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Posts Tagged ‘prostituzione’

(“Why I Resigned from the South African “Sex Work” Movement”, di Mickey Meji – in immagine – per Voice 360, 12 giugno 2018, trad. Maria G. Di Rienzo. Mickey Meji è una delle principali attiviste di “Embrace Dignity” – “Abbraccia la dignità”, un’organizzazione che lavora per mettere fine allo sfruttamento commercializzato del sesso e al traffico di esseri umani a scopo sessuale in Sudafrica.)

Mickey Meji

Come molte donne in Sudafrica con esperienza personale nel commercio di sesso, quando inizialmente mi sono unita al “Sisonke Movement of Sex Workers” avevo la falsa impressione che esso esistesse per rappresentarmi nella mia richiesta di diritti umani come donna che stava vendendo sesso. Ho poi scoperto che non è per nulla questo ciò che il movimento vuole.

Non sono più associata ad esso da molti anni, ma sono stata informata la scorsa settimana che devo “dare ufficialmente le dimissioni” perché non mi si conti più come membro del gruppo. Venerdì scorso ho fatto esattamente così – come hanno fatto molte altre donne che conosco e che hanno esperienza diretta nella prostituzione.

Personalmente sono entrata nel commercio sessuale per disperazione. Il passato coloniale del Sudafrica, l’apartheid, la povertà, i trascorsi abusi sessuali e fisici e altre diseguaglianze erano il contesto per questo.

La prostituzione non è mai una libera “scelta”. La maggioranza delle donne che vi entrano qui sono donne nere povere con retroscena svantaggiati. Lo fanno in primo luogo a causa della mancanza di scelte. E la stragrande maggioranza delle donne nella prostituzione non la vedono come “lavoro”, ma piuttosto come un tormentato mezzo di sopravvivenza. In pratica ognuna non vede l’ora di uscirne al più presto possibile.

Invece di riconoscere questa dura realtà, Sisonke promuove, sostiene e chiede la totale decriminalizzazione del commercio di sesso e il suo riconoscimento come lavoro. Ciò significa non solo decriminalizzare le persone che vendono sesso, ma anche quelli che ci comprano e ci sfruttano e quelli che ci vendono per il loro tornaconto economico. Questo modello è fallito in Nuova Zelanda dove il traffico di esseri umani continua a prosperare e dove la violenza contro donne e ragazze nella prostituzione è nascosta dal considerarla “un lavoro come un altro”.

Ciò ignora le prove sempre crescenti che le donne nella prostituzione fanno esperienza di enormi violazioni dei loro diritti umani, incluso lo stupro, la violenza fisica, la disumanizzazione e l’omicidio perpetrati dagli uomini che ci comprano. Poi siamo ulteriormente vittimizzate dai magnaccia e dai proprietari dei bordelli che ci vendono per proprio beneficio finanziario e dalla polizia, giacché le persone che sono vendute per il sesso sono ancora considerate criminali per la legge sudafricana.

Il movimento per la completa decriminalizzazione del commercio sessuale non riconosce la tendenza globale che va in direzione differente. Nonostante la schiacciante evidenza che si tratta dell’unico approccio che dimostra di ridurre la violenza e ci porta più vicini all’eguaglianza di genere, Sisonke non sostiene il modello nordico che decriminalizza, sostiene e fornisce servizi d’uscita a coloro che vendono sesso, ma simultaneamente criminalizza gli elementi di sfruttamento – proprietari di bordelli, magnaccia e compratori.

Durante gli ultimi vent’anni nazioni che includono Svezia, Islanda, Norvegia, Canada, Irlanda del Nord, Francia e Irlanda hanno tutte adottato la politica “modello egualitario” per il commercio sessuale. Ciò è accaduto in gran parte come risposta agli sforzi delle sopravvissute al commercio sessuale, sostenute da gruppi di donne nazionali e internazionali.

Una delle più grosse bugie del movimento “sex work” di cui Sisonke fa parte è che loro rappresenterebbero in tutto e per tutto i migliori interessi delle donne nella prostituzione. “Sex work” è una denominazione fuorviante che le persone nella prostituzione non usano. E’ anche un termine dall’ampio significato e include non solo chi vende o è venduta per il sesso, ma anche ogni singola persona abbia connessioni al commercio sessuale – fra cui chi fa il pappone e chi dirige bordelli. Il fatto che Sisonke proponga la decriminalizzazione completa mostra che dà priorità ai desideri di questi perpetratori di abusi piuttosto che a quelli di chi direttamente li subisce.

Questa tendenza preoccupante non è solo sudafricana. Ha alzato la sua brutta testa in vari luoghi. Gruppi che pretendono di agire in nome delle donne nella prostituzione, ma in realtà sostengono magnaccia, proprietari di bordelli e compratori, sono aumentati in giro per il mondo. Si sono collegati tramite rapporti ufficiali a Unaids e all’Organizzazione Mondiale per la Sanità e hanno influenza diretta sulle politiche relative ai diritti umani di organizzazioni come Amnesty International.

Come qualcuna che continua a lottare per i diritti delle donne incastrate nel commercio di sesso è devastante, per me, vedere come le nostre vite, la nostra sicurezza e il nostro benessere siano compromessi da quegli stessi gruppi che pretendono di rappresentarci.

Le sopravvissute al commercio sessuale sanno quale approccio funziona meglio – il “modello egualitario” o nordico, che ha anche costituito una delle raccomandazioni del rapporto della Commissione sudafricana per la riforma legislativa, pubblicato lo scorso giugno.

Non accetteremo più che altre persone parlino per noi e usino le nostre sventure per trarne beneficio. Stiamo costruendo il nostro proprio movimento globale e non ci azzittiranno più.

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“Tolerance has taken over feminism, and it threatens to destroy the movement”, di May Mundt-Leach per Feminist Current, 30 marzo 2018, trad. Maria G. Di Rienzo. May Mundt-Leach è una studente universitaria inglese e membro dell’organizzazione femminista Kvinnorum.)

“Siamo diventate riluttanti a essere etichettate come quelle che fanno crociate morali in un’era in cui il potenziale umano è degenerato al “farsi i fatti propri”. Siamo condizionate a produrre blande osservazioni e battute ciniche in risposta a oscenità su scala nazionale e perversità di magnitudo universale. Siamo anestetizzate al punto da trovare normali crudeltà e disperazione.” – Hilde Hein, 1982

Nel suo libro del 1986 “A Passion for Friends: Towards a Philosophy of Female Affection”, Janice Raymond fa riferimento al lavoro di Hilde Hein per descrivere un curioso fenomeno che si introduceva in parti del movimento delle donne durante quel periodo. “La tirannia della tolleranza – argomenta – dissuade le donne dal pensare in modo risoluto, dalla responsabilità del dissentire da altri e dalla volontà di agire. Peggio ancora, permette a principi oppressivi di affiorare senza essere confutati.”

L’osservazione di Raymond è piena di un discernimento che può (più facilmente di quanto dovrebbe) essere applicato al femminismo oggi. Il dominio totalitario del patriarcato ha forzato una clausola particolarmente nociva per le giovani donne: nessun giudizio di valore dev’essere espresso su qualcosa o qualcuno. I principi morali sono per i puritani e l’intervento critico è ritenuto “escludente” di vari gruppi o individui. Il termine “patriarcato” è gettato da una parte all’altra come se si trattasse di niente di più di uno strano oggetto che occasionalmente casca dal cielo, menzionato costantemente di passaggio ma a cui non si dà mai la profondità di analisi che esso richiede.

La parola “tolleranza” deriva dal Latino “tolerare” che significa “sorreggere, subire, patire” e, abbastanza letteralmente, “sopportare”. Nel patriarcato, le donne sono state preparate a un perpetuo stato di tolleranza. La tolleranza dei costumi, culture, comportamenti e sessualità maschili è stata storicamente forzata sulle donne dalle leggi di dei maschi, stati maschi e parenti maschi.

Dalla maniacale “caccia alle streghe”, dove centinaia di migliaia di donne furono pubblicamente torturate e uccise per aver rigettato l’autorità della chiesa, alle forme spesso brutali di anti-lesbismo dirette verso donne che scelgono di avere relazioni con altre donne anziché con uomini, la persecuzione sembra inevitabile per le donne che rifiutano di essere tolleranti del dominio maschile.

Oggi, l’addestramento alla tolleranza comincia presto – alle bambine si insegna a sopportare i bambini che le umiliano nel parco giochi, a far finta di non vedere la pornografia online, a chiudere le orecchie alla misoginia che sentono tutt’intorno.

Raymond descrive la tolleranza come una posizione passiva. Crea non-azione, apatia e una minore sensibilità alle ingiustizie commesse dagli uomini ai danni delle donne. In altre parole, condizionare donne e bambine a essere “tolleranti” non è involontario. Non è completamente sorprendente, quindi, che le donne – in particolare le giovani donne – siano riluttanti a formare il proprio senso di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato; a distinguere quali valori possono essere considerati femministi e quali no; e all’articolare quel che deve cambiare se le donne vogliono essere infine libere dalla dominazione maschile.

Questa tirannia della tolleranza è più evidente in quello a cui oggi ci si riferisce come “femminismo intersezionale” e prevale in molte università occidentali. L’uso improprio della teoria originaria di Crenshaw – https://www.youtube.com/watch?v=uPtz8TiATJY – significa che questo tipo di “femminismo” riflette più da vicino un certo tipo di individualismo liberale, il quale aderisce al dogma maschile sotto le spoglie del progressismo e della giustizia sociale. Non è una coincidenza che le scelte inquadrate da questa ideologia come “femministe” rappresentino, sino all’ultimo tratto di mascara, gli attrezzi usati dagli uomini per colonizzare le donne.

La prostituzione, ora denominata “lavoro sessuale” da molti studenti, attivisti e accademici ambosessi, è presentata in tono di sfida in questa cornice come il risultato di una scelta personale e “potenziante” di una donna, nonostante la realtà della maggioranza delle donne nella prostituzione che là si trovano per mancanza di scelte.

L’industria multimiliardaria della pornografia registra e distribuisce atti sadici di misoginia, così come di pedofilia, omofobia e razzismo, a milioni di uomini e ragazzi in tutto il mondo – pure, usando il travestimento della “sex-positivity”, tali promozioni dell’abuso sono date a bere da qualcuno come “femministe”, mentre le donne che criticano l’industria sono marchiate come “anti-sesso” o “puttanofobiche”. E’ chiaro che per poter essere accettate in questa nuova gang “femminista”, una deve tollerare tutti i sistemi in cui le donne possono (ipoteticamente) mostrare scelte, a prescindere dagli scopi programmati dal sistema in questione.

La promozione in alcuni circoli femministi contemporanei di ciò che Raymond descrive come “libertà di valori” – o, come dice Hein, il “farsi i fatti propri” – rende in pratica impossibile definire una serie di valori collettivi o di asserire scopi condivisi a causa del desiderio di apparire sensibili e “rispettose” dell’opinione di ogni donna nel gruppo. Mantenere il rispetto verso le altre donne è ovviamente importante, pure di sicuro ciò non dovrebbe avvenire al costo di essere completamente incapaci di esprimere disaccordo su un particolare punto di vista o su una posizione politica. In più, nel mentre può essere relativamente facile opporsi a principi che sono patriarcali in modo ovvio, la difficoltà sta nel parlare contro quelli che sono più nascosti.

Secondo la vulgata popolare del “femminismo intersezionale”, alle donne viene detto che hanno peccato poiché possiedono il privilegio “cisgender”, il che posiziona l’essere nate donne e il continuare a chiamare se stesse donne come una posizione privilegiata in cui stare. Il punto cruciale è che delle donne in possesso del “privilegio cisgender” si dice abbiano la capacità di opprimere i maschi, se questi maschi hanno deciso che preferiscono non essere identificati come tali.

L’immagine idealizzata della femminista “inclusiva verso i trans” nella politica identitaria occidentale è diventata un segnale per vedere se una donna è veramente dispiaciuta dell’avere un corpo femminile – abbastanza apologetica da renderlo insignificante e, nonostante i suoi storici sfruttamento, oggettivazione e dominio da parte degli uomini, da arrivare a vederlo invece come un’insegna di privilegio. Essere una femminista tollerante oggi è pentirsi pubblicamente e senza posa dei propri supposti peccati: il maggiore dei quali, secondo alcuni, è l’essere in possesso di un corpo femminile.

L’anno scorso, 136 donne sono state uccise da uomini nel Regno Unito. Di media, una donna è stata uccisa ogni 2,6 giorni. In India, dove la pratica dell’infanticidio femminile è particolarmente comune, la popolazione infantile di sesso femminile nella fascia d’età fra 0 e 6 anni è diminuita dai 79 milioni del 2001 ai 75 milioni del 2011. Il mese scorso, la Danimarca ha aperto il suo primo bordello con bambole gonfiabili. Si pubblicizza come “il posto in cui tutti i gentiluomini sono i benvenuti e dove le ragazze non dicono di no”. Solo in Inghilterra e Galles 85.000 donne sono stuprate ogni anno. Ciò significa che oggi, di media, 10 donne saranno stuprate ogni ora.

Le donne devono riconsiderare cosa tollerano e cosa no. Sebbene le donne intolleranti siano etichettate come “quelle che escludono”, “fobiche” o “odiatrici”, gli uomini hanno ormai oppresso sistematicamente le donne per secoli eppure restano tollerati dalla maggioranza di noi. Come donne, dobbiamo cominciare a formare ciò che Andrea Dworkin chiama “un’intelligenza morale” – una capacità di costruire il nostro proprio sistema etico e di valori centrato sulle donne. Guardando indietro alla scia di violenza, colonizzazione e morte lasciata alle spalle dagli uomini in tutto il mondo, non c’è ragione per cui le donne debbano essere tolleranti del dogma patriarcale, qualsiasi sia la forma che esso prende.

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Veramente, mi aspettavo che il reportage di cui sto per tradurvi l’essenziale – Channel 4 News, 19 marzo 2018 – rimbalzasse sui media italiani, ma alle 10.00 del 21 marzo non ho trovato granché. Magari sono io che cerco male, può essere. Magari lo riprenderanno più tardi. Magari questa ditta, Cambridge Analytica, che ufficialmente si occupa di tecnologie informatiche e metodologie di analisi assomiglia troppo a quella di Casaleggio – esteriormente, per carità.

L’indagine sotto copertura di Channel 4 News riguarda i modi in cui Cambridge Analytica interviene nella manipolazione delle elezioni in giro per il mondo, operando anche tramite una rete di società-schermo o subappaltando determinati lavori. La ditta, che ha sede legale negli Stati Uniti ma si trova in Gran Bretagna, si vanta pubblicamente di essere il motore dietro la vittoria di Trump. I suoi capi sono stati filmati mentre parlano di usare tangenti, ex spie, false identità e prostitute a discredito dei concorrenti dei loro clienti.

Alla richiesta di spiegazioni del falso cliente (giornalista della rete televisiva britannica) il principale dirigente della compagnia, Alexander Nix spiega che loro possono per esempio “mandare un po’ di ragazze attorno alla casa del candidato”, aggiungendo che quelle ucraine “sono molto belle e la cosa funziona benissimo”, oppure possono “offrire una grossa somma di denaro al candidato, per finanziare la sua campagna, in cambio di terra magari: registriamo ogni cosa, nascondiamo solo la faccia del tizio e postiamo tutto su internet.” (Le mazzette ai candidati sono reato sia nel Regno Unito – UK Bribery Act, sia negli Usa – US Foreign Corrupt Practices Act.)

Tanto premesso, passo alla traduzione:

“Le ammissioni sono state filmate durante una serie di incontri in alberghi londinesi per quattro mesi, fra novembre 2017 e gennaio 2018. Un giornalista in incognito di Channel 4 News ha finto di essere un mediatore per un cliente facoltoso che voleva far eleggere determinati candidati in Sri Lanka.

Il signor Nix ha detto al nostro reporter: “… siamo soliti operare tramite veicoli diversi, nelle ombre, e non vedo l’ora di costruire con lei una relazione segreta a lungo termine.” Oltre al sig. Nix, gli incontri includevano Mark Turnbull, direttore in capo di CA Political Global, e il direttore del reparto dati della compagnia, dott. Alex Tayler.

Il sig. Turnbull ha descritto come, dopo aver ottenuto materiale che danneggi gli oppositori, Cambridge Analytica può spingerlo senza farsi notare sui social media e internet. Ha detto: “… noi immettiamo solo un’informazione nel flusso di internet e poi, poi la guardiamo crescere, le diamo una piccola spinta qui e là… siamo come un telecomando. La cosa deve accadere senza che nessuno possa pensare questa è propaganda, perché nel momento in cui pensi questa è propaganda la prossima domanda è: chi ha buttato fuori questa cosa?

Il sig. Nix ha anche detto: “Molti dei nostri clienti non vogliono essere visti mentre lavorano con una ditta straniera, perciò spesso facciamo montature, se stiamo lavorando allora possiamo costruire false identità e falsi siti web, possiamo essere studenti che stanno facendo progetti di ricerca in università, possiamo essere turisti, ci sono moltissime opzioni a cui si può guardare. Io ho un sacco di esperienza in ciò.”

Durante gli incontri, i dirigenti si sono vantati del fatto che Cambridge Analytica e la sua azienda madre Strategic Communications Laboratories (SCL) hanno lavorato in più di 200 elezioni in tutto il mondo, inclusi paesi quali la Nigeria, il Kenya, la Repubblica Cecoslovacca, l’India e l’Argentina. La compagnia è attualmente al centro di uno scandalo per aver raccolto più di 50 milioni di profili Facebook. Il dirigente principale sig. Nix è anche accusato di aver ingannato una commissione parlamentare, che gli sta ora chiedendo di fornire ulteriori informazioni. Lui ha negato ogni accusa.”

Direi che per quanto riguarda la strombazzata “democrazia digitale” per oggi è sufficiente. Maria G. Di Rienzo

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C’è uno sceneggiato in preparazione per Netflix che preferiremmo non vedere. Soprattutto, vorrebbero che la produzione si fermasse 56 fra attiviste contro lo sfruttamento sessuale e sopravvissute al traffico sessuale, che hanno spiegato come lo sceneggiato “Baby” normalizza l’abuso sessuale dei minori:

http://endsexualexploitation.org/wp-content/uploads/Netflix_Baby_Sign-On-Letter_FINAL_01-11-18-1-1.pdf

“Come sopravvissute al traffico sessuale e/o esperte della materia, fornitrici di servizi sociali e attiviste per l’abolizione dello sfruttamento sessuale, – si legge nel documento – scriviamo per esprimere la nostra profonda preoccupazione rispetto all’intenzione di Netflix di sviluppare una serie televisiva per il mercato italiano basandosi sulla storia “Baby”. Come sapete, la trama fa generico riferimento allo “Scandalo delle Baby Squillo” (i.e. “scandalo delle prostitute bambine”), che ha coinvolto nello sfruttamento sessuale commerciale ragazze di 14-15 anni, almeno una delle quali trafficata sessualmente dalla propria madre.

https://lunanuvola.wordpress.com/2013/10/29/la-normalita-di-viale-parioli/

Per favore vedete di capire che non esistono “prostitute bambine” – esistono solo bambine abusate sessualmente, sfruttate e stuprate. Più di 40 uomini sono stati sospettati di aver acquistato le ragazze e otto trafficanti sono stati arrestati: il capo della banda ha ricevuto una sentenza di 10 anni di carcere. (…)

Non solo Baby è associato allo sfruttamento sessuale avvenuto nelle vite reali di ragazzine di 14-15 anni, ma è già stato presentato come una storia di “formazione” su adolescenti che “sfidano le norme sociali” nel tentativo di erotizzare il sistema di sfruttamento della prostituzione.

https://lunanuvola.wordpress.com/2016/10/09/non-sono-giocattoli/

Ci sono pochi dubbi sul fatto che il commercio sessuale sarà usato come comodo sfondo per mescolare alla sceneggiatura scene sessualmente esplicite in cui attrici recitano nel ruolo di ragazze adolescenti. Facendo questo, normalizzerete lo sfruttamento sessuale commerciale dei minorenni.

(questa serie tv) è destinata a perpetuare due pericolosi miti che circondano l’abuso sessuale:

Mito n. 1 – La prostituzione delle adolescenti è distinta dal traffico sessuale.

Per la legge (…) non esistono “prostitute minorenni”. Chiunque sia coinvolto in sesso commerciale e sia minore di 18 anni è per legge una vittima di traffico sessuale; la legge perciò afferma che le/i minori non possono acconsentire al proprio sfruttamento sessuale.

Quando la società normalizza l’idea della prostituzione di minori, per esempio per “l’intrattenimento” che essa genera e la assimila, diventa più difficile per le forze dell’ordine ottenere la condanna di trafficanti, magnaccia e compratori di sesso che stanno abusando dei/delle minori. (…)

Mito n. 2 – La prostituzione è un’affascinante, anche se rischiosa, avventura imprenditoriale.

Persino nelle cosiddette cerchie della prostituzione VIP, la prostituzione è raramente un affare conveniente per quelle che sono comprate e vendute. La sopravvissuta alla prostituzione Rebecca Bender ha detto: La maggior parte delle donne che hanno alte tariffe e clientela di alta classe sociale, hanno pure un trafficante che si prende il 100% dei loro soldi. (…)”

La lettera presentata da Lisa Thompson, vicepresidente di NCOSE – National Center on Sexual Exploitation, oltre a contenere precisi – e strazianti – riferimenti a studi e ricerche sulla violenza inestricabilmente legata alla prostituzione, propone a Netflix un codice di condotta.

Se Netflix ha di recente licenziato Kevin Spacey (“House of Cards”) per le molestie sessuali di cui è accusato, ha detto Thompson alla stampa, “produrre uno show che glorifica il traffico sessuale di minori e lo classifica come tagliente intrattenimento è il massimo dell’ipocrisia.”

Maria G. Di Rienzo

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(“Swedish rape law would require explicit consent before sexual contact” – Associated Press / The Guardian – 20 dicembre 2017. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

manifestazione svezia

(Dimostrazione contro lo stupro a Malmo, Svezia, 19.12.2017. Foto di Johan Nilsson/EPA.)

La Svezia si sta muovendo per cambiare la sua legge sullo stupro affinché sposti l’onere della prova da chi denuncia al presunto assalitore, in una proposta che richiederà alle persone di ottenere un esplicito consenso prima del contatto sessuale.

Isabella Lovin, la Vice Primo Ministro, ha detto che la recente campagna anti-molestie #metoo (“anch’io”) ha dimostrato la necessità di una nuova legislazione, la cui approvazione da parte del Parlamento è attesa per giovedì.

Secondo l’attuale legge svedese, una persona può essere perseguita per stupro solo se si dimostra che ha usato minacce o violenza. Secondo la proposta di legge, lo stupro potrà essere provato se chi denuncia non ha dato il suo esplicito consenso verbale o ha chiaramente dimostrato il desiderio di intraprendere attività sessuali.

Stefan Lofven, il Primo Ministro, ha ribadito come la “storica riforma, che la sua coalizione stava preparando sin da quando ha preso il potere nel 2014, miri a spostare l’onore della prova da chi denuncia lo stupro o l’assalto sessuale al presunto perpetratore. Rivolgendosi alle vittime ha detto: “La società è al vostro fianco.”

Se la legge sarà approvata, entrerà in vigore il 1° luglio.

La bozza fa parte di una serie di iniziative attualmente proposte. Altre renderanno illegale per gli svedesi assumere prostitute all’estero e aumenteranno le pene per gli offensori. Comprare sesso in Svezia è già illegale.

I critici dicono che la legge proposta non darà come risultato più condanne.

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(brano tratto da “A Women’s Revolt That Targets Far More Than Sexual Abuse”, di Chris Hedges per Truthdig, 3 dicembre 2017. Hedges è un giornalista vincitore del Premio Pulitzer, ex docente universitario e autore di undici libri. L’immagine è un particolare di una fotografia di Agata Chybińska – Agarianna. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

protesta donne polacche foto di agata chybińska

La stampa, strombettando i dettagli raccapriccianti e volgari delle accuse di aggressione sessuale rivolte a uomini potenti, ha mancato la vera storia – l’estesa rivolta popolare guidata da donne, molte delle quali si sono fatte avanti nonostante i violenti attacchi e i termini dettati da accordi di confidenzialità legalmente vincolanti, per denunciare i privilegi delle élite corporative e politiche.

Questa rivolta delle donne non riguarda solo l’abuso sessuale. Concerne la lotta contro la struttura del potere corporativo che istituzionalizza e abilita misogina, razzismo e bigottismo. Concerne il ripudiare la credenza che ricchezza e potere diano alle élite il diritto di dedicarsi al sadismo economico, politico, sociale e sessuale. Sfida l’etica contorta per cui chi è schiacciato e umiliato dal ricco, dal famoso e dal potente non ha diritti e non ha voce.

Le donne stanno scegliendo con attenzione gli uomini che stanno alle vette del potere per parlare di razza e classe e sesso. – mi ha detto la femminista Lee Lakeman, da me raggiunta al telefono a Vancouver – (Queste donne) sanno quel che stanno facendo. Non puoi abbattere qualcuno come Harvey Weinstein senza coinvolgere un’intera industria. Il femminismo non è mai stato solo il proteggere noi stesse come individui. E’ resistenza collettiva. Ha una vitalità che noi dobbiamo usare per aver a che fare con queste gerarchie. Dobbiamo essere alle spalle di queste donne che stanno fronteggiando i potentati. Abbiamo bisogno di attrarre attenzione sulle strutture del potere. Chiaramente, le donne non vogliono solo la fine delle molestie sessuali sul lavoro. Vogliono lavori seri e sicuri. Vogliono rispetto per il loro lavoro. Vogliono essere credute quando parlano. Vogliono sia dato loro credito per le loro idee. (…)”

La patologia degli uomini che forzano le donne a guardarli mentre si masturbano nella doccia o che chiudono le porte dei loro uffici di modo da potersi abbassare i pantaloni o palpare donne terrorizzate e umiliate in cerca di un lavoro, tirocinanti o colleghe è emblematica del narcisismo e della sfrenata auto-adulazione che arriva con l’eccessivo potere. Questi assalti sono l’espressione di una diffusa oggettivazione delle donne la cui linea principale è una cultura pornificata. L’erotismo non è reciproco nella pornografia o nella prostituzione. Gli uomini godono umiliando, degradando, insultando e violando fisicamente le donne. Le attuali rivelazioni non riguardano alle fine, neppure il sesso. Riguardano l’eccitazione solipsistica che l’umiliazione e l’abuso fisico delle donne, prodotti basilari del porno e della prostituzione, hanno condizionato gli uomini a confondere con il sesso.

Coloro che si comportano in tal modo, e Donald Trump è il manifesto vivente di questa malattia culturale, sono così atomizzati e narcisisti da credere che essi soli esistono. Sono incapaci di vere relazioni. Manca loro la capacità per l’empatia o la riflessione su se stessi. Il loro abuso delle donne, tuttavia, è solo un esempio della miriade di abusi che si sentono legittimati a operare nelle loro interazioni professionali e personali. (…)

Gli uomini potenti che fanno i predatori sessuali vivono in un universo rarefatto in cui possiedono chiunque li circondi. Chiedono obbedienza incondizionata. Devono essere al centro dell’attenzione. Solo la loro opinione conta. Solo i loro sentimenti sono importanti. Non distinguono il giusto dallo sbagliato e le menzogne dalla verità. Sono i moderni padroni di schiavi. Chi lavora per loro è costretto a cantare, danzare, fornire piacere fisico o prendersi le frustate. Perché i padroni hanno il potere, garantito loro dalle istituzioni corporative e politiche, di perseguitare e screditare chiunque li sfidi. (…)

Stiamo guardando la fine dell’Impero Romano.”, mi ha detto ancora Lakeman, “Stiamo vedendo gente che si aggrappa al potere in ogni modo disgustoso. Le donne stanno cercando una via d’uscita. Stanno cercando di mettere a posto almeno alcune cose. Ci sono stati negati tutti i modi che erano stati promessi. Questo è il risultato di cinquant’anni di lavoro femminista contro la violenza. Quelli che sono in posizioni di potere nelle corporazioni economiche e in politica sono molto nervosi. Non possono controllare quel che sta accadendo. C’è una vera rivolta e nessuno è in grado di scoprire chi è la leader per sopprimerla.”

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Solo due su ventisei hanno un nome: Osato Osaro, identificata dal fratello e Marian Shaka, identificata dal marito. Venivano dalla Nigeria e le hanno seppellite tutte a Salerno ieri. La loro età andava dai 14 ai 18 anni. Osato e Marian erano incinte.

salerno funerale

(particolare di una foto di Alessandra Tarantino/AP)

Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, solo quest’anno sono morte o risultano disperse nel Mediterraneo 2.715 persone che tentavano di raggiungere l’Italia.

I risultati delle autopsie dicono che le ventisei ragazze sono decedute per annegamento e non presentavano segni di stupro o abuso fisico. Tuttavia, è possibile che molte di esse fossero vittime di traffico, giacché la maggioranza delle donne nigeriane in Italia è trafficata per lo sfruttamento sessuale o lavorativo e la Libia, paese da cui sono partite, è diventata uno dei fulcri del traffico internazionale di esseri umani.

Questo il nostro mondo ha offerto a giovanissime donne coraggiose e disperate: essere usate e consumate come oggetti o morire aggrappate a un gommone.

Viste o non viste, conosciute o innominate, ogni ferita inferta a loro sanguina in ognuna di noi; ogni loro morte strappa via da noi un brandello di vita. Maria G. Di Rienzo

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