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Smile!

Creature, devo prendere qualche altro giorno di pausa dal blog.

Causa 1: cambio computer (non esaltatevi, è di seconda mano anche quello “nuovo”);

Causa 2: sono in dirittura d’arrivo per l’ultimo romanzo e ho bisogno di tempo per correggere, rivisitare, limare ecc.;

Causa 3: sono stanca (probabilmente alcuni di voi ricordano il perché) e ho necessità di “ricaricare le pile”.

Però vi amo – come il mio alieno sorriso qui sotto dovrebbe esemplificare – e torno presto. Maria G. Di Rienzo

alien smile

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Going Crazy

alfabeto

Non so se stia capitando a altri di voi che usano WordPress, ma io ho notevoli difficoltà da un paio di giorni: devo fare più tentativi per pubblicare e per quanti siano continua ad arrivarmi il messaggio che l’operazione non è riuscita. Anche se poi l’articolo appare ugualmente, le mail relative agli iscritti non sono inviate e l’articolo stesso non viene contato nelle statistiche. Abbiate pazienza, sto cercando di rimediare. Maria G. Di Rienzo

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Il narrare storie è un modo assai efficace di entrare in relazione con altre persone e di creare cambiamenti e differenze negli spazi più vulnerabili delle nostre vite. L’impatto che possiamo avere condividendo le nostre storie tramite vari media è sempre significativo e può essere catartico sia per chi la storia la racconta, sia per chi la storia l’ascolta.

Ma ci sono storie che – ti dicono – non si possono raccontare. Ci sono storie che – ti dicono – è meglio non raccontare. Ci sono storie che – ti dicono – se sei proprio intenzionata a narrare devi cambiare un poco, ammorbidirle qui e là, addomesticarle, decorarle, corredarle di precisazioni e dichiarazioni di principio e scuse e sottolineature (quest’uomo ha fatto la tal cosa, ma sappiate che io non credo affatto che TUTTI gli uomini…), adattarle alla tua “zona” politica e sociale. Eccetera, eccetera. Io non intendo farlo.

Nei giorni in cui sono stata lontana da questo spazio, vi confesso, ho combattuto con il desiderio di chiuderlo. Ho come minimo due/tre attacchi di tachicardia al giorno che sovente mi paralizzano. Non riesco a concentrarmi per periodi lunghi. Sto facendo fatica a scrivere. Il mio ultimo romanzo, che dovrebbe essere finito da mesi, è stato stracciato tre volte ed è ridotto a brandelli che non riesco a rimettere insieme. Per la prima volta in vita mia sto prendendo tranquillanti. Perché?

Perché da sette mesi l’inquilino del piano di sopra – che non ha un lavoro fisso – martella furiosamente i pavimenti (i quali sono ovviamente i miei soffitti) con una media di 29 giorni su 30 e picchi di 25 volte al giorno. A qualsiasi ora. Mi sveglia a mazzate durante la notte o al mattino. Mi fa saltare sulla sedia su cui sono ora. Mi fa cadere di mano pentole, libri, tazze di caffè.

I bombardamenti avvengono sempre “a freddo”, senza preavviso, senza essere collegati ad alcuna delle mie attività. Esattamente come avvenivano le aggressioni in casa mia quando ero bambina. Non ho controllo sulla mia vita. Non c’è comportamento che posso cambiare per evitare l’assalto. Posso solo subire. L’inquilino precedente è scappato dopo cinque mesi di trattamento, io sono ancora qua, ma in che condizioni ve l’ho appena detto.

Gli ho fatto qualcosa, io, al tizio? No. Non ho neppure mai risposto facendo rumore. E’ malato? Non sono una psichiatra, ma lo ritengo assai probabile. E’ pieno di odio e di rabbia? Basta guardarlo in faccia e sentire come urla ogni singolo giorno per rendersene conto. Ma se gli si chiedono spiegazioni sul suo comportamento posa da vittima: è un immigrato, è musulmano, gli danno fastidio, vogliono impedirgli di pregare, è colpa degli altri che sono cattivi e razzisti.

E io mi rivedo in mezzo al gelo dell’inverno, a far da ponte fra gli immigrati che avevano occupato un ex seminario e l’amministrazione comunale affinché fossero aiutati e non cacciati. Mi rivedo fondare l’Osservatorio antirazzista delle donne. Rivedo il mio compagno fronteggiare da solo una fila di naziskin che avevano deciso di impedire un volantinaggio antirazzista. Lo rivedo dar battaglia da politico e sui giornali per difendere proprio il diritto di pregare per i musulmani della nostra città (e sapete quanto atei siamo in famiglia). Rivedo il giorno in cui scrivemmo la mail che diede inizio a una manifestazione antirazzista di 5.000 persone. E rivedo quella sera in cui ci siamo eccezionalmente concessi una pizza fuori – era il nostro anniversario – e rivedo il cameriere straniero che lo riconosce e lo ringrazia perché “è amico degli immigrati”. Rivedo il sorriso del cameriere, affettuoso, sincero. Devo aggrapparmi a quel sorriso.

Quando la tachicardia non mi incolla a tremare dove mi trovo, fuggo da casa per evitare i bombardamenti. Cammino moltissimo, distante, senza meta. A volte è utile: vedo un discount, mi ricordo che manca lo zucchero, entro. In uno di questi casi, un paio di settimane fa, stavo adocchiando dei biscotti (valutando se me li potevo permettere) quando una cliente si è messa a urlare alla cassa. Diceva che la cassiera le aveva dato il resto per dieci euro quando lei aveva pagato con venti. La cassiera le chiedeva di non gridare, controllava, ribadiva gentilmente che il biglietto era da dieci. La cliente dotata di “hijab”, il cui accompagnatore maschio a questo punto se la squagliava, ha insistito ululando: “Io sono musulmana e non dico bugie.” (Cioè sono la vittima, intrinsecamente superiore, delle cassiere non musulmane truffatrici, come se queste ultime fossero le proprietarie del discount e non delle semplici lavoratrici che, come vedremo, dai conti sbagliati possono solo rimetterci.)

“Ma perché tirate fuori sempre questa storia? – ha chiesto la cassiera – A me non importa se siete bianchi, rossi, neri, verdi, siete clienti.” Per farla breve, non appena la cassa si è liberata la cassiera ha effettuato il controllo completo sugli incassi: non c’erano soldi in più. La musulmana impossibilitata a mentire dalla sua religione (magari fosse così, creatura: mentono musulmani, cristiani, cattolici, buddisti, agnostici e senzadio e quel che vuoi – perché sono/siamo esseri umani) ha provato a insistere: “Io sono in Italia da dieci anni e i soldi li conosco.”, ma poiché la cassiera non aperto il proprio borsellino per dargliene, se n’è infine andata.

La giovane donna alla cassa era sconvolta e sudata. Parlando con un’amica che si era avvicinata per confortarla ha detto: “L’altro giorno un vecchietto mi ha fatto lo stesso trucco, ci sono cascata e i soldi ho dovuto rimetterceli io.” Quando è arrivato il mio turno, con biscotti, le ho detto: “Io adesso le sto dando venti euro, sono atea e racconto un sacco di balle”. Finalmente ha riso. Volevo vederla ridere. Devo aggrapparmi anche a questa risata.

Adesso date un’occhiata a questo scambio avvenuto su una pagina “progressista” di FB qualche giorno fa, il focus era il razzismo (ho ridotto i nomi e le cascate di puntini di sospensione, non sono intervenuta sui testi):

Samir: (…) ma a noi ce ne sbatte il cazzo. Le vostre Donne ce le scopiamo ugualmente

Gessica: Samir forse ti scopi le italiane perché le donne italiane non sono di proprietà di qualcuno. Non sono “le vostre” donne, di voi italiani. Ma di conseguenza nemmeno le “tue”. Funziona così.

Samir: Carissima, io non intendevo le Italiane, intendevo le fidanzate degli razzisti. È diverso

Pasquale: Samir… le donne non sono di nessuno, nemmeno dei razzisti, ogni essere umano appartiene a se stesso!

Samir: Devo farvi un disegno per farvi capire?

No, Samir, del disegnino hai bisogno tu. Se devi scopare qualcosa va’ a spazzare la cucina, fare sesso con una donna è un’altra faccenda, comporta rispetto e consenso, e non significa usare la proprietà di un altro maschio. Come hanno cercato di spiegarti, stiamo parlando di esseri umani. Tu sei un essere umano. Le fidanzate dei razzisti sono esseri umani. Persino i razzisti sono esseri umani. In quanto tali avete tutti inalienabili diritti sanciti da una Dichiarazione assai famosa del 1948. In quanto tali, potete tutti compiere azioni sbagliate, mentire, usare violenza, uccidere, o potete scegliere di compierne altre: sono le vostre azioni che io giudico e l’impatto che esse hanno su altri esseri umani, non la vostra provenienza, non la vostra fede o la vostra mancanza di fede, non il colore della vostra pelle, non il vostro genere o il vostro orientamento sessuale. Troppo spesso, presi a bersaglio per una o più d’una di queste caratteristiche, gli esseri umani soffrono violazioni atroci dei loro diritti. Ho imparato parecchio al proposito, come donna, come attivista, come femminista e sulla mia stessa pelle, e se c’è una cosa che ormai so con certezza è questa: nessun ammontare di disprezzo e dolore che tu puoi infliggere ad altri cancellerà quelli che sono stati inflitti a te.

E questo è l’avviso che darei al mio persecutore del quarto piano, se ascoltasse, e a tutti quelli/e come lui che posano da vittime per sfuggire alle loro responsabilità: l’errore più grande che puoi commettere sulla strada della liberazione è cercare di assomigliare ai tuoi nemici. Maria G. Di Rienzo

P.S. Non è ancora “l’anno prossimo”, lo so, ma sentivo di dovervi una spiegazione.

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Ci capiamo…

crash

vero? Avrò bisogno di qualche giorno per le riparazioni. A presto, M.G.

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Duellando

Mi dispiace, la maledetta banda degli streptococchi invasori ha rialzato la testa e per cacciarli dalla cittadella-me stessa devo lasciar fare il mio corpo, riposare e abbandonarvi per qualche giorno.

cadi 7 volte rialzati 8

Ma non preoccupatevi, il proverbio (in immagine) dice: “Cadi sette volte e rialzati otto”. E’ quel che farò. M.G.

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Certificato di malattia

malata

Mi sono ammalata! Ci risentiamo quando la mia febbre cala. Love, M.G.

No, non posso lavorare al blog lo stesso, altrimenti poi mi tocca fare un post di questo tipo:

lo avevo detto

Ve l’avevo detto che ero ammalata. Bastardi!”

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(Doverosa premessa: la situazione non è tornata alla normalità e sto utilizzando una chiavetta in prestito, per cui è prematuro gioire…)

Se qualcuno si chiedesse cos’è stato più faticoso, per me, in questi giorni di trasloco e sistemazione della nuova casa, potrebbe ipotizzare che fare tre piani di scale in salita corredata di scatoloni pesanti e voluminosi al punto di impedirmi di vedere le scale suddette ottenga facilmente la palma della vittoria. Invece no. L’impegno più arduo è stato restare una persona civile negli uffici pubblici.

grrr

Poiché ho passato parecchi anni dall’altra parte dello sportello, per così dire, ho mantenuto a lungo un’attitudine di paziente comprensione per gli errori, le lungaggini e persino per la maleducazione che sono costretta a maneggiare quale utente. Quest’ultima mi vede come bersaglio privilegiato, giacché per l’impiegato del settore pubblico di turno è impossibile non notare immediatamente che sono vecchia, povera e non rispondente agli standard vigenti della “femminilità ladylike”.

L’individuo suddetto – maschio o femmina – è purtroppo più spesso che no incline a manifestare un’ottusa superficiale arroganza che dovrebbe segnalarne il ruolo, per cui traduce tali dati come “inferiorità”: una sorta di salvacondotto per qualsiasi cazzata gli venga in mente di operare nei miei confronti. Per esempio:

1) Mi dà del “tu” anche se ha trent’anni meno di me e non ci siamo mai visti prima;

2) Mi parla in dialetto (lo capisco e se voglio lo parlo, ma sulla carta d’identità che sto sciorinando sta scritto che sono nata in un’altra regione e che di mestiere faccio la scrittrice: non è abbastanza per supporre che io sappia l’italiano in misura sufficiente a intendere quel che mi viene detto?);

3) Modula quanto ha da dire in un’infastidita – e fastidiosa – lentezza, presumendo che il Q.I. di una persona si elevi e crolli in rapporto a quanti euro ha in tasca;

4) Dà per scontato che io sia lì per truffare in qualche modo l’amministrazione per cui lavora e mi segnala che “a lui/lei non la si fa” in commenti idioti, richieste inadeguate, esclamazioni pseudo-ironiche che punteggiano il discorso (“ah-ah”, “eh-eh”) e in una profusione di gestualità indicante il suo supremo intuito da detective: risolini, scrollate di spalle, sbuffi, sopracciglia alzate, severi cipigli.

Prendete quanto segue: è il 4 maggio 2016 e mi trovo all’Anagrafe con il mio compagno per comunicare il cambio di residenza.

La funzionaria allo sportello: Acqua gas luce?

Noi: L’acqua c’è, per il resto stiamo facendo i contratti (è noto che ci vuole tempo, vero? L’Enel per esempio i soldi li ha presi subito, ma per l’attivazione ci ha messo un po’).

La funzionaria, visibilmente seccata: EH NO! Così non va! Senza luce ecc. come fate a stare in quella casa?

Ho dovuto trattenermi dal rispondere con una facezia del tipo: Siamo Amish, per noi l’elettricità è un’emanazione di Satana: sta per caso insultando la mia religione???

Tentiamo di rispiegare che stiamo facendo i contratti ma all’impiegata il concetto non dev’essere familiare, perciò si limita a scuotere la testa e a tenere il broncio.

Poi si passa alla visita dei vigili:

La funzionaria: Lei a che ora va a lavorare? La signora sta a casa? Eccetera. (Poiché la “signora” era allo sportello, sarebbe stato sensato farle le domande direttamente e non considerarla “al traino” parlando di lei come se non fosse presente.)

Informiamo la suddetta che ci trasferiremo definitivamente il 15 maggio, ma anche qui il concetto non penetra e veniamo gratificati da espressioni di disgustata irritazione. Quindi, nel mero tentativo di venire incontro ai vigili affinché non escano a vuoto, diciamo: C’è un numero di cellulare…

La funzionaria, con aria saputa: EH-EH NO!!! Non funziona così!

Cioè, ci tratta come se noi fossimo dei “furbi” che vogliono farla franca da chissà cosa dando un preavviso. Ma santo cielo, se la visita dev’essere a completa sorpresa perché diamine ci si chiede di dettagliare orari e abitudini? E di che tipo di gioco si tratta, di grazia, “rimpiattino con i vigili”? Credevo avessimo a che fare con un mero cambio di residenza. E’ a questo punto che ho rinunciato a spiegare qualsiasi cosa e ho semplicemente reiterato il fatto che ci avrebbero trovati al nuovo indirizzo in pianta stabile dal 15 maggio e che se la polizia comunale voleva buttar via del tempo facendoci visita prima era ovviamente libera di farlo.

Oppure: settimana scorsa, uffici dell’Acquedotto, tentativo di chiudere il contratto relativo alla vecchia casa. Davanti all’impiegata ci sono documenti (nuovo contratto d’affitto, bolletta vecchia, documento d’identità mio) ma al collega che sta alle sue spalle – una versione giovanile di Adinolfi, intelligenza compresa – non basta. E’ ovvio, per lui, che essendo povera e vecchia eccetera sono anche una delinquente che sta barando sulla propria identità: difficile dire cosa ci guadagno, ma questo è irrilevante per Sherlock Waterholmes, per cui mi chiede di togliere gli occhiali scuri. (Sono ipersensibile alla luce, ecco perché li porto.) Eseguendo, anche se non sarei stata tenuta a farlo, sono abbastanza seccata da rispondergli così: “Troppe puntate di CSI fanno male”. Sherlock si agita sullo scranno: “Come, come?” Poi i nostri sguardi, il suo da dietro gli occhiali da vista, il mio non velato da lenti e assolutamente, profondamente, visceralmente sincero si incontrano e il detective capisce che dire un’altra sola sillaba sarebbe inopportuno.

O ancora, sempre la scorsa settimana: tentativo di comunicare alle Poste il cambio di indirizzo. Eeeeh, i tempi sono cambiati!, ci fanno sapere i funzionari postali. A dire il vero ce n’eravamo accorti, è l’Era di Renzi il Rottamatore che fa pezzi le agenzie di stato e le vende ai privati, un’epoca in cui la farraginosa lentezza della burocrazia è solo un ricordo (o no?). Per cui, se vogliamo che le Poste reindirizzino ciò che ci viene inviato al nostro attuale domicilio dobbiamo stipulare un agile e rapido contratto pagando la somma di euro 18… previa compilazione, ovviamente, di una dozzina di moduli da portare a casa, velocissimi, guizzanti come anguille e petalosi all’inverosimile. Li abbiamo buttati nella carta da riciclo, ovviamente. Maria G. Di Rienzo

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