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Posts Tagged ‘streghe’

(tratto da: “If I am to live through an afterlife it should be as a churel demon, so I can seek vengeance on behalf of mistreated women across the globe”, di Sarah Khan per “Wear Your Voice”, 2 agosto 2017. Sarah, scrittrice-editrice, vive a Toronto in Canada e, nelle sue stesse parole, è “una femminista rompiballe e una groucho-marxista”. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

churel

Come per tutte le altre culture, l’Asia del Sud ha la sua propria serie di mostri ultraterreni atti a spaventare bambini (e anche qualche adulto). Nessuno di essi ha mai realmente spaventato me, perché tutti sembrano avere una ragione per essere quel che sono. Quella che mi affascina di più fra loro è la churel.

La leggenda della churel, a quanto si dice, ha avuto inizio in Persia, ma attualmente è più presente nell’Asia del Sud, in modo particolare in India, Pakistan e Bangladesh. Si narra che sia lo spirito di una donna a cui è stato fatto torto, di solito una donna morta di parto o subito dopo il parto. Una donna può anche tornare come churel se è stata maltrattata dai parenti durante la sua vita o se non ha mai avuto soddisfazione sessuale.

La churel è una creatura dall’aspetto orrendo di base, ma può prendere qualsiasi forma le aggradi. In Pakistan, alla sua leggenda è aggiunto il particolare che non può cambiare però i suoi piedi, che sono volti all’indietro. Generalmente, la churel prende la forma di una donna “tradizionalmente bella” per attirare gli uomini in zone isolate delle foreste. La maggior parte del folklore narra che lo fa per vendetta, torna per uccidere i maschi della famiglia, a cominciare da quelli che hanno abusato di lei quando era viva. A causa della paura della churel, le famiglie sentivano di dover avere buona e speciale cura delle parenti donne, come le nuore, e in particolar modo di quelle incinte. La churel diventa la ragione per cui le donne sono trattate da esseri umani nelle loro famiglie.

Il fatto che delle persone abbiano necessità di essere terrorizzate da una leggenda urbana per essere decenti con le donne nella loro famiglia è in se stesso scioccante, ma a me piace pensare che la leggenda sia stata creata dalle donne, per indurre gli uomini – tramite il timore – a trattarle da esseri umani. Le donne sono state considerate cittadine di seconda classe e poco più di incubatrici per bambini per lungo tempo, perciò non mi sento di biasimarle per aver potenzialmente creato una demone terrificante.

L’idea di una demone-strega che può cambiare forma e attirare gli uomini verso la loro dipartita esiste in una cultura così vistosamente misogina da risultare tonificante. Come creatura probabilmente fittizia (dico “probabilmente” perché a livello personale vorrei così tanto crederla reale), la churel sta facendo ciò che molte donne (e uomini) viventi non sono in grado di fare: reclamare per se stesse/i un trattamento umano ed egualitario.

Sebbene io sia stata trattata davvero bene dalla mia famiglia durante la mia vita, se avrò esistenza nell’aldilà una parte di me desidera che tale esistenza sia quella di una demone churel, per poter vendicare le donne maltrattate su tutto il pianeta.

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(brano tratto da “The Storm Is Here”, di The Shieldmaiden – “La scudiera” (come la Dama di Rohan de “Il Signore degli Anelli”) pseudonimo di un’artista tatuatrice e gioielliera, nonché strega, 14 novembre 2016, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Il 2016 ci ha piagato di molte atrocità e sofferenze, guerre, crimini dell’odio, femminicidi: non ho bisogno di dirvi perché ho scritto questo pezzo, attesta l’Autrice facendo riferimento a tutto ciò.)

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Una tempesta sta arrivando. Preparatevi. Radunate le vostre tribù.

Io sento che quella tempesta è arrivata.

E quel che voglio condividere con te è questo: la nostra forza, la forza degli uni, sta nella nella forza degli altri. Non sei sola, non sei solo. Sempre di più, da parte delle persone che sono maggiormente a rischio in momenti storici come questo (persone LGBTQ+, minoranze etniche e religiose, donne) io mi sento dire: “Ho bisogno di sapere che tu non te ne resterai a guardare se io divento un bersaglio.”

Pensavo a ciò mentre assieme ad altre/i preparavo il rituale d’autunno. E sentivo le parole della Morrígan (1):

“Non sono una guerriera, hai detto, Perché mi hai chiamata, Regina?”

Ti ho chiamata per amare

Ti ho chiamata affinché tu faccia del tuo amore un inno di lotta

Ti ho chiamata perché ho visto il tuo cuore

e conosco il suo ritmo di tamburo

Non è necessario che tu sappia danzare con le armi

per essere la lancia nelle mie mani

Non è necessario che il tuo corpo sia forzuto

perché tu sia il forte corpo della mia spada

Devi solo sollevarti quando quel tamburo ti chiama

Sollevati e parla

Giura il battito al tuo cuore

Giura amore al tuo popolo

Giura che lotterete gli uni per gli altri

e io ti riconoscerò come mia.

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E’ quel che abbiamo fatto: un altare con i suoi simboli, il canto dei suoi nomi. E abbiamo fatto un cerchio di protezione attorno alle persone più minacciate e abbiamo giurato gli uni agli altri di difenderci in tempi di violenza, odio e paura:

Per i miei simili sotto attacco,

alzerò la mia voce a zittire l’odio,

Sarò uno scudo per la violenza diretta contro di te

Sarò al tuo fianco quando ne avrai bisogno

Fronteggerò il terrore con te

Condividerò riposo e cura con te

Ti terrò stretta/o e lotterò per te

Io non mi abbasserò

sino a che la tempesta sarà passata e la giustizia sarà sovrana

perché io sono il corpo dell’amore

io sono l’arma dell’amore

io sono l’amore che combatte per se stesso.

Noi possiamo farcela, amiche e amici. La vita che è in noi, il coraggio, il cuore, lo spirito, la volontà saranno sufficienti.

(E con questo, poiché sono molto stanca, preoccupata e acciaccata e ho diverse cose da fare, ci diamo appuntamento al prossimo anno. Auguri e baci, MG)

(1) https://lunanuvola.wordpress.com/2011/03/17/morrigan/

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calling-all-witches

Io sono troppo atea per essere a mio agio nel riferirmi alla “dea” o a “il signore e la signora” del paganesimo senza un asterisco e la spiegazione che, ovviamente, sto solo personificando un corso positivo in me stessa, nella mia storia o nel mondo.

Perciò, mi chiederete, che io mi definisca “strega” non è ingannevole?

Le definizioni di cui sono a conoscenza implicano un tale ampliamento del termine che esso è ormai a stento riconoscibile. Una strega, ho letto, è chiunque pratichi la stregoneria e la stregoneria è ogni uso dell’energia atto a manipolare il mondo naturale in un modo che porta cambiamento. Perciò, per esempio, una medica, una cuoca e un’artista stanno tutte praticando la stregoneria. E, come psicoterapeuta, è quel che faccio anch’io.

Non c’è niente di biasimevole in ciò, ma non c’è neppure molto di rilevante nel gusto della parola “strega”. Perché adottarla, allora? Perché la stregoneria non tratta dello spezzare, dell’ignorare o del violare la natura o noi stessi; tratta del lavorare con la natura, all’interno delle sue capacità, per influenzarla in qualsiasi modo costruttivo noi si sappia fare.

Si tratta di altri modi in cui maneggiare abilità o situazioni. Tramite la comprensione. Tramite il mettersi in sintonia. Tramite la negoziazione paziente. Questa è la “magia” di chi sussurra ai cavalli o di un buon genitore. Le streghe moderne tendono verso questo tipo di magia. Il mestiere saggio di una strega, quindi, consiste idealmente di una comprensione magistrale di se stessa e degli altri e di una magistrale attenzione all’ambiente che ha intorno, atta a favorire il cambiamento. Un buon cambiamento. Ora, questa è stregoneria che io posso seguire.

Le principali religioni mondiali hanno tutte le loro radici nel patriarcato. Inoltre, la storia mostra che l’adorazione di dee non garantisce il rispetto per le donne reali e viventi. Le streghe femministe stanno tentando di costruire a partire dal livello del suolo, con i frammenti e i relitti spirituali che troviamo, rimpolpati dalla nostra immaginazione. Stiamo costruendo il sentiero nel mentre lo percorriamo.

Ma le donne non possono in nessun caso permettersi di abbandonare il pensiero critico, meno che mai di questi tempi, dove le donne delle nazioni avanzate hanno accesso all’istruzione e le donne del terzo mondo stanno lottando per essa. Non diventeremo più potenti comprando (o producendo) olio di serpente.”

Pensieri per Samhain – Halloween di Telmaris Green, psicoterapeuta e strega. (trad. Maria G. Di Rienzo)

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(il mio famiglio ideale!)

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(Brano tratto da: “This is how they broke our grandmothers”, un molto più lungo e assai accurato articolo di Natasha Chart, attivista femminista, per Feminist Current, 4 ottobre 2016. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

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C’erano una volta le streghe. No. Non ci sono mai state streghe. Non nella maniera che gli uomini hanno detto, a ogni modo.

C’erano una volta molte tradizioni indigene di fede politeiste e animiste in quella che è ora l’Europa occidentale. I loro costumi sostenevano svariati livelli di rispetto e autorità per le donne. Avevano donne sacre, donne guaritrici e donne leader.

C’era una volta una chiesa che era un regno, costruito sul corpo dell’Impero Romano il quale era stato costruito a sua volta sul rapimento e lo stupro delle donne Sabine. Questa chiesa era in realtà un principato, governato da principi che bramavano terre e oro ed erano egualmente insaziabili nel loro odio bruciante per le donne.

Convertirono capi di stato e chiesero decime, lasciando che la maggior parte dei governi locali lavorasse per proprio conto. Crearono un impero transnazionale molto precoce e molto effimero che richiedeva poco personale in termini di uomini armati ed era principalmente concentrato sul governare ciò che viene classificato spesso come sfera privata. Alla fine, gli stati clienti della chiesa avevano problemi a tenere in riga i loro popolani, perché la chiesa e l’aristocrazia volevano rubare tutta la terra disponibile e privatizzarla a proprio beneficio tramite la chiusura degli spazi comuni.

(Ndt.: In Gran Bretagna la recinzione e privatizzazione di campi aperti e terre comunitarie cominciò nel 1604 e non finì prima del 1914: tramite 5.200 atti governativi 6 milioni e 800.000 acri di suolo che erano “bene comune” – 28.000 km2 – divennero privati.)

Come Sylvia Federici spiega nel suo libro “Calibano e la Strega”, le autorità laiche si diedero alla strategia di successo che consisteva nel dare tutto ciò che le donne avevano agli uomini, incluse le donne stesse. I funzionari statali non dimenticarono di rendicontare il valore del lavoro delle donne, piuttosto, durante il periodo della “chiusura” delle terre, lo estromisero dichiarando che non aveva valore.

I commercianti di sesso maschile coordinarono boicottaggi delle loro competitrici donne e degli uomini che con loro lavoravano. Le donne che persistettero nel tentare di intraprendere commerci pubblici furono molestate, chiamate “puttane” o “streghe” e persino assalite senza ripercussioni. Col tempo, essere una donna sola in uno spazio pubblico diventò in pratica sinonimo dell’essere una strega o una prostituta. La violenza contro le donne fu normalizzata e sessualizzata.

Per fare la propria parte nel risolvere il problema dei contadini in rivolta e acquisire la propria quota di quelle che erano state terre comunitarie, la chiesa fece un passo avanti nel benedire questa distruzione dei diritti e dell’indipendenza delle donne con il sigillo dell’approvazione divina. I loro preti inventarono le streghe. Cioè, inventarono donne che adoravano il diavolo e facevano sesso con lui, e il diavolo dava loro in cambio grotteschi poteri. La chiesa poi asserì che qualsiasi cosa non approvata come cristiana era culto del demonio.

Di nuovo, non esistevano streghe nel modo in cui la chiesa le definì. La pornografica, diabolica immagine descritta nel “Malleus Maleficarum” non aveva riferimento ad alcuna persona esistente.

Le “streghe” erano semplicemente donne. Questo è ciò che gli uomini intendevano, nelle loro stesse parole: “Qualsiasi malizia è piccola di fronte alla malizia delle donne (Ndt: cit. Ecclesiaste)… Cos’altro è la donna se non una nemica dell’amicizia, un castigo inevitabile, un male necessario, una tentazione naturale, una calamità desiderabile, un pericolo domestico, un danno succulento, una natura malvagia, dipinta di bei colori… Quando una donna pensa da sola, pensa il male… Le donne sono per natura strumenti di Satana – sono per natura carnali, un difetto strutturale che ha radici nella creazione originale.” (Malleus Maleficarum – Il martello delle streghe)

Il culto del demonio era definito in modo così vasto che qualsiasi rigetto femminile dell’autorità maschile era una prova potenziale di stregoneria. Ogni donna poteva essere una strega. Ogni sguardo o parola che offendevano un uomo, ogni discorso furente, ogni contatto non necessario con altre donne, ogni relazione sessuale esterna a quelle approvate dalla chiesa: tutto poteva sollecitare un’accusa di stregoneria. Umiliare e soggiogare le donne divenne un prominente progetto pubblico.

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Quando gli uomini sono messi sotto sorveglianza costante, limitati nella loro possibilità di parlare, disumanizzati, resi “altri” come sporchi e inerentemente malvagi, o soggetti a tortura e omicidio al minimo pretesto, lo si chiama fascismo. Quando le donne devono insegnare alle loro figlie a conformarsi a tale sorta di oppressione, generazione dopo generazione, senza nessun’altra speranza di sopravvivenza, gli uomini lo chiamano ordine naturale. (…)

Per centinaia di anni, ogni donna poteva essere buttata in prigione e lì essere torturata e aggredita sessualmente. Ogni donna poteva essere pornograficamente torturata in pubblico prima della sua esecuzione, di fronte ai suoi familiari se li aveva.

Perché lei non ha protestato? Ecco perché. Perché non ha difeso le altre donne? Ecco perché. Gli uomini europei hanno ritualmente abusato di ogni donna che esprimesse solidarietà per le altre o che chiedesse indipendenza per se stessa, per generazioni.

Gli uomini forzarono le donne a testimoniare contro altre donne, persino contro le loro madri, per vivere. La distruzione della storia della leadership comunitaria delle donne, della loro indipendenza economica, del loro reciproco sostegno non è stata così completa da non lasciare prove della sua esistenza. Ma la pratica usuale della solidarietà femminile fu così totalmente devastata che fa ancora notizia, per noi, parlare di darci reciproco sostegno. (…)

Certamente non è stata l’Inquisizione a inventare il patriarcato, la tortura e i regimi di terrore pubblico progettati per spezzare la volontà di popoli conquistati. Pure, ha messo in moto una serie di forti norme sociali che restano con noi.

Le donne continuano a essere cacciate dai luoghi di lavoro dagli assalti maschili, continuano a essere denigrate pubblicamente in modi specifici rispetto al sesso, continuano a essere torturate per intrattenimento dall’industria del sesso e continuano a essere uccise per non aver compiaciuto gli uomini.

Come allora, come sempre, queste ferite sommano degradazione e svantaggio. Sebbene possano sembrarci molto personali quando siamo soggette a esse, agli uomini che beneficiano dall’impedirci l’accesso al potere e alle risorse non importa veramente chi siamo. Se ci fosse stata un’altra donna, al nostro posto, lo avrebbero fatto a lei.

E’ il risultato di un progetto politico lungo secoli che ha come scopo la distruzione della volontà delle donne, del loro potere e della loro indipendenza. Ciò non sarà restaurato senza una resistenza politica che abbia la stessa determinazione. Perché, come dice Lierre Keith, l’oppressione non è un fraintendimento.

Questo è il modo in cui hanno fatto di lei una prigioniera politica nella sua stessa casa. Questo è il modo in cui l’hanno spezzata. Ricordalo.

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Ciò che intendeva dire

(“What my grandmother meant to say was”, di Aja Monet – in immagine – poeta contemporanea dalle origini cubano-giamaicane, nata nel 1987. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

aja

QUEL CHE MIA NONNA INTENDEVA DIRE ERA

So di sale. Le mie dita non riescono a star ferme. Ho contrabbandato

lacrime da sorriso a sorriso. Quando diventavo troppo stanca

per correre, nuotavo. Quale amore non va oltre

i confini? Ho nuotato. Mi sono sollevata. Sono scappata. Ho sognato. Mi sono

innamorata avendo poco cibo o niente del tutto. Non appartenevo ad alcun luogo,

a nessuno, a nulla. Avevo fame e freddo. Odiavo fame

e freddo. Odiavo ogni luogo senza cibo. Odiavo

chiunque avesse qualcosa. Era diverso. Io ero

una donna. Ero stupida. Stavo aspettando di diventare

di più di quel che accadeva, più di un uccello che fugge

dal proprio paese, per immergersi nell’essere distante, più di un

paesaggio o un’immagine su cui gettare un’ombra, il lancio

di una moneta ingannevole, seduttrice di uomini, visioni che desiderano ardentemente

una nuova storia da raccontarti. I miei figli, a cavallo delle

libellule del sacrificio, li ho abbandonati. Mi sono voltata indietro

molte volte, sono quasi diventata il diavolo che loro volevano

ma sono partita. Un diavolo, nondimeno. Ero una donna in anticipo

sui suoi tempi. Ero luccicante di cicatrici. Io vivo nella

stirpe. Immagino di più di famiglie spezzate.

Io vengo dalle risa degli aspiranti amanti, dall’esca

che è il tremare fra braccia altrui. Che ne è di quel

che io volevo? Che importanza ha la perdita – di cultura, di sogni,

di casa? C’erano molti segreti. Scappammo dalla

rivoluzione. Non ho potuto proteggere i miei figli da

ogni luogo. Ho fatto offerte votive. Mi sono purificata. Mi sono pentita.

Io sono la loro madre. Non sono Dio. Io ero una Candela.

Io risplendevo. Ero luminosa. Rischiaravo la stanza. Io ero

la luce che lampeggia nella Sierra Maestra di notte. Io ero

le montagne. Io influenzavo l’alba, bramando. Danzavo.

Io ero una strega che non potevano bruciare. Io ero la Fuega. Io sono

la loro madre. Non sono Dio. Ho fatto delle scelte. Mi sono riconciliata

con esse. Ero una donna in anticipo sui suoi tempi. Io ero

la strada che tu hai preso per arrivare qui. Io sono la Camina.

Io ero la via.

baba yaga

(Baba Yaga)

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(“9 lessons in witchcraft”, di Danielle Perry, poeta contemporanea – in immagine. Trad. Maria G. Di Rienzo. Quando hanno chiesto a Danielle “Quale era il tuo giocattolo preferito da piccola?”, lei ha risposto “I libri”. Dev’essere mia sorella.)

danielle perry

9 LEZIONI DI STREGONERIA

(per Jodi)

1. La natura della magia

Se non capisci già la magia

non sono sicura di riuscire a spiegartela.

2. Sorellanza

Eravamo sorelle, o così si narra, il che

mi ha lasciato molto confusa quando ho capito

che i miei sentimenti non erano esattamente sorelleschi.

3. Strega, strega, brucia la strega

La lezione l’ho imparata presto:

nessuno sceglie la strega alla fine.

4. Metti da parte le cose dell’infanzia

Questa non l’ho appresa mai.

Alcune cose restano attaccate a te, persino

quando tu non ne hai intenzione.

5. Tienilo nascosto

Anche se me lo chiedete non ve lo dirò.

Ci riderò sopra, ne farò una barzelletta, perché

non posso sopportare di permettervi di vedere quanto è reale.

6. “Se pensi di essere una strega, perché non fai dei passi per esserlo attivamente?”

Che aspetto pensate abbiano questi passi?

Dovrei avere un altare e un coltello e un calderone?

Dovrei intonare incantesimi e dire “siate benedetti”?

Io so già di essere una strega e

lo sapevo sin da quando ero giovane.

Solo perché non mi accordo

a quale che sia la vostra nozione di strega

non significa che non sia vero.

(per maggiori informazioni, vedi le lezioni 1 e 5)

7. La differenza fra magia e coincidenza è credere.

Questo si avvicina troppo al segreto e

una maga non rivela mai il suo.

8. Gli uomini sono facili da ammaliare.

La ragione per cui sentite di tutte queste streghe

con uomini sotto i loro incantesimi

(ricordate Odisseo? Ricordate Merlino?)

è che la stregoneria è uno dei pochi modi

in cui alle donne è permesso un qualche tipo di potere.

La ragione per cui non sentite altrettanto spesso di streghe

con donne sotto i loro incantesimi

è che noi sappiamo come mantenere un segreto maledetto-da-dio.

9. Sorellanza, rivista

Più vecchia divento, più sono capace

di vedere il tessuto connettivo del mondo,

che scintilla come una tela di ragno con la rugiada del mattino.

A questa donna piacciono i serpenti; lei è mia sorella.

A lei piacciono i ragni; lei è mia sorella.

Questa donna dice di essere una strega;

lei è mia sorella.

corn goddess

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Dimenticate le streghe, vi raccontiamo le nuove femministe – Tecnologiche, pragmatiche e con un nuovo alleato: gli uomini, anche loro “imprigionati dagli stereotipi di genere”.

Così “La Stampa” del 5 marzo u.s. Ho scorso l’articolo. E’ fatto di Taylor Swift – Beyoncé – Emma Watson e poco altro (campagne ad alta visibilità ma senza i nomi di chi le ha ideate) raccolto dal web. Cioè, le autrici non ci hanno raccontato niente che non fosse relativo alle “celebrità” come se il femminismo consistesse di donne famose che dichiarano di essere “femministe”, di solito con varie precisazioni e distinguo: moderna, che non odia gli uomini, trasgressiva, che cura la propria bellezza ecc.

Sono giovani donne ironiche e superconnesse, non bruciano reggiseni e si depilano le gambe. Spesso non hanno letto Il secondo sesso di Simone de Beauvoir e schivano il lessico del femminismo teorico.”

Io sono una donna di mezza età, femminista dall’età di anni 14, sono connessa dal 1996, credo di riuscire a essere ironica e persino spiritosa di quando in quando, non ho mai bruciato reggiseni (con quello che costano!) e occasionalmente rado la parte inferiore delle mie gambe quando i peli, diventando troppo lunghi, mi causano prurito. Non sono un’eccezione. Nessuna nei circoli femministi a cui ho partecipato ha mai stigmatizzato una sola di queste mie attitudini e moltissime le condividevano.

Di Simone de Beauvoir, che è la santa fondatrice del femminismo solo per chi della materia non sa una beata fava, ho letto unicamente citazioni e estratti; non è mai stato obbligatorio leggere i suoi testi per essere una femminista e inoltre sono schifiltosa in fatto di prosa e purtroppo quella di de Beauvoir mi annoia anche quando dice cose giuste, rivelatrici e sensatissime.

In compenso, assieme alle mie sodali, leggevo e leggo molte altre autrici femministe. Dagli anni ’70 agli anni ’90 dello scorso secolo ho letto testi di Kate Millett, Germaine Greer, Carla Lonzi, Gloria Steinem, Angela Davis, bell hooks (le minuscole sono una sua scelta), Judith Butler, Gerda Lerner, Donna Haraway, Adriana Cavarero, Luisa Muraro, Rosi Braidotti, Luce Irigaray, Vandana Shiva, Robin Morgan, Evelyn Fox Keller… non ho fiato per nominarle tutte, ci vorrebbe un’enciclopedia. Con alcune sono pienamente d’accordo, da altre dissento poco o molto. Cosa sia il “femminismo teorico” ancora però lo ignoro: persino le filosofe, nella lista precedente, elaborano teorie da esperienze concrete e corporee e costruiscono pratiche in base a esse. Perciò, ignoro anche quale lessico le “nuove femministe” stiano schivando, a meno che non sia la propensione a non ascoltare nulla di quel che una donna più anziana di loro può dire.

Anche quello che “vogliono” secondo l’articolo è basato su una contrapposizione simile:

1. “Pensano (…) che per cambiare le cose si debba lottare insieme agli uomini – e molti loro coetanei sono d’accordo. (…) Per molte delle nuove femministe dei problemi degli uomini non si è parlato abbastanza, ed è ora di farlo.” (Sorry, girls, è: INSIEME CON, se non credete a me aprite un vocabolario.)

Infatti, da Mary Wollstonecraft (1759 – 1797) a Gualberta Alaide Beccari (1842 – 1906) a Anna Maria Mozzoni (1837 – 1920) non abbiamo MAI lottato con gli uomini, avuto uomini sostenitori o uomini alleati. E non abbiamo MAI prestato attenzione ai loro problemi:

Rosa Rossi, “Le parole delle donne”, 1978 Ed. Riuniti – Roma, pag. 71:

“Anche diventare “uomo”, nel senso dell’acquisizione di qualità “virili” come separate e opposte a quelle “femminili”, è infatti un progetto sempre costruito su categorie metafisiche (scisse cioè dall’empiricità dei maschi reali) (…) E’ a questo punto della riflessione che si profila il collegamento tra la condizione femminile (…) e il processo generale dei conflitti e dei progetti umani. La possibilità – per tutti – di un minimo o di un massimo di libertà (…) come può essere conquistata fuori di una progettazione comune della vita associata?”

Cettina Militello, “Donna e chiesa alle soglie del terzo millennio”, 1996, Stampa Alternativa – Roma, pagg. 26/27: “(…) occorre che le peculiarità maschili e femminili, quali che siano, si incontrino per dar vita a una riflessione di fede inedita e nuova. Una teologia inclusiva, capace di elaborare nuovi paradigmi, (…) che oltrepassi la dicotomia logos/soma (che iscrive) il maschio nella “ragione” sempre vincolando la donna nella rete di una “corporeità” che non può che essergli sottomessa. (…) Si tratta di riflettere da donne e con le donne, ma anche con ogni uomo di buona volontà, per sottoporre a vaglio e soprattutto espungere i pregiudizi residui.”

2. “Vogliono camminare per strada di notte senza essere molestate ed essere prese sul serio per quello che sono, senza dover rinunciare alla loro femminilità.”

Per quanto mi impegni, non credo di riuscire a “rinunciare” alla mia femminilità: sono femmina e non intendo cambiare sesso. A meno che con femminilità non si intenda la sovrastruttura sociale di genere che comprende principesse, concorsi di bellezza, codice di abbigliamento, pettegolezzi sulle celebrità, sono brutta sono grassa puzzo ho la vagina larga e le tette piccole non piaccio agli uomini non valgo nulla è meglio se muoio. Se qualcuna la trova soddisfacente sono meramente fatti suoi – e non femminismo, però – ma rinunciarvi NON HAI MAI EVITATO MOLESTIE E STUPRI E VIOLENZA DOMESTICA a nessuna, ne’ ha mai fatto prendere una donna “più sul serio” di un’altra. Fosse vero, saremmo entrate in massa nei luoghi decisionali grattandoci il coccige mentre camminiamo a gambe (pelose) larghe e sputando per terra il mozzicone di sigaro, ma non è successo. Non veniamo prese sul serio perché sulla nostra carta d’identità sta scritto “F” e come ci vestiamo non incide un fico secco sui millenni di odio buttati su quella “F” da ideologie, religioni, filosofie, legislazioni, tradizioni, costumi, storiografie, biografie, lezioni scolastiche, eccetera.

3. “Le nuove streghe sono anche pronte a prendersi poco sul serio o a farsi una risata su una battuta un po’ sessista, purché sia – e resti – solo una battuta.”

Oh già, non è che le battute (un po’ o tanto) sessiste fanno pena è che le femministe (vecchie) sono per antonomasia prive di senso dell’umorismo. “Alle cagne il male piace”, per esempio, è una frase divertente da morire, è solo una battuta e purché resti tale (e come si fa a saperlo? Com’è possibile controllare se chi l’ha detta/scritta non è solito pestare la sua ragazza-cagna, convinto che le se la goda a prenderle?) e soprattutto se è un uomo a dirla abbiamo il dovere di ridere come se ci fossimo sparate un bidone di elio su per il naso. Inoltre, ridendo obbedienti normalizziamo quotidianamente la degradazione del nostro genere: è bene prendersi poco sul serio, perché tanto – come abbiamo visto da paragrafo precedente – abbiamo difficoltà a essere prese sul serio da altri. Mi pare che la ricetta trabocchi di perfezione, ma non di femminismo: visto che non posso essere presa sul serio perché le donne sono tutte xyz (leggi “sterco”) e io sono una donna, dimostrerò che sono diversa dalle altre xyz che non ridono quando dicono loro xyz e l’uomo che ha appena detto xyz per questo mi stimerà e mi prenderà sul serio. Proprio. Non funziona, non ha mai funzionato e non funzionerà mai perché avvalora e non discute i pregiudizi e gli stereotipi su cui la “battuta” è costruita. Ridicolizzare le donne è qualcosa in cui la nostra società è già impegnata con tonnellate di commentatori, giornalisti, opinionisti, programmi televisivi, film, pubblicità ecc. 24 ore su 24, non c’è bisogno che le donne stesse diano una mano. Come diceva l’attivista femminista Florynce Kennedy: “Piscia sugli alti papaveri, non sulle altre donne”.

4. “All’approccio teorico e militante delle loro precorritrici preferiscono un’attitudine pragmatica, che guarda alla vita di tutti i giorni più che ai massimi sistemi.”

Difatti, dagli anni ’60 a oggi le precorritrici – che a meno di passaggio a miglior vita, vorrei ricordare, stanno ancora correndo – si sono fatte pere su pere di teoria e militanza e il quotidiano non sapevano che fosse. E’ per questo che, solo per produrre gli esempi più eclatanti, nel 1970 hanno ottenuto la legge sul divorzio, nel 1975 quella che istituisce i consultori familiari e la riforma della legge di famiglia (rimozione del crimine di adulterio, rimozione della discriminazione che colpiva i bambini nati fuori dal vincolo coniugale, maschio/femmina considerati eguali all’interno del matrimonio), nel 1978 quella sull’interruzione volontaria di gravidanza. Sono cose, egregie autrici di un pezzo a mio parere inutile e superficiale, che con la vita di tutti i giorni, la vostra, la mia, le vite delle innominate “nuove femministe”, quelle delle italiane del futuro, hanno molto, molto, molto a che fare. Sono conquiste che hanno comportato lavoro, fatica, persino sangue: Giorgiana Masi, nata nel 1958, fu uccisa nel 1977 a Roma prima di poter compiere 19 anni, mentre partecipava a una manifestazione femminista a sostegno della legalizzazione dell’aborto. Il suo assassino non è mai stato trovato.

Infine. “(…) nonostante la definizione apparentemente univoca del dizionario, secondo cui il femminismo è la «convinzione che uomini e donne debbano avere pari diritti e opportunità», non esiste – e non è mai esistito – un solo modo di essere femministe.”

Certamente. Sin dall’inizio, checché sembriate pensarne voi che avete scoperto il “femminismo intersezionale” grazie a Emma Watson (massimo rispetto, ma la teoria-pratica è in giro da dieci anni prima che lei aprisse bocca), abbiamo avuto separatiste – il sistema si può solo abbattere e riformiste – entriamoci e cambiamo dall’interno e utilitariste – diversi approcci a seconda dei diversi casi, e le persone LGBT hanno avuto sempre sin dall’inizio l’attenzione del movimento femminista, se non altro perché moltissime lesbiche ne hanno fatto / ne fanno parte. Così come l’intersezione dei vari strati dell’oppressione (razza, classe, abilità corporea, età) era qualcosa di cui discutevamo quando io ero un’adolescente, quarant’anni fa.

Adesso, rileggete la vostra affermazione (che suona, mi dispiace, come un pararsi il didietro dal dissenso) sulla “definizione apparentemente univoca” del femminismo e provate a riscriverla:

(…) nonostante la definizione apparentemente univoca del dizionario, secondo cui il razzismo è una “concezione fondata sul presupposto che esistano razze umane biologicamente e storicamente superiori ad altre razze” non esiste – e non è mai esistito – un solo modo di essere razzisti.”

Oppure:

(…) nonostante la definizione apparentemente univoca del dizionario, secondo cui il comunismo è una “dottrina politica, economica e sociale fondata sulla proprietà non individuale ma comune dei beni esistenti e dei mezzi di produzione” non esiste – e non è mai esistito – un solo modo di essere comunisti.”

Il presupposto per cui esisterebbero razze umane biologicamente e storicamente superiori ad altre razze costituisce la pietra miliare del razzismo. Senza tale presupposto non di razzismo si tratta, ma di qualcosa d’altro – e badate che l’alterità non sta comportando giudizi di merito.

Il presupposto per cui il comunismo è fondato sulla proprietà non individuale ma comune dei beni esistenti e dei mezzi di produzione è parimenti la sua pietra miliare. Senza tale presupposto non di comunismo di tratta, ma di qualcosa d’altro (come sopra per l’alterità).

Se non si è convinte che uomini e donne debbano avere pari diritti e opportunità, idea che è la pietra miliare del femminismo, non si sta facendo femminismo – femminismo è fare, non appiccicarsi un’etichetta in fronte – ma qualcosa d’altro. E per quanto resti valido che il discorso sull’alterità non sta implicando giudizi di merito, quando il fare altro mira a demolire, cancellare, travestire, banalizzare, annacquare il femminismo io ho tutto il diritto (e il dovere) di incazzarmi. Maria G. Di Rienzo

E di restare strega, perché mi va.

E di restare strega, perché mi va.

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