni e centri specializzati, e la ragazza olandese ha scelto di lasciarsi morire a 17 anni.

Nei prossimi giorni si continuerà a sproloquiare su eutanasia e “sconfitte” della società e il mal di vivere dei giovanissimi, ma non durerà molto. Il gorgo delle notizie veloci, delle esche per click, delle fake news, del consumo acritico dell’informazione, della memoria corta e del rifiuto della Storia, triturerà la vicenda sino a farla scomparire.

E nessuno ha parlato, sta parlando o parlerà di cosa ha effettivamente ucciso Noa: la violenza di genere, la legittimazione che molti uomini sentono di avere all’abuso e al controllo dei corpi femminili, la generale indifferenza o addirittura il biasimo delle vittime che circondano gli stupri.

Perché questa ragazza ha continuato a sentirsi “sporca”, lei, che non aveva fatto nulla di cui vergognarsi? Quante barzellette sullo stupro avrà sentito Noa? Quanti insulti sessisti diretti a lei o ad altre donne? Quante idiozie sul masochismo femminile e la congenita falsità delle donne, che in realtà adorano l’essere stuprate? Qual è l’ammontare di immagini pornificate e degradanti del corpo femminile che l’ha raggiunta? Quante stupidaggini sul “lasciarsi ogni cosa alle spalle” le sono state dette?

Qualche finissimo/a “opinionista” le avrà suggerito di farsi un bidet, che tanto poi passa tutto?

Maria G. Di Rienzo

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marina de haan

(“Lily In The Wild Field”, poesia che dà il titolo al libro omonimo, del 2017, dell’olandese Marina de Haan, in immagine sopra. Marina fa parte del Creative Women Collective ed è la fondatrice dell’ong ZoeteLiefde. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

LILY (GIGLIO) NEL CAMPO SELVATICO

Sollevati ragazza mia

Vieni a danzare con me

sulle spiagge della vittoria

sulle strade della gioia

Vieni lontano con me

sul sentiero della vita

verso l’incrocio di nuovi inizi

nel tunnel della vita a profusione

Lascia che ti guidi intorno a tesori di maestà

Lascia che ti mostri come puoi essere completamente libera

Io sarò la tua guida

mi curerò di te da ogni lato

tu solamente sollevati

running in a flower field

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Sono solo quindici minuti di documentario, ma potremmo definirli un quarto d’ora di premi:

Miglior Film e Premio del pubblico all’International Cycling Film Festival (2016);

Premio della giuria al Bike Shorts Film Festival (2017);

Premio per il Messaggio Ispiratore all’Ektopfilm International Festival per i film sullo sviluppo sostenibile (2017);

Premio per il miglior “corto” al London Feminist Film Festival (2017)…

Si tratta di “Cycologic”, prodotto dall’abilità e dalla passione di tre registe/produttrici svedesi (Emilia Stålhammar, Veronica Pålsson e Elsa Löwdin) e della protagonista: la ciclo-attivista ugandese Amanda Ngabirano (in immagine).

amanda cycologic

Il documentario segue in particolare la campagna di Amanda per avere piste ciclabili nella sua città, Kampala, dove il traffico è caotico, pericoloso e altamente inquinante, mostrando allo stesso tempo – una volta di più – come in determinati luoghi il solo andare in bicicletta, per le donne, equivalga a rompere stereotipi e a rinegoziare il loro ruolo nella società. Anche queste cicliste sono seguite dalle registe. Potete dare un’occhiata a che succede qui:

https://vimeo.com/185684431

“La bicicletta non è roba da poveri. – dice Amanda nel trailer summenzionato – E’ per le persone indipendenti, libere, liberate. Tu scegli come e dove muoverti.” E notando l’assenza delle sue simili nel via vai di automobili, motociclette e motorini aggiunge ironicamente: “Dove sono le donne? Non hanno piedi, non hanno gambe, non hanno energia?” Li hanno eccome. Nel poco tempo trascorso dall’uscita del film, Amanda ha convinto a pedalare persino la polizia: si è fatta tramite con le forze dell’ordine olandesi, che hanno donato le biciclette “da ronda” ai loro colleghi. Maria G. Di Rienzo

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(“Your Pain Made Me Stronger: A Letter From the Daughter of a Domestically Abused Mother”, di Mohadesa Najumi per The Feminist Wire, 7 marzo 2016, trad. Maria G. Di Rienzo. Mohadesa Najumi, scrittrice femminista, vive in Olanda, dove si sta laureando in Scienze all’Università di Amsterdam. Da quella di Westminster a Londra, GB, ha ottenuto i suoi precedenti diplomi in Scienze Politiche, Storia e Relazioni internazionali. If you read this, dear Mohadesa, I would like to thank you for writing poetry with a heart of fire and for allowing me to translate it.)

Mohadesa e la sua mamma

Mohadesa e la sua mamma

IL TUO DOLORE MI HA RESA PIÙ FORTE

Ho dato la colpa a te,

lui ti rompeva bicchieri sul mento

e faceva la lotta libera con la tua faccia.

Ho passato così tanti anni argomentando che tutti i miei traumi erano colpa tua

perché tu non lo hai lasciato;

perché non potevi amarmi teneramente.

Ma tu mi hai dato tutto quel che potevi.

E’ stato un mio errore credere che tu fossi da biasimare.

Non è mai stato il mio trauma, era il tuo.

Tu mi hai tenuto la mano anche quando nessuno teneva la tua

La mia bocca era piena mentre la tua era affamata,

quattro figli sono usciti dalla tua femminilità abusata,

come ho potuto egoisticamente accusarti di aver trascurato i tuoi bambini?

E’ un miracolo che tu ci abbia mantenuti tutti vivi,

tu hai dimostrato che nessun ammontare di violenza può spezzarti.

Credo sia questo il motivo per cui nulla in questo mondo mi ferisce, perché ho visto

te sopravvivere alla morte molte volte.

Eppure eccoti qui,

case rifugio per sopravvissute, abuso, violenza sessuale, pestaggi, povertà

e depressione.

Viva e pulsante, picchiata ma non piagata, sfregiata ma non spezzata,

la tua risata e il tuo sorriso senza macchia.

Raramente sei ricompensata o ti si dà credito per le tue azioni altruiste.

Io sono una donna senza paura oggi grazie a te.

Io sono indistruttibile grazie a te.

Non temo nulla grazie a te.

A causa del tuo dolore, io non ho dolore.

Ti ringrazio per aver portato le tue ferite così bene,

madre, mi hai insegnato come restare in piedi in una tempesta,

dovunque noi si sia nell’Universo, io vivo grazie a te,

io esisto grazie a te.

Non ci può essere me senza te.

La tua sofferenza mi ha resa più forte.

La tua sofferenza mi ha resa la persona più temuta del pianeta.

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(tratto da: “Very inconvenient truths: sex buyers, sexual coercion, and prostitution-harm-denial”, un lungo, rigoroso e dettagliato saggio di Melissa Farley per Logos Journal, gennaio 2016, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Melissa Farley, psicologa clinica e ricercatrice è la direttrice esecutiva del Centro “Prostitution Research and Education” di San Francisco, Usa. L’anno scorso ha pubblicato la ricerca “Pornography, Prostitution, & Trafficking: Making the Connections”. Cioè, non è una che ha “parlato una volta con Sempronia che si prostituiva quattro decenni fa” o che cita il proprio cugino come fonte autorevole, è una che di prostituzione si occupa professionalmente e scientificamente da trent’anni e passa.)

Alcuni sfruttatori, alcuni compratori di sesso e alcuni governi hanno preso la decisione di ritenere ragionevole l’aspettarsi che determinate donne tollerino lo sfruttamento e l’assalto sessuale per sopravvivere. Queste donne più spesso che no sono povere e più spesso che no sono marginalizzate per motivi etnici o razziali. Gli uomini che le comprano hanno maggior potere sociale e maggiori risorse rispetto alle donne. Per esempio, un canadese turista della prostituzione ha detto delle donne thailandesi che si prostituiscono: “Queste ragazze devono pur mangiare, non è vero? Io sto mettendo il pane nel loro piatto. Sto dando un contributo. Morirebbero di fame se non facessero le puttane.”

Questo darwinismo autocelebratorio evita la questione: le donne hanno il diritto di vivere senza l’aggressione sessuale o lo sfruttamento sessuale della prostituzione, o questo diritto è riservato a coloro che godono di privilegi di sesso, razza o classe? “Ottieni quello per cui paghi senza il no. – ha spiegato un altro compratore di sesso – Le donne che non si prostituiscono hanno il diritto di dire no.” Noi abbiamo protezione legale dalle molestie sessuali e dallo sfruttamento sessuale. Ma tollerare abusi sessuali è la descrizione della prostituzione come lavoro.

Una delle bugie più grandi è che la maggior parte della prostituzione sia volontaria. Se non ci sono prove dell’uso della forza, l’esperienza della donna è archiviata come “volontaria” o “consensuale”. Un compratore di sesso ha detto: “Se non vedo una catena alla sua caviglia, presumo che lei abbia fatto la scelta di essere là.”

Il pagamento del puttaniere non cancella quel che sappiamo della violenza sessuale e dello stupro. Sia o no legale, la prostituzione è estremamente dannosa per le donne. Le prostitute hanno le più alte percentuali di stupro, aggressioni fisiche e omicidio di qualsiasi altro gruppo di donne mai studiato.

Secondo una ricerca olandese, il 60% delle donne che esercitano legalmente la prostituzione sono state fisicamente assalite, il 70% minacciate di aggressione fisica, il 40% ha fatto esperienza di violenza sessuale e un altro 40% è stato obbligato con la forza a prostituirsi legalmente.

Nell’ultimo decennio, dopo aver intervistato centinaia di compratori di sesso in cinque paesi (Usa, Gran Bretagna, India, Cambogia e Scozia), stiamo osservando più da vicino i comportamenti e le attitudini che alimentano la misoginia della prostituzione e abbiamo cominciato a capire alcune delle loro motivazioni. I comportamenti normativi dell’acquirente di sesso includono il rifiuto a vedere la propria partecipazione in attività dannose, come il disumanizzare una donna, l’umiliarla, l’aggredirla verbalmente e fisicamente e sessualmente, e il pagarla in danaro per farle compiere atti sessuali che altrimenti non compirebbe.

I compratori di sesso non riconoscono l’umanità delle donne che per il sesso usano. Una volta che una persona sia stata mutata in oggetto, lo sfruttamento e l’abuso sembrano pressoché ragionevoli. Nelle interviste tenute con i compratori di sesso in culture differenti, essi hanno fornito alcuni agghiaccianti esempi di mercificazione. La prostituzione era intesa come “affittare un organo per dieci minuti”. Un altro compratore di sesso statunitense ha affermato che “Stare con una prostituta è come bere una tazzina di caffè, quando hai finito la butti da parte”.

Avevo in mente una lista in termini di razza – ha detto un compratore di sesso inglese – Le ho provate tutte negli ultimi cinque anni, ma sono risultate essere tutte uguali.” In Cambogia, la prostituzione era intesa in questi termini: “Noi uomini siamo gli acquirenti, le prostitute sono le merci e il proprietario del bordello è il venditore.”

Una donna che si era prostituita a Vancouver per 19 anni ha spiegato la prostituzione negli stessi termini dei compratori di sesso: “Sono i tuoi proprietari per quella mezz’ora o quei venti minuti o quell’ora. Ti stanno comprando. Non hanno sentimenti nei tuoi confronti, tu non sei una persona, sei una cosa da usare.”

Usando la sua propria e speciale logica, il compratore di sesso calcola che in aggiunta all’acquistare accesso sessuale, il denaro gli compri il diritto di evitare di pensare all’impatto della prostituzione sulla donna che usa. La sua fantasia è la fidanzata senza-problemi che non gli fa richieste ma è disponibile a soddisfare i suoi bisogni sessuali. “E’ come affittare una fidanzata o una moglie. E puoi scegliere come da un catalogo.”, ha spiegato un compratore inglese di sesso. I compratori di sesso cercano l’apparenza di una relazione. Un certo numero di uomini hanno spiegato il loro desiderio di creare l’illusione, diretta ad altri uomini, di aver acquisito una donna attraente senza averla pagata. (…)

In Scozia, i ricercatori hanno scoperto che più spesso gli uomini comprano sesso, meno empatia provano per le donne che si prostituiscono: “Io non voglio sapere niente di lei. Non voglio che si metta a piangere o altre cose perché questo rovina l’idea, per me.” Gli uomini creano un’eccitante versione di ciò che la prostituta pensa e prova che ha scarse basi nella realtà. Andando contro tutta l’evidenza del buonsenso, la maggioranza dei puttanieri che abbiamo intervistato credeva che le prostitute fossero sessualmente soddisfatte dalle loro performance sessuali. La ricerca compiuta con le donne, d’altra parte, mostra che esse non sono eccitate dalla prostituzione e che, con il tempo, la prostituzione reca danni alla sessualità delle donne. (…)

L’opinione degli uomini favorevoli alla prostituzione è una dell’insieme di attitudini e pareri che incoraggiano e giustificano la violenza contro le donne.

Attitudini per chi si sente di avere il diritto all’accesso al sesso e all’aggressione sessuale e attitudini di superiorità rispetto alle donne sono connesse alle violenza maschile contro le donne. La ricerca mostra che i compratori di sesso tendono a preferire sesso impersonale, temono il rigetto delle donne, hanno un’ostile auto-identificazione mascolina e sono più inclini allo stupro dei non compratori, se possono farla franca. In Cile, Croazia, Messico e Ruanda, i compratori di sesso erano più inclini a stuprare degli altri uomini. Significativamente, gli uomini che avevano usato donne nella prostituzione avevano molte più probabilità di aver stuprato una donna rispetto agli uomini che non compravano sesso. In Scozia, abbiamo scoperto che più volte un puttaniere usa le donne nella prostituzione, più è probabile che abbia commesso atti sessuali coercitivi contro donne che non si prostituiscono. (…)

I compratori di sesso vedono, e allo stesso tempo rifiutano di vedere, la paura, il disgusto e la disperazione nelle donne che comprano. Se lei non corre fuori dalla stanza urlando “Aiuto, polizia!”, allora il compratore conclude che lei ha scelto la prostituzione. Sapere che le donne nella prostituzione sono state sfruttate, coartate, rispondono a un magnaccia o sono state trafficate non scoraggia i compratori di sesso. Metà di un gruppo di 103 compratori di sesso londinesi ha attestato di aver usato una prostituta di cui sapevano che era sotto il controllo di un magnaccia. Uno di loro ha spiegato: “E’ come se lui fosse il suo proprietario.” E un altro: “La ragazza viene istruita su quel che deve fare. Tu puoi rilassarti completamente, è il suo lavoro.” (…)

L’argomento che legalizzare la prostituzione la renderebbe “più sicura” è la razionalizzazione principale per legalizzare o decriminalizzare la prostituzione. Tuttavia, non ci sono prove per questo. Invece, ascoltiamo rivendicazioni egoistiche e asserzioni dalle forti parole ma senza dati empirici. Le conseguenze della prostituzione legale in Olanda e Germania hanno mostrato quanto male può andare: al 2016, l’80% della prostituzione olandese e tedesca è controllata da mafie criminali. Dopo la legalizzazione in Olanda, il crimine organizzato è andato fuori controllo e le donne nella prostituzione non sono state più al sicuro di quando la prostituzione era illegale. Dopo la legalizzazione nello stato di Victoria, Australia, i magnaccia hanno aperto 95 bordelli legali ma allo stesso tempo ne hanno aperti altri 400 di illegali. Invece di far diminuire i crimini violenti correlati, la legalizzazione della prostituzione è risultata come aumento del traffico di esseri umani (la ricerca ha interessato 150 paesi). Chiunque conosca la vita quotidiana di chi si prostituisce capisce che la sicurezza nella prostituzione è una chimera. I sostenitori della prostituzione legale lo capiscono, ma raramente lo ammettono.

Pure, prove alla mano, la “Sex Workers’ Education and Advocacy Taskforce in South Africa” ha distribuito una lista di suggerimenti per la sicurezza inclusa la raccomandazione, per la persona che si prostituisce, di calciare una scarpa sotto il letto mentre si spoglia e, nel recuperarla, di controllare se ci sono coltelli, manette o corda. Il volantino fa notare anche che sprimacciare il cuscino sul letto permetterebbe un’addizionale ricerca di armi. Un magnaccia olandese ha detto a un giornalista: “Non ci vogliono cuscini nella camere del bordello. Il cuscino è un’arma per l’assassinio.” Un’organizzazione di S. Francisco consiglia: “Fate attenzione alle uscite e impedite al vostro cliente di bloccare quelle uscite” e “Le scarpe dovrebbero togliersi e mettersi facilmente ed essere adatte alla corsa” e ancora “Evitate collane, sciarpe, borse la cui tracolla attraversa il collo e ogni altra cosa che possa accidentalmente o intenzionalmente essere stretta attorno alla vostra gola.”

Il gruppo “Australian Occupational and Safety Codes for prostitution” raccomanda un training per la negoziazione da parte di ostaggi, contraddicendo completamente la nozione di prostituzione come lavoro qualsiasi. Al pulsante d’allarme nei saloni per massaggi, nelle saune e nei bordelli non si può rispondere abbastanza velocemente per prevenire la violenza. I pulsanti d’allarme nei bordelli legali hanno tanto senso quanto ne avrebbero nelle case di donne che subiscono maltrattamenti. (…)

I compratori di sesso e i sostenitori del commercio di sesso possono riconoscere una frazione degli abusi e dello sfruttamento all’interno della prostituzione, ma li giustificano perché alle donne è permesso fare molti soldi. Una volta che siano pagate, sfruttamento abuso e stupro scompaiono. “Sono tutte sfruttate. – ha detto un puttaniere italiano – Tuttavia, hanno anche dei bei guadagni.” Un altro compratore di sesso ha descritto gli stupri subiti dalla donna da parte del suo magnaccia ma, ha aggiunto, “Succede una volta ogni tanto, non ogni settimana”. (…)

Magnaccia e trafficanti rappresentano la prostituzione falsamente come un lavoro facile, divertente e remunerativo per le donne. Alcuni assai noti sostenitori della prostituzione si presentano come “sex workers”, sebbene siano invece “manager” per donne nel commercio del sesso: certi sono magnaccia e certi sono stati arrestati per favoreggiamento della prostituzione, per aver aperto bordelli o trafficato esseri umani.

C’è un clamoroso conflitto di interessi quando individui che dirigono/posseggono/sfruttano stanno nella stessa organizzazione di chi è sotto il loro controllo. La falsa rappresentazione diventa ancora meno etica quando proprietari di bordelli e magnaccia nascondono le loro appartenenze, proclamando di rappresentare gli interessi delle prostitute. Nascondendosi dietro la bandiera del “sindacato”, i magnaccia si appellano alla simpatia della Sinistra. Tuttavia, gruppi come New Zealand Prostitutes Collective, the International Union of Sex Workers (GB), Red Thread (Olanda), Durbar Mahila Samanwaya Committee (India), Stella (Canada) e Sex Worker Organizing Project (USA) – mentre promuovono aggressivamente la prostituzione come lavoro non assomigliano affatto a sindacati dei lavoratori. Non offrono pensioni, sicurezza, riduzione d’orario, benefici per le disoccupate o servizi d’uscita dalla prostituzione (che il 90% delle prostitute affermano di volere). Invece, questi gruppi promuovono un libero mercato di esseri umani usati per il sesso.

Noi abbiamo individuato 12 persone (femmine e maschi) di 8 paesi diversi che si identificano pubblicamente come “sex workers” o sostenitori di chi lavora nel commercio di sesso, ma che hanno anche venduto altre persone o sono stati implicati nel commercio di sesso in vari modi specifici. Tutti costoro reclamano la decriminalizzazione dello sfruttamento della prostituzione. Molti sono stati arrestati per aver diretto bordelli e agenzie di escort, per aver trafficato persone, per aver promosso o favorito la prostituzione o per aver derivato i propri guadagni dalla prostituzione altrui, per esempio:

Norma Jean Almodovar, USA, International Sex Worker Foundation for Art, Culture, and Education, Call Off Your Old Tired Ethics (COYOTE): condannata per favoreggiamento della prostituzione.

Terri Jean Bedford, Canada, “sostenitrice delle sex workers” che descriveva se stessa pure come “sex worker”: condannata per aver diretto un bordello.

Claudia Brizuela, Argentina, Association of Women Prostitutes of Argentina, Latin American-Caribbean Female Sex Workers Network: arrestata con l’accusa di traffico di essere umani a scopo di sfruttamento sessuale. Entrambi i gruppi citati di cui fa parte erano finanziati da UNAIDS e facevano riferimento ad Amnesty International per avere sostegno.

Maxine Doogan, USA, Erotic Service Providers Union: arrestata per favoreggiamento della prostituzione e riciclaggio di denaro sporco. Ha ammesso il favoreggiamento ed è stata condannata.

Douglas Fox, Gran Bretagna, International Union of Sex Workers: arrestato per aver derivato i propri guadagni dallo sfruttamento della prostituzione, consigliere di Amnesty International, co-dirige un’agenzia di escort.

Eliana Gil, Messico, Global Network of Sex Work Projects, Latin American-Caribbean Female Sex Workers Network: condannata per traffico di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale. Era la magnaccia, assieme al figlio, di circa 200 donne a Città del Messico. L’associazione Latin American-Caribbean Female Sex Workers Network era affiliata al programma delle NU sull’Hiv/Aids, affiliata all’Organizzazione Mondiale per la Sanità e citata da Amnesty International.

Margo St. James, USA, COYOTE: arrestata per aver diretto un bordello. La sua dichiarazione è che sebbene le donne nelle stanze della sua casa si prostituissero, lei non lo faceva. (…)

L’esistenza della prostituzione ovunque è il tradimento della società nei confronti delle donne, in special modo di quelle che sono marginalizzate e vulnerabili a causa del gruppo etnico di cui fanno parte, della loro povertà, delle loro storie di abuso e abbandono.

La complicità dei governi sostiene la prostituzione. Quando il commercio di sesso si espande, le donne competono meno con gli uomini per i posti lavoro. Quando la prostituzione è incorporata nelle economie di stato, i governi sono sollevati dalla necessità di trovare impieghi per le donne. Nei paesi in cui la prostituzione è legale le tasse sul sangue sono raccolte dallo stato-magnaccia. Banche, linee aeree, internet providers, alberghi, agenzie di viaggio e tutti i media integrano lo sfruttamento e l’abuso delle donne coinvolte nella “prostituzione turistica”, ricavandone grandi profitti.

Se ascoltiamo le voci e le analisi delle sopravvissute che sono uscite dalla prostituzione – coloro che non sono più sotto controllo – ci dirigeranno verso le ovvie soluzioni legali. Gli uomini che comprano sesso devono essere ritenuti responsabili delle loro aggressioni predatorie. Chi si prostituisce non deve subire arresti e le/gli devono essere offerte alternative reali per la sopravvivenza. Coloro che profittano dalla prostituzione – magnaccia e trafficanti – devono pure essere ritenuti responsabili. Un approccio alla prostituzione basato sui diritti umani, che la riconosce come sfruttamento sessuale, come quello di Svezia, Norvegia, Islanda e Irlanda del Nord, fornirebbe sicurezza e speranza. Ma prima dobbiamo muoverci oltre le bugie dei magnaccia e dei profittatori. So che possiamo farlo.

Riassumendo:

1. La verità sulla prostituzione è spesso nascosta dietro le bugie, le manipolazioni e le distorsioni di chi profitta del commercio sessuale. Le verità più profonde sulla prostituzione vengono alla luce nelle testimonianze delle sopravvissute, così come nella ricerca sulle realtà psicosociali e psicobiologiche della prostituzione stessa.

2. Alle radici della prostituzione, come per tutti gli altri sistemi coercitivi, ci sono disumanizzazione, oggettivazione, sessismo, razzismo, misoginia, mancanza di empatia / senso patologico dell’aver diritto (magnaccia e clienti), dominio, sfruttamento e un livello di esposizione cronica alla violenza e alla degradazione che distrugge personalità e spirito.

3. La prostituzione non può essere resa sicura legalizzandola o decriminalizzandola. La prostituzione deve essere completamente abolita.

4. La prostituzione assomiglia più all’essere cronicamente assalite sessualmente, danneggiate e stuprate che a lavorare in un fast food. La maggioranza delle prostitute soffre di acuta sindrome da stress post traumatico e vuole uscirne.

5. I compratori di sesso sono predatori: spesso hanno comportamenti coercitivi, manca loro empatia e hanno attitudini sessiste che giustificano l’abuso delle donne.

6. Una soluzione esiste. Si chiama modello svedese ed è stata adottata in diversi paesi. L’essenza della soluzione è: criminalizzazione per clienti e magnaccia, decriminalizzazione per le donne e il provvedere loro risorse, alternative, alloggi sicuri, riabilitazione.

7. La prostituzione ha effetti su ognuno di noi, non solo su chi è coinvolto.

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dipinto di dorien plaat

Dorien Plaat è una pittrice autodidatta che da anni espone le sue opere in gallerie di tutto il mondo. Nata a Khumasi, in Ghana, da genitori olandesi Dorien ha passato l’infanzia in Venezuela e Sri Lanka. Più tardi, da adulta, ha vissuto in Tanzania, Nigeria e Vietnam prima di stabilire la sua residenza permanente in Olanda.

Il suo lavoro mi ha colpita per l’intensità dell’empatia con cui ritrae i suoi soggetti: così irriducibili nella loro fragilità, così amabili, così vivi e veri.

dorien plaat collage

Ho poi scoperto che quando le chiedono qual è l’essenza della sua arte, Dorien Plaat risponde con una poesia del brasiliano Carlos Drummond de Andrade (1902 – 1987), “Vita più piccola”:

Ne’ ciò che è privo di vita,

ne’ l’immortale o il divino,

solo il vivente,

l’estremamente piccolo, silente, stolido

e solitario vivente.

Ecco quel che cerco.

Maria G. Di Rienzo

dipinto di dorien plaat2

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(di Flavia Dzodan, per Red Lights Politics, 29 ottobre 2013, trad. Maria G. Di Rienzo. Flavia è scrittrice, conferenziera, facilitatrice; inoltre, lei si definisce “istigatrice di idee” e “creatrice di contenuti” soprattutto sulle intersezioni fra politica, cultura, etnia e genere… “con un po’ di umorismo e di pop gettati nel miscuglio”. Di suo potete leggere anche:

https://lunanuvola.wordpress.com/2013/08/10/le-avevo-dato-un-nome/ )

Flavia

Ieri menzionavo come i media abbiano dato la cornice di “dibattito” all’attuale violenza razzista che sta accadendo in Olanda. A me ripugna questa definizione e, del tutto francamente, mi ripugna anche il concetto occidentale di “dibattito”. Ora, lasciatemi essere chiara, io amo un buon dibattito (o uno scherzo giocoso) quanto chiunque altro. Possiamo dibattere se il triphop è superiore al dubstep (lo è) o se la cioccolata bianca è deliziosa o no (lo è).

Tuttavia, ecco ciò che non farò mai: non mi impegnerò mai in “dibattiti” sull’umanità delle persone. Non darò credibilità ad argomentazioni che mettono in questione il mio (nostro) diritto di vivere come persone autocoscienti della propria realtà. Interagire con i razzisti (o i sessisti, i misogini, gli omofobi, i transfobici, ecc.) per “dibattere” i loro punti crea una falsa equivalenza. Dà credibilità al loro bigottismo mettendolo sullo stesso livello delle nostre esperienze di vita e dei nostri bisogni.

Quest’invenzione bianca ed europea del “dibattito” garantisce a coloro che hanno potere l’autorità per decidere cos’è valido e cosa non lo è. Se io “vinco” il dibattito, costoro mi conferiranno graziosamente umanità, concessa a me come un dono. La mia umanità, la mia vita, le mie esperienze, non sono una moneta di scambio che essi possono usare per rinforzare l’attuale struttura di potere. Sono loro che hanno necessità di esaminare il proprio sistema di convinzioni, quietamente e tramite la riflessione su di sé, e di capire che nutrono pregiudizi.

La mia vita non è l’attrezzo tramite cui dovrebbero fare questo. Ci sono innumerevoli testi, video, documentari e media già prodotti su queste tematiche. E rivestono tutte le varianti di accessibilità e linguaggi, permettendo a gente con un vasto raggio di livelli d’istruzione di accedere a questa conoscenza. Io non sarò la scorciatoia che permette loro di evitare l’esposizione a tali materiali, per “decidere” se io ho ragione o no.

Cambiare il proprio cuore è un’impresa solitaria, che viene dall’interagire con tutte queste testimonianze e media al proprio passo e con i propri tempi. La nozione suddetta di “dibattito” è contraria alla riflessione su di sé necessaria per il cambiamento; messa semplicemente, è un passatempo per permettere a chi ha potere di mantenere la propria posizione. E, come dovreste aspettarvi, io mi rifiuto di farlo.

(Ndt. Anch’io. Per questo è inutile andare a cercare il mio numero di telefono o la mia mail su google e affini, come qualche sprovveduto sta facendo.)

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(tratto da: “Here I am. Fatigue, depression and infertility.”, un più ampio articolo di Flavia Dzodan per Tiger Beatdown, 2013, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Me ne sto seduta a battere sulla tastiera e cancellare tutto, digitare e cancellare, di nuovo, un altro tentativo. Continuo a pensare che devo ricominciare a scrivere, a pensare ad alta voce, a condividere, perché in questo stadio della mia vita è la sola cosa che so fare.

Respiro profondamente e scrivo.

Una volta ero una straniera illegale in Olanda. Una volta ero incinta. Una volta sono stata denunciata ai servizi per l’immigrazione da una donna olandese che sapeva sia che io ero illegale, sia che io ero incinta. Una volta sono stata arrestata. Una volta mi sono state negate cure mediche mentre mi trovavo nel centro di detenzione. Una volta sono stata deportata. Ho avuto un aborto spontaneo (la creatura era morta, sono stata ripulita alla bell’e meglio in un ospedale malmesso e dallo scarso personale in un sobborgo di Buenos Aires). Adesso sono sterile. Ciò è accaduto quindici anni fa.

Ecco, l’ho scritto. Questa è la mia storia in sintesi. Ed è la cosa più difficile che io abbia mai scritto in vita mia.

donne in attesa deportazione

Sono passati quindici anni ed ora siedo in pieno agio nella mia casa di Amsterdam. Non sono più illegale. In effetti, non lo sono più da dieci anni. Odio la parola “illegale” quando è applicata agli esseri umani. Pure, è una parola che ancora mi definisce. La mia impossibilità di avere bambini è illegale. Mi è stata somministrata dallo Stato. Immigrata illegale, madre illegale, donna illegale, straniera illegale, aliena illegale… mi fa pensare alle storie di rapimenti da parte degli extraterrestri e rido, anche se a distanza di 15 anni ancora di tanto in tanto non dormo la notte a causa dei flashback in cui lo Stato mi porta via – mi rapisce – dalla mia casa, la casa in cui vivevo con quello che allora ero il mio ragazzo ed oggi è mio marito, troppo poveri entrambi per pensare di chiedere permessi di soggiorno: non avevamo i requisiti che lo Stato domandava, non potevamo nemmeno permetterceli, e vi dico che con il tempo sono solo peggiorati. Vedete, la mia era “povertà europea”, all’epoca, molto differente dalla “povertà nel paese straniero” che sollecita gli “oh” e gli “ah” di simpatia dagli occidentali.

Andiamo all’ottobre 2012. Sono in un centro per la cura dell’infertilità in Spagna. Mio marito ha voluto darmi questo. Pensava mi avrebbe aiutata a guarire, che avrebbe aiutato entrambi a guarire. Una seconda possibilità. Non avrei mai avuto la bambina che morì mentre ero in detenzione (sapevo che era una femmina) ma almeno avrei avuto una possibilità. E’ irrazionale, lo so, ma la mia vita è stata un susseguirsi di vortici di irrazionalità e non intendo rompermi le scatole ancora sul piccolo dettaglio del come facevo a sapere che era una bambina. Le avevo dato un nome. Quando cominciai a sanguinare implorai. Piansi. Ripetei alle guardie che ero incinta. Loro mi risposero che non aveva importanza perché sarei stata deportata comunque. Mi lasciarono sanguinare e piangere. E adesso sono in una sala d’aspetto del centro spagnolo, terrorizzata, mentre i flashback continuano ad arrivare, la luce nella cella accesa da mezzanotte alle sette del mattino. Ho letto tanto sulla detenzione di migranti non regolari e nessun rapporto menziona il dettaglio: i tubi fluorescenti sempre accesi. Io li supplicai di spegnerli perché non riuscivo a dormire: insistetti sul fatto che ero incinta, ma non importava, sarai stata deportata comunque.

Ho la lista sul cellulare. Posso accedere alla lista ogni volta in cui ho bisogno di ricordarmi chi sono. Dalla metà degli anni ’90, circa 17.000 persone sono morte nei centri di detenzione europei. Io aggiungo sempre la mia morta alla lista. La mia morta non è stata conteggiata perché non è ufficiale. Non l’ho mai segnalata alle ong che tengono il registro dei cadaveri. Pure, sin dal giorno in cui seppi che stavo portando dentro di me una bimba morta (una bimba morta immigrata illegale) non ho fatto altro che onorare la sua memoria.

Adesso è il novembre 2012. Sono pompata di ormoni. Per quindici anni ho lottato con i flashback e la memoria ma ora è troppo. Ho cominciato ad avere idee suicide. Voglio tagliarmi e non so neppure perché. Mi dico ripetutamente: “Te la sei voluta, eri un’immigrata illegale, hai infranto la legge, dovevi aspettartelo.” E’ come se ogni commento su internet alle storie dei migranti non documentati mi stesse arrivando personalmente, a ricordarmi le mie scelte sbagliate. Ogni giorno, per dieci giorni, mio marito mi fa un’iniezione sul ventre. Ormoni, e il paradosso del voler portare vita al mondo nel mentre desidero uccidermi è una conseguenza non intenzionale della medicina che dovrebbe guarire la mia sterilità. Mi guardo allo specchio, nuda. Odio ogni particolare del mio corpo. Piangendo davanti allo specchio mi dico: “Questo è l’aspetto di una persona spezzata”. Non sono mai stata “bella”, non nel senso degli ideali di bellezza occidentali, ma non mi sono mai sentita più brutta. Ogni giorno, dodici pillole con altri ormoni mi ricordano che sono senza valore. Non sono neppure capace di fare una cosa basilare per cui il mio corpo è biologicamente disegnato, restare incinta. E lotto con un altro paradosso, e capisco quanto strano e raro sia: un tempo ero un’immigrata illegale che è stata resa sterile, e ora ho abbastanza denaro da tentare di aggiustare quel che si è rotto. La lista, dico a me stessa, la lista con i nomi di tutti quelli che non hanno avuto una possibilità. Il mio nome dovrebbe stare in quella lista.

Mi si accusa spesso di essere “risentita” o “razzista verso i bianchi” o “arrabbiata in modo irrazionale”. Compatisco quelli che non hanno mai fatto esperienza del vedersi portare via la cosa che volevano di più e sono capaci di chiamare un’altra persona “risentita”. Mio marito spesso mi dice: “Ma loro non conoscono i tuoi motivi.” Io rispondo che anche se li conoscessero chiederebbero più prove, più sofferenza, più dolore per potermi credere. E questa è la ragione per cui non ho mai parlato in pubblico del mio passato di immigrata illegale. Ho sempre pensato che se lo avessi fatto sarebbe stato usato contro di me, per togliere valore a tutto ciò per cui lotto: “Oh, ma tu sei coinvolta emotivamente”, “Non è possibile che tu abbia un’opinione imparziale su questo”… Perciò, sono rimasta zitta anche se credo con tutto il cuore che il personale è politico. Non ho parlato perché temevo di vittimizzare me stessa e, nel processo, di rendere sospetta ogni cosa che scrivo sulle politiche dell’Unione Europea. Provavo anche vergogna. I clandestini sono “la rovina della società”, “sono illegali”, “sono delinquenti”. Ma poiché non riesco a scrivere nulla da quattro mesi, non ho più niente da perdere. Adesso è il momento per portare alla luce la mia storia. Potrò non essere imparziale, o oggettiva, o non compromessa, ma non lo è nemmeno uno Stato che rende sterili delle persone in ragione del loro status come immigrate, o uno Stato che trova giusto permettere di morire a 17.000 individui perché costoro hanno avuto la sfacciataggine di migrare senza avere i documenti giusti.

Alla fine di novembre 2012 sono in Spagna per l’impianto dello zigote. Poi devo prendere altri ormoni, e dopo tre settimane fare l’esame del sangue per vedere se sono effettivamente incinta. Giorni di nausea e di terrore. Prendo le pillole e inserisco le cialde in vagina religiosamente, faccio esattamente tutto quel che mi hanno detto di fare. E’ la seconda settimana di dicembre 2012. Una mattina mi sveglio e so che non sono incinta. Lo so e basta, proprio come sapevo che la bimba dentro di me era una bimba. Due giorni dopo l’esame del sangue lo conferma. Non ho concepito. Piango disperata ma subito dopo mi sento stranamente sollevata. Posso infine smetterla con gli ormoni e forse non sentirò più il desiderio costante di uccidermi. Posso, forse, tornare ad essere la persona che non odiava totalmente il proprio corpo. Posso, forse, finalmente accettare che non avrò mai un figlio. Piango e valuto la mia vita come un rendiconto di fallimenti: questo non sei riuscita a farlo, in questo hai mancato, qui e qua hai sbagliato, e ora sei troppo vecchia per fare qualcosa di significativo e sei responsabile della morte di tua figlia, e la tua sterilità è il castigo per questo… I giorni passano, ma io non miglioro molto.

Arriva Natale e ho l’albero più bello che abbia mai avuto. Non sono cristiana, ma amo l’albero. Celebro l’inverno perché è la mia stagione preferita e celebro i cicli della vita e la benedizione di essere vicina a coloro che amo. Ma per quanto riguarda la cerchia sociale evito il contatto con chiunque. Non voglio parlare del fallimento dell’impianto. Non voglio vedere nessuno mostrarmi compassione. Continuo a pensare che è colpa mia, che l’ho meritato. Ecco cosa succede se non si sta alle regole. Poi, con la neve, è arrivato un senso di speranza. Posso almeno vivere. Posso, almeno, tentare di urlare che alcune cose sono sbagliate. Che le donne nei centri di detenzione non meritano vedersi negare cure sanitarie, che le persone deportate non meritano di suicidarsi a causa del trauma (una triste realtà di cui si parla pochissimo). Mi dico: almeno, la tua storia può fungere da allarme.

Nel febbraio 2013 ho scritto questo testo. Per poter essere in grado di scrivere altro di nuovo, avevo prima bisogno di raccontare la mia storia. Il suo nome sarebbe stato Francesca: un nome carino per quella che speravo sarebbe stata la mia carina figlia. Lei è morta mentre io ero detenuta ed aspettavo la deportazione. Lei meritava di meglio. E, da allora, io non ho fatto altro che tentare di onorare una vita che lei non ha mai avuto la possibilità di vivere.

il fiore della vita

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Per quasi un mese, un gruppo di donne di diversa provenienza chiamato “Mettere in comunicazione le figlie” – http://www.connectingdaughters.com/ – ha viaggiato dal sud della Giordania sino in Palestina ed Israele, ospitato durante il cammino da altre donne: palestinesi, israeliane e beduine. Viaggiando a piedi, su cammelli e cavalli, su autobus e camion, le donne hanno seguito antichi tracciati dal 27 marzo al 21 aprile 2013, portando con sé il meno possibile ed onorando la Madre Terra in un “pellegrinaggio verde”. Il gruppo è sostenuto da vari uomini e due di essi, olandesi, le hanno seguite nel loro viaggio, filmando e documentando la storia. Le donne hanno viaggiato da Petra e Wadi Rum in Giordania e sono arrivate in Israele toccando molti luoghi, villaggi e montagne, luoghi ebrei e luoghi arabi, dal sud al nord e ritorno, passando per Neve Shalom.

(Ndt: l’Oasi della Pace fondata da Bruno Hussar nel 1970. Vedi http://www.neveshalom.org/ oppure in italiano http://www.oasidipace.org/ )

tappeto

Perché queste donne hanno deciso di fare le pellegrine? “Perché condividiamo un desiderio di pace. Siamo donne con diversi retroscena, veniamo dalla Giordania, dall’Olanda, dalla Palestina e da Israele. Durante i nostri viaggi incontriamo altre donne nelle loro comunità, sediamo insieme, fabbrichiamo vasi insieme, prepariamo cibo e tè insieme, ci scambiamo le nostre storie e le nostre danze.”

Tessere un nuovo racconto per terre martoriate da una guerra permanente è il loro scopo ultimo e sanno benissimo quanto lungo e difficile è un percorso con tale meta. Poiché sono attiviste pacifiste da tempo non stanno con le mani in mano: ma visto che c’erano hanno deciso di concretizzare questo nuovo racconto almeno a livello simbolico. Renderlo visibile, fare in modo che si potesse toccarlo… e così hanno tessuto il Tappeto della Pace e se lo sono portate dietro ovunque durante il pellegrinaggio: le donne che hanno incontrato nelle varie tappe sono intervenute aggiungendo al tappeto il loro contributo di ricami, stoffe, nastri, bottoni, colori, parole.

tappeto 2

Nel nostro progetto cerchiamo le somiglianze e celebriamo le differenze. E’ un progetto in cui le figlie delle bibliche Sara, Hagar e Ketura viaggiano insieme per mostrare al mondo che stare insieme è possibile, che fare la pace è possibile. Attraversiamo confini, culture, linguaggi, religioni, per trovare pace e costruire pace, dentro di noi e fuori di noi. Lavorando insieme alla decorazione del Tappeto della Pace abbiamo fatto in modo che riflettesse le nostre preghiere e il nostro potere.”

Marjon Bovens, olandese co-fondatrice del gruppo, ha lavorato come facilitatrice per tutta la vita, sempre cercando nuovi modi di portare attorno allo stesso tavolo, o di far sedere sullo stesso tappeto, persone che normalmente non si sarebbero mai incontrate. Da cinque anni ci prova in Israele e Palestina, con la collaborazione di Lana Nasser, danzatrice, scrittrice e ritualista giordana, e di donne israeliane e palestinesi come Tali, Diana, Ora, Dafna… “La pace è possibile. Le donne possono portarla ovunque. – sostiene Marjon – Gli uomini dovrebbero sostenerle, emularle e seguirle. Nel corso del nostro viaggio abbiamo invitato le donne che incontravamo ad unirsi a noi nel pellegrinaggio sino alla sua ultima tappa, Gerusalemme.” E così quelle che potevano hanno fatto, e il 21 aprile ce n’erano un bel po’ a distendere il Tappeto della Pace e a danzare e a cantare insieme: La mia casa sta dove sta il mio cuore, e il mio cuore è con te. Maria G. Di Rienzo

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“Io voglio sostenere ed accelerare il sorgere della consapevolezza femminile. Voglio promuovere il potere delle donne. Uno degli attrezzi che uso per questo è il più antico rituale femminile al mondo che sia stato tramandato. Si chiama Raqsat Al Ilaha e cioè Danza della Dea, oppure Raqsat Al Wilada, Danza della Nascita. In occidente si conosce questo rituale come… danza del ventre! Ma “danza del ventre” è un termine coniato proprio in occidente: è la traduzione dal francese “danse du ventre”, il nome dato alla danza dai viaggiatori europei che per primi la incontrarono. Non è abbondantemente ora che le donne entrino orgogliosamente nell’arena del potere, non come duplicati degli uomini, ma come dee gioiose che desiderano partecipare all’innovazione ed al cambiamento del mondo?”

Così Kaouthar Darmoni, tunisina-olandese, assistente docente in “Genere e Media” all’Università di Amsterdam, pedagogista e terapeuta, ricercatrice sulle danze tradizionali in una dozzina di paesi dal Medioriente all’Africa del nord, spiega perché ha fondato il centro “Kaouthar Feminine Capital & Goddess Dance”. La musica e il ballo sono per lei “ponti di comunicazione” fra culture e ritiene che i “ponti” forniti dalle danze delle dea siano molto validi in questo senso, nonché un’eredità umana che se non preservata rischia di sparire a causa della modernizzazione e dei fondamentalismi.

kaouthar darmoni

Dice ancora Kaouthar: “La Danza del ventre della Dea, come io la chiamo, ha una lunga storia. Nata per celebrare la Madre Terra, metteva in scena i movimenti che rendono possibile il parto. Per tutta la preistoria le donne hanno danzato con altre donne in cerimonie sacre. La Danza della Dea era intesa a connettere le donne con il loro potere di essere fertili e a ristorare i muscoli del corpo e della vagina dopo il parto. Un’altra sua funzione era sociale: il creare tramite la celebrazione solidarietà, amicizia e intimità fra donne. Ma la funzione principale era l’ottenere sostegno spirituale e fisico per il parto. Le donne si ancoravano alla terra tramite la danza a piedi nudi, mandavano la loro forza nella terra tramite le loro anche. Tendendo e rilassando lo stomaco e i muscoli genitali, imitavano i vitali movimenti del travaglio. La danza addestrava le donne ad essere forti e concentrate e allo stesso tempo gentili: questa è la dualità che è necessaria durante un parto.

Quando 4.000 anni fa le religioni patriarcali si imposero, la danza fu trasformata in intrattenimento. Durante l’Impero Ottomano, danzatrici gitane erano assunte per intrattenere le donne degli harem, continuando la tradizione di donne che danzavano esclusivamente per altre donne. Al termine dell’Impero Ottomano alle donne fu permesso di nuovo danzare in pubblico, questa volta sia per le loro simili sia per gli uomini. I pittori europei scoprirono la danza della Dea nel 18° secolo, durante la loro “febbre” orientalista, e la introdussero in occidente dove, affascinati dai ventri esposti, la chiamarono “danza del ventre”. Da allora è stata vista e usata come “stimolo sessuale”, specialmente nel cinema di Hollywood, invece che come danza, come arte. Questa immagine artificiosa, non la danza in sé, è per molti disagevole o disturbante.

La Danza del ventre della Dea è per TUTTE le donne. Giovani e anziane. Figure ampie e figure sottili. Il vostro peso non conta niente, quel che è importante è come esprimete i vostri sentimenti e la vostra passione nella danza. Si tratta di una forma di danza gentile e intensa; se fatta correttamente protegge le giunture e la spina dorsale, migliora la flessibilità e la capacità cardiovascolare, tonifica i muscoli. Il muovere quest’area del corpo, il ventre, in modi piacevoli, con ondulazioni e figure a “otto”, anziché con strappi e torsioni, è un tale cambiamento di attitudine che ha effetti immediati anche sull’autostima. Questa danza è l’esatto contrario dell’aerobica o del balletto classico, dove c’è un’enorme pressione sociale ad essere magre e dove i movimenti sembrano “strambi” se non lo sei: nella Danza della Dea ogni corpo è elegante, aggraziato e forte. Danzarla crea un’oasi in cui liberarsi dalle pressioni e dallo stress, crea pace dentro di noi, che è il primo passo per creare pace attorno a noi.” Maria G. Di Rienzo

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