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Black is black

linea piatta

Il monitor è andato. L’appendice umana del sistema – io – sarà probabilmente di nuovo operativa giovedì o venerdì prossimo. MG

P.S. Se l’annuncio suscita in voi disappunto, commozione, rimpianto, ecc. potete convertire i vostri sentimenti nell’acquisto dell’e-book (guardate verso destra) e darmi una mano…

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Stanza sospesa

The Suspended Room - Roxana Halls

Questo è un dipinto di Roxana Halls, “The Suspended Room” – 2012, artista femminista londinese nata nel 1974. Al di là delle intenzioni della sua autrice, ovviamente, sembra rappresentare molto bene (con un pizzico di humor) come mi sento e come vivo in questo periodo. Per questo lo lascio qui, informandovi che per qualche giorno questa stanza è “sospesa”. Maria G. Di Rienzo

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Chi sono?

Questi sono i risultati di un test – basato su “The Enneagram” di Renee Baron & Elizabeth Wagele – che ho fatto un paio di giorni fa per stornare la mia testa da allarmi nucleari, guerre in corso e scenari futuri, disastri ambientali e violenze di ogni tipo. I risultati dovrebbero dirvi chi sono in termini di personalità – chi sono in altri termini ve lo dice “Interni” in alto a destra.

In genere i test non ci azzeccano mai, con me (e suppongo con molte/i altre/i di voi), per la loro superficialità e per gli stereotipi su cui sono costruiti, ma questo si è rivelato più vicino a descrivere dati reali. E’ viziato unicamente dal fatto di costringere l’esecutore a scegliere fra due sole possibilità, non presentando l’opzione “altro” che, se presente, io avrei segnato quattro/cinque volte.

Comunque, prendiamoci questi cinque minuti di leggerezza. Maria G. Di Rienzo

chi sono

Sono una Riformatrice/Custode

Sono realista, coscienziosa, ho principi. Sono accogliente, affettuosa, sensibile ai bisogni degli altri e dono loro nutrimento.

Come andare d’accordo con me:

Prenditi la tua parte di responsabilità, così che io non debba fare tutto il lavoro da sola.

Riconosci i miei risultati.

Io sono dura con me stessa: rassicurami sul fatto che vado bene così come sono.

Dimmi che dai valore ai miei consigli.

Sii giusto e premuroso come io sono.

Scusati se sei stato irriguardoso, mi aiuterà a perdonare.

Incoraggiami gentilmente a rasserenarmi, ma ascolta prima le mie preoccupazioni.

Interessati ai miei problemi, perché io probabilmente tenterò di concentrami sui tuoi.

Come andare d’accordo con me nelle relazioni intime:

Rassicurami sul fatto che mi trovi interessante.

Rassicurarmi spesso sul fatto che mi ami.

Dimmi che ti fa piacere che ti vedano con me.

Cosa mi piace dell’essere chi sono:

Lavorare per fare del mondo un posto migliore.

Avere alti standard e principi etici, non compromettere me stessa.

Essere ragionevole, responsabile e dedicata in tutto ciò che faccio.

Essere capace di mettere insieme i fatti, di arrivare a una buona comprensione di essi e di ipotizzare soluzioni intelligenti.

Essere la miglior me stessa possibile e tirar fuori il meglio dalle altre persone.

Conoscere i bisogni delle altre persone ed essere capace di rendere migliori le loro vite.

Essere generosa e sensibile.

Essere percettiva degli altrui sentimenti.

Avere un buon senso dell’umorismo.

Essere una buona ascoltatrice per le altre persone e dar loro incoraggiamento.

Cos’è difficile nell’essere chi sono:

Sentirmi oppressa da troppe responsabilità.

Pensare che quel che faccio non è mai abbastanza buono.

Non essere apprezzata per quel che faccio.

Sentirmi delusa e prosciugata perché altri non stanno mettendo nelle cose lo stesso impegno che ci metto io.

Essere tesa e ansiosa.

Avere difficoltà a dire di no.

Avere una bassa autostima.

Non fare le cose che vorrei fare per me stessa, per timore di essere egoista.

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Soavi compagne/i di viaggio, da cinque giorni sto combattendo contro il solito battaglione di streptococchi maligni e la mia gamba destra sembra essere stata investita da un’esplosione nucleare. Ho fatto del mio meglio per mantenere il ritmo di pubblicazione, ma adesso sono stanchissima e devo mollare per un po’.

Vi lascio con una perla di giornalismo però, così potete mettervi le mani nei capelli anche voi:

La Repubblica, 13 agosto 2017: “Torino: litiga con la compagna, parte un colpo e si uccide convinto di averla ammazzata – Ferisce la compagna alla testa che voleva lasciarlo e poi si uccide davanti agli agenti della squadra volante della polizia…”

Messa così, la frase seguente dovrebbe essere qualcosa del tipo: “Il collo e la milza della donna volevano invece restare con lui.”

A presto, MG

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Smile!

Creature, devo prendere qualche altro giorno di pausa dal blog.

Causa 1: cambio computer (non esaltatevi, è di seconda mano anche quello “nuovo”);

Causa 2: sono in dirittura d’arrivo per l’ultimo romanzo e ho bisogno di tempo per correggere, rivisitare, limare ecc.;

Causa 3: sono stanca (probabilmente alcuni di voi ricordano il perché) e ho necessità di “ricaricare le pile”.

Però vi amo – come il mio alieno sorriso qui sotto dovrebbe esemplificare – e torno presto. Maria G. Di Rienzo

alien smile

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Going Crazy

alfabeto

Non so se stia capitando a altri di voi che usano WordPress, ma io ho notevoli difficoltà da un paio di giorni: devo fare più tentativi per pubblicare e per quanti siano continua ad arrivarmi il messaggio che l’operazione non è riuscita. Anche se poi l’articolo appare ugualmente, le mail relative agli iscritti non sono inviate e l’articolo stesso non viene contato nelle statistiche. Abbiate pazienza, sto cercando di rimediare. Maria G. Di Rienzo

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Il narrare storie è un modo assai efficace di entrare in relazione con altre persone e di creare cambiamenti e differenze negli spazi più vulnerabili delle nostre vite. L’impatto che possiamo avere condividendo le nostre storie tramite vari media è sempre significativo e può essere catartico sia per chi la storia la racconta, sia per chi la storia l’ascolta.

Ma ci sono storie che – ti dicono – non si possono raccontare. Ci sono storie che – ti dicono – è meglio non raccontare. Ci sono storie che – ti dicono – se sei proprio intenzionata a narrare devi cambiare un poco, ammorbidirle qui e là, addomesticarle, decorarle, corredarle di precisazioni e dichiarazioni di principio e scuse e sottolineature (quest’uomo ha fatto la tal cosa, ma sappiate che io non credo affatto che TUTTI gli uomini…), adattarle alla tua “zona” politica e sociale. Eccetera, eccetera. Io non intendo farlo.

Nei giorni in cui sono stata lontana da questo spazio, vi confesso, ho combattuto con il desiderio di chiuderlo. Ho come minimo due/tre attacchi di tachicardia al giorno che sovente mi paralizzano. Non riesco a concentrarmi per periodi lunghi. Sto facendo fatica a scrivere. Il mio ultimo romanzo, che dovrebbe essere finito da mesi, è stato stracciato tre volte ed è ridotto a brandelli che non riesco a rimettere insieme. Per la prima volta in vita mia sto prendendo tranquillanti. Perché?

Perché da sette mesi l’inquilino del piano di sopra – che non ha un lavoro fisso – martella furiosamente i pavimenti (i quali sono ovviamente i miei soffitti) con una media di 29 giorni su 30 e picchi di 25 volte al giorno. A qualsiasi ora. Mi sveglia a mazzate durante la notte o al mattino. Mi fa saltare sulla sedia su cui sono ora. Mi fa cadere di mano pentole, libri, tazze di caffè.

I bombardamenti avvengono sempre “a freddo”, senza preavviso, senza essere collegati ad alcuna delle mie attività. Esattamente come avvenivano le aggressioni in casa mia quando ero bambina. Non ho controllo sulla mia vita. Non c’è comportamento che posso cambiare per evitare l’assalto. Posso solo subire. L’inquilino precedente è scappato dopo cinque mesi di trattamento, io sono ancora qua, ma in che condizioni ve l’ho appena detto.

Gli ho fatto qualcosa, io, al tizio? No. Non ho neppure mai risposto facendo rumore. E’ malato? Non sono una psichiatra, ma lo ritengo assai probabile. E’ pieno di odio e di rabbia? Basta guardarlo in faccia e sentire come urla ogni singolo giorno per rendersene conto. Ma se gli si chiedono spiegazioni sul suo comportamento posa da vittima: è un immigrato, è musulmano, gli danno fastidio, vogliono impedirgli di pregare, è colpa degli altri che sono cattivi e razzisti.

E io mi rivedo in mezzo al gelo dell’inverno, a far da ponte fra gli immigrati che avevano occupato un ex seminario e l’amministrazione comunale affinché fossero aiutati e non cacciati. Mi rivedo fondare l’Osservatorio antirazzista delle donne. Rivedo il mio compagno fronteggiare da solo una fila di naziskin che avevano deciso di impedire un volantinaggio antirazzista. Lo rivedo dar battaglia da politico e sui giornali per difendere proprio il diritto di pregare per i musulmani della nostra città (e sapete quanto atei siamo in famiglia). Rivedo il giorno in cui scrivemmo la mail che diede inizio a una manifestazione antirazzista di 5.000 persone. E rivedo quella sera in cui ci siamo eccezionalmente concessi una pizza fuori – era il nostro anniversario – e rivedo il cameriere straniero che lo riconosce e lo ringrazia perché “è amico degli immigrati”. Rivedo il sorriso del cameriere, affettuoso, sincero. Devo aggrapparmi a quel sorriso.

Quando la tachicardia non mi incolla a tremare dove mi trovo, fuggo da casa per evitare i bombardamenti. Cammino moltissimo, distante, senza meta. A volte è utile: vedo un discount, mi ricordo che manca lo zucchero, entro. In uno di questi casi, un paio di settimane fa, stavo adocchiando dei biscotti (valutando se me li potevo permettere) quando una cliente si è messa a urlare alla cassa. Diceva che la cassiera le aveva dato il resto per dieci euro quando lei aveva pagato con venti. La cassiera le chiedeva di non gridare, controllava, ribadiva gentilmente che il biglietto era da dieci. La cliente dotata di “hijab”, il cui accompagnatore maschio a questo punto se la squagliava, ha insistito ululando: “Io sono musulmana e non dico bugie.” (Cioè sono la vittima, intrinsecamente superiore, delle cassiere non musulmane truffatrici, come se queste ultime fossero le proprietarie del discount e non delle semplici lavoratrici che, come vedremo, dai conti sbagliati possono solo rimetterci.)

“Ma perché tirate fuori sempre questa storia? – ha chiesto la cassiera – A me non importa se siete bianchi, rossi, neri, verdi, siete clienti.” Per farla breve, non appena la cassa si è liberata la cassiera ha effettuato il controllo completo sugli incassi: non c’erano soldi in più. La musulmana impossibilitata a mentire dalla sua religione (magari fosse così, creatura: mentono musulmani, cristiani, cattolici, buddisti, agnostici e senzadio e quel che vuoi – perché sono/siamo esseri umani) ha provato a insistere: “Io sono in Italia da dieci anni e i soldi li conosco.”, ma poiché la cassiera non aperto il proprio borsellino per dargliene, se n’è infine andata.

La giovane donna alla cassa era sconvolta e sudata. Parlando con un’amica che si era avvicinata per confortarla ha detto: “L’altro giorno un vecchietto mi ha fatto lo stesso trucco, ci sono cascata e i soldi ho dovuto rimetterceli io.” Quando è arrivato il mio turno, con biscotti, le ho detto: “Io adesso le sto dando venti euro, sono atea e racconto un sacco di balle”. Finalmente ha riso. Volevo vederla ridere. Devo aggrapparmi anche a questa risata.

Adesso date un’occhiata a questo scambio avvenuto su una pagina “progressista” di FB qualche giorno fa, il focus era il razzismo (ho ridotto i nomi e le cascate di puntini di sospensione, non sono intervenuta sui testi):

Samir: (…) ma a noi ce ne sbatte il cazzo. Le vostre Donne ce le scopiamo ugualmente

Gessica: Samir forse ti scopi le italiane perché le donne italiane non sono di proprietà di qualcuno. Non sono “le vostre” donne, di voi italiani. Ma di conseguenza nemmeno le “tue”. Funziona così.

Samir: Carissima, io non intendevo le Italiane, intendevo le fidanzate degli razzisti. È diverso

Pasquale: Samir… le donne non sono di nessuno, nemmeno dei razzisti, ogni essere umano appartiene a se stesso!

Samir: Devo farvi un disegno per farvi capire?

No, Samir, del disegnino hai bisogno tu. Se devi scopare qualcosa va’ a spazzare la cucina, fare sesso con una donna è un’altra faccenda, comporta rispetto e consenso, e non significa usare la proprietà di un altro maschio. Come hanno cercato di spiegarti, stiamo parlando di esseri umani. Tu sei un essere umano. Le fidanzate dei razzisti sono esseri umani. Persino i razzisti sono esseri umani. In quanto tali avete tutti inalienabili diritti sanciti da una Dichiarazione assai famosa del 1948. In quanto tali, potete tutti compiere azioni sbagliate, mentire, usare violenza, uccidere, o potete scegliere di compierne altre: sono le vostre azioni che io giudico e l’impatto che esse hanno su altri esseri umani, non la vostra provenienza, non la vostra fede o la vostra mancanza di fede, non il colore della vostra pelle, non il vostro genere o il vostro orientamento sessuale. Troppo spesso, presi a bersaglio per una o più d’una di queste caratteristiche, gli esseri umani soffrono violazioni atroci dei loro diritti. Ho imparato parecchio al proposito, come donna, come attivista, come femminista e sulla mia stessa pelle, e se c’è una cosa che ormai so con certezza è questa: nessun ammontare di disprezzo e dolore che tu puoi infliggere ad altri cancellerà quelli che sono stati inflitti a te.

E questo è l’avviso che darei al mio persecutore del quarto piano, se ascoltasse, e a tutti quelli/e come lui che posano da vittime per sfuggire alle loro responsabilità: l’errore più grande che puoi commettere sulla strada della liberazione è cercare di assomigliare ai tuoi nemici. Maria G. Di Rienzo

P.S. Non è ancora “l’anno prossimo”, lo so, ma sentivo di dovervi una spiegazione.

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