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Posts Tagged ‘prostituzione’

Solo due su ventisei hanno un nome: Osato Osaro, identificata dal fratello e Marian Shaka, identificata dal marito. Venivano dalla Nigeria e le hanno seppellite tutte a Salerno ieri. La loro età andava dai 14 ai 18 anni. Osato e Marian erano incinte.

salerno funerale

(particolare di una foto di Alessandra Tarantino/AP)

Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, solo quest’anno sono morte o risultano disperse nel Mediterraneo 2.715 persone che tentavano di raggiungere l’Italia.

I risultati delle autopsie dicono che le ventisei ragazze sono decedute per annegamento e non presentavano segni di stupro o abuso fisico. Tuttavia, è possibile che molte di esse fossero vittime di traffico, giacché la maggioranza delle donne nigeriane in Italia è trafficata per lo sfruttamento sessuale o lavorativo e la Libia, paese da cui sono partite, è diventata uno dei fulcri del traffico internazionale di esseri umani.

Questo il nostro mondo ha offerto a giovanissime donne coraggiose e disperate: essere usate e consumate come oggetti o morire aggrappate a un gommone.

Viste o non viste, conosciute o innominate, ogni ferita inferta a loro sanguina in ognuna di noi; ogni loro morte strappa via da noi un brandello di vita. Maria G. Di Rienzo

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(tratto da: “Opinion: Criminal justice system is failing women”, di Hilla Kerner – in immagine – per The Vancouver Sun, 6 novembre 2017. Hilla lavora per il Vancouver Rape Relief and Women’s Shelter. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

hilla

Noi, le donne che lavorano nei centri antistupro, non avevamo bisogno della campagna #MeToo (“Anch’io”) per sapere quanto comune è per le donne far esperienza di aggressione sessuale e stupro. Essere una bambina e una donna in questo mondo significa essere probabilmente assalite. Se siamo povere, indigene, donne di colore, o donne con disabilità cognitive o fisiche, è ancora più probabile che noi si sia aggredite sessualmente – è quasi garantito.

Il comune sessismo e il disprezzo delle donne in tutti gli aspetti delle nostre vite private e pubbliche insegnano agli uomini a vederci e trattarci come “cose” e non come completi esseri umani. La pornografia è devastante ed efficace come promozione e rinforzo della violenza sessualizzata degli uomini contro le donne. La prostituzione è una devastante ed efficace promozione della mercificazione della donne – l’uso delle donne come merci che possono essere comprate e vendute da uomini.

Noi usiamo spesso il termine “cultura dello stupro” per descrivere l’accettazione, la collusione, la promozione della violenza maschile contro le donne. E gli uomini usano la cultura dello stupro per sostenere la struttura dello stupro; una struttura che mantiene gli uomini in posizione di dominio e noi donne in posizione di sottomissione.

L’accumulazione e l’impatto di tutti gli stupri individuali che gli uomini commettono contro singole donne sostengono il potere di tutti gli uomini su tutte le donne. Naturalmente, sappiamo che non si tratta di ogni uomo. Sappiamo che non tutti gli uomini picchiano le loro mogli o comprano sesso o sono stupratori o pornografi. Ma è certo che molti uomini sono così.

Sappiamo questo grazie a tutte le donne che chiamano il nostro centro antistupro e altri centri, e grazie a tutte le donne che stanno vivendo nei nostri, e altri, rifugi. E ora, chiunque presti attenzione pure lo sa, grazie a tutte le donne che stanno dicendo #MeToo.

Noi crediamo che gli uomini possano cambiare. Noi crediamo che gli uomini possano fare meglio. Noi crediamo che gli uomini possano trattarci meglio. Ma non è probabile che cambino sino a che hanno il permesso e l’incoraggiamento a violare la nostra autonomia e integrità corporea.

Il modo per scuotere i pilastri della struttura dello stupro consiste nel far rispondere in termini di responsabilità gli uomini che commettono violenza contro le donne. Fino a questo momento, il sistema giudiziario ha mancato in tal senso. (…)

Rendere accessibili i dati del sistema giudiziario-penale rivelerà tutti i punti in cui fallisce quando tratta la violenza maschile contro le donne. E’ un primo cruciale passo che deve essere fatto se vogliamo vedere un qualsiasi cambiamento. E noi dobbiamo vedere del cambiamento, e dobbiamo vederlo presto. Abbiamo aspettato troppo a lungo.

Vogliamo la nostra sicurezza, la nostra eguaglianza e libertà, e le vogliamo ora.

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(tratto da: “This British Human Trafficking Survivor Was Forced to Have Sex 25 Times a Night — But Now Fights Modern Slavery”, di Imogen Calderwood per Global Citizen, 18 ottobre 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Soho red light district

(Il distretto “a luci rosse” di Soho, Londra. Immagine di Chris Goldberg.)

Sophie aveva appena compiuto 24 anni quando partì da Leeds per l’Italia insieme all’uomo che credeva fosse il suo migliore amico e il suo ragazzo. Pensava che si sarebbe trattato di una settimana di vacanza. Invece, sparì per sei mesi.

Il suo ragazzo l’aveva ingannata e la forzò a cominciare a prostituirsi affinché guadagnasse soldi per lui. La sottopose ad atti di bullismo, la picchiò e la costrinse a fare sesso con estranei. Sophie (uno pseudonimo) divenne ciò che non avrebbe mai immaginato.

Dopo sei mesi, Sophie riuscì a fuggire e ora dirige un programma di sostegno per le sopravvissute, le donne in Inghilterra che sono state identificate come trafficate. Questa è la sua storia:

“Kas disse, c’è qualcosa che puoi fare per me. C’è qualcosa che puoi fare per dimostrare che mi ami. Ho contratto un debito che dev’essere pagato. Tu lo ripagherai per me. Ti troverò un posto in cui lavorerai, per strada. E all’improvviso capii, come se fossi stata colpita fisicamente, che il lavoro nelle strade di cui parlava era la prostituzione.

E’ difficile immaginare di essere totalmente sotto controllo da parte di qualcuno. Io non pensavo neppure di mettere in discussione l’autorità di Kas su di me e gli credevo completamente quando diceva la mia parola è legge, devi fare quel che ti dico. Tutto quello a cui pensavo era il tentare di non fare nulla che potesse irritarlo. Persino il più piccolo, in apparenza il più insignificante degli errori lo rendeva furioso. Ero sempre spaventata.

(Un giorno) senza preavviso, si slanciò attraverso la stanza. Mi afferrò alla gola e prese a sbattere la mia testa sulla parete a piastrelle della doccia. Io cominciai ad annaspare e a tentare di riprendere il respiro. Stavo ancora boccheggiando quando mi afferrò di nuovo alla gola, sbatté di nuovo la mia testa sulla parete e gridò: Tenta di fare una sola fottuta cosa e vedrai cosa farò a te. Se tenti di andare da qualche parte, o di dirlo a qualcuno, ti uccido.

Sopravvivere diventò il separare la mia mente dal mio corpo. Se provavo a pensare ad altro ciò mi sconvolgeva e mi rendeva più difficile scollegarmi da quella che una volta era la mia realtà, ma ora era il mio passato. Quel che volevo, e quel che provavo, non avevano più importanza, perché il mio solo scopo era diventato guadagnare denaro per Kas.

Lavoravo sette notti a settimana, dalle 8 di sera sino alle 5-6 del mattino. Avevo una media di 25 clienti a notte e non ci volle molto perché il mio spirito andasse in pezzi. Ero così stanca che nulla sembrava avere importanza, non mi curavo di essere viva o morta.

Avevo clienti di tutte le età, dagli appena ventenni agli oltre sessantenni o persino più vecchi. E alcuni di loro avevano un bell’aspetto, cosa che non mi ero aspettata. Certamente non avrei immaginato che alcuni di loro fossero tipi normali, con fidanzate, o con mogli e figli.

Non mi sono mai, mai abituata al fatto che la maggioranza degli uomini che mi sceglievano sembravano considerare la cosa normale e chiaramente non provavano alcuna vergogna al riguardo. A volte uno mi chiedeva quanti anni avevo e quando glielo dicevo se ne usciva con ah, hai la stessa età di mia figlia. Il che era raccapricciante per me, ma sembrava non disturbare per niente gli uomini. Era un mondo bizzarro e surreale e sebbene nulla in esso mi fosse familiare, nulla mi sorprendeva davvero.

La mia vita si era ridotta a una manciata di funzioni basilari. Dormivo, mi alzavo, mangiavo, facevo sesso con estranei, tentavo di schivare la polizia o di essere aggredita da qualcuno, tornavo a casa, davo tutti i soldi che avevo guadagnato a Kas.

Un giorno, in uno dei suoi rari momenti di buonumore, mi disse che si era innamorato di me la prima volta in cui mi aveva vista. Come puoi amarmi? Cosa c’è da amare in me? Sono come uno zombie. Non parlo a meno che non mi si rivolga la parola, sorrido solo quando tu mi dici di farlo. Come puoi amare una persona del genere? Ma lui si limitò a ridere e disse: Sei pazza, donna. E’ tutto nella tua testa.

E per un momento, mi sono chiesta se forse mi amava veramente e se io non riuscivo a capirlo perché ero abituata a pensare di non poter essere amata.

E’ facile considerare le ragazze che lavorano sulle strade come lavative o drogate, senza mai pensare al perché si stanno prostituendo. E la verità è molte di loro sono state trafficate e lavorano per lunghe, miserabili ore che distruggono l’anima, a beneficio di uomini crudeli e violenti. Sono costantemente spaventate, non solo per quel che può accadere loro se non fanno quel che gli si dice, ma anche per le minacce assai reali dirette alle loro famiglie e alle persone che amano.

Robin, una poliziotta, mi chiese: Capisci cosa ti è successo? Di essere stata trafficata? Per quanto strano possa sembrare, non avevo mai pensato alla faccenda in quei termini.

Penso ancora a Kas, per qualche ragione, la maggior parte dei giorni. E a volte mi chiedo se sta facendo la stessa cosa ad altre ragazze e prego di no. Se dovessi trovarmelo davanti ora, avrei ancora paura di lui. Ma solo perché sono stata condizionata a temerlo. Sono più forte di prima, e non sono più sola, perciò so che non può ferirmi. E penso che avrei la forza di dirgli di lasciarmi in pace.”

Sophie ha creato nel 2012 la “Sophie Hayes Foundation”, che fornisce servizi di sostegno a donne e bambine che sono state trafficate. La sua testimonianza è tratta dal suo libro “Trafficked: My Story” ed è stata condivisa come parte di un evento organizzato da Equality Now a Soho, il distretto “a luci rosse” di Londra, il 18 ottobre 2017: in Gran Bretagna il 18 ottobre è il Giorno Anti-Schiavitù. Potete ascoltare la voce di Sophie e le voci di altre sopravvissute qui:

https://www.equalitynow.org/stories-of-human-trafficking-survivor-sex-trafficking

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Il 24 agosto scorso il cadavere di Gloria Pompili, 23 anni, è rinvenuto sul ciglio di una strada di Prossedi, in provincia di Latina. A un primo esame, poi confermato dall’autopsia, risulta che la giovane donna sia morta di botte. Gloria era una prostituta e cioè, secondo la narrativa in auge tesa a sfumare – disinfettare – ammorbidire la violenza inerente la prostituzione, una “sex worker” liberata e trasgressiva ecc. che se la gode moltissimo a fare sesso con uomini che non conosce e per cui non prova attrazione, che guadagna bei soldi e li usa per lo shopping “fashionista” e dandoci dentro finirà per comperarsi un attico molto trend in centro città. C’è persino la possibilità che un bellissimo miliardario si innamori di lei (“Pretty Woman” – 1990) e comunque il suo è solo uno stile di vita in cui lei ha il completo controllo della situazione e seduce poveri uomini ingenui come niente fosse (“The girlfriend experience” – 2009 film, 2016 serie televisiva)…

Il 19 settembre i due assassini, un uomo e una donna in coppia (lei parente della vittima, lui fratello del compagno di quest’ultima) che erano i magnaccia di Gloria, sono stati arrestati. La picchiavano regolarmente perché la giovane donna voleva uscire dalla prostituzione. La notte del 23 agosto, spiega La Stampa, “il pestaggio sarebbe andato oltre. Gloria Pompili ha subito la frattura di una costola, che le ha perforato il fegato, la milza, e provocato un’emorragia che non le ha lasciato scampo.” L’articolista definisce tale pestaggio mortale, avendo davanti agli occhi un quadro di violenza continua e premeditata, un “folle gesto”, perché è questo il “politicamente corretto” attuale: qualsiasi tipo di violenza contro le donne, anche quando le ammazza, è una spersonalizzata tragedia e chi ferisce e uccide è solo momentaneamente folle, obnubilato dal terribile raptus.

Gloria non ha potuto compiere le proprie scelte da viva e non avrà giustizia da deceduta – nemmeno il racconto in cronaca della sua vicenda gliela rende. Gloria è morta per i peccati di qualcuno (parafrasando Patti Smith) ma non per i propri. Maria G. Di Rienzo

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Sue Ferns

“Mentre è certamente vero che le donne sono spinte nella prostituzione da disperazione, assuefazione a stupefacenti e povertà, non ne consegue che dovremmo far campagna per la decriminalizzazione dei magnaccia e dei proprietari dei bordelli che traggono guadagno dalla povertà delle donne.

In quale altro “lavoro” estrema violenza, malattie a trasmissione sessuale, gravidanze indesiderate e stupro sono i comuni rischi del mestiere?”

Sue Ferns, in rappresentanza del Consiglio generale dei Sindacati britannici, settembre 2017 (trad. Maria G. Di Rienzo)

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(“The myth of sex work is distorting the voices of the exploited women”, di Julie Bindel, autrice di “The Pimping of Prostitution: Abolishing the Sex Work Myth” – citato all’inizio dell’articolo, in immagine – per The New Statesman, 5 settembre 2017. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

bindel cover

Durante i viaggi di ricerca per il mio libro sul commercio sessuale globale, ho incontrato accesi “movimenti per i diritti delle sex worker” nel sud planetario, specificatamente nell’Africa dell’est e del sud, in India, Corea del Sud e Cambogia.

Mi è stato detto da alcuni dei loro attivisti che la posizione abolizionista era “femminismo bianco” e che tali femministe, incluse le sopravvissute al commercio sessuale nere, asiatiche e indigene, stavano imponendo una visione colonialista del “lavoro sessuale” alla gente di colore coinvolta nel commercio sessuale.

In risposta alle critiche sull’adozione da parte di Amnesty International di una generalizzata decriminalizzazione del commercio sessuale Kenneth Roth, il direttore di Human Rights Watch, scrisse su Twitter: “Tutti vogliono mettere fine alla povertà, ma nel frattempo perché negare alle donne povere l’opzione del lavoro sessuale volontario?” Roth ottenne molto sostegno alla sua dichiarazione, ma anche un bel po’ di dissenso. Una delle molte risposte venute da attivisti per i diritti umani fu quella della sopravvissuta al commercio sessuale Rachel Moran, che chiese: “Roth, non diresti che – se una persona non può permettersi di nutrire se stessa – la cosa giusta da mettere nella sua bocca sia il cibo e non il tuo uccello?”

Ruchira Gupta è la fondatrice di Apne Aap, un’ong che si dedica alla prevenzione della prostituzione intergenerazionale in India e dà sostegno a più di 20.000 donne e ragazze vulnerabili. Secondo Gupta, l’India è usata come sito per provare e testare le politiche neoliberiste pro-prostituzione, perché le donne che si prostituiscono in città come Calcutta, Mumbai e Delhi sono deprivate e senza voce. Nel marzo 2015, all’inizio della sessione della Commissione sullo Status delle Donne, Gupta fu “avvisata” da un alto funzionario delle Nazioni Unite mentre si recava ad accettare un premio importante per il suo lavoro. Le fu detto che andava bene menzionare il “traffico di esseri umani” ma la prostituzione no, perché avrebbe offeso chi considerava il “sex work” un lavoro.

Ma Gupta rifiutò di arrendersi, poiché aveva ormai visto da un po’ di anni come la lobby pro-prostituzione distorceva la realtà sul commercio sessuale nel suo paese. “In India, il termine sex worker ci è stato letteralmente inventato sotto il naso. – dice Gupta – Non c’era alcuna donna o ragazza povera (in India) che pensasse che “sesso” e “lavoro” dovrebbero andare insieme. I magnaccia e i proprietari dei bordelli che percepivano stipendi cominciarono a chiamare se stessi “sex workers” e divennero membri dello stesso sindacato, assieme ai clienti.”

Durante un viaggio di ricerca in Cambogia, ho fatto in modo di incontrare un gruppo di donne tramite la Rete delle Donne per l’Unità (RDU). Questa ong, che ha sede a Phnom Penh, dice di rappresentare 6.500 “sex workers” cambogiane che stanno facendo campagna per la decriminalizzazione del commercio sessuale. Una donna membro del consiglio direttivo dell’RDU decise di partecipare all’incontro. Durante le due ore che passammo insieme lei parlò per le donne e sopra di esse, apparendo frustrata e irritata quando io dirigevo le mie domande a loro e non a lei.

Le donne avevano una disperata volontà di raccontare le loro storie di violenza quotidiana e abusi che subiscono dai clienti. Tutte mi dissero quanto odiavano vendere sesso per vivere. Chiesi alle donne quali erano i benefici dell’appartenere al sindacato e mi fu risposto non da loro, ma dal membro dell’RDU: parlò fermamente per cinque minuti, ignorando ogni interruzione da parte delle donne. “Se sono picchiate dalla polizia viene loro fornito addestramento legale sui loro diritti; se sono arrestate l’RDU fornisce loro cibo durante il periodo in cui non possono lavorare e se una delle donne muore noi provvediamo la bara.”, spiegò.

Conoscere i loro diritti aveva dato loro “potere”, mi fu detto. Le donne non sembravano “potenziate”. Alcune erano rimaste incinte dei loro clienti e si stavano prendendo cura dei bambini. Tre erano positive al virus HIV. Tutte erano state stuprate in molteplici occasioni. Ognuna di loro mi disse che avrebbe potuto uscire dalla prostituzione se solo avesse avuto 200 dollari per comprare documenti formali d’identificazione, giacché questo era l’unico modo di assicurarsi un impiego legittimo nell’industria dei servizi o in una fabbrica. Nessuna delle donne conosceva la campagna per la decriminalizzazione del commercio sessuale e tutte mi dissero che volevano uscire da esso.

Nessuna delle donne, mi confermò la traduttrice, usava il termine “sex work” per descrivere ciò che faceva o il termine “sex worker” per descrivere ciò che era. Uno degli scopi dell’RDU è lo “sfidare la retorica che circonda il lavoro sessuale, in particolare quella collegata al movimento anti-traffico di esseri umani e alla “riabilitazione” delle sex workers.” Tutte le donne mi chiesero se potevano ottenere aiuto per sfuggire al commercio sessuale. Nel frattempo, membri e staff pagato dell’RDU viaggiavano per la regione, tenendo conferenze sui “diritti delle sex workers” e distorcendo le voci di donne sfruttate.

Questa ong sembra considerare il concetto dei “diritti delle sex workers” superiore e situato oltre l’importanza delle vite delle donne stesse. Ho chiesto al loro membro se pianificavano di raccogliere fondi per aiutare le donne a uscire dalla prostituzione. Mi ha risposto: “No.”

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(“Legalise prostitution? We are being asked to accept industrialised sexual exploitation”, di Kat Banyard per The Guardian, 22 agosto 2017, trad. Maria G. Di Rienzo. Kat Banyard, nata nel 1982, è una scrittrice e un’attivista femminista, co-fondatrice e direttrice di UK Feminista. Il suo ultimo libro qui citato, “Pimp State: Sex, Money and the Future of Equality” è pubblicato da Faber e acquistabile online.)

pimp state

In questo momento, è in atto una spinta globale diretta ai governi affinché non solo tollerino, ma abilitino attivamente il commercio sessuale. La richiesta è chiara: decriminalizzate i tenutari dei bordelli, i magnaccia e altre “terze arti”, permettendo loro di profittare liberamente – e non smorzare di certo la domanda di commercio. Questa non è una banale indicazione politica. Le poste in gioco sono immense.

Il modo in cui rispondiamo sarà il metro di misura per quanto seriamente prendiamo la violenza contro le donne e la diseguaglianza che la sorregge. Perché ciò che ci è chiesto di fare è accettare e normalizzare lo sfruttamento industriale del sesso.

Nelle maniere in cui è commercializzato, il commercio di sesso si riduce al concetto di un prodotto molto semplice: una persona (di solito un uomo) può pagare per accedere sessualmente al corpo di un’altra (di solito una donna), la quale non vuole liberamente far sesso con lui. Egli sa che è così – altrimenti non dovrebbe pagarla per essere là. Il denaro non è coincidenza, è coercizione. E abbiamo un termine per questo: abuso sessuale. Indurre i governi a facilitare un mercato commerciale nello sfruttamento sessuale richiede perciò mascherarlo con miti quali: la domanda è inevitabile; il pagare per il sesso è una transazione del consumatore, non abuso; la pornografia è una mera “fantasia” e decriminalizzare l’intero commercio, incluso il mantenimento di magnaccia e bordelli, tiene le donne al sicuro.

Nel libro “Pimp State” (ndt. “Stato magnaccia”) mi sono messa in viaggio per scoprire la realtà dietro questi miti. Il viaggio mi ha portato in un bordello a più piani a Stoccarda, dove ho accompagnato Sabine Constabel, una locale assistente sociale del lavoro, mentre andava di stanza in stanza a informare le donne che c’era un medico disponibile a vederle quella sera. Tredici anni prima, il governo tedesco si era piegato alle richieste di decriminalizzare lo sfruttamento dei magnaccia e il possesso dei bordelli, di modo che questi potessero operare in modo aperto e legale, dovendo offrire meno dei requisiti richiesti per l’apertura di un ristorante

Constabel non ha avuto esitazioni quando le ho chiesto chi ha guidato gli sforzi affinché la prostituzione fosse riconosciuta come lavoro: “Sono stati i gestori dei bordelli… volevano queste leggi che permettono loro di guadagnare quanto più denaro possibile.” Queste leggi sono state di certo produttive per alcuni. La Germania è ora la sede di una catena dei cosiddetti “mega-bordelli” con un commercio sessuale del valore stimato di 16 miliardi di euro l’anno.

Le donne che Sabine e io incontrammo quella sera a Stoccarda vivevano e “lavoravano” nella loro stanza singola al bordello. Nessuna parlava tedesco come lingua madre ed erano tutte molto giovani – la maggioranza attorno ai vent’anni. Il proprietario faceva pagare loro la stanza 120 euro al giorno, il che si traduce nel dover compiere atti sessuali con quattro uomini ogni giorno solo per andare in pari.

“Ci sono giovani donne, qui, che dicono “Morirò in questo posto” – mi raccontò Sabine – Posso comprendere bene cosa intendono. Ci credo. Credo a quel che dicono sulla realtà del fatto che i “clienti” possono danneggiare le donne a un punto tale che non è possibile far tornare tutto alla normalità.”

Fare ricerca per “Pimp State” mi ha anche condotto a passare ore discorrendo con i “clienti” – i compratori di sesso – dopo aver messo un annuncio sul mio giornale locale in cui dicevo di cercare uomini disposti a parlare della ragione per cui pagano per il sesso. Basandomi sulla risposta che il mio annuncio ha avuto, non c’è scarsità di compratori di sesso disposti a rimuginare su quel che fanno. In effetti, il numero di uomini che pagano per il sesso nel Regno Unito è raddoppiato durante gli anni ’90 raggiungendo l’uno su dieci, con una ricerca effettuata su 6.000 uomini che ha scoperto come i più disponibili a pagare per il sesso fossero giovani professionisti con un alto numero di partner sessuali (non pagate).

Ho sentito una varietà di giustificazioni uscire dagli uomini con cui ho parlato del perché pagano donne per il sesso: “Non ho altra scelta… Al momento sono single perciò devo comprarlo.”; “E’ solo una cosa da maschi, in cui ne prendi più che puoi.”; “Penso sia solo una questione di fare il proprio dovere.”, per esempio. Quel che univa questi uomini, tuttavia, era un soverchiante senso di aver diritto all’accesso sessuale ai corpi delle donne.

Alcuni elaboravano esplicitamente sulla nozione di essere meri consumatori che si servivano di lavoratrici disponibili. Uno si lamentò delle occasioni in cui aveva ricevuto “poca qualità in cambio del denaro”, che definì come “loro chiaramente non ne godevano”. Un altro uomo descrisse l’aver pagato per il sesso con una donna che ovviamente non desiderava essere là come “un pessimo servizio, veramente pessimo.” Ricordò mentre mi parlava al telefono: “Siamo andati di sopra e come posso dirlo, lei era, tipo, molto distaccata. Molto fredda. E’ stato davvero deludente, nel senso che io stavo pagando… nessun toccamento nei posti che avrei voluto. Persino l’atto sessuale è stata una vera merda. Davvero molto, molto deludente.”

Soprattutto, il viaggio per disfare i miti che circondano il commercio di sesso mi ha portata all’inevitabile conclusione che il cambiamento è possibile, che non dobbiamo vivere all’interno delle storie culturali e legali preparate dai magnaccia e dai pornografi, che c’è un’alternativa. E l’alternativa è costituita dal coraggio e dalla compassione delle molte ispiranti attiviste da me incontrate mentre scrivevo il libro, coraggio e compassione che sono requisiti per giungere allo scopo.

Attiviste come Diane Martin (insignita dall’Ordine dell’Impero Britannico – ndt. nel 2013, per il suo lavoro di attivista contro la prostituzione) che dopo essere stata sfruttata nella prostituzione nella tarda adolescenza, ha passato circa vent’anni ad aiutare altre donne a uscire dal commercio e ora fa campagna per una legge abolizionista nel Regno Unito. Iniziato in modo pionieristico in Svezia, il quadro legale abolizionista lavora per mettere fine alla domanda di commercio sessuale. Criminalizza l’acquisto di sesso e il profitto di parti terze, ma decriminalizza completamente la vendita di sesso e fornisce sostegno e servizi d’uscita alle persone sfruttate tramite prostituzione.

Martin è inequivocabile sul perché un approccio abolizionista è necessario: “E’ la domanda che alimenta quello sfruttamento che è l’industria del sesso. Io voglio rendere in pratica impossibile al crimine organizzato, ai magnaccia e ai puttanieri di operare qui. Voglio essere parte di una società che rigetta l’idea di persone in vendita.”

Un commercio basato su uomini che pagano l’accesso sessuale ai corpi delle donne è fondamentalmente incompatibile con l’eguaglianza fra i sessi. Sta a noi assicurarci che l’eguaglianza vinca.

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